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2018-06-30
L’Occidente evoluto è una creatura della Chiesa cattolica
ANSA
Ah, come sarebbe bello se non ci fossero più la Chiesa e i cattolici. Anzi, come sarebbe bello se non esistesse proprio più la religione, come John Lennon si augurava in Imagine, la sua canzone più fortunata. Sono pensieri un po' spinti e da qualche anno forse démodé, ma che in cuor loro i liberal di mezzo mondo tutt'ora condividono, persuasi come sono dell'equazione secondo cui a meno fede religiosa, specie cristiana, corrisponda più progresso scientifico e sociale. Una bufala già sconfessata da fior di studiosi, si pensi in particolare ai libri del sociologo Rodney Stark, ma in questi giorni fatta definitivamente a pezzi da una nuova, monumentale ricerca.
Si tratta di un lavoro di ben 174 pagine con cui gli autori, quattro studiosi guidati da Jonathan Schulz, ricercatore dell'università di Harvard, hanno deciso d'indagare l'origine della psicologia, potremmo dire della mentalità, delle persone del mondo weird, acronimo che sta per western, educated, industrialized, rich and democratic, «occidentale, colto, industrializzato, ricco e democratico». A muovere tale curiosità è la peculiarità degli occidentali, a livello psicologico studiatissimi - il 96% delle ricerche del settore li ha utilizza come campione - ma ben poco rappresentativi dell'umanità se si pensa che sette persone su dieci, al mondo, non solo non sono weird, ma hanno idee e valori agli antipodi.
«Se non fossi nato weird», ha scritto una volta Steve Mithen, docente di archeologia all'università di Reading, ironizzando, ma non troppo, sulla sua distanza etica da certi non occidentali, «avrei potuto dover strangolare mia sorella se suo marito fosse morto o uccidere mio figlio appena nato se fosse sembrato debole, anche se avrei potuto probabilmente delegare il compito alla madre». Ebbene, perché noi non solo desideriamo ma istintivamente condanniamo simili atti? Che cosa, in altre parole, ha favorito la genesi della psiche occidentale?
Per rispondere a questa domanda gli autori della ricerca di cui dicevamo, significativamente intitolata The origins of weird psychology e pubblicata sul portale PsyArXiv, si sono basati su alcuni punti fermi, a partire dalla grande variabilità storica delle istituzioni legate alla parentela e al matrimonio, e dal fatto che le motivazioni, le emozioni, le percezioni, gli stili di pensiero e altri aspetti della cognizione delle persone risultino pesantemente influenzati dalle norme e dalle reti sociali.
Ebbene, con queste premesse, e in seguito ad un'articolatissima analisi storica sia continentale europea sia interna ad alcuni singoli Paesi, Schulz e colleghi sono giunti alla conclusione che ciò che ha avviato l'occidentalizzazione della nostra cultura sono state le politiche e le regole morali di cui, su matrimonio, famiglia e discendenza, è stata promotrice la Chiesa cattolica. «È stata l'esposizione alla cristianità occidentale di alcune specifiche popolazioni», hanno infatti concluso gli studiosi, «ad aver reso queste assai diverse da quasi tutte le altre popolazioni del mondo». Diverse, cioè weird, termine che, ironia della sorte, si può per l'appunto tradurre come «strane».
Per suffragare questa tesi, sorprendente se si considera la totale laicità della fonte, gli autori di questa ricerca, esaminato il radicarsi della morale familiare cattolica - che per esempio in ambito celtico viene individuato a partire dal Concilio di Cashel nel 1171, che sancì il rifiuto della poligamia, e per la Spagna e la Portogallo con la Reconquista, la vittoriosa reazione cristiana all'invasione musulmana -, asseriscono come a esso siano conseguiti da un lato la predominanza sulle vecchie istituzioni parentali europee della famiglia nucleare, la comunità riproduttiva composta solo da madre, padre e figli, e, dall'altro, l'affermarsi di nuove istituzioni impersonali, inclusi i governi rappresentativi, dei diritti individuali e di nuove logiche di mercato, embrioni delle odierne.
Nessun elemento strutturale dell'Occidente, è insomma la tesi di Schulz, sarebbe come lo conosciamo senza l'influsso determinante della Chiesa cattolica. Un pensiero talmente ardito da sembrare apologetico eppure, lo si ripete, frutto della più sofisticata ricerca di chi lavora ad Harvard, mica in Vaticano, dove peraltro oggi come oggi certe cose, così poco ecumeniche, si guardano bene dal dirle. In effetti, l'idea che l'Occidente sia eredità cattolica è idea forse forte e sicuramente indigesta ai progressisti, secondo i quali sarebbe stata la Rivoluzione francese, da sola, a traghettarci nella civiltà.
