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2018-09-11
L’eredità della sinistra sui rimpatri: nessun accordo con i Paesi africani
Ansa
Marco Minniti, alla festa dell'Unità di Milano, ridacchiava soddisfatto. Gli hanno chiesto un commento sulla frase di Matteo Salvini secondo cui, per rimpatriare tutti gli immigrati che abbiamo qui, ci vorranno 80 anni. «Se n'accorto…», ha ghignato Minniti. Ha poco da ridere, però. Perché il quadro dipinto da Salvini, purtroppo, è realistico, ma la responsabilità non è certo dell'attuale ministro dell'Interno. «Stiamo lavorando per fare quello che in 20 anni non si è fatto: accordi di espulsione e rimpatrio assistito con tutti i Paesi di provenienza», ha detto Salvini domenica. I Paesi di provenienza in questione (con cui il ministro vuole siglare patti «entro l'autunno») sono Senegal, Pakistan, Sudan, Bangladesh, Eritrea, Mali, Costa d'Avorio, Niger, Gambia. Stati con i quali , ad oggi, non ci sono accordi di alcun tipo. Sembra incredibile, ma è la realtà.
Attualmente, la lista degli «accordi di riammissione» con i cosiddetti Paesi terzi (cioè quelli extra Unione europea) è quasi ridicola. Abbiamo firmato patti con Albania (in vigore dal 1998); Algeria (2006); Bosnia Erzegovina (2007); Egitto (2008); Filippine (2005); Georgia (1997); Kosovo (2015); Macedonia (1997); Marocco (1998); Moldova (2004); Nigeria (2011); Sri Lanka 2001) e Tunisia (1999). Di questi, come ha detto Salvini, «l'unico che funziona è con la Tunisia, ne rimpatriamo 80 a settimana ma anche se ne espelliamo 100 ci mettiamo 80 anni. Da lì ne sono arrivati più di 4.000 e non c'è guerra, carestia, peste e non si capisce perché». Anche quello con la Nigeria, in verità, qualche frutto lo porta, ma stiamo parlando di cifre bassissime.
Scorrendo la lista, due dati colpiscono particolarmente. Il primo è che mancano praticamente tutti i Paesi di provenienza dei migranti. Al 31 agosto scorso, infatti, sono sbarcate qui 20.001 persone. Di queste, 3.729 provenivano dalla Tunisia. 3.027, invece, arrivavano dall'Eritrea. Seguivano poi: Sudan (1.595); Nigeria (1.248); Pakistan (1.237); Iraq (1.150); Costa d'avorio (1.047); Mali (875); Algeria (840) e Guinea (809). Noi abbiamo firmato patti solo con Tunisia e Algeria. Esistono, poi, alcuni accordi a livello europeo conclusi dall'Ue tramite il nostro Paese. Ci sono trattati con Armenia, Arzebaijan, Capo Verde, Hongk Kong, Macao, Montenegro, Russia, Serbia, Sri Lanka, Turchia, Ucraina.
L'altro dato che sorprende riguarda le tempistiche. L'accordo più recente con i «Paesi terzi», stando ai dati del Viminale, è stato firmato nel 2014 ed è quello con il Kosovo. Il secondo più recente è quello con la Nigeria, firmato addirittura nel 2000 ma entrato in vigore nel 2011. Quanto agli accordi e protocolli bilaterali firmati dalla Ue per nostro tramite, il più recente è quello con la Turchia (2013). L'anno scorso è stato concluso anche un protocollo bilaterale con la Bosnia Erzegovina, ma con quel Paese esistevano già accordi risalenti al 2007.
Sapete che cosa significa? Che, per lo meno dal 2011 a oggi, nessun governo si è premurato di stringere intese con i Paesi africani. Quando i flussi migratori sono esplosi, diciamo dal 2014 in avanti, gli esecutivi a trazione sinistra hanno trovato un solo modo per risolvere la faccenda: attendere gli ordini dell'Ue e far entrare tutti. Di accordi con gli Stati africani per i rimpatri nemmeno l'ombra. Lo stesso Marco Minniti, che pure si è molto vantato del suo approccio securitario, si è limitato a qualche traballante accordicchio con le tribù libiche. Per il resto, ci sono alcune intese siglate dalle nostre forze di Polizia con Stati come Gambia, Costa d'Avorio e Senegal, ma si tratta di accordi tecnici e non di veri e propri accordi di riammissione.
