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2022-01-17
Il caro bollette ferma le imprese. A rischio 500.000 posti di lavoro
A breve perfino comprare un mazzo di fiori diventerà un privilegio per pochi. Con il gasolio schizzato a cifre stellari, le serre stanno chiudendo o rallentano. È una mossa obbligata, dal momento che la produzione di fertilizzanti e il riscaldamento delle colture hanno raggiunto quotazioni impensabili qualche mese fa. Per non parlare degli imballaggi, delle acciaierie, della ceramica. Che fare? Scaricare i rincari energetici sul prodotto finale rischia di compromettere un posizionamento di rilievo sul mercato. Il paradosso è che il 2021 ha segnato un incremento generalizzato degli ordini, con una domanda in crescita, con l’export che marcia a pieno ritmo e con prospettive di sviluppo dell’economia. Tutto bene, quindi, finché le quotazioni del gas non sono impazzite: tra marzo e novembre rialzi del 350% e solo a dicembre +39%. L’escalation è cominciata alla fine del lockdown, quando l’economia mondiale ha ripreso a marciare chiedendo al mercato più energia e contemporaneamente l’Europa decideva di accelerare la transizione energetica e quindi la decarbonizzazione. riducendo gli investimenti nell’estrazione di gas.
A questo scenario ora si è aggiunto un altro fattore che ha a che fare con gli equilibri della geopolitica: la tensione tra Russia e Ucraina. Una guerra ai confini dell’Europa ci interessa eccome, dal momento che la Ue da tempo ha rinunciato a una propria autonomia energetica ed è diventata sempre più dipendente da Mosca. Mentre l’Europa chiudeva i giacimenti, la Russia si faceva avanti per soddisfare la domanda crescente di energia. In Italia la metà dell’energia elettrica si produce con il gas e un altro 10% viene dal nucleare francese, da noi sempre criticato ma che ci ha fatto comodo. Ora Mosca, in base a come evolverà la partita sull’Ucraina, può regolare a suo piacimento i rubinetti del gasdotto e mettere in ginocchio l’industria europea. Sembra che sia arrivato il momento critico in cui i nodi vengono al pettine.
Le tariffe energetiche, nonostante il deficit aggiuntivo deciso dal governo, sono aumentate mediamente nel 2021 di quasi il 30%. Un intervento quasi simbolico quello di palazzo Chigi, considerata l’ondata di rincari dei prezzi del petrolio e del gas naturale. Chi soffre di più sono i settori produttivi grandi utilizzatori di energia, ma il problema riguarda tutte le aziende, costrette a rivedere i loro costi registrando aumenti stellari. Rispetto al gennaio dell’anno scorso, devono sopportare il raddoppio dei costi dell’energia.
Per Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia, «il rischio di un lockdown produttivo c’è. Molte fabbriche stanno decidendo se stare aperte o chiuse, pur in presenza di ordini, perché non ce la fanno a pagare le bollette». La stima degli esperti è che il caro-energia, oltre a mettere a dura prova il sistema produttivo, avrà un costo notevole per l’economia italiana, che in questo 2022 sarà più povera per 35 miliardi di euro. L’aumento abnorme del prezzo europeo del gas e, quindi, dell’elettricità in Italia (+572% a dicembre sul pre-crisi), se persistesse, metterebbe a rischio l’attività nei settori energivori.
Il Centro studi di Confindustria ha misurato i primi impatti sulla produzione industriale in Italia (-0,6% in ottobre, dopo la frenata nel terzo trimestre). Secondo la Cgia di Mestre, sono 500.000 i posti a rischio per il caro energia. I settori energivori contano circa 1,8 milioni di lavoratori e di questi il 30% potrebbe essere costretto a rimanere a casa per il fermo della produzione. Nei prossimi mesi, con variazioni annue delle tariffe che in alcuni comparti rischiano di raggiungere il +250%, molte aziende del vetro, della carta e della ceramica, ma anche del cemento, della plastica e della produzione dei laterizi potrebbero essere costrette a fermare la produzione, perché non in grado di far fronte all’aumento esponenziale di questi costi fissi.
