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2018-09-11
L’eredità della sinistra sui rimpatri: nessun accordo con i Paesi africani
Ansa
Marco Minniti, alla festa dell'Unità di Milano, ridacchiava soddisfatto. Gli hanno chiesto un commento sulla frase di Matteo Salvini secondo cui, per rimpatriare tutti gli immigrati che abbiamo qui, ci vorranno 80 anni. «Se n'accorto…», ha ghignato Minniti. Ha poco da ridere, però. Perché il quadro dipinto da Salvini, purtroppo, è realistico, ma la responsabilità non è certo dell'attuale ministro dell'Interno. «Stiamo lavorando per fare quello che in 20 anni non si è fatto: accordi di espulsione e rimpatrio assistito con tutti i Paesi di provenienza», ha detto Salvini domenica. I Paesi di provenienza in questione (con cui il ministro vuole siglare patti «entro l'autunno») sono Senegal, Pakistan, Sudan, Bangladesh, Eritrea, Mali, Costa d'Avorio, Niger, Gambia. Stati con i quali , ad oggi, non ci sono accordi di alcun tipo. Sembra incredibile, ma è la realtà.
Attualmente, la lista degli «accordi di riammissione» con i cosiddetti Paesi terzi (cioè quelli extra Unione europea) è quasi ridicola. Abbiamo firmato patti con Albania (in vigore dal 1998); Algeria (2006); Bosnia Erzegovina (2007); Egitto (2008); Filippine (2005); Georgia (1997); Kosovo (2015); Macedonia (1997); Marocco (1998); Moldova (2004); Nigeria (2011); Sri Lanka 2001) e Tunisia (1999). Di questi, come ha detto Salvini, «l'unico che funziona è con la Tunisia, ne rimpatriamo 80 a settimana ma anche se ne espelliamo 100 ci mettiamo 80 anni. Da lì ne sono arrivati più di 4.000 e non c'è guerra, carestia, peste e non si capisce perché». Anche quello con la Nigeria, in verità, qualche frutto lo porta, ma stiamo parlando di cifre bassissime.
Scorrendo la lista, due dati colpiscono particolarmente. Il primo è che mancano praticamente tutti i Paesi di provenienza dei migranti. Al 31 agosto scorso, infatti, sono sbarcate qui 20.001 persone. Di queste, 3.729 provenivano dalla Tunisia. 3.027, invece, arrivavano dall'Eritrea. Seguivano poi: Sudan (1.595); Nigeria (1.248); Pakistan (1.237); Iraq (1.150); Costa d'avorio (1.047); Mali (875); Algeria (840) e Guinea (809). Noi abbiamo firmato patti solo con Tunisia e Algeria. Esistono, poi, alcuni accordi a livello europeo conclusi dall'Ue tramite il nostro Paese. Ci sono trattati con Armenia, Arzebaijan, Capo Verde, Hongk Kong, Macao, Montenegro, Russia, Serbia, Sri Lanka, Turchia, Ucraina.
L'altro dato che sorprende riguarda le tempistiche. L'accordo più recente con i «Paesi terzi», stando ai dati del Viminale, è stato firmato nel 2014 ed è quello con il Kosovo. Il secondo più recente è quello con la Nigeria, firmato addirittura nel 2000 ma entrato in vigore nel 2011. Quanto agli accordi e protocolli bilaterali firmati dalla Ue per nostro tramite, il più recente è quello con la Turchia (2013). L'anno scorso è stato concluso anche un protocollo bilaterale con la Bosnia Erzegovina, ma con quel Paese esistevano già accordi risalenti al 2007.
Sapete che cosa significa? Che, per lo meno dal 2011 a oggi, nessun governo si è premurato di stringere intese con i Paesi africani. Quando i flussi migratori sono esplosi, diciamo dal 2014 in avanti, gli esecutivi a trazione sinistra hanno trovato un solo modo per risolvere la faccenda: attendere gli ordini dell'Ue e far entrare tutti. Di accordi con gli Stati africani per i rimpatri nemmeno l'ombra. Lo stesso Marco Minniti, che pure si è molto vantato del suo approccio securitario, si è limitato a qualche traballante accordicchio con le tribù libiche. Per il resto, ci sono alcune intese siglate dalle nostre forze di Polizia con Stati come Gambia, Costa d'Avorio e Senegal, ma si tratta di accordi tecnici e non di veri e propri accordi di riammissione.