Viene da chiedersi, dunque, che cosa abbia da ridere Minniti. Se oggi ci troviamo nelle pesti, la responsabilità è anche sua. Non solo, ovviamente, ma anche. I dati suoi rimpatri, come ovvio, sono sconfortanti, ma qualche miglioramento in realtà si vede.
Il rimpatrio forzato di un immigrato avviene mediante volo charter o volo commerciale e in pochissimi casi tramite navi di linea. Nel 2016 sono state effettuate 942 operazioni di rimpatrio (62 tramite voli charter), per un totale di 2.749 stranieri rimandati in dietro. Nel 2017, le operazioni sono state 1.264 (di cui 79 tramite charter), per un totale di 3.695 stranieri rispediti a casa. Al 7 settembre di quest'anno, siamo a quota 883 operazioni, di cui 51 mediante voli charter. Gli stranieri rimpatriati sono stati 2.328 stranieri. Un buon numero, nonostante tutto.
Quando si parla di rimpatri, tuttavia, tocca sempre affrontare il capitolo costi. Rimandare indietro un migrante con un volo di linea è molto costoso, poiché bisogna pagare i biglietti degli stranieri più quelli della scorta di polizia (almeno 2 uomini). Il costo dei charter, invece, è minore. Entro la soglia dei 135.000 euro di spesa - dopo una gara fra 7 operatori privati diversi - è lo Stato italiano a pagare il volo. Nel 2016 si sono spesi 3.785.029,49 euro. Nel 2017 ben 10.506.544 euro. Nel 2017 siamo a 3.497.771,23 euro. Se il costo del volo supera i 135.000 euro, a pagare è Frontex, l'agenzia di frontiera europea. In ogni caso, fino ad oggi il servizio charter per i rimpatri è utilizzabile solo verso Egitto, Georgia, Nigeria e Tunisia. In un caso, nel 2016, è stato sfruttato anche per rimpatriare 40 sudanesi, per decisione dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli. Tuttavia alcune associazioni hanno presentato ricorso alla Corte Ue, e hanno ottenuto ragione (insomma, si è trattato di un pasticcio). Ecco, questa è la situazione che l'attuale governo ha ereditato: in materia di accordi, il nulla quasi totale. E c'è pure chi ha il coraggio di riderci sopra.
Francesco Borgonovo
Bombe a Tripoli, Moavero da Haftar
Situazione incandescente in Libia. Ieri mattina, un commando di sei uomini ha attaccato la sede centrale della compagnia petrolifera libica, la National Oil Corporation, a Tripoli. Dopo aver ucciso due uomini della sicurezza, i sei assaltatori si sono introdotti nell'edificio con indosso cariche esplosive. Le Forze speciali di deterrenza hanno circondato la sede della Noc, e hanno ripreso dopo alcune ore il controllo della situazione. Tutti e sei i componenti del commando, di origine africana, sono morti: stando ad alcune fonti, almeno due di loro si sarebbero fatti saltare in aria. La Commissione per i feriti del governo di accordo nazionale ha riferito un bilancio di tre morti e 18 feriti, tutti civili, oltre agli aggressori. L'assalto ha rinfocolato le polemiche tra il governo di accordo nazionale, guidato da Fayez Al Sarraj, e ribelli della Settima Brigata. Sarraj ha accusato l'Isis e ha dato la responsabilità dell'assalto anche ai ribelli: «I terroristi», recita un comunicato del governo guidato da Sarraj, «hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli per compiere l'attentato. Occorre serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo». Opposta la valutazione dei ribelli. «L'attacco al quartier generale della compagnia petrolifera nazionale», ha dichiarato un portavoce della Settima Brigata, «è la dimostrazione che le milizie che ottengono ingenti fondi tramite le estorsioni al governo, non sono in grado di proteggere i cittadini e le istituzioni dello Stato. Il cittadino continuerà a pagare il prezzo del caos fino