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2018-07-21
Ora l'Italia deve seguire Trump anche sull'Iran
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Ansa
Prima notizia. La guida suprema iraniana Ali Khamenei ha parlato, e - come sanno bene a Teheran - le parole di Khamenei non sono consigli, ma ordini. «È inutile trattare con gli Stati Uniti, bisogna proseguire il negoziato con gli europei», ha detto rivolgendosi agli ambasciatori e ai diplomatici del suo Paese. In altre parole, con realismo, Khamenei ha capito che il presidente americano Donald Trump non si smuoverà dal suo attacco frontale al patto nucleare (dal quale si è ufficialmente ritirato circa un mese fa), e che a Teheran conviene cercare un punto di minor resistenza in Europa. Non dimentichiamo che la Francia ha apparecchiato da tempo grandi affari con l'Iran: stabilimenti Renault, forniture Airbus, giacimenti di gas Total. Anche i tedeschi si sono mossi, ma hanno per primi preso atto della durezza di Trump. Parigi, invece, sembra ancora voler insistere, nonostante le recenti sanzioni monstre (9 miliardi e mezzo di dollari) per i rapporti di Bnp in Iran (oltre che in Sudan e a Cuba).
Seconda notizia. Werner Hoyer, il presidente della Banca europea per gli investimenti, ha clamorosamente fermato i motori europei, ammettendo che un'eventuale insistenza europea nelle relazioni con Teheran dopo la mossa di Washington metterebbe complessivamente a rischio la strategia commerciale europea. «L'Iran è un luogo dove non possiamo giocare un ruolo attivo», ha ammesso Hoyer, pur ribadendo di aver sostenuto lo sforzo politico dei leader europei per tenere vivo il cosiddetto Iran deal. Il punto è fin troppo chiaro: qualunque accordo con Teheran, a questo punto, ridurrebbe a zero la possibilità di raccogliere investimenti e risorse negli Usa, conducendo la Bei alla paralisi.
Davanti a questi due fatti, resta un interrogativo: che farà l'Italia? Non va dimenticato che tra poco più di una settimana, il 30 luglio prossimo, il primo ministro Giuseppe Conte incontrerà a Washington il presidente Trump, cioè il più convinto avversario dell'Iran deal e sostenitore di una strategia di isolamento totale del regime di Teheran. Infatti, Trump ha alzato un muro davanti alla cancelliera tedesca Angela Merkel e soprattutto al presidente francese Emmanuel Macron che gli chiedevano di alleggerire la sua posizione verso l'Iran, e - per tutta risposta - ha addirittura appesantito le sanzioni nei confronti dei paesi alleati «colti» a trafficare con gli ayatollah. Non è realistico (e meno che mai auspicabile) che sia Conte a sfidare Trump su questo terreno.
Davanti a questo scenario, le scelte dei governi di Matteo Renzi (prima) e di Paolo Gentiloni (poi) appaiono letteralmente surreali. Carlo Calenda, allora ministro dello Sviluppo economico, arrivò a patrocinare una fiera di amicizia Italia-Iran; vi furono svariate missioni governative per incoraggiare le relazioni commerciali Roma-Teheran; e l'attivismo (sia da parte delle imprese pubbliche e parapubbliche, sia da parte governativa per stimolare le imprese private) fu frenetico. Già solo sul lato privato, l'azzardo era notevolissimo. Intendiamoci: era perfettamente logico che aziende private cercassero di aprirsi le porte di un grande mercato. Ma è stato pericoloso e irresponsabile che il governo di allora non abbia tempestivamente chiarito i rischi.
Il punto era (e sarebbe essere ancora oggi): che accade se una Corte non italiana (per esempio, una Corte statunitense, anche di un singolo Stato americano) accerta che i proventi di una trattativa sono stati utilizzati da Teheran per sostenere la filiera del terrore, anche indirettamente? Dimostrarlo è un gioco da ragazzi, nel momento in cui mezza economia iraniana è controllata dai pasdaran. Morale: anche se un'impresa italiana si comporta in modo correttissimo, è quasi matematico che vada incontro a brutte sorprese, con sanzioni pesantissime irrogabili dalle Corti statunitensi e nessuna esenzione o scarico di responsabilità possibile a favore di amministratori e manager. Il problema esisteva anche in fase pre Trump: alla vigilia di Natale del 2016, il Financial Times rese nota una multa americana da oltre 200 milioni di dollari a carico di Banca Intesa per transazioni riguardanti l'Iran. Seguirono interrogazioni parlamentari in Italia, e il governo Gentiloni fu costretto ad ammettere che la notizia era fondata. Figuriamoci ora, con un Trump che ha fatto di questo tema un punto qualificante della sua politica estera, facendo scattare nuove e ulteriori specifiche sanzioni.
