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2018-09-11
L’eredità della sinistra sui rimpatri: nessun accordo con i Paesi africani
Ansa
Marco Minniti, alla festa dell'Unità di Milano, ridacchiava soddisfatto. Gli hanno chiesto un commento sulla frase di Matteo Salvini secondo cui, per rimpatriare tutti gli immigrati che abbiamo qui, ci vorranno 80 anni. «Se n'accorto…», ha ghignato Minniti. Ha poco da ridere, però. Perché il quadro dipinto da Salvini, purtroppo, è realistico, ma la responsabilità non è certo dell'attuale ministro dell'Interno. «Stiamo lavorando per fare quello che in 20 anni non si è fatto: accordi di espulsione e rimpatrio assistito con tutti i Paesi di provenienza», ha detto Salvini domenica. I Paesi di provenienza in questione (con cui il ministro vuole siglare patti «entro l'autunno») sono Senegal, Pakistan, Sudan, Bangladesh, Eritrea, Mali, Costa d'Avorio, Niger, Gambia. Stati con i quali , ad oggi, non ci sono accordi di alcun tipo. Sembra incredibile, ma è la realtà.
Attualmente, la lista degli «accordi di riammissione» con i cosiddetti Paesi terzi (cioè quelli extra Unione europea) è quasi ridicola. Abbiamo firmato patti con Albania (in vigore dal 1998); Algeria (2006); Bosnia Erzegovina (2007); Egitto (2008); Filippine (2005); Georgia (1997); Kosovo (2015); Macedonia (1997); Marocco (1998); Moldova (2004); Nigeria (2011); Sri Lanka 2001) e Tunisia (1999). Di questi, come ha detto Salvini, «l'unico che funziona è con la Tunisia, ne rimpatriamo 80 a settimana ma anche se ne espelliamo 100 ci mettiamo 80 anni. Da lì ne sono arrivati più di 4.000 e non c'è guerra, carestia, peste e non si capisce perché». Anche quello con la Nigeria, in verità, qualche frutto lo porta, ma stiamo parlando di cifre bassissime.
Scorrendo la lista, due dati colpiscono particolarmente. Il primo è che mancano praticamente tutti i Paesi di provenienza dei migranti. Al 31 agosto scorso, infatti, sono sbarcate qui 20.001 persone. Di queste, 3.729 provenivano dalla Tunisia. 3.027, invece, arrivavano dall'Eritrea. Seguivano poi: Sudan (1.595); Nigeria (1.248); Pakistan (1.237); Iraq (1.150); Costa d'avorio (1.047); Mali (875); Algeria (840) e Guinea (809). Noi abbiamo firmato patti solo con Tunisia e Algeria. Esistono, poi, alcuni accordi a livello europeo conclusi dall'Ue tramite il nostro Paese. Ci sono trattati con Armenia, Arzebaijan, Capo Verde, Hongk Kong, Macao, Montenegro, Russia, Serbia, Sri Lanka, Turchia, Ucraina.
L'altro dato che sorprende riguarda le tempistiche. L'accordo più recente con i «Paesi terzi», stando ai dati del Viminale, è stato firmato nel 2014 ed è quello con il Kosovo. Il secondo più recente è quello con la Nigeria, firmato addirittura nel 2000 ma entrato in vigore nel 2011. Quanto agli accordi e protocolli bilaterali firmati dalla Ue per nostro tramite, il più recente è quello con la Turchia (2013). L'anno scorso è stato concluso anche un protocollo bilaterale con la Bosnia Erzegovina, ma con quel Paese esistevano già accordi risalenti al 2007.
Sapete che cosa significa? Che, per lo meno dal 2011 a oggi, nessun governo si è premurato di stringere intese con i Paesi africani. Quando i flussi migratori sono esplosi, diciamo dal 2014 in avanti, gli esecutivi a trazione sinistra hanno trovato un solo modo per risolvere la faccenda: attendere gli ordini dell'Ue e far entrare tutti. Di accordi con gli Stati africani per i rimpatri nemmeno l'ombra. Lo stesso Marco Minniti, che pure si è molto vantato del suo approccio securitario, si è limitato a qualche traballante accordicchio con le tribù libiche. Per il resto, ci sono alcune intese siglate dalle nostre forze di Polizia con Stati come Gambia, Costa d'Avorio e Senegal, ma si tratta di accordi tecnici e non di veri e propri accordi di riammissione.