Eppure The origins of weird psychology, che ha il solo limite di essere uno studio specialistico e non divulgativo, racconta tutta un'altra storia. Una storia per molti versi rivoluzionaria dato che, se è vero che alla tesi attribuita a Max Weber secondo cui sarebbe stato il mondo protestante a inventare il capitalismo modernizzando l'Europa oggi credono solo gli allocchi, è pure vero che fino ad oggi nessuno s'era spinto a indicare una matrice non giudaico-cristiana, ma specificamente cattolica al mondo occidentale, evoluto e democratico. Come verranno accolte le risultanze di questo studio? È ancora presto per dirlo. Di certo i mass media non gli stanno riservando grande risalto, e questa è già una prova. Della sua bontà.
Giuliano Guzzo
Müller contro i vescovi progressisti: «La rivoluzione l’ha fatta il Vangelo»
Sono arcinote le diatribe interne all'episcopato tedesco sui temi caldi della pastorale odierna: matrimonio, indissolubilità, nozze gay, apertura al sacerdozio femminile o almeno alle diaconesse, comunione per i protestanti, etc.
Papa Francesco non sembra aver ceduto in nessuno di questi punti di dottrina, ma la Chiesa della misericordia incarnata da Bergoglio si mostra costantemente dalla parte del nuovo, del progresso, dei progressisti e di coloro che sembrano rappresentare i marginali della società (anche quando spesso non lo sono).
Così, si può parlare nei fatti di una spaccatura nel mondo cattolico germanico, tra figure cardinalizie come da un lato Walter Kasper e Reinhard Marx e dall'altro Gerhard Müller e Walter Brandmüller, uno dei quattro firmatari dei famosi dubia inviati al Pontefice un anno fa.
Il 26 giugno scorso Müller ha concesso una fragorosa intervista a The catholic World Report, in cui accusa apertis verbis l'episcopato teutonico - di cui fa parte - di compromessi con il potere e i mass media, a danno dell'ortodossia della fede.
«Un gruppo di vescovi tedeschi», ha detto Müller, «con in testa il loro presidente (il Marx di cui sopra, ndr), si considerano come i creatori di nuove tendenze della Chiesa cattolica nella sua marcia verso la modernità. Essi considerano la laicizzazione e la scristianizzazione dell'Europa come uno sviluppo irreversibile». Parole indubbiamente forti, che testimoniano che certe tensioni storiche, come quelle già cinquantenarie a proposito dell'Humanae vitae, sono lì lì per esplodere, dividendo definitivamente una delle comunità cattoliche più importanti d'Occidente.
Secondo Müller, «per questa ragione, la Nuova evangelizzazione - il programma di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI - è agli occhi di questi vescovi una battaglia contro il corso della storia, che assomiglia alla lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento». Né più né meno: il programma dei Papi di ieri sarebbe stato superato e rimosso, in nome del programma del papato di oggi, o di domani…
Addirittura, per l'ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, questi prelati progressisti credono che, «tutte le dottrine della fede che si oppongono alla corrente dominante, al consenso sociale, debbano essere riformate». È ovvio che perfino un non cattolico potrebbe capire che una istituzione religiosa (o anche politica), i cui responsabili vogliono cambiare i propri principi fondamentali, tanto più se per ragioni di mera opportunità politica e mondana, non può essere credibile. E questo spiega in numeri a ribasso del cattolicesimo in Europa degli ultimi decenni: meno matrimoni religiosi, meno sacerdoti, meno suore, molti di più, specie tra i giovani, coloro che si dichiarano agnostici o atei.
Questi prelati disobbedienti non sarebbero poi 2-3 vescovi garibaldini di qualche sperduta landa sudamericana, ma gli stessi responsabili attuali della Conferenza episcopale tedesca e con loro «molti vescovi», per i quali «la verità della Rivelazione e della professione della fede cattolica non è che una variabile all'interno della politica del potere ecclesiale».
Dopo aver ribadito che non si può dare la comunione a un protestante e che il sacerdozio sarà sempre appannaggio del solo universo maschile, il cardinale ha concluso affermando che la «logica del Vangelo è rivoluzionaria in un mondo di consumismo e di narcisismo».