A maggior ragione, risulta autolesionista ai limiti del masochismo l'ultima scelta del governo Gentiloni, nella legge di stabilità approvata prima del voto del 4 marzo. In quel caso, si trattava di uno strumento pensato per le imprese di stato: attraverso il veicolo Invitalia, il governo decise di usare soldi pubblici come garanzia per gli affari a rischio con gli Stati considerati sponsor del terrore e dell'integralismo islamista, a partire dall'Iran (peraltro, traendo le risorse dal fondo per l'imprenditoria giovanile). Alla luce degli ultimi sviluppi, sono tutti strumenti che possono scottare e costare carissimo: per le imprese pubbliche, in termini di uso a dir poco rischioso dei soldi dei contribuenti; per quelle private, per il pericolo di accuse di money laundering e transactions involving Iran. Delle due l'una, quindi: o, come ha di fatto suggerito la Bei, tutto questo apparato normativo (e finanziario) viene rimesso in garage, oppure l'Italia (imprese private e aziende pubbliche) rischia grosso.
Il regime rischia la rivolta dell’acqua, l’Ue fugge
Su un solo punto Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki non hanno trovato un'intesa, anche se di massima: quella sull'Iran, collegata alla questione nucleare. Persino sulla Siria, dove la sanguinosa guerra è ancora in corso e non sembra concludersi in tempi brevi, si va profilando una soluzione, che salverebbe Bashar al Assad, almeno in una prima fase. Ma sull'uscita dall'accordo nucleare iraniano il presidente americano è apparso irremovibile. Che cosa rende Trump così risoluto sul no?
La prima ragione è collegata all'incredibile impresa del Mossad (il mitico servizio segreto israeliano) che ha compiuto un'operazione, che si troverà scritta nei libri di storia dei servizi segreti e sicuramente la rivivremo presto in un film americano. Di che cosa si tratta? Le superspie di Gerusalemme, nel gennaio scorso, sono riuscite a forare con una lancia termica (in grado di raggiungere i 3.600 gradi) porte blindate e gli spessori di ben 32 casseforti. Lo hanno fatto, in una località rimasta segreta, con la complicità di uomini della resistenza iraniana, per recuperare circa cinquecento chilogrammi di documenti degli archivi riservati del governo di Teheran. Una buona parte di questi documenti sono stati trasmessi alle intelligence dei Paesi amici e ai leader alleati, a partire dagli Stati Uniti. È questa la ragione più rilevante che ha convinto Trump a ritirarsi dall'accordo sul nucleare siglato con l'Iran (Vienna, 2015). Ora il governo di Israele ha deciso di far conoscere i contenuti dei documenti più significativi ad alcuni giornali, fra i quali il New York Times, che ne ha già pubblicati alcuni. Il giornale però ha fatto notare che si tratta di una documentazione riferita al passato. Ma - osservano gli esperti legati alla Resistenza - la doppiezza utilizzata dai diplomatici di Teheran non è stata del tutto cancellata perché, anche oggi, i comportamenti nei confronti dell'Occidente (Europa compresa) appaiono identici.
In questo scenario risulta apparentemente incomprensibile l'atteggiamento acritico della Ue sull'accordo di Vienna con l'Iran. Appaiono anche anomali persino i frequenti viaggi a Teheran della rappresentante europea, Federica Mogherini, che si incontra con gli ayatollah per rassicurarli sulla validità dell'accordo sul nucleare. E questo mentre il clima nella repubblica islamica si fa sempre più caldo, anzi incandescente, con le continue manifestazioni e scioperi in numerose località del Paese, caratterizzate da scontri sanguinosi e arresti di massa . Nei giorni scorsi si sono svolte assemblee e cortei di migliaia di cittadini di Borazjan (regione Busher, Iran sud occidentale) per protestare contro l'interruzione dell'acqua potabile. I giovani, in particolare, hanno esposto striscioni e cartelloni con le scritte «Morte al dittatore! Il nostro nemico è qui. È una menzogna che è l'America. Lasciate perdere la Siria, pensate a noi. Non vogliamo un governo inefficiente. Non abbiamo paura. Siamo tutti uniti. No a Gaza, no al Libano. Mi sacrifico per l'Iran. Se diminuisse la corruzione il nostro problema sarebbe risolto».
