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2019-07-16
L’indagata di Bibbiano faceva campagna per il «corso gender» nelle scuole emiliane
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Martedì 26 marzo, a Reggio Emilia, si tiene un convegno intitolato: «W l'amore. Facciamo il punto». Sulla locandina si può leggere: «Per contrastare la violenza in tutte le sue forme è necessario che nelle scuole sia inclusa, tra le discipline, l'educazione sentimentale, affettiva, sessuale, alle relazioni e alle differenze di genere». A promuovere l'evento sono Sinistra italiana, Arcigay, Rete degli studenti e altri. Sul sito di Radio Spada (radiospada.org) potete trovare un ampio servizio che contiene anche filmati dell'incontro. A prima vista, sembra trattarsi del consueto dibattito fra illuminati progressisti sui temi della sessualità, con l'immancabile orientamento Lgbt. Ma, in questo caso, c'è anche qualcosa di più.
Al tavolo dei relatori - prima a prendere la parola - c'è una donna di nome Fadia Bassmaji. È lei a coordinare la discussione. Ed è sempre lei a contribuire all'organizzazione dell'evento tramite Sinonimia, la sua società che «organizza eventi, progetti culturali, fornisce consulenze per Comuni e associazioni». Il nome della Bassmaji probabilmente non vi suonerà nuovo. La signora, infatti, è una dei protagonisti dell'inchiesta «Angeli e demoni», in qualità di indagata.
La nostra, in passato, ha avuto una relazione sentimentale con l'assistente sociale Federica Anghinolfi. E proprio grazie ai buoni uffici di quest'ultima, Fadia - assieme alla sua attuale compagna Daniela Bedogni (con cui è unita civilmente) - aveva ottenuto in affidamento una bambina, la piccola Katia, che ora è stata tolta alla coppia per maltrattamenti.
Come la Anghinolfi, anche la Bassmaji è - secondo il gip di Reggio Emilia - «assai attiva» nel mondo arcobaleno. In particolare, si è dedicata alla promozione dell'affido a coppie Lgbt, molto spesso all'interno di eventi sponsorizzati o comunque sostenuti dalle amministrazioni rosse. Eventi come quello che si è tenuto il 26 marzo scorso.
In quel frangente non si parlava di affido, bensì di un altro argomento che al mondo arcobaleno sta molto a cuore: l'educazione sessuale. Scopo dell'incontro, infatti, era quello di celebrare «W l'amore». Si tratta di un «progetto sperimentale» che la Regione Emilia Romagna ha lanciato nel 2013 (e giunto alla 6 edizione) per «l'educazione all'affettività e alla sessualità nei preadolescenti delle scuole secondarie di primo grado».
Tale progetto, ha spiegato Silvana Borsari (referente per l'Area materno infantile della Regione Emilia Romagna) presentava un aspetto particolarmente innovativo: «Il target di età più basso (13-14 anni) rispetto a quello fino ad allora di riferimento». Insomma, stiamo parlando di un corso di educazione sessuale che si tiene nelle scuole e si rivolge ai giovanissimi. A quanto risulta, nel corso degli anni l'età dei piccoli destinatari è ulteriormente scesa. Sul sito di «W l'amore», infatti, si trova materiale studiato anche per ragazzini dagli 8 ai 12 anni.
È sempre il sito a mostrare con chiarezza quale sia l'orientamento ideologico di tutta l'iniziativa. Entrando nella sezione adolescenti, subito si apre una finestrella che propaganda la contraccezione gratuita in Emilia Romagna. E basta un paio di clic per trovare la pagina in cui si spiega che «in Italia le ragazze minorenni possono prendere i contraccettivi e la pillola del giorno dopo, anche senza dirlo ai genitori. È una cosa possibile per legge (194/78). Contatta lo spazio giovani più vicino a te tempestivamente se hai avuto un rapporto sessuale non protetto». Si trovano poi materiali informativi sulla masturbazione e sugli anticoncezionali in genere, sono consigliati film e serie da vedere. Soprattutto, però, ovunque sono presenti riferimenti alle differenze di genere e orientamento sessuale. Per farla breve, potremmo dire che «W l'amore» è il prototipo del «corso gender». Che sia questo l'approccio si evince anche da un volume uscito nel 2018 e intitolato Percorsi di educazione affettiva e sessuale per preadolescenti. Il progetto «W l'amore» (Erickson). Il testo in questione è curato da Loretta Raffuzzi assieme a Paola Marmocchi ed Eleonora Strazzari dell'Azienda Usl di Bologna, ovvero le due responsabili regionali di tutto l'ambaradan.
Nel libro troviamo un ampio capitolo curato da Margherita Graglia, coordinatrice del Tavolo interistituzionale per il contrasto all'omotransnegatività e per l'inclusione delle persone Lgbt del Comune di Reggio Emilia.Sll'omotransnegatività, infatti, il progetto «W l'amore» insiste particolarmente. La Graglia spiega che l'omotransnegatività «costituisce il fattore di rischio maggiore per la salute delle persone Lgbt», specie se adolescenti. Chi ne è vittima, precisa la signora, sperimenta lo «stress da minoranza», caratterizzato «non solo dalle esperienze dirette di discriminazione (discriminazione esperita), ma anche dalla paura di poterle subire (discriminazione anticipata)». Dunque l'omotransnegatività va sradicata subito: «Risulta necessario che gli educatori, gli insegnanti e le famiglie siano adeguatamente (in)formati sui temi dell'identità sessuale, rimuovendo stereotipi e pregiudizi personali». Insomma: serve una bella rieducazione arcobaleno, e «W l'amore» è perfetto per raggiungere l'obiettivo.
Il lavoro da fare, tuttavia, è ancora parecchio, come chiarisce, sempre nel volume succitato, l'antropologa Nicoletta Landi. Costei è stata invitata a seguire «W l'amore» e a produrre riflessioni in proposito. Sentendo parlare gli operatori e gli insegnanti coinvolti nel progetto, la studiosa ha «spesso percepito una visione di tipo eteronormativo». Già: l'approccio non era abbastanza arcobaleno per i suoi gusti. Inoltre - anche se parlano di sesso e masturbazione - i corsi non scendono abbastanza nello specifico.
La Landi, infatti, ha dovuto far notare alcune carenze a un'operatrice coinvolta in «W l'amore»: «Perché quando parlate di penetrazione considerate solo quella genitale tra un uomo e una donna? Perché non parlare anche di sesso anale o di uso di sex toys tra magari due ragazze?». E certo: un bel corso sull'uso dei vibratori a scuola sarebbe sicuramente molto apprezzato.
Ecco, questo è il progetto che Fadia Bassmaji, indagata di «Angeli e demoni», ha sponsorizzato il 26 marzo. Assieme a lei c'era l'immancabile Roberta Mori. Cioè la stessa esponente Pd che celebrava il modello Bibbiano e la stessa che, oggi, battaglia perché passi la legge bavaglio regionale sull'omotransnegatività. Sempre gli stessi nomi, sempre lo stesso ambiente: e vengono pure a dirci che, in tutta questa brutta storia, l'ideologia e la politica non c'entrano nulla...
Su eventi Lgbt e «servizi esemplari» è sempre il Pd a metterci il cappello
Dal Partito democratico continuano a far finta di nulla. Oppure, se proprio si sono esposti troppo nel recente passato, tentano qualche difesa d'ufficio. Ci sono esponenti dem che a partire dall'inaugurazione del centro La Cura di Bibbiano, teatro dell'inchiesta «Angeli e demoni», si sono trovati spesso a braccetto con alcuni degli indagati. Un esempio. Mentre Fadia Bassmaji, la mamma della coppia Lgbt di «Angeli e demoni», promuoveva l'educazione sentimentale nelle scuole, l'inchiesta racconta che lavorava ai fianchi, con l'assistente sociale e con la sua nuova compagna, la bambina che le avevano affidato per demolire l'affetto per i veri genitori. A marzo l'ultimo convegno: «W l'amore». Con i soliti patrocini, primi fra tutti Sinistra italiana e Arcigay. Al fianco della signora Bassmaji c'erano due insegnanti e Roberta Mori, presidente della Commissione per le pari opportunità della Regione Emilia Romagna, tra i promotori della legge sull'omotransnegatività, candidata Pd alle scorse elezioni europee e indicata dal sito Votoarcobaleno come candidato gayfriendly, che tra un gazebo per la campagna di adesione alla Conferenza nazionale delle donne dem, un retweet di Nicola Zingaretti, una prima pagina dell'Espresso contro Matteo Salvini e un tweet con le dichiarazioni dell'avvocato di Carola Rackete, senza tralasciare un articolo approfondito sull'icona Lgbt Lady Oscar per celebrare l'anniversario della presa della Bastiglia, non ha mai nascosto certe simpatie.
