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2022-01-17
Il caro bollette ferma le imprese. A rischio 500.000 posti di lavoro
A breve perfino comprare un mazzo di fiori diventerà un privilegio per pochi. Con il gasolio schizzato a cifre stellari, le serre stanno chiudendo o rallentano. È una mossa obbligata, dal momento che la produzione di fertilizzanti e il riscaldamento delle colture hanno raggiunto quotazioni impensabili qualche mese fa. Per non parlare degli imballaggi, delle acciaierie, della ceramica. Che fare? Scaricare i rincari energetici sul prodotto finale rischia di compromettere un posizionamento di rilievo sul mercato. Il paradosso è che il 2021 ha segnato un incremento generalizzato degli ordini, con una domanda in crescita, con l’export che marcia a pieno ritmo e con prospettive di sviluppo dell’economia. Tutto bene, quindi, finché le quotazioni del gas non sono impazzite: tra marzo e novembre rialzi del 350% e solo a dicembre +39%. L’escalation è cominciata alla fine del lockdown, quando l’economia mondiale ha ripreso a marciare chiedendo al mercato più energia e contemporaneamente l’Europa decideva di accelerare la transizione energetica e quindi la decarbonizzazione. riducendo gli investimenti nell’estrazione di gas.
A questo scenario ora si è aggiunto un altro fattore che ha a che fare con gli equilibri della geopolitica: la tensione tra Russia e Ucraina. Una guerra ai confini dell’Europa ci interessa eccome, dal momento che la Ue da tempo ha rinunciato a una propria autonomia energetica ed è diventata sempre più dipendente da Mosca. Mentre l’Europa chiudeva i giacimenti, la Russia si faceva avanti per soddisfare la domanda crescente di energia. In Italia la metà dell’energia elettrica si produce con il gas e un altro 10% viene dal nucleare francese, da noi sempre criticato ma che ci ha fatto comodo. Ora Mosca, in base a come evolverà la partita sull’Ucraina, può regolare a suo piacimento i rubinetti del gasdotto e mettere in ginocchio l’industria europea. Sembra che sia arrivato il momento critico in cui i nodi vengono al pettine.
Le tariffe energetiche, nonostante il deficit aggiuntivo deciso dal governo, sono aumentate mediamente nel 2021 di quasi il 30%. Un intervento quasi simbolico quello di palazzo Chigi, considerata l’ondata di rincari dei prezzi del petrolio e del gas naturale. Chi soffre di più sono i settori produttivi grandi utilizzatori di energia, ma il problema riguarda tutte le aziende, costrette a rivedere i loro costi registrando aumenti stellari. Rispetto al gennaio dell’anno scorso, devono sopportare il raddoppio dei costi dell’energia.
Per Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia, «il rischio di un lockdown produttivo c’è. Molte fabbriche stanno decidendo se stare aperte o chiuse, pur in presenza di ordini, perché non ce la fanno a pagare le bollette». La stima degli esperti è che il caro-energia, oltre a mettere a dura prova il sistema produttivo, avrà un costo notevole per l’economia italiana, che in questo 2022 sarà più povera per 35 miliardi di euro. L’aumento abnorme del prezzo europeo del gas e, quindi, dell’elettricità in Italia (+572% a dicembre sul pre-crisi), se persistesse, metterebbe a rischio l’attività nei settori energivori.
Il Centro studi di Confindustria ha misurato i primi impatti sulla produzione industriale in Italia (-0,6% in ottobre, dopo la frenata nel terzo trimestre). Secondo la Cgia di Mestre, sono 500.000 i posti a rischio per il caro energia. I settori energivori contano circa 1,8 milioni di lavoratori e di questi il 30% potrebbe essere costretto a rimanere a casa per il fermo della produzione. Nei prossimi mesi, con variazioni annue delle tariffe che in alcuni comparti rischiano di raggiungere il +250%, molte aziende del vetro, della carta e della ceramica, ma anche del cemento, della plastica e della produzione dei laterizi potrebbero essere costrette a fermare la produzione, perché non in grado di far fronte all’aumento esponenziale di questi costi fissi.
Toccati anche i settori della meccanica pesante, dell’alimentazione e della chimica. Per molte aziende quindi è più conveniente spegnere i macchinari, come per esempio hanno fatto le Fonderie di Torbole (Brescia), fornitore di dischi e tamburi freno per il comparto auto, che a metà dicembre hanno fermato la produzione per 40 giorni: «Impossibile pensare di produrre e di creare valore in queste condizioni», dice il numero uno aziendale, Enrico Frigerio.
