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2018-09-11
L’eredità della sinistra sui rimpatri: nessun accordo con i Paesi africani
Ansa
Marco Minniti, alla festa dell'Unità di Milano, ridacchiava soddisfatto. Gli hanno chiesto un commento sulla frase di Matteo Salvini secondo cui, per rimpatriare tutti gli immigrati che abbiamo qui, ci vorranno 80 anni. «Se n'accorto…», ha ghignato Minniti. Ha poco da ridere, però. Perché il quadro dipinto da Salvini, purtroppo, è realistico, ma la responsabilità non è certo dell'attuale ministro dell'Interno. «Stiamo lavorando per fare quello che in 20 anni non si è fatto: accordi di espulsione e rimpatrio assistito con tutti i Paesi di provenienza», ha detto Salvini domenica. I Paesi di provenienza in questione (con cui il ministro vuole siglare patti «entro l'autunno») sono Senegal, Pakistan, Sudan, Bangladesh, Eritrea, Mali, Costa d'Avorio, Niger, Gambia. Stati con i quali , ad oggi, non ci sono accordi di alcun tipo. Sembra incredibile, ma è la realtà.
Attualmente, la lista degli «accordi di riammissione» con i cosiddetti Paesi terzi (cioè quelli extra Unione europea) è quasi ridicola. Abbiamo firmato patti con Albania (in vigore dal 1998); Algeria (2006); Bosnia Erzegovina (2007); Egitto (2008); Filippine (2005); Georgia (1997); Kosovo (2015); Macedonia (1997); Marocco (1998); Moldova (2004); Nigeria (2011); Sri Lanka 2001) e Tunisia (1999). Di questi, come ha detto Salvini, «l'unico che funziona è con la Tunisia, ne rimpatriamo 80 a settimana ma anche se ne espelliamo 100 ci mettiamo 80 anni. Da lì ne sono arrivati più di 4.000 e non c'è guerra, carestia, peste e non si capisce perché». Anche quello con la Nigeria, in verità, qualche frutto lo porta, ma stiamo parlando di cifre bassissime.
Scorrendo la lista, due dati colpiscono particolarmente. Il primo è che mancano praticamente tutti i Paesi di provenienza dei migranti. Al 31 agosto scorso, infatti, sono sbarcate qui 20.001 persone. Di queste, 3.729 provenivano dalla Tunisia. 3.027, invece, arrivavano dall'Eritrea. Seguivano poi: Sudan (1.595); Nigeria (1.248); Pakistan (1.237); Iraq (1.150); Costa d'avorio (1.047); Mali (875); Algeria (840) e Guinea (809). Noi abbiamo firmato patti solo con Tunisia e Algeria. Esistono, poi, alcuni accordi a livello europeo conclusi dall'Ue tramite il nostro Paese. Ci sono trattati con Armenia, Arzebaijan, Capo Verde, Hongk Kong, Macao, Montenegro, Russia, Serbia, Sri Lanka, Turchia, Ucraina.
L'altro dato che sorprende riguarda le tempistiche. L'accordo più recente con i «Paesi terzi», stando ai dati del Viminale, è stato firmato nel 2014 ed è quello con il Kosovo. Il secondo più recente è quello con la Nigeria, firmato addirittura nel 2000 ma entrato in vigore nel 2011. Quanto agli accordi e protocolli bilaterali firmati dalla Ue per nostro tramite, il più recente è quello con la Turchia (2013). L'anno scorso è stato concluso anche un protocollo bilaterale con la Bosnia Erzegovina, ma con quel Paese esistevano già accordi risalenti al 2007.
Sapete che cosa significa? Che, per lo meno dal 2011 a oggi, nessun governo si è premurato di stringere intese con i Paesi africani. Quando i flussi migratori sono esplosi, diciamo dal 2014 in avanti, gli esecutivi a trazione sinistra hanno trovato un solo modo per risolvere la faccenda: attendere gli ordini dell'Ue e far entrare tutti. Di accordi con gli Stati africani per i rimpatri nemmeno l'ombra. Lo stesso Marco Minniti, che pure si è molto vantato del suo approccio securitario, si è limitato a qualche traballante accordicchio con le tribù libiche. Per il resto, ci sono alcune intese siglate dalle nostre forze di Polizia con Stati come Gambia, Costa d'Avorio e Senegal, ma si tratta di accordi tecnici e non di veri e propri accordi di riammissione.
