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2018-07-21
Ora l'Italia deve seguire Trump anche sull'Iran
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Ansa
Prima notizia. La guida suprema iraniana Ali Khamenei ha parlato, e - come sanno bene a Teheran - le parole di Khamenei non sono consigli, ma ordini. «È inutile trattare con gli Stati Uniti, bisogna proseguire il negoziato con gli europei», ha detto rivolgendosi agli ambasciatori e ai diplomatici del suo Paese. In altre parole, con realismo, Khamenei ha capito che il presidente americano Donald Trump non si smuoverà dal suo attacco frontale al patto nucleare (dal quale si è ufficialmente ritirato circa un mese fa), e che a Teheran conviene cercare un punto di minor resistenza in Europa. Non dimentichiamo che la Francia ha apparecchiato da tempo grandi affari con l'Iran: stabilimenti Renault, forniture Airbus, giacimenti di gas Total. Anche i tedeschi si sono mossi, ma hanno per primi preso atto della durezza di Trump. Parigi, invece, sembra ancora voler insistere, nonostante le recenti sanzioni monstre (9 miliardi e mezzo di dollari) per i rapporti di Bnp in Iran (oltre che in Sudan e a Cuba).
Seconda notizia. Werner Hoyer, il presidente della Banca europea per gli investimenti, ha clamorosamente fermato i motori europei, ammettendo che un'eventuale insistenza europea nelle relazioni con Teheran dopo la mossa di Washington metterebbe complessivamente a rischio la strategia commerciale europea. «L'Iran è un luogo dove non possiamo giocare un ruolo attivo», ha ammesso Hoyer, pur ribadendo di aver sostenuto lo sforzo politico dei leader europei per tenere vivo il cosiddetto Iran deal. Il punto è fin troppo chiaro: qualunque accordo con Teheran, a questo punto, ridurrebbe a zero la possibilità di raccogliere investimenti e risorse negli Usa, conducendo la Bei alla paralisi.
Davanti a questi due fatti, resta un interrogativo: che farà l'Italia? Non va dimenticato che tra poco più di una settimana, il 30 luglio prossimo, il primo ministro Giuseppe Conte incontrerà a Washington il presidente Trump, cioè il più convinto avversario dell'Iran deal e sostenitore di una strategia di isolamento totale del regime di Teheran. Infatti, Trump ha alzato un muro davanti alla cancelliera tedesca Angela Merkel e soprattutto al presidente francese Emmanuel Macron che gli chiedevano di alleggerire la sua posizione verso l'Iran, e - per tutta risposta - ha addirittura appesantito le sanzioni nei confronti dei paesi alleati «colti» a trafficare con gli ayatollah. Non è realistico (e meno che mai auspicabile) che sia Conte a sfidare Trump su questo terreno.
Davanti a questo scenario, le scelte dei governi di Matteo Renzi (prima) e di Paolo Gentiloni (poi) appaiono letteralmente surreali. Carlo Calenda, allora ministro dello Sviluppo economico, arrivò a patrocinare una fiera di amicizia Italia-Iran; vi furono svariate missioni governative per incoraggiare le relazioni commerciali Roma-Teheran; e l'attivismo (sia da parte delle imprese pubbliche e parapubbliche, sia da parte governativa per stimolare le imprese private) fu frenetico. Già solo sul lato privato, l'azzardo era notevolissimo. Intendiamoci: era perfettamente logico che aziende private cercassero di aprirsi le porte di un grande mercato. Ma è stato pericoloso e irresponsabile che il governo di allora non abbia tempestivamente chiarito i rischi.
