True
2021-07-22
Le Regioni smontano il salvacondotto seminando ostacoli per il governo
Ansa
Sul green pass e sui parametri che determinano il cambio di colore delle Regioni si consuma l'ennesimo scontro tra il governo e le Regioni stesse, e tra i partiti della variopinta maggioranza che sostiene il governo guidato da Mario Draghi. Oggi dovrebbero svolgersi la cabina di regia, ovvero la riunione ristretta tra Draghi e i capidelegazione dei partiti al governo, e subito dopo il Consiglio dei ministri che dovrà varare le nuove norme anti Covid. Ieri mattina la Conferenza delle Regioni, guidata dal leghista Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia, è tornata a riunirsi, dopo il primo vertice del giorno prima, e ha formalizzato le proposte al governo: «La Conferenza delle Regioni», spiega Fedriga, «ha elaborato alcune proposte sull'uso del green pass in un'ottica positiva, ovvero per permettere la ripresa in sicurezza di attività fino a oggi non consentite o limitate. Ad esempio grandi eventi sportivi e di spettacolo, discoteche, fiere e congressi. Inoltre», aggiunge Fedriga, «abbiamo anche condiviso una proposta per la revisione degli indicatori delle zone di rischio, formulando l'ipotesi di portare, per la zona bianca, il limite massimo di occupazione dei posti letto in area medica al 30% e quello delle terapie intensive al 20%. Si tratta di proposte che facciamo al governo, in un'ottica di collaborazione istituzionale, anche alla luce dell'attuale contesto epidemiologico», conclude Fedriga, «caratterizzato da un aumento dell'incidenza ma da una bassa occupazione dei posti letto ospedalieri e dalla progressione intensa della campagna vaccinale». Addio quindi al cambio di colore in base alla percentuale di contagiati sul totale della popolazione, come accaduto fino ad ora, con la soglia massima per restare in zona bianca fissata a 50 casi per 100.000 abitanti.
L'idea del ministro della Salute, Roberto Speranza, era di spedire una Regione in zona gialla con una occupazione delle terapie intensive superiore al 5% dei posti letto a disposizione e quella dei reparti ordinari superiore al 10%. Le Regioni, come è evidente, sconfessano totalmente la linea chiusurista di Speranza, proponendo soglie molto superiori. Anche sul green pass, le Regioni, all'unanimità, quindi al di là dei colori politici, suggeriscono al governo di prevedere l'obbligo di presentare il certificato solo per l'accesso a strutture che adesso sono chiuse, e quindi potrebbero ripartire, come le discoteche, o a quegli eventi che già prevedono restrizioni. Niente green pass invece per trasporti pubblici o ristoranti al chiuso, come pure desideravano alcuni media fanatici delle restrizioni.
Soddisfatto per la proposta delle Regioni il leader della Lega, Matteo Salvini: «Se applicassimo il green pass da domani mattina», argomenta Salvini, «come vuole qualche ultrà, significherebbe impedire il lavoro, il diritto alla salute, il diritto allo studio, allo spostamento e alla vita ad almeno la metà della popolazione italiana, che non è no vax ma semplicemente non ha ancora potuto vaccinarsi. Quindi andiamo per gradi. Penso che la proposta che arriva dalle Regioni all'unanimità», aggiunge Salvini, «sia assolutamente equilibrata». Il timore di molti osservatori e addetti ai lavori è che il governo abbia in mente di estendere gradualmente il green pass, introducendolo in maniera soft per poi allargarne l'obbligatorietà anche a locali al chiuso, mezzi pubblici e così via. Non solo: il governo starebbe ipotizzando di obbligare chi vuole sedersi nei bar e nei ristoranti al chiuso a esibire comunque un green pass, ma quello destinato a chi ha ricevuto solo la prima dose di vaccino. Nessun obbligo sarebbe invece previsto per prendere il caffè al bancone dei bar. Le due dosi sarebbero necessarie per entrare in discoteca o per prendere treni, aerei e navi a lunga percorrenza.