Viene da chiedersi, dunque, che cosa abbia da ridere Minniti. Se oggi ci troviamo nelle pesti, la responsabilità è anche sua. Non solo, ovviamente, ma anche. I dati suoi rimpatri, come ovvio, sono sconfortanti, ma qualche miglioramento in realtà si vede.
Il rimpatrio forzato di un immigrato avviene mediante volo charter o volo commerciale e in pochissimi casi tramite navi di linea. Nel 2016 sono state effettuate 942 operazioni di rimpatrio (62 tramite voli charter), per un totale di 2.749 stranieri rimandati in dietro. Nel 2017, le operazioni sono state 1.264 (di cui 79 tramite charter), per un totale di 3.695 stranieri rispediti a casa. Al 7 settembre di quest'anno, siamo a quota 883 operazioni, di cui 51 mediante voli charter. Gli stranieri rimpatriati sono stati 2.328 stranieri. Un buon numero, nonostante tutto.
Quando si parla di rimpatri, tuttavia, tocca sempre affrontare il capitolo costi. Rimandare indietro un migrante con un volo di linea è molto costoso, poiché bisogna pagare i biglietti degli stranieri più quelli della scorta di polizia (almeno 2 uomini). Il costo dei charter, invece, è minore. Entro la soglia dei 135.000 euro di spesa - dopo una gara fra 7 operatori privati diversi - è lo Stato italiano a pagare il volo. Nel 2016 si sono spesi 3.785.029,49 euro. Nel 2017 ben 10.506.544 euro. Nel 2017 siamo a 3.497.771,23 euro. Se il costo del volo supera i 135.000 euro, a pagare è Frontex, l'agenzia di frontiera europea. In ogni caso, fino ad oggi il servizio charter per i rimpatri è utilizzabile solo verso Egitto, Georgia, Nigeria e Tunisia. In un caso, nel 2016, è stato sfruttato anche per rimpatriare 40 sudanesi, per decisione dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli. Tuttavia alcune associazioni hanno presentato ricorso alla Corte Ue, e hanno ottenuto ragione (insomma, si è trattato di un pasticcio). Ecco, questa è la situazione che l'attuale governo ha ereditato: in materia di accordi, il nulla quasi totale. E c'è pure chi ha il coraggio di riderci sopra.
Francesco Borgonovo
Bombe a Tripoli, Moavero da Haftar
Situazione incandescente in Libia. Ieri mattina, un commando di sei uomini ha attaccato la sede centrale della compagnia petrolifera libica, la National Oil Corporation, a Tripoli. Dopo aver ucciso due uomini della sicurezza, i sei assaltatori si sono introdotti nell'edificio con indosso cariche esplosive. Le Forze speciali di deterrenza hanno circondato la sede della Noc, e hanno ripreso dopo alcune ore il controllo della situazione. Tutti e sei i componenti del commando, di origine africana, sono morti: stando ad alcune fonti, almeno due di loro si sarebbero fatti saltare in aria. La Commissione per i feriti del governo di accordo nazionale ha riferito un bilancio di tre morti e 18 feriti, tutti civili, oltre agli aggressori. L'assalto ha rinfocolato le polemiche tra il governo di accordo nazionale, guidato da Fayez Al Sarraj, e ribelli della Settima Brigata. Sarraj ha accusato l'Isis e ha dato la responsabilità dell'assalto anche ai ribelli: «I terroristi», recita un comunicato del governo guidato da Sarraj, «hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli per compiere l'attentato. Occorre serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo». Opposta la valutazione dei ribelli. «L'attacco al quartier generale della compagnia petrolifera nazionale», ha dichiarato un portavoce della Settima Brigata, «è la dimostrazione che le milizie che ottengono ingenti fondi tramite le estorsioni al governo, non sono in grado di proteggere i cittadini e le istituzioni dello Stato. Il cittadino continuerà a pagare il prezzo del caos fino a quando le istituzioni non saranno in grado di svolgere il proprio ruolo». La sede della Noc, presa di mira ieri, si trova a poche centinaia di metri