a quando le istituzioni non saranno in grado di svolgere il proprio ruolo». La sede della Noc, presa di mira ieri, si trova a poche centinaia di metri di distanza dal quartier generale di Fayez Al Sarraj. Il presidente, sostenuto dalle Nazioni Unite, si trova in una situazione di estrema precarietà. Fino ad ora, Sarraj ha potuto contare sul sostegno pieno del governo italiano, ma anche questa certezza barcolla. Ieri, a sorpresa, il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, è volato a Bengasi, dove ha incontrato il generale Khalifa Haftar, ras della Cirenaica e principale oppositore di Sarraj. Haftar è alleato di ferro della Francia di Emmanuel Macron, ma anche del presidente russo, Vladimir Putin. Il colloquio tra Moavero Milanesi e Haftar, ha fatto sapere la Farnesina, «è stato lungo e cordiale, e ha rilanciato lo stretto rapporto con l'Italia, in un clima di consolidata fiducia. Vi è stata ampia convergenza per un'intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile. Dal canto suo Haftar ha espresso al ministro Moavero il suo apprezzamento per l'impegno di politica estera dell'Italia, ritenuto imprescindibile per la Libia, grazie anche alle svariate e articolate iniziative e proposte che lo caratterizzano». Moavero Milanesi e Haftar hanno anche discusso della Conferenza internazionale sulla Libia che, si svolgerà in Italia a novembre.
Carlo Tarallo
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Espellere gli immigrati è quasi impossibile perché mancano i patti con i principali Stati di partenza: Eritrea, Niger, Gambia. Marco Minniti intrecciò fragili rapporti con alcune tribù libiche. Matteo Salvini: «Prime intese entro l'autunno».Bombe a Tripoli, Enzo Moavero Milanesi da Khalifa Haftar. Attacco kamikaze contro la National oil corporation, otto morti. Fayez Al Serraj accusa l'Isis. Il ministro a Bengasi dal generale che controlla la Cirenaica: «Parlato di pace». Lo speciale contiene due articoli.Marco Minniti, alla festa dell'Unità di Milano, ridacchiava soddisfatto. Gli hanno chiesto un commento sulla frase di Matteo Salvini secondo cui, per rimpatriare tutti gli immigrati che abbiamo qui, ci vorranno 80 anni. «Se n'accorto…», ha ghignato Minniti. Ha poco da ridere, però. Perché il quadro dipinto da Salvini, purtroppo, è realistico, ma la responsabilità non è certo dell'attuale ministro dell'Interno. «Stiamo lavorando per fare quello che in 20 anni non si è fatto: accordi di espulsione e rimpatrio assistito con tutti i Paesi di provenienza», ha detto Salvini domenica. I Paesi di provenienza in questione (con cui il ministro vuole siglare patti «entro l'autunno») sono Senegal, Pakistan, Sudan, Bangladesh, Eritrea, Mali, Costa d'Avorio, Niger, Gambia. Stati con i quali , ad oggi, non ci sono accordi di alcun tipo. Sembra incredibile, ma è la realtà. Attualmente, la lista degli «accordi di riammissione» con i cosiddetti Paesi terzi (cioè quelli extra Unione europea) è quasi ridicola. Abbiamo firmato patti con Albania (in vigore dal 1998); Algeria (2006); Bosnia Erzegovina (2007); Egitto (2008); Filippine (2005); Georgia (1997); Kosovo (2015); Macedonia (1997); Marocco (1998); Moldova (2004); Nigeria (2011); Sri Lanka 2001) e Tunisia (1999). Di questi, come ha detto Salvini, «l'unico che funziona è con la Tunisia, ne rimpatriamo 80 a settimana ma anche se ne espelliamo 100 ci mettiamo 80 anni. Da lì ne sono arrivati più di 4.000 e non c'è guerra, carestia, peste e non si capisce perché». Anche quello con la Nigeria, in verità, qualche frutto lo porta, ma stiamo parlando di cifre bassissime. Scorrendo la lista, due dati colpiscono particolarmente. Il primo è che mancano praticamente tutti i Paesi di provenienza dei migranti. Al 31 agosto scorso, infatti, sono sbarcate qui 20.001 persone. Di queste, 3.729 provenivano dalla Tunisia. 