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2019-01-18
Lo spettro della Brexit selvaggia spaventa più Bruxelles che Londra
Ansa
Dopo la bocciatura del suo piano per la Brexit di martedì sera e la mozione di sfiducia evitata ventiquattro ore più tardi, il premier britannico Theresa May è stato costretto, dopo quasi due anni di negoziati, ad aprire i tavoli di discussione con i partiti d'opposizione alla Camera dei Comuni. Il suo ufficio ha spiegato ieri che il premier è determinato a far rispettare i «principi» della sua Brexit durante i colloqui avviati dopo la batosta alla Camera dei Comuni sul suo accordo per l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. Lunedì, comunque, presenterà un «piano B», che sarà poi votato il 29 gennaio.
Il portavoce di Downing Street ha parlato ieri alla stampa sottolineando la disponibilità del premier ad ascoltare «con spirito costruttivo» le richieste e le indicazioni dei vari gruppi ma, non appena gli è stato chiesto quanto Theresa May fosse disposta a cedere sulle sue linee rosse, ha spiegato: «Vuole onorare il risultato del referendum». Ciò significa no all'unione doganale e no a un secondo referendum, le due opzioni caldeggiate dai partiti che si sono seduti al tavolo con lei.
Onorare l'esito della votazione del 23 giugno 2016, secondo la May, che considera una nuova votazione il più grave tradimento del suo popolo, implica una politica commerciale indipendente (ecco spiegato il no all'unione doganale). Il portavoce di Downing Street ha però indicato nei diritti dei lavoratori e negli standard ambientali i due temi su cui il premier è aperta a discussioni. Eventuali concessi al Partito laburista aprirebbero la strada a una versione ancora più soft della Brexit.
Ma i colloqui sono partiti con il piede sbagliato. Il premier May ha incontrato i vertici del Partito liberaldemocratico, del Partito nazionale scozzese e del gallese Plaid Cymru. Ma non Jeremy Corbyn, leader del maggior partito d'opposizione, che ha chiesto al premier conservatore, quale precondizione per dialogare, l'impegno a escludere dal tavolo l'ipotesi dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea senza un accordo, cioè il caso «no deal», quello che più preoccupa Londra ma anche Bruxelles. Theresa May, che pur non ha chiuso la porta, si è detta «delusa» dall'atteggiamento di Corbyn, convinta che il leader laburista, nonostante la mozione contro il governo da lui presentata e bocciata mercoledì sera dalla Camera dei Comuni, punti ancora a sfiduciarla per portare il Paese a elezioni anticipate. Per Corbyn rimane, infatti, questa la strada migliore per «uscire dal vicolo cieco» in cui è finita la Brexit. Tuttavia, dopo il flop della mozione e sotto la pressione del suo partito, il leader laburista ha iniziato a valutare anche l'opzione di «una nuova consultazione pubblica», cioè un secondo referendum.
Nel frattempo, i 27 Paesi dell'Ue hanno iniziato a lavorare sui piani per far fronte allo scenario «no deal». All'inizio dei negoziati, il Regno Unito si divideva tra chi sosteneva la «soft Brexit» e chi la «hard Brexit». Ora, con un unico piano sul tavolo, quello di Theresa May bocciato dai ribelli nel Partito conservatore perché ritenuto troppo morbido, lo scenario più duro è quello dell'uscita senza accordo.
Un'eventualità che vuole evitare anche l'Unione europea, come dimostra una dichiarazione del portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, che ieri ha spiegato, in merito ai contatti tra Bruxelles e Londra, che «il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il premier britannico Theresa May non hanno parlato, ma sono in contatto via sms». La paura del «no deal» nelle stanze europee è provata anche da quando detto da Michel Barnier, capo negoziatore dell'Ue per la Brexit: «Se il Regno Unito sposterà i suoi paletti, faremo altrettanto». Il suo auspicio è che le consultazioni avviata dal premier britannico possano portare a «una nuova fase» delle trattative, per arrivare a un divorzio «ordinato».
