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2018-08-14
L’Italia chiude i porti alla nave Aquarius e la Spagna si divide
Ansa
«Può andare dove vuole, ma non in Italia!». Matteo Salvini, si sa, ha il pregio della chiarezza. E chiaro, in effetti, è il messaggio che il ministro dell'Interno ha mandato alla Aquarius, la nave di ricerca e soccorso di Sos Mediterranée e Medici senza frontiere che nel fine settimana ha raccolto 141 persone al largo del Mediterraneo da due diversi barconi. La metà delle persone a bordo, dicono le Ong, ha meno di 18 anni. Le due organizzazioni chiedono ai governi europei di «assegnare un luogo sicuro di sbarco più vicino possibile». Ma quel luogo sicuro non sarà in Italia. Sul punto, gli esponenti del governo sembrano irremovibili.
«Proprietà tedesca, noleggiata da Ong francese, equipaggio straniero, in acque maltesi, battente bandiera di Gibilterra. Può andare dove vuole, ma non in Italia! Stop ai trafficanti di esseri umani e ai loro complici», scrive per l'appunto il titolare del Viminale sui social, ribadendo il concetto con due hashtag: #portichiusi e #cuoriaperti. Ma il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, è sulla stessa lunghezza d'onda. «L'Ong Aquarius è stata coordinata dalla Guardia costiera libica in area di loro responsabilità. La nave è ora in acque maltesi e batte bandiera Gibilterra. A questo punto il Regno Unito si assuma le sue responsabilità per la salvaguardia dei naufraghi», twitta l'esponente pentastellato.
L'Aquarius, dal canto suo, annuncia: «Le autorità marittime maltesi e italiane ci hanno informato che non indicheranno alla Aquarius un porto sicuro per lo sbarco dei 141 sopravvissuti a bordo». I toni dell'organizzazione si fanno forti: «Tutti i Paesi europei si assumano le proprie responsabilità per trovare un porto sicuro per la nave umanitaria Aquarius, che ha salvato 141 persone venerdì. L'Aquarius è in posizione tra Malta e l'isola italiana di Lampedusa». Alla fine è Barcellona che si è offerta di accogliere l'imbarcazione, aprendo però, in questo modo, uno scontro col governo di Madrid. Il governo centrale ha infatti fatto sapere che «la Spagna non è il porto più sicuro secondo la legge», spiegano ai media fonti vicine all'esecutivo del «buonissimo» Pedro Sànchez.
Fu proprio il premier socialista, come si ricorderà, a sbloccare la situazione a giugno, quando l'imbarcazione di Msf fu ancora una volta al centro di un contenzioso internazionale legato all'individuazione del porto sicuro di sbarco. Era una delle prime prove di forza del governo italiano sul tema della chiusura dei porti e Sànchez si materializzò come il vendicatore delle ragioni politicamente corrette. Ma, fanno notare da Madrid, la situazione è ora completamente diversa: Aquarius, allora, aveva a bordo 630 persone a fronte di una capacità di sole 550, bisognava fare presto, stavolta si tratta di 141 immigrati, non c'è alcuna emergenza umanitaria.
Il gesto con cui Madrid si fece bella agli occhi dell'opinione pubblica progressista di mezzo mondo, quindi, è destinato, nei piani del governo iberico, a restare un'azione spot, un gesto di generosità una tantum. Di diventare il nuovo campo profughi d'Europa, la Spagna - che ha già i suoi problemi con le enclavi in territorio marocchino, puntualmente assaltate da gruppi di centinaia di immigrati per volta - non ha alcuna intenzione. I dati Frontex sono eloquenti: il numero di migranti arrivati in Italia a giugno attraverso la rotta centro mediterranea è crollato a 3.000 (-l'87% rispetto a giugno 2017). Al contrario, per la prima volta la rotta del Mediterraneo occidentale è la più frequentata, con il numero degli arrivi in Spagna schizzato a 6.400 (+166%). Anche se Madrid avrà molto da fare prima di riuscire a mettersi in paro con quanto fatto dall'Italia in questi anni.