3.027, invece, arrivavano dall'Eritrea. Seguivano poi: Sudan (1.595); Nigeria (1.248); Pakistan (1.237); Iraq (1.150); Costa d'avorio (1.047); Mali (875); Algeria (840) e Guinea (809). Noi abbiamo firmato patti solo con Tunisia e Algeria. Esistono, poi, alcuni accordi a livello europeo conclusi dall'Ue tramite il nostro Paese. Ci sono trattati con Armenia, Arzebaijan, Capo Verde, Hongk Kong, Macao, Montenegro, Russia, Serbia, Sri Lanka, Turchia, Ucraina. L'altro dato che sorprende riguarda le tempistiche. L'accordo più recente con i «Paesi terzi», stando ai dati del Viminale, è stato firmato nel 2014 ed è quello con il Kosovo. Il secondo più recente è quello con la Nigeria, firmato addirittura nel 2000 ma entrato in vigore nel 2011. Quanto agli accordi e protocolli bilaterali firmati dalla Ue per nostro tramite, il più recente è quello con la Turchia (2013). L'anno scorso è stato concluso anche un protocollo bilaterale con la Bosnia Erzegovina, ma con quel Paese esistevano già accordi risalenti al 2007. Sapete che cosa significa? Che, per lo meno dal 2011 a oggi, nessun governo si è premurato di stringere intese con i Paesi africani. Quando i flussi migratori sono esplosi, diciamo dal 2014 in avanti, gli esecutivi a trazione sinistra hanno trovato un solo modo per risolvere la faccenda: attendere gli ordini dell'Ue e far entrare tutti. Di accordi con gli Stati africani per i rimpatri nemmeno l'ombra. Lo stesso Marco Minniti, che pure si è molto vantato del suo approccio securitario, si è limitato a qualche traballante accordicchio con le tribù libiche. Per il resto, ci sono alcune intese siglate dalle nostre forze di Polizia con Stati come Gambia, Costa d'Avorio e Senegal, ma si tratta di accordi tecnici e non di veri e propri accordi di riammissione. Viene da chiedersi, dunque, che cosa abbia da ridere Minniti. Se oggi ci troviamo nelle pesti, la responsabilità è anche sua. Non solo, ovviamente, ma anche. I dati suoi rimpatri, come ovvio, sono sconfortanti, ma qualche miglioramento in realtà si vede. Il rimpatrio forzato di un immigrato avviene mediante volo charter o volo commerciale e in pochissimi casi tramite navi di linea. Nel 2016 sono state effettuate 942 operazioni di rimpatrio (62 tramite voli charter), per un totale di 2.749 stranieri rimandati in dietro. Nel 2017, le operazioni sono state 1.264 (di cui 79 tramite charter), per un totale di 3.695 stranieri rispediti a casa. Al 7 settembre di quest'anno, siamo a quota 883 operazioni, di cui 51 mediante voli charter. Gli stranieri rimpatriati sono stati 2.328 stranieri. Un buon numero, nonostante tutto. Quando si parla di rimpatri, tuttavia, tocca sempre affrontare il capitolo costi. Rimandare indietro un migrante con un volo di linea è molto costoso, poiché bisogna pagare i biglietti degli stranieri più quelli della scorta di polizia (almeno 2 uomini). Il costo dei charter, invece, è minore. Entro la soglia dei 135.000 euro di spesa - dopo una gara fra 7 operatori privati diversi - è lo Stato italiano a pagare il volo. Nel 2016 si sono spesi 3.785.029,49 euro. Nel 2017 ben 10.506.544 euro. Nel 2017 siamo a 3.497.771,23 euro. Se il costo del volo supera i 135.000 euro, a pagare è Frontex, l'agenzia di frontiera europea. In ogni caso, fino ad oggi il servizio charter per i rimpatri è utilizzabile solo verso Egitto, Georgia, Nigeria e Tunisia. In un caso, nel 2016, è stato sfruttato anche per rimpatriare 40 sudanesi, per decisione dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli. Tuttavia alcune associazioni hanno presentato ricorso alla Corte Ue, e hanno ottenuto ragione (insomma, si è trattato di un pasticcio). Ecco, questa è la situazione che l'attuale governo ha ereditato: in materia di accordi, il nulla quasi totale. E c'è pure chi ha il coraggio di riderci sopra. 