Una prospettiva che scatena la rivolta di Fiepet Confesercenti, associazione di categoria che riunisce gli esercenti pubblici e turistici: «L'obbligo di green pass per accedere alle sale interne di bar e ristoranti», attacca Giancarlo Banchieri, presidente di Fiepet Confesercenti, «non è solo punitivo nei confronti delle attività: è anche costoso da implementare e rischioso per i gestori, trasformati di fatto in agenti di pubblica sicurezza con tutte le responsabilità, anche legali, connesse. Per controllare all'ingresso i certificati e i documenti di chi li presenta, gli oltre 300.000 bar e ristoranti italiani avrebbero bisogno di formare una persona e dedicarla interamente a questo compito. Una soluzione onerosa e insostenibile per molte imprese», aggiunge Banchieri, «in particolare per quelle più piccole, che dovrebbero probabilmente assumere una figura ad hoc: una strada impercorribile in particolare nelle città d'arte, dove l'assenza di turisti già ha messo a dura prova i fatturati. Preoccupano, inoltre, eventuali ricadute in caso di errori nella fase di controllo: i gestori dovrebbero essere totalmente esonerati da ogni responsabilità. Resta inoltre da capire se un provvedimento di questo tipo», evidenzia Banchieri, «sia giustificato anche per piccoli ristoranti o bar, che permettono l'accesso solo a poche persone per volta all'interno dei locali. Sarebbe paradossale, anche perché stando alle indiscrezioni altre attività che sono evidentemente più esposte ai rischi di assembramento, come ad esempio i trasporti, sarebbero per ora escluse dall'obbligo».
Pressing sull’obbligo nelle scuole
Sull'obbligo vaccinale per i docenti italiani è scontro tra centrodestra e sinistra, ma anche tra Lega e Forza Italia si registrano posizioni differenti. «Le vaccinazioni sono una priorità assoluta, invitiamo il governo a prendere iniziative stringenti», dice il segretario del Pd, Enrico Letta. Completamente opposta la posizione del segretario del Carroccio, Matteo Salvini, per il quale va messa in sicurezza «la popolazione dai 60 in su, da 40 a 59 scelgano, per i giovani non serve. Parlare di obbligo per studenti di 13 o 14 anni o per gli insegnanti non fa parte del mio modo di pensare un Paese libero. Entro settembre», argomenta Salvini, «si stima di arrivare oltre il 90% di copertura volontaria fra gli insegnanti. Che senso ha parlare di obblighi o licenziamenti a scuola?».
Da parte sua, la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli, presidente della commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, ha presentato un ddl per l'obbligo di vaccino per il personale scolastico, tra docenti e dipendenti. «Mi auguro ora», ha spiegato la Ronzulli, «che, così come è successo per il disegno di legge per l'obbligo di vaccino ai sanitari, il ministro dell'Istruzione e tutto il governo accelerino l'iter. Il documento prevede la sospensione dalla mansione in caso di inadempienza. In questo caso il docente sarebbe sostituito dai tanti insegnanti non di ruolo», ha aggiunto la Ronzulli, «che fanno supplenze».
A favore dell'obbligo anche i presidi: «Bisogna andare», esorta l'Associazione nazionale presidi, «oltre le ipotesi sul green pass a scuola. Per riaprire gli istituti in presenza e in totale sicurezza serve l'obbligo del vaccino per il personale scolastico. In questo modo non bisognerebbe applicare il distanziamento, che necessita invece della disponibilità di spazi. La prossima settimana vedremo il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi», aggiunge l'associazione, «e riferiremo anche a lui le nostre posizioni sul vaccino ai prof». «Su questo argomento il confronto è in atto», spiega la sottosegretaria all'Economia, Cecilia Guerra, «ed è una discussione che si deve fare laicamente, ma la mia opinione è che si possa arrivare a questo». Il presidente della commissione istruzione del Senato, Riccardo Nencini, ha chiesto l'audizione di Bianchi, prevista per la prossima settimana, e ha annunciato che porrà la questione. Il prossimo 27 luglio il ministro incontrerà i sindacati per discutere della ripartenza della scuola e anche in quella circostanza sarà invocato dalle categorie un provvedimento forte.
Comunque vada, sarà necessaria un'operazione di aggiornamento sulle banche dati delle vaccinazioni dell'intera popolazione, che devono essere incrociate con quelle dei dipendenti della Pubblica istruzione, perché da un certo momento in poi si è proceduto solo alle somministrazioni per fasce di età, dunque anche di docenti e personale scolastico che non ha dichiarato la qualifica al momento dell'inoculazione, e per questa ragione la cifra degli effettivi immunizzati nelle scuole rischia di non essere precisa. Intanto, fa sapere l'Ansa, proseguono in queste ore ancora nelle prossime le riunioni al ministero sul protocollo di sicurezza per la riapertura, anche alla luce dell'ultimo parere fornito dal Cts, che ha avanzato «una forte raccomandazione al decisore politico, affinché ogni sforzo sia fatto per raggiungere un'elevata copertura vaccinale, anche attraverso l'individuazione delle ulteriori misure, anche legislative».