Tanto da finire, proprio insieme a Bassmaji, in un video che documentava un interessante convegno. Il luogo delle riprese è l'epicentro dello scandalo sugli affidi illegali, la Val d'Enza. Il paese è Bibbiano, quello del sindaco finito ai domiciliari, Andrea Carletti. Nel Teatro Metropolis il 26 maggio 2016 viene registrato «Quando la notte abita il giorno». Sottotitolo: «L'ascolto del minore vittima di abuso sessuale e maltrattamento. Sospetto, rivelazione, assistenza e giustizia». Patrocinio della Provincia Reggio Emilia e della Regione Emilia Romagna. La regista è Bassmaj. All'incontro partecipano alcuni dei protagonisti dell'inchiesta. Uno su tutti, il guru della onlus Hansel e Gretel, Claudio Foti (anche lui finito ai domiciliari), Fausto Nicolini, direttore generale dell'Ausl di Reggio Emilia (indagato per abuso d'ufficio).
Roberta Mori interviene per 5 minuti. Il suo è un endorsement «all'esperienza esemplare» di «prevenzione e contrasto della violenza» messa in campo con il modello Val d'Enza. Ossia il Sistema di Angeli e demoni. Un'esperienza che all'epoca la Mori riteneva «esemplare per tutta la regione Emilia Romagna». Ed è per questo che nell'incipit dell'intervento e nelle conclusioni ringrazia gli amministratori. Uno dei quali ai domiciliari e altri due indagati. «Tra i plausi», scrivono sul sito web di Radio Spada, «di Federica Anghinolfi (la responsabile del servizio sociale dell'Unione della Val d'Enza finita nell'inchiesta, ndr). Il tutto con neoconsiglieri ed ex assessori comunali Pd». E non è l'unico incontro pubblico con la stessa squadra in campo. È nel settembre 2016 che la Mori partecipa all'inaugurazione del centro La Cura, con tanto di saluti introduttivi del sindaco Carletti. Ma non è necessario andare troppo indietro nel tempo per documentare le relazioni.
Uno degli eventi più recenti a cui la signora Bassmaji ha partecipato è il convegno «Affido e adozioni nel mondo Lgbt», andato in scena al Cassero di Bologna il 13 giugno scorso. Quando la Bassmaji ha pubblicato su Facebook la notizia dell'evento, qualcuno sotto ha commentato: «Ottima iniziativa da replicare a Reggio Emilia».
L'idea è molto piaciuta anche a Roberta Mori, che ha commentato pubblicando un grosso cuore arcobaleno. E dopo tutto questo sostegno fare un passo indietro forse è diventato imbarazzante. E allora il 6 luglio, nonostante i contenuti dell'inchiesta «Angeli e demoni» fossero già sui giornali, Mori ha continuato a difendere il modello che tanto le piaceva: «Il sistema dei nostri servizi contribuisce alla tenuta sociale». E il sito web Reggionline ha sottolineato che la presidente della Commissione Parità «non ci sta a vedere messa in dubbio la validità di un sistema sociale che ha contribuito a fare dell'Emilia Romagna un esempio in Italia e non solo».
Cristina Fantinati, commissaria provinciale di Reggio Emilia di Forza Italia, ha ricordato, a proposito delle componenti Pd che sostenevano il modello Val d'Enza, citando anche Roberta Mori, che «probabilmente erano tutti in buona fede, probabilmente hanno preso tutti un abbaglio, probabilmente nessuno si era mai accorto di nulla, ma la responsabilità politica c'è tutta ed è gravissima».
E Roberta Mori, dal canto suo, su Twitter postava: «Riconoscere un errore e scusarsi è un'azione importantissima, trasforma un paradigma, ripara antiche ferite, rende possibile l'elaborazione collettiva di un pregiudizio e delle sue ripercussioni traumatiche». La frase era dell'American psychoanalytic association che si scusava per aver, sottolinea Mori, «patologizzato Lgbt». Parole che, però, dovrebbero valere anche per Bibbiano e per gli affidi illeciti.
Fabio Amendolara
«L’Espresso» schiera l’amico di Foti
Voi credevate che lo scandalo di Bibbiano fosse sparito dai giornaloni. E invece no. Prima, è arrivato il Corriere della Sera, che spiegava come gli assistenti sociali emiliani avessero inventato gli abusi delle famiglie in Val d'Enza solo perché, da piccoli, erano stati a loro volta abusati. Poi, L'Espresso, che ospita un commento dello psichiatra Luigi Cancrini, ex deputato comunista, già vicepresidente della Commissione parlamentare infanzia e socio del Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'infanzia. Un'associazione la cui sigla compare in quasi tutti i recenti casi di abusi sui minori. A partire da Veleno: una ginecologa, all'epoca vicina al Cismai, lavorava a stretto contatto con l'ex moglie di Claudio Foti, il direttore scientifico del centro Hansel e Gretel. E, ancora, le consulenti del tribunale di Torino, la psicologa dei servizi sociali di Mirandola, Valeria Donati e le sue colleghe emiliane, avevano fatto parte, o avevano seguito i corsi di formazione, proprio del Cismai. L'ente si è attirato, negli anni, anche numerose critiche dalla comunità scientifica. In molti, infatti, hanno rilevato che le sue linee guida sull'ascolto dei bambini tendono a far affiorare gli abusi pure dove non ci sono: basta indulgere nelle cosiddette «domande suggestive» («dove ti ha toccato papà?», il che implica che papà ti abbia toccato).
Ebbene, che cosa s'è inventato ora il settimanale di Marco Damilano? Due pagine in cui Cancrini prova a smorzare i toni, lamentando che «Angeli e demoni» ha scatenato «uno scontro ideologico» che mina «la capacità di riflettere». Alla fine della giostra, viene fuori che il vero pericolo non sono gli assistenti sociali che strappano i figli ai genitori con false accuse di violenze, bensì le «famiglie maltrattanti». Osserva Cancrini: «A subire maltrattamenti in famiglia sono il 9,5% dei bambini italiani e più del 90% degli abusi sessuali su minori avvengono dentro le famiglie». Siamo alle solite: sono mamme e papà «tradizionali» l'origine del male. Sarà per questa endemica diffusione della violenza in famiglia, per «l'enormità di un problema da affrontare con tutta l'urgenza che merita», che «fra gli operatori» si è creato «un clima di vicinanza eccessiva alla sofferenza dei bambini», tale da portare «alcuni di loro a immaginare degli abusi e a non valutare con sufficiente pazienza le risorse dei loro genitori».
E che volete che sia. Le famiglie «naturali» sono talmente inclini a maltrattare i figli, che è normale se gli assistenti sociali «immaginano» pure le violenze che non esistono e non ascoltano «con sufficiente pazienza» i genitori. Vorrete mica prendervela con loro? Vorrete mica contestare l'affido di una bimba, da parte dell'attivista Lgbt Federica Anghinolfi, alla sua ex amante lesbica e alla nuova compagna, che poi hanno «imposto un orientamento sessuale» alla ragazzina, con un comportamento che il gip ha definito «ideologicamente e ossessivamente orientato? Vorrete mica insinuare che c'è un mercimonio di bambini? Folli! Cancrini, anzi, ci rassicura persino sul risvolto più impressionante dello scandalo di Bibbiano, quello della fabbricazione di falsi ricordi nel bambino attraverso strumentazioni elettriche: «Anche nel caso in cui un terapeuta decide di indurre in lui una leggera trance (utilizzando tecniche del tipo Emdr, che io non uso, ma di cui ho tuttavia un grande rispetto), la possibilità di indurre in lui dei ricordi falsi è sostanzialmente assente». Ecco: sono tecniche di cui avere «grande rispetto».
