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2025-12-18
La versione di Campedelli: Chievo fatto fuori
Luigi Campedelli (Ansa)
Il Chievo era una di quelle storie che sembrano possibili solo nel calcio inglese. Una storia finalmente pulita, in uno sport distrutto dai procuratori e dove a fine stagione, specie nelle serie minori, si assiste a partite assurde, arbitraggi discutibili, squadre che salgono e scendono di categoria senza una logica apparente. Il tutto tra un fiume di nero e di milioni senza un padre certo. Ma la passione è tanta e quando sembra di vedere un calcio antico diventa ancora più forte. Il Chievo è piaciuto subito a tutti. Merito della famiglia Paluani, quella dei pandori, e di Luca Campedelli, che ha scelto di raccontarsi in un libro scritto da Fabiana Della Valle e Raffaele Tomelleri (Chievo, un delitto perfetto, People). Diciamolo subito: non ha la forza di un Giuseppe Gazzoni Frascara, il patron del Bologna morto nel 2020 e che ha subito varie ingiustizie, ma il racconto di Campedelli è comunque interessante e ricco di aneddoti, uniti da un filo rosso che non è una risposta ma una domanda. Una domanda che quasi ossessiona l’ex presidente: perché chi conta nel calcio italiano non ha fatto nulla per salvare il Chievo? Gli si potrebbe rispondere, un po’ meschinamente, che là fuori, fuori dal pallone, chi non paga le tasse e i contributi, finisce a gambe all’aria. E non vale nascondersi dietro ai tifosi-elettori. Ma la difesa di Campedelli è duplice: da un lato si va in apnea finanziaria quando scendi di categoria (magari ingiustamente, all’ultima giornata), dall’altro «così fan tutti» e i clivensi hanno pagato caro più di tanti altri.
Scorrendo le pagine di Chievo, un delitto perfetto, si rivive lo shock della morte per infarto di Gigi Campedelli, il carismatico padrone della Paluani e di quel Chievo che per i cugini ricchi dell’Hellas era già tanto che frequentasse la serie D. Alla sua morte, a settembre del 1992, il figlio Luca prende le redini della squadra e l’altro figlio resta in azienda. Sotto la guida di Luca, il Chievo diventa l’unico club che partendo dai campionati regionali arriva in Europa. Campedelli junior accetta di farsi guidare da Giovani Sartori, ex calciatore clivense, come direttore sportivo e insieme indovinano la scelta del primo allenatore, Alberto Malesani, scalando le serie fino alla B. Nella stagione 2000-2001, il Chievo passa sotto la guida di un grandissimo allenatore, Luigi Del Neri, che centra la promozione in A e dà inizio alla favola di cui scriveranno rapiti i giornali del mondo. La ricetta del Chievo è semplice, ma in qualche modo eversiva: fame sportiva, preparazione atletica eccellente, fantasia nella tattica, mercato equilibrato e furbo, valori umani in campo e nella società. Va subito in coppa Uefa e nel 2006 fa i preliminari di Champions. Tutta Europa parla di questo quartiere che è arrivato al top.
Nell’agosto 2021 il Chievo viene escluso dai campionati professionistici per inadempienze tributarie. Nel libro, Campanelli dà la colpa alle norme Covid del 2020, «che ci hanno ammazzato» e lamenta una evidente discriminazione della giustizia sportiva, rispetto a club più blasonati che secondo lui ne avevano fatte di tutti i colori. A cominciare dalla Lazio.
Nel luglio scorso, viene condannato a due anni di carcere per le plusvalenze fittizie realizzate scambiandosi giocatori con il Cesena, nell’ambito del processo per il fallimento del club romagnolo. Ci sarà ovviamente un processo d’appello. Nello scorso febbraio, invece, la Procura di Verona ha chiesto per lui il rinvio a giudizio per bancarotta fraudolenta del Chievo. Secondo i pm, dietro quel miracolo calcistico si sarebbe nascosto «un meccanismo fraudolento per mezzo del quale l’amministratore avrebbe sistematicamente rappresentato una situazione economica di apparente benessere del Chievo Verona, tale da dissimulare il dissesto».
