True
2024-06-06
Liste d’attesa, il problema non sono i soldi
(Getty Images)
Mancano le coperture. Non sanno dire altro dall’opposizione sui provvedimenti varati dal Consiglio dei ministri per la gestione delle liste d’attesa, «uno dei problemi del Servizio sanitario di cui si lamentano i cittadini, insieme alla carenza del personale», ha dichiarato il ministro della Salute, Orazio Schillaci presentando il decreto legge e il disegno di legge che puntano a misurare, monitorare, organizzare il fenomeno e a responsabilizzare istituzioni e cittadini, governando la spesa. Niente da fare. Da Raffaele Donini, coordinatore della Commissione salute per Conferenza delle Regioni, che bolla il decreto come «astratto e privo di coperture», alla segretaria Pd, Elly Schlein, per la quale «non ci sono risorse sufficienti per abbattere le liste di attesa», in area sinistra si boccia la novità come «propaganda elettorale» sostenendo che non ci sono i fondi. I soldi invece ci sarebbero, ma non sono spesi. E non è solo una questione economica garantire visite ed esami in tempi utili per tutelare il diritto alla Salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Anche per questo ieri, alle critiche di Matteo Renzi, Giuseppe Conte, Schlein e Angelo Bonelli che invitavano a «dare alla Sanità» i soldi dell’accordo con Edi Rama sui centri dei migranti in Albania, il capo del Governo, Giorgia Meloni ha risposto: «Sapete quali soldi avrei voluto mettere sulla sanità? I 17 miliardi di euro andati nelle truffe del superbonus, soldi tolti ai malati per darli ai truffatori: sono stati spesi non per risolvere problemi ma gettati dalla finestra».
L’infondatezza della critica sulla carenza di fondi per dare ali ai nuovi provvedimenti si evidenzia anche solo da un dato paradossale della Corte dei conti che certifica come «non spesi», dalle Regioni, 152 milioni di euro stanziati proprio per le liste d’attesa. «Questo dato», osserva Tonino Aceti, esperto di politica sanitaria e presidente di Salutequità, mostra l’esistenza di ostacoli di «vario tipo» che non sono solo di natura economica, ma innanzitutto di «inefficienza organizzativa» e gestionale. Per questo, secondo Aceti, «va attivato un flusso continuo che produca dati e quei dati vanno sistematizzati e certificati così da intervenire per superare le criticità. Oggi tutto questo non esiste». Assurdo: non abbiamo i dati, ma per il Pd mancano i soldi. Come spiega l’esperto, «nel Nuovo Sistema di garanzia dei Lea», i livelli essenziali di assistenza, quindi le prestazioni che vengono pagate dal Servizio sanitario, «compare solo un indicatore “core” relativo alle liste d’attesa», che è «del tutto inadeguato perché relativo al codice di priorità D, cioè “differibile”, e calcolato in modo inappropriato perché riferito a pochissime prestazioni, all’interno di settimane indice». Proprio per colmare questo gap, secondo la misura appena approvata, è prevista la piattaforma di Agenas.