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Tutti e sei i componenti del commando, di origine africana, sono morti: stando ad alcune fonti, almeno due di loro si sarebbero fatti saltare in aria. La Commissione per i feriti del governo di accordo nazionale ha riferito un bilancio di tre morti e 18 feriti, tutti civili, oltre agli aggressori. L'assalto ha rinfocolato le polemiche tra il governo di accordo nazionale, guidato da Fayez Al Sarraj, e ribelli della Settima Brigata. Sarraj ha accusato l'Isis e ha dato la responsabilità dell'assalto anche ai ribelli: «I terroristi», recita un comunicato del governo guidato da Sarraj, «hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli per compiere l'attentato. Occorre serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo». Opposta la valutazione dei ribelli. «L'attacco al quartier generale della compagnia petrolifera nazionale», ha dichiarato un portavoce della Settima Brigata, «è la dimostrazione che le milizie che ottengono ingenti fondi tramite le estorsioni al governo, non sono in grado di proteggere i cittadini e le istituzioni dello Stato. Il cittadino continuerà a pagare il prezzo del caos fino a quando le istituzioni non saranno in grado di svolgere il proprio ruolo». La sede della Noc, presa di mira ieri, si trova a poche centinaia di metri di distanza dal quartier generale di Fayez Al Sarraj. Il presidente, sostenuto dalle Nazioni Unite, si trova in una situazione di estrema precarietà. Fino ad ora, Sarraj ha potuto contare sul sostegno pieno del governo italiano, ma anche questa certezza barcolla. Ieri, a sorpresa, il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, è volato a Bengasi, dove ha incontrato il generale Khalifa Haftar, ras della Cirenaica e principale oppositore di Sarraj. Haftar è alleato di ferro della Francia di Emmanuel Macron, ma anche del presidente russo, Vladimir Putin. Il colloquio tra Moavero Milanesi e Haftar, ha fatto sapere la Farnesina, «è stato lungo e cordiale, e ha rilanciato lo stretto rapporto con l'Italia, in un clima di consolidata fiducia. Vi è stata ampia convergenza per un'intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile. Dal canto suo Haftar ha espresso al ministro Moavero il suo apprezzamento per l'impegno di politica estera dell'Italia, ritenuto imprescindibile per la Libia, grazie anche alle svariate e articolate iniziative e proposte che lo caratterizzano». Moavero Milanesi e Haftar hanno anche discusso della Conferenza internazionale sulla Libia che, si svolgerà in Italia a novembre. Carlo Tarallo
Simone Venturini, nuovo sindaco di Venezia (Ansa)
Sindaco Simone Veturini, una grande vittoria al primo turno se la aspettava?
«Mi aspettavo che il centrodestra avrebbe vinto, ma non in queste dimensioni, soprattutto mi ha stupito il risultato della mia lista. Sapevo però che i sondaggi che faceva girare il centrosinistra che ci davano perdenti senza chances di vittoria non erano aderenti alla realtà. Io sentivo altro girando per la città, parlando con le persone. Infatti, poi i risultati hanno dimostrato che quello che sentivo era vero».
Lei quindi in campagna elettorale aveva capito che tutti i dibattiti e le polemiche cresciute intorno alla Biennale e alla Fenice non stavano influenzando il voto in alcun modo?