Il punto era (e sarebbe essere ancora oggi): che accade se una Corte non italiana (per esempio, una Corte statunitense, anche di un singolo Stato americano) accerta che i proventi di una trattativa sono stati utilizzati da Teheran per sostenere la filiera del terrore, anche indirettamente? Dimostrarlo è un gioco da ragazzi, nel momento in cui mezza economia iraniana è controllata dai pasdaran. Morale: anche se un'impresa italiana si comporta in modo correttissimo, è quasi matematico che vada incontro a brutte sorprese, con sanzioni pesantissime irrogabili dalle Corti statunitensi e nessuna esenzione o scarico di responsabilità possibile a favore di amministratori e manager. Il problema esisteva anche in fase pre Trump: alla vigilia di Natale del 2016, il Financial Times rese nota una multa americana da oltre 200 milioni di dollari a carico di Banca Intesa per transazioni riguardanti l'Iran. Seguirono interrogazioni parlamentari in Italia, e il governo Gentiloni fu costretto ad ammettere che la notizia era fondata. Figuriamoci ora, con un Trump che ha fatto di questo tema un punto qualificante della sua politica estera, facendo scattare nuove e ulteriori specifiche sanzioni.
A maggior ragione, risulta autolesionista ai limiti del masochismo l'ultima scelta del governo Gentiloni, nella legge di stabilità approvata prima del voto del 4 marzo. In quel caso, si trattava di uno strumento pensato per le imprese di stato: attraverso il veicolo Invitalia, il governo decise di usare soldi pubblici come garanzia per gli affari a rischio con gli Stati considerati sponsor del terrore e dell'integralismo islamista, a partire dall'Iran (peraltro, traendo le risorse dal fondo per l'imprenditoria giovanile). Alla luce degli ultimi sviluppi, sono tutti strumenti che possono scottare e costare carissimo: per le imprese pubbliche, in termini di uso a dir poco rischioso dei soldi dei contribuenti; per quelle private, per il pericolo di accuse di money laundering e transactions involving Iran. Delle due l'una, quindi: o, come ha di fatto suggerito la Bei, tutto questo apparato normativo (e finanziario) viene rimesso in garage, oppure l'Italia (imprese private e aziende pubbliche) rischia grosso.
Il regime rischia la rivolta dell’acqua, l’Ue fugge
Su un solo punto Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki non hanno trovato un'intesa, anche se di massima: quella sull'Iran, collegata alla questione nucleare. Persino sulla Siria, dove la sanguinosa guerra è ancora in corso e non sembra concludersi in tempi brevi, si va profilando una soluzione, che salverebbe Bashar al Assad, almeno in una prima fase. Ma sull'uscita dall'accordo nucleare iraniano il presidente americano è apparso irremovibile. Che cosa rende Trump così risoluto sul no?
La prima ragione è collegata all'incredibile impresa del Mossad (il mitico servizio segreto israeliano) che ha compiuto un'operazione, che si troverà scritta nei libri di storia dei servizi segreti e sicuramente la rivivremo presto in un film americano. Di che cosa si tratta? Le superspie di Gerusalemme, nel gennaio scorso, sono riuscite a forare con una lancia termica (in grado di raggiungere i 3.600 gradi) porte blindate e gli spessori di ben 32 casseforti. Lo hanno fatto, in una località rimasta segreta, con la complicità di uomini della resistenza iraniana, per recuperare circa cinquecento chilogrammi di documenti degli archivi riservati del governo di Teheran. Una buona parte di questi documenti sono stati trasmessi alle intelligence dei Paesi amici e ai leader alleati, a partire dagli Stati Uniti. È questa la ragione più rilevante che ha convinto Trump a ritirarsi dall'accordo sul nucleare siglato con l'Iran (Vienna, 2015). Ora il governo di Israele ha deciso di far conoscere i contenuti dei documenti più significativi ad alcuni giornali, fra i quali il New York Times, che ne ha già pubblicati alcuni. Il giornale però ha fatto notare che si tratta di una documentazione riferita al passato. Ma - osservano gli esperti legati alla Resistenza - la doppiezza utilizzata dai diplomatici di Teheran non è stata del tutto cancellata perché, anche oggi, i comportamenti nei confronti dell'Occidente (Europa compresa) appaiono identici.
