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2018-09-11
L’eredità della sinistra sui rimpatri: nessun accordo con i Paesi africani
Ansa
Marco Minniti, alla festa dell'Unità di Milano, ridacchiava soddisfatto. Gli hanno chiesto un commento sulla frase di Matteo Salvini secondo cui, per rimpatriare tutti gli immigrati che abbiamo qui, ci vorranno 80 anni. «Se n'accorto…», ha ghignato Minniti. Ha poco da ridere, però. Perché il quadro dipinto da Salvini, purtroppo, è realistico, ma la responsabilità non è certo dell'attuale ministro dell'Interno. «Stiamo lavorando per fare quello che in 20 anni non si è fatto: accordi di espulsione e rimpatrio assistito con tutti i Paesi di provenienza», ha detto Salvini domenica. I Paesi di provenienza in questione (con cui il ministro vuole siglare patti «entro l'autunno») sono Senegal, Pakistan, Sudan, Bangladesh, Eritrea, Mali, Costa d'Avorio, Niger, Gambia. Stati con i quali , ad oggi, non ci sono accordi di alcun tipo. Sembra incredibile, ma è la realtà.
Attualmente, la lista degli «accordi di riammissione» con i cosiddetti Paesi terzi (cioè quelli extra Unione europea) è quasi ridicola. Abbiamo firmato patti con Albania (in vigore dal 1998); Algeria (2006); Bosnia Erzegovina (2007); Egitto (2008); Filippine (2005); Georgia (1997); Kosovo (2015); Macedonia (1997); Marocco (1998); Moldova (2004); Nigeria (2011); Sri Lanka 2001) e Tunisia (1999). Di questi, come ha detto Salvini, «l'unico che funziona è con la Tunisia, ne rimpatriamo 80 a settimana ma anche se ne espelliamo 100 ci mettiamo 80 anni. Da lì ne sono arrivati più di 4.000 e non c'è guerra, carestia, peste e non si capisce perché». Anche quello con la Nigeria, in verità, qualche frutto lo porta, ma stiamo parlando di cifre bassissime.
Scorrendo la lista, due dati colpiscono particolarmente. Il primo è che mancano praticamente tutti i Paesi di provenienza dei migranti. Al 31 agosto scorso, infatti, sono sbarcate qui 20.001 persone. Di queste, 3.729 provenivano dalla Tunisia. 3.027, invece, arrivavano dall'Eritrea. Seguivano poi: Sudan (1.595); Nigeria (1.248); Pakistan (1.237); Iraq (1.150); Costa d'avorio (1.047); Mali (875); Algeria (840) e Guinea (809). Noi abbiamo firmato patti solo con Tunisia e Algeria. Esistono, poi, alcuni accordi a livello europeo conclusi dall'Ue tramite il nostro Paese. Ci sono trattati con Armenia, Arzebaijan, Capo Verde, Hongk Kong, Macao, Montenegro, Russia, Serbia, Sri Lanka, Turchia, Ucraina.
L'altro dato che sorprende riguarda le tempistiche. L'accordo più recente con i «Paesi terzi», stando ai dati del Viminale, è stato firmato nel 2014 ed è quello con il Kosovo. Il secondo più recente è quello con la Nigeria, firmato addirittura nel 2000 ma entrato in vigore nel 2011. Quanto agli accordi e protocolli bilaterali firmati dalla Ue per nostro tramite, il più recente è quello con la Turchia (2013). L'anno scorso è stato concluso anche un protocollo bilaterale con la Bosnia Erzegovina, ma con quel Paese esistevano già accordi risalenti al 2007.
Sapete che cosa significa? Che, per lo meno dal 2011 a oggi, nessun governo si è premurato di stringere intese con i Paesi africani. Quando i flussi migratori sono esplosi, diciamo dal 2014 in avanti, gli esecutivi a trazione sinistra hanno trovato un solo modo per risolvere la faccenda: attendere gli ordini dell'Ue e far entrare tutti. Di accordi con gli Stati africani per i rimpatri nemmeno l'ombra. Lo stesso Marco Minniti, che pure si è molto vantato del suo approccio securitario, si è limitato a qualche traballante accordicchio con le tribù libiche. Per il resto, ci sono alcune intese siglate dalle nostre forze di Polizia con Stati come Gambia, Costa d'Avorio e Senegal, ma si tratta di accordi tecnici e non di veri e propri accordi di riammissione.
