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2025-09-17
L’esercito israeliano avanza a Gaza. Familiari dei rapiti sotto casa di Bibi
Ansa
Nella notte tra lunedì e martedì Israele ha lanciato l’offensiva terrestre più vasta dall’inizio del conflitto con Hamas. I carri armati delle Forze di difesa israeliane (Idf) hanno superato le linee del movimento islamista entrando nei quartieri periferici di Gaza City, in particolare nel settore nord-occidentale, fino a via Al-Jalaa, nel cuore della città. L’operazione è stata preceduta da un fitto bombardamento: nei 20 minuti che hanno preceduto la mezzanotte, secondo fonti mediatiche, si sono registrati 37 raid con droni ed elicotteri. Dal quartier generale dell’Idf trapela che questa è soltanto la prima fase, con una lunga lista di obiettivi già individuata. I raid aerei hanno colpito quartieri come Sabra e Daraj, oltre al campo profughi di Shati. Il ministro della Difesa Israel Katz ha rivendicato l’azione dichiarando: «Gaza brucia. L’Idf sta smantellando l’apparato terroristico con pugno di ferro e i nostri soldati combattono per liberare gli ostaggi e annientare Hamas. Non ci fermeremo finché la missione non sarà compiuta». Benjamin Netanyahu, parlando dalla sala operativa del ministero della Difesa a Tel Aviv, ha spiegato: «Mi trovo qui nella sala operativa della Kirya insieme al ministro della Difesa, al vice capo di Stato maggiore, al capo del consiglio per la Sicurezza nazionale e ad alti comandanti dell’Idf. Le nostre forze stanno operando nella città di Gaza con l’obiettivo di sconfiggere il nemico, ma allo stesso tempo anche evacuare la popolazione civile. Stiamo facendo sforzi per aprire ulteriori corridoi che permettano un’evacuazione più rapida della popolazione di Gaza, per separarla dai terroristi, che sono il nostro bersaglio». Secondo fonti israeliane circa 320.000 abitanti hanno già lasciato Gaza City in direzione sud, verso le cosiddette «zone umanitarie». Un funzionario della sicurezza citato da Channel 12 ha spiegato che l’esodo massiccio ha consentito l’avvio dell’operazione. Per la prima volta nella storia dello Stato ebraico, un capo di Stato maggiore, il generale Eyal Zamir, ha guidato le truppe direttamente sul fronte, affiancato dal comandante del fronte Sud Yaniv Asor. Un responsabile militare israeliano stima che siano tra 2.000 e 3.000 i miliziani di Hamas ancora presenti a Gaza City.
Il portavoce dell’Idf, il generale Effie Defrin, ha dichiarato che la città di Gaza rappresenta «il fulcro del potere militare e politico di Hamas», trasformata in «un enorme scudo umano». Defrin ha spiegato che sotto le strade si estende una vasta rete di tunnel che collega centri di comando, rampe di lancio e depositi di armi, deliberatamente nascosti sotto aree civili. L’Idf afferma di permettere le evacuazioni e stima che oltre 350.000 persone abbiano già lasciato la città. «Nell’ambito del piano operativo - ha aggiunto - abbiamo adattato gli sforzi umanitari in conformità con il diritto internazionale. Non ci sarà fame nella Striscia di Gaza. Gli aiuti saranno consegnati anche a Gaza City». Sul fronte esterno Israele ha confermato di aver colpito una base Huthi nel porto yemenita di Hodeidah, che sarebbe servita come hub per il trasferimento di armi iraniane. Poco dopo un missile balistico lanciato dagli Huthi contro Israele è stato intercettato dalle difese aeree. Le sirene hanno suonato a Gerusalemme e in diverse comunità della Giudea e Samaria, ma non si registrano danni o vittime.
Le reazioni internazionali sono state immediate. Il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha dichiarato: «La lotta ad Hamas è legittima, ma non può trasformarsi in una deportazione di massa. Non è questo a garantire sicurezza né a Israele né al Medio Oriente». Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha accusato Netanyahu di aver creato una «rete omicida fascista», paragonandolo a Hitler. Dal Vaticano Papa Leone XIV ha telefonato a padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza, per esprimere vicinanza alla comunità cristiana e preoccupazione.