In questo scenario risulta apparentemente incomprensibile l'atteggiamento acritico della Ue sull'accordo di Vienna con l'Iran. Appaiono anche anomali persino i frequenti viaggi a Teheran della rappresentante europea, Federica Mogherini, che si incontra con gli ayatollah per rassicurarli sulla validità dell'accordo sul nucleare. E questo mentre il clima nella repubblica islamica si fa sempre più caldo, anzi incandescente, con le continue manifestazioni e scioperi in numerose località del Paese, caratterizzate da scontri sanguinosi e arresti di massa . Nei giorni scorsi si sono svolte assemblee e cortei di migliaia di cittadini di Borazjan (regione Busher, Iran sud occidentale) per protestare contro l'interruzione dell'acqua potabile. I giovani, in particolare, hanno esposto striscioni e cartelloni con le scritte «Morte al dittatore! Il nostro nemico è qui. È una menzogna che è l'America. Lasciate perdere la Siria, pensate a noi. Non vogliamo un governo inefficiente. Non abbiamo paura. Siamo tutti uniti. No a Gaza, no al Libano. Mi sacrifico per l'Iran. Se diminuisse la corruzione il nostro problema sarebbe risolto».
Secondo Shahim Pakruoh, direttore dell'Azienda dell'acqua e delle fognature dello Stato, almeno 334 città iraniane rischiano di rimanere senz'acqua a causa della grave siccità del Paese; almeno 107 città sono state segnate in rosso (grave pericolo). Le crisi più acute - secondo Tasnim, l'agenzia dei pasdaran - si registreranno nelle regioni Esfaham, Kerman, Fars, Khorasan Razavi, Sistan e Baluchestan. Qualche scricchiolio si avverte anche nelle gerarchie del regime. Ad esempio, un parlamentare, Mohammad Baqir Sa'adat, eletto nella città di Borazjan, ha dichiarato sul sito web locale: «La rabbia del popolo è giustificata, i residenti avrebbero anche il diritto di insultare le autorità dopo dieci giorni di interruzione della fornitura di acqua potabile, con una temperatura di 50 gradi». Proteste per la carenza di acqua si sono registrate nel mese di giugno anche in diverse altre città iraniane; la siccità ha infatti colpito più del 95 per cento dell'Iran. In diverse regioni (ma anche a Teheran) le proteste si sono estese anche per la lotta alla corruzione e per la disoccupazione, che colpisce prevalentemente i giovani. Per non parlare dei diritti umani, quotidianamente violati.
Secondo un rapporto di Iran human rights monitor, pubblicato a giugno, in un solo mese si è verificata una lunga serie di violenze, tra cui sedici esecuzioni, cinque condanne alla lapidazione, diciassette casi di «omicidi arbitrari», numerosi casi di tortura dei detenuti politici, pestaggi di venditori ambulanti, distruzione di case popolari, repressione violente di proteste popolari pacifiche (almeno quattro manifestanti sono stati uccisi dai pasdaran). Viene anche segnalato il caso di una bambina delle scuole elementari picchiata selvaggiamente perché «velata male». Delle 16 esecuzioni del mese di maggio, tre sono avvenute in pubblico. Nello stesso periodo sono state annunciate altre 57 fucilazioni nella prigione di Rajaie Shahr (Gohardasht), nella provincia di Karaj. Nelle carceri si sono anche diffusi gli scioperi della fame per protestare contro le continue violazioni dei diritti umani. Il sito web statale Jamaran ha riferito che in Iran vengono arrestate ogni ora 52 persone. Infatti, secondo Hassan Moussavi Chelak, presidente dell'associazione Iran social aid, nel 2017 sono finiti in carcere 459.660 cittadini. La popolazione carceraria va crescendo ogni giorno, nel silenzio delle autorità, che minimizzano o nascondono il fenomeno. Il numero dei detenuti è un segreto di Stato, non viene mai reso pubblico. A questo proposito, il direttore della direzione carceri, Asqar Jahangir, ha dichiarato all'agenzia governativa Isna solo qualche curiosità: «Abbiamo circa 18.000 prigionieri per reati finanziari. Si tratta di cittadini che hanno commesso reati, come cambiali e fidejussioni, che non sono stati in grado di onorare… Abbiamo 3.000 prigionieri che non sono riusciti a pagare una modesta dote; di questi 466 potrebbero essere subito liberati pagando meno di dieci monete d'oro».
