«È bastato uno spot televisivo per far emergere dall'oblio una meritoria iniziativa dello Stato contro la criminalità mafiosa». Per decenni però nessuno ci aveva pensato. A riassumere questo impegno pubblico è il prefetto Giovanna Stefania Cagliostro, calabrese, e super appassionata dell'incarico che assolve da sei mesi: quello di Commissario straordinario del governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura. È stata questa donna, superesperta di amministrazione pubblica (a giudicare dal suo nutrito curriculum), a pensare di far sapere, attraverso uno spot tv, che lo Stato è da sempre attivamente vicino alle vittime del racket e dell'usura.
Non soltanto, con le forze dell'ordine e la magistratura, ma anche con la concreta solidarietà economica con chi subisce gravi danni in conseguenza dei ricatti della criminalità organizzata. Sono trascorsi ormai più di trent'anni dalla prima costituzione di un'associazione antiracket, cioè di imprenditori che, spontaneamente, dopo i troppi delitti e violenze visti e subiti, si sono coraggiosamente ribellati alla criminalità. «È stato necessario», ha ricordato di recente il ministro Luciana Lamorgese, «ridare fiducia ai cittadini e alle imprese, con una chiara scelta di legalità, chiedendo loro di rifiutare il ricorso al credito illegale». Questo significa, osserva il prefetto Cagliostro, sollecitare sempre di più una stretta collaborazione dei cittadini per continuare a rompere «quel muro di omertà che è ancora presente in settori della società civile che, non denunciando, finiscono, nei fatti, contigui ed assuefatti ai quotidiani comportamenti di sopraffazione, corruzione e intimidazione». Ma, per raggiungere questi risultati, è necessario non lasciare le famiglie, i cittadini isolati dalle istituzioni. Abbiamo ben presenti tante vittime della criminalità, uomini simbolo della lotta alla mafia e alla camorra. Ne ricordiamo due: il siciliano Libero Grassi, imprenditore tessile, ucciso dalla mafia il 29 agosto 1991, e Domenico Noviello, imprenditore di Castel Volturno, assassinato dalla camorra il 16 maggio 2008. Insieme a questi eroi civili ricordiamo anche un caso recente, quello di un imprenditore catanese, noto per essere l'uomo dei torroncini, Giuseppe Condorelli, che si è rifiutato di pagare il «pizzo», facendo arrestare più di quaranta mafiosi. Dai crimini di alcuni decenni fa la società civile reagisce ora in modo più coraggioso. Non a caso in questi anni sono sorte numerose associazioni antiracket e antiusura, prevalentemente nel Mezzogiorno. Ne abbiamo contate ben 114 (di cui 88 nel Mezzogiorno, 21 nel Centro e 5 nel Nord), ma probabilmente sono ancora di più. «Probabilmente sì, ma non tutte riescono a operare con continuità», ci risponde la commissaria. «Dovrebbero infatti sostenere sempre le vittime del racket, accompagnarli per riprendere il loro lavoro. Ma non sempre questo è possibile perché si tratta di un impegno difficile, richiede molta esperienza e una continuità costante nelle iniziative umanitarie». Aggiunge il prefetto: «Riscontriamo di frequente nelle associazioni, soprattutto in quelle del Nord, la difficoltà ad organizzarsi nel fronteggiare la criminalità, probabilmente perché hanno meno esperienza di quelle del Sud, anche se i reati di cui parliamo non sono più rari in Veneto, Lombardia, Piemonte Liguria ed Emilia Romagna».
Ma quanti sono i casi di racket e di usura? «Questo è più difficile conoscerlo esattamente perché molti per paura non denunciano i reati». Ormai conosciamo bene la natura di questi reati. Ad esempio, possiamo distinguere quattro tipi di estorsione di stampo mafioso:
1 Il cosiddetto pagamento del pizzo «concordato». Viene stabilita cioè all'inizio una cifra e poi si contrattano rate mensili in base al giro d'affari dell'attività dell'azienda.
