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2019-01-18
Lo spettro della Brexit selvaggia spaventa più Bruxelles che Londra
Ansa
Dopo la bocciatura del suo piano per la Brexit di martedì sera e la mozione di sfiducia evitata ventiquattro ore più tardi, il premier britannico Theresa May è stato costretto, dopo quasi due anni di negoziati, ad aprire i tavoli di discussione con i partiti d'opposizione alla Camera dei Comuni. Il suo ufficio ha spiegato ieri che il premier è determinato a far rispettare i «principi» della sua Brexit durante i colloqui avviati dopo la batosta alla Camera dei Comuni sul suo accordo per l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. Lunedì, comunque, presenterà un «piano B», che sarà poi votato il 29 gennaio.
Il portavoce di Downing Street ha parlato ieri alla stampa sottolineando la disponibilità del premier ad ascoltare «con spirito costruttivo» le richieste e le indicazioni dei vari gruppi ma, non appena gli è stato chiesto quanto Theresa May fosse disposta a cedere sulle sue linee rosse, ha spiegato: «Vuole onorare il risultato del referendum». Ciò significa no all'unione doganale e no a un secondo referendum, le due opzioni caldeggiate dai partiti che si sono seduti al tavolo con lei.
Onorare l'esito della votazione del 23 giugno 2016, secondo la May, che considera una nuova votazione il più grave tradimento del suo popolo, implica una politica commerciale indipendente (ecco spiegato il no all'unione doganale). Il portavoce di Downing Street ha però indicato nei diritti dei lavoratori e negli standard ambientali i due temi su cui il premier è aperta a discussioni. Eventuali concessi al Partito laburista aprirebbero la strada a una versione ancora più soft della Brexit.
Ma i colloqui sono partiti con il piede sbagliato. Il premier May ha incontrato i vertici del Partito liberaldemocratico, del Partito nazionale scozzese e del gallese Plaid Cymru. Ma non Jeremy Corbyn, leader del maggior partito d'opposizione, che ha chiesto al premier conservatore, quale precondizione per dialogare, l'impegno a escludere dal tavolo l'ipotesi dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea senza un accordo, cioè il caso «no deal», quello che più preoccupa Londra ma anche Bruxelles. Theresa May, che pur non ha chiuso la porta, si è detta «delusa» dall'atteggiamento di Corbyn, convinta che il leader laburista, nonostante la mozione contro il governo da lui presentata e bocciata mercoledì sera dalla Camera dei Comuni, punti ancora a sfiduciarla per portare il Paese a elezioni anticipate. Per Corbyn rimane, infatti, questa la strada migliore per «uscire dal vicolo cieco» in cui è finita la Brexit. Tuttavia, dopo il flop della mozione e sotto la pressione del suo partito, il leader laburista ha iniziato a valutare anche l'opzione di «una nuova consultazione pubblica», cioè un secondo referendum.
Nel frattempo, i 27 Paesi dell'Ue hanno iniziato a lavorare sui piani per far fronte allo scenario «no deal». All'inizio dei negoziati, il Regno Unito si divideva tra chi sosteneva la «soft Brexit» e chi la «hard Brexit». Ora, con un unico piano sul tavolo, quello di Theresa May bocciato dai ribelli nel Partito conservatore perché ritenuto troppo morbido, lo scenario più duro è quello dell'uscita senza accordo.
Un'eventualità che vuole evitare anche l'Unione europea, come dimostra una dichiarazione del portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, che ieri ha spiegato, in merito ai contatti tra Bruxelles e Londra, che «il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il premier britannico Theresa May non hanno parlato, ma sono in contatto via sms». La paura del «no deal» nelle stanze europee è provata anche da quando detto da Michel Barnier, capo negoziatore dell'Ue per la Brexit: «Se il Regno Unito sposterà i suoi paletti, faremo altrettanto». Il suo auspicio è che le consultazioni avviata dal premier britannico possano portare a «una nuova fase» delle trattative, per arrivare a un divorzio «ordinato».