Il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper ha definito l’incursione «irresponsabile e terribile», chiedendo un cessate il fuoco immediato. Mentre da Berlino il ministro Johann Wadephul ha parlato di «errore», pur precisando che la Germania non appoggerà le accuse di genocidio contro Israele né un congelamento degli accordi Ue. L’Alto rappresentante Kaja Kallas ha parlato di «carneficina» e annunciato possibili sanzioni contro ministri e coloni estremisti.
«Ciò che sta accadendo a Gaza è moralmente, politicamente e legalmente inaccettabile. Gli sforzi di mediazione che il Qatar ha annunciato di essere pronto a riprendere riguardo a Gaza sono molto importanti. Denuncerò alla Corte penale internazionale la terribile situazione a Gaza e in Cisgiordania». Lo ha affermato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha invece accusato Bruxelles di «rafforzare Hamas» con la proposta di sospendere l’accordo di associazione con Israele, definendo l’iniziativa «piena di false accuse e difetti legali» e un segnale di grave cedimento morale da parte dell’Europa, a suo dire paragonabile al tradimento della memoria dell’Olocausto. Sul fronte diplomatico, il ministro italiano Antonio Tajani ha ribadito la necessità di un percorso verso la soluzione dei due Stati, mentre dal Qatar il portavoce Majed al-Ansari ha dichiarato che i negoziati per la tregua «non hanno valore» dopo i raid israeliani contro rappresentanti di Hamas a Doha, pur sottolineando che l’emirato resta al centro della mediazione. Dagli Stati Uniti Donald Trump che vedrà Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca tra due settimane, ha avvertito che «Hamas sarà in grossi guai se userà gli ostaggi come scudo umano». Intanto cresce la pressione interna in Israele: le famiglie dei rapiti continuano a chiedere azioni concrete al governo, con testimonianze come quella di Einav Tzangauker, madre di Matan, che davanti alla residenza di Netanyahu ha lanciato un appello disperato contro l’immobilismo politico.
Landini: «Sciopero per la Striscia»
Le vicende della Global Sumund Flotilla appaiono somigliare a quelle di una telenovela. Nel giorno in cui le navi partite dalla Tunisia si avvicinano alle acque internazionali per incontrarsi con le altre flotte, il simbolo dell’operazione umanitaria, Greta Thunberg si dimette dal direttivo. L’attivista, come riporta il Manifesto grazie al suo inviato a bordo Lorenzo D’Agostino, ha abbandonato la nave Family per spostarsi sulla Alma. Sul sito ufficiale della missione, spiega il quotidiano, il suo nome è scomparso dalla lista dei membri del direttivo: il dissidio sarebbe legato «a una comunicazione troppo incentrata sulle vicende interne della flottiglia e non abbastanza sul genocidio in Palestina». Insomma, su queste navi è una lotta continua per dimostrare chi è il più duro e puro, salvo poi chiedere ai cronisti di non pubblicare immagini di alcuni attivisti beccati a mangiare panini del McDonald’s. Ad ogni modo, in una dichiarazione rilasciata al quotidiano Thunberg ha chiarito: «Tutti abbiamo un ruolo: il mio non sarà nel comitato direttivo, ma come organizzatrice e partecipante». Lo show continua nonostante l’avvio dell’operazione di terra a Gaza City da parte dell’Idf. Si avvicina infatti l'incontro tra la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla e le barche partite dalla Tunisia. La flotta dovrebbe spiegare le vele oggi intorno all’ora di pranzo o nel primo pomeriggio.
Intanto ieri il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha ricevuto Francesca Del Vecchio, la giornalista de La Stampa, allontanata nei giorni scorsi dalla Flotilla con pretesti discutibili. «Esprimo anche a nome del Senato la mia vicinanza e la mia solidarietà per quello che le è capitato e cioè per essere stata allontanata mentre esercitava il suo diritto di raccontare quello che vedeva».