Secondo questo alto funzionario del regime di Teheran, «il 73 per cento dei detenuti ha affermato che la povertà è la ragione della loro detenzione, il 43 % di questa popolazione è analfabeta, mentre il 17 % si trova in carcere per comportamenti pericolosi». Fra la «pericolosità» primeggia il dissenso nei confronti del regime.
Vi è anche da aggiungere la persecuzione delle minoranze religiose, incredibilmente cresciuta negli ultimi mesi e che colpisce soprattutto le donne.
Il regime sta attuando una strategia difensiva anche nei confronti dei cosiddetti «nemici esterni», combattendo con ogni mezzo la resistenza che si è organizzata in varie regioni europee con un centro direzionale concentrato a Parigi, dove ha sede il Consiglio internazionale iraniano, presieduto dalla signora Maryam Rajavi. Lo scorso 30 giugno in uno stadio della capitale francese sono stati convocati oltre 100.000 iraniani esuli in Europa, ma anche in Australia e negli Usa. Non è la prima volta che avvengono questi giganteschi e spettacolari raduni antiregime.
Ma l'appuntamento di quest'anno ha finito con l'assumere un particolare significato. La magistratura tedesca ha fatto arrestare un diplomatico iraniano, Assadollah Assadi, accusato di terrorismo: aveva incaricato una coppia di terroristi, che risiedevano in Belgio (arrestati qualche giorno prima) che avevano avuto l'ordine di sganciare una bomba nello stadio affollatissimo di partigiani antiregime. Sarebbe stata una strage. Un portavoce della magistratura belga ha dichiarato a questo proposito che «tutto il personale delle ambasciate iraniane praticamente fa parte dei servizi dell'Intelligence».
La manifestazione di Parigi è stata un grande successo per gli organizzatori perché vi hanno partecipato centinaia di capi ed ex capi di Stato, ministri, parlamentari dei Paesi europei e degli Usa, compresi Rudolph Giuliani, che segue le organizzazioni della Resistenza iraniana per conto di Trump, oltre a 200 sindaci francesi. Mancava però Federica Mogherini, l'alta rappresentante Ue per la politica estera, sicuramente impegnata in un nuovo viaggio a Teheran per tranquillizzare gli ayatollah.
Aldo Forbice
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L'ayatollah ordina lo stop alle trattative con gli Usa per salvare l'accordo sul nucleare e punta tutto sull'Ue. Ma il presidente della Banca europea per gli investimenti avverte: rischiamo di perdere affari con Washington. Roma deve svoltare dopo gli anni dei governi Renzi e Gentiloni, sostenitori di trattative con le imprese di Teheran, anche a rischio di finanziare indirettamente il terrorismo.Scricchiolii nelle gerarchie del regime. Crescono le proteste per l'emergenza idrica nel Paese, che asseta oltre 300 città, e per la corruzione e la disoccupazione.Lo speciale contiene due articoliPrima notizia. La guida suprema iraniana Ali Khamenei ha parlato, e - come sanno bene a Teheran - le parole di Khamenei non sono consigli, ma ordini. «È inutile trattare con gli Stati Uniti, bisogna proseguire il negoziato con gli europei», ha detto rivolgendosi agli ambasciatori e ai diplomatici del suo Paese. In altre parole, con realismo, Khamenei ha capito che il presidente americano Donald Trump non si smuoverà dal suo attacco frontale al patto nucleare (dal quale si è ufficialmente ritirato circa un mese fa), e che a Teheran conviene cercare un punto di minor resistenza in Europa. Non dimentichiamo che la Francia ha apparecchiato da tempo grandi affari con l'Iran: stabilimenti Renault, forniture Airbus, giacimenti di gas Total. Anche i tedeschi si sono mossi, ma hanno per primi preso atto della durezza di Trump. Parigi, invece, sembra ancora voler insistere, nonostante le recenti sanzioni monstre (9 miliardi e mezzo di dollari) per i rapporti di Bnp in Iran (oltre che in Sudan e a Cuba).Seconda notizia. Werner Hoyer, il presidente della Banca europea per gli investimenti, ha clamorosamente fermato i motori europei, ammettendo che un'eventuale insistenza europea nelle relazioni con Teheran