«Sentivo che i veneziani volevano scegliere un sindaco vicino a loro, simile a loro, figlio di questa città, che la conoscesse, che avesse esperienza di governo qui, ed effettivamente così poi è stato. L’altro candidato invece era un profilo completamente diverso dal mio».
Per quanto riguarda gli stranieri, ha detto che hanno votato per lei alla fine. Perché?
«Non c’è stato un voto monolitico degli stranieri per il Pd solo perché ha candidato dei bengalesi. Loro speravano che con questa operazione avrebbero ottenuto i 3.000 voti dei bengalesi. Un’operazione semplicistica che evidentemente non ha funzionato e anche offensiva per l’intelligenza delle persone. La cosa che mi ha inquietato di più è stata questa sorta di accordo elettorale che non mi è chiaro in cosa consistesse. Prendiamo i vostri voti e poi? Cosa avrebbero dato in cambio? Questi aspetti non sono mai stati chiariti, nonostante io abbia incalzato il mio avversario più volte su questo punto».
Il centrodestra cosa offre invece agli stranieri?
«Integrazione, che secondo me presuppone la volontà delle persone di voler aderire ai principi, al nostro modo di vivere. Altrimenti non si può parlare di integrazione, ma di creazione di un sottoinsieme di persone che vivono separatamente con regole diverse. Oggi la comunità bengalese ha ancora molta strada da fare in tal senso. L’operazione del Pd, per altro, non ha fatto che acuire tensioni e non ha fatto un regalo al processo di integrazione della città, anzi lo ha danneggiato. Molti voti li avranno ottenuti, ma evidentemente ne hanno persi altrettanti perché l’elettorato ha capito l’operazione e si è sentito preso in giro. Tutti, come me, si sono chiesti: cosa ha barattato il Pd in cambio di questi voti? Ha barattato sui diritti delle donne? Ha offerto nuove moschee in cambio? Qual era la contropartita? E su questo secondo me non hanno ricevuto risposte».
Esiste un tema sulla città di Mestre: insicurezza, degrado. Che piani ha?
«Io prevedo una realizzazione di una mappa delle opportunità come le aree di sviluppo e riqualificazione, Progetti che possano partire velocemente grazie a una serie di investimenti da fare».
Pubblici o privati?
«Di privati, io non sono per fare solamente investimenti pubblici, perché non viviamo in un Paese socialista. Certo che questi investimenti vanno attirati».
E qual è la strategia?
«Prevedo la realizzazione di un board internazionale composto da personalità importanti che vivono a Venezia o che ci passano che, opportunamente motivate, potrebbero mettere al servizio della città una rete importante di relazioni capace di attirare grandi investitori».
Ha in mente una squadra per la sua giunta?
«Fra pochi giorni mi insedierò ufficialmente e sarò eletto ufficialmente. Poi mi incontrerò con le forze politiche della coalizione, sicuramente chiederò a tutti competenza e dedizione. Quindi chiederò una rosa di nomi e farò una valutazione che sarà molto incentrata sul merito».
Qual è la prima cosa che conta di fare appena insediato? Il primo atto politico.
«Sarò un sindaco presente sulla strada, conto di esserlo fin da subito anche nei quartieri difficili, sia per dare un segnale di attenzione sia per dimostrare la volontà di voler risolvere i problemi».
Sul piano della cultura quali sono i suoi progetti?
«Vorrei coordinare e mettere a terra una sorta di regia per coordinare tutte le realtà associative e fondazioni culturali che stanno nascendo. Rafforzare la sinergia con la Biennale che sta facendo un grandissimo lavoro e d’altra parte chiedere alla Fondazione musei civici di effettuare un grande investimento per i giovani che scelgono di vivere a Venezia per un periodo per produrre qui la loro creazione artistica».
Prima di lasciarla: qual è stato il più grave errore del centrosinistra in questa campagna elettorale?
«La tracotanza. Sono partiti con l’idea di essere superiori moralmente, convinti di vincere. E poi la scelta del candidato. Un nome calato dall’alto estraneo alla città».