I più colpiti sono settori che in questo momento stanno dando un contributo fondamentale alla ripresa economica del Paese, con livelli di vendite all’estero mai toccati in precedenza. Secondo la Cgia, tra i distretti da tutelare maggiormente ci sono quello cartario di Lucca-Capannori, le materie plastiche di Treviso, Vicenza e Padova, i metalli di Brescia-Lumezzane, il settore metalmeccanico del basso Mantovano e di Lecco, le piastrelle di Sassuolo, la termomeccanica di Padova e il vetro di Murano. I settori energivori sono tanti. In ballo c’è anche la moda, la seconda manifattura del Paese che ha 50mila imprese e 400mila lavoratori.
Il ministro Roberto Cingolani sta valutando di aumentare la produzione di gas nazionale attraverso i giacimenti già aperti. Avviare le perforazioni nell’Adriatico porterebbe anche fino a 7 miliardi di metri cubi in più di gas, ma l’operazione anni fa fu osteggiata perché si diceva che c’era il rischio di far finire Venezia sott’acqua, figuriamoci oggi che l’Europa sta puntando tutto sull’economia green. Ma mentre si discute, la bolletta sale. E ad annegare sono le aziende.
«Più produciamo, più soldi perdiamo. Costretti a fermare i macchinari»
«I concorrenti turchi e indiani ci ruberanno i nostri mercati»
«Se va avanti così, rischiamo di cedere quote di mercato ai competitor turchi e indiani. E comunque saremo costretti a scaricare sul prodotto finale i maggiori costi energetici, con il rischio che le oscillazioni così rilevanti e imprevedibili costringano a modificare i listini in continuazione. Ma è un problema anche la mancanza di una posizione chiara sulla politica energetica da parte della Commissione europea, in termini ad esempio di quali fonti siano realmente utilizzabili per la transizione ecologica». Giovanni Savorani, presidente di Confindustria ceramica, ha davanti a sé i dati della chiusura del 2021 che certificano un andamento brillante del settore: volumi di vendite intorno ai 458 milioni di metri quadrati (+12% rispetto al 2019), export in crescita del 13% e vendite sul mercato domestico in aumento del 9%. Ma a rovinare la festa ci si è messo il caro energia.
Può farci una fotografia del momento che sta vivendo l’industria della ceramica?
«Il settore nel 2021 è andato molto bene fino a settembre e la domanda è rimasta altissima anche a ottobre, quando i costi di produzione sono esplosi. Il gas, che costava 20-25 centesimi al metro cubo, è andato a 180 centesimi, fino a 7-8 volte tanto. Ci hanno spiegato che è un fenomeno geopolitico ma l’industria si trova a dover fronteggiare oscillazioni di costo rilevanti. Ogni giorno in azienda si fanno riunioni con i nostri dirigenti per capire come gestire questa situazione».
In che misura il caro gas incide sul fatturato del settore?
«Il fatturato delle piastrelle di ceramica nel 2021 è arrivato a circa 5,9 miliardi di euro ma la bolletta del metano, che era intorno ai 250 milioni l’anno, ora è schizzata a 1,25 miliardi. Come possiamo assorbire questi spropositati incrementi di costo è il dilemma di ogni impresa. È chiaro che dovremmo incrementare i prezzi dei nostri prodotti, ma ci sono evidenti limiti».
Rincarando i prodotti finali non rischiate di favorire competitori che non hanno questo problema?
«È proprio questo il problema. Noi esportiamo l’85% del prodotto e fuori dall’Europa va il 33-34%. Mentre in Europa giochiamo ad armi pari, non è così al di fuori. In poche parole, stiamo rischiando il lavoro. Tant’è che all’inizio di ottobre siamo andati a Roma a chiedere che la cassa integrazione ricomprendesse anche queste situazioni straordinarie. Oggi 4-5 aziende hanno già fatto ricorso alla cassa straordinaria e tante altre stanno utilizzando le ferie arretrate. È un problema che riguarda tutti i settori dell’industria e quando colpirà l’alimentare allora saranno guai seri. Un altro tema è l’alto costo della transizione ecologica».
Caro energia ed effetti dell’accelerazione dell’economia green si stanno sommando?