dopo la mossa di Washington metterebbe complessivamente a rischio la strategia commerciale europea. «L'Iran è un luogo dove non possiamo giocare un ruolo attivo», ha ammesso Hoyer, pur ribadendo di aver sostenuto lo sforzo politico dei leader europei per tenere vivo il cosiddetto Iran deal. Il punto è fin troppo chiaro: qualunque accordo con Teheran, a questo punto, ridurrebbe a zero la possibilità di raccogliere investimenti e risorse negli Usa, conducendo la Bei alla paralisi.Davanti a questi due fatti, resta un interrogativo: che farà l'Italia? Non va dimenticato che tra poco più di una settimana, il 30 luglio prossimo, il primo ministro Giuseppe Conte incontrerà a Washington il presidente Trump, cioè il più convinto avversario dell'Iran deal e sostenitore di una strategia di isolamento totale del regime di Teheran. Infatti, Trump ha alzato un muro davanti alla cancelliera tedesca Angela Merkel e soprattutto al presidente francese Emmanuel Macron che gli chiedevano di alleggerire la sua posizione verso l'Iran, e - per tutta risposta - ha addirittura appesantito le sanzioni nei confronti dei paesi alleati «colti» a trafficare con gli ayatollah. Non è realistico (e meno che mai auspicabile) che sia Conte a sfidare Trump su questo terreno.Davanti a questo scenario, le scelte dei governi di Matteo Renzi (prima) e di Paolo Gentiloni (poi) appaiono letteralmente surreali. Carlo Calenda, allora ministro dello Sviluppo economico, arrivò a patrocinare una fiera di amicizia Italia-Iran; vi furono svariate missioni governative per incoraggiare le relazioni commerciali Roma-Teheran; e l'attivismo (sia da parte delle imprese pubbliche e parapubbliche, sia da parte governativa per stimolare le imprese private) fu frenetico. Già solo sul lato privato, l'azzardo era notevolissimo. Intendiamoci: era perfettamente logico che aziende private cercassero di aprirsi le porte di un grande mercato. Ma è stato pericoloso e irresponsabile che il governo di allora non abbia tempestivamente chiarito i rischi.Il punto era (e sarebbe essere ancora oggi): che accade se una Corte non italiana (per esempio, una Corte statunitense, anche di un singolo Stato americano) accerta che i proventi di una trattativa sono stati utilizzati da Teheran per sostenere la filiera del terrore, anche indirettamente? Dimostrarlo è un gioco da ragazzi, nel momento in cui mezza economia iraniana è controllata dai pasdaran. Morale: anche se un'impresa italiana si comporta in modo correttissimo, è quasi matematico che vada incontro a brutte sorprese, con sanzioni pesantissime irrogabili dalle Corti statunitensi e nessuna esenzione o scarico di responsabilità possibile a favore di amministratori e manager. Il problema esisteva anche in fase pre Trump: alla vigilia di Natale del 2016, il Financial Times rese nota una multa americana da oltre 200 milioni di dollari a carico di Banca Intesa per transazioni riguardanti l'Iran. Seguirono interrogazioni parlamentari in Italia, e il governo Gentiloni fu costretto ad ammettere che la notizia era fondata. Figuriamoci ora, con un Trump che ha fatto di questo tema un punto qualificante della sua politica estera, facendo scattare nuove e ulteriori specifiche sanzioni.A maggior ragione, risulta autolesionista ai limiti del masochismo l'ultima scelta del governo Gentiloni, nella legge di stabilità approvata prima del voto del 4 marzo. In quel caso, si trattava di uno strumento pensato per le imprese di stato: attraverso il veicolo Invitalia, il governo decise di usare soldi pubblici come garanzia per gli affari a rischio con gli Stati considerati sponsor del terrore e dell'integralismo islamista, a partire dall'Iran (peraltro, traendo le risorse dal fondo per l'imprenditoria giovanile). Alla luce degli ultimi sviluppi, sono tutti strumenti che possono scottare e costare carissimo: per le imprese pubbliche, in termini di uso a dir poco rischioso dei soldi dei contribuenti; per quelle private, per il pericolo di accuse di money laundering e transactions involving Iran. 