Ma è andata davvero così? Campedelli ribatte che il Chievo fu messo «fuori legge» per decreto «in soli sette giorni». E in così poco tempo, nessuno lo ha aiutato finanziariamente per mettersi in regola. L’ex presidente ammette però che avrebbe dovuto saldare immediatamente la cartella esattoriale per le plusvalenze del Cesena, invece di farla marcire. Poi, nel novembre del 2021, tenta il suicidio con il gas, ma viene salvato dalla compagna Maddalena.
Chi è stato vicino a Campedelli nel mondo del pallone? Lui parla con stima e amicizia di Massimo Moratti (è anche interista) e dell’ex patron del Genoa, Enrico Preziosi. E degli altri ex colleghi salva giusto Maurizio Zamparini «con cui ho avuto sempre un buon rapporto». Di Moratti e Preziosi, diversissimi tra loro, Campedelli dice che lo hanno aiutato. Di Gabriele Gravina, presidente della Federcalcio, invece ricorda che «poteva fare qualcosa e non ha fatto nulla». E il presidente della Lazio, Claudio Lotito? Campedelli si rammarica ancora: «Lo pensavo amico, ma evidentemente abbiamo un’idea diversa dell’amicizia». E già, l’amicizia nel calcio. Roba da mussi che volano.
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In un libro il presidente dei clivensi confessa le sue verità: la squadra di quartiere che aveva fatto un miracolo sparì sommersa dai debiti, ma anche perché non aveva protezione politica. Dai dilettanti alla Uefa fino al tentato suicidio. Lotito? «Non un amico».Mai smettere di sognare. Sorrentino tra i pali. Yepes, Maran, D’Angelo, D’Anna in difesa. Corini, Perrotta, Eriberto (o se preferite Luciano) e Franceschini a centrocampo. Pellissier e Cossato in attacco. Alzi la mano il tifoso che non ha mai giocato a «la migliore formazione di sempre». Questa l’ha immaginata direttamente Luigi Campedelli, patron del Chievo Verona, dalle stalle alle stelle e poi di nuovo alle stalle. Attualmente è ancora sotto processo e ha perso il club che gli aveva lasciato suo padre. Ha tentato il suicidio, poi si è rialzato. E ora racconta in un libro l’incredibile cavalcata di una squadra di quartiere, fino al crollo per i debiti con il Fisco nel 2020. Si proclama vittima del sistema calcio. Un sistema che prima ha cavalcato la ventata di aria fresca rappresentata da quella squadra di underdog totali, con allenatori visionari come Gigi Delneri, Alberto Malesani e Rolando Maran, e che poi, al primo rovescio, ha calato la scure del fairplay finanziario su un club che non aveva le coperture politiche di una Lazio, capace di ottenere dal governo Berlusconi-Fini il decreto spalma-debiti, con i tifosi biancazzurri che assediarono gli uffici dell’Agenzia delle entrate all’Eur.Il Chievo era una di quelle storie che sembrano possibili solo nel calcio inglese. Una storia finalmente pulita, in uno sport distrutto dai procuratori e dove a fine stagione, specie nelle serie minori, si assiste a partite assurde, arbitraggi discutibili, squadre che salgono e scendono di categoria senza una logica apparente. Il tutto tra un fiume di nero e di milioni senza un padre certo. Ma la passione è tanta e quando sembra di vedere un calcio antico diventa ancora più forte. Il Chievo è piaciuto subito a tutti. Merito della famiglia Paluani, quella dei pandori, e di Luca Campedelli, che ha scelto di raccontarsi in un libro scritto da Fabiana Della Valle e Raffaele Tomelleri (Chievo, un delitto perfetto, People). Diciamolo subito: non ha la forza di un Giuseppe Gazzoni Frascara, il patron del Bologna morto nel 2020 e che ha subito varie ingiustizie, ma il racconto di Campedelli è comunque interessante e ricco di aneddoti, uniti da un filo rosso che non è una risposta ma una domanda. Una domanda che quasi ossessiona l’ex presidente: perché chi conta nel calcio italiano non ha fatto nulla per salvare il Chievo? Gli si potrebbe rispondere, un po’ meschinamente, che là fuori, fuori dal pallone, chi non paga le tasse e i contributi, finisce a gambe all’aria. E non vale nascondersi dietro ai tifosi-elettori. Ma la difesa di Campedelli è duplice: da un lato si va in apnea finanziaria