Toccati anche i settori della meccanica pesante, dell’alimentazione e della chimica. Per molte aziende quindi è più conveniente spegnere i macchinari, come per esempio hanno fatto le Fonderie di Torbole (Brescia), fornitore di dischi e tamburi freno per il comparto auto, che a metà dicembre hanno fermato la produzione per 40 giorni: «Impossibile pensare di produrre e di creare valore in queste condizioni», dice il numero uno aziendale, Enrico Frigerio.
I più colpiti sono settori che in questo momento stanno dando un contributo fondamentale alla ripresa economica del Paese, con livelli di vendite all’estero mai toccati in precedenza. Secondo la Cgia, tra i distretti da tutelare maggiormente ci sono quello cartario di Lucca-Capannori, le materie plastiche di Treviso, Vicenza e Padova, i metalli di Brescia-Lumezzane, il settore metalmeccanico del basso Mantovano e di Lecco, le piastrelle di Sassuolo, la termomeccanica di Padova e il vetro di Murano. I settori energivori sono tanti. In ballo c’è anche la moda, la seconda manifattura del Paese che ha 50mila imprese e 400mila lavoratori.
Il ministro Roberto Cingolani sta valutando di aumentare la produzione di gas nazionale attraverso i giacimenti già aperti. Avviare le perforazioni nell’Adriatico porterebbe anche fino a 7 miliardi di metri cubi in più di gas, ma l’operazione anni fa fu osteggiata perché si diceva che c’era il rischio di far finire Venezia sott’acqua, figuriamoci oggi che l’Europa sta puntando tutto sull’economia green. Ma mentre si discute, la bolletta sale. E ad annegare sono le aziende.
«Più produciamo, più soldi perdiamo. Costretti a fermare i macchinari»
«I concorrenti turchi e indiani ci ruberanno i nostri mercati»
«Se va avanti così, rischiamo di cedere quote di mercato ai competitor turchi e indiani. E comunque saremo costretti a scaricare sul prodotto finale i maggiori costi energetici, con il rischio che le oscillazioni così rilevanti e imprevedibili costringano a modificare i listini in continuazione. Ma è un problema anche la mancanza di una posizione chiara sulla politica energetica da parte della Commissione europea, in termini ad esempio di quali fonti siano realmente utilizzabili per la transizione ecologica». Giovanni Savorani, presidente di Confindustria ceramica, ha davanti a sé i dati della chiusura del 2021 che certificano un andamento brillante del settore: volumi di vendite intorno ai 458 milioni di metri quadrati (+12% rispetto al 2019), export in crescita del 13% e vendite sul mercato domestico in aumento del 9%. Ma a rovinare la festa ci si è messo il caro energia.
Può farci una fotografia del momento che sta vivendo l’industria della ceramica?
«Il settore nel 2021 è andato molto bene fino a settembre e la domanda è rimasta altissima anche a ottobre, quando i costi di produzione sono esplosi. Il gas, che costava 20-25 centesimi al metro cubo, è andato a 180 centesimi, fino a 7-8 volte tanto. Ci hanno spiegato che è un fenomeno geopolitico ma l’industria si trova a dover fronteggiare oscillazioni di costo rilevanti. Ogni giorno in azienda si fanno riunioni con i nostri dirigenti per capire come gestire questa situazione».
In che misura il caro gas incide sul fatturato del settore?
«Il fatturato delle piastrelle di ceramica nel 2021 è arrivato a circa 5,9 miliardi di euro ma la bolletta del metano, che era intorno ai 250 milioni l’anno, ora è schizzata a 1,25 miliardi. Come possiamo assorbire questi spropositati incrementi di costo è il dilemma di ogni impresa. È chiaro che dovremmo incrementare i prezzi dei nostri prodotti, ma ci sono evidenti limiti».
Rincarando i prodotti finali non rischiate di favorire competitori che non hanno questo problema?