2 Un «contributo all'organizzazione»: periodicamente due o più persone si presentano per chiedere un «pizzo», quasi sempre in occasione di qualche ricorrenza (la cifra è sempre di notevole entità) .
3 «Cavallo di ritorno». È un termine mafioso per indicare la restituzione di un'auto, un trattore o altri attrezzi agricoli, dopo averli preventivamente rubati, chiedendo il pagamento di una tangente.
4 Contributo in natura. La cosca o «famiglia mafiosa» chiede alla vittima prescelta prestazioni gratuite (in occasione di matrimoni, battesimi, feste di compleanni, ecc.).
Inoltre, secondo alcune sentenze della Cassazione, il reato di estorsione si può configurare anche mediante l'esercizio di azioni legali pretestuosi. Per questo reato è prevista una reclusione da cinque a dieci anni.
Come si è detto, è difficile quantificare con precisione i casi di estorsioni e di usura per la diffusa paura delle vittime, anche perché, come è noto, esistono ancora molte aree del Paese in cui sono pochissimi a ribellarsi, spesso preferiscono chiudere la propria attività professionale ed emigrare. Lo conferma anche la commissaria Cagliostro. «È questo un terreno minato, le prefetture devono agire in modo diplomatico, senza urtare suscettibilità e alimentare ancora di più il timore di subire attentati o danneggiamenti alle proprietà personali ed aziendali (case, auto, terreni, ecc.). C'è poi la questione dei mutui, un sistema che andrebbe tutto riformato. Il prestito agevolato spesso arriva troppo tardi, quando gli imprenditori vittime non sono più in grado di rimettersi al lavoro a pieno regime».
La commissaria precedente (il prefetto Annapaola Porzio) aveva infatti ipotizzato contributi a fondo perduto per venire incontro in tempi più ravvicinati alle vittime, tenendo conto che - secondo i dati raccolti - gli imprenditori «massacrati «dagli usurai non riescono a restituire più del 20 per cento delle somme ricevute alle banche (che sono comunque garantite dai ministeri di competenza). La situazione adesso si è ancora più aggravata, con la perdurante emergenza Covid. Non esistono ancora bilanci sull'incidenza dei reati di estorsioni e usura, ma - ci dice il prefetto - «i segnali che abbiamo percepito dalle prefetture sono allarmanti». Questo significa che lo Stato, attraverso i suoi strumenti (il Commissariato antiusura e antiracket del ministero dell'Interno e il Fondo per la prevenzione dell'usura del ministero dell'Economia) dovrà predisporre fondi adeguati per fronteggiare la nuova emergenza. Non basterà infatti l'incremento del Fondo di solidarietà del Mef di oltre 24 milioni di euro, deciso l'anno scorso. Sarà necessario infatti aumentare i contributi annuali agli enti impegnati nella prevenzione dell'usura (77 Confidi, consorzi di piccole e medie imprese e 36 associazioni e fondazioni) che stanno in questi giorni ricevendo contributi, compresi tra 280.000 euro e 600.000 euro. Questo Fondo (operativo dal 1998), alimentato dalle sanzioni antiriciclaggio e valutario, è stato rifinanziato con altri 10 milioni di euro, raggiungendo un importo complessivo di 32,7 milioni di euro. Un altro canale di finanziamento, com'è noto, viene dal Commissariato antiracket e antiusura, che ha assegnato nel 2020, 23.210.000 euro (19.689.000 per compensare le estorsioni e oltre 3.520.000 per l'usura). Il commissario ci ha anche comunicato una cifra inedita di finanziamenti: al 5 maggio risultavano già deliberati 4 milioni di euro, relativi ai primi quattro mesi 2021. «Il problema però», sottolinea il prefetto Cagliostro, «è che appare sempre più urgente la riforma