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2019-07-16
L’indagata di Bibbiano faceva campagna per il «corso gender» nelle scuole emiliane
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Martedì 26 marzo, a Reggio Emilia, si tiene un convegno intitolato: «W l'amore. Facciamo il punto». Sulla locandina si può leggere: «Per contrastare la violenza in tutte le sue forme è necessario che nelle scuole sia inclusa, tra le discipline, l'educazione sentimentale, affettiva, sessuale, alle relazioni e alle differenze di genere». A promuovere l'evento sono Sinistra italiana, Arcigay, Rete degli studenti e altri. Sul sito di Radio Spada (radiospada.org) potete trovare un ampio servizio che contiene anche filmati dell'incontro. A prima vista, sembra trattarsi del consueto dibattito fra illuminati progressisti sui temi della sessualità, con l'immancabile orientamento Lgbt. Ma, in questo caso, c'è anche qualcosa di più.
Al tavolo dei relatori - prima a prendere la parola - c'è una donna di nome Fadia Bassmaji. È lei a coordinare la discussione. Ed è sempre lei a contribuire all'organizzazione dell'evento tramite Sinonimia, la sua società che «organizza eventi, progetti culturali, fornisce consulenze per Comuni e associazioni». Il nome della Bassmaji probabilmente non vi suonerà nuovo. La signora, infatti, è una dei protagonisti dell'inchiesta «Angeli e demoni», in qualità di indagata.
La nostra, in passato, ha avuto una relazione sentimentale con l'assistente sociale Federica Anghinolfi. E proprio grazie ai buoni uffici di quest'ultima, Fadia - assieme alla sua attuale compagna Daniela Bedogni (con cui è unita civilmente) - aveva ottenuto in affidamento una bambina, la piccola Katia, che ora è stata tolta alla coppia per maltrattamenti.
Come la Anghinolfi, anche la Bassmaji è - secondo il gip di Reggio Emilia - «assai attiva» nel mondo arcobaleno. In particolare, si è dedicata alla promozione dell'affido a coppie Lgbt, molto spesso all'interno di eventi sponsorizzati o comunque sostenuti dalle amministrazioni rosse. Eventi come quello che si è tenuto il 26 marzo scorso.
In quel frangente non si parlava di affido, bensì di un altro argomento che al mondo arcobaleno sta molto a cuore: l'educazione sessuale. Scopo dell'incontro, infatti, era quello di celebrare «W l'amore». Si tratta di un «progetto sperimentale» che la Regione Emilia Romagna ha lanciato nel 2013 (e giunto alla 6 edizione) per «l'educazione all'affettività e alla sessualità nei preadolescenti delle scuole secondarie di primo grado».
Tale progetto, ha spiegato Silvana Borsari (referente per l'Area materno infantile della Regione Emilia Romagna) presentava un aspetto particolarmente innovativo: «Il target di età più basso (13-14 anni) rispetto a quello fino ad allora di riferimento». Insomma, stiamo parlando di un corso di educazione sessuale che si tiene nelle scuole e si rivolge ai giovanissimi. A quanto risulta, nel corso degli anni l'età dei piccoli destinatari è ulteriormente scesa. Sul sito di «W l'amore», infatti, si trova materiale studiato anche per ragazzini dagli 8 ai 12 anni.
È sempre il sito a mostrare con chiarezza quale sia l'orientamento ideologico di tutta l'iniziativa. Entrando nella sezione adolescenti, subito si apre una finestrella che propaganda la contraccezione gratuita in Emilia Romagna. E basta un paio di clic per trovare la pagina in cui si spiega che «in Italia le ragazze minorenni possono prendere i contraccettivi e la pillola del giorno dopo, anche senza dirlo ai genitori. È una cosa possibile per legge (194/78). Contatta lo spazio giovani più vicino a te tempestivamente se hai avuto un rapporto sessuale non protetto». Si trovano poi materiali informativi sulla masturbazione e sugli anticoncezionali in genere, sono consigliati film e serie da vedere. Soprattutto, però, ovunque sono presenti riferimenti alle differenze di genere e orientamento sessuale. Per farla breve, potremmo dire che «W l'amore» è il prototipo del «corso gender». Che sia questo l'approccio si evince anche da un volume uscito nel 2018 e intitolato Percorsi di educazione affettiva e sessuale per preadolescenti. Il progetto «W l'amore» (Erickson). Il testo in questione è curato da Loretta Raffuzzi assieme a Paola Marmocchi ed Eleonora Strazzari dell'Azienda Usl di Bologna, ovvero le due responsabili regionali di tutto l'ambaradan.
Nel libro troviamo un ampio capitolo curato da Margherita Graglia, coordinatrice del Tavolo interistituzionale per il contrasto all'omotransnegatività e per l'inclusione delle persone Lgbt del Comune di Reggio Emilia.Sll'omotransnegatività, infatti, il progetto «W l'amore» insiste particolarmente. La Graglia spiega che l'omotransnegatività «costituisce il fattore di rischio maggiore per la salute delle persone Lgbt», specie se adolescenti. Chi ne è vittima, precisa la signora, sperimenta lo «stress da minoranza», caratterizzato «non solo dalle esperienze dirette di discriminazione (discriminazione esperita), ma anche dalla paura di poterle subire (discriminazione anticipata)». Dunque l'omotransnegatività va sradicata subito: «Risulta necessario che gli educatori, gli insegnanti e le famiglie siano adeguatamente (in)formati sui temi dell'identità sessuale, rimuovendo stereotipi e pregiudizi personali». Insomma: serve una bella rieducazione arcobaleno, e «W l'amore» è perfetto per raggiungere l'obiettivo.
Il lavoro da fare, tuttavia, è ancora parecchio, come chiarisce, sempre nel volume succitato, l'antropologa Nicoletta Landi. Costei è stata invitata a seguire «W l'amore» e a produrre riflessioni in proposito. Sentendo parlare gli operatori e gli insegnanti coinvolti nel progetto, la studiosa ha «spesso percepito una visione di tipo eteronormativo». Già: l'approccio non era abbastanza arcobaleno per i suoi gusti. Inoltre - anche se parlano di sesso e masturbazione - i corsi non scendono abbastanza nello specifico.
La Landi, infatti, ha dovuto far notare alcune carenze a un'operatrice coinvolta in «W l'amore»: «Perché quando parlate di penetrazione considerate solo quella genitale tra un uomo e una donna? Perché non parlare anche di sesso anale o di uso di sex toys tra magari due ragazze?». E certo: un bel corso sull'uso dei vibratori a scuola sarebbe sicuramente molto apprezzato.
Ecco, questo è il progetto che Fadia Bassmaji, indagata di «Angeli e demoni», ha sponsorizzato il 26 marzo. Assieme a lei c'era l'immancabile Roberta Mori. Cioè la stessa esponente Pd che celebrava il modello Bibbiano e la stessa che, oggi, battaglia perché passi la legge bavaglio regionale sull'omotransnegatività. Sempre gli stessi nomi, sempre lo stesso ambiente: e vengono pure a dirci che, in tutta questa brutta storia, l'ideologia e la politica non c'entrano nulla...