quando scendi di categoria (magari ingiustamente, all’ultima giornata), dall’altro «così fan tutti» e i clivensi hanno pagato caro più di tanti altri. Scorrendo le pagine di Chievo, un delitto perfetto, si rivive lo shock della morte per infarto di Gigi Campedelli, il carismatico padrone della Paluani e di quel Chievo che per i cugini ricchi dell’Hellas era già tanto che frequentasse la serie D. Alla sua morte, a settembre del 1992, il figlio Luca prende le redini della squadra e l’altro figlio resta in azienda. Sotto la guida di Luca, il Chievo diventa l’unico club che partendo dai campionati regionali arriva in Europa. Campedelli junior accetta di farsi guidare da Giovani Sartori, ex calciatore clivense, come direttore sportivo e insieme indovinano la scelta del primo allenatore, Alberto Malesani, scalando le serie fino alla B. Nella stagione 2000-2001, il Chievo passa sotto la guida di un grandissimo allenatore, Luigi Del Neri, che centra la promozione in A e dà inizio alla favola di cui scriveranno rapiti i giornali del mondo. La ricetta del Chievo è semplice, ma in qualche modo eversiva: fame sportiva, preparazione atletica eccellente, fantasia nella tattica, mercato equilibrato e furbo, valori umani in campo e nella società. Va subito in coppa Uefa e nel 2006 fa i preliminari di Champions. Tutta Europa parla di questo quartiere che è arrivato al top. Nell’agosto 2021 il Chievo viene escluso dai campionati professionistici per inadempienze tributarie. Nel libro, Campanelli dà la colpa alle norme Covid del 2020, «che ci hanno ammazzato» e lamenta una evidente discriminazione della giustizia sportiva, rispetto a club più blasonati che secondo lui ne avevano fatte di tutti i colori. A cominciare dalla Lazio. Nel luglio scorso, viene condannato a due anni di carcere per le plusvalenze fittizie realizzate scambiandosi giocatori con il Cesena, nell’ambito del processo per il fallimento del club romagnolo. Ci sarà ovviamente un processo d’appello. Nello scorso febbraio, invece, la Procura di Verona ha chiesto per lui il rinvio a giudizio per bancarotta fraudolenta del Chievo. Secondo i pm, dietro quel miracolo calcistico si sarebbe nascosto «un meccanismo fraudolento per mezzo del quale l’amministratore avrebbe sistematicamente rappresentato una situazione economica di apparente benessere del Chievo Verona, tale da dissimulare il dissesto».Ma è andata davvero così? Campedelli ribatte che il Chievo fu messo «fuori legge» per decreto «in soli sette giorni». E in così poco tempo, nessuno lo ha aiutato finanziariamente per mettersi in regola. L’ex presidente ammette però che avrebbe dovuto saldare immediatamente la cartella esattoriale per le plusvalenze del Cesena, invece di farla marcire. Poi, nel novembre del 2021, tenta il suicidio con il gas, ma viene salvato dalla compagna Maddalena. Chi è stato vicino a Campedelli nel mondo del pallone? Lui parla con stima e amicizia di Massimo Moratti (è anche interista) e dell’ex patron del Genoa, Enrico Preziosi. E degli altri ex colleghi salva giusto Maurizio Zamparini «con cui ho avuto sempre un buon rapporto». Di Moratti e Preziosi, diversissimi tra loro, Campedelli dice che lo hanno aiutato. Di Gabriele Gravina, presidente della Federcalcio, invece ricorda che «poteva fare qualcosa e non ha fatto nulla». E il presidente della Lazio, Claudio Lotito? Campedelli si rammarica ancora: «Lo pensavo amico, ma evidentemente abbiamo un’idea diversa dell’amicizia». E già, l’amicizia nel calcio. Roba da mussi che volano.
Benedetto Levi, amministratore delegato Iliad Italia (Ansa)
Il 2025 conferma Iliad come il principale operatore in crescita in Italia. Con oltre 13 milioni di utenti tra mobile e fisso, Wi-Fi tra i più veloci del Paese e free cash flow triplicato, l’azienda registra un’espansione solida nonostante la forte concorrenza nel settore.
Nel pieno di un mercato delle telecomunicazioni sempre più competitivo, Iliad continua a correre. Il gruppo chiude il 2025 con numeri in crescita e si conferma, per l’ennesimo anno, tra gli operatori più dinamici in Italia.