dell'intero sistema pubblico antiracket e antiusura, non solo per accorciare i tempi delle istruttorie per la concessione dei mutui e degli altri contributi». Su questo tema è in fase di completamento una ricerca dell'Università Bocconi, i cui risultati saranno utilizzati per la prossima riforma dell'intero sistema. Una cosa però appare ormai acclarata: «Non sono più accettabili i tempi lunghi delle istruttorie; gli imprenditori vittime di estorsioni o dell'usura non possono cioè attendere due-tre anni, come avviene oggi, per accedere ai fondi pubblici». Purtroppo sono proprio questi ostacoli, che non è stato possibile superare per chiare responsabilità politiche, che hanno provocato, anche in anni recenti, tragedie note, come il suicidio di molti imprenditori o di loro parenti. Ora, fra le tante innovazioni in programma, vi è in fase di realizzazione, una nuova piattaforma informatica (si spera entro quest'anno) che taglierà sensibilmente i tempi di erogazione dei contributi. Fra le altre, vi è però una domanda che non trova ancora una risposta, anche in vista del Recovery fund (che dovrà razionalizzare anche questo settore, nel quadro del potenziamento della lotta alla criminalità): perché non pensare a unificare gli strumenti di intervento, attualmente separati (ed anche competitivi), tra il ministero dell'Interno e quello dell'Economia ?
Il clima è diventato incandescente. Il conflitto ucraino-russo sembrava relegato nei libri di storia e, invece, è tornato drammaticamente d’attualità a giudicare dal massiccio movimento di truppe russe ai confini nella regione (contesa) del Donbass, dalle conferenze stampa infuocate di accuse al Cremlino. Come quella di Bruxelles del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, insieme al ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba.
«Il considerevole ammasso militare della Russia è ingiustificato, inspiegabile e profondamente preoccupante. La Russia deve porvi fine, fermare le sue provocazioni e ridurre immediatamente l’escalation. Il sostegno della Nato alla sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina è incrollabile». Da parte sua il vice ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov, ha replicato agli Usa per l’invio delle due navi nel Mar nero: «È una provocazione che va respinta. Gli Usa stiano lontani dal Mar Nero e dalla Crimea. Gli Stati Uniti e altri Paesi della Nato stanno deliberatamente trasformando l’Ucraina in una polveriera. Nel caso di un’escalation militare, la Russia è pronta a fare tutto il necessario per proteggere i suoi concittadini nelle regioni separatiste del Donbass».
Il governo ucraino teme un blitz militare russo, come è avvenuto con l’occupazione di sette anni fa della Crimea. Ma ora gli Stati Uniti di Joe Biden sono molto più vigili che in passato e hanno fatto capire a Vladimir Putin che non intendono accettare colpi di mano. E hanno già inviato, in esplorazione, com’è noto, due bombardieri e due navi nel Mar Nero, per dare un segnale al massiccio invio di «volontari» russi (si parla già di oltre 25.000 militari, con 28 battaglioni tattici, con carri armati e convogli con obici e semoventi, oltre che lanciamissili ) al confine con l’Ucraina e in Crimea.
E proprio ieri, infatti, il presidente degli Usa ha proposto all’omologo russo di organizzare «un vertice in un Paese terzo nei prossimi mesi» per discutere la gamma di problemi bilaterali. Biden ha inoltre trasmesso a Putin la preoccupazione per «l’improvviso rafforzamento militare nella Crimea e ai confini con l’Ucraina e ha sollecitato la Russia ad allentare le tensioni».