Su eventi Lgbt e «servizi esemplari» è sempre il Pd a metterci il cappello
Dal Partito democratico continuano a far finta di nulla. Oppure, se proprio si sono esposti troppo nel recente passato, tentano qualche difesa d'ufficio. Ci sono esponenti dem che a partire dall'inaugurazione del centro La Cura di Bibbiano, teatro dell'inchiesta «Angeli e demoni», si sono trovati spesso a braccetto con alcuni degli indagati. Un esempio. Mentre Fadia Bassmaji, la mamma della coppia Lgbt di «Angeli e demoni», promuoveva l'educazione sentimentale nelle scuole, l'inchiesta racconta che lavorava ai fianchi, con l'assistente sociale e con la sua nuova compagna, la bambina che le avevano affidato per demolire l'affetto per i veri genitori. A marzo l'ultimo convegno: «W l'amore». Con i soliti patrocini, primi fra tutti Sinistra italiana e Arcigay. Al fianco della signora Bassmaji c'erano due insegnanti e Roberta Mori, presidente della Commissione per le pari opportunità della Regione Emilia Romagna, tra i promotori della legge sull'omotransnegatività, candidata Pd alle scorse elezioni europee e indicata dal sito Votoarcobaleno come candidato gayfriendly, che tra un gazebo per la campagna di adesione alla Conferenza nazionale delle donne dem, un retweet di Nicola Zingaretti, una prima pagina dell'Espresso contro Matteo Salvini e un tweet con le dichiarazioni dell'avvocato di Carola Rackete, senza tralasciare un articolo approfondito sull'icona Lgbt Lady Oscar per celebrare l'anniversario della presa della Bastiglia, non ha mai nascosto certe simpatie.
Tanto da finire, proprio insieme a Bassmaji, in un video che documentava un interessante convegno. Il luogo delle riprese è l'epicentro dello scandalo sugli affidi illegali, la Val d'Enza. Il paese è Bibbiano, quello del sindaco finito ai domiciliari, Andrea Carletti. Nel Teatro Metropolis il 26 maggio 2016 viene registrato «Quando la notte abita il giorno». Sottotitolo: «L'ascolto del minore vittima di abuso sessuale e maltrattamento. Sospetto, rivelazione, assistenza e giustizia». Patrocinio della Provincia Reggio Emilia e della Regione Emilia Romagna. La regista è Bassmaj. All'incontro partecipano alcuni dei protagonisti dell'inchiesta. Uno su tutti, il guru della onlus Hansel e Gretel, Claudio Foti (anche lui finito ai domiciliari), Fausto Nicolini, direttore generale dell'Ausl di Reggio Emilia (indagato per abuso d'ufficio).
Roberta Mori interviene per 5 minuti. Il suo è un endorsement «all'esperienza esemplare» di «prevenzione e contrasto della violenza» messa in campo con il modello Val d'Enza. Ossia il Sistema di Angeli e demoni. Un'esperienza che all'epoca la Mori riteneva «esemplare per tutta la regione Emilia Romagna». Ed è per questo che nell'incipit dell'intervento e nelle conclusioni ringrazia gli amministratori. Uno dei quali ai domiciliari e altri due indagati. «Tra i plausi», scrivono sul sito web di Radio Spada, «di Federica Anghinolfi (la responsabile del servizio sociale dell'Unione della Val d'Enza finita nell'inchiesta, ndr). Il tutto con neoconsiglieri ed ex assessori comunali Pd». E non è l'unico incontro pubblico con la stessa squadra in campo. È nel settembre 2016 che la Mori partecipa all'inaugurazione del centro La Cura, con tanto di saluti introduttivi del sindaco Carletti. Ma non è necessario andare troppo indietro nel tempo per documentare le relazioni.
Uno degli eventi più recenti a cui la signora Bassmaji ha partecipato è il convegno «Affido e adozioni nel mondo Lgbt», andato in scena al Cassero di Bologna il 13 giugno scorso. Quando la Bassmaji ha pubblicato su Facebook la notizia dell'evento, qualcuno sotto ha commentato: «Ottima iniziativa da replicare a Reggio Emilia».
L'idea è molto piaciuta anche a Roberta Mori, che ha commentato pubblicando un grosso cuore arcobaleno. E dopo tutto questo sostegno fare un passo indietro forse è diventato imbarazzante. E allora il 6 luglio, nonostante i contenuti dell'inchiesta «Angeli e demoni» fossero già sui giornali, Mori ha continuato a difendere il modello che tanto le piaceva: «Il sistema dei nostri servizi contribuisce alla tenuta sociale». E il sito web Reggionline ha sottolineato che la presidente della Commissione Parità «non ci sta a vedere messa in dubbio la validità di un sistema sociale che ha contribuito a fare dell'Emilia Romagna un esempio in Italia e non solo».
Cristina Fantinati, commissaria provinciale di Reggio Emilia di Forza Italia, ha ricordato, a proposito delle componenti Pd che sostenevano il modello Val d'Enza, citando anche Roberta Mori, che «probabilmente erano tutti in buona fede, probabilmente hanno preso tutti un abbaglio, probabilmente nessuno si era mai accorto di nulla, ma la responsabilità politica c'è tutta ed è gravissima».
E Roberta Mori, dal canto suo, su Twitter postava: «Riconoscere un errore e scusarsi è un'azione importantissima, trasforma un paradigma, ripara antiche ferite, rende possibile l'elaborazione collettiva di un pregiudizio e delle sue ripercussioni traumatiche». La frase era dell'American psychoanalytic association che si scusava per aver, sottolinea Mori, «patologizzato Lgbt». Parole che, però, dovrebbero valere anche per Bibbiano e per gli affidi illeciti.
Fabio Amendolara
«L’Espresso» schiera l’amico di Foti
Voi credevate che lo scandalo di Bibbiano fosse sparito dai giornaloni. E invece no. Prima, è arrivato il Corriere della Sera, che spiegava come gli assistenti sociali emiliani avessero inventato gli abusi delle famiglie in Val d'Enza solo perché, da piccoli, erano stati a loro volta abusati. Poi, L'Espresso, che ospita un commento dello psichiatra Luigi Cancrini, ex deputato comunista, già vicepresidente della Commissione parlamentare infanzia e socio del Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'infanzia. Un'associazione la cui sigla compare in quasi tutti i recenti casi di abusi sui minori. A partire da Veleno: una ginecologa, all'epoca vicina al Cismai, lavorava a stretto contatto con l'ex moglie di Claudio Foti, il direttore scientifico del centro Hansel e Gretel. E, ancora, le consulenti del tribunale di Torino, la psicologa dei servizi sociali di Mirandola, Valeria Donati e le sue colleghe emiliane, avevano fatto parte, o avevano seguito i corsi di formazione, proprio del Cismai. L'ente si è attirato, negli anni, anche numerose critiche dalla comunità scientifica. In molti, infatti, hanno rilevato che le sue linee guida sull'ascolto dei bambini tendono a far affiorare gli abusi pure dove non ci sono: basta indulgere nelle cosiddette «domande suggestive» («dove ti ha toccato papà?», il che implica che papà ti abbia toccato).
Ebbene, che cosa s'è inventato ora il settimanale di Marco Damilano? Due pagine in cui Cancrini prova a smorzare i toni, lamentando che «Angeli e demoni» ha scatenato «uno scontro ideologico» che mina «la capacità di riflettere». Alla fine della giostra, viene fuori che il vero pericolo non sono gli assistenti sociali che strappano i figli ai genitori con false accuse di violenze, bensì le «famiglie maltrattanti». Osserva Cancrini: «A subire maltrattamenti in famiglia sono il 9,5% dei bambini italiani e più del 90% degli abusi sessuali su minori avvengono dentro le famiglie». Siamo alle solite: sono mamme e papà «tradizionali» l'origine del male. Sarà per questa endemica diffusione della violenza in famiglia, per «l'enormità di un problema da affrontare con tutta l'urgenza che merita», che «fra gli operatori» si è creato «un clima di vicinanza eccessiva alla sofferenza dei bambini», tale da portare «alcuni di loro a immaginare degli abusi e a non valutare con sufficiente pazienza le risorse dei loro genitori».
