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2025-12-18
Trump tira dritto contro Maduro: stop alle petroliere «Siete circondati»
Donald Trump (Ansa)
Il regime di Caracas, dal canto suo, ha replicato duramente alle parole di Trump, bollandole come «minacce guerrafondaie». Nel frattempo, il governo di Maduro ha stracciato i contratti sul gas naturale sottoscritti con la Repubblica di Trinidad e Tobago, accusando quest’ultima di aver assistito gli Usa nel recente sequestro di una petroliera al largo del Venezuela. Come che sia, dopo l’annuncio del blocco da parte dell’inquilino della Casa Bianca, il Brent è salito del 2,4%, mentre il Wti del 2,6%.
Ora, non è un mistero che l’amministrazione Trump abbia da tempo accusato Maduro di essere coinvolto in attività di narcotraffico perpetrate ai danni degli Stati Uniti. È innanzitutto in quest’ottica che, a partire da settembre, il Pentagono ha effettuato vari attacchi, in area caraibica, contro barche sospettate di trafficare droga. Washington ha anche schierato undici navi da guerra al largo del Venezuela, mentre l’amministrazione americana sta da settimane prendendo in considerazione l’eventualità di attacchi militari direttamente sul territorio del Paese latinoamericano. Inoltre, la settimana scorsa, Washington ha sequestrato una petroliera venezuelana, mettendone altre sei sotto sanzioni. In tutto questo, sono mesi che Trump invoca le dimissioni di Maduro: un Maduro che, secondo quanto rivelato alcune settimane fa dal Washington Post, avrebbe recentemente cercato di ottenere materiale bellico da Cina, Russia e Iran.
E qui veniamo al lato geopolitico della faccenda. Sì, perché l’obiettivo del presidente americano non si ferma alla pur cruciale questione del traffico di droga. Per capirlo, dobbiamo tornare alla strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato a inizio dicembre. «Vogliamo garantire che l’Emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e sufficientemente ben governato da prevenire e scoraggiare la migrazione di massa verso gli Stati Uniti; vogliamo un emisfero i cui governi cooperino con noi contro narcoterroristi, cartelli e altre organizzazioni criminali transnazionali; vogliamo un emisfero che rimanga libero da incursioni straniere ostili», si legge nel documento, che prosegue: «In altre parole, affermeremo e applicheremo un “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe».
Insomma, il presidente americano vuole rafforzare l’influenza statunitense sull’Emisfero occidentale non soltanto per contrastare il narcotraffico e l’immigrazione illegale, ma anche per arginare «incursioni straniere ostili»: un riferimento implicito, ma abbastanza chiaro, alla Cina, che ha nel regime di Maduro uno dei propri punti di riferimento in America Latina. D’altronde, è proprio Pechino a risultare il principale acquirente di petrolio venezuelano. In altre parole, aumentando la pressione su Caracas, Trump mira indirettamente a colpire la Cina. E lancia al contempo un monito a quei Paesi latinoamericani che, agli occhi della Casa Bianca, intrattengono legami troppo stretti con il Dragone.
Sotto questo aspetto, è interessante una recente analisi della Bbc, secondo cui, al netto delle dichiarazioni di facciata, né Pechino né Mosca si starebbero concretamente impegnando per sostenere Caracas nel suo duello con Washington. Se ciò fosse confermato, significherebbe che Cina e Russia starebbero riconsiderando il proprio ruolo in America Latina alla luce della riedizione della Dottrina Monroe promossa da Trump. Tra l’altro, vari Paesi della regione si stanno spostando elettoralmente a destra, avvicinandosi all’attuale amministrazione statunitense: l’ultimo, in ordine di tempo, è stato il Cile, dove, al ballottaggio presidenziale di domenica, ha trionfato il candidato conservatore José Antonio Kast.
È quindi all’interno di queste complesse dinamiche geopolitiche che va inserita la crisi in atto tra Washington e Caracas: un dossier che, per Trump, ha anche delle ricadute di politica interna. Secondo alcuni parlamentari statunitensi, l’inquilino della Casa Bianca non avrebbe l’autorità per agire militarmente nei Caraibi senza l’autorizzazione del Congresso. Trump, dal canto suo, si sta opponendo a questa interpretazione del War Powers Act, facendo ricorso a un precedente: l’intervento bellico in Libia, ordinato da Barack Obama nel 2011, che avvenne senza l’ok del potere legislativo.