È evidente dalle parole dei leader europei il timore del «no deal», ipotesi che spesso viene descritta come spaventosa per Londra ma che sta iniziando a intimorire anche Bruxelles. Per tre ragioni. La prima è politica: impedendo un'uscita «ordinata» a suon di no, l'Unione europea alimenterebbe i sospetti di chi la ritiene un meccanismo dal quale è impossibile uscire anche volendolo. Le altre due ragioni sono economiche. Una riguarda l'assegno di divorzio che il Regno Unito ha accettato di versare all'Unione europea per saldare i conti della Brexit: 39 miliardi di sterline (circa 45 miliardi di euro), che Bruxelles non incasserebbe in caso di «no deal» venendo meno l'accordo che li prevede. L'altra riguarda i servizi finanziari, per i quali Londra è piazza fondamentale a livello europeo e mondiale (il Regno Unito, invece, importa dall'Ue soprattutto merci). In caso di uscita senza accordo, infatti, i singoli governi europei sarebbero costretti, per salvaguardare le prestazioni dei servizi finanziari, a trattative bilaterali con Londra. Che rischiano di essere complicate ma soprattutto, ed è ciò che spaventati mercati e investitori, lunghe.
Europee stravolte in caso di stallo
In vista dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea fissata per il 29 marzo, il Parlamento europeo ha deciso lo scorso giugno di ridurre il numero di deputati passando da 751 a 705. Saranno 73 i seggi che si libereranno in seguito alla Brexit: di questi, 46 verranno posti «in riserva» e potranno essere assegnati a eventuali nuovi Paesi aderenti; gli altri 27 verranno ridistribuiti tra 14 Paesi dell'Unione per compensare le attuali sottorappresentazioni (all'Italia toccherebbero tre seggi in più, da 73 a 76).
Come spiega però il testo approvato dall'Europarlamento, la nuova assegnazione si applicherà soltanto nel caso in cui il Regno Unito lasc l'Ue. In caso contrario, le attuali disposizioni rimarrebbero in vigore fino a nuovo ordine.
Ciò comporta che, nel caso in cui Londra e Bruxelles si accordassero su un rinvio della data della Brexit oltre l'ultima settimana di maggio, quando cioè si terranno le elezioni europee, e senza un nuovo ordine, i cittadini britannici verrebbero convocati alle urne per scegliere i loro eurodeputati.
Dopo le difficoltà del premier britannico Theresa May di compattare il suo governo, il suo partito e il suo Parlamento sull'accordo che aveva chiuso a novembre con i leader dell'Unione europea, l'ipotesi di rinvio della data della Brexit, assieme a quella di un nuovo referendum (ipotesi sostenuta ora anche da uno dei protagonista della campagna per la Brexit, l'eurodeputato dell'Ukip Nigel Farage), ha iniziato a circolare con sempre maggior insistenza sia nelle stanze di Londra sia in quelle di Bruxelles e Strasburgo. Questo scenario creerebbe un problema giuridico per l'Unione europea perché, come spiega una fonte europea alla Verità, di chiaro, a livello legale, non c'è molto.
È lo stesso problema che si è venuto a creare con l'articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che, attivato dal Regno Unito il 29 marzo 2017, ha dato inizio ai due anni di negoziati. Quell'articolo, di soli cinque paragrafi, scritto probabilmente con la convinzione che mai nessuno Stato membro avrebbe deciso di lasciare l'Unione europea, non offre dettagli tecnici sul ritiro di un Paese. Queste mancanze hanno contribuito, assieme alle tensioni tra Londra e Bruxelles, alla situazione confusa e indecifrabile nella quale versa oggi la Brexit. Anche sulla questione delle elezioni europee in caso di rinvio della data del divorzio britannico, i trattati non offrono dettagli. C'è solo il testo approvato a giugno.
Diamo un'occhiata agli scenari possibili. Se l'estensione fosse di sei settimane circa, il Regno Unito sarebbe fuori dall'Ue prima delle elezioni e non ci sarebbero problemi. Se durasse tre mesi, cioè fino a fine giugno, l'attuale Parlamento europeo sarebbe ancora nel suo mandato quinquennale e di conseguenza potrebbe ratificare l'accordo sulla Brexit. Ogni decisione europea presa dopo il 2 luglio andrebbe, invece, ratificata dall'Aula votata tra il 23 e il 26 maggio.
Inoltre, con un rinvio della Brexit, la questione dei seggi ridistribuiti rimarrebbe aperta. Pensiamo all'Italia, che guadagnerebbe tre posti all'Europarlamento: a quattro mesi dal voto, ancora non sappiamo se i deputati che dovremo eleggere saranno 73 o 76.
Ecco perché, alla fine, per evitare di aggiungere caos al caos, Londra e Bruxelles potrebbero trovarsi a firmare, nella peggiore delle ipotesi, un accordicchio che eviti altri problemi giuridici e che, soprattutto, garantisca ai cittadini europei nel Regno Unito le tutele che verrebbero meno in caso di «no deal» e ai leader di Londra e Bruxelles di evitare una figuraccia, quella di non essere riusciti a realizzare la Brexit.