È evidente dalle parole dei leader europei il timore del «no deal», ipotesi che spesso viene descritta come spaventosa per Londra ma che sta iniziando a intimorire anche Bruxelles. Per tre ragioni. La prima è politica: impedendo un'uscita «ordinata» a suon di no, l'Unione europea alimenterebbe i sospetti di chi la ritiene un meccanismo dal quale è impossibile uscire anche volendolo. Le altre due ragioni sono economiche. Una riguarda l'assegno di divorzio che il Regno Unito ha accettato di versare all'Unione europea per saldare i conti della Brexit: 39 miliardi di sterline (circa 45 miliardi di euro), che Bruxelles non incasserebbe in caso di «no deal» venendo meno l'accordo che li prevede. L'altra riguarda i servizi finanziari, per i quali Londra è piazza fondamentale a livello europeo e mondiale (il Regno Unito, invece, importa dall'Ue soprattutto merci). In caso di uscita senza accordo, infatti, i singoli governi europei sarebbero costretti, per salvaguardare le prestazioni dei servizi finanziari, a trattative bilaterali con Londra. Che rischiano di essere complicate ma soprattutto, ed è ciò che spaventati mercati e investitori, lunghe.
Europee stravolte in caso di stallo
In vista dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea fissata per il 29 marzo, il Parlamento europeo ha deciso lo scorso giugno di ridurre il numero di deputati passando da 751 a 705. Saranno 73 i seggi che si libereranno in seguito alla Brexit: di questi, 46 verranno posti «in riserva» e potranno essere assegnati a eventuali nuovi Paesi aderenti; gli altri 27 verranno ridistribuiti tra 14 Paesi dell'Unione per compensare le attuali sottorappresentazioni (all'Italia toccherebbero tre seggi in più, da 73 a 76).
Come spiega però il testo approvato dall'Europarlamento, la nuova assegnazione si applicherà soltanto nel caso in cui il Regno Unito lasc l'Ue. In caso contrario, le attuali disposizioni rimarrebbero in vigore fino a nuovo ordine.
Ciò comporta che, nel caso in cui Londra e Bruxelles si accordassero su un rinvio della data della Brexit oltre l'ultima settimana di maggio, quando cioè si terranno le elezioni europee, e senza un nuovo ordine, i cittadini britannici verrebbero convocati alle urne per scegliere i loro eurodeputati.
Dopo le difficoltà del premier britannico Theresa May di compattare il suo governo, il suo partito e il suo Parlamento sull'accordo che aveva chiuso a novembre con i leader dell'Unione europea, l'ipotesi di rinvio della data della Brexit, assieme a quella di un nuovo referendum (ipotesi sostenuta ora anche da uno dei protagonista della campagna per la Brexit, l'eurodeputato dell'Ukip Nigel Farage), ha iniziato a circolare con sempre maggior insistenza sia nelle stanze di Londra sia in quelle di Bruxelles e Strasburgo. Questo scenario creerebbe un problema giuridico per l'Unione europea perché, come spiega una fonte europea alla Verità, di chiaro, a livello legale, non c'è molto.
È lo stesso problema che si è venuto a creare con l'articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che, attivato dal Regno Unito il 29 marzo 2017, ha dato inizio ai due anni di negoziati. Quell'articolo, di soli cinque paragrafi, scritto probabilmente con la convinzione che mai nessuno Stato membro avrebbe deciso di lasciare l'Unione europea, non offre dettagli tecnici sul ritiro di un Paese. Queste mancanze hanno contribuito, assieme alle tensioni tra Londra e Bruxelles, alla situazione confusa e indecifrabile nella quale versa oggi la Brexit. Anche sulla questione delle elezioni europee in caso di rinvio della data del divorzio britannico, i trattati non offrono dettagli. C'è solo il testo approvato a giugno.
Diamo un'occhiata agli scenari possibili. Se l'estensione fosse di sei settimane circa, il Regno Unito sarebbe fuori dall'Ue prima delle elezioni e non ci sarebbero problemi. Se durasse tre mesi, cioè fino a fine giugno, l'attuale Parlamento europeo sarebbe ancora nel suo mandato quinquennale e di conseguenza potrebbe ratificare l'accordo sulla Brexit. Ogni decisione europea presa dopo il 2 luglio andrebbe, invece, ratificata dall'Aula votata tra il 23 e il 26 maggio.
Inoltre, con un rinvio della Brexit, la questione dei seggi ridistribuiti rimarrebbe aperta. Pensiamo all'Italia, che guadagnerebbe tre posti all'Europarlamento: a quattro mesi dal voto, ancora non sappiamo se i deputati che dovremo eleggere saranno 73 o 76.
Ecco perché, alla fine, per evitare di aggiungere caos al caos, Londra e Bruxelles potrebbero trovarsi a firmare, nella peggiore delle ipotesi, un accordicchio che eviti altri problemi giuridici e che, soprattutto, garantisca ai cittadini europei nel Regno Unito le tutele che verrebbero meno in caso di «no deal» e ai leader di Londra e Bruxelles di evitare una figuraccia, quella di non essere riusciti a realizzare la Brexit.