«È proprio questo il problema. Noi esportiamo l’85% del prodotto e fuori dall’Europa va il 33-34%. Mentre in Europa giochiamo ad armi pari, non è così al di fuori. In poche parole, stiamo rischiando il lavoro. Tant’è che all’inizio di ottobre siamo andati a Roma a chiedere che la cassa integrazione ricomprendesse anche queste situazioni straordinarie. Oggi 4-5 aziende hanno già fatto ricorso alla cassa straordinaria e tante altre stanno utilizzando le ferie arretrate. È un problema che riguarda tutti i settori dell’industria e quando colpirà l’alimentare allora saranno guai seri. Un altro tema è l’alto costo della transizione ecologica».
Caro energia ed effetti dell’accelerazione dell’economia green si stanno sommando?
«Stiamo pagando salato le emissioni di CO2 senza che esista un’alternativa. In attesa di altre fonti energetiche, è scattato tutto il meccanismo della transizione ecologica e il mercato della CO2, per scelte ideologiche scollegate dalla realtà scientifica, è nelle mani della speculazione con costi che sono diventati 20 volte quelli iniziali. Ora la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ci viene a dire che il gas metano è necessario per gestire la transizione energetica, come il ministro Cingolani sostiene da tempo: ma allora perché in questa fase la burocrazia di Bruxelles tassa le nostre emissioni già ottimizzate con imponenti investimenti e senza alternative? Come facciamo a vivere con questi prezzi?».
La ceramica come intende difendersi?
«La domanda per i nostri prodotti è alta nel mondo. Sono convinto che per il nostro settore ci sarà una via d’uscita ma sarà cara, perché dovremo aumentare i prezzi e si rischia di perdere quote di mercato. In mancanza di interventi devono preoccupare le conseguenze per l’occupazione di qualità che anche il nostro settore, come tutte le industrie manifatturiere, garantisce sui nostri territori, così come i rincari generalizzati dei prezzi con le conseguenti difficoltà per le famiglie a far quadrare i bilanci».
Ci sono Paesi che potrebbero avvantaggiarsi della vostra difficoltà?
«Certo, Turchia e India troveranno una strada aperta se andiamo fuori mercato. Anche perché i player finanziari andranno a investire in quei Paesi. È una delocalizzazione subdola. Un importante fondo inglese che opera anche nella ceramica, dopo aver fatto investimenti in Spagna e Italia, a novembre si è spostato in Turchia. Non li biasimo, vanno dove c’è convenienza».
Non è che rischiate anche il voltafaccia delle banche? Dare prestiti ad aziende strozzate dagli alti costi potrebbe essere pericoloso.
«Spero di no. Ho fatto proprio questa domanda a una primaria banca italiana e mi ha detto di no, ma il timore c’è. Sarebbe il colmo».
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Bolletta rovente: i fortissimi rincari fermano moltissimo imprese. A rischio 500.000 posti di lavoro. In crisi il distretto della carta di Lucca, quello delle materie plastiche di Treviso, quello dei metalli di Brescia e Lumezzane, quello del vetro di Murano e della meccanica di Lecco. Anche la moda è in ginocchio. E gli aiuti del governo sono insufficienti.Il numero uno di Assofond, Fabio Zanardi: «Da 12 anni non vedevamo tanti ordini, tutto in fumo».Il presidente degli imprenditori del settore, Giovanni Savorani: «I maggiori costi si scaricheranno sui prezzi. Ma problemi vengono anche dall’Ue, non c’è chiarezza sulle fonti di energia utilizzabili per la transizione ecologica».Lo speciale contiene tre articoli.A breve perfino comprare un mazzo di fiori diventerà un privilegio per pochi. Con il gasolio schizzato a cifre stellari, le serre stanno chiudendo o rallentano. È una mossa obbligata, dal momento che la produzione di fertilizzanti e il riscaldamento delle colture hanno raggiunto quotazioni impensabili qualche mese fa. Per non parlare degli imballaggi, delle acciaierie, della ceramica. Che fare? Scaricare i rincari energetici sul prodotto finale rischia di compromettere un posizionamento di rilievo sul mercato. Il paradosso è che il 2021 ha segnato un incremento generalizzato degli ordini, con una domanda in crescita, con l’export che marcia a pieno ritmo e con prospettive di sviluppo dell’economia. Tutto bene, quindi, finché le quotazioni del gas non sono impazzite: tra marzo e novembre rialzi del 350% e solo a dicembre +39%. L’escalation è cominciata alla fine del lockdown, quando l’economia mondiale ha ripreso a marciare chiedendo al mercato più energia