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2021-07-22
Le Regioni smontano il salvacondotto seminando ostacoli per il governo
Ansa
Sul green pass e sui parametri che determinano il cambio di colore delle Regioni si consuma l'ennesimo scontro tra il governo e le Regioni stesse, e tra i partiti della variopinta maggioranza che sostiene il governo guidato da Mario Draghi. Oggi dovrebbero svolgersi la cabina di regia, ovvero la riunione ristretta tra Draghi e i capidelegazione dei partiti al governo, e subito dopo il Consiglio dei ministri che dovrà varare le nuove norme anti Covid. Ieri mattina la Conferenza delle Regioni, guidata dal leghista Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia, è tornata a riunirsi, dopo il primo vertice del giorno prima, e ha formalizzato le proposte al governo: «La Conferenza delle Regioni», spiega Fedriga, «ha elaborato alcune proposte sull'uso del green pass in un'ottica positiva, ovvero per permettere la ripresa in sicurezza di attività fino a oggi non consentite o limitate. Ad esempio grandi eventi sportivi e di spettacolo, discoteche, fiere e congressi. Inoltre», aggiunge Fedriga, «abbiamo anche condiviso una proposta per la revisione degli indicatori delle zone di rischio, formulando l'ipotesi di portare, per la zona bianca, il limite massimo di occupazione dei posti letto in area medica al 30% e quello delle terapie intensive al 20%. Si tratta di proposte che facciamo al governo, in un'ottica di collaborazione istituzionale, anche alla luce dell'attuale contesto epidemiologico», conclude Fedriga, «caratterizzato da un aumento dell'incidenza ma da una bassa occupazione dei posti letto ospedalieri e dalla progressione intensa della campagna vaccinale». Addio quindi al cambio di colore in base alla percentuale di contagiati sul totale della popolazione, come accaduto fino ad ora, con la soglia massima per restare in zona bianca fissata a 50 casi per 100.000 abitanti.
L'idea del ministro della Salute, Roberto Speranza, era di spedire una Regione in zona gialla con una occupazione delle terapie intensive superiore al 5% dei posti letto a disposizione e quella dei reparti ordinari superiore al 10%. Le Regioni, come è evidente, sconfessano totalmente la linea chiusurista di Speranza, proponendo soglie molto superiori. Anche sul green pass, le Regioni, all'unanimità, quindi al di là dei colori politici, suggeriscono al governo di prevedere l'obbligo di presentare il certificato solo per l'accesso a strutture che adesso sono chiuse, e quindi potrebbero ripartire, come le discoteche, o a quegli eventi che già prevedono restrizioni. Niente green pass invece per trasporti pubblici o ristoranti al chiuso, come pure desideravano alcuni media fanatici delle restrizioni.
Soddisfatto per la proposta delle Regioni il leader della Lega, Matteo Salvini: «Se applicassimo il green pass da domani mattina», argomenta Salvini, «come vuole qualche ultrà, significherebbe impedire il lavoro, il diritto alla salute, il diritto allo studio, allo spostamento e alla vita ad almeno la metà della popolazione italiana, che non è no vax ma semplicemente non ha ancora potuto vaccinarsi. Quindi andiamo per gradi. Penso che la proposta che arriva dalle Regioni all'unanimità», aggiunge Salvini, «sia assolutamente equilibrata». Il timore di molti osservatori e addetti ai lavori è che il governo abbia in mente di estendere gradualmente il green pass, introducendolo in maniera soft per poi allargarne l'obbligatorietà anche a locali al chiuso, mezzi pubblici e così via. Non solo: il governo starebbe ipotizzando di obbligare chi vuole sedersi nei bar e nei ristoranti al chiuso a esibire comunque un green pass, ma quello destinato a chi ha ricevuto solo la prima dose di vaccino. Nessun obbligo sarebbe invece previsto per prendere il caffè al bancone dei bar. Le due dosi sarebbero necessarie per entrare in discoteca o per prendere treni, aerei e navi a lunga percorrenza.
Una prospettiva che scatena la rivolta di Fiepet Confesercenti, associazione di categoria che riunisce gli esercenti pubblici e turistici: «L'obbligo di green pass per accedere alle sale interne di bar e ristoranti», attacca Giancarlo Banchieri, presidente di Fiepet Confesercenti, «non è solo punitivo nei confronti delle attività: è anche costoso da implementare e rischioso per i gestori, trasformati di fatto in agenti di pubblica sicurezza con tutte le responsabilità, anche legali, connesse. Per controllare all'ingresso i certificati e i documenti di chi li presenta, gli oltre 300.000 bar e ristoranti italiani avrebbero bisogno di formare una persona e dedicarla interamente a questo compito. Una soluzione onerosa e insostenibile per molte imprese», aggiunge Banchieri, «in particolare per quelle più piccole, che dovrebbero probabilmente assumere una figura ad hoc: una strada impercorribile in particolare nelle città d'arte, dove l'assenza di turisti già ha messo a dura prova i fatturati. Preoccupano, inoltre, eventuali ricadute in caso di errori nella fase di controllo: i gestori dovrebbero essere totalmente esonerati da ogni responsabilità. Resta inoltre da capire se un provvedimento di questo tipo», evidenzia Banchieri, «sia giustificato anche per piccoli ristoranti o bar, che permettono l'accesso solo a poche persone per volta all'interno dei locali. Sarebbe paradossale, anche perché stando alle indiscrezioni altre attività che sono evidentemente più esposte ai rischi di assembramento, come ad esempio i trasporti, sarebbero per ora escluse dall'obbligo».