Viene da chiedersi, dunque, che cosa abbia da ridere Minniti. Se oggi ci troviamo nelle pesti, la responsabilità è anche sua. Non solo, ovviamente, ma anche. I dati suoi rimpatri, come ovvio, sono sconfortanti, ma qualche miglioramento in realtà si vede.
Il rimpatrio forzato di un immigrato avviene mediante volo charter o volo commerciale e in pochissimi casi tramite navi di linea. Nel 2016 sono state effettuate 942 operazioni di rimpatrio (62 tramite voli charter), per un totale di 2.749 stranieri rimandati in dietro. Nel 2017, le operazioni sono state 1.264 (di cui 79 tramite charter), per un totale di 3.695 stranieri rispediti a casa. Al 7 settembre di quest'anno, siamo a quota 883 operazioni, di cui 51 mediante voli charter. Gli stranieri rimpatriati sono stati 2.328 stranieri. Un buon numero, nonostante tutto.
Quando si parla di rimpatri, tuttavia, tocca sempre affrontare il capitolo costi. Rimandare indietro un migrante con un volo di linea è molto costoso, poiché bisogna pagare i biglietti degli stranieri più quelli della scorta di polizia (almeno 2 uomini). Il costo dei charter, invece, è minore. Entro la soglia dei 135.000 euro di spesa - dopo una gara fra 7 operatori privati diversi - è lo Stato italiano a pagare il volo. Nel 2016 si sono spesi 3.785.029,49 euro. Nel 2017 ben 10.506.544 euro. Nel 2017 siamo a 3.497.771,23 euro. Se il costo del volo supera i 135.000 euro, a pagare è Frontex, l'agenzia di frontiera europea. In ogni caso, fino ad oggi il servizio charter per i rimpatri è utilizzabile solo verso Egitto, Georgia, Nigeria e Tunisia. In un caso, nel 2016, è stato sfruttato anche per rimpatriare 40 sudanesi, per decisione dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli. Tuttavia alcune associazioni hanno presentato ricorso alla Corte Ue, e hanno ottenuto ragione (insomma, si è trattato di un pasticcio). Ecco, questa è la situazione che l'attuale governo ha ereditato: in materia di accordi, il nulla quasi totale. E c'è pure chi ha il coraggio di riderci sopra.
Francesco Borgonovo
Bombe a Tripoli, Moavero da Haftar
Situazione incandescente in Libia. Ieri mattina, un commando di sei uomini ha attaccato la sede centrale della compagnia petrolifera libica, la National Oil Corporation, a Tripoli. Dopo aver ucciso due uomini della sicurezza, i sei assaltatori si sono introdotti nell'edificio con indosso cariche esplosive. Le Forze speciali di deterrenza hanno circondato la sede della Noc, e hanno ripreso dopo alcune ore il controllo della situazione. Tutti e sei i componenti del commando, di origine africana, sono morti: stando ad alcune fonti, almeno due di loro si sarebbero fatti saltare in aria. La Commissione per i feriti del governo di accordo nazionale ha riferito un bilancio di tre morti e 18 feriti, tutti civili, oltre agli aggressori. L'assalto ha rinfocolato le polemiche tra il governo di accordo nazionale, guidato da Fayez Al Sarraj, e ribelli della Settima Brigata. Sarraj ha accusato l'Isis e ha dato la responsabilità dell'assalto anche ai ribelli: «I terroristi», recita un comunicato del governo guidato da Sarraj, «hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli per compiere l'attentato. Occorre serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo». Opposta la valutazione dei ribelli. «L'attacco al quartier generale della compagnia petrolifera nazionale», ha dichiarato un portavoce della Settima Brigata, «è la dimostrazione che le milizie che ottengono ingenti fondi tramite le estorsioni al governo, non sono in grado di proteggere i cittadini e le istituzioni dello Stato. Il cittadino continuerà a pagare il prezzo del caos fino a quando le istituzioni non