Secondo Shahim Pakruoh, direttore dell'Azienda dell'acqua e delle fognature dello Stato, almeno 334 città iraniane rischiano di rimanere senz'acqua a causa della grave siccità del Paese; almeno 107 città sono state segnate in rosso (grave pericolo). Le crisi più acute - secondo Tasnim, l'agenzia dei pasdaran - si registreranno nelle regioni Esfaham, Kerman, Fars, Khorasan Razavi, Sistan e Baluchestan. Qualche scricchiolio si avverte anche nelle gerarchie del regime. Ad esempio, un parlamentare, Mohammad Baqir Sa'adat, eletto nella città di Borazjan, ha dichiarato sul sito web locale: «La rabbia del popolo è giustificata, i residenti avrebbero anche il diritto di insultare le autorità dopo dieci giorni di interruzione della fornitura di acqua potabile, con una temperatura di 50 gradi». Proteste per la carenza di acqua si sono registrate nel mese di giugno anche in diverse altre città iraniane; la siccità ha infatti colpito più del 95 per cento dell'Iran. In diverse regioni (ma anche a Teheran) le proteste si sono estese anche per la lotta alla corruzione e per la disoccupazione, che colpisce prevalentemente i giovani. Per non parlare dei diritti umani, quotidianamente violati.
Secondo un rapporto di Iran human rights monitor, pubblicato a giugno, in un solo mese si è verificata una lunga serie di violenze, tra cui sedici esecuzioni, cinque condanne alla lapidazione, diciassette casi di «omicidi arbitrari», numerosi casi di tortura dei detenuti politici, pestaggi di venditori ambulanti, distruzione di case popolari, repressione violente di proteste popolari pacifiche (almeno quattro manifestanti sono stati uccisi dai pasdaran). Viene anche segnalato il caso di una bambina delle scuole elementari picchiata selvaggiamente perché «velata male». Delle 16 esecuzioni del mese di maggio, tre sono avvenute in pubblico. Nello stesso periodo sono state annunciate altre 57 fucilazioni nella prigione di Rajaie Shahr (Gohardasht), nella provincia di Karaj. Nelle carceri si sono anche diffusi gli scioperi della fame per protestare contro le continue violazioni dei diritti umani. Il sito web statale Jamaran ha riferito che in Iran vengono arrestate ogni ora 52 persone. Infatti, secondo Hassan Moussavi Chelak, presidente dell'associazione Iran social aid, nel 2017 sono finiti in carcere 459.660 cittadini. La popolazione carceraria va crescendo ogni giorno, nel silenzio delle autorità, che minimizzano o nascondono il fenomeno. Il numero dei detenuti è un segreto di Stato, non viene mai reso pubblico. A questo proposito, il direttore della direzione carceri, Asqar Jahangir, ha dichiarato all'agenzia governativa Isna solo qualche curiosità: «Abbiamo circa 18.000 prigionieri per reati finanziari. Si tratta di cittadini che hanno commesso reati, come cambiali e fidejussioni, che non sono stati in grado di onorare… Abbiamo 3.000 prigionieri che non sono riusciti a pagare una modesta dote; di questi 466 potrebbero essere subito liberati pagando meno di dieci monete d'oro».
Secondo questo alto funzionario del regime di Teheran, «il 73 per cento dei detenuti ha affermato che la povertà è la ragione della loro detenzione, il 43 % di questa popolazione è analfabeta, mentre il 17 % si trova in carcere per comportamenti pericolosi». Fra la «pericolosità» primeggia il dissenso nei confronti del regime.
Vi è anche da aggiungere la persecuzione delle minoranze religiose, incredibilmente cresciuta negli ultimi mesi e che colpisce soprattutto le donne.