Nella stessa giornata a Montecitorio si discuteva proprio sul tema Gaza. I capigruppo delle opposizioni in una nota congiunta hanno chiesto l’intervento del premier Giorgia Meloni in Aula «per comunicazioni ufficiali sulle iniziative che intende prendere. Abbiamo non solo il dovere morale, ma anche l’obbligo giuridico di fermare l’attacco alla Striscia. Servono azioni concrete, sanzioni durissime, la sospensione di ogni accordo. Chiediamo di convocare l’ambasciatore israeliano per esprimere condanna formale, comunicare le nostre decisioni, tra cui il riconoscimento dello stato di Palestina. E che un attacco alla Flotilla verrà considerato un attacco all’Italia. Con colpevole ritardo, l’Europa si è svegliata dall’immobilismo annunciando misure contro il governo israeliano. Il governo italiano non continui a opporsi. Oggi l’inazione non è più un’opzione, è complicità». Così i capigruppo di opposizione alla Camera dei deputati Chiara Braga (Pd), Riccardo Ricciardi (M5s), Luana Zanella (Avs), Matteo Richetti (Azione), Riccardo Magi (+ Europa).
Arturo Scotto, parlamentare del Pd, che si trova in navigazione con la Flotilla chiede al governo di spiegare perché «una ventina di droni hanno sorvolato i porti di Augusta, Siracusa e Catania per osservare i lavori sulle imbarcazioni» ma poi chiarisce anche che l’organizzazione è «in costante contatto con la Farnesina, che si è messa a disposizione per l’intero viaggio con grande competenza». Non si conosce la possibile reazione di Israele. «Noi comunque vogliamo superare quel blocco, ma le risposte del governo italiano su questo sono state timide, Sànchez ha offerto una copertura diplomatica, far capire che se toccano un italiano stanno di fatto attaccando lo Stato italiano».
Ad agitarsi è soprattutto Maurizio Landini, segretario della Cgil, ultimamente molto più appassionato di politica che di lavoro, che ha indetto una mobilitazione, naturalmente di venerdì (19 settembre) annunciandola persino in conferenza stampa chiedendo che i «governi sospendano ogni accordo, anche commerciale, con Israele finché non ferma il massacro».
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Massiccia invasione via terra e raid con droni ed elicotteri. Crosetto: «Decisione sbagliata». Il Papa chiama il parroco Romanelli: «Preoccupato». Ira dei parenti degli ostaggi: «Così Netanyahu li uccide».Mobilitazione indetta per venerdì. Liti nella Flotilla, Greta lascia il direttivo e cambia imbarcazione. Il dem Scotto, in navigazione: «Sempre in contatto con la Farnesina».Lo speciale contiene due articoli.Nella notte tra lunedì e martedì Israele ha lanciato l’offensiva terrestre più vasta dall’inizio del conflitto con Hamas. I carri armati delle Forze di difesa israeliane (Idf) hanno superato le linee del movimento islamista entrando nei quartieri periferici di Gaza City, in particolare nel settore nord-occidentale, fino a via Al-Jalaa, nel cuore della città. L’operazione è stata preceduta da un fitto bombardamento: nei 20 minuti che hanno preceduto la mezzanotte, secondo fonti mediatiche, si sono registrati 37 raid con droni ed elicotteri. Dal quartier generale dell’Idf trapela che questa è soltanto la prima fase, con una lunga lista di obiettivi già individuata. I raid aerei hanno colpito quartieri come Sabra e Daraj, oltre al campo profughi di Shati. Il ministro della Difesa Israel Katz ha rivendicato l’azione dichiarando: «Gaza brucia. L’Idf sta smantellando l’apparato terroristico con pugno di ferro e i nostri soldati combattono per liberare gli ostaggi e annientare Hamas. Non ci fermeremo finché la missione non sarà compiuta». Benjamin Netanyahu, parlando dalla sala operativa del ministero della Difesa a Tel Aviv, ha spiegato: «Mi trovo qui nella sala operativa della Kirya insieme al ministro della Difesa, al vice capo di Stato maggiore, al capo del consiglio per la Sicurezza nazionale e ad alti comandanti dell’Idf. Le nostre forze stanno operando nella città di Gaza con l’obiettivo di sconfiggere il nemico, ma allo stesso tempo anche evacuare la popolazione civile. Stiamo facendo sforzi per aprire ulteriori corridoi che permettano un’evacuazione più rapida della popolazione di Gaza, per separarla dai terroristi, che sono il nostro bersaglio». Secondo fonti israeliane circa 320.000 abitanti