e contemporaneamente l’Europa decideva di accelerare la transizione energetica e quindi la decarbonizzazione. riducendo gli investimenti nell’estrazione di gas. A questo scenario ora si è aggiunto un altro fattore che ha a che fare con gli equilibri della geopolitica: la tensione tra Russia e Ucraina. Una guerra ai confini dell’Europa ci interessa eccome, dal momento che la Ue da tempo ha rinunciato a una propria autonomia energetica ed è diventata sempre più dipendente da Mosca. Mentre l’Europa chiudeva i giacimenti, la Russia si faceva avanti per soddisfare la domanda crescente di energia. In Italia la metà dell’energia elettrica si produce con il gas e un altro 10% viene dal nucleare francese, da noi sempre criticato ma che ci ha fatto comodo. Ora Mosca, in base a come evolverà la partita sull’Ucraina, può regolare a suo piacimento i rubinetti del gasdotto e mettere in ginocchio l’industria europea. Sembra che sia arrivato il momento critico in cui i nodi vengono al pettine.Le tariffe energetiche, nonostante il deficit aggiuntivo deciso dal governo, sono aumentate mediamente nel 2021 di quasi il 30%. Un intervento quasi simbolico quello di palazzo Chigi, considerata l’ondata di rincari dei prezzi del petrolio e del gas naturale. Chi soffre di più sono i settori produttivi grandi utilizzatori di energia, ma il problema riguarda tutte le aziende, costrette a rivedere i loro costi registrando aumenti stellari. Rispetto al gennaio dell’anno scorso, devono sopportare il raddoppio dei costi dell’energia. Per Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia, «il rischio di un lockdown produttivo c’è. Molte fabbriche stanno decidendo se stare aperte o chiuse, pur in presenza di ordini, perché non ce la fanno a pagare le bollette». La stima degli esperti è che il caro-energia, oltre a mettere a dura prova il sistema produttivo, avrà un costo notevole per l’economia italiana, che in questo 2022 sarà più povera per 35 miliardi di euro. L’aumento abnorme del prezzo europeo del gas e, quindi, dell’elettricità in Italia (+572% a dicembre sul pre-crisi), se persistesse, metterebbe a rischio l’attività nei settori energivori.Il Centro studi di Confindustria ha misurato i primi impatti sulla produzione industriale in Italia (-0,6% in ottobre, dopo la frenata nel terzo trimestre). Secondo la Cgia di Mestre, sono 500.000 i posti a rischio per il caro energia. I settori energivori contano circa 1,8 milioni di lavoratori e di questi il 30% potrebbe essere costretto a rimanere a casa per il fermo della produzione. Nei prossimi mesi, con variazioni annue delle tariffe che in alcuni comparti rischiano di raggiungere il +250%, molte aziende del vetro, della carta e della ceramica, ma anche del cemento, della plastica e della produzione dei laterizi potrebbero essere costrette a fermare la produzione, perché non in grado di far fronte all’aumento esponenziale di questi costi fissi. Toccati anche i settori della meccanica pesante, dell’alimentazione e della chimica. Per molte aziende quindi è più conveniente spegnere i macchinari, come per esempio hanno fatto le Fonderie di Torbole (Brescia), fornitore di dischi e tamburi freno per il comparto auto, che a metà dicembre hanno fermato la produzione per 40 giorni: «Impossibile pensare di produrre e di creare valore in queste condizioni», dice il numero uno aziendale, Enrico Frigerio.I più colpiti sono settori che in questo momento stanno dando un contributo fondamentale alla ripresa economica del Paese, con livelli di vendite all’estero mai toccati in precedenza. Secondo la Cgia, tra i distretti da tutelare maggiormente ci sono quello cartario di Lucca-Capannori, le materie plastiche di Treviso, Vicenza e Padova, i metalli di Brescia-Lumezzane, il settore metalmeccanico del basso Mantovano e di Lecco, le piastrelle di Sassuolo, la termomeccanica di Padova e il vetro di Murano. I settori energivori sono tanti. In ballo c’è anche la moda, la seconda manifattura del Paese che ha 50mila imprese e 400mila lavoratori. Il ministro Roberto Cingolani sta valutando di aumentare la produzione di gas nazionale attraverso i giacimenti già aperti. Avviare le perforazioni nell’Adriatico porterebbe anche fino a 7 miliardi di metri cubi in più di gas, ma l’operazione anni fa fu osteggiata perché si diceva che c’era il rischio di far finire Venezia sott’acqua, figuriamoci oggi che l’Europa sta puntando tutto sull’economia green. Ma mentre si discute, la bolletta sale. 