E che volete che sia. Le famiglie «naturali» sono talmente inclini a maltrattare i figli, che è normale se gli assistenti sociali «immaginano» pure le violenze che non esistono e non ascoltano «con sufficiente pazienza» i genitori. Vorrete mica prendervela con loro? Vorrete mica contestare l'affido di una bimba, da parte dell'attivista Lgbt Federica Anghinolfi, alla sua ex amante lesbica e alla nuova compagna, che poi hanno «imposto un orientamento sessuale» alla ragazzina, con un comportamento che il gip ha definito «ideologicamente e ossessivamente orientato? Vorrete mica insinuare che c'è un mercimonio di bambini? Folli! Cancrini, anzi, ci rassicura persino sul risvolto più impressionante dello scandalo di Bibbiano, quello della fabbricazione di falsi ricordi nel bambino attraverso strumentazioni elettriche: «Anche nel caso in cui un terapeuta decide di indurre in lui una leggera trance (utilizzando tecniche del tipo Emdr, che io non uso, ma di cui ho tuttavia un grande rispetto), la possibilità di indurre in lui dei ricordi falsi è sostanzialmente assente». Ecco: sono tecniche di cui avere «grande rispetto».
Eppure, l'assurdità più grande è un'altra. Ed è che L'Espresso chiami a minimizzare il caso in cui è coinvolto il dominus di Hansel e Gretel, Claudio Foti… un amico di Claudio Foti. Già, perché che Cancrini e Foti fossero, da anni, almeno professionalmente vicini, è evidente. Nel lontano giugno del 2004, ad esempio, parteciparono insieme a un convegno in Campidoglio a Roma, tra i cui organizzatori figurava il centro Hansel e Gretel. Nel 2010, erano entrambi al V congresso del Cismai a Taormina. Nel 2014, intervennero nello stesso ciclo di conferenze a Pirri (Cagliari), organizzato dalla fondazione Domus de luna, di cui Cancrini era direttore scientifico. Nel 2013, un nuovo congresso del Cismai, al Lingotto di Torino, entrambi relatori lo stesso giorno. In parole povere, è un po' come se L'Espresso avesse chiamato il Gatto a difendere la Volpe.
E meno male che Cancrini chiede «una campagna stampa» sull'emergenza dei bambini maltrattati. La campagna stampa serve ai minori, o ai (presunti) orchi di Bibbiano?
Alessandro Rico
L’Emilia crea una commissione per assolversi
Dovrebbe essere una «commissione tecnica» formata da esperti super partes, capace di valutare «l'intero sistema di tutela dei minori» e individuare «le eventuali falle e distorsioni» a protezione dei più piccoli. Peccato che tutti i suoi membri abbiano lavorato, fino ad oggi, non solo nel medesimo ambito ma anche nello stesso territorio di coloro dei quali ora sono chiamati a dare un giudizio. La Regione Emilia Romagna, sull'onda dello scandalo sui bambini rubati, emerso con l'inchiesta Angeli e Demoni ha optato per una reazione d'ufficio. Da un lato il Pd ha fatto calare il silenzio sui legami strettissimi della sinistra con i servizi e i soggetti coinvolti, dall'altro il presidente, Stefano Bonaccini, ha giocato la carta istituzionale della commissione d'inchiesta. I nomi chiamati a giudicare l'operato di quel pool di psicologi, assistenti sociali, neuropsichiatri e operatori che secondo gli inquirenti avrebbero creato un sistema tentacolare, intessendo rapporti oltre il lecito con le più disparate figure e con la complicità della politica sono professionisti che lavorano nell'ambito dell'infanzia e nel territorio regionale e, a loro volta, sono stati indicati dall'assessore regionale alle Politiche per la salute, Sergio Venturi. Il coordinatore è Giuliano Limonta, neuropsichiatra infantile, già direttore del dipartimento di Salute mentale e delle dipendenze patologiche dell'Azienda sanitaria di Piacenza e di coordinatore dei programmi aziendali per i disturbi del comportamento alimentare dell'area Vasta Emilia Nord (Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena). Gli altri membri del gruppo di lavoro sono: Susi Pelotti, professoressa ordinaria e direttrice della Scuola di specializzazione di Medicina legale dell'Università di Bologna; Francesca Mantovani, ricercatrice dell'Università di Bologna su valutazione delle capacità genitoriali nei casi di rischio e di pregiudizio e valutazione delle cure parentali attraverso l'utilizzo di strumenti e un lavoro multidisciplinare; Filippo Dario Vinci, avvocato, responsabile dell'Ufficio metropolitano tutele del Comune di Bologna e coordinatore del Tavolo metropolitano sui temi tutelari; Stefano Costa, neuropsichiatra infantile nell'Azienda sanitaria di Bologna; Pietro Pellegrini, psichiatria e psicoterapeuta direttore di Unità operativa complessa del Centro di salute mentale e di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza dell'Azienda sanitaria di Parma. E ancora provengono dalla Regione Emilia-Romagna, le dottoresse Maura Forni, responsabile del Servizio politiche sociali e Mila Ferri, responsabile del Servizio salute mentale.