E tutti quei big dei partiti nazionali secondo lei non hanno aiutato?
«Conte, Schlein e Fratoianni alla fine venendo a Venezia hanno aiutato me. Volevano entusiasmare i loro, ma la gente fuori dai partiti li ha guardati un po’ stralunata. Insomma, effetto opposto a quello desiderato».
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Imagoeconomica
Il suo estremismo religioso è diventato centrale nell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip l’ha privato della libertà. L’indagato, dopo aver gridato per anni «al lupo al lupo» in Germania, con falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere con riferimenti ad Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio e minacce deliranti che gli sono costati l’espulsione verso l’Italia, secondo il giudice avrebbe superato il confine della semplice provocazione entrando in contatto con ambienti capaci di accompagnarlo verso un possibile attentato. Un quadro molto cupo rispetto alla sua radicalizzazione viene segnalato il 26 dicembre 2023. Naggay è nel penitenziario di Adelsheim, in Germania. Parlando con un operatore della struttura, è riportato nel suo curriculum giudiziario, «aveva auspicato la morte per le persone omosessuali, ribadendo che presto il territorio tedesco sarebbe stato occupato dallo Stato islamico». In quello stesso episodio affermò «che era pronto a morire come martire». E anche che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le sue convinzioni religiose».
Ma c’è anche una frase che sembra uscita da un proclama jihadista: «In nome di Allah il misericordioso. Voglio solo mettervi in guardia, poiché così è scritto nel Corano. Che mettiate in guardia o no i miscredenti, essi non crederanno comunque a nulla». Infine, durante il colloquio con uno psicologo avrebbe manifestato «ammirazione per l’attentatore di Wurzburg (un somalo che il 25 giugno 2021 accoltellò passanti nel centro della città bavarese, provocando tre morti e diversi feriti, ndr)» e spiegato di voler uccidere gli infedeli. Per poi commentare: «Così si può essere grandi come Dio e raggiungere Dio». I tedeschi, a quel punto, gli hanno messo in mano un foglio di via. Lui è quindi tornato dai genitori a Montecchio Emilia. E dalla sua cameretta ha ricominciato a fantasticare. È finito in una chat di Telegram. Lì dentro un contatto (al momento non identificato) dal nome «ForDm» ha cominciato a prendergli le misure. Finché Naggay si propone per «un’operazione». Due parole che gli inquirenti traducono con «un attentato». Naggay in quella chat avrebbe cercato legittimazione, dimostrando di essere pronto. E annunciando: «Registrerò un video in cui confesserò di essere un sostenitore del Daesh». E un attimo dopo: «Organizzerò un’operazione con ostaggi per te». Il tono della conversazione cambia rapidamente. Si parla di soldi, di aiuti, di preparazione tecnica. Naggay chiede denaro: «Mi servono dei soldi». L’interlocutore continua a verificare quanto sia disposto ad andare avanti. A un certo punto usa una definizione che accende un campanello d’allarme: «Lupo solitario». La formula con cui il terrorismo jihadista definisce chi colpisce da solo, usando mezzi rudimentali: coltelli, auto o esplosivi artigianali. Solo un attimo prima l’uomo misterioso si era reso disponibile a fornire a Naggay «dei file su produzione di tossine» e a farlo «entrare» in un «gruppo specializzato». Secondo il gip, Naggay non è più il ragazzo che in Germania telefonava annunciando falsi attentati per vedere le stazioni evacuate e per finire sui giornali. Qui, scrive il giudice, emerge «la concreta disponibilità» dell’indagato «al compimento di atti terroristici». Tutta la conversazione si intreccia con i messaggi mandati alla madre solo poche ore prima del fermo: «Sto veramente male, chiama la polizia, vado a fare una cosa in centro con un coltello». A quel punto gli inquirenti l’hanno preso sul serio. E l’hanno fermato.