Tornando alla questione economica, per il presidente di Salutequità è prioritario «rivedere le modalità di erogazione dei fondi alle Regioni: basta con il dare soldi a prescindere dal raggiungimento dell’obiettivo di recupero o di abbattimento delle liste», dice, «serve un meccanismo di responsabilizzazione», che è stato introdotto nelle direttive. Sostiene la necessità di «strumenti nuovi» più che di generiche coperture a pioggia, anche Giovanni Migliore, presidente Fiaso, la Federazione italiana delle Aziende sanitarie e ospedaliere. «Ormai da tantissimi anni ci confrontiamo col tema delle liste d’attesa», ha dichiarato a SkyTg24, «io faccio il direttore generale da 12 anni e da 12 anni» c’è «questo problema. Abbiamo rincorso la prestazione, ma in realtà dobbiamo capire bene che cosa serve ai nostri cittadini, dobbiamo assicurare a ciascuno quello di cui ha veramente bisogno nei tempi in cui merita di essere assistito». Per questo, secondo Migliore, « è necessario un nuovo sistema di monitoraggio e sono necessari strumenti che ci mettano nelle condizioni di capire realmente dove investire le nostre risorse. Sono indispensabili strumenti nuovi. Noi dobbiamo, attraverso questo sistema, capire qual è la capacità produttiva massima del Ssn. Se però ci rendiamo conto che, sulla base del monitoraggio, questa capacità produttiva che siamo riusciti a raggiungere o che raggiungeremo non è sufficiente per la tutela della salute dei nostri cittadini, dobbiamo intervenire», anche «organizzando meglio il lavoro» e «valorizzando di più i nostri professionisti». Le liste d’attesa «sono importanti», pure per Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri che ieri, su Il Foglio, spiegava che in sanità, «non si migliora limitandosi a chiedere più soldi, e nemmeno concentrandosi sull’ossessione delle liste d’attesa. Per intervenire su questo terreno occorre fare scelte improntate all’efficienza, e occorre governare la domanda stabilendo delle priorità, adeguandosi cioè all’evoluzione delle conoscenze», prima di pensare alle coperture che, se non governate sono, per assurdo destinate a crescere. «L’ossessione generica delle liste d’attesa induce il sistema sanitario ad alimentare prestazioni inutili», avverte Remuzzi, «a non ragionare sulla base di ciò che serve e di ciò che non serve, e a far aumentare la spesa sanitaria a danno di chi è davvero malato». E a conferma, c’è «un lavoro pubblicato tempo fa su Nature» che dimostra come «se si mettono a disposizione più specialisti, le liste d’attesa al momento si riducono, poi però il sistema si riorganizza su un nuovo livello di domanda e», conclude «siamo da capo».
I numeri smentiscono la sinistra: in calo gli utili degli operatori privati
La sanità pubblica se la passa male ma anche quella privata non sta benissimo vista l’esiguità dei margini. A emettere questo verdetto è un arbitro al di sopra di ogni sospetto come l’Area studi di Mediobanca. Il risultato della ricerca fa giustizia di tutte le chiacchiere di questi giorni su presunti benefici di cui godono le cliniche private rispetto gli ospedali pubblici. La realtà che emerge dai numeri è ben altra: il sistema sanitario italiano ha un problema enorme di efficienza. Tuttavia sostenere come fanno in queste ore i maggiori esponenti della sinistra che esiste una torsione a favore degli operatori privati è semplicemente un falso. In realtà il dualismo fra servizio pubblico e le cliniche accreditate assomiglia molto alla lite fra i capponi di Renzo, nei Promessi Sposi. E valga il vero. Nel 2022 i 31 operatori sanitari privati esaminati da Mediobanca (fatturato oltre 100 milioni) hanno totalizzato ricavi per 10,6 miliardi in rialzo del 2,7% sul 2021 e dell’8,7% sul 2019. La crescita del giro d’affari, però, non si è riflessa sugli utili. La redditività complessiva, ancora inferiore ai livelli pre-pandemici, ha subìto un’ulteriore battuta d’arresto nel 2022, risentendo dell’inflazione: il margine operativo netto si è contratto del 60,4% sul 2019 e del 49,7% sul 2021. Rispetto al fatturato è sceso all’1,8% dal 3,8% del 2021 e, soprattutto, dal 5,3% del 2019. Insomma il sistema privato muove grandi volumi ma alla fine quello che resta nelle casse sono spiccioli. Sempre di meno considerando che, come abbiamo visto, i margini si sono sostanzialmente dimezzati fra il 2019 e il 2022.