saranno in grado di svolgere il proprio ruolo». La sede della Noc, presa di mira ieri, si trova a poche centinaia di metri di distanza dal quartier generale di Fayez Al Sarraj. Il presidente, sostenuto dalle Nazioni Unite, si trova in una situazione di estrema precarietà. Fino ad ora, Sarraj ha potuto contare sul sostegno pieno del governo italiano, ma anche questa certezza barcolla. Ieri, a sorpresa, il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, è volato a Bengasi, dove ha incontrato il generale Khalifa Haftar, ras della Cirenaica e principale oppositore di Sarraj. Haftar è alleato di ferro della Francia di Emmanuel Macron, ma anche del presidente russo, Vladimir Putin. Il colloquio tra Moavero Milanesi e Haftar, ha fatto sapere la Farnesina, «è stato lungo e cordiale, e ha rilanciato lo stretto rapporto con l'Italia, in un clima di consolidata fiducia. Vi è stata ampia convergenza per un'intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile. Dal canto suo Haftar ha espresso al ministro Moavero il suo apprezzamento per l'impegno di politica estera dell'Italia, ritenuto imprescindibile per la Libia, grazie anche alle svariate e articolate iniziative e proposte che lo caratterizzano». Moavero Milanesi e Haftar hanno anche discusso della Conferenza internazionale sulla Libia che, si svolgerà in Italia a novembre.
Carlo Tarallo
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Espellere gli immigrati è quasi impossibile perché mancano i patti con i principali Stati di partenza: Eritrea, Niger, Gambia. Marco Minniti intrecciò fragili rapporti con alcune tribù libiche. Matteo Salvini: «Prime intese entro l'autunno».Bombe a Tripoli, Enzo Moavero Milanesi da Khalifa Haftar. Attacco kamikaze contro la National oil corporation, otto morti. Fayez Al Serraj accusa l'Isis. Il ministro a Bengasi dal generale che controlla la Cirenaica: «Parlato di pace». Lo speciale contiene due articoli.Marco Minniti, alla festa dell'Unità di Milano, ridacchiava soddisfatto. Gli hanno chiesto un commento sulla frase di Matteo Salvini secondo cui, per rimpatriare tutti gli immigrati che abbiamo qui, ci vorranno 80 anni. «Se n'accorto…», ha ghignato Minniti. Ha poco da ridere, però. Perché il quadro dipinto da Salvini, purtroppo, è realistico, ma la responsabilità non è certo dell'attuale ministro dell'Interno. «Stiamo lavorando per fare quello che in 20 anni non si è fatto: accordi di espulsione e rimpatrio assistito con tutti i Paesi di provenienza», ha detto Salvini domenica. I Paesi di provenienza in questione (con cui il ministro vuole siglare patti «entro l'autunno») sono Senegal, Pakistan, Sudan, Bangladesh, Eritrea, Mali, Costa d'Avorio, Niger, Gambia. Stati con i quali , ad oggi, non ci sono accordi di alcun tipo. Sembra incredibile, ma è la realtà. Attualmente, la lista degli «accordi di riammissione» con i cosiddetti Paesi terzi (cioè quelli extra Unione europea) è quasi ridicola. Abbiamo firmato patti con Albania (in vigore dal 1998); Algeria (2006); Bosnia Erzegovina (2007); Egitto (2008); Filippine (2005); Georgia (1997); Kosovo (2015); Macedonia (1997); Marocco (1998); Moldova (2004); Nigeria (2011); Sri Lanka 2001) e Tunisia (1999). Di questi, come ha detto Salvini, «l'unico che funziona è con la Tunisia, ne rimpatriamo 80 a settimana ma anche se ne espelliamo 100 ci mettiamo 80 anni. Da lì ne sono arrivati più di 4.000 e non c'è guerra, carestia, peste e non si capisce perché». Anche quello con la Nigeria, in verità, qualche frutto lo porta, ma stiamo parlando di cifre bassissime. Scorrendo la lista, due dati colpiscono particolarmente. Il primo è che mancano praticamente tutti i Paesi di provenienza dei migranti. Al 31 agosto scorso, infatti, sono sbarcate qui 20.001 persone. Di queste, 3.729 provenivano dalla Tunisia. 