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Trattative serrate nel Regno Unito per evitare l'opzione «no deal»: lunedì Theresa May presenta il suo piano B Se non si trova l'accordo, l'Ue rischia di perdere i 45 miliardi che la Gran Bretagna le deve per il divorzio. Se non esce prima di maggio, anche Londra potrebbe partecipare alle elezioni aggiungendo altro caos e scenari imprevedibili a una situazione già complicata Lo speciale comprende due articoli. Dopo la bocciatura del suo piano per la Brexit di martedì sera e la mozione di sfiducia evitata ventiquattro ore più tardi, il premier britannico Theresa May è stato costretto, dopo quasi due anni di negoziati, ad aprire i tavoli di discussione con i partiti d'opposizione alla Camera dei Comuni. Il suo ufficio ha spiegato ieri che il premier è determinato a far rispettare i «principi» della sua Brexit durante i colloqui avviati dopo la batosta alla Camera dei Comuni sul suo accordo per l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. Lunedì, comunque, presenterà un «piano B», che sarà poi votato il 29 gennaio. Il portavoce di Downing Street ha parlato ieri alla stampa sottolineando la disponibilità del premier ad ascoltare «con spirito costruttivo» le richieste e le indicazioni dei vari gruppi ma, non appena gli è stato chiesto quanto Theresa May fosse disposta a cedere sulle sue linee rosse, ha spiegato: «Vuole onorare il risultato del referendum». Ciò significa no all'unione doganale e no a un secondo referendum, le due opzioni caldeggiate dai partiti che si sono seduti al tavolo con lei. Onorare l'esito della votazione del 23 giugno 2016, secondo la May, che considera una nuova votazione il più grave tradimento del suo popolo, implica una politica commerciale indipendente (ecco spiegato il no all'unione doganale). Il portavoce di Downing Street ha però indicato nei diritti dei lavoratori e negli standard ambientali i due temi su cui il premier è aperta a discussioni. Eventuali concessi al Partito laburista aprirebbero la strada a una versione ancora più soft della Brexit. Ma i colloqui sono partiti con il piede sbagliato. Il premier May ha incontrato i vertici del Partito liberaldemocratico, del Partito nazionale scozzese e del gallese Plaid Cymru. Ma non Jeremy Corbyn, leader del maggior partito d'opposizione, che ha chiesto al premier conservatore, quale precondizione per dialogare, l'impegno a escludere dal tavolo l'ipotesi dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea senza un accordo, cioè il caso «no deal», quello che più preoccupa Londra ma anche Bruxelles. Theresa May, che pur non ha chiuso la porta, si è detta «delusa» dall'atteggiamento di Corbyn, convinta che il leader laburista, nonostante la mozione contro il governo da lui presentata e bocciata mercoledì sera dalla Camera dei Comuni, punti ancora a sfiduciarla per portare il Paese a elezioni anticipate. Per Corbyn rimane, infatti, questa la strada migliore per «uscire dal vicolo cieco» in cui è finita la Brexit. Tuttavia, dopo il flop della mozione e sotto la pressione del suo partito, il leader laburista ha iniziato a valutare anche l'opzione di «una nuova consultazione pubblica», cioè un secondo referendum. Nel frattempo, i 27 Paesi dell'Ue hanno iniziato a lavorare sui piani per far fronte allo scenario «no deal». All'inizio dei negoziati, il Regno Unito si divideva tra chi sosteneva la «soft Brexit» e chi la «hard Brexit». Ora, con un unico piano sul tavolo, quello di Theresa May bocciato dai ribelli nel Partito conservatore perché ritenuto troppo morbido, lo scenario più duro è quello dell'uscita senza accordo. Un'eventualità che vuole evitare anche l'Unione europea, come dimostra una dichiarazione del portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, che ieri ha spiegato, in merito ai contatti tra Bruxelles e Londra, che «il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il premier britannico Theresa May non hanno parlato, ma sono in contatto via sms». La paura del «no deal» nelle stanze europee è provata anche da quando detto da Michel Barnier, capo negoziatore dell'Ue per la Brexit: «Se il Regno Unito sposterà i suoi paletti, faremo altrettanto». Il suo auspicio è che le consultazioni avviata dal premier britannico possano portare a «una nuova fase» delle trattative, per arrivare a un divorzio «ordinato». È evidente dalle parole dei leader europei il timore del «no deal», ipotesi che spesso viene descritta come spaventosa per Londra ma che sta iniziando a