Fabrizio Cannone
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Lo conferma la ricerca di quattro scienziati laici sulla peculiarità delle popolazioni istruite, industrializzate, ricche e democratiche.Gerhard Müller contro i vescovi progressisti: «La rivoluzione l'ha fatta il Vangelo». Il cardinale attacca l'episcopato tedesco che vorrebbe riformare l'ortodossia della fede.Lo speciale contiene due articoli.Ah, come sarebbe bello se non ci fossero più la Chiesa e i cattolici. Anzi, come sarebbe bello se non esistesse proprio più la religione, come John Lennon si augurava in Imagine, la sua canzone più fortunata. Sono pensieri un po' spinti e da qualche anno forse démodé, ma che in cuor loro i liberal di mezzo mondo tutt'ora condividono, persuasi come sono dell'equazione secondo cui a meno fede religiosa, specie cristiana, corrisponda più progresso scientifico e sociale. Una bufala già sconfessata da fior di studiosi, si pensi in particolare ai libri del sociologo Rodney Stark, ma in questi giorni fatta definitivamente a pezzi da una nuova, monumentale ricerca. Si tratta di un lavoro di ben 174 pagine con cui gli autori, quattro studiosi guidati da Jonathan Schulz, ricercatore dell'università di Harvard, hanno deciso d'indagare l'origine della psicologia, potremmo dire della mentalità, delle persone del mondo weird, acronimo che sta per western, educated, industrialized, rich and democratic, «occidentale, colto, industrializzato, ricco e democratico». A muovere tale curiosità è la peculiarità degli occidentali, a livello psicologico studiatissimi - il 96% delle ricerche del settore li ha utilizza come campione - ma ben poco rappresentativi dell'umanità se si pensa che sette persone su dieci, al mondo, non solo non sono weird, ma hanno idee e valori agli antipodi. «Se non fossi nato weird», ha scritto una volta Steve Mithen, docente di archeologia all'università di Reading, ironizzando, ma non troppo, sulla sua distanza etica da certi non occidentali, «avrei potuto dover strangolare mia sorella se suo marito fosse morto o uccidere mio figlio appena nato se fosse sembrato debole, anche se avrei potuto probabilmente delegare il compito alla madre». Ebbene, perché noi non solo desideriamo ma istintivamente condanniamo simili atti? Che cosa, in altre parole, ha favorito la genesi della psiche occidentale? Per rispondere a questa domanda gli autori della ricerca di cui dicevamo, significativamente intitolata The origins of weird psychology e pubblicata sul portale PsyArXiv, si sono basati su alcuni punti fermi, a partire dalla grande variabilità storica delle istituzioni legate alla parentela e al matrimonio, e dal fatto che le motivazioni, le emozioni, le percezioni, gli stili di pensiero e altri aspetti della cognizione delle persone risultino pesantemente influenzati dalle norme e dalle reti sociali.Ebbene, con queste premesse, e in seguito ad un'articolatissima analisi storica sia continentale europea sia interna ad alcuni singoli Paesi, Schulz e colleghi sono giunti alla conclusione che ciò che ha avviato l'occidentalizzazione della nostra cultura sono state le politiche e le regole morali di cui, su matrimonio, famiglia e discendenza, è stata promotrice la Chiesa cattolica. «È stata l'esposizione alla cristianità occidentale di alcune specifiche popolazioni», hanno infatti concluso gli studiosi, «ad aver reso queste assai diverse da quasi tutte le altre popolazioni del mondo». Diverse, cioè weird, termine che, ironia della sorte, si può per l'appunto tradurre come «strane». Per suffragare questa tesi, sorprendente se si considera la totale laicità della fonte, gli autori di questa ricerca, esaminato il radicarsi della morale familiare cattolica - che per esempio in ambito celtico viene individuato a partire dal Concilio di Cashel nel 1171, che sancì il rifiuto della poligamia, e per la Spagna e la Portogallo con la Reconquista, la vittoriosa reazione cristiana all'invasione musulmana -, asseriscono come a esso siano conseguiti da un lato la predominanza sulle vecchie istituzioni parentali europee della famiglia nucleare, la comunità riproduttiva composta solo da madre, padre e figli, e, dall'altro, l'affermarsi di nuove istituzioni impersonali, inclusi i governi rappresentativi, dei diritti individuali e di nuove logiche di mercato, embrioni delle odierne.Nessun elemento strutturale dell'Occidente, è insomma la tesi di Schulz, sarebbe come lo conosciamo senza l'influsso determinante della Chiesa cattolica. Un pensiero talmente ardito da sembrare apologetico eppure, lo si ripete, frutto della più sofisticata ricerca di chi lavora ad Harvard, mica in Vaticano, dove peraltro oggi come oggi certe cose, così poco ecumeniche, si guardano bene dal dirle. In effetti, l'idea che l'Occidente sia eredità cattolica è idea forse forte e