di distanza dal quartier generale di Fayez Al Sarraj. Il presidente, sostenuto dalle Nazioni Unite, si trova in una situazione di estrema precarietà. Fino ad ora, Sarraj ha potuto contare sul sostegno pieno del governo italiano, ma anche questa certezza barcolla. Ieri, a sorpresa, il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, è volato a Bengasi, dove ha incontrato il generale Khalifa Haftar, ras della Cirenaica e principale oppositore di Sarraj. Haftar è alleato di ferro della Francia di Emmanuel Macron, ma anche del presidente russo, Vladimir Putin. Il colloquio tra Moavero Milanesi e Haftar, ha fatto sapere la Farnesina, «è stato lungo e cordiale, e ha rilanciato lo stretto rapporto con l'Italia, in un clima di consolidata fiducia. Vi è stata ampia convergenza per un'intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile. Dal canto suo Haftar ha espresso al ministro Moavero il suo apprezzamento per l'impegno di politica estera dell'Italia, ritenuto imprescindibile per la Libia, grazie anche alle svariate e articolate iniziative e proposte che lo caratterizzano». Moavero Milanesi e Haftar hanno anche discusso della Conferenza internazionale sulla Libia che, si svolgerà in Italia a novembre.
Carlo Tarallo
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Espellere gli immigrati è quasi impossibile perché mancano i patti con i principali Stati di partenza: Eritrea, Niger, Gambia. Marco Minniti intrecciò fragili rapporti con alcune tribù libiche. Matteo Salvini: «Prime intese entro l'autunno».Bombe a Tripoli, Enzo Moavero Milanesi da Khalifa Haftar. Attacco kamikaze contro la National oil corporation, otto morti. Fayez Al Serraj accusa l'Isis. Il ministro a Bengasi dal generale che controlla la Cirenaica: «Parlato di pace». Lo speciale contiene due articoli.Marco Minniti, alla festa dell'Unità di Milano, ridacchiava soddisfatto. Gli hanno chiesto un commento sulla frase di Matteo Salvini secondo cui, per rimpatriare tutti gli immigrati che abbiamo qui, ci vorranno 80 anni. «Se n'accorto…», ha ghignato Minniti. Ha poco da ridere, però. Perché il quadro dipinto da Salvini, purtroppo, è realistico, ma la responsabilità non è certo dell'attuale ministro dell'Interno. «Stiamo lavorando per fare quello che in 20 anni non si è fatto: accordi di espulsione e rimpatrio assistito con tutti i Paesi di provenienza», ha detto Salvini domenica. I Paesi di provenienza in questione (con cui il ministro vuole siglare patti «entro l'autunno») sono Senegal, Pakistan, Sudan, Bangladesh, Eritrea, Mali, Costa d'Avorio, Niger, Gambia. Stati con i quali , ad oggi, non ci sono accordi di alcun tipo. Sembra incredibile, ma è la realtà. Attualmente, la lista degli «accordi di riammissione» con i cosiddetti Paesi terzi (cioè quelli extra Unione europea) è quasi ridicola. Abbiamo firmato patti con Albania (in vigore dal 1998); Algeria (2006); Bosnia Erzegovina (2007); Egitto (2008); Filippine (2005); Georgia (1997); Kosovo (2015); Macedonia (1997); Marocco (1998); Moldova (2004); Nigeria (2011); Sri Lanka 2001) e Tunisia (1999). Di questi, come ha detto Salvini, «l'unico che funziona è con la Tunisia, ne rimpatriamo 80 a settimana ma anche se ne espelliamo 100 ci mettiamo 80 anni. Da lì ne sono arrivati più di 4.000 e non c'è guerra, carestia, peste e non si capisce perché». Anche quello con la Nigeria, in verità, qualche frutto lo porta, ma stiamo parlando di cifre bassissime. Scorrendo la lista, due dati colpiscono particolarmente. Il primo è che mancano praticamente tutti i Paesi di provenienza dei migranti. Al 31 agosto scorso, infatti, sono sbarcate qui 20.001 persone. Di queste, 3.729 provenivano dalla Tunisia. 