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Ma sull'uscita dall'accordo nucleare iraniano il presidente americano è apparso irremovibile. Che cosa rende Trump così risoluto sul no? La prima ragione è collegata all'incredibile impresa del Mossad (il mitico servizio segreto israeliano) che ha compiuto un'operazione, che si troverà scritta nei libri di storia dei servizi segreti e sicuramente la rivivremo presto in un film americano. Di che cosa si tratta? Le superspie di Gerusalemme, nel gennaio scorso, sono riuscite a forare con una lancia termica (in grado di raggiungere i 3.600 gradi) porte blindate e gli spessori di ben 32 casseforti. Lo hanno fatto, in una località rimasta segreta, con la complicità di uomini della resistenza iraniana, per recuperare circa cinquecento chilogrammi di documenti degli archivi riservati del governo di Teheran. Una buona parte di questi documenti sono stati trasmessi alle intelligence dei Paesi amici e ai leader alleati, a partire dagli Stati Uniti. È questa la ragione più rilevante che ha convinto Trump a ritirarsi dall'accordo sul nucleare siglato con l'Iran (Vienna, 2015). Ora il governo di Israele ha deciso di far conoscere i contenuti dei documenti più significativi ad alcuni giornali, fra i quali il New York Times, che ne ha già pubblicati alcuni. Il giornale però ha fatto notare che si tratta di una documentazione riferita al passato. Ma - osservano gli esperti legati alla Resistenza - la doppiezza utilizzata dai diplomatici di Teheran non è stata del tutto cancellata perché, anche oggi, i comportamenti nei confronti dell'Occidente (Europa compresa) appaiono identici. In questo scenario risulta apparentemente incomprensibile l'atteggiamento acritico della Ue sull'accordo di Vienna con l'Iran. Appaiono anche anomali persino i frequenti viaggi a Teheran della rappresentante europea, Federica Mogherini, che si incontra con gli ayatollah per rassicurarli sulla validità dell'accordo sul nucleare. E questo mentre il clima nella repubblica islamica si fa sempre più caldo, anzi incandescente, con le continue manifestazioni e scioperi in numerose località del Paese, caratterizzate da scontri sanguinosi e arresti di massa . Nei giorni scorsi si sono svolte assemblee e cortei di migliaia di cittadini di Borazjan (regione Busher, Iran sud occidentale) per protestare contro l'interruzione dell'acqua potabile. I giovani, in particolare, hanno esposto striscioni e cartelloni con le scritte «Morte al dittatore! Il nostro nemico è qui. È una menzogna che è l'America. Lasciate perdere la Siria, pensate a noi. Non vogliamo un governo inefficiente. Non abbiamo paura. Siamo tutti uniti. No a Gaza, no al Libano. Mi sacrifico per l'Iran. Se diminuisse la corruzione il nostro problema sarebbe risolto». Secondo Shahim Pakruoh, direttore dell'Azienda dell'acqua e delle fognature dello Stato, almeno 334 città iraniane rischiano di rimanere senz'acqua a causa della grave siccità del Paese; almeno 107 città sono state segnate in rosso (grave pericolo). Le crisi più acute - secondo Tasnim, l'agenzia dei pasdaran - si registreranno nelle regioni Esfaham, Kerman, Fars, Khorasan Razavi, Sistan e Baluchestan. Qualche scricchiolio si avverte anche nelle gerarchie del regime. Ad esempio, un parlamentare, Mohammad Baqir Sa'adat, eletto nella città di Borazjan, ha dichiarato sul sito web locale: «La rabbia del popolo è giustificata, i residenti avrebbero anche il diritto di insultare le autorità dopo dieci giorni di interruzione della fornitura di acqua potabile, con una temperatura di 50 gradi». Proteste per la carenza di acqua si sono registrate nel mese di giugno anche in diverse altre città iraniane; la siccità ha infatti colpito più del 95 per cento dell'Iran. In diverse regioni (ma anche a Teheran) le proteste si sono estese anche per la lotta alla corruzione e per la disoccupazione, che colpisce prevalentemente i giovani. Per non parlare dei diritti umani, quotidianamente violati. Secondo un rapporto di Iran human rights