sicuramente indigesta ai progressisti, secondo i quali sarebbe stata la Rivoluzione francese, da sola, a traghettarci nella civiltà. Eppure The origins of weird psychology, che ha il solo limite di essere uno studio specialistico e non divulgativo, racconta tutta un'altra storia. Una storia per molti versi rivoluzionaria dato che, se è vero che alla tesi attribuita a Max Weber secondo cui sarebbe stato il mondo protestante a inventare il capitalismo modernizzando l'Europa oggi credono solo gli allocchi, è pure vero che fino ad oggi nessuno s'era spinto a indicare una matrice non giudaico-cristiana, ma specificamente cattolica al mondo occidentale, evoluto e democratico. Come verranno accolte le risultanze di questo studio? È ancora presto per dirlo. Di certo i mass media non gli stanno riservando grande risalto, e questa è già una prova. Della sua bontà.Giuliano Guzzo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/loccidente-evoluto-e-una-creatura-della-chiesa-cattolica-2582441861.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="muller-contro-i-vescovi-progressisti-la-rivoluzione-lha-fatta-il-vangelo" data-post-id="2582441861" data-published-at="1781301843" data-use-pagination="False"> Müller contro i vescovi progressisti: «La rivoluzione l’ha fatta il Vangelo» Sono arcinote le diatribe interne all'episcopato tedesco sui temi caldi della pastorale odierna: matrimonio, indissolubilità, nozze gay, apertura al sacerdozio femminile o almeno alle diaconesse, comunione per i protestanti, etc. Papa Francesco non sembra aver ceduto in nessuno di questi punti di dottrina, ma la Chiesa della misericordia incarnata da Bergoglio si mostra costantemente dalla parte del nuovo, del progresso, dei progressisti e di coloro che sembrano rappresentare i marginali della società (anche quando spesso non lo sono). Così, si può parlare nei fatti di una spaccatura nel mondo cattolico germanico, tra figure cardinalizie come da un lato Walter Kasper e Reinhard Marx e dall'altro Gerhard Müller e Walter Brandmüller, uno dei quattro firmatari dei famosi dubia inviati al Pontefice un anno fa. Il 26 giugno scorso Müller ha concesso una fragorosa intervista a The catholic World Report, in cui accusa apertis verbis l'episcopato teutonico - di cui fa parte - di compromessi con il potere e i mass media, a danno dell'ortodossia della fede. «Un gruppo di vescovi tedeschi», ha detto Müller, «con in testa il loro presidente (il Marx di cui sopra, ndr), si considerano come i creatori di nuove tendenze della Chiesa cattolica nella sua marcia verso la modernità. Essi considerano la laicizzazione e la scristianizzazione dell'Europa come uno sviluppo irreversibile». Parole indubbiamente forti, che testimoniano che certe tensioni storiche, come quelle già cinquantenarie a proposito dell'Humanae vitae, sono lì lì per esplodere, dividendo definitivamente una delle comunità cattoliche più importanti d'Occidente. Secondo Müller, «per questa ragione, la Nuova evangelizzazione - il programma di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI - è agli occhi di questi vescovi una battaglia contro il corso della storia, che assomiglia alla lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento». Né più né meno: il programma dei Papi di ieri sarebbe stato superato e rimosso, in nome del programma del papato di oggi, o di domani… Addirittura, per l'ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, questi prelati progressisti credono che, «tutte le dottrine della fede che si oppongono alla corrente dominante, al consenso sociale, debbano essere riformate». È ovvio che perfino un non cattolico potrebbe capire che una istituzione religiosa (o anche politica), i cui responsabili vogliono cambiare i propri principi fondamentali, tanto più se per ragioni di mera opportunità politica e mondana, non può essere credibile. E questo spiega in numeri a ribasso del cattolicesimo in Europa degli ultimi decenni: meno matrimoni religiosi, meno sacerdoti, meno suore, molti di più, specie tra i giovani, coloro che si dichiarano agnostici o atei. Questi prelati disobbedienti non sarebbero poi 2-3 vescovi garibaldini di qualche sperduta landa sudamericana, ma gli stessi responsabili attuali della Conferenza episcopale tedesca e con loro «molti vescovi», per i quali «la verità della Rivelazione e della professione della fede cattolica non è che una variabile all'interno della politica del potere ecclesiale». Dopo aver ribadito che non si può dare la comunione a un protestante e che il sacerdozio sarà sempre appannaggio del solo universo maschile, il cardinale ha concluso affermando che la «logica del Vangelo è rivoluzionaria in un mondo di consumismo e di narcisismo». Fabrizio Cannone
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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