In questa fase confusa, ovviamente, si aprono i consueti spazi per politici locali in cerca di visibilità. È il caso di Luigi De Magistris, che si è detto disponibile ad accogliere la nave Aquarius. «Noi ribadiamo con forza la nostra disponibilità ad accoglierli, in questa settimana di Ferragosto, proprio quando molti governanti sono in vacanza, noi siamo pronti sempre e sarò in prima fila ad abbracciarli nel porto di Napoli. L'Aquarius si avvicini verso il nostro porto perché, qualora non li facessero sbarcare, saremmo noi stessi ad andarli a prendere in mezzo al mare, come è giusto che sia dinanzi a persone che stanno rischiando di morire perché c'è chi vuole mostrarsi forte coi deboli, solamente per puro calcolo di opportunismo politico». A Napoli, del resto, altri problemi non ce ne sono, quindi perché non spartire tanto buon governo con chi viene dall'altra parte del mondo?
Adriano Scianca
Fermati nove terroristi islamici su un barcone diretto verso di noi
Immigrazione e terrorismo, jihad e barconi: per troppo tempo la sinistra si è trincerata dietro il negazionismo più assoluto. Nessun combattente dell'Isis, ci dicevano, è mai arrivato insieme ai disperati che, anzi, la guerra e il fanatismo lo stanno fuggendo. La realtà, come al solito, si è incaricata di fare giustizia. L'ultima conferma è arrivata ieri. Le autorità tunisine, infatti, hanno bloccato nove terroristi islamici mentre stavano per salire su un barcone diretto verso l'Italia. I nove miliziani che tentavano di imbarcarsi su un gommone per raggiungere il nostro Paese erano parte di un gruppo di 15 persone. Il natante è stato poi intercettato dalla Guardia costiera e dalla squadra dell'antiterrorismo di Biserta, nel nord della Tunisia.
I nove, di età compresa tra i 21 e i 39 anni, sono stati consegnati all'Unità della Guardia nazionale che indaga su crimini di terrorismo per approfondire i loro interrogatori. Fossero riusciti a passare, chissà, magari sarebbero finiti sulla nave di qualche Ong, che ci avrebbe poi convinto della necessità morale di accoglierli, sfamarli e magari dar loro la cittadinanza. Da tempo, del resto, le autorità lanciano l'allarme sui cosiddetti «sbarchi fantasma»: viaggi diversi dagli altri, provenienti spesso proprio dalla Tunisia, in cui i migranti non rischiano la vita, arrivano di soppiatto e poi, appena toccato il suolo italiano, spariscono nel nulla, aiutati da una rete di complici in loco..
L'ideale, per chi ha qualcosa da nascondere o qualche piano non esattamente lecito in testa. Una prassi, soprattutto, che testimonia l'esistenza di vere e proprie strutture in grado di dare supporto a questa gente. In alcuni casi si tratta di «semplici», si fa per dire, delinquenti comuni (del resto sappiamo come la Tunisia ami liberarsi di ex galeotti spedendoli a noi). In altri casi, come quello di ieri, si tratta di qualcosa di peggio. Terroristi, appunto. Che i miliziani della jihad arrivino sui barconi dalla Tunisia, del resto, è molto più che una congettura o una novità delle ultime ore. Basti ricordare che Anis Amri, il terrorista responsabile dell'attentato di Berlino del 19 dicembre 2016, costato la vita a 12 persone, era proprio un tunisino ed era arrivato in Italia, prima di raggiungere la Germania, esattamente su un barcone. A proposito di Germania, gioverà ricordare che solo poche settimane il Bundesamt für Verfassungsschutz, ovvero l'Ufficio federale della protezione della Costituzione, posto sotto l'autorità del ministro federale degli Interni, ha redatto un rapporto molto allarmato circa la diffusione dell'estremismo religioso nel Paese, aggiungendo proprio che «l'Isis utilizza in maniera specifica le tratte dei migranti per introdurre illegalmente i suoi agenti in Europa e al tempo stesso fa proselitismo in Germania per trovare rifugiati che compiano attentati terroristici. I quattro attacchi a matrice islamica in Germania nel 2016 (Wurzburg, Ansbach e Berlino) e nel 2017 (Amburgo) sono stati commessi da richiedenti asilo».