monitor, pubblicato a giugno, in un solo mese si è verificata una lunga serie di violenze, tra cui sedici esecuzioni, cinque condanne alla lapidazione, diciassette casi di «omicidi arbitrari», numerosi casi di tortura dei detenuti politici, pestaggi di venditori ambulanti, distruzione di case popolari, repressione violente di proteste popolari pacifiche (almeno quattro manifestanti sono stati uccisi dai pasdaran). Viene anche segnalato il caso di una bambina delle scuole elementari picchiata selvaggiamente perché «velata male». Delle 16 esecuzioni del mese di maggio, tre sono avvenute in pubblico. Nello stesso periodo sono state annunciate altre 57 fucilazioni nella prigione di Rajaie Shahr (Gohardasht), nella provincia di Karaj. Nelle carceri si sono anche diffusi gli scioperi della fame per protestare contro le continue violazioni dei diritti umani. Il sito web statale Jamaran ha riferito che in Iran vengono arrestate ogni ora 52 persone. Infatti, secondo Hassan Moussavi Chelak, presidente dell'associazione Iran social aid, nel 2017 sono finiti in carcere 459.660 cittadini. La popolazione carceraria va crescendo ogni giorno, nel silenzio delle autorità, che minimizzano o nascondono il fenomeno. Il numero dei detenuti è un segreto di Stato, non viene mai reso pubblico. A questo proposito, il direttore della direzione carceri, Asqar Jahangir, ha dichiarato all'agenzia governativa Isna solo qualche curiosità: «Abbiamo circa 18.000 prigionieri per reati finanziari. Si tratta di cittadini che hanno commesso reati, come cambiali e fidejussioni, che non sono stati in grado di onorare… Abbiamo 3.000 prigionieri che non sono riusciti a pagare una modesta dote; di questi 466 potrebbero essere subito liberati pagando meno di dieci monete d'oro». Secondo questo alto funzionario del regime di Teheran, «il 73 per cento dei detenuti ha affermato che la povertà è la ragione della loro detenzione, il 43 % di questa popolazione è analfabeta, mentre il 17 % si trova in carcere per comportamenti pericolosi». Fra la «pericolosità» primeggia il dissenso nei confronti del regime. Vi è anche da aggiungere la persecuzione delle minoranze religiose, incredibilmente cresciuta negli ultimi mesi e che colpisce soprattutto le donne. Il regime sta attuando una strategia difensiva anche nei confronti dei cosiddetti «nemici esterni», combattendo con ogni mezzo la resistenza che si è organizzata in varie regioni europee con un centro direzionale concentrato a Parigi, dove ha sede il Consiglio internazionale iraniano, presieduto dalla signora Maryam Rajavi. Lo scorso 30 giugno in uno stadio della capitale francese sono stati convocati oltre 100.000 iraniani esuli in Europa, ma anche in Australia e negli Usa. Non è la prima volta che avvengono questi giganteschi e spettacolari raduni antiregime. Ma l'appuntamento di quest'anno ha finito con l'assumere un particolare significato. La magistratura tedesca ha fatto arrestare un diplomatico iraniano, Assadollah Assadi, accusato di terrorismo: aveva incaricato una coppia di terroristi, che risiedevano in Belgio (arrestati qualche giorno prima) che avevano avuto l'ordine di sganciare una bomba nello stadio affollatissimo di partigiani antiregime. Sarebbe stata una strage. Un portavoce della magistratura belga ha dichiarato a questo proposito che «tutto il personale delle ambasciate iraniane praticamente fa parte dei servizi dell'Intelligence». La manifestazione di Parigi è stata un grande successo per gli organizzatori perché vi hanno partecipato centinaia di capi ed ex capi di Stato, ministri, parlamentari dei Paesi europei e degli Usa, compresi Rudolph Giuliani, che segue le organizzazioni della Resistenza iraniana per conto di Trump, oltre a 200 sindaci francesi. Mancava però Federica Mogherini, l'alta rappresentante Ue per la politica estera, sicuramente impegnata in un nuovo viaggio a Teheran per tranquillizzare gli ayatollah. Aldo Forbice
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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