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Trattative serrate nel Regno Unito per evitare l'opzione «no deal»: lunedì Theresa May presenta il suo piano B Se non si trova l'accordo, l'Ue rischia di perdere i 45 miliardi che la Gran Bretagna le deve per il divorzio. Se non esce prima di maggio, anche Londra potrebbe partecipare alle elezioni aggiungendo altro caos e scenari imprevedibili a una situazione già complicata Lo speciale comprende due articoli. Dopo la bocciatura del suo piano per la Brexit di martedì sera e la mozione di sfiducia evitata ventiquattro ore più tardi, il premier britannico Theresa May è stato costretto, dopo quasi due anni di negoziati, ad aprire i tavoli di discussione con i partiti d'opposizione alla Camera dei Comuni. Il suo ufficio ha spiegato ieri che il premier è determinato a far rispettare i «principi» della sua Brexit durante i colloqui avviati dopo la batosta alla Camera dei Comuni sul suo accordo per l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. Lunedì, comunque, presenterà un «piano B», che sarà poi votato il 29 gennaio. Il portavoce di Downing Street ha parlato ieri alla stampa sottolineando la disponibilità del premier ad ascoltare «con spirito costruttivo» le richieste e le indicazioni dei vari gruppi ma, non appena gli è stato chiesto quanto Theresa May fosse disposta a cedere sulle sue linee rosse, ha spiegato: «Vuole onorare il risultato del referendum». Ciò significa no all'unione doganale e no a un secondo referendum, le due opzioni caldeggiate dai partiti che si sono seduti al tavolo con lei. Onorare l'esito della votazione del 23 giugno 2016, secondo la May, che considera una nuova votazione il più grave tradimento del suo popolo, implica una politica commerciale indipendente (ecco spiegato il no all'unione doganale). Il portavoce di Downing Street ha però indicato nei diritti dei lavoratori e negli standard ambientali i due temi su cui il premier è aperta a discussioni. Eventuali concessi al Partito laburista aprirebbero la strada a una versione ancora più soft della Brexit. Ma i colloqui sono partiti con il piede sbagliato. Il premier May ha incontrato i vertici del Partito liberaldemocratico, del Partito nazionale scozzese e del gallese Plaid Cymru. Ma non Jeremy Corbyn, leader del maggior partito d'opposizione, che ha chiesto al premier conservatore, quale precondizione per dialogare, l'impegno a escludere dal tavolo l'ipotesi dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea senza un accordo, cioè il caso «no deal», quello che più preoccupa Londra ma anche Bruxelles. Theresa May, che pur non ha chiuso la porta, si è detta «delusa» dall'atteggiamento di Corbyn, convinta che il leader laburista, nonostante la mozione contro il governo da lui presentata e bocciata mercoledì sera dalla Camera dei Comuni, punti ancora a sfiduciarla per portare il Paese a elezioni anticipate. Per Corbyn rimane, infatti, questa la strada migliore per «uscire dal vicolo cieco» in cui è finita la Brexit. Tuttavia, dopo il flop della mozione e sotto la pressione del suo partito, il leader laburista ha iniziato a valutare anche l'opzione di «una nuova consultazione pubblica», cioè un secondo referendum. Nel frattempo, i 27 Paesi dell'Ue hanno iniziato a lavorare sui piani per far fronte allo scenario «no deal». All'inizio dei negoziati, il Regno Unito si divideva tra chi sosteneva la «soft Brexit» e chi la «hard Brexit». Ora, con un unico piano sul tavolo, quello di Theresa May bocciato dai ribelli nel Partito conservatore perché ritenuto troppo morbido, lo scenario più duro è quello dell'uscita senza accordo. Un'eventualità che vuole evitare anche l'Unione europea, come dimostra una dichiarazione del portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, che ieri ha spiegato, in merito ai contatti tra Bruxelles e Londra, che «il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il premier britannico Theresa May non hanno parlato, ma sono in contatto via sms». La paura del «no deal» nelle stanze europee è provata anche da quando detto da Michel Barnier, capo negoziatore dell'Ue per la Brexit: «Se il Regno Unito sposterà i suoi paletti, faremo altrettanto». Il suo auspicio è che le consultazioni avviata dal premier britannico possano portare a «una nuova fase» delle trattative, per arrivare a un divorzio «ordinato». È evidente dalle parole dei leader europei il timore del «no deal», ipotesi che spesso viene descritta come spaventosa per