Eppure, l'assurdità più grande è un'altra. Ed è che L'Espresso chiami a minimizzare il caso in cui è coinvolto il dominus di Hansel e Gretel, Claudio Foti… un amico di Claudio Foti. Già, perché che Cancrini e Foti fossero, da anni, almeno professionalmente vicini, è evidente. Nel lontano giugno del 2004, ad esempio, parteciparono insieme a un convegno in Campidoglio a Roma, tra i cui organizzatori figurava il centro Hansel e Gretel. Nel 2010, erano entrambi al V congresso del Cismai a Taormina. Nel 2014, intervennero nello stesso ciclo di conferenze a Pirri (Cagliari), organizzato dalla fondazione Domus de luna, di cui Cancrini era direttore scientifico. Nel 2013, un nuovo congresso del Cismai, al Lingotto di Torino, entrambi relatori lo stesso giorno. In parole povere, è un po' come se L'Espresso avesse chiamato il Gatto a difendere la Volpe.
E meno male che Cancrini chiede «una campagna stampa» sull'emergenza dei bambini maltrattati. La campagna stampa serve ai minori, o ai (presunti) orchi di Bibbiano?
Alessandro Rico
L’Emilia crea una commissione per assolversi
Dovrebbe essere una «commissione tecnica» formata da esperti super partes, capace di valutare «l'intero sistema di tutela dei minori» e individuare «le eventuali falle e distorsioni» a protezione dei più piccoli. Peccato che tutti i suoi membri abbiano lavorato, fino ad oggi, non solo nel medesimo ambito ma anche nello stesso territorio di coloro dei quali ora sono chiamati a dare un giudizio. La Regione Emilia Romagna, sull'onda dello scandalo sui bambini rubati, emerso con l'inchiesta Angeli e Demoni ha optato per una reazione d'ufficio. Da un lato il Pd ha fatto calare il silenzio sui legami strettissimi della sinistra con i servizi e i soggetti coinvolti, dall'altro il presidente, Stefano Bonaccini, ha giocato la carta istituzionale della commissione d'inchiesta. I nomi chiamati a giudicare l'operato di quel pool di psicologi, assistenti sociali, neuropsichiatri e operatori che secondo gli inquirenti avrebbero creato un sistema tentacolare, intessendo rapporti oltre il lecito con le più disparate figure e con la complicità della politica sono professionisti che lavorano nell'ambito dell'infanzia e nel territorio regionale e, a loro volta, sono stati indicati dall'assessore regionale alle Politiche per la salute, Sergio Venturi. Il coordinatore è Giuliano Limonta, neuropsichiatra infantile, già direttore del dipartimento di Salute mentale e delle dipendenze patologiche dell'Azienda sanitaria di Piacenza e di coordinatore dei programmi aziendali per i disturbi del comportamento alimentare dell'area Vasta Emilia Nord (Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena). Gli altri membri del gruppo di lavoro sono: Susi Pelotti, professoressa ordinaria e direttrice della Scuola di specializzazione di Medicina legale dell'Università di Bologna; Francesca Mantovani, ricercatrice dell'Università di Bologna su valutazione delle capacità genitoriali nei casi di rischio e di pregiudizio e valutazione delle cure parentali attraverso l'utilizzo di strumenti e un lavoro multidisciplinare; Filippo Dario Vinci, avvocato, responsabile dell'Ufficio metropolitano tutele del Comune di Bologna e coordinatore del Tavolo metropolitano sui temi tutelari; Stefano Costa, neuropsichiatra infantile nell'Azienda sanitaria di Bologna; Pietro Pellegrini, psichiatria e psicoterapeuta direttore di Unità operativa complessa del Centro di salute mentale e di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza dell'Azienda sanitaria di Parma. E ancora provengono dalla Regione Emilia-Romagna, le dottoresse Maura Forni, responsabile del Servizio politiche sociali e Mila Ferri, responsabile del Servizio salute mentale.
Alessia Pedrielli
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Fadia Bassmaji, protagonista dell'inchiesta di Reggio Emilia, promuoveva il progetto pro Lgbt «W l'amore» per i ragazzini.La dem Roberta Mori era una presenza costante agli incontri organizzati dal giro della Val d'Enza. Sia che si trattasse di attività rivolte a bambini e adolescenti, sia che fossero in gioco temi arcobaleno.Sul settimanale, lo psichiatra Luigi Cancrini, socio Cismai, minimizza i fatti di Bibbiano Peccato che abbia partecipato a numerosi convegni assieme al capo di Hansel e Gretel.A indagare sulla gestione dei minorenni sono stati chiamati solo esperti «interni».Lo speciale contiene quattro articoli Martedì 26 marzo, a Reggio Emilia, si tiene un convegno intitolato: «W l'amore. Facciamo il punto». Sulla locandina si può leggere: «Per contrastare la violenza in tutte le sue forme è necessario che nelle scuole sia inclusa, tra le discipline, l'educazione sentimentale, affettiva, sessuale, alle relazioni e alle differenze di genere». A promuovere l'evento sono Sinistra italiana, Arcigay, Rete degli studenti e altri. Sul sito di Radio Spada (radiospada.org) potete trovare un ampio servizio che contiene anche filmati dell'incontro. A prima vista, sembra trattarsi del consueto dibattito fra illuminati progressisti sui temi della sessualità, con l'immancabile orientamento Lgbt. Ma, in questo caso, c'è anche qualcosa di più. Al tavolo dei relatori - prima a prendere la parola - c'è una donna di nome Fadia Bassmaji. È lei a coordinare la discussione. Ed è sempre lei a contribuire all'organizzazione dell'evento tramite Sinonimia, la sua società che «organizza eventi, progetti culturali, fornisce consulenze per Comuni e associazioni». Il nome della Bassmaji probabilmente non vi suonerà nuovo. La signora, infatti, è una dei protagonisti dell'inchiesta «Angeli e demoni», in qualità di indagata. La nostra, in passato, ha avuto una relazione sentimentale con l'assistente sociale Federica Anghinolfi. E proprio grazie ai buoni uffici di quest'ultima, Fadia - assieme alla sua attuale compagna Daniela Bedogni (con cui è unita civilmente) - aveva ottenuto in affidamento una bambina, la piccola Katia, che ora è stata tolta alla coppia per maltrattamenti. Come la Anghinolfi, anche la Bassmaji è - secondo il gip di Reggio Emilia - «assai attiva» nel mondo arcobaleno. In particolare, si è dedicata alla promozione dell'affido a coppie Lgbt, molto spesso all'interno di eventi sponsorizzati o comunque sostenuti dalle amministrazioni rosse. Eventi come quello che si è tenuto il 26 marzo scorso. In quel frangente non si parlava di affido, bensì di un altro argomento che al mondo arcobaleno sta molto a cuore: l'educazione sessuale. Scopo dell'incontro, infatti, era quello di celebrare «W l'amore». Si tratta di un «progetto sperimentale» che la Regione Emilia Romagna ha lanciato nel 2013 (e giunto alla 6 edizione) per «l'educazione all'affettività e alla sessualità nei preadolescenti delle scuole secondarie di primo grado». Tale progetto, ha spiegato Silvana Borsari (referente per l'Area materno infantile della Regione Emilia Romagna) presentava un aspetto particolarmente innovativo: «Il target di età più basso (13-14 anni) rispetto a quello fino ad allora di riferimento». Insomma, stiamo parlando di un corso di educazione sessuale che si tiene nelle scuole e si rivolge ai giovanissimi. A quanto risulta, nel corso degli anni l'età dei piccoli destinatari è ulteriormente scesa. Sul sito di «W l'amore», infatti, si trova materiale studiato anche per ragazzini dagli 8 ai 12 anni. È sempre il sito a mostrare con chiarezza quale sia l'orientamento ideologico di tutta l'iniziativa. Entrando nella sezione adolescenti, subito si apre una finestrella che propaganda la contraccezione gratuita in Emilia Romagna. E basta un paio di clic per trovare la pagina in cui si spiega che «in Italia le ragazze minorenni possono prendere i contraccettivi e la pillola del giorno dopo, anche senza dirlo ai genitori. È una cosa possibile per legge (194/78). Contatta lo spazio giovani più vicino a te tempestivamente se hai avuto un rapporto sessuale non protetto». Si trovano poi materiali informativi sulla masturbazione e sugli anticoncezionali in genere, sono consigliati film e serie da vedere. Soprattutto, però, ovunque sono presenti riferimenti alle differenze di genere e orientamento sessuale. Per farla breve, potremmo dire che «W l'amore» è il prototipo del «corso gender». Che sia questo l'approccio si evince anche da un volume uscito nel 