Il regime sta attuando una strategia difensiva anche nei confronti dei cosiddetti «nemici esterni», combattendo con ogni mezzo la resistenza che si è organizzata in varie regioni europee con un centro direzionale concentrato a Parigi, dove ha sede il Consiglio internazionale iraniano, presieduto dalla signora Maryam Rajavi. Lo scorso 30 giugno in uno stadio della capitale francese sono stati convocati oltre 100.000 iraniani esuli in Europa, ma anche in Australia e negli Usa. Non è la prima volta che avvengono questi giganteschi e spettacolari raduni antiregime.
Ma l'appuntamento di quest'anno ha finito con l'assumere un particolare significato. La magistratura tedesca ha fatto arrestare un diplomatico iraniano, Assadollah Assadi, accusato di terrorismo: aveva incaricato una coppia di terroristi, che risiedevano in Belgio (arrestati qualche giorno prima) che avevano avuto l'ordine di sganciare una bomba nello stadio affollatissimo di partigiani antiregime. Sarebbe stata una strage. Un portavoce della magistratura belga ha dichiarato a questo proposito che «tutto il personale delle ambasciate iraniane praticamente fa parte dei servizi dell'Intelligence».
La manifestazione di Parigi è stata un grande successo per gli organizzatori perché vi hanno partecipato centinaia di capi ed ex capi di Stato, ministri, parlamentari dei Paesi europei e degli Usa, compresi Rudolph Giuliani, che segue le organizzazioni della Resistenza iraniana per conto di Trump, oltre a 200 sindaci francesi. Mancava però Federica Mogherini, l'alta rappresentante Ue per la politica estera, sicuramente impegnata in un nuovo viaggio a Teheran per tranquillizzare gli ayatollah.
Aldo Forbice
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L'ayatollah ordina lo stop alle trattative con gli Usa per salvare l'accordo sul nucleare e punta tutto sull'Ue. Ma il presidente della Banca europea per gli investimenti avverte: rischiamo di perdere affari con Washington. Roma deve svoltare dopo gli anni dei governi Renzi e Gentiloni, sostenitori di trattative con le imprese di Teheran, anche a rischio di finanziare indirettamente il terrorismo.Scricchiolii nelle gerarchie del regime. Crescono le proteste per l'emergenza idrica nel Paese, che asseta oltre 300 città, e per la corruzione e la disoccupazione.Lo speciale contiene due articoliPrima notizia. La guida suprema iraniana Ali Khamenei ha parlato, e - come sanno bene a Teheran - le parole di Khamenei non sono consigli, ma ordini. «È inutile trattare con gli Stati Uniti, bisogna proseguire il negoziato con gli europei», ha detto rivolgendosi agli ambasciatori e ai diplomatici del suo Paese. In altre parole, con realismo, Khamenei ha capito che il presidente americano Donald Trump non si smuoverà dal suo attacco frontale al patto nucleare (dal quale si è ufficialmente ritirato circa un mese fa), e che a Teheran conviene cercare un punto di minor resistenza in Europa. Non dimentichiamo che la Francia ha apparecchiato da tempo grandi affari con l'Iran: stabilimenti Renault, forniture Airbus, giacimenti di gas Total. Anche i tedeschi si sono mossi, ma hanno per primi preso atto della durezza di Trump. Parigi, invece, sembra ancora voler insistere, nonostante le recenti sanzioni monstre (9 miliardi e mezzo di dollari) per i rapporti di Bnp in Iran (oltre che in Sudan e a Cuba).Seconda notizia. Werner Hoyer, il presidente della Banca europea per gli investimenti, ha clamorosamente fermato i motori europei, ammettendo che un'eventuale insistenza europea nelle relazioni con Teheran dopo la mossa di Washington metterebbe complessivamente a rischio la strategia commerciale europea. «L'Iran è un luogo dove non possiamo giocare un ruolo attivo», ha ammesso Hoyer, pur ribadendo di aver sostenuto lo sforzo politico dei leader europei per tenere vivo il cosiddetto Iran deal. Il punto è fin troppo chiaro: qualunque accordo con Teheran, a questo punto, ridurrebbe a zero la possibilità di raccogliere investimenti e risorse negli Usa, conducendo la Bei alla paralisi.Davanti a questi due fatti, resta un interrogativo: che farà l'Italia? Non va dimenticato che