Il rischio di una nuova guerra su vasta scala appare dunque imminente. Non a caso il presidente dell’Ucrania, Volodymyr Zelensky, si sta muovendo in più direzioni per assicurarsi una difesa efficace in grado di poter contare su alcuni alleati (Francia e Germania soprattutto) e sulla Nato, che però appare reticente. Infatti, dopo la richiesta di entrare a farne parte, la Nato continua a nicchiare. Come è ormai noto, Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno sempre concordato con Donald Trump un rinvio dell’adesione dell’Ucrania per non inasprire i rapporti con il Cremlino. E anche per questa ragione che Zelensky ha riallacciato i rapporti con la Turchia di Erdogan, intensificando le relazioni commerciali e militari fra Ankara e Kiev. Questo nuovo corso ha irritato ulteriormente Vladimir Putin, che non nasconde le sue mire espansionistiche nel Mar Nero e sulla nazione considerata per secoli «la Piccola Russia». Ora il presidente russo si propone di continuare a sostenere i gruppi locali filorussi per la sua escalation sul Donbass certo che Joe Biden non arriverà ad opporsi alla Russia, sino a rischiare un nuovo conflitto. Per il momento cerca di «delegare» i premier francese e tedesco per tenere a bada Putin, sperando in un nuovo accordo fra le parti in causa. Ma non sarà facile, anche perché il contenzioso fra Ucrania e Federazione russa non è recente, ma risale a secoli fa, addirittura a oltre un millennio. Ci sono storici che datano l’Ucrania all’ottavo-nono secolo con la nascita del primo Stato, con capitale Kiev, denominato Rus. Via via nei secoli quella nazione ha subito dominazioni straniere, sempre contesa da popolazioni tedesche, polacche, svedesi, estoni, lituane, ungheresi e altre. I principali imperi che hanno sempre rivendicato e occupato le regioni ucraine sono stati quello austro-ungarico e quello russo (zarista e poi sovietico). Gli studiosi di questa nazione giovane, ma con radici storico-etniche antichissime, non sono molti. Uno di questi è il ricercatore Massimiliano Di Pasquale, che ha pubblicato un libro (il secondo) Abbecedario Ucraino II per le edizioni Gaspari (Udine). L’autore racconta la storia del Paese, mettendo a fuoco anche i personaggi più rappresentativi, soprattutto del ventesimo secolo. Citiamo, per brevità, il nome di Stepan Bandera, che aveva un lungo seguito di patrioti che lottavano per l’indipendenza del loro paese. L’Urss ha inviato un agente del Kgb per assassinarlo. Si ricorda anche Mykhailo Hrushevsky, che divenne il primo presidente ucraino nel 1918, che scrisse la prima Storia dell’Ucrania-Rus, in dieci volumi, in polemica con le opere storiche dell’impero russo. Nel 1923 Lenin, nel tentativo di placare la rabbia nazionalista e antibolscevica, per l’esproprio di prodotti agricoli nelle campagne (col risultato di provocare milioni di morti per fame o per fucilazioni da parte dei bolscevichi), promosse una «politica di ucrainizzazione». L’obiettivo della politica di Lenin nel 1923 - sottolinea la storica Anne Applebaum - «era esattamente quello opposto: egli sperava di far apparire il potere sovietico meno straniero agli occhi degli ucraini e ammorbidire così le loro pretese in fatto di sovranità». Hrushevsky venne poi silurato, screditato dai russi, costretto all’emigrazione e poi ha perso la vita misteriosamente. Ma quella monumentale opera storica costituì un punto di riferimento culturale importante, molto pubblicizzata dall’ex presidente Viktor Yushchenko, che si impegnò a contrastare energicamente decenni di russificazione e sovietizzazione. In particolare fece conoscere al grande pubblico la carestia del 1932-33, conosciuta come Holodomor (termine ucraino composto da due parole holod (carestia, fame) e moryty (uccidere). Yushchenko - ha scritto Anne Applebaum, nel libro La grande carestia. La guerra di Stalin all’Ucrania (Mondadori), «si rendeva conto della forza della carestia come memoria nazionale unificante per gli ucraini, soprattutto perché era stata così a lungo negata».
