• Disavanzi globali su, sfiducia nelle banche centrali, shopping Cina, meno miniere: il metallo vola a 3.900 dollari. Boom argento.
  • La Bce: l’economia Ue ristagna perché punta su export e salari bassi. Proprio il mix che ha causato le tariffe…

Lo speciale contiene due articoli.

Altro che Wall Street, altro che criptovalute, altro che promesse di presidenti e banchieri centrali. Il re, ancora una volta, è lui: l’oro. Il metallo giallo, quello che la nonna teneva nascosto nella credenza avvolto nel fazzoletto di seta sotto forma di coroncine conservate per conto dei nipotini. Ieri ha messo a segno il trentanovesimo record del 2025. Ha superato la soglia di 3.900 dollari l’oncia spingendosi a quota 3.915 Non un rally, non un fuoco di paglia: una marcia trionfale. Ogni settimana una vetta in più, un nuovo massimo, un nuovo schiaffo a quanti ritengono il metallo giallo sia archeologia del trading. Le quotazioni sono salite del 50% dall’inizio dell’anno portandosi dietro anche le azioni delle società che si occupano di estrazione e commercializzazione. L’indice Arca Gold Miners, ha guadagnato il 117% dall’inizio dell’anno.

Gli investitori scappano verso l’oro non perché improvvisamente abbiano scoperto la gioielleria. No, è semplicemente che non si fidano più di nessuno. Per almeno cinque ragioni. I governi, tanto per cominciare. Continuano a spendere come se i soldi crescessero sugli alberi. Guerre infinite da finanziare, debiti che si accumulano, deficit che si gonfiano. Gli Stati Uniti sono arrivati persino allo shutdown: l’amministrazione ha chiuso i battenti come un bar di provincia la domenica pomeriggio. «Chiuso fino a nuovo avviso». Una superpotenza trasformata in un cartello da ferramenta.

E, secondo motivo, la sfiducia nell’Europa. Da anni recita la filastrocca dell’austerità ma ogni bilancio aggiunge deficit come se fossero punti fedeltà. Risultato: la moneta perde valore. Dollaro, euro, sterlina. Rettangoli di carta colorata. Perché mai qualcuno dovrebbe fidarsi? Meglio il lingotto: quello almeno brilla.

Terzo motivo: le banche centrali, il grande spettacolo del nostro tempo. Negli ultimi dodici mesi hanno infilato 168 tagli dei tassi. Centosessantotto! Sembra una televendita: «Solo oggi, i vostri soldi con lo sconto». È il Black Friday permanente del denaro. La logica è chiara: per sostenere la crescita abbassano i tassi, ma il messaggio che arriva è un altro: i soldi valgono sempre meno. E allora la gente compra oro. Meglio non fidarsi.

La Fed, che dovrebbe essere indipendente, ormai è il pupazzo di Washington. Ogni volta che Powell apre bocca, la Casa Bianca lo rimprovera come il maestro nei confronti dell’alunno negligente. La Bce sembra il classico gruppo di condominio che litiga sull’ascensore: falchi contro colombe, rigoristi contro espansionisti. Risultato? L’inflazione che a settembre torna ad alzare la testa e la parola che nessuno vuole pronunciare – stagflazione – che comincia a circolare. Christine Lagarde assicura che «la situazione è sotto controllo». Ma sarà davvero così? E poi c’è la Cina, quarto motore del rialzo. Il più potente di tutti. Pechino compra oro come se non ci fosse un domani. Lo fa per blindare le riserve, ma anche per lanciare lo yuan come moneta di riferimento negli scambi internazionali. Soprattutto per quanto riguarda gli acquisti di energia. Più lingotti in cassaforte, più credibilità per la valuta di Pechino. Altro che dollaro, altro che euro. La Cina prepara la sua alternativa e intanto svuota il mercato dell’oro. Mentre l’Occidente si perde in discussioni infinite, Xi Jinping fa shopping di lingotti. E come se non bastasse, c’è anche il problema dell’offerta: quinta causa del rialzo delle quotazioni. Le miniere estraggono sempre meno. E in caso di scoperta passano dieci anni prima che diventi operativa. Dieci anni! In un mondo che brucia risorse a velocità folle, l’oro diventa ogni giorno più raro. E cosa succede quando un bene è scarso e in molti vogliono acquistarlo? Esatto: sale di prezzo.

In fondo, la corsa dell’oro è il vero referendum globale. Ogni record non è solo un numero, è un gigantesco voto di sfiducia. Contro i governi che spendono senza coperture, contro le banche centrali che giocano con i tassi, contro l’instabilità. È come se il mercato avesse deciso: «Non crediamo più a voi. Non crediamo più alle vostre parole. Crediamo solo a quello che possiamo toccare. E l’oro, almeno, non mente».

Così siamo arrivati al trentanovesimo record del 2025. E chissà quanti altri arriveranno. Ogni volta che un governo annuncia «abbiamo trovato la ricetta per lo sviluppo», il prezzo dell’oro sale di altri dieci dollari. Ogni volta che un governatore centrale pronuncia «soft landing» (rientro morbido), gli investitori comprano lingotti. È diventata quasi una legge della fisica.

La verità è che, in mezzo a questo caos, l’unico presidente rieletto senza rivali è lui: il metallo giallo. Non ha partito, non ha opposizione. Ogni volta che c’è crisi, vince. Ogni volta che la fiducia crolla, guadagna punti. L’oro è il candidato eterno: non parla mai, ma governa sempre.

E allora sì, si può dire con ironia che il 2025 sarà ricordato come l’anno in cui l’oro ha riscritto la politica mondiale a colpi di record. Perché, mentre tutti gli altri si perdono in chiacchiere, lui resta lì, imperturbabile. Solido, raro, prezioso.

E non c’è banca centrale che tenga: l’unica cintura di sicurezza che il mondo ha davvero trovato è quella chiusa in una cassetta di sicurezza.

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