3.027, invece, arrivavano dall'Eritrea. Seguivano poi: Sudan (1.595); Nigeria (1.248); Pakistan (1.237); Iraq (1.150); Costa d'avorio (1.047); Mali (875); Algeria (840) e Guinea (809). Noi abbiamo firmato patti solo con Tunisia e Algeria. Esistono, poi, alcuni accordi a livello europeo conclusi dall'Ue tramite il nostro Paese. Ci sono trattati con Armenia, Arzebaijan, Capo Verde, Hongk Kong, Macao, Montenegro, Russia, Serbia, Sri Lanka, Turchia, Ucraina. L'altro dato che sorprende riguarda le tempistiche. L'accordo più recente con i «Paesi terzi», stando ai dati del Viminale, è stato firmato nel 2014 ed è quello con il Kosovo. Il secondo più recente è quello con la Nigeria, firmato addirittura nel 2000 ma entrato in vigore nel 2011. Quanto agli accordi e protocolli bilaterali firmati dalla Ue per nostro tramite, il più recente è quello con la Turchia (2013). L'anno scorso è stato concluso anche un protocollo bilaterale con la Bosnia Erzegovina, ma con quel Paese esistevano già accordi risalenti al 2007. Sapete che cosa significa? Che, per lo meno dal 2011 a oggi, nessun governo si è premurato di stringere intese con i Paesi africani. Quando i flussi migratori sono esplosi, diciamo dal 2014 in avanti, gli esecutivi a trazione sinistra hanno trovato un solo modo per risolvere la faccenda: attendere gli ordini dell'Ue e far entrare tutti. Di accordi con gli Stati africani per i rimpatri nemmeno l'ombra. Lo stesso Marco Minniti, che pure si è molto vantato del suo approccio securitario, si è limitato a qualche traballante accordicchio con le tribù libiche. Per il resto, ci sono alcune intese siglate dalle nostre forze di Polizia con Stati come Gambia, Costa d'Avorio e Senegal, ma si tratta di accordi tecnici e non di veri e propri accordi di riammissione. Viene da chiedersi, dunque, che cosa abbia da ridere Minniti. Se oggi ci troviamo nelle pesti, la responsabilità è anche sua. Non solo, ovviamente, ma anche. I dati suoi rimpatri, come ovvio, sono sconfortanti, ma qualche miglioramento in realtà si vede. Il rimpatrio forzato di un immigrato avviene mediante volo charter o volo commerciale e in pochissimi casi tramite navi di linea. Nel 2016 sono state effettuate 942 operazioni di rimpatrio (62 tramite voli charter), per un totale di 2.749 stranieri rimandati in dietro. Nel 2017, le operazioni sono state 1.264 (di cui 79 tramite charter), per un totale di 3.695 stranieri rispediti a casa. Al 7 settembre di quest'anno, siamo a quota 883 operazioni, di cui 51 mediante voli charter. Gli stranieri rimpatriati sono stati 2.328 stranieri. Un buon numero, nonostante tutto. Quando si parla di rimpatri, tuttavia, tocca sempre affrontare il capitolo costi. Rimandare indietro un migrante con un volo di linea è molto costoso, poiché bisogna pagare i biglietti degli stranieri più quelli della scorta di polizia (almeno 2 uomini). Il costo dei charter, invece, è minore. Entro la soglia dei 135.000 euro di spesa - dopo una gara fra 7 operatori privati diversi - è lo Stato italiano a pagare il volo. Nel 2016 si sono spesi 3.785.029,49 euro. Nel 2017 ben 10.506.544 euro. Nel 2017 siamo a 3.497.771,23 euro. Se il costo del volo supera i 135.000 euro, a pagare è Frontex, l'agenzia di frontiera europea. In ogni caso, fino ad oggi il servizio charter per i rimpatri è utilizzabile solo verso Egitto, Georgia, Nigeria e Tunisia. In un caso, nel 2016, è stato sfruttato anche per rimpatriare 40 sudanesi, per decisione dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli. Tuttavia alcune associazioni hanno presentato ricorso alla Corte Ue, e hanno ottenuto ragione (insomma, si è trattato di un pasticcio). Ecco, questa è la situazione che l'attuale governo ha ereditato: in materia di accordi, il nulla quasi totale. E c'è pure chi ha il coraggio di riderci sopra. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leredita-della-sinistra-sui-rimpatri-nessun-accordo-con-i-paesi-africani-2603779072.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bombe-a-tripoli-moavero-da-haftar" data-post-id="2603779072" data-published-at="1781720227" data-use-pagination="False"> Bombe a Tripoli, Moavero da Haftar Situazione incandescente in Libia. Ieri mattina, un commando di sei uomini ha attaccato la sede centrale della compagnia petrolifera libica, la National Oil Corporation, a Tripoli. Dopo aver ucciso due uomini della sicurezza, i sei assaltatori si sono introdotti nell'edificio con indosso cariche esplosive. Le Forze speciali di deterrenza hanno circondato la sede della Noc, e hanno ripreso dopo alcune ore il controllo della situazione. Tutti e sei i componenti del commando, di origine africana, sono morti: stando ad alcune fonti, almeno due di loro si sarebbero fatti saltare in aria. La Commissione per i feriti del governo di accordo nazionale ha riferito un bilancio di tre morti e 18 feriti, tutti civili, oltre agli aggressori. L'assalto ha rinfocolato le polemiche tra il governo di accordo nazionale, guidato da Fayez Al Sarraj, e ribelli della Settima Brigata. Sarraj ha accusato l'Isis e ha dato la responsabilità dell'assalto anche ai ribelli: «I terroristi», recita un comunicato del governo guidato da Sarraj, «hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli per compiere l'attentato. Occorre serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo». Opposta la valutazione dei ribelli. «L'attacco al quartier generale della compagnia petrolifera nazionale», ha dichiarato un portavoce della Settima Brigata, «è la dimostrazione che le milizie che ottengono ingenti fondi tramite le estorsioni al governo, non sono in grado di proteggere i cittadini e le istituzioni dello Stato. Il cittadino continuerà a pagare il prezzo del caos fino a quando le istituzioni non saranno in grado di svolgere il proprio ruolo». La sede della Noc, presa di mira ieri, si trova a poche centinaia di metri di distanza dal quartier generale di Fayez Al Sarraj. Il presidente, sostenuto dalle Nazioni Unite, si trova in una situazione di estrema precarietà. Fino ad ora, Sarraj ha potuto contare sul sostegno pieno del governo italiano, ma anche questa certezza barcolla. Ieri, a sorpresa, il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, è volato a Bengasi, dove ha incontrato il generale Khalifa Haftar, ras della Cirenaica e principale oppositore di Sarraj. Haftar è alleato di ferro della Francia di Emmanuel Macron, ma anche del presidente russo, Vladimir Putin. Il colloquio tra Moavero Milanesi e Haftar, ha fatto sapere la Farnesina, «è stato lungo e cordiale, e ha rilanciato lo stretto rapporto con l'Italia, in un clima di consolidata fiducia. Vi è stata ampia convergenza per un'intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile. Dal canto suo Haftar ha espresso al ministro Moavero il suo apprezzamento per l'impegno di politica estera dell'Italia, ritenuto imprescindibile per la Libia, grazie anche alle svariate e articolate iniziative e proposte che lo caratterizzano». Moavero Milanesi e Haftar hanno anche discusso della Conferenza internazionale sulla Libia che, si svolgerà in Italia a novembre. Carlo Tarallo
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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