Alessia Pedrielli
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Fadia Bassmaji, protagonista dell'inchiesta di Reggio Emilia, promuoveva il progetto pro Lgbt «W l'amore» per i ragazzini.La dem Roberta Mori era una presenza costante agli incontri organizzati dal giro della Val d'Enza. Sia che si trattasse di attività rivolte a bambini e adolescenti, sia che fossero in gioco temi arcobaleno.Sul settimanale, lo psichiatra Luigi Cancrini, socio Cismai, minimizza i fatti di Bibbiano Peccato che abbia partecipato a numerosi convegni assieme al capo di Hansel e Gretel.A indagare sulla gestione dei minorenni sono stati chiamati solo esperti «interni».Lo speciale contiene quattro articoli Martedì 26 marzo, a Reggio Emilia, si tiene un convegno intitolato: «W l'amore. Facciamo il punto». Sulla locandina si può leggere: «Per contrastare la violenza in tutte le sue forme è necessario che nelle scuole sia inclusa, tra le discipline, l'educazione sentimentale, affettiva, sessuale, alle relazioni e alle differenze di genere». A promuovere l'evento sono Sinistra italiana, Arcigay, Rete degli studenti e altri. Sul sito di Radio Spada (radiospada.org) potete trovare un ampio servizio che contiene anche filmati dell'incontro. A prima vista, sembra trattarsi del consueto dibattito fra illuminati progressisti sui temi della sessualità, con l'immancabile orientamento Lgbt. Ma, in questo caso, c'è anche qualcosa di più. Al tavolo dei relatori - prima a prendere la parola - c'è una donna di nome Fadia Bassmaji. È lei a coordinare la discussione. Ed è sempre lei a contribuire all'organizzazione dell'evento tramite Sinonimia, la sua società che «organizza eventi, progetti culturali, fornisce consulenze per Comuni e associazioni». Il nome della Bassmaji probabilmente non vi suonerà nuovo. La signora, infatti, è una dei protagonisti dell'inchiesta «Angeli e demoni», in qualità di indagata. La nostra, in passato, ha avuto una relazione sentimentale con l'assistente sociale Federica Anghinolfi. E proprio grazie ai buoni uffici di quest'ultima, Fadia - assieme alla sua attuale compagna Daniela Bedogni (con cui è unita civilmente) - aveva ottenuto in affidamento una bambina, la piccola Katia, che ora è stata tolta alla coppia per maltrattamenti. Come la Anghinolfi, anche la Bassmaji è - secondo il gip di Reggio Emilia - «assai attiva» nel mondo arcobaleno. In particolare, si è dedicata alla promozione dell'affido a coppie Lgbt, molto spesso all'interno di eventi sponsorizzati o comunque sostenuti dalle amministrazioni rosse. Eventi come quello che si è tenuto il 26 marzo scorso. In quel frangente non si parlava di affido, bensì di un altro argomento che al mondo arcobaleno sta molto a cuore: l'educazione sessuale. Scopo dell'incontro, infatti, era quello di celebrare «W l'amore». Si tratta di un «progetto sperimentale» che la Regione Emilia Romagna ha lanciato nel 2013 (e giunto alla 6 edizione) per «l'educazione all'affettività e alla sessualità nei preadolescenti delle scuole secondarie di primo grado». Tale progetto, ha spiegato Silvana Borsari (referente per l'Area materno infantile della Regione Emilia Romagna) presentava un aspetto particolarmente innovativo: «Il target di età più basso (13-14 anni) rispetto a quello fino ad allora di riferimento». Insomma, stiamo parlando di un corso di educazione sessuale che si tiene nelle scuole e si rivolge ai giovanissimi. A quanto risulta, nel corso degli anni l'età dei piccoli destinatari è ulteriormente scesa. Sul sito di «W l'amore», infatti, si trova materiale studiato anche per ragazzini dagli 8 ai 12 anni. È sempre il sito a mostrare con chiarezza quale sia l'orientamento ideologico di tutta l'iniziativa. Entrando nella sezione adolescenti, subito si apre una finestrella che propaganda la contraccezione gratuita in Emilia Romagna. E basta un paio di clic per trovare la pagina in cui si spiega che «in Italia le ragazze minorenni possono prendere i contraccettivi e la pillola del giorno dopo, anche senza dirlo ai genitori. È una cosa possibile per legge (194/78). Contatta lo spazio giovani più vicino a te tempestivamente se hai avuto un rapporto sessuale non protetto». Si trovano poi materiali informativi sulla masturbazione e sugli anticoncezionali in genere, sono consigliati film e serie da vedere. Soprattutto, però, ovunque sono presenti riferimenti alle differenze di genere e orientamento sessuale. Per farla breve, potremmo dire che «W l'amore» è il prototipo del «corso gender». Che sia questo l'approccio si evince anche da un volume uscito nel 2018 e intitolato Percorsi di educazione affettiva e sessuale per preadolescenti. Il progetto «W l'amore» (Erickson). Il testo in questione è curato da Loretta Raffuzzi assieme a Paola Marmocchi ed Eleonora Strazzari dell'Azienda Usl di Bologna, ovvero le due responsabili regionali di tutto l'ambaradan. Nel libro troviamo un ampio capitolo curato da Margherita Graglia, coordinatrice del Tavolo interistituzionale per il contrasto all'omotransnegatività e per l'inclusione delle persone Lgbt del Comune di Reggio Emilia.Sll'omotransnegatività, infatti, il progetto «W l'amore» insiste particolarmente. La Graglia spiega che l'omotransnegatività «costituisce il fattore di rischio maggiore per la salute delle persone Lgbt», specie se adolescenti. Chi ne è vittima, precisa la signora, sperimenta lo «stress da minoranza», caratterizzato «non solo dalle esperienze dirette di discriminazione (discriminazione esperita), ma anche dalla paura di poterle subire (discriminazione anticipata)». Dunque l'omotransnegatività va sradicata subito: «Risulta necessario che gli educatori, gli insegnanti e le famiglie siano adeguatamente (in)formati sui temi dell'identità sessuale, rimuovendo stereotipi e pregiudizi personali». Insomma: serve una bella rieducazione arcobaleno, e «W l'amore» è perfetto per raggiungere l'obiettivo. Il lavoro da fare, tuttavia, è ancora parecchio, come chiarisce, sempre nel volume succitato, l'antropologa Nicoletta Landi. Costei è stata invitata a seguire «W l'amore» e a produrre riflessioni in proposito. Sentendo parlare gli operatori e gli insegnanti coinvolti nel progetto, la studiosa ha «spesso percepito una visione di tipo eteronormativo». Già: l'approccio non era abbastanza arcobaleno per i suoi gusti. Inoltre - anche se parlano di sesso e masturbazione - i corsi non scendono abbastanza nello specifico. La Landi, infatti, ha dovuto far notare alcune carenze a un'operatrice coinvolta in «W l'amore»: «Perché quando parlate di penetrazione considerate solo quella genitale tra un uomo e una donna? Perché non parlare anche di sesso anale o di uso di sex toys tra magari due ragazze?». E certo: un bel corso sull'uso dei vibratori a scuola sarebbe sicuramente molto apprezzato. Ecco, questo è il progetto che Fadia Bassmaji, indagata di «Angeli e demoni», ha sponsorizzato il 26 marzo. Assieme a lei c'era l'immancabile Roberta Mori. Cioè la stessa esponente Pd che celebrava il modello Bibbiano e la stessa che, oggi, battaglia perché passi la legge bavaglio regionale sull'omotransnegatività. Sempre gli stessi nomi, sempre lo stesso ambiente: e vengono pure a dirci che, in tutta questa brutta storia, l'ideologia e la politica non c'entrano nulla...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lindagata-di-bibbiano-faceva-campagna-per-il-corso-gender-nelle-scuole-emiliane-2639198979.