2018 e intitolato Percorsi di educazione affettiva e sessuale per preadolescenti. Il progetto «W l'amore» (Erickson). Il testo in questione è curato da Loretta Raffuzzi assieme a Paola Marmocchi ed Eleonora Strazzari dell'Azienda Usl di Bologna, ovvero le due responsabili regionali di tutto l'ambaradan. Nel libro troviamo un ampio capitolo curato da Margherita Graglia, coordinatrice del Tavolo interistituzionale per il contrasto all'omotransnegatività e per l'inclusione delle persone Lgbt del Comune di Reggio Emilia.Sll'omotransnegatività, infatti, il progetto «W l'amore» insiste particolarmente. La Graglia spiega che l'omotransnegatività «costituisce il fattore di rischio maggiore per la salute delle persone Lgbt», specie se adolescenti. Chi ne è vittima, precisa la signora, sperimenta lo «stress da minoranza», caratterizzato «non solo dalle esperienze dirette di discriminazione (discriminazione esperita), ma anche dalla paura di poterle subire (discriminazione anticipata)». Dunque l'omotransnegatività va sradicata subito: «Risulta necessario che gli educatori, gli insegnanti e le famiglie siano adeguatamente (in)formati sui temi dell'identità sessuale, rimuovendo stereotipi e pregiudizi personali». Insomma: serve una bella rieducazione arcobaleno, e «W l'amore» è perfetto per raggiungere l'obiettivo. Il lavoro da fare, tuttavia, è ancora parecchio, come chiarisce, sempre nel volume succitato, l'antropologa Nicoletta Landi. Costei è stata invitata a seguire «W l'amore» e a produrre riflessioni in proposito. Sentendo parlare gli operatori e gli insegnanti coinvolti nel progetto, la studiosa ha «spesso percepito una visione di tipo eteronormativo». Già: l'approccio non era abbastanza arcobaleno per i suoi gusti. Inoltre - anche se parlano di sesso e masturbazione - i corsi non scendono abbastanza nello specifico. La Landi, infatti, ha dovuto far notare alcune carenze a un'operatrice coinvolta in «W l'amore»: «Perché quando parlate di penetrazione considerate solo quella genitale tra un uomo e una donna? Perché non parlare anche di sesso anale o di uso di sex toys tra magari due ragazze?». E certo: un bel corso sull'uso dei vibratori a scuola sarebbe sicuramente molto apprezzato. Ecco, questo è il progetto che Fadia Bassmaji, indagata di «Angeli e demoni», ha sponsorizzato il 26 marzo. Assieme a lei c'era l'immancabile Roberta Mori. Cioè la stessa esponente Pd che celebrava il modello Bibbiano e la stessa che, oggi, battaglia perché passi la legge bavaglio regionale sull'omotransnegatività. Sempre gli stessi nomi, sempre lo stesso ambiente: e vengono pure a dirci che, in tutta questa brutta storia, l'ideologia e la politica non c'entrano nulla...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lindagata-di-bibbiano-faceva-campagna-per-il-corso-gender-nelle-scuole-emiliane-2639198979.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="su-eventi-lgbt-e-servizi-esemplari-e-sempre-il-pd-a-metterci-il-cappello" data-post-id="2639198979" data-published-at="1776748154" data-use-pagination="False"> Su eventi Lgbt e «servizi esemplari» è sempre il Pd a metterci il cappello Dal Partito democratico continuano a far finta di nulla. Oppure, se proprio si sono esposti troppo nel recente passato, tentano qualche difesa d'ufficio. Ci sono esponenti dem che a partire dall'inaugurazione del centro La Cura di Bibbiano, teatro dell'inchiesta «Angeli e demoni», si sono trovati spesso a braccetto con alcuni degli indagati. Un esempio. Mentre Fadia Bassmaji, la mamma della coppia Lgbt di «Angeli e demoni», promuoveva l'educazione sentimentale nelle scuole, l'inchiesta racconta che lavorava ai fianchi, con l'assistente sociale e con la sua nuova compagna, la bambina che le avevano affidato per demolire l'affetto per i veri genitori. A marzo l'ultimo convegno: «W l'amore». Con i soliti patrocini, primi fra tutti Sinistra italiana e Arcigay. Al fianco della signora Bassmaji c'erano due insegnanti e Roberta Mori, presidente della Commissione per le pari opportunità della Regione Emilia Romagna, tra i promotori della legge sull'omotransnegatività, candidata Pd alle scorse elezioni europee e indicata dal sito Votoarcobaleno come candidato gayfriendly, che tra un gazebo per la campagna di adesione alla Conferenza nazionale delle donne dem, un retweet di Nicola Zingaretti, una prima pagina dell'Espresso contro Matteo Salvini e un tweet con le dichiarazioni dell'avvocato di Carola Rackete, senza tralasciare un articolo approfondito sull'icona Lgbt Lady Oscar per celebrare l'anniversario della presa della Bastiglia, non ha mai nascosto certe simpatie. Tanto da finire, proprio insieme a Bassmaji, in un video che documentava un interessante convegno. Il luogo delle riprese è l'epicentro dello scandalo sugli affidi illegali, la Val d'Enza. Il paese è Bibbiano, quello del sindaco finito ai domiciliari, Andrea Carletti. Nel Teatro Metropolis il 26 maggio 2016 viene registrato «Quando la notte abita il giorno». Sottotitolo: «L'ascolto del minore vittima di abuso sessuale e maltrattamento. Sospetto, rivelazione, assistenza e giustizia». Patrocinio della Provincia Reggio Emilia e della Regione Emilia Romagna. La regista è Bassmaj. All'incontro partecipano alcuni dei protagonisti dell'inchiesta. Uno su tutti, il guru della onlus Hansel e Gretel, Claudio Foti (anche lui finito ai domiciliari), Fausto Nicolini, direttore generale dell'Ausl di Reggio Emilia (indagato per abuso d'ufficio). Roberta Mori interviene per 5 minuti. Il suo è un endorsement «all'esperienza esemplare» di «prevenzione e contrasto della violenza» messa in campo con il modello Val d'Enza. Ossia il Sistema di Angeli e demoni. Un'esperienza che all'epoca la Mori riteneva «esemplare per tutta la regione Emilia Romagna». Ed è per questo che nell'incipit dell'intervento e nelle conclusioni ringrazia gli amministratori. Uno dei quali ai domiciliari e altri due indagati. «Tra i plausi», scrivono sul sito web di Radio Spada, «di Federica Anghinolfi (la responsabile del servizio sociale dell'Unione della Val d'Enza finita nell'inchiesta, ndr). Il tutto con neoconsiglieri ed ex assessori comunali Pd». E non è l'unico incontro pubblico con la stessa squadra in campo. È nel settembre 2016 che la Mori partecipa all'inaugurazione del centro La Cura, con tanto di saluti introduttivi del sindaco Carletti. Ma non è necessario andare troppo indietro nel tempo per documentare le relazioni. Uno degli eventi più recenti a cui la signora Bassmaji ha partecipato è il convegno «Affido e adozioni nel mondo Lgbt», andato in scena al Cassero di Bologna il 13 giugno scorso. Quando la Bassmaji ha pubblicato su Facebook la notizia dell'evento, qualcuno sotto ha commentato: «Ottima iniziativa da replicare a Reggio Emilia». L'idea è molto piaciuta anche a Roberta Mori, che ha commentato pubblicando un grosso cuore arcobaleno. E dopo tutto questo sostegno fare un passo indietro forse è diventato imbarazzante. E allora il 6 luglio, nonostante i contenuti dell'inchiesta «Angeli e demoni» fossero già sui giornali, Mori ha continuato a difendere il modello che tanto le piaceva: «Il sistema dei nostri servizi contribuisce alla tenuta sociale». E il sito web Reggionline ha sottolineato che la presidente della Commissione Parità «non ci sta a vedere messa in dubbio la validità di un sistema sociale che ha contribuito a fare dell'Emilia Romagna un esempio in Italia e non solo». Cristina Fantinati, commissaria provinciale di Reggio Emilia di Forza Italia, ha ricordato, a proposito delle componenti Pd che sostenevano il modello Val d'Enza, citando anche Roberta Mori, che «probabilmente erano tutti in buona fede, probabilmente hanno preso tutti un abbaglio, probabilmente nessuno si era mai accorto di nulla, ma la responsabilità politica c'è tutta ed è gravissima». E Roberta Mori, dal canto suo, su Twitter postava: «Riconoscere un errore e scusarsi è un'azione importantissima, trasforma un paradigma, ripara antiche ferite, rende possibile l'elaborazione collettiva di un pregiudizio e delle sue ripercussioni traumatiche». La frase era dell'American psychoanalytic association che si scusava per aver, sottolinea Mori, «patologizzato Lgbt». Parole che, però, dovrebbero valere anche per Bibbiano e per gli affidi illeciti. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lindagata-di-bibbiano-faceva-campagna-per-il-corso-gender-nelle-scuole-emiliane-2639198979.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lespresso-schiera-lamico-di-foti" data-post-id="2639198979" data-published-at="1776748154" data-use-pagination="False"> «L’Espresso» schiera l’amico di Foti Voi credevate che lo scandalo di Bibbiano fosse sparito dai giornaloni. E invece no. Prima, è arrivato il Corriere della Sera, che spiegava come gli assistenti sociali emiliani avessero inventato gli abusi delle famiglie in Val d'Enza solo perché, da piccoli, erano stati a loro volta abusati. Poi, L'Espresso, che ospita un commento dello psichiatra Luigi Cancrini, ex deputato comunista, già vicepresidente della Commissione parlamentare infanzia e socio del Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'infanzia. Un'associazione la cui sigla compare in quasi tutti i recenti casi di abusi sui minori. A partire da Veleno: una ginecologa, all'epoca vicina al Cismai, lavorava a stretto contatto con l'ex moglie di Claudio Foti, il direttore scientifico del centro Hansel e Gretel. E, ancora, le consulenti del tribunale di Torino, la psicologa dei servizi sociali di Mirandola, Valeria Donati e le sue colleghe emiliane, avevano fatto parte, o avevano seguito i corsi di formazione, proprio del Cismai. L'ente si è attirato, negli anni, anche numerose critiche dalla comunità scientifica. In molti, infatti, hanno rilevato che le sue linee guida sull'ascolto dei bambini tendono a far affiorare gli abusi pure dove non ci sono: basta indulgere nelle cosiddette «domande suggestive» («dove ti ha toccato papà?», il che implica che papà ti abbia toccato). Ebbene, che cosa s'è inventato ora il settimanale di Marco Damilano? Due pagine in cui Cancrini prova a smorzare i toni, lamentando che «Angeli e demoni» ha scatenato «uno scontro ideologico» che mina «la capacità di riflettere». Alla fine della giostra, viene fuori che il vero pericolo non sono gli assistenti sociali che strappano i figli ai genitori con false accuse di violenze, bensì le «famiglie maltrattanti». Osserva Cancrini: «A subire maltrattamenti in famiglia sono il 9,5% dei bambini italiani e più del 90% degli abusi sessuali su minori avvengono dentro le famiglie». Siamo alle solite: sono mamme e papà «tradizionali» l'origine del male. Sarà per questa endemica diffusione della violenza in famiglia, per «l'enormità di un problema da affrontare con tutta l'urgenza che merita», che «fra gli operatori» si è creato «un clima di vicinanza eccessiva alla sofferenza dei bambini», tale da portare «alcuni di loro a immaginare degli abusi e a non valutare con sufficiente pazienza le risorse dei loro genitori». E che volete che sia. Le famiglie «naturali» sono talmente inclini a maltrattare i figli, che è normale se gli assistenti sociali «immaginano» pure le violenze che non esistono e non ascoltano «con sufficiente pazienza» i genitori. Vorrete mica prendervela con loro? Vorrete mica contestare l'affido di una bimba, da parte dell'attivista Lgbt Federica Anghinolfi, alla sua ex amante lesbica e alla nuova compagna, che poi hanno «imposto un orientamento sessuale» alla ragazzina, con un comportamento che il gip ha definito «ideologicamente e ossessivamente orientato? Vorrete mica insinuare che c'è un mercimonio di bambini? Folli! Cancrini, anzi, ci rassicura persino sul risvolto più impressionante dello scandalo di Bibbiano, quello della fabbricazione di falsi ricordi nel bambino attraverso strumentazioni elettriche: «Anche nel caso in cui un terapeuta decide di indurre in lui una leggera trance (utilizzando tecniche del tipo Emdr, che io non uso, ma di cui ho tuttavia un grande rispetto), la possibilità di indurre in lui dei ricordi falsi è sostanzialmente assente». Ecco: sono tecniche di cui avere «grande rispetto». Eppure, l'assurdità più grande è un'altra. Ed è che L'Espresso chiami a minimizzare il caso in cui è coinvolto il dominus di Hansel e Gretel, Claudio Foti… un amico di Claudio Foti. Già, perché che Cancrini e Foti fossero, da anni, almeno professionalmente vicini, è evidente. Nel lontano giugno del 2004, ad esempio, parteciparono insieme a un convegno in Campidoglio a Roma, tra i cui organizzatori figurava il centro Hansel e Gretel. Nel 2010, erano entrambi al V congresso del Cismai a Taormina. Nel 2014, intervennero nello stesso ciclo di conferenze a Pirri (Cagliari), organizzato dalla fondazione Domus de luna, di cui Cancrini era direttore scientifico. Nel 2013, un nuovo congresso del Cismai, al Lingotto di Torino, entrambi relatori lo stesso giorno. In parole povere, è un po' come se L'Espresso avesse chiamato il Gatto a difendere la Volpe. E meno male che Cancrini chiede «una campagna stampa» sull'emergenza dei bambini maltrattati. La campagna stampa serve ai minori, o ai (presunti) orchi di Bibbiano? Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lindagata-di-bibbiano-faceva-campagna-per-il-corso-gender-nelle-scuole-emiliane-2639198979.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lemilia-crea-una-commissione-per-assolversi" data-post-id="2639198979" data-published-at="1776748154" data-use-pagination="False"> L’Emilia crea una commissione per assolversi Dovrebbe essere una «commissione tecnica» formata da esperti super partes, capace di valutare «l'intero sistema di tutela dei minori» e individuare «le eventuali falle e distorsioni» a protezione dei più piccoli. Peccato che tutti i suoi membri abbiano lavorato, fino ad oggi, non solo nel medesimo ambito ma anche nello stesso territorio di coloro dei quali ora sono chiamati a dare un giudizio. La Regione Emilia Romagna, sull'onda dello scandalo sui bambini rubati, emerso con l'inchiesta Angeli e Demoni ha optato per una reazione d'ufficio. Da un lato il Pd ha fatto calare il silenzio sui legami strettissimi della sinistra con i servizi e i soggetti coinvolti, dall'altro il presidente, Stefano Bonaccini, ha giocato la carta istituzionale della commissione d'inchiesta. I nomi chiamati a giudicare l'operato di quel pool di psicologi, assistenti sociali, neuropsichiatri e operatori che secondo gli inquirenti avrebbero creato un sistema tentacolare, intessendo rapporti oltre il lecito con le più disparate figure e con la complicità della politica sono professionisti che lavorano nell'ambito dell'infanzia e nel territorio regionale e, a loro volta, sono stati indicati dall'assessore regionale alle Politiche per la salute, Sergio Venturi. Il coordinatore è Giuliano Limonta, neuropsichiatra infantile, già direttore del dipartimento di Salute mentale e delle dipendenze patologiche dell'Azienda sanitaria di Piacenza e di coordinatore dei programmi aziendali per i disturbi del comportamento alimentare dell'area Vasta Emilia Nord (Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena). Gli altri membri del gruppo di lavoro sono: Susi Pelotti, professoressa ordinaria e direttrice della Scuola di specializzazione di Medicina legale dell'Università di Bologna; Francesca Mantovani, ricercatrice dell'Università di Bologna su valutazione delle capacità genitoriali nei casi di rischio e di pregiudizio e valutazione delle cure parentali attraverso l'utilizzo di strumenti e un lavoro multidisciplinare; Filippo Dario Vinci, avvocato, responsabile dell'Ufficio metropolitano tutele del Comune di Bologna e coordinatore del Tavolo metropolitano sui temi tutelari; Stefano Costa, neuropsichiatra infantile nell'Azienda sanitaria di Bologna; Pietro Pellegrini, psichiatria e psicoterapeuta direttore di Unità operativa complessa del Centro di salute mentale e di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza dell'Azienda sanitaria di Parma. E ancora provengono dalla Regione Emilia-Romagna, le dottoresse Maura Forni, responsabile del Servizio politiche sociali e Mila Ferri, responsabile del Servizio salute mentale. Alessia Pedrielli
Per cercare di ridurre il fenomeno e incentivare i rimpatri, il governo ha dunque immaginato di riconoscere ai difensori un bonus di 615 euro per ogni extracomunitario che riuscissero a convincere a tornarsene in patria. Apriti cielo: dalla sinistra all’avvocatura, passando per i magistrati democratici, tutti a strillare, denunciando l’anticostituzionalità del provvedimento.