Il dato più evidente è quello sugli utenti: superata la soglia dei 13 milioni tra mobile e fisso, con una crescita che prosegue senza interruzioni. Nel solo segmento mobile, la compagnia arriva a circa 12,6 milioni di clienti, con un saldo positivo di 918.000 nuove attivazioni nell’arco dell’anno. Un risultato che consolida una leadership che dura da otto anni consecutivi sul fronte della crescita netta.
Non si ferma nemmeno la corsa sulla fibra. Nel 2025 gli utenti della rete fissa raggiungono quota 496.000, con 146.000 nuovi ingressi. Un’espansione accompagnata anche dalle prestazioni della rete: per il terzo anno consecutivo il Wi-Fi di Iliad è stato indicato come il più veloce d’Italia secondo nPerf. La crescita commerciale si riflette direttamente sui conti. Il fatturato sale a 1 miliardo e 249 milioni di euro, in aumento del 9% rispetto al 2024, mentre l’EBITDAaL raggiunge i 390 milioni, segnando un balzo del 26,8%. Ancora più marcata la progressione del free cash flow operativo, che tocca i 120 milioni di euro, più che triplicato in un anno.
Secondo Benedetto Levi, amministratore delegato di Iliad Italia, i risultati arrivano in un contesto tutt’altro che semplice: la competizione resta elevata, ma il gruppo continua a crescere puntando su innovazione, efficienza e qualità del servizio. A sostenere il percorso è anche il rapporto con gli utenti. L’operatore segnala un livello di soddisfazione del 98% nel mobile, un dato che viene indicato come elemento distintivo della strategia aziendale. Il quadro italiano si inserisce in una dinamica più ampia. A livello europeo, il gruppo Iliad chiude il 2025 con 52 milioni di utenti complessivi e oltre 10,3 miliardi di euro di fatturato. L’EBITDAaL supera i 4 miliardi, mentre il free cash flow operativo cresce fino a 2,25 miliardi, rafforzando la capacità di investimento. Negli ultimi anni, infatti, la strategia del gruppo si è progressivamente allargata oltre le telecomunicazioni tradizionali. Accanto allo sviluppo delle reti, Iliad sta spingendo su infrastrutture digitali come cloud, data center e intelligenza artificiale.
In questo percorso rientra anche l’espansione di Scaleway, la piattaforma europea di cloud e AI del gruppo, che nel 2025 ha ampliato la propria presenza con nuove zone di disponibilità in diversi Paesi, inclusa l’Italia. A Milano è stata annunciata una nuova cloud region con tre availability zones. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la presenza europea nelle infrastrutture digitali, in un contesto globale sempre più competitivo, e contribuire allo sviluppo di un ecosistema tecnologico indipendente.
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Imagoeconomica
Peccato che abbia torto su una cosa fondamentale: Agcom non si è fermata alla Tv. Si è già presa anche internet. Mentre il direttore della Verità protestava per essere stato classificato come esponente del Comitato per il Sì, l’Autorità garante delle comunicazioni completava in silenzio una manovra che riguarda direttamente il mondo dei social, di YouTube, di TikTok e di tutte le piattaforme alle quali Belpietro guarda come oasi libere dalla sorveglianza. Con la delibera n. 197/25/Cons del 5 agosto 2025, Agcom ha approvato il codice di condotta e le linee guida per gli influencer «rilevanti», in vigore il 10 novembre 2025. Se la par condicio televisiva vale soltanto nei periodi pre-elettorali, questo nuovo impianto vale 365 giorni l’anno.
Per costruire questo impianto, Agcom aveva bisogno di un aggancio normativo. Lo ha trovato nel Tusma, il Testo unico dei servizi di media audiovisivi: la legge che disciplina emittenti televisive, stazioni radiofoniche e piattaforme on-demand come Netflix, pensata per realtà editoriali organizzate con uffici legali, dirigenti e compliance. Nel testo del Tusma non compare alcun riferimento alle persone fisiche che gestiscono un profilo social. Agcom ha colmato questo vuoto da sola: per delibera, ha stabilito che un influencer con più di 500.000 follower su almeno una piattaforma o con un milione di visualizzazioni mensili, va trattato come se avesse scritto «Mediaset» in fronte.