Viene da chiedersi, dunque, che cosa abbia da ridere Minniti. Se oggi ci troviamo nelle pesti, la responsabilità è anche sua. Non solo, ovviamente, ma anche. I dati suoi rimpatri, come ovvio, sono sconfortanti, ma qualche miglioramento in realtà si vede.
Il rimpatrio forzato di un immigrato avviene mediante volo charter o volo commerciale e in pochissimi casi tramite navi di linea. Nel 2016 sono state effettuate 942 operazioni di rimpatrio (62 tramite voli charter), per un totale di 2.749 stranieri rimandati in dietro. Nel 2017, le operazioni sono state 1.264 (di cui 79 tramite charter), per un totale di 3.695 stranieri rispediti a casa. Al 7 settembre di quest'anno, siamo a quota 883 operazioni, di cui 51 mediante voli charter. Gli stranieri rimpatriati sono stati 2.328 stranieri. Un buon numero, nonostante tutto.
Quando si parla di rimpatri, tuttavia, tocca sempre affrontare il capitolo costi. Rimandare indietro un migrante con un volo di linea è molto costoso, poiché bisogna pagare i biglietti degli stranieri più quelli della scorta di polizia (almeno 2 uomini). Il costo dei charter, invece, è minore. Entro la soglia dei 135.000 euro di spesa - dopo una gara fra 7 operatori privati diversi - è lo Stato italiano a pagare il volo. Nel 2016 si sono spesi 3.785.029,49 euro. Nel 2017 ben 10.506.544 euro. Nel 2017 siamo a 3.497.771,23 euro. Se il costo del volo supera i 135.000 euro, a pagare è Frontex, l'agenzia di frontiera europea. In ogni caso, fino ad oggi il servizio charter per i rimpatri è utilizzabile solo verso Egitto, Georgia, Nigeria e Tunisia. In un caso, nel 2016, è stato sfruttato anche per rimpatriare 40 sudanesi, per decisione dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli. Tuttavia alcune associazioni hanno presentato ricorso alla Corte Ue, e hanno ottenuto ragione (insomma, si è trattato di un pasticcio). Ecco, questa è la situazione che l'attuale governo ha ereditato: in materia di accordi, il nulla quasi totale. E c'è pure chi ha il coraggio di riderci sopra.
Francesco Borgonovo
Bombe a Tripoli, Moavero da Haftar
Situazione incandescente in Libia. Ieri mattina, un commando di sei uomini ha attaccato la sede centrale della compagnia petrolifera libica, la National Oil Corporation, a Tripoli. Dopo aver ucciso due uomini della sicurezza, i sei assaltatori si sono introdotti nell'edificio con indosso cariche esplosive. Le Forze speciali di deterrenza hanno circondato la sede della Noc, e hanno ripreso dopo alcune ore il controllo della situazione. Tutti e sei i componenti del commando, di origine africana, sono morti: stando ad alcune fonti, almeno due di loro si sarebbero fatti saltare in aria. La Commissione per i feriti del governo di accordo nazionale ha riferito un bilancio di tre morti e 18 feriti, tutti civili, oltre agli aggressori. L'assalto ha rinfocolato le polemiche tra il governo di accordo nazionale, guidato da Fayez Al Sarraj, e ribelli della Settima Brigata. Sarraj ha accusato l'Isis e ha dato la responsabilità dell'assalto anche ai ribelli: «I terroristi», recita un comunicato del governo guidato da Sarraj, «hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli per compiere l'attentato. Occorre serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo». Opposta la valutazione dei ribelli. «L'attacco al quartier generale della compagnia petrolifera nazionale», ha dichiarato un portavoce della Settima Brigata, «è la dimostrazione che le milizie che ottengono ingenti fondi tramite le estorsioni al governo, non sono in grado di proteggere i cittadini e le istituzioni dello Stato. Il cittadino continuerà a pagare il prezzo del caos fino a quando le istituzioni non saranno