Inoltre, «in Germania c'è da aspettarsi che arriveranno in mezzo ai migranti nuovi membri, sostenitori e simpatizzanti degli estremisti e delle organizzazioni terroristiche. Le autorità impegnate nella sicurezza monitorano membri di movimenti e organizzazioni di estremisti in Germania che stanno cercando di mettersi in contatto con i migranti per convincerli a prendere parte nella loro missione. D'altro canto ci sono anche migranti che si sono radicalizzati da soli - cosa che spesso accade in un breve lasso di tempo - e che decidono autonomamente di prendere parte in queste associazioni una volta arrivati in Germania. C'è una cooperazione nazionale e internazionale molto stretta tra le autorità impegnate nella sicurezza per gestire i rischi di coloro che entrano illegalmente in Europa insieme ai migranti». Persino l'ex ministro Marco Minniti, a lungo scettico sull'argomento, aveva dovuto ammettere, nell'ultima fase del suo incarico al Viminale, che i jihadisti sui barconi c'erano, eccome. Ieri ne abbiamo avuto l'ultima dimostrazione, fortunatamente bloccata in tempo. Stavolta.
Fabrizio La Rocca
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Il nostro governo alza un muro contro il natante delle Ong. Pedro Sànchez smentisce Barcellona: «Da noi non verranno».Fermati nove terroristi islamici su un barcone diretto verso di noi. Il gruppetto jihadista fermato in Tunisia mentre stava per imbarcarsi su un gommone per il nostro Paese. È l'ennesima conferma del legame tra gli sbarchi e il pericolo di attacchi, a lungo negato dalla sinistra.Lo speciale contiene due articoli«Può andare dove vuole, ma non in Italia!». Matteo Salvini, si sa, ha il pregio della chiarezza. E chiaro, in effetti, è il messaggio che il ministro dell'Interno ha mandato alla Aquarius, la nave di ricerca e soccorso di Sos Mediterranée e Medici senza frontiere che nel fine settimana ha raccolto 141 persone al largo del Mediterraneo da due diversi barconi. La metà delle persone a bordo, dicono le Ong, ha meno di 18 anni. Le due organizzazioni chiedono ai governi europei di «assegnare un luogo sicuro di sbarco più vicino possibile». Ma quel luogo sicuro non sarà in Italia. Sul punto, gli esponenti del governo sembrano irremovibili. «Proprietà tedesca, noleggiata da Ong francese, equipaggio straniero, in acque maltesi, battente bandiera di Gibilterra. Può andare dove vuole, ma non in Italia! Stop ai trafficanti di esseri umani e ai loro complici», scrive per l'appunto il titolare del Viminale sui social, ribadendo il concetto con due hashtag: #portichiusi e #cuoriaperti. Ma il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, è sulla stessa lunghezza d'onda. «L'Ong Aquarius è stata coordinata dalla Guardia costiera libica in area di loro responsabilità. La nave è ora in acque maltesi e batte bandiera Gibilterra. A questo punto il Regno Unito si assuma le sue responsabilità per la salvaguardia dei naufraghi», twitta l'esponente pentastellato.L'Aquarius, dal canto suo, annuncia: «Le autorità marittime maltesi e italiane ci hanno informato che non indicheranno alla Aquarius un porto sicuro per lo sbarco dei 141 sopravvissuti a bordo». I toni dell'organizzazione si fanno forti: «Tutti i Paesi europei si assumano le proprie responsabilità per trovare un porto sicuro per la nave umanitaria Aquarius, che ha salvato 141 persone venerdì. L'Aquarius è in posizione tra Malta e l'isola italiana di Lampedusa». Alla fine è Barcellona che si è offerta di accogliere l'imbarcazione, aprendo però, in questo modo, uno scontro col governo di Madrid. Il governo centrale ha infatti fatto sapere che «la Spagna non è il porto più sicuro secondo la legge», spiegano ai media fonti vicine all'esecutivo del «buonissimo» Pedro Sànchez. Fu proprio il premier socialista, come si ricorderà, a sbloccare la situazione a giugno, quando l'imbarcazione di Msf fu ancora una volta al centro di un contenzioso internazionale legato all'individuazione del porto sicuro di sbarco. Era una delle prime prove di forza del governo italiano sul tema della chiusura dei porti e Sànchez si materializzò come il vendicatore delle ragioni politicamente