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="su-eventi-lgbt-e-servizi-esemplari-e-sempre-il-pd-a-metterci-il-cappello" data-post-id="2639198979" data-published-at="1774183422" data-use-pagination="False"> Su eventi Lgbt e «servizi esemplari» è sempre il Pd a metterci il cappello Dal Partito democratico continuano a far finta di nulla. Oppure, se proprio si sono esposti troppo nel recente passato, tentano qualche difesa d'ufficio. Ci sono esponenti dem che a partire dall'inaugurazione del centro La Cura di Bibbiano, teatro dell'inchiesta «Angeli e demoni», si sono trovati spesso a braccetto con alcuni degli indagati. Un esempio. Mentre Fadia Bassmaji, la mamma della coppia Lgbt di «Angeli e demoni», promuoveva l'educazione sentimentale nelle scuole, l'inchiesta racconta che lavorava ai fianchi, con l'assistente sociale e con la sua nuova compagna, la bambina che le avevano affidato per demolire l'affetto per i veri genitori. A marzo l'ultimo convegno: «W l'amore». Con i soliti patrocini, primi fra tutti Sinistra italiana e Arcigay. Al fianco della signora Bassmaji c'erano due insegnanti e Roberta Mori, presidente della Commissione per le pari opportunità della Regione Emilia Romagna, tra i promotori della legge sull'omotransnegatività, candidata Pd alle scorse elezioni europee e indicata dal sito Votoarcobaleno come candidato gayfriendly, che tra un gazebo per la campagna di adesione alla Conferenza nazionale delle donne dem, un retweet di Nicola Zingaretti, una prima pagina dell'Espresso contro Matteo Salvini e un tweet con le dichiarazioni dell'avvocato di Carola Rackete, senza tralasciare un articolo approfondito sull'icona Lgbt Lady Oscar per celebrare l'anniversario della presa della Bastiglia, non ha mai nascosto certe simpatie. Tanto da finire, proprio insieme a Bassmaji, in un video che documentava un interessante convegno. Il luogo delle riprese è l'epicentro dello scandalo sugli affidi illegali, la Val d'Enza. Il paese è Bibbiano, quello del sindaco finito ai domiciliari, Andrea Carletti. Nel Teatro Metropolis il 26 maggio 2016 viene registrato «Quando la notte abita il giorno». Sottotitolo: «L'ascolto del minore vittima di abuso sessuale e maltrattamento. Sospetto, rivelazione, assistenza e giustizia». Patrocinio della Provincia Reggio Emilia e della Regione Emilia Romagna. La regista è Bassmaj. All'incontro partecipano alcuni dei protagonisti dell'inchiesta. Uno su tutti, il guru della onlus Hansel e Gretel, Claudio Foti (anche lui finito ai domiciliari), Fausto Nicolini, direttore generale dell'Ausl di Reggio Emilia (indagato per abuso d'ufficio). Roberta Mori interviene per 5 minuti. Il suo è un endorsement «all'esperienza esemplare» di «prevenzione e contrasto della violenza» messa in campo con il modello Val d'Enza. Ossia il Sistema di Angeli e demoni. Un'esperienza che all'epoca la Mori riteneva «esemplare per tutta la regione Emilia Romagna». Ed è per questo che nell'incipit dell'intervento e nelle conclusioni ringrazia gli amministratori. Uno dei quali ai domiciliari e altri due indagati. «Tra i plausi», scrivono sul sito web di Radio Spada, «di Federica Anghinolfi (la responsabile del servizio sociale dell'Unione della Val d'Enza finita nell'inchiesta, ndr). Il tutto con neoconsiglieri ed ex assessori comunali Pd». E non è l'unico incontro pubblico con la stessa squadra in campo. È nel settembre 2016 che la Mori partecipa all'inaugurazione del centro La Cura, con tanto di saluti introduttivi del sindaco Carletti. Ma non è necessario andare troppo indietro nel tempo per documentare le relazioni. Uno degli eventi più recenti a cui la signora Bassmaji ha partecipato è il convegno «Affido e adozioni nel mondo Lgbt», andato in scena al Cassero di Bologna il 13 giugno scorso. Quando la Bassmaji ha pubblicato su Facebook la notizia dell'evento, qualcuno sotto ha commentato: «Ottima iniziativa da replicare a Reggio Emilia». L'idea è molto piaciuta anche a Roberta Mori, che ha commentato pubblicando un grosso cuore arcobaleno. E dopo tutto questo sostegno fare un passo indietro forse è diventato imbarazzante. E allora il 6 luglio, nonostante i contenuti dell'inchiesta «Angeli e demoni» fossero già sui giornali, Mori ha continuato a difendere il modello che tanto le piaceva: «Il sistema dei nostri servizi contribuisce alla tenuta sociale». E il sito web Reggionline ha sottolineato che la presidente della Commissione Parità «non ci sta a vedere messa in dubbio la validità di un sistema sociale che ha contribuito a fare dell'Emilia Romagna un esempio in Italia e non solo». Cristina Fantinati, commissaria provinciale di Reggio Emilia di Forza Italia, ha ricordato, a proposito delle componenti Pd che sostenevano il modello Val d'Enza, citando anche Roberta Mori, che «probabilmente erano tutti in buona fede, probabilmente hanno preso tutti un abbaglio, probabilmente nessuno si era mai accorto di nulla, ma la responsabilità politica c'è tutta ed è gravissima». E Roberta Mori, dal canto suo, su Twitter postava: «Riconoscere un errore e scusarsi è un'azione importantissima, trasforma un paradigma, ripara antiche ferite, rende possibile l'elaborazione collettiva di un pregiudizio e delle sue ripercussioni traumatiche». La frase era dell'American psychoanalytic association che si scusava per aver, sottolinea Mori, «patologizzato Lgbt». Parole che, però, dovrebbero valere anche per Bibbiano e per gli affidi illeciti. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lindagata-di-bibbiano-faceva-campagna-per-il-corso-gender-nelle-scuole-emiliane-2639198979.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lespresso-schiera-lamico-di-foti" data-post-id="2639198979" data-published-at="1774183422" data-use-pagination="False"> «L’Espresso» schiera l’amico di Foti Voi credevate che lo scandalo di Bibbiano fosse sparito dai giornaloni. E invece no. Prima, è arrivato il Corriere della Sera, che spiegava come gli assistenti sociali emiliani avessero inventato gli abusi delle famiglie in Val d'Enza solo perché, da piccoli, erano stati a loro volta abusati. Poi, L'Espresso, che ospita un commento dello psichiatra Luigi Cancrini, ex deputato comunista, già vicepresidente della Commissione parlamentare infanzia e socio del Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'infanzia. Un'associazione la cui sigla compare in quasi tutti i recenti casi di abusi sui minori. A partire da Veleno: una ginecologa, all'epoca vicina al Cismai, lavorava a stretto contatto con l'ex moglie di Claudio Foti, il direttore scientifico del centro Hansel e Gretel. E, ancora, le consulenti del tribunale di Torino, la psicologa dei servizi sociali di Mirandola, Valeria Donati e le sue colleghe emiliane, avevano fatto parte, o avevano seguito i corsi di formazione, proprio del Cismai. L'ente si è attirato, negli anni, anche numerose critiche dalla comunità scientifica. In molti, infatti, hanno rilevato che le sue linee guida sull'ascolto dei bambini tendono a far affiorare gli abusi pure dove non ci sono: basta indulgere nelle cosiddette «domande suggestive» («dove ti ha toccato papà?», il che implica che papà ti abbia toccato). Ebbene, che cosa s'è inventato ora il settimanale di Marco Damilano? Due pagine in cui Cancrini prova a smorzare i toni, lamentando che «Angeli e demoni» ha scatenato «uno scontro ideologico» che mina «la capacità di riflettere». Alla fine della giostra, viene fuori che il vero pericolo non sono gli assistenti sociali che strappano i figli ai genitori con false accuse di violenze, bensì le «famiglie maltrattanti». Osserva Cancrini: «A subire maltrattamenti in famiglia sono il 9,5% dei bambini italiani e più del 90% degli abusi sessuali su minori avvengono dentro le famiglie». Siamo alle solite: sono mamme e papà «tradizionali» l'origine del male. Sarà per questa endemica diffusione della violenza in famiglia, per «l'enormità di un problema da affrontare con tutta l'urgenza che merita», che «fra gli operatori» si è creato «un clima di vicinanza eccessiva alla sofferenza dei bambini», tale da portare «alcuni di loro a immaginare degli abusi e a non valutare con sufficiente pazienza le risorse dei loro genitori». E che volete che sia. Le famiglie «naturali» sono talmente inclini a maltrattare i