«Stiamo pagando salato le emissioni di CO2 senza che esista un’alternativa. In attesa di altre fonti energetiche, è scattato tutto il meccanismo della transizione ecologica e il mercato della CO2, per scelte ideologiche scollegate dalla realtà scientifica, è nelle mani della speculazione con costi che sono diventati 20 volte quelli iniziali. Ora la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ci viene a dire che il gas metano è necessario per gestire la transizione energetica, come il ministro Cingolani sostiene da tempo: ma allora perché in questa fase la burocrazia di Bruxelles tassa le nostre emissioni già ottimizzate con imponenti investimenti e senza alternative? Come facciamo a vivere con questi prezzi?».
La ceramica come intende difendersi?
«La domanda per i nostri prodotti è alta nel mondo. Sono convinto che per il nostro settore ci sarà una via d’uscita ma sarà cara, perché dovremo aumentare i prezzi e si rischia di perdere quote di mercato. In mancanza di interventi devono preoccupare le conseguenze per l’occupazione di qualità che anche il nostro settore, come tutte le industrie manifatturiere, garantisce sui nostri territori, così come i rincari generalizzati dei prezzi con le conseguenti difficoltà per le famiglie a far quadrare i bilanci».
Ci sono Paesi che potrebbero avvantaggiarsi della vostra difficoltà?
«Certo, Turchia e India troveranno una strada aperta se andiamo fuori mercato. Anche perché i player finanziari andranno a investire in quei Paesi. È una delocalizzazione subdola. Un importante fondo inglese che opera anche nella ceramica, dopo aver fatto investimenti in Spagna e Italia, a novembre si è spostato in Turchia. Non li biasimo, vanno dove c’è convenienza».
Non è che rischiate anche il voltafaccia delle banche? Dare prestiti ad aziende strozzate dagli alti costi potrebbe essere pericoloso.
«Spero di no. Ho fatto proprio questa domanda a una primaria banca italiana e mi ha detto di no, ma il timore c’è. Sarebbe il colmo».
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Bolletta rovente: i fortissimi rincari fermano moltissimo imprese. A rischio 500.000 posti di lavoro. In crisi il distretto della carta di Lucca, quello delle materie plastiche di Treviso, quello dei metalli di Brescia e Lumezzane, quello del vetro di Murano e della meccanica di Lecco. Anche la moda è in ginocchio. E gli aiuti del governo sono insufficienti.Il numero uno di Assofond, Fabio Zanardi: «Da 12 anni non vedevamo tanti ordini, tutto in fumo».Il presidente degli imprenditori del settore, Giovanni Savorani: «I maggiori costi si scaricheranno sui prezzi. Ma problemi vengono anche dall’Ue, non c’è chiarezza sulle fonti di energia utilizzabili per la transizione ecologica».Lo speciale contiene tre articoli.A breve perfino comprare un mazzo di fiori diventerà un privilegio per pochi. Con il gasolio schizzato a cifre stellari, le serre stanno chiudendo o rallentano. È una mossa obbligata, dal momento che la produzione di fertilizzanti e il riscaldamento delle colture hanno raggiunto quotazioni impensabili qualche mese fa. Per non parlare degli imballaggi, delle acciaierie, della ceramica. Che fare? Scaricare i rincari energetici sul prodotto finale rischia di compromettere un posizionamento di rilievo sul mercato. Il paradosso è che il 2021 ha segnato un incremento generalizzato degli ordini, con una domanda in crescita, con l’export che marcia a pieno ritmo e con prospettive di sviluppo dell’economia. Tutto bene, quindi, finché le quotazioni del gas non sono impazzite: tra marzo e novembre rialzi del 350% e solo a dicembre +39%. L’escalation è cominciata alla fine del lockdown, quando l’economia mondiale ha ripreso a marciare chiedendo al mercato più energia e contemporaneamente l’Europa decideva di accelerare la transizione energetica e quindi la decarbonizzazione. riducendo gli investimenti nell’estrazione di gas. A questo scenario ora si è aggiunto un altro fattore che ha a che fare con gli equilibri della geopolitica: la tensione tra Russia e Ucraina. Una guerra ai confini dell’Europa ci interessa eccome, dal momento che la Ue da tempo ha rinunciato a una propria autonomia energetica ed è diventata sempre più dipendente da Mosca. Mentre l’Europa chiudeva i giacimenti, la Russia si faceva avanti per soddisfare la domanda crescente di energia. In Italia la metà dell’energia elettrica si produce con il gas e un altro 10% viene dal nucleare francese, da noi sempre criticato ma che ci ha fatto comodo. Ora Mosca, in base a come evolverà la partita