Che cosa ci sia di non rispettoso della Carta su cui si fonda la nostra Repubblica non è dato sapere. Infatti, nella norma non è previsto alcun obbligo in capo agli avvocati di promuovere il rimpatrio dei migranti che non hanno titolo per ottenere il permesso di soggiorno, né vi è scritto che lo straniero intenzionato a restare in Italia debba essere privato della tutela legale. Dunque, qual è il problema? Debora Serracchiani, del Pd, parla di «un incentivo per la remigrazione». Riccardo Magi di +Europa addirittura di «una taglia, tipo selvaggio West», convinto che l’Italia sia a un passo dal somigliare agli Stati Uniti e dall’introdurre le squadre dell’Ice. Per Francesco Boccia, altro Pd, «così si mette in discussione l’indipendenza della difesa».
Ovviamente, nessuno dei critici è in grado di spiegare in che cosa consista il grave attacco alle garanzie della difesa o che male ci sia nella remigrazione. Oggi ci sono avvocati che campano facendo ricorsi fotocopia contro i decreti di espulsione. Come dicevo, lo Stato paga ogni anno quasi mezzo miliardo in parcelle per tenersi i migranti, perché con questo sistema nessuno viene espulso. Si sa che molti degli stranieri che si oppongono al rimpatrio non hanno alcun diritto di restare, ma questo poco importa. E non conta neppure che, una volta presentato il ricorso contro il provvedimento che intima l’espulsione, il migrante faccia perdere le proprie tracce e lo stesso difensore spesso non sappia nemmeno come rintracciarlo. Opposizione, magistrati e avvocati che si occupano dei diritti dei richiedenti asilo, in questo modo formano un blocco unico, che impedisce di rispedire a casa chiunque.
L’emendamento voluto dalla maggioranza prova dunque a smontare il fenomeno, favorendo i rimpatri. Non si obbliga lo straniero ad accettare la remigrazione. Né si impone agli avvocati di costringere i propri clienti a far le valige. Semplicemente si premiano i legali che, resisi conto dell’impossibilità di trasformare un clandestino in un residente con regolare permesso di soggiorno, convincono lo straniero a tornare nel Paese di origine. Che cosa c’è di male? Soprattutto cosa c’è di anticostituzionale? Davvero un bonus di 615 euro può essere paragonato agli arresti dell’Ice in America? Nonostante ciò che vogliono far credere Serracchiani, Magi, Boccia e compagni non siamo alla deportazione dei migranti. Semplicemente si cerca un modo per smontare un sistema perverso su cui troppi campano e che ingolfa la macchina della giustizia con procedimenti che non hanno alcuna possibilità di successo.
Se uno straniero non ha modo di essere regolarizzato, perché non convincerlo ad andarsene? Perché, per incassare una parcella di poche centinaia di euro, si deve avviare una pratica o un’opposizione all’espulsione che non porterà a nulla? I meccanismi che si vogliono difendere con la scusa che ogni persona ha diritto ad avere un legale che ne tuteli gli interessi, a prescindere da dove provenga e dal proprio reddito, sono ormai diventati una fabbrica che sforna clandestini. I quali non avranno alcuna possibilità di integrarsi, ma finiranno ai margini della società e, spesso, nelle mani della criminalità. In Germania e in Austria esistono vere e proprie agenzie statali che si occupano del rimpatrio dei migranti. Però, per loro fortuna, non esistono le versioni berlinesi e viennesi di Serracchiani, Magi, Boccia e compagni.
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Però in effetti era un po’ che non sentivamo qualcuno prendersela con gli alpini. Grazie al cielo le militanti di Non una di meno si sono precipitate a colmare la lacuna, scodellando un comunicato di fuoco contro la grande adunata delle Penne nere in programma a Genova. I toni sono di un vintage quasi commovente.
«Siamo in guerra. E Genova festeggia. Con una grande adunata che negherà il diritto allo studio, ai servizi educativi, alle aree verdi e parchi pubblici, alla libertà di circolazione in città ed esporrà molt3 a molestie e violenza», scrivono le transfemministe. Il pregiudizio sugli alpini, è noto, è che gradiscano fin troppo le bevande alcoliche. Ma anche le nostre amiche attiviste a quanto pare non scherzano: ci vuole un’alta gradazione per scrivere certe cose. In che modo una adunata degli alpini dovrebbe esporre «molt3» donne e uomini a violenze e molestie?
Certo, sappiamo bene delle denunce e dei processi che sono seguiti all’adunata dell’Aquila nel 2015. Furono mosse accuse di violenza, in appello gli imputati sono stati assolti, e nel 2023 la Cassazione ha disposto un nuovo processo. Il caso dunque è discutibile e discusso anche in sede giudiziaria. Ma da qui a sostenere che gli alpini siano come lanzichenecchi pronti allo stupro e al saccheggio ce ne passa.
Eppure Non una di meno arriva persino a contestare le decisioni dell’icona progressista Silvia Salis che ha invitato la cittadinanza a contribuire al «senso di collettività» che può svilupparsi dall’evento. «Come transfemministe», scrivono, «ci sfugge a quale senso di collettività dovremmo contribuire. Forse quello di non turbare l’euforia nazionalista e patriottica che da sempre accompagna le adunate, sopportando in silenzio la celebrazione di un mondo fatto di divise, maschilità tossica e cameratismo militaresco? Di immaginari che pongono l’esperienza della guerra come evento inevitabile e fondante della nostra storia e del nostro presente? La presunta inevitabilità della molestia, il primato dei festeggiamenti militareschi sul benessere collettivo, sanciscono una normalizzazione del sessismo e del militarismo che, oggi più che mai, non possiamo lasciar correre».
Riassumendo, secondo Non una di meno gli alpini sono colpevoli di vari crimini tra cui quello di promuovere «maschilità tossica e goliardia» tramite «festeggiamenti di corpo militare che più di ogni altro evoca l’immagine di un patriottismo benevolo, incarnato da uomini cui dovremmo, in nome della loro dedizione alla collettività, concedere il vezzo di perpetrare molestie, abusi e insulti sessisti e razzisti». A questo vanno aggiunti ovviamente la violenza di genere e, come se non bastasse, la responsabilità di «normalizzare il militarismo». Conclusione: le compagne vorrebbero cancellare l’adunata poiché rifiutano «di celebrare il connubio tra patriottismo e violenza patriarcale soprattutto oggi, in un mondo devastato da guerre, massacri e genocidio».
Al di là delle assurdità sulla violenza patriarcale, sfugge forse alle gentili signore che è proprio grazie all’esercito - alpini compresi - che alla bisogna ci si può difendere da massacri e genocidi. Ma sappiamo che è inutile provare a dialogare su questo tema. Non potendo con tutta evidenza impedire che la manifestazione degli alpini si svolga, la sinistra radicale si concentra su un aspetto specifico della questione, e cioè la chiusura delle scuole ordinata da Comune.