figli, che è normale se gli assistenti sociali «immaginano» pure le violenze che non esistono e non ascoltano «con sufficiente pazienza» i genitori. Vorrete mica prendervela con loro? Vorrete mica contestare l'affido di una bimba, da parte dell'attivista Lgbt Federica Anghinolfi, alla sua ex amante lesbica e alla nuova compagna, che poi hanno «imposto un orientamento sessuale» alla ragazzina, con un comportamento che il gip ha definito «ideologicamente e ossessivamente orientato? Vorrete mica insinuare che c'è un mercimonio di bambini? Folli! Cancrini, anzi, ci rassicura persino sul risvolto più impressionante dello scandalo di Bibbiano, quello della fabbricazione di falsi ricordi nel bambino attraverso strumentazioni elettriche: «Anche nel caso in cui un terapeuta decide di indurre in lui una leggera trance (utilizzando tecniche del tipo Emdr, che io non uso, ma di cui ho tuttavia un grande rispetto), la possibilità di indurre in lui dei ricordi falsi è sostanzialmente assente». Ecco: sono tecniche di cui avere «grande rispetto». Eppure, l'assurdità più grande è un'altra. Ed è che L'Espresso chiami a minimizzare il caso in cui è coinvolto il dominus di Hansel e Gretel, Claudio Foti… un amico di Claudio Foti. Già, perché che Cancrini e Foti fossero, da anni, almeno professionalmente vicini, è evidente. Nel lontano giugno del 2004, ad esempio, parteciparono insieme a un convegno in Campidoglio a Roma, tra i cui organizzatori figurava il centro Hansel e Gretel. Nel 2010, erano entrambi al V congresso del Cismai a Taormina. Nel 2014, intervennero nello stesso ciclo di conferenze a Pirri (Cagliari), organizzato dalla fondazione Domus de luna, di cui Cancrini era direttore scientifico. Nel 2013, un nuovo congresso del Cismai, al Lingotto di Torino, entrambi relatori lo stesso giorno. In parole povere, è un po' come se L'Espresso avesse chiamato il Gatto a difendere la Volpe. E meno male che Cancrini chiede «una campagna stampa» sull'emergenza dei bambini maltrattati. La campagna stampa serve ai minori, o ai (presunti) orchi di Bibbiano? Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lindagata-di-bibbiano-faceva-campagna-per-il-corso-gender-nelle-scuole-emiliane-2639198979.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lemilia-crea-una-commissione-per-assolversi" data-post-id="2639198979" data-published-at="1774183422" data-use-pagination="False"> L’Emilia crea una commissione per assolversi Dovrebbe essere una «commissione tecnica» formata da esperti super partes, capace di valutare «l'intero sistema di tutela dei minori» e individuare «le eventuali falle e distorsioni» a protezione dei più piccoli. Peccato che tutti i suoi membri abbiano lavorato, fino ad oggi, non solo nel medesimo ambito ma anche nello stesso territorio di coloro dei quali ora sono chiamati a dare un giudizio. La Regione Emilia Romagna, sull'onda dello scandalo sui bambini rubati, emerso con l'inchiesta Angeli e Demoni ha optato per una reazione d'ufficio. Da un lato il Pd ha fatto calare il silenzio sui legami strettissimi della sinistra con i servizi e i soggetti coinvolti, dall'altro il presidente, Stefano Bonaccini, ha giocato la carta istituzionale della commissione d'inchiesta. I nomi chiamati a giudicare l'operato di quel pool di psicologi, assistenti sociali, neuropsichiatri e operatori che secondo gli inquirenti avrebbero creato un sistema tentacolare, intessendo rapporti oltre il lecito con le più disparate figure e con la complicità della politica sono professionisti che lavorano nell'ambito dell'infanzia e nel territorio regionale e, a loro volta, sono stati indicati dall'assessore regionale alle Politiche per la salute, Sergio Venturi. Il coordinatore è Giuliano Limonta, neuropsichiatra infantile, già direttore del dipartimento di Salute mentale e delle dipendenze patologiche dell'Azienda sanitaria di Piacenza e di coordinatore dei programmi aziendali per i disturbi del comportamento alimentare dell'area Vasta Emilia Nord (Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena). Gli altri membri del gruppo di lavoro sono: Susi Pelotti, professoressa ordinaria e direttrice della Scuola di specializzazione di Medicina legale dell'Università di Bologna; Francesca Mantovani, ricercatrice dell'Università di Bologna su valutazione delle capacità genitoriali nei casi di rischio e di pregiudizio e valutazione delle cure parentali attraverso l'utilizzo di strumenti e un lavoro multidisciplinare; Filippo Dario Vinci, avvocato, responsabile dell'Ufficio metropolitano tutele del Comune di Bologna e coordinatore del Tavolo metropolitano sui temi tutelari; Stefano Costa, neuropsichiatra infantile nell'Azienda sanitaria di Bologna; Pietro Pellegrini, psichiatria e psicoterapeuta direttore di Unità operativa complessa del Centro di salute mentale e di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza dell'Azienda sanitaria di Parma. E ancora provengono dalla Regione Emilia-Romagna, le dottoresse Maura Forni, responsabile del Servizio politiche sociali e Mila Ferri, responsabile del Servizio salute mentale. Alessia Pedrielli
(IStock)
Follia pura. Nessuna logica economica. Sprezzo della realtà. Menefreghismo totale nei confronti delle conseguenze di queste misure. Poiché gas, benzina e gasolio sono aumentati un secondo dopo l’attacco all’Iran, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dovrebbe risultare chiaro ed evidente anche a un cretino che gli aumenti sono stati compiuti da compagnie che hanno speculato: non ne hanno aumentato il prezzo perché lo hanno pagato di più, ma perché hanno rubato soldi ai consumatori vendendo gas, benzina e gasolio che avevano già e che non avevano pagato a prezzi alti perché la Guerra non c’era ancora.
Chiaro? Cosa avrebbe dovuto fare l’Europa? Avviare tempestivamente, cioè il giorno dopo gli aumenti ingiustificati, un’azione del Commissario della concorrenza per impedire intese tra compagnie petrolifere per alzare il prezzo e speculare su famiglie imprese. Avrebbe dovuto poi, una volta riportato il gas al suo valore naturale di mercato, invitare tutti gli Stati membri a stoccare il più possibile in modo da prevenire, nel caso di prolungamento della guerra, l’aumento del prezzo e quindi dell’inflazione. Poiché sono degli imbelli, cioè degli inermi e privi di alcun coraggio, non hanno agito nei tempi giusti facendo le cose giuste, ma nei tempi sbagliati facendo le cose sbagliate.
Essendoci di mezzo il gas, evidentemente non hanno usato il cervello che avrebbe prodotto un ragionamento, un flatus vocis, ma hanno usato quella parte del corpo che produce appunto il gas e non si esprime attraverso la bocca col ragionamento, ma produce esclusivamente un «flatus culi». Lo stoccaggio, cioè l’immagazzinamento, la conservazione e il deposito del gas era stato considerato dalla Ue un buono strumento di prevenzione dell’aumento dei costi e lo aveva esortato fino al 90% delle possibilità. Non si capisce perché ora indichi nell’80% il limite massimo. Ma che cacchio di ragionamento hanno fatto? Per fare i conti leggono la mano dei benzinai? Fanno le carte agli autotrasportatori? Fanno delle sedute spiritiche? No, perché non c’è in natura altra spiegazione, almeno di stampo economico. L’Ansa ci informa che «in una lettera visionata dal Financial Times, il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha istruito i ministri dell’energia dell’Ue a non affrettarsi a reintegrare le riserve di gas dei loro Paesi e a usare la “flessibilità” per ridurre la domanda da parte di famiglie e industrie in un momento in cui l’offerta è tesa». Nella missiva la percentuale di stoccaggio consigliata come obiettivo è pari all’80%, il 10% in meno rispetto al target finora indicato. Ma se al posto di Jorgensen avessero messo Dan Peterson, certamente avrebbe fatto cose più ragionevoli.