Continua a leggereRiduci
Secondo i governatori il passaporto deve servire solo per riaprire le attività lasciate indietro. Bocciati anche i limiti di Roberto Speranza sui cambi di colore, con la benedizione di Matteo Salvini. Confesercenti pronta a dare battagliaDopo l'allineamento di Forza Italia sulle posizioni del Pd, anche i presidi spingono: «Indispensabile per riaprire». Netta la Lega: «Lasciate liberi studenti e insegnanti» Lo speciale contiene due articoliSul green pass e sui parametri che determinano il cambio di colore delle Regioni si consuma l'ennesimo scontro tra il governo e le Regioni stesse, e tra i partiti della variopinta maggioranza che sostiene il governo guidato da Mario Draghi. Oggi dovrebbero svolgersi la cabina di regia, ovvero la riunione ristretta tra Draghi e i capidelegazione dei partiti al governo, e subito dopo il Consiglio dei ministri che dovrà varare le nuove norme anti Covid. Ieri mattina la Conferenza delle Regioni, guidata dal leghista Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia, è tornata a riunirsi, dopo il primo vertice del giorno prima, e ha formalizzato le proposte al governo: «La Conferenza delle Regioni», spiega Fedriga, «ha elaborato alcune proposte sull'uso del green pass in un'ottica positiva, ovvero per permettere la ripresa in sicurezza di attività fino a oggi non consentite o limitate. Ad esempio grandi eventi sportivi e di spettacolo, discoteche, fiere e congressi. Inoltre», aggiunge Fedriga, «abbiamo anche condiviso una proposta per la revisione degli indicatori delle zone di rischio, formulando l'ipotesi di portare, per la zona bianca, il limite massimo di occupazione dei posti letto in area medica al 30% e quello delle terapie intensive al 20%. Si tratta di proposte che facciamo al governo, in un'ottica di collaborazione istituzionale, anche alla luce dell'attuale contesto epidemiologico», conclude Fedriga, «caratterizzato da un aumento dell'incidenza ma da una bassa occupazione dei posti letto ospedalieri e dalla progressione intensa della campagna vaccinale». Addio quindi al cambio di colore in base alla percentuale di contagiati sul totale della popolazione, come accaduto fino ad ora, con la soglia massima per restare in zona bianca fissata a 50 casi per 100.000 abitanti. L'idea del ministro della Salute, Roberto Speranza, era di spedire una Regione in zona gialla con una occupazione delle terapie intensive superiore al 5% dei posti letto a disposizione e quella dei reparti ordinari superiore al 10%. Le Regioni, come è evidente, sconfessano totalmente la linea chiusurista di Speranza, proponendo soglie molto superiori. Anche sul green pass, le Regioni, all'unanimità, quindi al di là dei colori politici, suggeriscono al governo di prevedere l'obbligo di presentare il certificato solo per l'accesso a strutture che adesso sono chiuse, e quindi potrebbero ripartire, come le discoteche, o a quegli eventi che già prevedono restrizioni. Niente green pass invece per trasporti pubblici o ristoranti al chiuso, come pure desideravano alcuni media fanatici delle restrizioni. Soddisfatto per la proposta delle Regioni il leader della Lega, Matteo Salvini: «Se applicassimo il green pass da domani mattina», argomenta Salvini, «come vuole qualche ultrà, significherebbe impedire il lavoro, il diritto alla salute, il diritto allo studio, allo spostamento e alla vita ad almeno la metà della popolazione italiana, che non è no vax ma semplicemente non ha ancora potuto vaccinarsi. Quindi andiamo per gradi. Penso che la proposta che arriva dalle Regioni all'unanimità», aggiunge Salvini, «sia assolutamente equilibrata». Il timore di molti osservatori e addetti ai lavori è che il governo abbia in mente di estendere gradualmente il green pass, introducendolo in maniera soft per poi allargarne l'obbligatorietà anche a locali al chiuso, mezzi pubblici e così via. Non solo: il governo starebbe ipotizzando di obbligare chi vuole sedersi nei bar e nei ristoranti al chiuso a esibire comunque un green pass, ma quello destinato a chi ha ricevuto solo la prima dose di vaccino. Nessun obbligo sarebbe invece previsto per prendere il caffè al bancone dei bar. Le due dosi sarebbero necessarie per entrare in discoteca o per prendere treni, aerei e navi a lunga percorrenza. Una prospettiva che scatena la rivolta di Fiepet Confesercenti, associazione di categoria che riunisce gli esercenti pubblici e turistici: «L'obbligo di green pass per accedere alle sale interne di bar e ristoranti», attacca Giancarlo Banchieri, presidente di Fiepet Confesercenti, «non è solo punitivo nei confronti delle attività: è anche costoso da implementare e rischioso per i gestori, trasformati di fatto in agenti di pubblica sicurezza con tutte le responsabilità, anche legali, connesse. Per controllare all'ingresso i certificati e i documenti di chi li presenta, gli oltre 300.000 bar e ristoranti italiani avrebbero bisogno di formare una persona e dedicarla interamente a questo