tra poco più di una settimana, il 30 luglio prossimo, il primo ministro Giuseppe Conte incontrerà a Washington il presidente Trump, cioè il più convinto avversario dell'Iran deal e sostenitore di una strategia di isolamento totale del regime di Teheran. Infatti, Trump ha alzato un muro davanti alla cancelliera tedesca Angela Merkel e soprattutto al presidente francese Emmanuel Macron che gli chiedevano di alleggerire la sua posizione verso l'Iran, e - per tutta risposta - ha addirittura appesantito le sanzioni nei confronti dei paesi alleati «colti» a trafficare con gli ayatollah. Non è realistico (e meno che mai auspicabile) che sia Conte a sfidare Trump su questo terreno.Davanti a questo scenario, le scelte dei governi di Matteo Renzi (prima) e di Paolo Gentiloni (poi) appaiono letteralmente surreali. Carlo Calenda, allora ministro dello Sviluppo economico, arrivò a patrocinare una fiera di amicizia Italia-Iran; vi furono svariate missioni governative per incoraggiare le relazioni commerciali Roma-Teheran; e l'attivismo (sia da parte delle imprese pubbliche e parapubbliche, sia da parte governativa per stimolare le imprese private) fu frenetico. Già solo sul lato privato, l'azzardo era notevolissimo. Intendiamoci: era perfettamente logico che aziende private cercassero di aprirsi le porte di un grande mercato. Ma è stato pericoloso e irresponsabile che il governo di allora non abbia tempestivamente chiarito i rischi.Il punto era (e sarebbe essere ancora oggi): che accade se una Corte non italiana (per esempio, una Corte statunitense, anche di un singolo Stato americano) accerta che i proventi di una trattativa sono stati utilizzati da Teheran per sostenere la filiera del terrore, anche indirettamente? Dimostrarlo è un gioco da ragazzi, nel momento in cui mezza economia iraniana è controllata dai pasdaran. Morale: anche se un'impresa italiana si comporta in modo correttissimo, è quasi matematico che vada incontro a brutte sorprese, con sanzioni pesantissime irrogabili dalle Corti statunitensi e nessuna esenzione o scarico di responsabilità possibile a favore di amministratori e manager. Il problema esisteva anche in fase pre Trump: alla vigilia di Natale del 2016, il Financial Times rese nota una multa americana da oltre 200 milioni di dollari a carico di Banca Intesa per transazioni riguardanti l'Iran. Seguirono interrogazioni parlamentari in Italia, e il governo Gentiloni fu costretto ad ammettere che la notizia era fondata. Figuriamoci ora, con un Trump che ha fatto di questo tema un punto qualificante della sua politica estera, facendo scattare nuove e ulteriori specifiche sanzioni.A maggior ragione, risulta autolesionista ai limiti del masochismo l'ultima scelta del governo Gentiloni, nella legge di stabilità approvata prima del voto del 4 marzo. In quel caso, si trattava di uno strumento pensato per le imprese di stato: attraverso il veicolo Invitalia, il governo decise di usare soldi pubblici come garanzia per gli affari a rischio con gli Stati considerati sponsor del terrore e dell'integralismo islamista, a partire dall'Iran (peraltro, traendo le risorse dal fondo per l'imprenditoria giovanile). Alla luce degli ultimi sviluppi, sono tutti strumenti che possono scottare e costare carissimo: per le imprese pubbliche, in termini di uso a dir poco rischioso dei soldi dei contribuenti; per quelle private, per il pericolo di accuse di money laundering e transactions involving Iran. Delle due l'una, quindi: o, come ha di fatto suggerito la Bei, tutto questo apparato normativo (e finanziario) viene rimesso in garage, oppure l'Italia (imprese private e aziende pubbliche) rischia grosso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/liran-rischia-la-rivolta-dellacqua-lue-fugge-2588472323.