3.027, invece, arrivavano dall'Eritrea. Seguivano poi: Sudan (1.595); Nigeria (1.248); Pakistan (1.237); Iraq (1.150); Costa d'avorio (1.047); Mali (875); Algeria (840) e Guinea (809). Noi abbiamo firmato patti solo con Tunisia e Algeria. Esistono, poi, alcuni accordi a livello europeo conclusi dall'Ue tramite il nostro Paese. Ci sono trattati con Armenia, Arzebaijan, Capo Verde, Hongk Kong, Macao, Montenegro, Russia, Serbia, Sri Lanka, Turchia, Ucraina. L'altro dato che sorprende riguarda le tempistiche. L'accordo più recente con i «Paesi terzi», stando ai dati del Viminale, è stato firmato nel 2014 ed è quello con il Kosovo. Il secondo più recente è quello con la Nigeria, firmato addirittura nel 2000 ma entrato in vigore nel 2011. Quanto agli accordi e protocolli bilaterali firmati dalla Ue per nostro tramite, il più recente è quello con la Turchia (2013). L'anno scorso è stato concluso anche un protocollo bilaterale con la Bosnia Erzegovina, ma con quel Paese esistevano già accordi risalenti al 2007. Sapete che cosa significa? Che, per lo meno dal 2011 a oggi, nessun governo si è premurato di stringere intese con i Paesi africani. Quando i flussi migratori sono esplosi, diciamo dal 2014 in avanti, gli esecutivi a trazione sinistra hanno trovato un solo modo per risolvere la faccenda: attendere gli ordini dell'Ue e far entrare tutti. Di accordi con gli Stati africani per i rimpatri nemmeno l'ombra. Lo stesso Marco Minniti, che pure si è molto vantato del suo approccio securitario, si è limitato a qualche traballante accordicchio con le tribù libiche. Per il resto, ci sono alcune intese siglate dalle nostre forze di Polizia con Stati come Gambia, Costa d'Avorio e Senegal, ma si tratta di accordi tecnici e non di veri e propri accordi di riammissione. Viene da chiedersi, dunque, che cosa abbia da ridere Minniti. Se oggi ci troviamo nelle pesti, la responsabilità è anche sua. Non solo, ovviamente, ma anche. I dati suoi rimpatri, come ovvio, sono sconfortanti, ma qualche miglioramento in realtà si vede. Il rimpatrio forzato di un immigrato avviene mediante volo charter o volo commerciale e in pochissimi casi tramite navi di linea. Nel 2016 sono state effettuate 942 operazioni di rimpatrio (62 tramite voli charter), per un totale di 2.749 stranieri rimandati in dietro. Nel 2017, le operazioni sono state 1.264 (di cui 79 tramite charter), per un totale di 3.695 stranieri rispediti a casa. Al 7 settembre di quest'anno, siamo a quota 883 operazioni, di cui 51 mediante voli charter. Gli stranieri rimpatriati sono stati 2.328 stranieri. Un buon numero, nonostante tutto. Quando si parla di rimpatri, tuttavia, tocca sempre affrontare il capitolo costi. Rimandare indietro un migrante con un volo di linea è molto costoso, poiché bisogna pagare i biglietti degli stranieri più quelli della scorta di polizia (almeno 2 uomini). Il costo dei charter, invece, è minore. Entro la soglia dei 135.000 euro di spesa - dopo una gara fra 7 operatori privati diversi - è lo Stato italiano a pagare il volo. Nel 2016 si sono spesi 3.785.029,49 euro. Nel 2017 ben 10.506.544 euro. Nel 2017 siamo a 3.497.771,23 euro. Se il costo del volo supera i 135.000 euro, a pagare è Frontex, l'agenzia di frontiera europea. In ogni caso, fino ad oggi il servizio charter per i rimpatri è utilizzabile solo verso Egitto, Georgia, Nigeria e Tunisia. In un caso, nel 2016, è stato sfruttato anche per rimpatriare 40 sudanesi, per decisione dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli. Tuttavia alcune associazioni hanno presentato ricorso alla Corte Ue, e hanno ottenuto ragione (insomma, si è trattato di un pasticcio). Ecco, questa è la situazione che l'attuale governo ha ereditato: in materia di accordi, il nulla quasi totale. E c'è pure chi ha il coraggio di riderci sopra. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leredita-della-sinistra-sui-rimpatri-nessun-accordo-con-i-paesi-africani-2603779072.