Londra ma che sta iniziando a intimorire anche Bruxelles. Per tre ragioni. La prima è politica: impedendo un'uscita «ordinata» a suon di no, l'Unione europea alimenterebbe i sospetti di chi la ritiene un meccanismo dal quale è impossibile uscire anche volendolo. Le altre due ragioni sono economiche. Una riguarda l'assegno di divorzio che il Regno Unito ha accettato di versare all'Unione europea per saldare i conti della Brexit: 39 miliardi di sterline (circa 45 miliardi di euro), che Bruxelles non incasserebbe in caso di «no deal» venendo meno l'accordo che li prevede. L'altra riguarda i servizi finanziari, per i quali Londra è piazza fondamentale a livello europeo e mondiale (il Regno Unito, invece, importa dall'Ue soprattutto merci). In caso di uscita senza accordo, infatti, i singoli governi europei sarebbero costretti, per salvaguardare le prestazioni dei servizi finanziari, a trattative bilaterali con Londra. 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Saranno 73 i seggi che si libereranno in seguito alla Brexit: di questi, 46 verranno posti «in riserva» e potranno essere assegnati a eventuali nuovi Paesi aderenti; gli altri 27 verranno ridistribuiti tra 14 Paesi dell'Unione per compensare le attuali sottorappresentazioni (all'Italia toccherebbero tre seggi in più, da 73 a 76). Come spiega però il testo approvato dall'Europarlamento, la nuova assegnazione si applicherà soltanto nel caso in cui il Regno Unito lasc l'Ue. In caso contrario, le attuali disposizioni rimarrebbero in vigore fino a nuovo ordine. Ciò comporta che, nel caso in cui Londra e Bruxelles si accordassero su un rinvio della data della Brexit oltre l'ultima settimana di maggio, quando cioè si terranno le elezioni europee, e senza un nuovo ordine, i cittadini britannici verrebbero convocati alle urne per scegliere i loro eurodeputati. Dopo le difficoltà del premier britannico Theresa May di compattare il suo governo, il suo partito e il suo Parlamento sull'accordo che aveva chiuso a novembre con i leader dell'Unione europea, l'ipotesi di rinvio della data della Brexit, assieme a quella di un nuovo referendum (ipotesi sostenuta ora anche da uno dei protagonista della campagna per la Brexit, l'eurodeputato dell'Ukip Nigel Farage), ha iniziato a circolare con sempre maggior insistenza sia nelle stanze di Londra sia in quelle di Bruxelles e Strasburgo. Questo scenario creerebbe un problema giuridico per l'Unione europea perché, come spiega una fonte europea alla Verità, di chiaro, a livello legale, non c'è molto. È lo stesso problema che si è venuto a creare con l'articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che, attivato dal Regno Unito il 29 marzo 2017, ha dato inizio ai due anni di negoziati. Quell'articolo, di soli cinque paragrafi, scritto probabilmente con la convinzione che mai nessuno Stato membro avrebbe deciso di lasciare l'Unione europea, non offre dettagli tecnici sul ritiro di un Paese. Queste mancanze hanno contribuito, assieme alle tensioni tra Londra e Bruxelles, alla situazione confusa e indecifrabile nella quale versa oggi la Brexit. Anche sulla questione delle elezioni europee in caso di rinvio della data del divorzio britannico, i trattati non offrono dettagli. C'è solo il testo approvato a giugno. Diamo un'occhiata agli scenari possibili. Se l'estensione fosse di sei settimane circa, il Regno Unito sarebbe fuori dall'Ue prima delle elezioni e non ci sarebbero problemi. Se durasse tre mesi, cioè fino a fine giugno, l'attuale Parlamento europeo sarebbe ancora nel suo mandato quinquennale e di conseguenza potrebbe ratificare l'accordo sulla Brexit. Ogni decisione europea presa dopo il 2 luglio andrebbe, invece, ratificata dall'Aula votata tra il 23 e il 26 maggio. Inoltre, con un rinvio della Brexit, la questione dei seggi ridistribuiti rimarrebbe aperta. Pensiamo all'Italia, che guadagnerebbe tre posti all'Europarlamento: a quattro mesi dal voto, ancora non sappiamo se i deputati che dovremo eleggere saranno 73 o 76. Ecco perché, alla fine, per evitare di aggiungere caos al caos, Londra e Bruxelles potrebbero trovarsi a firmare, nella peggiore delle ipotesi, un accordicchio che eviti altri problemi giuridici e che, soprattutto, garantisca ai cittadini europei nel Regno Unito le tutele che verrebbero meno in caso di «no deal» e ai leader di Londra e Bruxelles di evitare una figuraccia, quella di non essere riusciti a realizzare la Brexit.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.