Con riferimento alle singole specialità, l’assistenza ospedaliera e la riabilitazione hanno chiuso il 2022 con risultato negativo, in misura più marcata per la seconda (-6% contro il -0,3%). La diagnostica, pur condividendo la contrazione degli utili, ha realizzato il maggior margine operativo netto (11,1%). Su questo settore gravano tuttavia le conseguenze del decreto del ministero della Salute del giugno 2023 che disciplina la nuova nomenclatura per l’assistenza specialistica ambulatoriale con tagli medi previsti sulle tariffe delle principali prestazioni attorno al 30%. L’entrata in vigore del decreto, inizialmente fissata nell’aprile 2024, è stata posticipata al gennaio 2025. L’ultima riga di conto economico aggregato dei 31 operatori è negativa per 38 milioni, portando a due il numero gli esercizi in rosso nel quadriennio (dopo i -53,9 milioni del 2020). Sono 14 i gruppi che hanno chiuso in perdita il 2022 (erano cinque nel 2021). Il margine sul capitale investito, già in riduzione dal 5,9% del 2019 al 4,1% del 2021, cala ulteriormente al -0,8% nel 2022. La migliore redditività netta è registrata da: Centro di medicina (22,2%), Humanitas (13,4%), Eurosanità (9,5%) e Ghc (8,3%) nell’assistenza ospedaliera, Synlab (39,2%) nella diagnostica e San Raffaele di Roma (36,3%) nella riabilitazione.
Che ci sia un problema di efficienza complessiva del sistema è confermato dall’ultima parte dello studio. L’Italia spende meno degli altri grandi Paesi europei per la sua sanità pubblica in rapporto al suo prodotto interno lordo. Nel 2022, evidenzia Mediobanca, il nostro Paese ha speso il 6,8% del Pil, alle spalle di Spagna (7,3%), Regno Unito (9,3%), Francia (10,3%) e Germania (10,9%). Nel 2023, prosegue l’analisi, l’Italia si è attestata al 6,3% con la previsione di portarsi al 6,4% nel 2024. In valore assoluto la spesa si è attestata a 131,7 miliardi nel 2022 e, secondo i dati previsionali, scenderà a 131,1 miliardi nel 2023. Nel 2022 il 79% circa del valore complessivo è originato dalle strutture pubbliche e il 21% da quelle accreditate.
Continua a leggereRiduci
Polemiche per gli stanziamenti del nuovo decreto. Ma gli esperti spiegano che per accorciare i tempi delle visite servono più organizzazione e innovazione. Meloni replica alle critiche: «I 17 miliardi delle truffe del Superbonus li avrei spesi per gli ospedali».Sinistra smentita: uno studio di Mediobanca svela come l’inflazione vanifichi la crescita del fatturato degli operatori sanitari privati.Lo speciale contiene due articoli.Mancano le coperture. Non sanno dire altro dall’opposizione sui provvedimenti varati dal Consiglio dei ministri per la gestione delle liste d’attesa, «uno dei problemi del Servizio sanitario di cui si lamentano i cittadini, insieme alla carenza del personale», ha dichiarato il ministro della Salute, Orazio Schillaci presentando il decreto legge e il disegno di legge che puntano a misurare, monitorare, organizzare il fenomeno e a responsabilizzare istituzioni e cittadini, governando la spesa. Niente da fare. Da Raffaele Donini, coordinatore della Commissione salute per Conferenza delle Regioni, che bolla il decreto come «astratto e privo di coperture», alla segretaria Pd, Elly Schlein, per la quale «non ci sono risorse sufficienti per abbattere le liste di attesa», in area sinistra si boccia la novità come «propaganda elettorale» sostenendo che non ci sono i fondi. I soldi invece ci sarebbero, ma non sono spesi. E non è solo una questione economica garantire visite ed esami in tempi utili per tutelare il diritto alla Salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Anche per questo ieri, alle critiche di Matteo Renzi, Giuseppe Conte, Schlein e Angelo Bonelli che invitavano a «dare alla Sanità» i soldi dell’accordo con Edi Rama sui centri dei migranti in Albania, il capo del Governo, Giorgia Meloni ha risposto: «Sapete quali soldi avrei voluto mettere sulla sanità? I 17 miliardi di euro andati nelle truffe del superbonus, soldi tolti ai malati per darli ai truffatori: sono stati spesi non per risolvere problemi ma gettati dalla finestra». L’infondatezza