in grado di svolgere il proprio ruolo». La sede della Noc, presa di mira ieri, si trova a poche centinaia di metri di distanza dal quartier generale di Fayez Al Sarraj. Il presidente, sostenuto dalle Nazioni Unite, si trova in una situazione di estrema precarietà. Fino ad ora, Sarraj ha potuto contare sul sostegno pieno del governo italiano, ma anche questa certezza barcolla. Ieri, a sorpresa, il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, è volato a Bengasi, dove ha incontrato il generale Khalifa Haftar, ras della Cirenaica e principale oppositore di Sarraj. Haftar è alleato di ferro della Francia di Emmanuel Macron, ma anche del presidente russo, Vladimir Putin. Il colloquio tra Moavero Milanesi e Haftar, ha fatto sapere la Farnesina, «è stato lungo e cordiale, e ha rilanciato lo stretto rapporto con l'Italia, in un clima di consolidata fiducia. Vi è stata ampia convergenza per un'intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile. Dal canto suo Haftar ha espresso al ministro Moavero il suo apprezzamento per l'impegno di politica estera dell'Italia, ritenuto imprescindibile per la Libia, grazie anche alle svariate e articolate iniziative e proposte che lo caratterizzano». Moavero Milanesi e Haftar hanno anche discusso della Conferenza internazionale sulla Libia che, si svolgerà in Italia a novembre.
Carlo Tarallo
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Espellere gli immigrati è quasi impossibile perché mancano i patti con i principali Stati di partenza: Eritrea, Niger, Gambia. Marco Minniti intrecciò fragili rapporti con alcune tribù libiche. Matteo Salvini: «Prime intese entro l'autunno».Bombe a Tripoli, Enzo Moavero Milanesi da Khalifa Haftar. Attacco kamikaze contro la National oil corporation, otto morti. Fayez Al Serraj accusa l'Isis. Il ministro a Bengasi dal generale che controlla la Cirenaica: «Parlato di pace». Lo speciale contiene due articoli.Marco Minniti, alla festa dell'Unità di Milano, ridacchiava soddisfatto. Gli hanno chiesto un commento sulla frase di Matteo Salvini secondo cui, per rimpatriare tutti gli immigrati che abbiamo qui, ci vorranno 80 anni. «Se n'accorto…», ha ghignato Minniti. Ha poco da ridere, però. Perché il quadro dipinto da Salvini, purtroppo, è realistico, ma la responsabilità non è certo dell'attuale ministro dell'Interno. «Stiamo lavorando per fare quello che in 20 anni non si è fatto: accordi di espulsione e rimpatrio assistito con tutti i Paesi di provenienza», ha detto Salvini domenica. I Paesi di provenienza in questione (con cui il ministro vuole siglare patti «entro l'autunno») sono Senegal, Pakistan, Sudan, Bangladesh, Eritrea, Mali, Costa d'Avorio, Niger, Gambia. Stati con i quali , ad oggi, non ci sono accordi di alcun tipo. Sembra incredibile, ma è la realtà. Attualmente, la lista degli «accordi di riammissione» con i cosiddetti Paesi terzi (cioè quelli extra Unione europea) è quasi ridicola. Abbiamo firmato patti con Albania (in vigore dal 1998); Algeria (2006); Bosnia Erzegovina (2007); Egitto (2008); Filippine (2005); Georgia (1997); Kosovo (2015); Macedonia (1997); Marocco (1998); Moldova (2004); Nigeria (2011); Sri Lanka 2001) e Tunisia (1999). Di questi, come ha detto Salvini, «l'unico che funziona è con la Tunisia, ne rimpatriamo 80 a settimana ma anche se ne espelliamo 100 ci mettiamo 80 anni. Da lì ne sono arrivati più di 4.000 e non c'è guerra, carestia, peste e non si capisce perché». Anche quello con la Nigeria, in verità, qualche frutto lo porta, ma stiamo parlando di cifre bassissime. Scorrendo la lista, due dati colpiscono particolarmente. Il primo è che mancano praticamente tutti i Paesi di provenienza dei migranti. Al 31 agosto scorso, infatti, sono sbarcate qui 20.001 persone. Di queste, 3.729 provenivano dalla Tunisia. 