La cifra complessiva è ancora controversa, ma si parla di almeno sei milioni di vittime. Di Pasquale fa scoprire anche i più importanti intellettuali ucraini: dai famosi poeti Taras Shevchenko, Ivan Franko e di tanti altri cosacchi uomini di cultura che hanno creato - come scrive Marta Dyczok (Università dell’Ontario, Canada), nella prefazione- una lunga storia multiculturale dell’Ucrania. Questo saggio spiega la diffusa disinformazione, complice il fatto che la Russia zarista e poi quella sovietica, hanno sempre considerato l’Ucrania come una parte di sé stessa. E ancora adesso i filorussi la pensano così. Infatti, è proprio su questi elementi nostalgici che fanno leva i russi nati in Ucrania, sostenuti strumentalmente dalla «madrepatria» moscovita. L’autore sottolinea che «la realtà ucraina è stata sempre un magma in continua ebollizione e l’identità culturale di quest’angolo dell’universo slavo-ortodosso versava sempre in equilibrio precario…».
Questo significa anche che il rapporto Mosca-Kiev è ancora ampiamente irrisolto, perché non è stato possibile un taglio netto col passato, così come è avvenuto con i paesi baltici e con i paesi dell’ex Patto di Varsavia. Dopo vent’anni dall’indipendenza molti nodi (politici e culturali) sono ancora intricati e la prospettiva della creazione di un sistema democratico di modello liberale appare ancora lontana. E la guerra in Donbass rischia di fare allontanare un approdo europeo perché le fratture politiche difficili da sanare, sia con la Russia che all’interno del paese, non aiutano il presidente Zelenskyi ( votato dal 73% degli elettori) e neppure tutti coloro che fanno a gara nell’inseguire la bandiera dell’Unione europea. Per la verità, per quegli ideali di democrazia, fondata sulla divisione dei poteri, sull’economia di mercato e la lotta alla diffusa corruzione, sette anni fa molti ucraini coraggiosi sacrificarono la loro vita a piazza Maidan a Kiev. Ora però la paura della nuova guerra domina lo scenario geopolitico. Ma è proprio su questa paura che Putin spera di fare breccia per ottenere nuove concessioni da Kiev.
Nei giorni scorsi il film Coronation del regista cinese Ai Weiwei è stato presentato a Ginevra al Festival dei film e Forum internazionale sui diritti umani. È stata l'unica prestigiosa sede cinematografica che ha accolto il provocatorio film di un autore dissidente, ora esiliato in Portogallo, che il regime di Pechino vede come il fumo negli occhi. Il film è stato rifiutato da tutti i principali festival cinematografici in Europa (compresa la Mostra di Venezia dell'anno scorso) e nel Nord America. Anche importanti piattaforme, come Netflix e Amazon, hanno detto di no. Che cosa ha di scandaloso il film di Ai Weiwei?Si occupa della tragedia del coronavirus e racconta una versione diversa da quella ufficiale delle autorità cinesi e da quella addomesticata della commissione di inchiesta dell'Organizzazione mondiale della sanità inviata a Wuhan.
Quella commissione di esperti, dopo aver incontrato difficoltà burocratiche e tecniche frapposte dai funzionari cinesi, ha finito con l'avallare la versione di Pechino. I cento minuti del film di Ai Weiwei sono stati prodotti utilizzando immagini girate clandestinamente, «rubate» nei reparti di ospedali, sfuggite alla censura del regime. L'autore ha raccontato a un quotidiano di Zurigo, Tages Anzeiger, di aver chiesto immagini e testimonianze anche a colleghi in isolamento in sei ospedali e anche in caserme allestite per curare il Covid 19. Il film denunciava la vera natura del virus, comprese le reazioni dei cittadini e i comportamenti del regime cinese rispetto al mondo politico, interno e internazionale.
