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Starmer vieta i baby social, non i baby trans
Keir Starmer (Ansa)
Il premier britannico che, da super pm, dormì sui pakistani che stupravano bimbe e ora consente il cambio di genere a scuola a quattro anni, annuncia restrizioni sulle piattaforme per i minori (senza escludere il bando totale). Ma lo scopo è proteggerli oppure sorvegliarli?

La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. E pure di amnesie e incoerenze. La buona intenzione di Keir Starmer è di proteggere i minorenni sui social network, introducendo regole più stringenti. Le amnesie sono, semmai, le autentiche reticenze - in parte, a lui stesso riconducibili - nell’indagare sulle bande di pakistani che stupravano ragazzine. Le incoerenze riguardano la tutela dei bambini che si attiva a targhe alterne: antenne dritte per TikTok e Instagram; dopodiché, secondo i laburisti, a 4 anni, i piccini d’Inghilterra devono poter decidere se cambiare la loro «attribuzione di genere» a scuola.

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Il governo britannico in crisi per il caso Epstein dice sì al cambio di sesso dai 4 anni
(IStock)
Il mondo va altrove, ma i Labour inglesi si ostinano a giocare sulla pelle dei più piccoli.

Il partito Labour (la sinistra inglese che fu guidata da Tony Blair), in controtendenza con tutto il resto del mondo che sta rallentando molto su questo tema, ebbene, apre al cambio di genere per i bambini dai quattro anni in su. Una follia totale, incomprensibile, non supportata da alcun elemento scientifico né di psicologia evolutiva. Un disastro. Anzi, un baratro che si apre e che può provocare la tragedia di bambini ai quali viene rovinata per sempre la vita.

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Ai giovani fu imposto l’mRna, una ragazzina può scegliere il sesso
iStock
Una tredicenne ha piena consapevolezza nel dirsi un maschio, ma col Covid agli adolescenti non fu data autonomia decisionale.

Un po’ tutti siamo andati lì con la mente, ad accoppiare la decisione del giudice che a La Spezia ha consentito a una bambina di 13 anni di cambiare sesso e diventare maschio, accogliendo il ricorso dei genitori, e la decisione di due tribunali che hanno invece sospeso la potestà genitoriale alla cosiddetta famiglia nel bosco respingendo l’istanza di mamma e papà.

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Sulla disforia di genere regna il caos e così i giudici fanno ciò che vogliono
Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità (Ansa)
Un ddl presentato dai ministri Roccella e Schillaci stabilirà dei paletti chiari sui bloccanti della pubertà. In assenza di dati precisi e linee guida, rimane lo spazio per verdetti allucinanti come quello di La Spezia.

Secondo il tribunale di La Spezia, una ragazzina tredicenne può cambiare sesso all’anagrafe e avviarsi al cambiamento chirurgico perché ha «maturato una piena consapevolezza circa l’incongruenza tra il suo corpo e il vissuto d’identità come fino ad ora sperimentato», cosa che dovrebbe «consentirle di concludere, altrettanto consapevolmente un progetto volto a ristabilire irreversibilmente uno stato di armonia tra soma e psiche nella percezione della propria appartenenza sessuale».

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I giudici: no ai figli nel bosco, sì al cambio di sesso a 13 anni
(IStock)

Mentre la famiglia Trevallion rischia di trascorrere il Natale divisa perché aveva il «difetto» di vivere in un casolare isolato con i servizi igienici all’esterno, a una ragazzina è consentita la transizione di genere. Per le toghe il percorso è «consapevole».

Anni fa Vanity Fair, settimanale radical chic che si occupa di moda e celebrity, dedicò la copertina agli adolescenti italiani in attesa di cambiare sesso. La redazione fotografò ragazzini e ragazzine vestendoli con capi firmati: pantaloni di Dolce&Gabbana, abito e maglia Germanier, gioielli Glenda López e Pintrill. Secondo la rivista, quei giovani trattati con la triptorelina, il farmaco che blocca la pubertà, impedendo la produzione di ormoni sessuali, erano eroi. A me quelle immagini posate, scattate in uno studio fotografico di grido, misero solo tristezza, perché i bambini con il volto truccato mi parvero subito vittime di una moda.

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