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-regime-rischia-la-rivolta-dellacqua-lue-fugge" data-post-id="2588472323" data-published-at="1774138303" data-use-pagination="False"> Il regime rischia la rivolta dell’acqua, l’Ue fugge Su un solo punto Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki non hanno trovato un'intesa, anche se di massima: quella sull'Iran, collegata alla questione nucleare. Persino sulla Siria, dove la sanguinosa guerra è ancora in corso e non sembra concludersi in tempi brevi, si va profilando una soluzione, che salverebbe Bashar al Assad, almeno in una prima fase. Ma sull'uscita dall'accordo nucleare iraniano il presidente americano è apparso irremovibile. Che cosa rende Trump così risoluto sul no? La prima ragione è collegata all'incredibile impresa del Mossad (il mitico servizio segreto israeliano) che ha compiuto un'operazione, che si troverà scritta nei libri di storia dei servizi segreti e sicuramente la rivivremo presto in un film americano. Di che cosa si tratta? Le superspie di Gerusalemme, nel gennaio scorso, sono riuscite a forare con una lancia termica (in grado di raggiungere i 3.600 gradi) porte blindate e gli spessori di ben 32 casseforti. Lo hanno fatto, in una località rimasta segreta, con la complicità di uomini della resistenza iraniana, per recuperare circa cinquecento chilogrammi di documenti degli archivi riservati del governo di Teheran. Una buona parte di questi documenti sono stati trasmessi alle intelligence dei Paesi amici e ai leader alleati, a partire dagli Stati Uniti. È questa la ragione più rilevante che ha convinto Trump a ritirarsi dall'accordo sul nucleare siglato con l'Iran (Vienna, 2015). Ora il governo di Israele ha deciso di far conoscere i contenuti dei documenti più significativi ad alcuni giornali, fra i quali il New York Times, che ne ha già pubblicati alcuni. Il giornale però ha fatto notare che si tratta di una documentazione riferita al passato. Ma - osservano gli esperti legati alla Resistenza - la doppiezza utilizzata dai diplomatici di Teheran non è stata del tutto cancellata perché, anche oggi, i comportamenti nei confronti dell'Occidente (Europa compresa) appaiono identici. In questo scenario risulta apparentemente incomprensibile l'atteggiamento acritico della Ue sull'accordo di Vienna con l'Iran. Appaiono anche anomali persino i frequenti viaggi a Teheran della rappresentante europea, Federica Mogherini, che si incontra con gli ayatollah per rassicurarli sulla validità dell'accordo sul nucleare. E questo mentre il clima nella repubblica islamica si fa sempre più caldo, anzi incandescente, con le continue manifestazioni e scioperi in numerose località del Paese, caratterizzate da scontri sanguinosi e arresti di massa . Nei giorni scorsi si sono svolte assemblee e cortei di migliaia di cittadini di Borazjan (regione Busher, Iran sud occidentale) per protestare contro l'interruzione dell'acqua potabile. I giovani, in particolare, hanno esposto striscioni e cartelloni con le scritte «Morte al dittatore! Il nostro nemico è qui. È una menzogna che è l'America. Lasciate perdere la Siria, pensate a noi. Non vogliamo un governo inefficiente. Non abbiamo paura. Siamo tutti uniti. No a Gaza, no al Libano. Mi sacrifico per l'Iran. Se diminuisse la corruzione il nostro problema sarebbe risolto». Secondo Shahim Pakruoh, direttore dell'Azienda dell'acqua e delle fognature dello Stato, almeno 334 città iraniane rischiano di rimanere senz'acqua a causa della grave siccità del Paese; almeno 107 città sono state segnate in rosso (grave pericolo). Le crisi più acute - secondo Tasnim, l'agenzia dei pasdaran - si registreranno nelle regioni Esfaham, Kerman, Fars, Khorasan Razavi, Sistan e Baluchestan. Qualche scricchiolio si avverte anche nelle gerarchie del regime. Ad esempio, un parlamentare, Mohammad Baqir Sa'adat, eletto nella città di Borazjan, ha dichiarato sul sito web locale: «La rabbia del popolo è giustificata, i residenti avrebbero anche il diritto di insultare le autorità dopo dieci giorni di interruzione della fornitura di acqua potabile, con una temperatura di 50 gradi». Proteste per la carenza di acqua si sono registrate nel mese di giugno anche in diverse altre città iraniane; la siccità ha infatti colpito più del 95 per cento dell'Iran. In diverse regioni (ma anche a Teheran) le proteste si sono estese anche per la lotta alla corruzione e per la disoccupazione, che colpisce prevalentemente i giovani. Per non parlare