intimorire anche Bruxelles. Per tre ragioni. La prima è politica: impedendo un'uscita «ordinata» a suon di no, l'Unione europea alimenterebbe i sospetti di chi la ritiene un meccanismo dal quale è impossibile uscire anche volendolo. Le altre due ragioni sono economiche. Una riguarda l'assegno di divorzio che il Regno Unito ha accettato di versare all'Unione europea per saldare i conti della Brexit: 39 miliardi di sterline (circa 45 miliardi di euro), che Bruxelles non incasserebbe in caso di «no deal» venendo meno l'accordo che li prevede. L'altra riguarda i servizi finanziari, per i quali Londra è piazza fondamentale a livello europeo e mondiale (il Regno Unito, invece, importa dall'Ue soprattutto merci). In caso di uscita senza accordo, infatti, i singoli governi europei sarebbero costretti, per salvaguardare le prestazioni dei servizi finanziari, a trattative bilaterali con Londra. 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Saranno 73 i seggi che si libereranno in seguito alla Brexit: di questi, 46 verranno posti «in riserva» e potranno essere assegnati a eventuali nuovi Paesi aderenti; gli altri 27 verranno ridistribuiti tra 14 Paesi dell'Unione per compensare le attuali sottorappresentazioni (all'Italia toccherebbero tre seggi in più, da 73 a 76). Come spiega però il testo approvato dall'Europarlamento, la nuova assegnazione si applicherà soltanto nel caso in cui il Regno Unito lasc l'Ue. In caso contrario, le attuali disposizioni rimarrebbero in vigore fino a nuovo ordine. Ciò comporta che, nel caso in cui Londra e Bruxelles si accordassero su un rinvio della data della Brexit oltre l'ultima settimana di maggio, quando cioè si terranno le elezioni europee, e senza un nuovo ordine, i cittadini britannici verrebbero convocati alle urne per scegliere i loro eurodeputati. Dopo le difficoltà del premier britannico Theresa May di compattare il suo governo, il suo partito e il suo Parlamento sull'accordo che aveva chiuso a novembre con i leader dell'Unione europea, l'ipotesi di rinvio della data della Brexit, assieme a quella di un nuovo referendum (ipotesi sostenuta ora anche da uno dei protagonista della campagna per la Brexit, l'eurodeputato dell'Ukip Nigel Farage), ha iniziato a circolare con sempre maggior insistenza sia nelle stanze di Londra sia in quelle di Bruxelles e Strasburgo. Questo scenario creerebbe un problema giuridico per l'Unione europea perché, come spiega una fonte europea alla Verità, di chiaro, a livello legale, non c'è molto. È lo stesso problema che si è venuto a creare con l'articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che, attivato dal Regno Unito il 29 marzo 2017, ha dato inizio ai due anni di negoziati. Quell'articolo, di soli cinque paragrafi, scritto probabilmente con la convinzione che mai nessuno Stato membro avrebbe deciso di lasciare l'Unione europea, non offre dettagli tecnici sul ritiro di un Paese. Queste mancanze hanno contribuito, assieme alle tensioni tra Londra e Bruxelles, alla situazione confusa e indecifrabile nella quale versa oggi la Brexit. Anche sulla questione delle elezioni europee in caso di rinvio della data del divorzio britannico, i trattati non offrono dettagli. C'è solo il testo approvato a giugno. Diamo un'occhiata agli scenari possibili. Se l'estensione fosse di sei settimane circa, il Regno Unito sarebbe fuori dall'Ue prima delle elezioni e non ci sarebbero problemi. Se durasse tre mesi, cioè fino a fine giugno, l'attuale Parlamento europeo sarebbe ancora nel suo mandato quinquennale e di conseguenza potrebbe ratificare l'accordo sulla Brexit. Ogni decisione europea presa dopo il 2 luglio andrebbe, invece, ratificata dall'Aula votata tra il 23 e il 26 maggio. Inoltre, con un rinvio della Brexit, la questione dei seggi ridistribuiti rimarrebbe aperta. Pensiamo all'Italia, che guadagnerebbe tre posti all'Europarlamento: a quattro mesi dal voto, ancora non sappiamo se i deputati che dovremo eleggere saranno 73 o 76. Ecco perché, alla fine, per evitare di aggiungere caos al caos, Londra e Bruxelles potrebbero trovarsi a firmare, nella peggiore delle ipotesi, un accordicchio che eviti altri problemi giuridici e che, soprattutto, garantisca ai cittadini europei nel Regno Unito le tutele che verrebbero meno in caso di «no deal» e ai leader di Londra e Bruxelles di evitare una figuraccia, quella di non essere riusciti a realizzare la Brexit.
Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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