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bombe-a-tripoli-moavero-da-haftar" data-post-id="2603779072" data-published-at="1769342491" data-use-pagination="False"> Bombe a Tripoli, Moavero da Haftar Situazione incandescente in Libia. Ieri mattina, un commando di sei uomini ha attaccato la sede centrale della compagnia petrolifera libica, la National Oil Corporation, a Tripoli. Dopo aver ucciso due uomini della sicurezza, i sei assaltatori si sono introdotti nell'edificio con indosso cariche esplosive. Le Forze speciali di deterrenza hanno circondato la sede della Noc, e hanno ripreso dopo alcune ore il controllo della situazione. Tutti e sei i componenti del commando, di origine africana, sono morti: stando ad alcune fonti, almeno due di loro si sarebbero fatti saltare in aria. La Commissione per i feriti del governo di accordo nazionale ha riferito un bilancio di tre morti e 18 feriti, tutti civili, oltre agli aggressori. L'assalto ha rinfocolato le polemiche tra il governo di accordo nazionale, guidato da Fayez Al Sarraj, e ribelli della Settima Brigata. Sarraj ha accusato l'Isis e ha dato la responsabilità dell'assalto anche ai ribelli: «I terroristi», recita un comunicato del governo guidato da Sarraj, «hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli per compiere l'attentato. Occorre serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo». Opposta la valutazione dei ribelli. «L'attacco al quartier generale della compagnia petrolifera nazionale», ha dichiarato un portavoce della Settima Brigata, «è la dimostrazione che le milizie che ottengono ingenti fondi tramite le estorsioni al governo, non sono in grado di proteggere i cittadini e le istituzioni dello Stato. Il cittadino continuerà a pagare il prezzo del caos fino a quando le istituzioni non saranno in grado di svolgere il proprio ruolo». La sede della Noc, presa di mira ieri, si trova a poche centinaia di metri di distanza dal quartier generale di Fayez Al Sarraj. Il presidente, sostenuto dalle Nazioni Unite, si trova in una situazione di estrema precarietà. Fino ad ora, Sarraj ha potuto contare sul sostegno pieno del governo italiano, ma anche questa certezza barcolla. Ieri, a sorpresa, il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, è volato a Bengasi, dove ha incontrato il generale Khalifa Haftar, ras della Cirenaica e principale oppositore di Sarraj. Haftar è alleato di ferro della Francia di Emmanuel Macron, ma anche del presidente russo, Vladimir Putin. Il colloquio tra Moavero Milanesi e Haftar, ha fatto sapere la Farnesina, «è stato lungo e cordiale, e ha rilanciato lo stretto rapporto con l'Italia, in un clima di consolidata fiducia. Vi è stata ampia convergenza per un'intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile. Dal canto suo Haftar ha espresso al ministro Moavero il suo apprezzamento per l'impegno di politica estera dell'Italia, ritenuto imprescindibile per la Libia, grazie anche alle svariate e articolate iniziative e proposte che lo caratterizzano». Moavero Milanesi e Haftar hanno anche discusso della Conferenza internazionale sulla Libia che, si svolgerà in Italia a novembre. Carlo Tarallo
Jacques Moretti (Ansa)
A restituire la libertà al titolare del locale e a far cadere le braccia al mondo è bastata una cauzione di 200.000 franchi, 215.000 euro, grazie alla quale è tornato a casa il principale accusato per omicidio plurimo, lesioni e incendio colposo. Secondo i giudici svizzeri, l’obbligo di firma sarebbe sufficiente a evitare il pericolo di fuga. Soldi (pure pochi) che ancora una volta contano più dei sentimenti nella scala gerarchica dei valori; un affronto alle 40 vittime, 6 italiane più 11 feriti, arrivato come uno schiaffo fino a palazzo Chigi e alla Farnesina.