hanno già lasciato Gaza City in direzione sud, verso le cosiddette «zone umanitarie». Un funzionario della sicurezza citato da Channel 12 ha spiegato che l’esodo massiccio ha consentito l’avvio dell’operazione. Per la prima volta nella storia dello Stato ebraico, un capo di Stato maggiore, il generale Eyal Zamir, ha guidato le truppe direttamente sul fronte, affiancato dal comandante del fronte Sud Yaniv Asor. Un responsabile militare israeliano stima che siano tra 2.000 e 3.000 i miliziani di Hamas ancora presenti a Gaza City.Il portavoce dell’Idf, il generale Effie Defrin, ha dichiarato che la città di Gaza rappresenta «il fulcro del potere militare e politico di Hamas», trasformata in «un enorme scudo umano». Defrin ha spiegato che sotto le strade si estende una vasta rete di tunnel che collega centri di comando, rampe di lancio e depositi di armi, deliberatamente nascosti sotto aree civili. L’Idf afferma di permettere le evacuazioni e stima che oltre 350.000 persone abbiano già lasciato la città. «Nell’ambito del piano operativo - ha aggiunto - abbiamo adattato gli sforzi umanitari in conformità con il diritto internazionale. Non ci sarà fame nella Striscia di Gaza. Gli aiuti saranno consegnati anche a Gaza City». Sul fronte esterno Israele ha confermato di aver colpito una base Huthi nel porto yemenita di Hodeidah, che sarebbe servita come hub per il trasferimento di armi iraniane. Poco dopo un missile balistico lanciato dagli Huthi contro Israele è stato intercettato dalle difese aeree. Le sirene hanno suonato a Gerusalemme e in diverse comunità della Giudea e Samaria, ma non si registrano danni o vittime.Le reazioni internazionali sono state immediate. Il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha dichiarato: «La lotta ad Hamas è legittima, ma non può trasformarsi in una deportazione di massa. Non è questo a garantire sicurezza né a Israele né al Medio Oriente». Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha accusato Netanyahu di aver creato una «rete omicida fascista», paragonandolo a Hitler. Dal Vaticano Papa Leone XIV ha telefonato a padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza, per esprimere vicinanza alla comunità cristiana e preoccupazione.Il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper ha definito l’incursione «irresponsabile e terribile», chiedendo un cessate il fuoco immediato. Mentre da Berlino il ministro Johann Wadephul ha parlato di «errore», pur precisando che la Germania non appoggerà le accuse di genocidio contro Israele né un congelamento degli accordi Ue. L’Alto rappresentante Kaja Kallas ha parlato di «carneficina» e annunciato possibili sanzioni contro ministri e coloni estremisti. «Ciò che sta accadendo a Gaza è moralmente, politicamente e legalmente inaccettabile. Gli sforzi di mediazione che il Qatar ha annunciato di essere pronto a riprendere riguardo a Gaza sono molto importanti. Denuncerò alla Corte penale internazionale la terribile situazione a Gaza e in Cisgiordania». Lo ha affermato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha invece accusato Bruxelles di «rafforzare Hamas» con la proposta di sospendere l’accordo di associazione con Israele, definendo l’iniziativa «piena di false accuse e difetti legali» e un segnale di grave cedimento morale da parte dell’Europa, a suo dire paragonabile al tradimento della memoria dell’Olocausto. Sul fronte diplomatico, il ministro italiano Antonio Tajani ha ribadito la necessità di un percorso verso la soluzione dei due Stati, mentre dal Qatar il portavoce Majed al-Ansari ha dichiarato che i negoziati per la tregua «non hanno valore» dopo i raid israeliani contro rappresentanti di Hamas a Doha, pur sottolineando che l’emirato resta al centro della mediazione. Dagli Stati Uniti Donald Trump che vedrà Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca tra due settimane, ha avvertito che «Hamas sarà in grossi guai se userà gli ostaggi come scudo umano». Intanto cresce la pressione interna in Israele: le famiglie dei rapiti continuano a chiedere azioni concrete al governo, con testimonianze come quella di Einav Tzangauker, madre di Matan, che davanti alla residenza di Netanyahu ha lanciato un appello disperato contro l’immobilismo politico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lesercito-israeliano-avanza-a-gaza-2674001391.