corrette. Ma, fanno notare da Madrid, la situazione è ora completamente diversa: Aquarius, allora, aveva a bordo 630 persone a fronte di una capacità di sole 550, bisognava fare presto, stavolta si tratta di 141 immigrati, non c'è alcuna emergenza umanitaria. Il gesto con cui Madrid si fece bella agli occhi dell'opinione pubblica progressista di mezzo mondo, quindi, è destinato, nei piani del governo iberico, a restare un'azione spot, un gesto di generosità una tantum. Di diventare il nuovo campo profughi d'Europa, la Spagna - che ha già i suoi problemi con le enclavi in territorio marocchino, puntualmente assaltate da gruppi di centinaia di immigrati per volta - non ha alcuna intenzione. I dati Frontex sono eloquenti: il numero di migranti arrivati in Italia a giugno attraverso la rotta centro mediterranea è crollato a 3.000 (-l'87% rispetto a giugno 2017). Al contrario, per la prima volta la rotta del Mediterraneo occidentale è la più frequentata, con il numero degli arrivi in Spagna schizzato a 6.400 (+166%). Anche se Madrid avrà molto da fare prima di riuscire a mettersi in paro con quanto fatto dall'Italia in questi anni. In questa fase confusa, ovviamente, si aprono i consueti spazi per politici locali in cerca di visibilità. È il caso di Luigi De Magistris, che si è detto disponibile ad accogliere la nave Aquarius. «Noi ribadiamo con forza la nostra disponibilità ad accoglierli, in questa settimana di Ferragosto, proprio quando molti governanti sono in vacanza, noi siamo pronti sempre e sarò in prima fila ad abbracciarli nel porto di Napoli. L'Aquarius si avvicini verso il nostro porto perché, qualora non li facessero sbarcare, saremmo noi stessi ad andarli a prendere in mezzo al mare, come è giusto che sia dinanzi a persone che stanno rischiando di morire perché c'è chi vuole mostrarsi forte coi deboli, solamente per puro calcolo di opportunismo politico». A Napoli, del resto, altri problemi non ce ne sono, quindi perché non spartire tanto buon governo con chi viene dall'altra parte del mondo? Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-chiude-i-porti-alla-nave-aquarius-e-la-spagna-si-divide-2595570995.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fermati-nove-terroristi-islamici-su-un-barcone-diretto-verso-di-noi" data-post-id="2595570995" data-published-at="1767528932" data-use-pagination="False"> Fermati nove terroristi islamici su un barcone diretto verso di noi Immigrazione e terrorismo, jihad e barconi: per troppo tempo la sinistra si è trincerata dietro il negazionismo più assoluto. Nessun combattente dell'Isis, ci dicevano, è mai arrivato insieme ai disperati che, anzi, la guerra e il fanatismo lo stanno fuggendo. La realtà, come al solito, si è incaricata di fare giustizia. L'ultima conferma è arrivata ieri. Le autorità tunisine, infatti, hanno bloccato nove terroristi islamici mentre stavano per salire su un barcone diretto verso l'Italia. I nove miliziani che tentavano di imbarcarsi su un gommone per raggiungere il nostro Paese erano parte di un gruppo di 15 persone. Il natante è stato poi intercettato dalla Guardia costiera e dalla squadra dell'antiterrorismo di Biserta, nel nord della Tunisia. I nove, di età compresa tra i 21 e i 39 anni, sono stati consegnati all'Unità della Guardia nazionale che indaga su crimini di terrorismo per approfondire i loro interrogatori. Fossero riusciti a passare, chissà, magari sarebbero finiti sulla nave di qualche Ong, che ci avrebbe poi convinto della necessità morale di accoglierli, sfamarli e magari dar loro la cittadinanza. Da tempo, del resto, le autorità lanciano l'allarme sui cosiddetti «sbarchi fantasma»: viaggi diversi dagli altri, provenienti spesso proprio dalla Tunisia, in cui i migranti non rischiano la vita, arrivano di soppiatto e poi, appena toccato il suolo italiano, spariscono nel nulla, aiutati da una rete di complici in loco.. L'ideale, per chi ha qualcosa da nascondere o qualche piano non esattamente lecito in testa. Una prassi, soprattutto, che testimonia l'esistenza di vere e proprie strutture in grado di dare supporto a questa gente. In alcuni casi si tratta di «semplici», si