Il risultato è una sproporzione manifesta. Fino a 250.000 euro per violazioni «ordinarie» del codice, fino a 600.000 euro per contenuti ritenuti «discriminatori» o «d’odio». Sanzioni concepite per punire un network televisivo vengono ora agitate sulla testa di una persona fisica che parla ai propri followers da un telefono. Un influencer che monetizzi bene la propria attività guadagna, nella stragrande maggioranza dei casi, qualche migliaio di euro al mese: ma qui si parla di 600.00 euro di multa! Questa non è vigilanza. È una sproporzione che non regge ad alcun esame di ragionevolezza.
Il problema non è solo la sproporzione delle sanzioni: è la loro stessa esistenza. Agcom è un ente regolatore, fonte secondaria del diritto, subordinata per definizione alle leggi approvate dal Parlamento. L’articolo 23 della Costituzione è limpido: «Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge». L’iscrizione obbligatoria all’elenco degli influencer - pena sanzione - è una prestazione personale. La sanzione fino a 600.000 euro è una prestazione patrimoniale. Entrambe si fondano su una delibera, non su una legge. E quando queste prestazioni incidono su diritti fondamentali - la libertà di espressione (art. 21 Cost.), il diritto all’informazione, la partecipazione al dibattito politico (art. 49 Cost.) - la riserva di legge diventa assoluta: solo il Parlamento può limitare questi diritti con legge formale. Agcom ha scavalcato il legislatore, ha invaso un campo di pertinenza esclusiva del Parlamento agendo in assai dubbia costituzionalità. Non è un eccesso di zelo: è qualcosa che appare allo scrivente illegale e che meriterebbe l’attenzione dell’opinione pubblica, oltre che forse anche della magistratura.
Prendete Giorgia Meloni: oltre 5,7 milioni di follower su Instagram e quasi 4 milioni su Facebook, per un’audience complessiva di oltre 12 milioni di seguaci. Supera di gran lunga la soglia. È editrice di ciò che pubblica. E riceve un corrispettivo? Secondo le Linee guida Agcom, sì: la visibilità, il consenso e i voti rientrano nella categoria dei «benefici o qualsiasi altra utilità» previsti dalla definizione di remunerazione. Il presidente del Consiglio è, a tutti gli effetti, un «influencer rilevante». Stesso discorso per Matteo Salvini, con i suoi cinque milioni di followers su Facebook, e per Nicola Porro, che con quasi 800.000 followers e una monetizzazione attiva tramite YouTube Partner Program soddisfa tutti i criteri. Il presidente del Consiglio, un vicepremier, un giornalista di punta: tutti potenzialmente destinatari di sanzioni fino a 600.000 euro se un post venisse arbitrariamente giudicato «discriminatorio» dai commissari Agcom, e non perché lo sia realmente. Commissari il cui Consiglio è stato insediato dal governo Conte 2, con tre componenti su cinque provenienti dall’area Pd-M5s, una da Fi con ruolo incerto, ed uno della Lega, tutti in carica fino al 2027. Con un pPresidente, tale Lasorella (fratello della più nota giornalista), che fu mentore di un giovanissimo Giggino Di Maio.
Ad oggi, non risulta che Agcom abbia ancora comminato sanzioni a influencer politici o giornalisti in base alla delibera 197/2025. Ma non è un motivo per stare tranquilli: è semmai un motivo per essere più vigili. L’Authority ha in mano un fucile carico con un mirino molto vago, e finora non ha ancora sparato. Ma le elezioni politiche sono previste per il 2027, esattamente quando l’attuale consiglio Agcom sarà ancora in carica. Una sanzione comminata a un leader politico per un contenuto ritenuto «discriminatorio» in piena campagna elettorale avrebbe un effetto immediato e devastante.
Non vi era alcuna necessità reale di produrre un regolamento di questo tipo. Allora perché è stata fatta? Il ddl Zan fu bocciato dal Senato nell’ottobre 2021 perché l’articolo 4 apriva alla perseguibilità delle opinioni. Il codice di condotta Agcom riproduce esattamente lo stesso schema: proibisce contenuti «suscettibili di diffondere, incitare, propagandare oppure giustificare, minimizzare o in altro modo legittimare la violenza, l’odio o la discriminazione». Chi decide cosa significhi «minimizzare» la discriminazione? Decide Agcom. A confessare l’orientamento ideologico dell’intera operazione fu un dettaglio che molti non notarono. Il 10 novembre 2025, nel modulo ufficiale di iscrizione all’elenco degli influencer, comparve la dicitura: «Inserisci i social network a cui sei iscritt*». L’asterisco - il simbolo dell’attivismo di genere per creare forme neutrali in italiano, che non le prevede - era una scelta consapevole inserita in un atto amministrativo ufficiale. Una settimana dopo sparì. Il segnale era però già stato mandato.