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Ma è un problema anche la mancanza di una posizione chiara sulla politica energetica da parte della Commissione europea, in termini ad esempio di quali fonti siano realmente utilizzabili per la transizione ecologica». Giovanni Savorani, presidente di Confindustria ceramica, ha davanti a sé i dati della chiusura del 2021 che certificano un andamento brillante del settore: volumi di vendite intorno ai 458 milioni di metri quadrati (+12% rispetto al 2019), export in crescita del 13% e vendite sul mercato domestico in aumento del 9%. Ma a rovinare la festa ci si è messo il caro energia. Può farci una fotografia del momento che sta vivendo l’industria della ceramica? «Il settore nel 2021 è andato molto bene fino a settembre e la domanda è rimasta altissima anche a ottobre, quando i costi di produzione sono esplosi. Il gas, che costava 20-25 centesimi al metro cubo, è andato a 180 centesimi, fino a 7-8 volte tanto. Ci hanno spiegato che è un fenomeno geopolitico ma l’industria si trova a dover fronteggiare oscillazioni di costo rilevanti. Ogni giorno in azienda si fanno riunioni con i nostri dirigenti per capire come gestire questa situazione». In che misura il caro gas incide sul fatturato del settore? «Il fatturato delle piastrelle di ceramica nel 2021 è arrivato a circa 5,9 miliardi di euro ma la bolletta del metano, che era intorno ai 250 milioni l’anno, ora è schizzata a 1,25 miliardi. Come possiamo assorbire questi spropositati incrementi di costo è il dilemma di ogni impresa. È chiaro che dovremmo incrementare i prezzi dei nostri prodotti, ma ci sono evidenti limiti». Rincarando i prodotti finali non rischiate di favorire competitori che non hanno questo problema? «È proprio questo il problema. Noi esportiamo l’85% del prodotto e fuori dall’Europa va il 33-34%. Mentre in Europa giochiamo ad armi pari, non è così al di fuori. In poche parole, stiamo rischiando il lavoro. Tant’è che all’inizio di ottobre siamo andati a Roma a chiedere che la cassa integrazione ricomprendesse anche queste situazioni straordinarie. Oggi 4-5 aziende hanno già fatto ricorso alla cassa straordinaria e tante altre stanno utilizzando le ferie arretrate. È un problema che riguarda tutti i settori dell’industria e quando colpirà l’alimentare allora saranno guai seri. Un altro tema è l’alto costo della transizione ecologica». Caro energia ed effetti dell’accelerazione dell’economia green si stanno sommando? «Stiamo pagando salato le emissioni di CO2 senza che esista un’alternativa. In attesa di altre fonti energetiche, è scattato tutto il meccanismo della transizione ecologica e il mercato della CO2, per scelte ideologiche scollegate dalla realtà scientifica, è nelle mani della speculazione con costi che sono diventati 20 volte quelli iniziali. Ora la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ci viene a dire che il gas metano è necessario per gestire la transizione energetica, come il ministro Cingolani sostiene da tempo: ma allora perché in questa fase la burocrazia di Bruxelles tassa le nostre emissioni già ottimizzate con imponenti investimenti e senza alternative? Come facciamo a vivere con questi prezzi?». La ceramica come intende difendersi? «La domanda per i nostri prodotti è alta nel mondo. Sono convinto che per il nostro settore ci sarà una via d’uscita ma sarà cara, perché dovremo aumentare i prezzi e si rischia di perdere quote di mercato. In mancanza di interventi devono preoccupare le conseguenze per l’occupazione di qualità che anche il nostro settore, come tutte le industrie manifatturiere, garantisce sui nostri territori, così come i rincari generalizzati dei prezzi con le conseguenti difficoltà per le famiglie a far quadrare i bilanci». Ci sono Paesi che potrebbero avvantaggiarsi della vostra difficoltà? «Certo, Turchia e India troveranno una strada aperta se andiamo fuori mercato. Anche perché i player finanziari andranno a investire in quei Paesi. È una delocalizzazione subdola. Un importante fondo inglese che opera anche nella ceramica, dopo aver fatto investimenti in Spagna e Italia, a novembre si è spostato in Turchia. Non li biasimo, vanno dove c’è convenienza». Non è che rischiate anche il voltafaccia delle banche? Dare prestiti ad aziende strozzate dagli alti costi potrebbe essere pericoloso. «Spero di no. Ho fatto proprio questa domanda a una primaria banca italiana e mi ha detto di no, ma il timore c’è. Sarebbe il colmo».