della critica sulla carenza di fondi per dare ali ai nuovi provvedimenti si evidenzia anche solo da un dato paradossale della Corte dei conti che certifica come «non spesi», dalle Regioni, 152 milioni di euro stanziati proprio per le liste d’attesa. «Questo dato», osserva Tonino Aceti, esperto di politica sanitaria e presidente di Salutequità, mostra l’esistenza di ostacoli di «vario tipo» che non sono solo di natura economica, ma innanzitutto di «inefficienza organizzativa» e gestionale. Per questo, secondo Aceti, «va attivato un flusso continuo che produca dati e quei dati vanno sistematizzati e certificati così da intervenire per superare le criticità. Oggi tutto questo non esiste». Assurdo: non abbiamo i dati, ma per il Pd mancano i soldi. Come spiega l’esperto, «nel Nuovo Sistema di garanzia dei Lea», i livelli essenziali di assistenza, quindi le prestazioni che vengono pagate dal Servizio sanitario, «compare solo un indicatore “core” relativo alle liste d’attesa», che è «del tutto inadeguato perché relativo al codice di priorità D, cioè “differibile”, e calcolato in modo inappropriato perché riferito a pochissime prestazioni, all’interno di settimane indice». Proprio per colmare questo gap, secondo la misura appena approvata, è prevista la piattaforma di Agenas. Tornando alla questione economica, per il presidente di Salutequità è prioritario «rivedere le modalità di erogazione dei fondi alle Regioni: basta con il dare soldi a prescindere dal raggiungimento dell’obiettivo di recupero o di abbattimento delle liste», dice, «serve un meccanismo di responsabilizzazione», che è stato introdotto nelle direttive. Sostiene la necessità di «strumenti nuovi» più che di generiche coperture a pioggia, anche Giovanni Migliore, presidente Fiaso, la Federazione italiana delle Aziende sanitarie e ospedaliere. «Ormai da tantissimi anni ci confrontiamo col tema delle liste d’attesa», ha dichiarato a SkyTg24, «io faccio il direttore generale da 12 anni e da 12 anni» c’è «questo problema. Abbiamo rincorso la prestazione, ma in realtà dobbiamo capire bene che cosa serve ai nostri cittadini, dobbiamo assicurare a ciascuno quello di cui ha veramente bisogno nei tempi in cui merita di essere assistito». Per questo, secondo Migliore, « è necessario un nuovo sistema di monitoraggio e sono necessari strumenti che ci mettano nelle condizioni di capire realmente dove investire le nostre risorse. Sono indispensabili strumenti nuovi. Noi dobbiamo, attraverso questo sistema, capire qual è la capacità produttiva massima del Ssn. Se però ci rendiamo conto che, sulla base del monitoraggio, questa capacità produttiva che siamo riusciti a raggiungere o che raggiungeremo non è sufficiente per la tutela della salute dei nostri cittadini, dobbiamo intervenire», anche «organizzando meglio il lavoro» e «valorizzando di più i nostri professionisti». Le liste d’attesa «sono importanti», pure per Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri che ieri, su Il Foglio, spiegava che in sanità, «non si migliora limitandosi a chiedere più soldi, e nemmeno concentrandosi sull’ossessione delle liste d’attesa. Per intervenire su questo terreno occorre fare scelte improntate all’efficienza, e occorre governare la domanda stabilendo delle priorità, adeguandosi cioè all’evoluzione delle conoscenze», prima di pensare alle coperture che, se non governate sono, per assurdo destinate a crescere. «L’ossessione generica delle liste d’attesa induce il sistema sanitario ad alimentare prestazioni inutili», avverte Remuzzi, «a non ragionare sulla base di ciò che serve e di ciò che non serve, e a far aumentare la spesa sanitaria a danno di chi è davvero malato». E a conferma, c’è «un lavoro pubblicato tempo fa su Nature» che dimostra come «se si mettono a disposizione più specialisti, le liste d’attesa al momento si riducono, poi però il sistema si riorganizza su un nuovo livello di domanda e», conclude «siamo da capo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/liste-attesa-sanita-2668464254.