Quel genio che porta indegnamente il nome di Peterson ha poi esortato a consumare di meno. A parte che le temperature si stanno alzando e quindi il consumo di gas e gasolio diminuiranno automaticamente, ma questo è già un ragionamento eccessivo per le menti gassose. Chi dovrebbe diminuire l’uso di gas? Le imprese? Così produrrebbero di meno e si creerebbe ulteriori disoccupazione? Le famiglie? Caro Dan, le famiglie ci pensano da sole a ridurre l’uso di gas, di benzina e di gasolio, purtroppo. Lei dovrebbe pensare a come non farglielo ridurre, non invitarli a ridurlo, famiglie o imprese che siano. Ma possibile mai che in queste poche esortazioni riportate dal Financial Times non ne abbia azzeccata una. Ma sa che lei non passerebbe neanche l’esame di microeconomia che di solito si affronta il primo anno di università, dove spiegano il formarsi dei prezzi e le regole della concorrenza? In uno studio condotto dai ricercatori del I-Aer si legge che «l’analisi, condotta su 457 piccole e medie imprese italiane, evidenzia un segnale molto chiaro: il 58% delle aziende ha deciso di congelare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026, mentre il 46% sta valutando di rinviare nuove assunzioni per preservare liquidità e margini in uno scenario di forte volatilità energetica». Ma lei in un’impresa, per capire come funziona, c’è mai stato? E come funziona l’economia di una famiglia lo sa o no? Perché delle due l’una: o glielo hanno spiegato e non ci ha capito una mazza, o vive talmente fuori dalla realtà che proprio la ignora. Le due ipotesi non sono incompatibili nello stesso soggetto. E questo è il caso del nostro commissario europeo per l’Energia.
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Da quando è esploso il conflitto con l’Iran, i titoli di Stato italiani hanno ripreso a muoversi come ai vecchi tempi. Nervosi, suscettibili, pronti a diventare, ancora una volta, l’anello debole dell’eurozona. I rendimenti sono saliti di scatto superando la soglia del 3,9%. Se il picco si consolida il Tesoro dovrà pagare 3,5 miliardi di interessi in più. In un mese, da quando è cominciata la guerra, c’è stata una impennata dei rendimenti del 20,9%. Un indice di paura che non ha eguali fra le grandi economie avanzate, come dimostra la tabella accanto. Lo spread è tornato a farsi notare: 92 punti base. Nulla di drammatico ancora. Ma abbastanza per far drizzare le antenne a chi, negli ultimi anni, si era abituato a considerarlo un rifugio sicuro e ben remunerato. Il punto, però, è che questa volta non è colpa dell’Italia. O almeno non direttamente. Non ci sono manovre sballate, né conti pubblici fuori controllo. Il problema è più sottile e proprio per questo più insidioso: si chiama «carry trade». Un nome elegante per una strategia molto semplice e diffusa.
Funziona così: si prende in prestito denaro a tassi contenuti, e lo si investe in titoli che rendono di più. Come i Btp. Il guadagno è nello spread, nella differenza di rendimento. Finché il mare è calmo, è una macchina da soldi perfetta. Ma appena arriva la tempesta, tutti corrono al salvagente. Esattamente quello che sta succedendo adesso. Spiegano gli strateghi di Natixis che «l’allargamento sembra essere dovuto principalmente alla continua liquidazione delle posizioni di carry trade e all’elevata volatilità, piuttosto che a un deterioramento dei fondamentali». In altre parole, non è l’Italia che va male, sono gli investitori che stanno smontando in fretta e furia le loro scommesse.
Laura Cooper di Nuveen mette il dito nella piaga vera: l’Italia paga la sua maggiore dipendenza energetica. «Il mercato sembra sempre più attento ai rischi derivanti da un’eccessiva concentrazione di posizioni lunghe in Italia, aggravati dalla forte dipendenza del Paese dal petrolio e dal gas». Se il conflitto dovesse durare, il rischio è che crescita e conti pubblici tornino sotto pressione. A quel punto, la narrativa rassicurante degli ultimi anni potrebbe incrinarsi. Intendiamoci: siamo ancora lontani dalle zone rosse. Quattro anni fa lo spread viaggiava sopra i 250 punti. Oggi siamo sotto i 100. Ma i mercati non ragionano per livelli assoluti, bensì per direzione e velocità. E la direzione, in questo momento, non è delle migliori. Anche perché sullo sfondo si muove un altro gigante, molto meno disciplinato dell’Italia e molto meno osservato con sospetto: gli Stati Uniti. Qui i numeri non sono nervosi, sono semplicemente fuori scala. Il debito federale ha superato i 39.000 miliardi di dollari. In otto mesi è aumentato di 2.000 miliardi. Dal 2018 è quasi raddoppiato. E secondo le stime, continuerà a crescere di oltre 2.400 miliardi l’anno, fino a sfondare quota 64.000 miliardi nel 2036.
Il rapporto debito/Pil è al 124%. Un livello che, se appartenesse a un Paese europeo, scatenerebbe editoriali indignati, riunioni straordinarie e probabilmente qualche crisi di governo. Ma siccome si tratta di Washington, tutto scorre. O quasi. Perché ieri il presidente della Fed, Jerome Powell, non ha mancato, ancora una volta, di mettere sotto accusa le scelte di Trump. Lo ha fatto in maniera indiretta citando Paul Volker, mitico capo della Fed negli anni Ottanta che non ebbe paura di sfidare un inquilino della Casa Bianca del calibro di Ronald Reagan stringendo i tassi fino al soffocamento pur di fermare l’inflazione. Allora come oggi a innescarla era stato il petrolio. Perché la verità è che il mercato globale dei titoli di Stato è sempre più interconnesso. E quando il debito americano accelera in modo così vistoso, inevitabilmente influenza anche il resto del mondo. I rendimenti salgono, il costo del denaro cambia, e le strategie diventano improvvisamente molto più rischiose. In questo quadro, l’Italia si ritrova esposta due volte: per la sua struttura economica e per il suo ruolo nei portafogli degli investitori. È un asset che rende di più, e proprio per questo viene comprato e venduto più velocemente. È il solito gioco. Finché funziona, sembra semplice. Quando si inceppa, si scopre quanto fosse fragile. La sensazione, oggi, è che i titoli di Stato siano tornati in guerra. Non solo per effetto delle bombe in Medio Oriente, ma per le tensioni accumulate negli anni. L’Italia, ancora una volta, si ritrova nel posto meno comodo: quello dove i movimenti si vedono prima e si sentono di più.
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Il martirio di San Simonino da Trento di Giovanni Gasparro (nel riquadro)
Giovanni Gasparro è uno dei più grandi pittori italiani, apprezzato nel mondo. Negli ultimi sei anni la sua vita e il suo lavoro sono stati funestati da una accusa infamante: quella di essere un antisemita che istiga alla discriminazione razziale. Pochi giorni fa è stato assolto, ma la vicenda lascia un segno.
Finalmente si è conclusa questa storia assurda. Che cosa ha deciso il tribunale?