fa per dire, delinquenti comuni (del resto sappiamo come la Tunisia ami liberarsi di ex galeotti spedendoli a noi). In altri casi, come quello di ieri, si tratta di qualcosa di peggio. Terroristi, appunto. Che i miliziani della jihad arrivino sui barconi dalla Tunisia, del resto, è molto più che una congettura o una novità delle ultime ore. Basti ricordare che Anis Amri, il terrorista responsabile dell'attentato di Berlino del 19 dicembre 2016, costato la vita a 12 persone, era proprio un tunisino ed era arrivato in Italia, prima di raggiungere la Germania, esattamente su un barcone. A proposito di Germania, gioverà ricordare che solo poche settimane il Bundesamt für Verfassungsschutz, ovvero l'Ufficio federale della protezione della Costituzione, posto sotto l'autorità del ministro federale degli Interni, ha redatto un rapporto molto allarmato circa la diffusione dell'estremismo religioso nel Paese, aggiungendo proprio che «l'Isis utilizza in maniera specifica le tratte dei migranti per introdurre illegalmente i suoi agenti in Europa e al tempo stesso fa proselitismo in Germania per trovare rifugiati che compiano attentati terroristici. I quattro attacchi a matrice islamica in Germania nel 2016 (Wurzburg, Ansbach e Berlino) e nel 2017 (Amburgo) sono stati commessi da richiedenti asilo». Inoltre, «in Germania c'è da aspettarsi che arriveranno in mezzo ai migranti nuovi membri, sostenitori e simpatizzanti degli estremisti e delle organizzazioni terroristiche. Le autorità impegnate nella sicurezza monitorano membri di movimenti e organizzazioni di estremisti in Germania che stanno cercando di mettersi in contatto con i migranti per convincerli a prendere parte nella loro missione. D'altro canto ci sono anche migranti che si sono radicalizzati da soli - cosa che spesso accade in un breve lasso di tempo - e che decidono autonomamente di prendere parte in queste associazioni una volta arrivati in Germania. C'è una cooperazione nazionale e internazionale molto stretta tra le autorità impegnate nella sicurezza per gestire i rischi di coloro che entrano illegalmente in Europa insieme ai migranti». Persino l'ex ministro Marco Minniti, a lungo scettico sull'argomento, aveva dovuto ammettere, nell'ultima fase del suo incarico al Viminale, che i jihadisti sui barconi c'erano, eccome. Ieri ne abbiamo avuto l'ultima dimostrazione, fortunatamente bloccata in tempo. Stavolta. Fabrizio La Rocca
Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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Xi Jinping (Ansa)
La cattura del leader bolivariano ha innescato una raffica di reazioni internazionali, mettendo in luce una frattura geopolitica profonda. La Cina ha condannato «fermamente» l’operazione militare statunitense, definendola una palese violazione del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri di Pechino ha parlato di «uso egemonico della forza contro uno Stato sovrano», sostenendo che l’azione «lede gravemente la sovranità del Venezuela e minaccia la pace e la sicurezza in America Latina e nei Caraibi». Sulla stessa linea si è collocata la Russia. Il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha espresso «ferma solidarietà al popolo venezuelano di fronte all’aggressione armata» durante un colloquio con la vicepresidente Delcy Rodríguez, ribadendo il sostegno di Mosca al governo bolivariano. Nelle ore successive, il ministero degli Esteri russo ha chiesto agli Stati Uniti di liberare il presidente venezuelano, definito «legittimamente eletto», e sua moglie, invocando una soluzione «attraverso il dialogo e non con l’uso della forza». Il ministero degli Esteri iraniano ha invece dichiarato che l’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela «viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale». Preoccupazione è stata espressa anche dalle Nazioni Unite. Il segretario generale, Antonio Guterres, tramite il suo portavoce, ha parlato di «mancato rispetto del diritto internazionale» e di un «pericoloso precedente», invitando tutte le parti a impegnarsi in un dialogo inclusivo nel rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.
