Tra soliloqui di Andrea Sempio, ricostruzioni 3D, impronta 33 e possibile revisione per Alberto Stasi, nel nuovo fascicolo su Garlasco colpisce anche il contrasto tra Paola e Stefania Cappa, cugine di Chiara Poggi. I verbali del 5 maggio 2026 restituiscono due immagini diverse della vittima e dell’andamento del rapporto con Stasi.
Paola racconta che Chiara le avrebbe confidato di non aver avuto intimità con Stasi a Londra: «Questa cosa a mio modo di vedere mi era suonata un po’ strana». Ridimensiona però le vecchie ipotesi sulle «avance respinte»: erano una congettura «molto casuale». E introduce la presunta nuova fidanzata di Stasi: dice di ricordarlo al funerale con Serena S., avendo la sensazione che dal giorno dopo fosse già legato a lei.
Poi sostiene: «Non glielo ho mai sentito dire che fosse innamorata. Diceva che erano fidanzati e stavano bene». Stefania, invece, è netta: «Chiara era innamorata di Alberto». Racconta che la cugina le parlò dei video intimi con Stasi «in maniera molto serena e semplice», senza farle capire di averli fatti controvoglia.
Il nodo diventa la stanza di Chiara. Marco Poggi, sentito nel 2026, spiega che il computer di famiglia era lì e che lui lo usava. Davanti al video di Sempio a scuola trovato sul desktop, dice di essere «caduto dalle nuvole» e ipotizza che Andrea avesse portato un cd per mostrargli «le bravate di scuola». C’è poi la questione dei video intimi trovati su quel computer. Stasi, nel verbale del 20 maggio 2025, conferma che i filmati erano stati girati con la sua fotocamera e inviati a Chiara, tenuti poi su supporti esterni a suo «uso esclusivo». Marco, però, gli chiese prima del fermo se esistessero video sessuali. E quando i pm gli domandano se Sempio potesse averne uno, Marco ipotizza che abbia preso «una penna usb che c’era in camera di Chiara».
La relazione di Paolo Dal Checco aggiunge che il 5 maggio 2007 viene creato sul pc di Chiara «albert.zip», archivio di circa 1 gigabyte; cinque minuti dopo viene impostata una password per l’utente Chiara. L’1 luglio 2007, «1° Maggio.mpg» entra nell’archivio, ormai protetto. Anche fuori dal computer, Chiara appare più vigile: dopo un allarme, secondo Stefania, corse in strada e «non si era calmata subito». Stasi ricorda «cenere» in casa, pur precisando: «Né io né Chiara fumavamo».
Resta poi l’orario: le 9.30. Quattro giorni dopo l’omicidio, in caserma, Stasi ipotizza: «Qualcuno è entrato e lei si è spaventata». Stefania replica: «Ma alle 9.30?». Lui: «Non lo so a che ora». Una frase oggi rilevante, perché l’orario centrale diventerà poi 9.12-9.35. E in altre conversazioni torna l’avvertimento: «Se Chiara è morta alle 9.30-10, ci siete dentro voi altri!».
È il 12 febbraio 2008. Maria Rosa, madre delle gemelle, parla al telefono con la sorella Carla dopo i colloqui con la pm Rosa Muscio, all’epoca titolare dell’inchiesta. E riaffiora quel riferimento temporale: le 9.30. Ma è soprattutto nelle nuove carte della Procura di Pavia che quell’orario diventa il punto attorno a cui ruota la ricostruzione investigativa. Gli inquirenti riportano infatti uno dei soliloqui di Sempio (dell’8 febbraio 2017): «È successo qualcosa quel giorno (inc) era sempre lì a casa (inc) io non so se lei ha detto che lavorava (inc) però cazzo, oh (inc) alle nove e mezza (09.30) a casa… (inc)». Secondo i magistrati, «l’indagato sembra riferirsi all’orario in cui si sarebbe presentato a casa della vittima il giorno dell’omicidio». La Procura, basandosi anche sulla consulenza medico-legale di Cristina Cattaneo, ritiene infatti certo che Chiara abbia disattivato l’allarme della villetta alle 9.12. E aggiunge che, «per semplice somma di orari», essendo trascorsa «al minimo mezz’ora fra l’inizio della digestione» della colazione e la morte, «alle 9.45 Chiara Poggi era viva». Da qui un’altra conclusione investigativa destinata a cambiare il quadro del caso. Per gli inquirenti appare «del tutto irragionevole che possa essere stata uccisa da chi alle 9.35 era a casa propria davanti al proprio computer», cioè Stasi, distante «1,7 chilometri dalla vittima». Diversa, invece, la posizione di Sempio. Per la Procura, quella registrazione ambientale collocherebbe il nuovo indagato all’interno dell’abitazione di via Pascoli intorno alle 9.30. Poi, alle 9.58, secondo i tabulati telefonici, avrebbe chiamato l’amico Mattia Capra. Sempre secondo la consulenza medico-legale, la fase della colluttazione e dell’aggressione sarebbe durata tra i 15 e i 20 minuti. La frase intercettata è delle 17.43. Poche ore dopo che Sempio ha ricevuto la prima notifica per l’invito a comparire nell’indagine aperta nel 2017 e poi archiviata. Ed è proprio attorno alle vecchie indagini che sembrano aprirsi nuovi fronti investigativi. Gennaro Cassese, oggi colonnello dei carabinieri in pensione e all’epoca comandante della compagnia di Vigevano con il grado di capitano, sostiene di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia, pur non escludendo l’iscrizione nel registro degli indagati per false informazioni ai pm. A Cassese verrebbe contestato di non aver riferito ai magistrati del malore accusato da Sempio durante l’interrogatorio del 4 ottobre 2008, quello dello scontrino del parcheggio di Vigevano. «È vero, di quell’ambulanza non mi ricordo. Sono passati 18 anni. Ma nessuno può mettere in discussione la massima serietà con la quale ho sempre operato, nel rispetto delle istituzioni». Poi aggiunge: «Io non cambierei nulla di quell’interrogatorio. L’unica cosa che farei è inserire l’orario della sospensione, perché quello andava messo».
Lo scontrino del parcheggio, l’alibi di Sempio, resta al centro della vicenda. L’avvocato Liborio Cataliotti invita alla calma: «Già una delle sorelle Cappa parla delle 9.30 come l’orario dell’omicidio». E precisa: «Nel fascicolo non si dice che lo scontrino è falso». Sull’intercettazione tra Giuseppe Sempio e la moglie, Cataliotti richiama la trascrizione: «Lo scontrino l’hai fatto tu (sospiro) dice lui, cioè il testimone. Questa è testualmente la trascrizione».
Il legale ricorda poi che il vigile del fuoco indicato come possibile elemento critico sull’alibi afferma di «incontrare la signora in altro luogo», che «non è mai successo di incontrarla a Vigevano» e che gli incontri «erano preceduti da telefonate». Aggiunge che «è stato provato» che quel giorno il testimone «era in servizio». Da qui la sua valutazione: «Gli inquirenti sono costretti a ipotizzare che lei sia andata a Vigevano per controllare l’effettiva presenza del testimone in caserma».