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Il presidente Usa insiste con la Dottrina Monroe e minaccia Caracas: «Devono restituire tutto quello che ci hanno rubato».Il presidente americano Donald Trump tira dritto con la riedizione della Dottrina Monroe. Ha infatti annunciato un «blocco totale e completo» delle petroliere sanzionate in entrata o in uscita dal Venezuela.«Il Venezuela è completamente circondato dalla più grande flotta mai radunata nella storia del Sudamerica. Non farà che aumentare, e lo choc per loro sarà come mai prima d’ora, almeno fino a quando non restituiranno agli Usa tutto il petrolio, la terra e gli altri beni che ci hanno precedentemente rubato», ha dichiarato su Truth l’inquilino della Casa Bianca, riferendosi verosimilmente agli espropri attuati da Hugo Chávez nel 2007. «L’illegittimo regime di Nicolás Maduro sta usando il petrolio di questi giacimenti rubati per finanziare sé stesso, il terrorismo della droga, il traffico di esseri umani, gli omicidi e i rapimenti», ha proseguito, per poi aggiungere: «Il regime venezuelano è stato designato come organizzazione terroristica straniera: pertanto, oggi ordino un blocco totale e completo di tutte le petroliere sanzionate che entrano ed escono dal Venezuela».Il regime di Caracas, dal canto suo, ha replicato duramente alle parole di Trump, bollandole come «minacce guerrafondaie». Nel frattempo, il governo di Maduro ha stracciato i contratti sul gas naturale sottoscritti con la Repubblica di Trinidad e Tobago, accusando quest’ultima di aver assistito gli Usa nel recente sequestro di una petroliera al largo del Venezuela. Come che sia, dopo l’annuncio del blocco da parte dell’inquilino della Casa Bianca, il Brent è salito del 2,4%, mentre il Wti del 2,6%.Ora, non è un mistero che l’amministrazione Trump abbia da tempo accusato Maduro di essere coinvolto in attività di narcotraffico perpetrate ai danni degli Stati Uniti. È innanzitutto in quest’ottica che, a partire da settembre, il Pentagono ha effettuato vari attacchi, in area caraibica, contro barche sospettate di trafficare droga. Washington ha anche schierato undici navi da guerra al largo del Venezuela, mentre l’amministrazione americana sta da settimane prendendo in considerazione l’eventualità di attacchi militari direttamente sul territorio del Paese latinoamericano. Inoltre, la settimana scorsa, Washington ha sequestrato una petroliera venezuelana, mettendone altre sei sotto sanzioni. In tutto questo, sono mesi che Trump invoca le dimissioni di Maduro: un Maduro che, secondo quanto rivelato alcune settimane fa dal Washington Post, avrebbe recentemente cercato di ottenere materiale bellico da Cina, Russia e Iran.E qui veniamo al lato geopolitico della faccenda. Sì, perché l’obiettivo del presidente americano non si ferma alla pur cruciale questione del traffico di droga. Per capirlo, dobbiamo tornare alla strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato a inizio dicembre. «Vogliamo garantire che l’Emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e sufficientemente ben governato da prevenire e scoraggiare la migrazione di massa verso gli Stati Uniti; vogliamo un emisfero i cui governi cooperino con noi contro narcoterroristi, cartelli e altre organizzazioni criminali transnazionali; vogliamo un emisfero che rimanga libero da incursioni straniere ostili», si legge nel documento, che prosegue: «In altre parole, affermeremo e applicheremo un “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe».Insomma, il presidente americano vuole rafforzare l’influenza statunitense sull’Emisfero occidentale non soltanto per contrastare il narcotraffico e l’immigrazione illegale, ma anche per arginare «incursioni straniere ostili»: un riferimento implicito, ma abbastanza chiaro, alla Cina, che ha nel regime di Maduro uno dei propri punti di riferimento in America Latina. D’altronde, è proprio Pechino a risultare il principale acquirente di petrolio venezuelano. In altre parole, aumentando la pressione su Caracas, Trump mira indirettamente a colpire la Cina. E lancia al contempo un monito a quei Paesi latinoamericani che, agli occhi della Casa Bianca, intrattengono legami troppo stretti con il Dragone.Sotto questo aspetto, è interessante una recente analisi della Bbc, secondo cui, al netto delle dichiarazioni di facciata, né Pechino né Mosca si starebbero concretamente impegnando per sostenere Caracas nel suo duello con Washington. Se ciò fosse confermato, significherebbe che Cina e Russia starebbero riconsiderando il proprio ruolo in America Latina alla luce della riedizione della Dottrina Monroe promossa da Trump. Tra l’altro, vari Paesi della regione si stanno spostando elettoralmente a destra, avvicinandosi all’attuale amministrazione statunitense: l’ultimo, in ordine di tempo, è stato il Cile, dove, al ballottaggio presidenziale di domenica, ha trionfato il candidato conservatore José Antonio Kast.È quindi all’interno di queste complesse dinamiche geopolitiche che va inserita la crisi in atto tra Washington e Caracas: un dossier che, per Trump, ha anche delle ricadute di politica interna. Secondo alcuni parlamentari statunitensi, l’inquilino della Casa Bianca non avrebbe l’autorità per agire militarmente nei Caraibi senza l’autorizzazione del Congresso. Trump, dal canto suo, si sta opponendo a questa interpretazione del War Powers Act, facendo ricorso a un precedente: l’intervento bellico in Libia, ordinato da Barack Obama nel 2011, che avvenne senza l’ok del potere legislativo.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.