«La prima lezione che ho ricevuto», ha dichiarato il regista, «non è stata dalla Cina, ma dall'Occidente. Tutti i maggiori festival del mondo all'inizio si sono mostrati interessati al film per i suoi contenuti coraggiosi, ma subito dopo sono fioccati i rifiuti, diversamente motivati. La pressione della Cina era evidente, da molti persino confessata. Non si voleva chiaramente infastidire Pechino. Ormai è noto che anche i festival accettano l'autocensura o subiscono la pressione del regime cinese. In altre parole, le rassegne cinematografiche occidentali possono accogliere solo film con il sigillo del Dragone, rilasciato dal dipartimento di propaganda del Partito comunista cinese».
Non c'è da stupirsi. Forse non tutti sanno che Normadland, il film vincitore del Leone d'oro 2020 e del Golden Globe 2021, è scomparso da Internet in Cina dopo che la regista Chloè Zhao (cinese, ma vive da molti anni negli Usa) aveva rilasciato un'intervista definendo la Cina «un posto dove ci sono bugie ovunque». Quell'intervista in pochi giorni aveva registrato 87 milioni di visualizzazioni. Le autorità, molto preoccupate, hanno provveduto a fare oscurare tutto, compreso il titolo del film premiato.
Ma la repressione della libertà di pensiero e di stampa non finisce qui. Da anni si colpiscono i blogger, oscurando i loro siti, con energici interventi della polizia: fermi, arresti, trasferimenti forzati nei laogai e multe salatissime. Ora il presidente Xi Jinping ha avuto l'idea di irreggimentare anche i giornalisti, che saranno sottoposti a un «esame di Stato» basato su una serie di test. In altre parole, chi opera nella comunicazione dovrà sapere tutto su Xi Jinping: storia, riforme, pensiero politico. L'iniziativa, promossa dall'Ufficio propaganda dal partito comunista cinese, comincerà i primi di ottobre con un primo test pilota riservato a 10.000 giornalisti di 14 testate di Pechino. I reporter dovranno studiare un'apposita app mobile (XuexlQuiangguo), che ha per titolo «Studiare per rafforzare la nazione». In pratica, si tratta di una sorta di versione 2.0 del Libretto rosso di Mao: una antologia di articoli, clip e documenti sul pensiero politico del presidente attuale. Gli esami, come si può facilmente intuire, non hanno nulla a che vedere con quelli degli ordini professionali occidentali (ad esempio, quello italiano), come le autorità si erano affrettati a precisare.
Il test, diviso in 5 sezioni, comprende un esame, come si è detto, sul capo dello Stato e uno (approfondito) sul marxismo. Se la prova non sarà superata sarà revocato il tesserino da giornalista, documento fondamentale per poter esercitare la professione. Ma anche quelli che passeranno dovranno riprovare (come per rinnovare la patente) ogni 5 anni. Questo significa che la spada di Damocle penderà sempre sulle teste di chi non rispetterà le rigide regole del regime sulla censura. Del resto, la Cina si conferma non a caso al posto numero 177, su 180 nazioni, nella classifica sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere, appena sopra l'Eritrea e la Corea del Nord.
D'altra parte, che cosa ci si poteva attendere da un Paese dalla sbalorditiva crescita economica, ma che si ritrova sempre agli ultimi posti delle classifiche sulla tutela dei diritti umani? Ci lascia però sempre amareggiati il silenzio dell'Occidente, così influente e così importante (nel business), che si propone di non disturbare mai l'ipersensibile Dragone. Alcuni giorni fa a Washington due attiviste cinesi sono state premiate con un prestigioso riconoscimento sui diritti umani. Sono Li Qiaoche (impegnata da anni nella tutela dei diritti delle donne detenute) e l'attivista veterana contro la violenza di genere Li Yufeng. Il premio è stato assegnato dalla Chrd, un'associazione non governativa nata subito dopo la morte (14 marzo 2014) dell'avvocato per i diritti Cao Shunt, deceduto dopo essere stato arrestato dalla polizia cinese. Ma di questo premio non vi è traccia sui media cinesi e neppure sulla stampa occidentale.