3.027, invece, arrivavano dall'Eritrea. Seguivano poi: Sudan (1.595); Nigeria (1.248); Pakistan (1.237); Iraq (1.150); Costa d'avorio (1.047); Mali (875); Algeria (840) e Guinea (809). Noi abbiamo firmato patti solo con Tunisia e Algeria. Esistono, poi, alcuni accordi a livello europeo conclusi dall'Ue tramite il nostro Paese. Ci sono trattati con Armenia, Arzebaijan, Capo Verde, Hongk Kong, Macao, Montenegro, Russia, Serbia, Sri Lanka, Turchia, Ucraina. L'altro dato che sorprende riguarda le tempistiche. L'accordo più recente con i «Paesi terzi», stando ai dati del Viminale, è stato firmato nel 2014 ed è quello con il Kosovo. Il secondo più recente è quello con la Nigeria, firmato addirittura nel 2000 ma entrato in vigore nel 2011. Quanto agli accordi e protocolli bilaterali firmati dalla Ue per nostro tramite, il più recente è quello con la Turchia (2013). L'anno scorso è stato concluso anche un protocollo bilaterale con la Bosnia Erzegovina, ma con quel Paese esistevano già accordi risalenti al 2007. Sapete che cosa significa? Che, per lo meno dal 2011 a oggi, nessun governo si è premurato di stringere intese con i Paesi africani. Quando i flussi migratori sono esplosi, diciamo dal 2014 in avanti, gli esecutivi a trazione sinistra hanno trovato un solo modo per risolvere la faccenda: attendere gli ordini dell'Ue e far entrare tutti. Di accordi con gli Stati africani per i rimpatri nemmeno l'ombra. Lo stesso Marco Minniti, che pure si è molto vantato del suo approccio securitario, si è limitato a qualche traballante accordicchio con le tribù libiche. Per il resto, ci sono alcune intese siglate dalle nostre forze di Polizia con Stati come Gambia, Costa d'Avorio e Senegal, ma si tratta di accordi tecnici e non di veri e propri accordi di riammissione. Viene da chiedersi, dunque, che cosa abbia da ridere Minniti. Se oggi ci troviamo nelle pesti, la responsabilità è anche sua. Non solo, ovviamente, ma anche. I dati suoi rimpatri, come ovvio, sono sconfortanti, ma qualche miglioramento in realtà si vede. Il rimpatrio forzato di un immigrato avviene mediante volo charter o volo commerciale e in pochissimi casi tramite navi di linea. Nel 2016 sono state effettuate 942 operazioni di rimpatrio (62 tramite voli charter), per un totale di 2.749 stranieri rimandati in dietro. Nel 2017, le operazioni sono state 1.264 (di cui 79 tramite charter), per un totale di 3.695 stranieri rispediti a casa. Al 7 settembre di quest'anno, siamo a quota 883 operazioni, di cui 51 mediante voli charter. Gli stranieri rimpatriati sono stati 2.328 stranieri. Un buon numero, nonostante tutto. Quando si parla di rimpatri, tuttavia, tocca sempre affrontare il capitolo costi. Rimandare indietro un migrante con un volo di linea è molto costoso, poiché bisogna pagare i biglietti degli stranieri più quelli della scorta di polizia (almeno 2 uomini). Il costo dei charter, invece, è minore. Entro la soglia dei 135.000 euro di spesa - dopo una gara fra 7 operatori privati diversi - è lo Stato italiano a pagare il volo. Nel 2016 si sono spesi 3.785.029,49 euro. Nel 2017 ben 10.506.544 euro. Nel 2017 siamo a 3.497.771,23 euro. Se il costo del volo supera i 135.000 euro, a pagare è Frontex, l'agenzia di frontiera europea. In ogni caso, fino ad oggi il servizio charter per i rimpatri è utilizzabile solo verso Egitto, Georgia, Nigeria e Tunisia. In un caso, nel 2016, è stato sfruttato anche per rimpatriare 40 sudanesi, per decisione dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli. Tuttavia alcune associazioni hanno presentato ricorso alla Corte Ue, e hanno ottenuto ragione (insomma, si è trattato di un pasticcio). Ecco, questa è la situazione che l'attuale governo ha ereditato: in materia di accordi, il nulla quasi totale. E c'è pure chi ha il coraggio di riderci sopra. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leredita-della-sinistra-sui-rimpatri-nessun-accordo-con-i-paesi-africani-2603779072.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bombe-a-tripoli-moavero-da-haftar" data-post-id="2603779072" data-published-at="1778416448" data-use-pagination="False"> Bombe a Tripoli, Moavero da Haftar Situazione incandescente in Libia. Ieri mattina, un commando di sei uomini ha attaccato la sede centrale della compagnia petrolifera libica, la National Oil Corporation, a Tripoli. Dopo aver ucciso due uomini della sicurezza, i sei assaltatori si sono introdotti nell'edificio con indosso cariche esplosive. Le Forze speciali di deterrenza hanno circondato la sede della Noc, e hanno ripreso dopo alcune ore il controllo della situazione. Tutti e sei i componenti del commando, di origine africana, sono morti: stando ad alcune fonti, almeno due di loro si sarebbero fatti saltare in aria. La Commissione per i feriti del governo di accordo nazionale ha riferito un bilancio di tre morti e 18 feriti, tutti civili, oltre agli aggressori. L'assalto ha rinfocolato le polemiche tra il governo di accordo nazionale, guidato da Fayez Al Sarraj, e ribelli della Settima Brigata. Sarraj ha accusato l'Isis e ha dato la responsabilità dell'assalto anche ai ribelli: «I terroristi», recita un comunicato del governo guidato da Sarraj, «hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli per compiere l'attentato. Occorre serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo». Opposta la valutazione dei ribelli. «L'attacco al quartier generale della compagnia petrolifera nazionale», ha dichiarato un portavoce della Settima Brigata, «è la dimostrazione che le milizie che ottengono ingenti fondi tramite le estorsioni al governo, non sono in grado di proteggere i cittadini e le istituzioni dello Stato. Il cittadino continuerà a pagare il prezzo del caos fino a quando le istituzioni non saranno in grado di svolgere il proprio ruolo». La sede della Noc, presa di mira ieri, si trova a poche centinaia di metri di distanza dal quartier generale di Fayez Al Sarraj. Il presidente, sostenuto dalle Nazioni Unite, si trova in una situazione di estrema precarietà. Fino ad ora, Sarraj ha potuto contare sul sostegno pieno del governo italiano, ma anche questa certezza barcolla. Ieri, a sorpresa, il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, è volato a Bengasi, dove ha incontrato il generale Khalifa Haftar, ras della Cirenaica e principale oppositore di Sarraj. Haftar è alleato di ferro della Francia di Emmanuel Macron, ma anche del presidente russo, Vladimir Putin. Il colloquio tra Moavero Milanesi e Haftar, ha fatto sapere la Farnesina, «è stato lungo e cordiale, e ha rilanciato lo stretto rapporto con l'Italia, in un clima di consolidata fiducia. Vi è stata ampia convergenza per un'intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile. Dal canto suo Haftar ha espresso al ministro Moavero il suo apprezzamento per l'impegno di politica estera dell'Italia, ritenuto imprescindibile per la Libia, grazie anche alle svariate e articolate iniziative e proposte che lo caratterizzano». Moavero Milanesi e Haftar hanno anche discusso della Conferenza internazionale sulla Libia che, si svolgerà in Italia a novembre. Carlo Tarallo
(IStock)
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
www.carlopelanda.com
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