Secondo Non una di meno, «la scuola non è una priorità, l’educazione, le relazioni, le vite delle persone giovani si possono sacrificare per non disturbare la sfilata del maschilismo patriottico armato». Più o meno analoga la posizione della Cgil, secondo cui «il diritto all’istruzione deve rimanere una priorità, anche in presenza di eventi rilevanti per la città che devono essere organizzati senza incidere sul regolare svolgimento delle attività scolastiche. [...] La scuola è un presidio fondamentale della comunità, uno spazio educativo e costituzionalmente tutelato, che non può essere considerato alla stregua di una struttura logistica da utilizzare all’occorrenza. Interrompere l’attività didattica per esigenze organizzative, per quanto straordinarie, trasmette un messaggio incoerente rispetto ai principi che si affermano».
Non ci risulta che il sindacato o le femministe si siano disperati quando durante il lockdown si blindavano le classi e si imponeva la Dad, o si sbarravano i parchi giochi e si impediva ai ragazzini e alle ragazzine di praticare sport. E non ci pare che nemmeno ora i sinceri democratici si straccino le vesti quando le manifestazioni dei centri sociali impediscono le lezioni, bloccano scuole e università e mettono a soqquadro interi quartieri. Anzi, da mesi i cari progressisti non fanno altro che lamentare una stretta sulla libertà di manifestare e contestare. A quanto pare, come sempre, la libertà a cui tengono è soltanto la loro e quella dei loro amici. Se c’è da impedire una manifestazione della Lega o una riunione degli alpini, invece, si possono invocare chiusure, divieti e censure. Se in piazza vanno gli antagonisti armati, o se a manifestare sono immigrati che non hanno esattamente il rispetto delle donne fra le priorità, non si levano proteste contro il militarismo e la violenza patriarcale, anzi si odono spesso applausi e giustificazioni.
In conclusione, vale anche la pena di ricordare che le simpatiche transfemministe non si fanno problemi a usare la violenza, anche nei riguardi delle donne, quando si tratta di colpire Pro vita, che di frequente riceve in regalo minacce e persino bombette. In quel caso, Non una di meno si trasforma in Non una ti meno. E magari non è patriarcale e militarista, ma infastidisce non poco.
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JD Vance e Mohammad Bagher Ghalibaf (Ansa)
La testata ha aggiunto che il governo pakistano sta preparando il meeting, che dovrebbe tenersi in settimana. La notizia della svolta è arrivata alcune ore dopo che il ministero degli Esteri iraniano aveva affermato di non aver ancora deciso se Teheran avrebbe preso parte o meno alla nuova tornata di negoziati.
La posta in gioco è alta, anche perché, a meno che non venga concordata una proroga, Donald Trump ha sottolineato ieri come la scadenza del cessate il fuoco tra Usa e Iran sia fissata per domani sera. L’inquilino della Casa Bianca ha detto che «inizieranno a esplodere molte bombe», in caso di mancata intesa con gli ayatollah. E poi ha aggiunto: «Sto vincendo alla grande». Dall’altra parte, il presidente Usa si è mostrato conciliante, aprendo alla possibilità di incontrare i leader della Repubblica islamica, qualora si registrassero dei progressi diplomatici significativi. Non solo. L’inquilino della Casa Bianca sarebbe anche disposto a prendere in considerazione un’eventuale revoca del blocco statunitense ai porti iraniani: una mossa, questa, consigliatagli dal capo delle Forze di difesa pakistane, Asim Munir, secondo cui proprio il blocco decretato da Washington rappresenterebbe uno dei principali scogli per un eventuale avanzamento dei negoziati.
Non è d’altronde un mistero che Hormuz e l’uranio arricchito abbiano rappresentato i due principali punti su cui si erano incagliati i colloqui tenutisi lo scorso 11 aprile tra Stati Uniti e Repubblica islamica. Ed è da qui che le due delegazioni dovranno prevedibilmente ripartire. Per riaprire lo Stretto, gli iraniani esigono che Washington revochi il blocco ai loro porti. Un blocco che, almeno fino a ieri, Trump voleva mantenere in vigore come leva negoziale per mettere sotto pressione il regime khomeinista. Dall’altra parte, la Casa Bianca vuole che Teheran ceda le proprie scorte di uranio arricchito: una richiesta che finora gli ayatollah hanno ripetutamente respinto al mittente. Non a caso, ieri Trump è tornato a criticare la Repubblica islamica sulla questione del nucleare. «Israele non mi ha mai convinto a entrare in guerra con l’Iran, ma sono stati i risultati del 7 ottobre, assieme alla mia convinzione di lunga data che l’Iran non potrà mai avere un’arma nucleare a farlo», ha affermato su Truth. «L’accordo che stiamo stipulando con l’Iran sarà molto migliore del Jcpoa, comunemente noto come “Accordo sul nucleare iraniano”, redatto da Barack Hussein Obama e da Sleepy Joe Biden, uno dei peggiori accordi mai conclusi in materia di sicurezza nazionale», ha aggiunto, riferendosi al trattato da cui lui stesso si ritirò nel 2018.
Ieri, anche Mosca si è mostrata favorevole a una soluzione diplomatica della crisi in corso. Durante una telefonata con l’omologo di Teheran, Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha auspicato che gli sforzi diplomatici proseguano, sperando inoltre che il cessate il fuoco venga mantenuto. Più in generale, uno dei nodi riguarda la spaccatura in seno al regime khomeinista, diviso tra un’ala dialogante, facente principalmente capo al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, e un’altra, legata ai pasdaran, che preme per mantenere la linea dura nei confronti di Washington. Ghalibaf è chiamato a trovare una difficile sintesi tra queste due anime. Pezeshkian è preoccupato della pressione economica sul regime khomeinista e per questo è maggiormente favorevole alla diplomazia. Le Guardie della rivoluzione, al contrario, vogliono far leva sulla chiusura di Hormuz per mantenere alto il costo della benzina negli Usa e infliggere così un duro colpo a Trump in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
Ed è proprio per questo che, pur tenendo sul tavolo l’opzione militare, il presidente è più propenso al rilancio dell’iniziativa diplomatica. Il che non può non riverberarsi anche sugli equilibri interni. Se Vance e il segretario di Stato, Marco Rubio, propendono per la diplomazia, temendo un impantanamento, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è storicamente più scettico.
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Oggi che quasi nessuno purtroppo ha più una penna e un bloc notes dietro, perché se deve annotare qualcosa lo fa sullo smartphone, si potrebbe pensare che «il danno» della scrittura manuale sia stato superato e la trasformazione della scrittura da fisica a elettronica abbia condotto allo stato ideale problemi zero. In realtà, come sempre quando un sistema ne sostituisce un altro, è il contrario: succede che il nuovo sistema cancellerà i vecchi problemi, sì, ma portando con sé i nuovi.
I disturbi fisici causati dall’uso degli smartphone per fare tutto, ormai, non solo scrivere, sono innumerevoli. Altro che callo. Martin Cooper (Chicago, 26 dicembre 1928) è inventore e imprenditore statunitense figlio di immigrati ebrei ucraini, considerato il padre del telefono cellulare di cui lo smartphone è l’evoluzione. Cooper, pensate, è stato il primo ad effettuare una chiamata in pubblico da un telefono cellulare (era un prototipo), il 3 aprile 1973, in una strada di New York di fronte a passanti e, chiaramente, giornalisti. Il telefonino era il Dyna-Tac, pesava 1,5 kg e aveva una batteria che impiegava 10 ore a ricaricarsi, per poi durare solo 30 minuti. Magari fossero così gli smartphone, oggi, utilizzabili solo 30 minuti ogni mezza giornata. È l’opposto, a dispetto di tutte le prediche sulla sostenibilità, lo smartphone deve essere sempre acceso e ricaricato, quello sì, in 30 minuti. In quella prima telefonata da telefono cellulare si sanciva il momento di passaggio della storia della telefonia mobile, perché si chiamava una persona invece che un luogo. Le telefonate dall’auto erano già possibili. Cooper ha dichiarato, recentemente: «Resto basito quando vedo le persone che attraversano la strada con lo sguardo incollato sullo schermo». Col telefono cellulare normale, questo non avveniva: serviva solo a telefonare e poi a mandare e ricevere sms, nessuno lo teneva sempre in mano. La tragedia si compie quando il telefono cellulare diventa smartphone. Il primo smartphone della storia è considerato l’Ibm Simon, progettato da Ibm e distribuito da BellSouth nel 1993-1994. Si trattava di un dispositivo ibrido con schermo touch, funzionalità fax, e-mail e app, sebbene il termine «smartphone» sia stato usato per la prima volta da Ericsson nel 1997, a disposizione di pochi, professionisti, perché univa telefono e Pda (Personal digital assistant). Poi arrivarono dispositivi come il Nokia 9000 Communicator e i BlackBerry, ancora a disposizione dei soli professionisti, cioè coloro che per lavoro dovevano essere sempre - o quasi - connessi. Si definisce poi Rivoluzione Moderna quella principiata nel 2007 dal fu Steve Jobs di Apple che, con il primo iPhone, ha ridefinito la categoria introducendo l’interfaccia touchscreen con le dita e rendendo, negli anni successivi, lo smartphone un dispositivo di massa, in primis attraverso l’installazione delle app di social network.