In America Latina le reazioni sono state in larga parte critiche verso Washington. Il Messico ha denunciato l’intervento militare come una minaccia alla stabilità regionale, mentre il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha definito la cattura di Maduro «inaccettabile» e un «precedente pericoloso», evocando «i peggiori momenti di interferenza nella storia dell’America Latina». Particolare attenzione arriva dalla Colombia, direttamente esposta agli effetti della crisi. Il presidente Gustavo Petro ha annunciato il dispiegamento dell’esercito lungo la frontiera, spiegando che «se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati». Petro ha aggiunto che «l’ambasciata della Colombia in Venezuela è attiva per le chiamate di assistenza dei colombiani presenti nel Paese».
A schierarsi apertamente a fianco di Caracas è stata anche Cuba, storico alleato regionale del chavismo che senza il supporto di Caracas rischia di crollare in pochi mesi. Il ministro degli Esteri dell’Avana, Bruno Rodríguez, ha condannato l’azione militare statunitense definendola un «attacco criminale» e sollecitando una risposta «urgente» della comunità internazionale. In un messaggio pubblicato su X, Rodríguez ha affermato che Cuba «denuncia e chiede un’immediata risposta internazionale contro l’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela», sostenendo che la «Zona di pace» dell’America Latina e dei Caraibi sia stata «brutalmente assaltata». Il capo della diplomazia cubana ha parlato di «terrorismo di Stato» contro il «coraggioso popolo venezuelano» e contro la «Nostra America», concludendo il messaggio con lo slogan «Patria o Morte, vinceremo!». Di segno opposto la posizione dell’Argentina. Il presidente Javier Milei ha salutato la cattura di Maduro scrivendo sui social: «La libertà avanza» e rilanciando il suo slogan: «Viva la libertad, carajo!».
Più prudente il Regno Unito. Il primo ministro, Keir Starmer, ha assicurato che Londra «non ha avuto alcun ruolo» nell’operazione e ha ribadito l’importanza di «rispettare il diritto internazionale». Israele ha salutato con soddisfazione, parlando di Donald Trump come «leader mondo libero».
Sul fronte europeo, la Spagna ha lanciato «un appello alla de-escalation e alla moderazione», offrendo i «buoni uffici» di Madrid per una soluzione pacifica, mentre la Germania segue la situazione «con grande preoccupazione». Emmanuel Macron si è detto «soddisfatto» della cacciata del caudillo e ha invitato a una «transizione pacifica» e «democratica».
Al termine di una giornata convulsa il leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel, María Corina Machado, ha annunciato che «è giunto il tempo della libertà» e si è detta pronta ad assumere la guida del Paese. «Riporterò ordine e democrazia, libererò tutti i prigionieri politici», ha dichiarato. Machado ha quindi rivolto un appello diretto ai cittadini, sottolineando che «questo è il momento di chi ha rischiato tutto per la democrazia il 28 luglio», e ribadendo la legittimità del risultato elettorale. «Abbiamo eletto Edmundo González Urrutia come legittimo presidente del Venezuela», ha affermato, «ed egli deve assumere immediatamente il suo mandato costituzionale ed essere riconosciuto da tutti gli ufficiali e i soldati come comandante in capo delle Forze armate nazionali».
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