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="landini-sciopero-per-la-striscia" data-post-id="2674001391" data-published-at="1758098043" data-use-pagination="False"> Landini: «Sciopero per la Striscia» Le vicende della Global Sumund Flotilla appaiono somigliare a quelle di una telenovela. Nel giorno in cui le navi partite dalla Tunisia si avvicinano alle acque internazionali per incontrarsi con le altre flotte, il simbolo dell’operazione umanitaria, Greta Thunberg si dimette dal direttivo. L’attivista, come riporta il Manifesto grazie al suo inviato a bordo Lorenzo D’Agostino, ha abbandonato la nave Family per spostarsi sulla Alma. Sul sito ufficiale della missione, spiega il quotidiano, il suo nome è scomparso dalla lista dei membri del direttivo: il dissidio sarebbe legato «a una comunicazione troppo incentrata sulle vicende interne della flottiglia e non abbastanza sul genocidio in Palestina». Insomma, su queste navi è una lotta continua per dimostrare chi è il più duro e puro, salvo poi chiedere ai cronisti di non pubblicare immagini di alcuni attivisti beccati a mangiare panini del McDonald’s. Ad ogni modo, in una dichiarazione rilasciata al quotidiano Thunberg ha chiarito: «Tutti abbiamo un ruolo: il mio non sarà nel comitato direttivo, ma come organizzatrice e partecipante». Lo show continua nonostante l’avvio dell’operazione di terra a Gaza City da parte dell’Idf. Si avvicina infatti l'incontro tra la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla e le barche partite dalla Tunisia. La flotta dovrebbe spiegare le vele oggi intorno all’ora di pranzo o nel primo pomeriggio.Intanto ieri il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha ricevuto Francesca Del Vecchio, la giornalista de La Stampa, allontanata nei giorni scorsi dalla Flotilla con pretesti discutibili. «Esprimo anche a nome del Senato la mia vicinanza e la mia solidarietà per quello che le è capitato e cioè per essere stata allontanata mentre esercitava il suo diritto di raccontare quello che vedeva».Nella stessa giornata a Montecitorio si discuteva proprio sul tema Gaza. I capigruppo delle opposizioni in una nota congiunta hanno chiesto l’intervento del premier Giorgia Meloni in Aula «per comunicazioni ufficiali sulle iniziative che intende prendere. Abbiamo non solo il dovere morale, ma anche l’obbligo giuridico di fermare l’attacco alla Striscia. Servono azioni concrete, sanzioni durissime, la sospensione di ogni accordo. Chiediamo di convocare l’ambasciatore israeliano per esprimere condanna formale, comunicare le nostre decisioni, tra cui il riconoscimento dello stato di Palestina. E che un attacco alla Flotilla verrà considerato un attacco all’Italia. Con colpevole ritardo, l’Europa si è svegliata dall’immobilismo annunciando misure contro il governo israeliano. Il governo italiano non continui a opporsi. Oggi l’inazione non è più un’opzione, è complicità». Così i capigruppo di opposizione alla Camera dei deputati Chiara Braga (Pd), Riccardo Ricciardi (M5s), Luana Zanella (Avs), Matteo Richetti (Azione), Riccardo Magi (+ Europa).Arturo Scotto, parlamentare del Pd, che si trova in navigazione con la Flotilla chiede al governo di spiegare perché «una ventina di droni hanno sorvolato i porti di Augusta, Siracusa e Catania per osservare i lavori sulle imbarcazioni» ma poi chiarisce anche che l’organizzazione è «in costante contatto con la Farnesina, che si è messa a disposizione per l’intero viaggio con grande competenza». Non si conosce la possibile reazione di Israele. «Noi comunque vogliamo superare quel blocco, ma le risposte del governo italiano su questo sono state timide, Sànchez ha offerto una copertura diplomatica, far capire che se toccano un italiano stanno di fatto attaccando lo Stato italiano».Ad agitarsi è soprattutto Maurizio Landini, segretario della Cgil, ultimamente molto più appassionato di politica che di lavoro, che ha indetto una mobilitazione, naturalmente di venerdì (19 settembre) annunciandola persino in conferenza stampa chiedendo che i «governi sospendano ogni accordo, anche commerciale, con Israele finché non ferma il massacro».
Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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