sull’Ucraina, può regolare a suo piacimento i rubinetti del gasdotto e mettere in ginocchio l’industria europea. Sembra che sia arrivato il momento critico in cui i nodi vengono al pettine.Le tariffe energetiche, nonostante il deficit aggiuntivo deciso dal governo, sono aumentate mediamente nel 2021 di quasi il 30%. Un intervento quasi simbolico quello di palazzo Chigi, considerata l’ondata di rincari dei prezzi del petrolio e del gas naturale. Chi soffre di più sono i settori produttivi grandi utilizzatori di energia, ma il problema riguarda tutte le aziende, costrette a rivedere i loro costi registrando aumenti stellari. Rispetto al gennaio dell’anno scorso, devono sopportare il raddoppio dei costi dell’energia. Per Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia, «il rischio di un lockdown produttivo c’è. Molte fabbriche stanno decidendo se stare aperte o chiuse, pur in presenza di ordini, perché non ce la fanno a pagare le bollette». La stima degli esperti è che il caro-energia, oltre a mettere a dura prova il sistema produttivo, avrà un costo notevole per l’economia italiana, che in questo 2022 sarà più povera per 35 miliardi di euro. L’aumento abnorme del prezzo europeo del gas e, quindi, dell’elettricità in Italia (+572% a dicembre sul pre-crisi), se persistesse, metterebbe a rischio l’attività nei settori energivori.Il Centro studi di Confindustria ha misurato i primi impatti sulla produzione industriale in Italia (-0,6% in ottobre, dopo la frenata nel terzo trimestre). Secondo la Cgia di Mestre, sono 500.000 i posti a rischio per il caro energia. I settori energivori contano circa 1,8 milioni di lavoratori e di questi il 30% potrebbe essere costretto a rimanere a casa per il fermo della produzione. Nei prossimi mesi, con variazioni annue delle tariffe che in alcuni comparti rischiano di raggiungere il +250%, molte aziende del vetro, della carta e della ceramica, ma anche del cemento, della plastica e della produzione dei laterizi potrebbero essere costrette a fermare la produzione, perché non in grado di far fronte all’aumento esponenziale di questi costi fissi. Toccati anche i settori della meccanica pesante, dell’alimentazione e della chimica. Per molte aziende quindi è più conveniente spegnere i macchinari, come per esempio hanno fatto le Fonderie di Torbole (Brescia), fornitore di dischi e tamburi freno per il comparto auto, che a metà dicembre hanno fermato la produzione per 40 giorni: «Impossibile pensare di produrre e di creare valore in queste condizioni», dice il numero uno aziendale, Enrico Frigerio.I più colpiti sono settori che in questo momento stanno dando un contributo fondamentale alla ripresa economica del Paese, con livelli di vendite all’estero mai toccati in precedenza. Secondo la Cgia, tra i distretti da tutelare maggiormente ci sono quello cartario di Lucca-Capannori, le materie plastiche di Treviso, Vicenza e Padova, i metalli di Brescia-Lumezzane, il settore metalmeccanico del basso Mantovano e di Lecco, le piastrelle di Sassuolo, la termomeccanica di Padova e il vetro di Murano. I settori energivori sono tanti. In ballo c’è anche la moda, la seconda manifattura del Paese che ha 50mila imprese e 400mila lavoratori. Il ministro Roberto Cingolani sta valutando di aumentare la produzione di gas nazionale attraverso i giacimenti già aperti. Avviare le perforazioni nell’Adriatico porterebbe anche fino a 7 miliardi di metri cubi in più di gas, ma l’operazione anni fa fu osteggiata perché si diceva che c’era il rischio di far finire Venezia sott’acqua, figuriamoci oggi che l’Europa sta puntando tutto sull’economia green. Ma mentre si discute, la bolletta sale. E ad annegare sono le aziende.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/luce-rossa-bolletta-rovente-i-fortissimi-rincari-fermano-moltissimo-imprese-a-rischio-500-000-posti-di-lavoro-in-crisi-il-distretto-della-carta-di-lucca-quello-delle-materie-plastiche-di-treviso-quell-2656416715.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-produciamo-piu-soldi-perdiamo-costretti-a-fermare-i-macchinari" data-post-id="2656416715" data-published-at="1642365205" data-use-pagination="False"> «Più produciamo, più soldi perdiamo. 