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-numeri-smentiscono-la-sinistra-in-calo-gli-utili-degli-operatori-privati" data-post-id="2668464254" data-published-at="1717619692" data-use-pagination="False"> I numeri smentiscono la sinistra: in calo gli utili degli operatori privati La sanità pubblica se la passa male ma anche quella privata non sta benissimo vista l’esiguità dei margini. A emettere questo verdetto è un arbitro al di sopra di ogni sospetto come l’Area studi di Mediobanca. Il risultato della ricerca fa giustizia di tutte le chiacchiere di questi giorni su presunti benefici di cui godono le cliniche private rispetto gli ospedali pubblici. La realtà che emerge dai numeri è ben altra: il sistema sanitario italiano ha un problema enorme di efficienza. Tuttavia sostenere come fanno in queste ore i maggiori esponenti della sinistra che esiste una torsione a favore degli operatori privati è semplicemente un falso. In realtà il dualismo fra servizio pubblico e le cliniche accreditate assomiglia molto alla lite fra i capponi di Renzo, nei Promessi Sposi. E valga il vero. Nel 2022 i 31 operatori sanitari privati esaminati da Mediobanca (fatturato oltre 100 milioni) hanno totalizzato ricavi per 10,6 miliardi in rialzo del 2,7% sul 2021 e dell’8,7% sul 2019. La crescita del giro d’affari, però, non si è riflessa sugli utili. La redditività complessiva, ancora inferiore ai livelli pre-pandemici, ha subìto un’ulteriore battuta d’arresto nel 2022, risentendo dell’inflazione: il margine operativo netto si è contratto del 60,4% sul 2019 e del 49,7% sul 2021. Rispetto al fatturato è sceso all’1,8% dal 3,8% del 2021 e, soprattutto, dal 5,3% del 2019. Insomma il sistema privato muove grandi volumi ma alla fine quello che resta nelle casse sono spiccioli. Sempre di meno considerando che, come abbiamo visto, i margini si sono sostanzialmente dimezzati fra il 2019 e il 2022. Con riferimento alle singole specialità, l’assistenza ospedaliera e la riabilitazione hanno chiuso il 2022 con risultato negativo, in misura più marcata per la seconda (-6% contro il -0,3%). La diagnostica, pur condividendo la contrazione degli utili, ha realizzato il maggior margine operativo netto (11,1%). Su questo settore gravano tuttavia le conseguenze del decreto del ministero della Salute del giugno 2023 che disciplina la nuova nomenclatura per l’assistenza specialistica ambulatoriale con tagli medi previsti sulle tariffe delle principali prestazioni attorno al 30%. L’entrata in vigore del decreto, inizialmente fissata nell’aprile 2024, è stata posticipata al gennaio 2025. L’ultima riga di conto economico aggregato dei 31 operatori è negativa per 38 milioni, portando a due il numero gli esercizi in rosso nel quadriennio (dopo i -53,9 milioni del 2020). Sono 14 i gruppi che hanno chiuso in perdita il 2022 (erano cinque nel 2021). Il margine sul capitale investito, già in riduzione dal 5,9% del 2019 al 4,1% del 2021, cala ulteriormente al -0,8% nel 2022. La migliore redditività netta è registrata da: Centro di medicina (22,2%), Humanitas (13,4%), Eurosanità (9,5%) e Ghc (8,3%) nell’assistenza ospedaliera, Synlab (39,2%) nella diagnostica e San Raffaele di Roma (36,3%) nella riabilitazione. Che ci sia un problema di efficienza complessiva del sistema è confermato dall’ultima parte dello studio. L’Italia spende meno degli altri grandi Paesi europei per la sua sanità pubblica in rapporto al suo prodotto interno lordo. Nel 2022, evidenzia Mediobanca, il nostro Paese ha speso il 6,8% del Pil, alle spalle di Spagna (7,3%), Regno Unito (9,3%), Francia (10,3%) e Germania (10,9%). Nel 2023, prosegue l’analisi, l’Italia si è attestata al 6,3% con la previsione di portarsi al 6,4% nel 2024. In valore assoluto la spesa si è attestata a 131,7 miliardi nel 2022 e, secondo i dati previsionali, scenderà a 131,1 miliardi nel 2023. Nel 2022 il 79% circa del valore complessivo è originato dalle strutture pubbliche e il 21% da quelle accreditate.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
Istock
Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
Continua a leggereRiduci
iStock
Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
Continua a leggereRiduci