«Il tribunale di Bari, in composizione collegiale, mi ha assolto “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, mossa dalla comunità ebraica, per il dipinto Martirio di San Simonino da Trento e i commenti esplicativi relativi all’opera. Sostanzialmente, i giudici hanno confermato quanto stabilito già nel 2022 nell’ordinanza di archiviazione emessa dal gip presso il tribunale di Milano dove ero imputato per il medesimo dipinto. Oltretutto, l’archiviazione per infondatezza della notizia di reato era in accoglimento della richiesta del pubblico ministero e fu accolta dal gip. Cosa che non è successa a Bari, la mia città, dove sono stato rinviato a giudizio con un’accusa infamante quanto ingiusta, lontana dalla mia indole e dalla mia opera artistica. Sarebbe bastato guardare la mia produzione pittorica, la mia attività di incisore, scenografo o leggere i miei scritti per capire che artisticamente e umanamente penso e agisco in modo diametralmente opposto rispetto alle accuse che mi sono state rivolte dai miei denuncianti».
Quanto è durato questo procedimento?
«Il dipinto (che ha avuto una lunga genesi, dal 2018 al 2019) fu pubblicato online nel marzo del 2020 ma mai esposto fisicamente. All’indomani della pubblicazione fui denunciato e da allora è iniziato un calvario giudiziario che si è diramato in due filoni, quello di Milano e quello di Roma, quest’ultimo poi passato a Bari. Da allora, sino alla sentenza dell’altro giorno, sono trascorsi sei lunghi anni. Un lasso di tempo interminabile in cui i media enfatizzavano la mia potenziale colpevolezza e io declinavo tutte le richieste di interviste che mi pervenivano da tutte le maggiori testate nazionali e persino dagli Usa, Israele, Polonia, Brasile, ecc, con il fermo proposito di non alimentare il clamore sulla vicenda».
Non è difficile immaginare che impatto possa avere avuto tutto ciò sulla sua vita...
«Sono innumerevoli i risvolti negativi innescati da questo procedimento penale. Sul piano umano e familiare sono facilmente intuibili, oltretutto in un periodo della mia vita in cui sono pesantemente peggiorate le condizioni di salute di mia madre e che, poi, l’hanno portata alla morte. La pressione emotiva, il rischio di una condanna penale (il pm chiedeva per me sei mesi di reclusione) e la gogna sono già una condanna inflitta a un imputato che si vede catapultato in un’aula di tribunale alla stregua di un comune malfattore, interrogato per il suo operato artistico. Ricevere la visita improvvisa della Digos a casa come fossi un delinquente, dover subire interrogatori in questura in una Bari deserta, in pieno lockdown, e poi tutta la trafila giudiziaria con il processo è stato umiliante quanto surreale. Tutto per aver dipinto su tela la riproposizione di un’iconografia d’arte sacra che ha una storia lunga mezzo millennio (tanto è durato il culto del piccolo Simonino come compatrono di Trento) e i cui esemplari antichi sono ancora esposti alla pubblica fruizione in chiese, musei, biblioteche e persino sulla pubblica via, in tutta Europa. Davvero una situazione surreale che mi ha lasciato sbigottito ed incredulo».
E sul lavoro è stato danneggiato?
«Ovviamente, pur avendo quest’unico carico pendente riferito al processo, non ho potuto concorrere a bandi e concorsi d’arte prestigiosissimi come quello indetto per la realizzazione della Via Crucis per la basilica di San Pietro in Vaticano, non ho potuto firmare commissioni altrettanto prestigiose per l’acquisizione di mie opere per musei e collezioni private di tutto il mondo. Questo, insieme alle onerose spese legali da sostenere, mi ha causato anche un danno materiale ed economico esorbitante. Molti collezionisti privati o istituzioni hanno dovuto, obtorto collo, o per ragioni ideologiche connesse con la vicenda, negarmi rapporti professionali. E chissà quanti altri non hanno neppure provato a contattarmi, dissuasi dalla vicenda giudiziaria che mi vedeva coinvolto. Dai primissimi mesi ne scrissero il Times of Israel e il Jerusalem Post e anche in Italia sono stato oggetto di una campagna mediatica di infimo livello, senza possibilità d’appello, ancora trattato come un pericoloso antisemita».
Sei anni per confermare una decisione che era già stata presa da un altro tribunale non le sembrano troppi?
«Mi sono sembrati un tempo biblico. Perché tra i trenta e i quarant’anni un artista è nell’età in cui può estrinsecare il proprio pensiero e le proprie abilità tecniche con maggior vigore fisico e intellettuale. Sicché sento di esser stato defraudato di sei preziosissimi anni di lavoro e arte che nessuno potrà restituirmi».
È uscito da questa storia a testa alta, totalmente innocente. C’è, tuttavia, qualche macchia che rimane?
«Tutta la vicenda mi ha cagionato un danno d’immagine ma anche in termini finanziari, artistici, familiari, professionali, ecc, incalcolabili. In parallelo e a seguito dello stigma infamante di antisemita, sono stato oggetto di hackeraggi dei miei siti Web, i miei detrattori hanno tentato (talvolta riuscendoci), di farmi revocare commissioni artistiche, premi internazionali già vinti, spogliare gli altari delle chiese dalle mie pale dipinte. Sono stato oggetto di insulti in tutte le lingue e su tutti i miei canali di comunicazione, nonché di pedinamenti a Bari (finanche nella cripta della cattedrale) e minacce di morte. Il tutto, ripeto, con una pressione mediatica di certi giornali che oggi sono silenti rispetto alla mia assoluzione. Tutte le istituzioni civili, religiose e culturali del mio contesto d’origine, comprese quelle che ostentano a ogni piè sospinto la propria indignazione per le censure artistiche, non hanno mosso un dito in mia difesa».
Quali istituzioni?
«L’episodio più eclatante e inopportuno è stato quello legato alla censura subita dal sindaco di Bari, Vito Leccese, quando, a ridosso dell’inaugurazione, ha cancellato la mia esposizione personale presso la Pinacoteca Corrado Giaquinto. Mostra che era stata voluta dalla precedente amministrazione. Il sindaco ammise, a mezzo stampa, come riportato da tutte le testate locali, “di aver annullato, da sindaco, la mostra del pittore Giovanni Gasparro dopo le segnalazioni di Chiara di Segni della comunità ebraica, secondo cui le opere contenevano messaggi antisemiti”. Un vero e proprio atto di censura culturale per un cittadino e pittore libero e incensurato. Sicché è parsa a tutti come una pretestuosa e ingiustificabile censura. Inoltre, ero già a processo quando mi fu chiesto insistentemente dalla direzione della Pinacoteca e dalla delegata alla cultura della Città metropolitana di Bari, di realizzare questa mostra. Tutto il personale del museo, la curatrice dell’esposizione e la direzione erano a conoscenza delle opere che sarebbero state esposte e quindi anche l’operato di costoro è stato screditato. La censura subita non ha riguardato il dipinto Martirio di San Simonino da Trento, per cui ero a processo (considerando il fatto che non era affatto prevista la sua esposizione a Bari) bensì l’intera mia opera artistica».
Un colpo bruttissimo...
«Per il catalogo della mostra stavano scrivendo storici dell’arte di fama internazionale. Un danno d’immagine e professionale indicibile. Ho esposto in tutto il mondo da quando avevo vent’anni. Mai mi sarei aspettato, proprio nella città in cui sono nato e ho scelto di tornare a vivere, di subire in parallelo un processo penale ed una censura artistica di questo calibro. Questo mi ha profondamente ferito e ho meditato di trasferirmi altrove. A ogni modo, in questi anni, altri spiriti intellettualmente onesti, culturalmente e spiritualmente nobili non mi hanno fatto mancare commissioni e coinvolgimenti in mostre di ancor più rilevante prestigio».
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