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Ansa
Non so quanti musulmani abbiano messo la croce sul nome di Andrea Martella, il senatore del Partito democratico che il campo largo aveva schierato per riuscire a conquistare il capoluogo veneto, strappandolo dopo 11 anni al centrodestra. Tuttavia, è evidente che la mossa non ha funzionato. Non soltanto perché a quanto pare non tutti gli stranieri hanno scelto di appoggiare l’ex funzionario del Pci ed ex sottosegretario del governo Conte, ma anche perché giocare la carta islamica probabilmente ha fatto scappare molti elettori, spingendoli a votare per il centrodestra.
Venezia da questo punto di vista si è rivelata un esperimento interessante. Infatti, per la prima volta abbiamo visto all’opera non soltanto il tentativo di utilizzare e strumentalizzare il voto degli stranieri, ma anche gli effetti che questo può avere sul resto dell’elettorato. I musulmani in Italia sono una delle comunità più consistenti e anche più organizzate che ci siano. Le ultime stime parlano di un milione e 700.000 persone e quasi l’80 per cento di queste ha la cittadinanza italiana. Un bacino di elettori enorme che fa gola alla sinistra, la quale infatti non perde occasione per abbracciarne la causa. Il gruppo più consistente è quello che ha nazionalità marocchina, poi seguono i bengalesi, i pakistani e gli albanesi. Ed è sulla seconda comunità, quella proveniente dal Bangladesh, che ha puntato il Pd, cercando di intercettare il voto degli immigrati che vivono a Mestre. Nel Comune di Venezia i musulmani sono circa 40.000 e di questi 12.000 sono bengalesi. In pratica, un residente su cinque.
Non ci vuole molto a capire che il Pd, candidando sette musulmani, strizzava l’occhio a costoro, nel tentativo di ingrossare i propri consensi. Purtroppo per Schlein e compagni il calcolo è risultato sbagliato, perché l’operazione non è stata a somma positiva. Forse il partito ha ottenuto il voto di una parte degli stranieri di origine bengalese, ma altri elettori si sono ben guardati dallo scegliere il campo largo. E anche a Venezia, come ormai capita in quasi tutte le città, il candidato della sinistra ha vinto nel centro della città, ma ha perso nelle aree più periferiche, confermando l’idea che i progressisti trionfano solo nelle Ztl, là dove abitano i radical chic che certo sono distanti dai problemi concreti del resto della popolazione.
Tuttavia, il risultato di Venezia, oltre a smentire la narrazione di una sinistra in grande ascesa, a proposito di Schlein e compagni ci fa capire perché insistano tanto sull’accoglienza. Essendo ormai da tempo in calo di consensi, sperano prima o poi di compensare con il voto degli stranieri ed è per questo che l’altro giorno il capogruppo del Pd Francesco Boccia se l’è presa con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, reo di aver detto che se gli italiani facessero più figli non ci sarebbe bisogno di immigrati.
Ma il gioco della sinistra, come si è visto a Venezia, oltre a essere perdente, è anche pericoloso. Infatti, ci sono comunità islamiche particolarmente chiuse e dove non di rado invece della legge del Paese che le ospita si applica la sharia. La Gran Bretagna insegna. Londra viene chiama Londonistan, a Birmingham la popolazione musulmana ha raggiunto il 30 per cento e non tutti sembrano convinti di essere sudditi di Sua Maestà, preferendo rispondere più alla legge di Allah che a quella del Regno Unito. In tal caso, se la storia si ripete in Italia, che si fa? È la domanda a cui i grandi strateghi del Pd non sanno rispondere. Parlano tanto di accoglienza, ma a dover accogliere le leggi del nostro Paese sono innanzitutto gli stranieri, ai quali prima di chiedere il voto bisognerebbe domandare di rispettare la Costituzione più della legge islamica.
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Stefano Zenni, musicologo jazz, ricorda Sonny Rollins, leggendario sassofonista scomparso a 95 anni e a poche ore dal centenario di Miles Davis. La sua inesauribile fantasia, unita a generose dosi di ironia e sarcasmo, lo ha reso un colosso assoluto dell’arte dell’improvvisazione.