Insomma, Frey vuole mantenere Minneapolis una città santuario: un’amministrazione municipale, cioè, che si rifiuta di cooperare con le autorità federali nel contrasto all’immigrazione clandestina. Si tratta di una frenata, quella del sindaco, che contraddice in sostanza l’accordo concluso, lunedì, tra Trump e Walz: un accordo in base a cui le autorità locali del Minnesota avrebbero collaborato con gli agenti federali sull’immigrazione irregolare e, al contempo, Washington avrebbe ridotto le proprie forze presenti sul territorio. Non a caso, ieri Trump ha detto che, con l’arrivo di Tom Homan in Minnesota, l’Ice potrà avere un approccio «più rilassato».
Nel frattempo, martedì, durante un evento pubblico, la deputata dem del Minnesota, nonché feroce critica dell’Ice, Ilhan Omar, è stata raggiunta da un uomo che ha cercato di spruzzarle addosso un liquido ignoto: secondo gli inquirenti, pare si trattasse di aceto di mele. L’uomo, che ha precedenti penali per guida in stato d’ebbrezza, è stato arrestato con l’accusa di aggressione di terzo grado, mentre Trump ha lasciato intendere che, a suo parere, l’episodio sarebbe stato orchestrato ad arte, definendo la parlamentare una «truffatrice». Ricordiamo che la Omar, uscita illesa dall’accaduto, rappresenta l’ala sinistra del Partito democratico e che è una dei più irriducibili avversari del presidente americano.
Frattanto, il vicecapo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, ha affermato che gli agenti federali «potrebbero non aver seguito» il protocollo corretto nel caso della sparatoria in cui è rimasto ucciso Alex Pretti. Nel mentre, gli agenti coinvolti in questa vicenda sono stati messi in congedo amministrativo per tre giorni: svolgeranno mansioni d’ufficio almeno fin quando l’inchiesta su questo caso non sarà conclusa. Dall’altra parte, Fox News ha rivelato che alcuni dei manifestati anti Ice arrestati lunedì sera dalla polizia di Maple Grove avrebbero dei precedenti penali. Uno di loro, Justin Neal Shelton, si dichiarò colpevole di rapina aggravata nel 2007, mentre nel 2020 fu condannato per possesso d’arma da fuoco dopo aver commesso un reato violento. Un altro, Abraham Nelson Coleman, ha subito condanne, nel 2003, per furto e danneggiamento di proprietà. Un altro ancora, John Linden Gribble, è stato condannato per guida in stato d’ebbrezza.
Non si placa frattanto la bufera attorno al segretario per la Sicurezza interna, Kristi Noem. Vari parlamentari dem hanno chiesto il suo impeachment, mentre dure critiche alla diretta interessata sono arrivate anche dai senatori repubblicani, Lisa Murkowski e Thom Tillis. Ieri, Trump ha difeso la Noem, bollando entrambi come dei «perdenti». Tuttavia sembra che, dietro le quinte, la fiducia del presidente verso di lei stia traballando. A certificarlo sta il fatto che, lunedì, Trump ha affidato le operazioni dell’Ice in Minnesota a Homan, scavalcando il Dipartimento per la Sicurezza interna. Non a caso, la Noem ha avuto, lunedì sera, un colloquio a porte chiuse con lo stesso Trump, che la Cnn ha definito «schietto».