Viene da chiedersi, dunque, che cosa abbia da ridere Minniti. Se oggi ci troviamo nelle pesti, la responsabilità è anche sua. Non solo, ovviamente, ma anche. I dati suoi rimpatri, come ovvio, sono sconfortanti, ma qualche miglioramento in realtà si vede.
Il rimpatrio forzato di un immigrato avviene mediante volo charter o volo commerciale e in pochissimi casi tramite navi di linea. Nel 2016 sono state effettuate 942 operazioni di rimpatrio (62 tramite voli charter), per un totale di 2.749 stranieri rimandati in dietro. Nel 2017, le operazioni sono state 1.264 (di cui 79 tramite charter), per un totale di 3.695 stranieri rispediti a casa. Al 7 settembre di quest'anno, siamo a quota 883 operazioni, di cui 51 mediante voli charter. Gli stranieri rimpatriati sono stati 2.328 stranieri. Un buon numero, nonostante tutto.
Quando si parla di rimpatri, tuttavia, tocca sempre affrontare il capitolo costi. Rimandare indietro un migrante con un volo di linea è molto costoso, poiché bisogna pagare i biglietti degli stranieri più quelli della scorta di polizia (almeno 2 uomini). Il costo dei charter, invece, è minore. Entro la soglia dei 135.000 euro di spesa - dopo una gara fra 7 operatori privati diversi - è lo Stato italiano a pagare il volo. Nel 2016 si sono spesi 3.785.029,49 euro. Nel 2017 ben 10.506.544 euro. Nel 2017 siamo a 3.497.771,23 euro. Se il costo del volo supera i 135.000 euro, a pagare è Frontex, l'agenzia di frontiera europea. In ogni caso, fino ad oggi il servizio charter per i rimpatri è utilizzabile solo verso Egitto, Georgia, Nigeria e Tunisia. In un caso, nel 2016, è stato sfruttato anche per rimpatriare 40 sudanesi, per decisione dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli. Tuttavia alcune associazioni hanno presentato ricorso alla Corte Ue, e hanno ottenuto ragione (insomma, si è trattato di un pasticcio). Ecco, questa è la situazione che l'attuale governo ha ereditato: in materia di accordi, il nulla quasi totale. E c'è pure chi ha il coraggio di riderci sopra.
Francesco Borgonovo
Bombe a Tripoli, Moavero da Haftar
Situazione incandescente in Libia. Ieri mattina, un commando di sei uomini ha attaccato la sede centrale della compagnia petrolifera libica, la National Oil Corporation, a Tripoli. Dopo aver ucciso due uomini della sicurezza, i sei assaltatori si sono introdotti nell'edificio con indosso cariche esplosive. Le Forze speciali di deterrenza hanno circondato la sede della Noc, e hanno ripreso dopo alcune ore il controllo della situazione. Tutti e sei i componenti del commando, di origine africana, sono morti: stando ad alcune fonti, almeno due di loro si sarebbero fatti saltare in aria. La Commissione per i feriti del governo di accordo nazionale ha riferito un bilancio di tre morti e 18 feriti, tutti civili, oltre agli aggressori. L'assalto ha rinfocolato le polemiche tra il governo di accordo nazionale, guidato da Fayez Al Sarraj, e ribelli della Settima Brigata. Sarraj ha accusato l'Isis e ha dato la responsabilità dell'assalto anche ai ribelli: «I terroristi», recita un comunicato del governo guidato da Sarraj, «hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli per compiere l'attentato. Occorre serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo». Opposta la valutazione dei ribelli. «L'attacco al quartier generale della compagnia petrolifera nazionale», ha dichiarato un portavoce della Settima Brigata, «è la dimostrazione che le milizie che ottengono ingenti fondi tramite le estorsioni al governo, non sono in grado di proteggere i cittadini e le istituzioni dello Stato. Il cittadino continuerà a pagare il prezzo del caos fino a quando le istituzioni non