Tutto questo per dire che non ci siamo accorti che il telefono cellulare era poi evoluto in qualcosa di completamente diverso rispetto a una semplice cabina telefonica portatile. Telefonare, forse, è la cosa che ormai si fa meno con lo smartphone. Si sta sempre a guardare lo schermo e interagire con esso, di giorno, di sera, di notte, appena svegli, insonni, in casa, al lavoro, in vacanza, all’ospedale, ovunque. Più che diffusione collettiva, ormai è dipendenza collettiva, per i più, ripetiamo, soprattutto dai social network che come le gorgoni della mitologia greca, Medusa la più nota, avevano il potere di pietrificare chi incrociasse il loro sguardo. Uguale fanno i social network.
I disturbi fisici causati dall’uso degli smartphone sono tanti, da quelli posturali come il cosiddetto tech neck alla sedentarietà, passando per i disturbi del sonno. Derivano da un uso squilibrato degli smartphone, squilibrio indotto dallo smartphone stesso in cui qualcuno non cade, va bene, ma tanti altri sì. Un uso occasionale, 10 minuti al giorno, per esempio, certamente non è in grado di creare problemi.
Tech neck significa collo da smartphone e si tratta dell’assunzione di una postura sbagliata da parte del collo, così come delle spalle e della parte alta della schiena. La postura sbagliata porta anche a un dolore cronico delle parti coinvolte. La postura inclinata e insalubre dipende dal fatto che si tiene il capo chino sui dispositivi elettronici come lo smartphone e simili, per esempio il tablet. Questa inclinazione, pensate, può simulare un peso di oltre 27 kg sul rachide cervicale. Per guardare lo schermo dello smartphone e operarci sopra, pieghiamo la testa verso lo smartphone, curviamo le spalle in avanti, chiudiamo il torace, ingobbendoci e stanziando e addirittura camminando in questa postura totalmente negativa per il nostro benessere. La testa, che di solito pesa sui 5-6 kg, aumenta il suo peso sul corpo man mano che aumenta l’angolo di inclinazione sulle strutture ossee e quelle non ossee (muscoli, tendini, legamenti ecc.) che la tengono. Il capo chino sullo smartphone, poi, provoca tensione e rigidità muscolare che, giorno dopo giorno, possono aggravarsi fino alla contrattura muscolare, cefalee tensive, dolore alle spalle, formicolio alle braccia e alle mani (parestesia), discopatie al rachide (la colonna vertebrale). Perché il corpo sopporti solo il peso della testa occorre tenerla dritta. Una nota a parte meritano gli adolescenti, che stanno finendo di sviluppare l’apparato muscolo scheletrico e rischiano facilmente di sviluppare cattive abitudini posturali che potrebbero evolvere in discopatie al rachide.
A volte, poi, si soffre già di problematiche ortopediche come lordosi, cifosi e scoliosi. Rispettivamente, sono la curvatura naturale della colonna vertebrale a convessità anteriore (inarcata verso l’interno) situata nella zona cervicale e lombare, la curvatura naturale a convessità posteriore (curva verso l’esterno) situata nella zona toracica (dorsale) e sacrale, curve che possono diventare troppo dritte o iperbolizzarsi, e infine la scoliosi è una curvatura laterale anomala della colonna vertebrale. Se si soffre già di uno di questi problemi, aggiungere la cattiva postura del collo a causa dello smartphone può criticizzare quei problemi ed estenderli.
Altro problema dell’uso eccessivo dello smartphone è la sedentarietà. Certamente c’è chi guarda lo smartphone anche facendo jogging o sollevando pesi, ma la verità è che per la maggior parte delle persone lo smartphone è il modo preferito per passare il tempo - attenzione, perché questo è molto grave - sottraendolo a qualsiasi altra attività. Bisognerebbe chiedersi quanto, inconsciamente, si cerchi proprio questo prendendo in mano lo smartphone e facendosi pietrificare per ore: annullarsi. La cosa, come abbiamo detto, è indotta dalla dipendenza che a un certo punto, usandolo oltremodo oggi e usandolo oltremodo domani, si sviluppa. Sono a rischio tutti, anziani, adulti e giovani. L’indagine del 2022 Attività fisica e tempo dedicato ai dispositivi elettronici effettuata da Hbsc (Health Behaviour in School-aged Children) ha indagato i livelli di attività fisica moderata-intensa quotidiana e la frequenza settimanale di attività fisica intensa tra gli adolescenti di 11, 13, 15 e 17 anni. I risultati sono stati preoccupanti: mediamente, solo un adolescente su 10 è risultato svolgere almeno 60 minuti al giorno di attività motoria moderata-intensa e questa abitudine diminuiva all’aumentare dell’età per entrambi i generi.
Altro settore che ha riportato molti danni dall’incontro con lo smartphone è il sonno. Si potrebbe dire che certe persone con lo smartphone attaccato alla faccia sembrano dormire in piedi, nel senso di essere completamenti assenti dal qui ed ora della realtà extra smartphone. Ma se prendiamo la frase letteralmente, e non nel suo significato iperbolico, ebbene a costoro farebbe bene, invece, un po’ di sonno, altro che… Perché chi dipende dallo smartphone dorme poco e male. Molti infatti hanno preso il brutto vizio, ragazzi in primis, di usare lo smartphone - la dipendenza - anche prima di dormire. Si tratta di un fenomeno noto come vamping che - anch’esso, come usare troppo lo smartphone di giorno per guardare i social network, video ecc. - diminuisce le ore a disposizione per dormire. Ma l’uso dello smartphone prima di dormire altera il sonno, rendendolo difficoltoso fino alla vera e propria insonnia. La luce blu, infatti, emessa dagli schermi degli smartphone, inibisce la produzione di melatonina e squilibra il ritmo circadiano del nostro organismo che è determinato dalla nostra reazione alla naturale luminosità. Il ritmo circadiano è l’orologio biologico interno di circa 24 ore che regola le funzioni fisiologiche, inclusi il ciclo sonno-veglia, la temperatura corporea, il metabolismo e la produzione ormonale. Guidato dal nucleo soprachiasmatico nell’ipotalamo, si sincronizza con l’ambiente principalmente attraverso la luce solare.
Il ritmo circadiano è un meccanismo endogeno che gestisce la produzione di melatonina di notte, comunicando all’organismo che è ora di dormire, e di cortisolo la mattina, dicendo al corpo che è l’ora della veglia. Il principale regolatore di questo ritmo, l’elemento che tara l’orologio interno, è appunto la luce naturale: la luce blu emessa dagli schermi simula proprio la luce diurna, ingannando il cervello e dicendogli che anche se fuori è buio nello schermo davanti ai suoi occhi è sempre giorno. Inoltre, gli effetti si vedono anche successivamente all’addormentamento: l’esposizione alla luce blu può diminuire la durata del sonno profondo (fase Rem), fondamentale per le funzioni cognitive. Quindi anche se poi alla fine si dorme, be’, si dorme male e ci si sveglia ogni giorno più rintronati. Una persona su 5, infatti, lamenta insonnia da smartphone. L’insonnia digitale può causare nervosismo, ansia, depressione, mal di testa, capogiri e, a lungo termine, disturbi cardiaci. Anche la stimolazione cognitiva, insieme con le radiazioni elettromagnetiche degli smartphone, sono stimoli che non conducono il corpo al rilassamento necessario a dormire come angioletti.
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