dei diritti umani, quotidianamente violati. Secondo un rapporto di Iran human rights monitor, pubblicato a giugno, in un solo mese si è verificata una lunga serie di violenze, tra cui sedici esecuzioni, cinque condanne alla lapidazione, diciassette casi di «omicidi arbitrari», numerosi casi di tortura dei detenuti politici, pestaggi di venditori ambulanti, distruzione di case popolari, repressione violente di proteste popolari pacifiche (almeno quattro manifestanti sono stati uccisi dai pasdaran). Viene anche segnalato il caso di una bambina delle scuole elementari picchiata selvaggiamente perché «velata male». Delle 16 esecuzioni del mese di maggio, tre sono avvenute in pubblico. Nello stesso periodo sono state annunciate altre 57 fucilazioni nella prigione di Rajaie Shahr (Gohardasht), nella provincia di Karaj. Nelle carceri si sono anche diffusi gli scioperi della fame per protestare contro le continue violazioni dei diritti umani. Il sito web statale Jamaran ha riferito che in Iran vengono arrestate ogni ora 52 persone. Infatti, secondo Hassan Moussavi Chelak, presidente dell'associazione Iran social aid, nel 2017 sono finiti in carcere 459.660 cittadini. La popolazione carceraria va crescendo ogni giorno, nel silenzio delle autorità, che minimizzano o nascondono il fenomeno. Il numero dei detenuti è un segreto di Stato, non viene mai reso pubblico. A questo proposito, il direttore della direzione carceri, Asqar Jahangir, ha dichiarato all'agenzia governativa Isna solo qualche curiosità: «Abbiamo circa 18.000 prigionieri per reati finanziari. Si tratta di cittadini che hanno commesso reati, come cambiali e fidejussioni, che non sono stati in grado di onorare… Abbiamo 3.000 prigionieri che non sono riusciti a pagare una modesta dote; di questi 466 potrebbero essere subito liberati pagando meno di dieci monete d'oro». Secondo questo alto funzionario del regime di Teheran, «il 73 per cento dei detenuti ha affermato che la povertà è la ragione della loro detenzione, il 43 % di questa popolazione è analfabeta, mentre il 17 % si trova in carcere per comportamenti pericolosi». Fra la «pericolosità» primeggia il dissenso nei confronti del regime. Vi è anche da aggiungere la persecuzione delle minoranze religiose, incredibilmente cresciuta negli ultimi mesi e che colpisce soprattutto le donne. Il regime sta attuando una strategia difensiva anche nei confronti dei cosiddetti «nemici esterni», combattendo con ogni mezzo la resistenza che si è organizzata in varie regioni europee con un centro direzionale concentrato a Parigi, dove ha sede il Consiglio internazionale iraniano, presieduto dalla signora Maryam Rajavi. Lo scorso 30 giugno in uno stadio della capitale francese sono stati convocati oltre 100.000 iraniani esuli in Europa, ma anche in Australia e negli Usa. Non è la prima volta che avvengono questi giganteschi e spettacolari raduni antiregime. Ma l'appuntamento di quest'anno ha finito con l'assumere un particolare significato. La magistratura tedesca ha fatto arrestare un diplomatico iraniano, Assadollah Assadi, accusato di terrorismo: aveva incaricato una coppia di terroristi, che risiedevano in Belgio (arrestati qualche giorno prima) che avevano avuto l'ordine di sganciare una bomba nello stadio affollatissimo di partigiani antiregime. Sarebbe stata una strage. Un portavoce della magistratura belga ha dichiarato a questo proposito che «tutto il personale delle ambasciate iraniane praticamente fa parte dei servizi dell'Intelligence». La manifestazione di Parigi è stata un grande successo per gli organizzatori perché vi hanno partecipato centinaia di capi ed ex capi di Stato, ministri, parlamentari dei Paesi europei e degli Usa, compresi Rudolph Giuliani, che segue le organizzazioni della Resistenza iraniana per conto di Trump, oltre a 200 sindaci francesi. Mancava però Federica Mogherini, l'alta rappresentante Ue per la politica estera, sicuramente impegnata in un nuovo viaggio a Teheran per tranquillizzare gli ayatollah. Aldo Forbice
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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