saranno in grado di svolgere il proprio ruolo». La sede della Noc, presa di mira ieri, si trova a poche centinaia di metri di distanza dal quartier generale di Fayez Al Sarraj. Il presidente, sostenuto dalle Nazioni Unite, si trova in una situazione di estrema precarietà. Fino ad ora, Sarraj ha potuto contare sul sostegno pieno del governo italiano, ma anche questa certezza barcolla. Ieri, a sorpresa, il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, è volato a Bengasi, dove ha incontrato il generale Khalifa Haftar, ras della Cirenaica e principale oppositore di Sarraj. Haftar è alleato di ferro della Francia di Emmanuel Macron, ma anche del presidente russo, Vladimir Putin. Il colloquio tra Moavero Milanesi e Haftar, ha fatto sapere la Farnesina, «è stato lungo e cordiale, e ha rilanciato lo stretto rapporto con l'Italia, in un clima di consolidata fiducia. Vi è stata ampia convergenza per un'intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile. Dal canto suo Haftar ha espresso al ministro Moavero il suo apprezzamento per l'impegno di politica estera dell'Italia, ritenuto imprescindibile per la Libia, grazie anche alle svariate e articolate iniziative e proposte che lo caratterizzano». Moavero Milanesi e Haftar hanno anche discusso della Conferenza internazionale sulla Libia che, si svolgerà in Italia a novembre.
Carlo Tarallo
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Espellere gli immigrati è quasi impossibile perché mancano i patti con i principali Stati di partenza: Eritrea, Niger, Gambia. Marco Minniti intrecciò fragili rapporti con alcune tribù libiche. Matteo Salvini: «Prime intese entro l'autunno».Bombe a Tripoli, Enzo Moavero Milanesi da Khalifa Haftar. Attacco kamikaze contro la National oil corporation, otto morti. Fayez Al Serraj accusa l'Isis. Il ministro a Bengasi dal generale che controlla la Cirenaica: «Parlato di pace». Lo speciale contiene due articoli.Marco Minniti, alla festa dell'Unità di Milano, ridacchiava soddisfatto. Gli hanno chiesto un commento sulla frase di Matteo Salvini secondo cui, per rimpatriare tutti gli immigrati che abbiamo qui, ci vorranno 80 anni. «Se n'accorto…», ha ghignato Minniti. Ha poco da ridere, però. Perché il quadro dipinto da Salvini, purtroppo, è realistico, ma la responsabilità non è certo dell'attuale ministro dell'Interno. «Stiamo lavorando per fare quello che in 20 anni non si è fatto: accordi di espulsione e rimpatrio assistito con tutti i Paesi di provenienza», ha detto Salvini domenica. I Paesi di provenienza in questione (con cui il ministro vuole siglare patti «entro l'autunno») sono Senegal, Pakistan, Sudan, Bangladesh, Eritrea, Mali, Costa d'Avorio, Niger, Gambia. Stati con i quali , ad oggi, non ci sono accordi di alcun tipo. Sembra incredibile, ma è la realtà. Attualmente, la lista degli «accordi di riammissione» con i cosiddetti Paesi terzi (cioè quelli extra Unione europea) è quasi ridicola. Abbiamo firmato patti con Albania (in vigore dal 1998); Algeria (2006); Bosnia Erzegovina (2007); Egitto (2008); Filippine (2005); Georgia (1997); Kosovo (2015); Macedonia (1997); Marocco (1998); Moldova (2004); Nigeria (2011); Sri Lanka 2001) e Tunisia (1999). Di questi, come ha detto Salvini, «l'unico che funziona è con la Tunisia, ne rimpatriamo 80 a settimana ma anche se ne espelliamo 100 ci mettiamo 80 anni. Da lì ne sono arrivati più di 4.000 e non c'è guerra, carestia, peste e non si capisce perché». Anche quello con la Nigeria, in verità, qualche frutto lo porta, ma stiamo parlando di cifre bassissime. Scorrendo la lista, due dati colpiscono particolarmente. Il primo è che mancano praticamente tutti i Paesi di provenienza dei migranti. Al 31 agosto scorso, infatti, sono sbarcate qui 20.001 persone. Di queste, 3.729 provenivano dalla Tunisia. 