compito. Una soluzione onerosa e insostenibile per molte imprese», aggiunge Banchieri, «in particolare per quelle più piccole, che dovrebbero probabilmente assumere una figura ad hoc: una strada impercorribile in particolare nelle città d'arte, dove l'assenza di turisti già ha messo a dura prova i fatturati. Preoccupano, inoltre, eventuali ricadute in caso di errori nella fase di controllo: i gestori dovrebbero essere totalmente esonerati da ogni responsabilità. Resta inoltre da capire se un provvedimento di questo tipo», evidenzia Banchieri, «sia giustificato anche per piccoli ristoranti o bar, che permettono l'accesso solo a poche persone per volta all'interno dei locali. Sarebbe paradossale, anche perché stando alle indiscrezioni altre attività che sono evidentemente più esposte ai rischi di assembramento, come ad esempio i trasporti, sarebbero per ora escluse dall'obbligo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-regioni-smontano-il-salvacondotto-seminando-ostacoli-per-il-governo-2653887278.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pressing-sullobbligo-nelle-scuole" data-post-id="2653887278" data-published-at="1626909026" data-use-pagination="False"> Pressing sull’obbligo nelle scuole Sull'obbligo vaccinale per i docenti italiani è scontro tra centrodestra e sinistra, ma anche tra Lega e Forza Italia si registrano posizioni differenti. «Le vaccinazioni sono una priorità assoluta, invitiamo il governo a prendere iniziative stringenti», dice il segretario del Pd, Enrico Letta. Completamente opposta la posizione del segretario del Carroccio, Matteo Salvini, per il quale va messa in sicurezza «la popolazione dai 60 in su, da 40 a 59 scelgano, per i giovani non serve. Parlare di obbligo per studenti di 13 o 14 anni o per gli insegnanti non fa parte del mio modo di pensare un Paese libero. Entro settembre», argomenta Salvini, «si stima di arrivare oltre il 90% di copertura volontaria fra gli insegnanti. Che senso ha parlare di obblighi o licenziamenti a scuola?». Da parte sua, la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli, presidente della commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, ha presentato un ddl per l'obbligo di vaccino per il personale scolastico, tra docenti e dipendenti. «Mi auguro ora», ha spiegato la Ronzulli, «che, così come è successo per il disegno di legge per l'obbligo di vaccino ai sanitari, il ministro dell'Istruzione e tutto il governo accelerino l'iter. Il documento prevede la sospensione dalla mansione in caso di inadempienza. In questo caso il docente sarebbe sostituito dai tanti insegnanti non di ruolo», ha aggiunto la Ronzulli, «che fanno supplenze». A favore dell'obbligo anche i presidi: «Bisogna andare», esorta l'Associazione nazionale presidi, «oltre le ipotesi sul green pass a scuola. Per riaprire gli istituti in presenza e in totale sicurezza serve l'obbligo del vaccino per il personale scolastico. In questo modo non bisognerebbe applicare il distanziamento, che necessita invece della disponibilità di spazi. La prossima settimana vedremo il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi», aggiunge l'associazione, «e riferiremo anche a lui le nostre posizioni sul vaccino ai prof». «Su questo argomento il confronto è in atto», spiega la sottosegretaria all'Economia, Cecilia Guerra, «ed è una discussione che si deve fare laicamente, ma la mia opinione è che si possa arrivare a questo». Il presidente della commissione istruzione del Senato, Riccardo Nencini, ha chiesto l'audizione di Bianchi, prevista per la prossima settimana, e ha annunciato che porrà la questione. Il prossimo 27 luglio il ministro incontrerà i sindacati per discutere della ripartenza della scuola e anche in quella circostanza sarà invocato dalle categorie un provvedimento forte. Comunque vada, sarà necessaria un'operazione di aggiornamento sulle banche dati delle vaccinazioni dell'intera popolazione, che devono essere incrociate con quelle dei dipendenti della Pubblica istruzione, perché da un certo momento in poi si è proceduto solo alle somministrazioni per fasce di età, dunque anche di docenti e personale scolastico che non ha dichiarato la qualifica al momento dell'inoculazione, e per questa ragione la cifra degli effettivi immunizzati nelle scuole rischia di non essere precisa. Intanto, fa sapere l'Ansa, proseguono in queste ore ancora nelle prossime le riunioni al ministero sul protocollo di sicurezza per la riapertura, anche alla luce dell'ultimo parere fornito dal Cts, che ha avanzato «una forte raccomandazione al decisore politico, affinché ogni sforzo sia fatto per raggiungere un'elevata copertura vaccinale, anche attraverso l'individuazione delle ulteriori misure, anche legislative».
Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
Continua a leggereRiduci
Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
Continua a leggereRiduci
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
Continua a leggereRiduci