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I vandalismi verso le città d’arte nemmeno. Per quanti crimini abbia commesso, uno straniero non può mai essere espulso. A Distopia regnano bizzarre figure, i cosiddetti Giudici amministratori, che fondono sia il potere legislativo sia quello giudiziario e che per un antico incantesimo, odiano il popolo e adorano gli stranieri. I poliziotti e un secondo tipo di uomini e donne d’armi chiamati carabinieri, a Distopia, possono essere aggrediti, è permesso insultarli, è permesso a sputare loro addosso. Se qualcuno stacca loro un dito con un morso, è punito con un buffetto. Se qualcuno li ferisce, possono difendersi instaurando una civile discussione. Se usano le armi anche solo per difendersi, sono duramente puniti, le armi le portano a scopo solamente ornamentale.
Se qualcuno li ferisce o li uccide, questo non è considerato grave e, soprattutto, se un altro poliziotto o carabiniere usa le armi per difendere un collega o un cittadino, è punito con pene draconiane, addirittura con anni di prigione, oltre che essere ridotto in miseria. A Distopia succede che i poliziotti e i carabinieri ne abbiano abbastanza. È evidente che, data la loro situazione, non possono fare scioperi, alle loro categorie non è permesso e, infatti, non ne fanno. Danno le dimissioni, tutti, tutti insieme.
E poi? Come fanno a mantenere le loro famiglie? Ma è evidente! Sono uomini forti, addestrati, sanno usare le armi. Conoscono il mondo della malavita, sanno come procurarsi le armi. Cominciano a fare furti e rapine, tanto le pene date per questi reati nella inesistente Repubblica di Distopia sono infinitesimali. Inoltre, nel caso qualcuno venga ferito o addirittura ucciso nell’esercizio delle funzioni di furto e rapina, a Distopia ottiene risarcimenti incredibili come mai da carabiniere o poliziotto si sarebbe sognato. Nel libro, i poliziotti e carabinieri diventati «cattivi» esercitano il loro nuovo mestiere di ladri e e rapinatori solo nei quartieri abbienti, non rapinano nelle metropolitane, non accoltellano sui treni regionali. I loro furti e le loro rapine avvengono solo nei quartieri alti, quelli dove vivono i Giudici amministratori. Non solo: diventano anche, cosa per carità sbagliatissima, giustizieri, come gli eroi della Marvel o della Dc Comics, anche loro con costumi fantastici e, quindi, ripuliscono le città.
I poliziotti sono vestiti da Spiderman e i carabinieri da Batman. Sto lavorando sul finale. Ci sono due possibilità. La prima è che Esmeralda e Reginaldo, figli rispettivamente di un poliziotto e di una carabiniera lei, di una poliziotta e di un carabiniere lui, trovano la grotta dove si nasconde il drago che ha fatto l’incantesimo che rende folli i Giudici amministratori, la distruggono e così liberano Distopia da tutti i suoi guai. Le istituzioni ricominciano ad amare i cittadini, gli stranieri tornano ai loro Paesi che aiuteranno a costruire e, una volta tornati a casa, Distopia torna a essere Utopia, il Paese del latte e del miele, quello che sempre avrebbe dovuto essere. L’altro finale alternativo potrebbe essere che Esmeralda e Reginaldo entrano in magistratura e la riformano, riportandola a un organo che amministra la giustizia non che impone distopie, ma mi sembra troppo fantastico. Il finale con il drago è più verosimile.
Si tratta di semplice opera di fantasia, assolutamente creativa, non è un’istigazione delinquere. Sto cercando un editore. Anche un produttore: il film potrebbe essere carino. Per chi fosse interessato, organizzo corsi di scrittura creativa, con in più un master gratuito sull’uso dell’ascia. È un ottimo strumento per spaccare la legna e non morire di freddo se e quando la nostra mamma Europa ci lascerà al gelo. Saper usare un’ascia è sempre utile. Just in case. Non si sa mai.
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