3.027, invece, arrivavano dall'Eritrea. Seguivano poi: Sudan (1.595); Nigeria (1.248); Pakistan (1.237); Iraq (1.150); Costa d'avorio (1.047); Mali (875); Algeria (840) e Guinea (809). Noi abbiamo firmato patti solo con Tunisia e Algeria. Esistono, poi, alcuni accordi a livello europeo conclusi dall'Ue tramite il nostro Paese. Ci sono trattati con Armenia, Arzebaijan, Capo Verde, Hongk Kong, Macao, Montenegro, Russia, Serbia, Sri Lanka, Turchia, Ucraina. L'altro dato che sorprende riguarda le tempistiche. L'accordo più recente con i «Paesi terzi», stando ai dati del Viminale, è stato firmato nel 2014 ed è quello con il Kosovo. Il secondo più recente è quello con la Nigeria, firmato addirittura nel 2000 ma entrato in vigore nel 2011. Quanto agli accordi e protocolli bilaterali firmati dalla Ue per nostro tramite, il più recente è quello con la Turchia (2013). L'anno scorso è stato concluso anche un protocollo bilaterale con la Bosnia Erzegovina, ma con quel Paese esistevano già accordi risalenti al 2007. Sapete che cosa significa? Che, per lo meno dal 2011 a oggi, nessun governo si è premurato di stringere intese con i Paesi africani. Quando i flussi migratori sono esplosi, diciamo dal 2014 in avanti, gli esecutivi a trazione sinistra hanno trovato un solo modo per risolvere la faccenda: attendere gli ordini dell'Ue e far entrare tutti. Di accordi con gli Stati africani per i rimpatri nemmeno l'ombra. Lo stesso Marco Minniti, che pure si è molto vantato del suo approccio securitario, si è limitato a qualche traballante accordicchio con le tribù libiche. Per il resto, ci sono alcune intese siglate dalle nostre forze di Polizia con Stati come Gambia, Costa d'Avorio e Senegal, ma si tratta di accordi tecnici e non di veri e propri accordi di riammissione. Viene da chiedersi, dunque, che cosa abbia da ridere Minniti. Se oggi ci troviamo nelle pesti, la responsabilità è anche sua. Non solo, ovviamente, ma anche. I dati suoi rimpatri, come ovvio, sono sconfortanti, ma qualche miglioramento in realtà si vede. Il rimpatrio forzato di un immigrato avviene mediante volo charter o volo commerciale e in pochissimi casi tramite navi di linea. Nel 2016 sono state effettuate 942 operazioni di rimpatrio (62 tramite voli charter), per un totale di 2.749 stranieri rimandati in dietro. Nel 2017, le operazioni sono state 1.264 (di cui 79 tramite charter), per un totale di 3.695 stranieri rispediti a casa. Al 7 settembre di quest'anno, siamo a quota 883 operazioni, di cui 51 mediante voli charter. Gli stranieri rimpatriati sono stati 2.328 stranieri. Un buon numero, nonostante tutto. Quando si parla di rimpatri, tuttavia, tocca sempre affrontare il capitolo costi. Rimandare indietro un migrante con un volo di linea è molto costoso, poiché bisogna pagare i biglietti degli stranieri più quelli della scorta di polizia (almeno 2 uomini). Il costo dei charter, invece, è minore. Entro la soglia dei 135.000 euro di spesa - dopo una gara fra 7 operatori privati diversi - è lo Stato italiano a pagare il volo. Nel 2016 si sono spesi 3.785.029,49 euro. Nel 2017 ben 10.506.544 euro. Nel 2017 siamo a 3.497.771,23 euro. Se il costo del volo supera i 135.000 euro, a pagare è Frontex, l'agenzia di frontiera europea. In ogni caso, fino ad oggi il servizio charter per i rimpatri è utilizzabile solo verso Egitto, Georgia, Nigeria e Tunisia. In un caso, nel 2016, è stato sfruttato anche per rimpatriare 40 sudanesi, per decisione dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli. Tuttavia alcune associazioni hanno presentato ricorso alla Corte Ue, e hanno ottenuto ragione (insomma, si è trattato di un pasticcio). Ecco, questa è la situazione che l'attuale governo ha ereditato: in materia di accordi, il nulla quasi totale. E c'è pure chi ha il coraggio di riderci sopra. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leredita-della-sinistra-sui-rimpatri-nessun-accordo-con-i-paesi-africani-2603779072.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bombe-a-tripoli-moavero-da-haftar" data-post-id="2603779072" data-published-at="1781021463" data-use-pagination="False"> Bombe a Tripoli, Moavero da Haftar Situazione incandescente in Libia. Ieri mattina, un commando di sei uomini ha attaccato la sede centrale della compagnia petrolifera libica, la National Oil Corporation, a Tripoli. Dopo aver ucciso due uomini della sicurezza, i sei assaltatori si sono introdotti nell'edificio con indosso cariche esplosive. Le Forze speciali di deterrenza hanno circondato la sede della Noc, e hanno ripreso dopo alcune ore il controllo della situazione. Tutti e sei i componenti del commando, di origine africana, sono morti: stando ad alcune fonti, almeno due di loro si sarebbero fatti saltare in aria. La Commissione per i feriti del governo di accordo nazionale ha riferito un bilancio di tre morti e 18 feriti, tutti civili, oltre agli aggressori. L'assalto ha rinfocolato le polemiche tra il governo di accordo nazionale, guidato da Fayez Al Sarraj, e ribelli della Settima Brigata. Sarraj ha accusato l'Isis e ha dato la responsabilità dell'assalto anche ai ribelli: «I terroristi», recita un comunicato del governo guidato da Sarraj, «hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli per compiere l'attentato. Occorre serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo». Opposta la valutazione dei ribelli. «L'attacco al quartier generale della compagnia petrolifera nazionale», ha dichiarato un portavoce della Settima Brigata, «è la dimostrazione che le milizie che ottengono ingenti fondi tramite le estorsioni al governo, non sono in grado di proteggere i cittadini e le istituzioni dello Stato. Il cittadino continuerà a pagare il prezzo del caos fino a quando le istituzioni non saranno in grado di svolgere il proprio ruolo». La sede della Noc, presa di mira ieri, si trova a poche centinaia di metri di distanza dal quartier generale di Fayez Al Sarraj. Il presidente, sostenuto dalle Nazioni Unite, si trova in una situazione di estrema precarietà. Fino ad ora, Sarraj ha potuto contare sul sostegno pieno del governo italiano, ma anche questa certezza barcolla. Ieri, a sorpresa, il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, è volato a Bengasi, dove ha incontrato il generale Khalifa Haftar, ras della Cirenaica e principale oppositore di Sarraj. Haftar è alleato di ferro della Francia di Emmanuel Macron, ma anche del presidente russo, Vladimir Putin. Il colloquio tra Moavero Milanesi e Haftar, ha fatto sapere la Farnesina, «è stato lungo e cordiale, e ha rilanciato lo stretto rapporto con l'Italia, in un clima di consolidata fiducia. Vi è stata ampia convergenza per un'intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile. Dal canto suo Haftar ha espresso al ministro Moavero il suo apprezzamento per l'impegno di politica estera dell'Italia, ritenuto imprescindibile per la Libia, grazie anche alle svariate e articolate iniziative e proposte che lo caratterizzano». Moavero Milanesi e Haftar hanno anche discusso della Conferenza internazionale sulla Libia che, si svolgerà in Italia a novembre. Carlo Tarallo
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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