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Ansa
Al momento del blackout era attivo un grande numero di impianti fotovoltaici, non obbligati alla regolazione della tensione, oltre che molti piccoli impianti fotovoltaici di fatto invisibili al gestore della rete. La presenza di molta generazione cosiddetta inverter-based ha impedito di regolare la tensione in risposta all’instabilità generata da una oscillazione. Oscillazione, peraltro, originata in Spagna su un nodo della rete con presenza rilevante di impianti fotovoltaici. Scritto nero su bianco da EntsoE.
Il tema è politico, e riguarda come è stato progettato il sistema e per quali fini. La questione è solo in parte tecnica, nel senso che una tecnologia in sé non «causa» blackout, e neanche «non causa». Piuttosto, il problema risiede nel sistema, che mette in relazione produzione e consumo, e il sistema è frutto di scelte politiche. Qui il rapporto è chiarissimo sulle gravi carenze del sistema spagnolo, dunque sulle gravi responsabilità politiche del governo di Pedro Sánchez.
La causa del blackout è certo tecnica, nel senso che la regolazione della tensione nel sistema spagnolo era gravemente carente per la grande presenza di generazione inverter-based (cioè da fonte rinnovabile). Ma è prima di tutto politica: è stato voluto un certo sviluppo del sistema elettrico spagnolo, in relazione allo sviluppo della generazione. Si è puntato sulla connessione di migliaia di impianti mettendo in secondo piano le regole e gli investimenti necessari a mantenere la solidità della rete. Il blackout spagnolo è il risultato della scelta di minimizzare i costi (perché la stabilità della rete ha un costo) per mostrare prezzi dell’energia spot bassi, limitando gli investimenti e i processi necessari a garantire la stabilità in un contesto dominato da generazione inverter-based. Il rapporto analizza la dinamica e fornisce una serie di raccomandazioni per evitare il ripetersi dell’incidente.
La sequenza del blackout iberico inizia alle 12.03 con un’oscillazione anomala. Si tratta di una perturbazione sulla rete associata a impianti basati su elettronica di potenza (cioè principalmente a fonte rinnovabile). Il fenomeno è descritto da Entso-E come oscillazione forzata e localizzata in un nodo ben identificato. La presenza in quel nodo di generazione inverter-based (cioè fotovoltaica o eolica) viene indicata come elemento rilevante nell’origine della perturbazione e nella sua capacità di propagarsi nella rete elettrica. Gli operatori di rete, per smorzare l’oscillazione, intervengono con misure standard. Le oscillazioni vengono attenuate, ma si produce un aumento della tensione che rende fragile la rete. Alle 12.32 si osserva un rapido aumento della tensione su larga scala. Entso-E afferma che parte rilevante della generazione rinnovabile operava con fattore di potenza fisso (cioè senza risposta dinamica alle variazioni di tensione). Si aggrava anche lo squilibrio sull’energia reattiva.
La Spagna non prevedeva regole esplicite per i produttori sulla fornitura di potenza reattiva. Non erano inoltre previste conseguenze economiche in caso di mancato rispetto dei requisiti relativi al controllo della tensione. L’aumento della tensione delle 12.32 ha attivato le protezioni degli inverter distribuiti. A quel punto, nel giro di pochi secondi si verifica una perdita di capacità produttiva accompagnata da una sequenza di disconnessioni a cascata. Tutto si spegne. Il sistema elettrico spagnolo a quella data è coerente con le scelte politiche. Priorità politica in Spagna è l’ottimizzazione del prezzo spot e non la robustezza operativa. I costi della stabilità non sono pienamente incorporati nel sistema elettrico spagnolo e questo riduce la capacità di risposta in condizioni di stress. Intanto, ieri è stata annunciata la visita di Sánchez in Cina dal 13 al 15 aprile.