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Ma è un problema anche la mancanza di una posizione chiara sulla politica energetica da parte della Commissione europea, in termini ad esempio di quali fonti siano realmente utilizzabili per la transizione ecologica». Giovanni Savorani, presidente di Confindustria ceramica, ha davanti a sé i dati della chiusura del 2021 che certificano un andamento brillante del settore: volumi di vendite intorno ai 458 milioni di metri quadrati (+12% rispetto al 2019), export in crescita del 13% e vendite sul mercato domestico in aumento del 9%. Ma a rovinare la festa ci si è messo il caro energia. Può farci una fotografia del momento che sta vivendo l’industria della ceramica? «Il settore nel 2021 è andato molto bene fino a settembre e la domanda è rimasta altissima anche a ottobre, quando i costi di produzione sono esplosi. Il gas, che costava 20-25 centesimi al metro cubo, è andato a 180 centesimi, fino a 7-8 volte tanto. Ci hanno spiegato che è un fenomeno geopolitico ma l’industria si trova a dover fronteggiare oscillazioni di costo rilevanti. Ogni giorno in azienda si fanno riunioni con i nostri dirigenti per capire come gestire questa situazione». In che misura il caro gas incide sul fatturato del settore? «Il fatturato delle piastrelle di ceramica nel 2021 è arrivato a circa 5,9 miliardi di euro ma la bolletta del metano, che era intorno ai 250 milioni l’anno, ora è schizzata a 1,25 miliardi. Come possiamo assorbire questi spropositati incrementi di costo è il dilemma di ogni impresa. È chiaro che dovremmo incrementare i prezzi dei nostri prodotti, ma ci sono evidenti limiti». Rincarando i prodotti finali non rischiate di favorire competitori che non hanno questo problema? «È proprio questo il problema. Noi esportiamo l’85% del prodotto e fuori dall’Europa va il 33-34%. Mentre in Europa giochiamo ad armi pari, non è così al di fuori. In poche parole, stiamo rischiando il lavoro. Tant’è che all’inizio di ottobre siamo andati a Roma a chiedere che la cassa integrazione ricomprendesse anche queste situazioni straordinarie. Oggi 4-5 aziende hanno già fatto ricorso alla cassa straordinaria e tante altre stanno utilizzando le ferie arretrate. È un problema che riguarda tutti i settori dell’industria e quando colpirà l’alimentare allora saranno guai seri. Un altro tema è l’alto costo della transizione ecologica». Caro energia ed effetti dell’accelerazione dell’economia green si stanno sommando? «Stiamo pagando salato le emissioni di CO2 senza che esista un’alternativa. In attesa di altre fonti energetiche, è scattato tutto il meccanismo della transizione ecologica e il mercato della CO2, per scelte ideologiche scollegate dalla realtà scientifica, è nelle mani della speculazione con costi che sono diventati 20 volte quelli iniziali. Ora la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ci viene a dire che il gas metano è necessario per gestire la transizione energetica, come il ministro Cingolani sostiene da tempo: ma allora perché in questa fase la burocrazia di Bruxelles tassa le nostre emissioni già ottimizzate con imponenti investimenti e senza alternative? Come facciamo a vivere con questi prezzi?». La ceramica come intende difendersi? «La domanda per i nostri prodotti è alta nel mondo. Sono convinto che per il nostro settore ci sarà una via d’uscita ma sarà cara, perché dovremo aumentare i prezzi e si rischia di perdere quote di mercato. In mancanza di interventi devono preoccupare le conseguenze per l’occupazione di qualità che anche il nostro settore, come tutte le industrie manifatturiere, garantisce sui nostri territori, così come i rincari generalizzati dei prezzi con le conseguenti difficoltà per le famiglie a far quadrare i bilanci». Ci sono Paesi che potrebbero avvantaggiarsi della vostra difficoltà? «Certo, Turchia e India troveranno una strada aperta se andiamo fuori mercato. Anche perché i player finanziari andranno a investire in quei Paesi. È una delocalizzazione subdola. Un importante fondo inglese che opera anche nella ceramica, dopo aver fatto investimenti in Spagna e Italia, a novembre si è spostato in Turchia. Non li biasimo, vanno dove c’è convenienza». Non è che rischiate anche il voltafaccia delle banche? Dare prestiti ad aziende strozzate dagli alti costi potrebbe essere pericoloso. «Spero di no. Ho fatto proprio questa domanda a una primaria banca italiana e mi ha detto di no, ma il timore c’è. Sarebbe il colmo».
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di ieri, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere oggi. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata ieri mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Ieri, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre ieri, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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