Per questo ieri il premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno preso una decisione di sensibilità: richiamare l’ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Corrado, per «rappresentare alla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, la viva indignazione del governo e dell’Italia di fronte alla decisione del Tribunale delle misure coercitive di Sion di scarcerare Moretti nonostante l’estrema gravità del reato di cui è sospettato, le pesanti responsabilità che incombono su di lui, il persistente pericolo di fuga e l’evidente rischio di ulteriore inquinamento delle prove a suo carico».
L’iniziativa italiana ha un valore diplomatico di prim’ordine e costituisce un precedente, anche se non ha effetti concreti sui rapporti istituzionali fra i due Paesi. Arriva al culmine di un’escalation emotiva contro lungaggini e tecnicismi che inducono a scambiare il garantismo per sottovalutazione d’una strage. «L’Italia tutta chiede a gran voce verità e giustizia», prosegue la nota. «E chiede che a ridosso di questa sciagura vengano adottati provvedimenti rispettosi che tengano pienamente conto delle sofferenze e delle aspettative delle famiglie. La decisione di scarcerare Jacques Moretti rappresenta una grave offesa e un’ulteriore ferita inferta alle famiglie delle vittime della tragedia di Crans-Montana e di coloro che sono tuttora ricoverati in ospedale». Il ministro Tajani ha aggiunto: «Siamo molto indignati, come rappresentanti delle istituzioni e come genitori. Per 200.000 franchi si è venduta la giustizia del Canton Vallese. Vogliamo sapere chi ha pagato la cauzione e se ci sono complicità in quanto avvenuto la notte di Capodanno a Le Constellation. È inaccettabile quello che è accaduto ed è inaccettabile la lentezza». Allude al misterioso amico dei coniugi Moretti e ai buchi riguardanti autopsie superficiali, responsabilità comunali, documentazione carente e modalità nebulose nei controlli relativi all’agibilità e alle misure di sicurezza del locale.
Per la cronaca, la moglie del proprietario, Jessica Maric, non è stata incarcerata anche se deve firmare ogni giorno in gendarmeria. Moretti libero è un nuovo colpo alla credibilità - nella prevenzione, nell’organizzazione, nella tradizione di rigore procedurale - della Confederazione, da sempre punto di riferimento per chi vive a Sud delle Alpi e viene deriso, spesso con ragione, per lassismo e maneggi del sistema. Ora, è pur vero che alle nostre latitudini e con il ponte Morandi sulle spalle non possiamo impancarci a dare lezioni di efficienza agli svizzeri, ma l’intera gestione della vicenda (a meno di un mese dallo choc determinato dal rogo maledetto) appare rivedibile soprattutto nella declinazione delle parole «umanità» e «opportunità».
Colto di sorpresa dall’iniziativa di Meloni e Tajani, il governo di Berna ha inteso replicare ai massimi livelli con una dichiarazione del presidente Guy Parmelin in un video pubblicato da Blick, con la quale di fatto giustifica la liberazione del principale presunto responsabile della strage. «Possiamo comprendere l’indignazione ma in Svizzera abbiamo procedure diverse da quelle italiane e i due sistemi giuridici non vanno sovrapposti. Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri e la politica non deve interferire. La giustizia deve svolgere le indagini in modo trasparente e pagare eventuali errori. La stessa cosa sul piano politico».
Una posizione legittima ma fredda come un ghiacciaio, peraltro non condivisa da una parte della società civile di quel Paese. Lo dimostra la decisione di tagliare un buon numero degli eventi organizzati per le Olimpiadi di Milano-Cortina. Alexandre Edelmann, capo di Presenza Svizzera, nei giorni scorsi ha spiegato che «il contesto che si è creato, l’ampiezza mediatica e la dimensione politica ci hanno spinti a ridimensionare tutto», soprattutto a Milano. Concretezza e profilo basso sono indispensabili in questa delicata fase di elaborazione del lutto. Una sensibilità che non si può chiedere al magistrato che ha accettato la cauzione. «Ci sono state omissioni gravi, pecche scandalose», scuote il capo Andrea Costanzo, papà di Chiara, davanti alla foto della figlia. «Sono trascorse tre settimane e lassù c’è chi continua a fare la bella vita».
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