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Il campo profughi Rohingya a Cox's Bazar, in Bangladesh (Getty Images)
Negli ultimi anni, la rotta migratoria che collega il Bangladesh all’Europa attraverso la Libia ha assunto una rilevanza crescente, anche per l’Italia. Il recente rapporto del Mixed Migration Centre mette in luce un fenomeno strutturato, non episodico, fatto di reti organizzate, traffici illegali e vulnerabilità sistemiche, con costi che vanno dai 10.000 ai 20.000 euro per migrante clandestino.
Secondo il report, migliaia di cittadini bengalesi intraprendono ogni anno viaggi irregolari estremamente pericolosi, spesso passando attraverso il Medio Oriente e il Nord Africa prima di arrivare sulle coste italiane. Si tratta di una migrazione spinta da fattori economici, ma gestita da circuiti criminali transnazionali che operano con logiche sempre più sofisticate. Quasi un terzo degli arrivi dalla Libia lo scorso anno era composto da cittadini bengalesi.
«Il Bangladesh è un Paese che si trova in una fase molto delicata. Con oltre 150 milioni di musulmani, il golpe contro Sheikh Hasina e la cosiddetta «rivoluzione studentesca» hanno riportato potere a movimenti islamici come Jamaat-e-Islami», afferma Vas Shenoy, autore del libro I semi dell’odio, che documenta la presenza di gruppi estremisti in Bangladesh. «Molti di questi migranti partono per motivi economici, ma altri vengono finanziati da reti estremiste, legate alla Fratellanza, che considerano la conquista dell’Occidente come un processo demografico e teologico», aggiunge.
Il punto critico, tuttavia, non è solo umanitario o economico. È anche di sicurezza.
Quando i flussi migratori diventano opachi e difficili da tracciare, si crea uno spazio grigio in cui non è più possibile distinguere con chiarezza tra chi cerca opportunità e chi può essere strumentalizzato da reti illegali o ideologiche. Non si tratta di criminalizzare la migrazione in sé, ma di riconoscere che l’assenza di controllo genera vulnerabilità.
Il rapporto evidenzia come molti migranti lungo questa rotta siano esposti a violenze, detenzione arbitraria e sfruttamento. Queste condizioni non producono integrazione, ma frustrazione. E la frustrazione, in contesti marginali e non governati, può diventare terreno fertile per forme di radicalizzazione.
È qui che il tema si intreccia con una riflessione più ampia, che Shenoy affronta nel suo libro I semi dell’odio. In uno dei passaggi più significativi, l’autore osserva che «l’estremismo non nasce nel vuoto, ma cresce dove lo Stato arretra e le identità si radicalizzano in assenza di alternative credibili». Inoltre, sottolinea che, sebbene il Bangladesh Nationalist Party (BNP) abbia vinto le elezioni di febbraio, in passato BNP e Jamaat erano alleati. Non è irrilevante, aggiunge, che Jamaat abbia ottenuto risultati significativi nei distretti lungo la frontiera indiana.
Questa osservazione aiuta a spostare il dibattito. Il problema non è solo l’origine geografica dei migranti, ma le condizioni sistemiche in cui vengono inseriti. Flussi non regolati, integrazione debole, assenza di controllo territoriale e sociale. È in questo contesto che possono emergere dinamiche pericolose.
L’Italia si trova in una posizione particolarmente delicata. È uno dei principali punti di ingresso in Europa, ma spesso non dispone degli strumenti adeguati per gestire flussi complessi e in crescita, né della preparazione culturale e sociale necessaria per affrontare fenomeni di radicalizzazione. Il risultato è una gestione emergenziale, più che strutturale.
Nel frattempo, le reti che organizzano questi movimenti si rafforzano. Non sono più semplici trafficanti, ma attori transnazionali che operano sfruttando lacune normative e differenze nei sistemi di controllo.
Ignorare il possibile legame tra migrazione irregolare e rischio di infiltrazioni estremiste sarebbe un errore. Ma lo sarebbe altrettanto affrontare il tema in modo ideologico o semplificato.
Serve una terza via. Più controllo, più cooperazione internazionale, più capacità di integrazione reale.
Il rapporto del Mixed Migration Centre non lancia un allarme ideologico, ma operativo. Riguarda la capacità degli Stati europei, Italia in primis, di governare fenomeni complessi prima che diventino ingestibili.
Perché, come suggerisce Shenoy, i «semi dell’odio» non si piantano da soli. Crescono dove nessuno guarda.
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