Pressing sull’obbligo nelle scuole
Sull'obbligo vaccinale per i docenti italiani è scontro tra centrodestra e sinistra, ma anche tra Lega e Forza Italia si registrano posizioni differenti. «Le vaccinazioni sono una priorità assoluta, invitiamo il governo a prendere iniziative stringenti», dice il segretario del Pd, Enrico Letta. Completamente opposta la posizione del segretario del Carroccio, Matteo Salvini, per il quale va messa in sicurezza «la popolazione dai 60 in su, da 40 a 59 scelgano, per i giovani non serve. Parlare di obbligo per studenti di 13 o 14 anni o per gli insegnanti non fa parte del mio modo di pensare un Paese libero. Entro settembre», argomenta Salvini, «si stima di arrivare oltre il 90% di copertura volontaria fra gli insegnanti. Che senso ha parlare di obblighi o licenziamenti a scuola?».
Da parte sua, la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli, presidente della commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, ha presentato un ddl per l'obbligo di vaccino per il personale scolastico, tra docenti e dipendenti. «Mi auguro ora», ha spiegato la Ronzulli, «che, così come è successo per il disegno di legge per l'obbligo di vaccino ai sanitari, il ministro dell'Istruzione e tutto il governo accelerino l'iter. Il documento prevede la sospensione dalla mansione in caso di inadempienza. In questo caso il docente sarebbe sostituito dai tanti insegnanti non di ruolo», ha aggiunto la Ronzulli, «che fanno supplenze».
A favore dell'obbligo anche i presidi: «Bisogna andare», esorta l'Associazione nazionale presidi, «oltre le ipotesi sul green pass a scuola. Per riaprire gli istituti in presenza e in totale sicurezza serve l'obbligo del vaccino per il personale scolastico. In questo modo non bisognerebbe applicare il distanziamento, che necessita invece della disponibilità di spazi. La prossima settimana vedremo il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi», aggiunge l'associazione, «e riferiremo anche a lui le nostre posizioni sul vaccino ai prof». «Su questo argomento il confronto è in atto», spiega la sottosegretaria all'Economia, Cecilia Guerra, «ed è una discussione che si deve fare laicamente, ma la mia opinione è che si possa arrivare a questo». Il presidente della commissione istruzione del Senato, Riccardo Nencini, ha chiesto l'audizione di Bianchi, prevista per la prossima settimana, e ha annunciato che porrà la questione. Il prossimo 27 luglio il ministro incontrerà i sindacati per discutere della ripartenza della scuola e anche in quella circostanza sarà invocato dalle categorie un provvedimento forte.
Comunque vada, sarà necessaria un'operazione di aggiornamento sulle banche dati delle vaccinazioni dell'intera popolazione, che devono essere incrociate con quelle dei dipendenti della Pubblica istruzione, perché da un certo momento in poi si è proceduto solo alle somministrazioni per fasce di età, dunque anche di docenti e personale scolastico che non ha dichiarato la qualifica al momento dell'inoculazione, e per questa ragione la cifra degli effettivi immunizzati nelle scuole rischia di non essere precisa. Intanto, fa sapere l'Ansa, proseguono in queste ore ancora nelle prossime le riunioni al ministero sul protocollo di sicurezza per la riapertura, anche alla luce dell'ultimo parere fornito dal Cts, che ha avanzato «una forte raccomandazione al decisore politico, affinché ogni sforzo sia fatto per raggiungere un'elevata copertura vaccinale, anche attraverso l'individuazione delle ulteriori misure, anche legislative».
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Secondo i governatori il passaporto deve servire solo per riaprire le attività lasciate indietro. Bocciati anche i limiti di Roberto Speranza sui cambi di colore, con la benedizione di Matteo Salvini. Confesercenti pronta a dare battagliaDopo l'allineamento di Forza Italia sulle posizioni del Pd, anche i presidi spingono: «Indispensabile per riaprire». Netta la Lega: «Lasciate liberi studenti e insegnanti» Lo speciale contiene due articoliSul green pass e sui parametri che determinano il cambio di colore delle Regioni si consuma l'ennesimo scontro tra il governo e le Regioni stesse, e tra i partiti della variopinta maggioranza che sostiene il governo guidato da Mario Draghi. Oggi dovrebbero svolgersi la cabina di regia, ovvero la riunione ristretta tra Draghi e i capidelegazione dei partiti al governo, e subito dopo il Consiglio dei ministri che dovrà varare le nuove norme anti Covid. Ieri mattina la Conferenza delle Regioni, guidata dal leghista Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia, è tornata a riunirsi, dopo il primo vertice del giorno prima, e ha formalizzato le proposte al governo: «La Conferenza delle Regioni», spiega Fedriga, «ha elaborato alcune proposte sull'uso del green pass in un'ottica positiva, ovvero per permettere la ripresa in sicurezza di attività fino a oggi non consentite o limitate. Ad esempio grandi eventi sportivi e di spettacolo, discoteche, fiere e congressi. Inoltre», aggiunge Fedriga, «abbiamo anche condiviso una proposta per la revisione degli indicatori delle zone di rischio, formulando l'ipotesi di portare, per la zona bianca, il limite massimo di occupazione dei posti letto in area medica al 30% e quello delle terapie intensive al 20%. Si tratta di proposte che facciamo al governo, in un'ottica di collaborazione istituzionale, anche alla luce dell'attuale contesto epidemiologico», conclude Fedriga, «caratterizzato da un aumento dell'incidenza ma da una bassa occupazione dei posti letto ospedalieri e dalla progressione intensa della campagna vaccinale». Addio quindi al cambio di colore in base alla percentuale di contagiati sul totale della popolazione, come accaduto fino ad ora, con la soglia massima per restare in zona bianca fissata a 50 casi per 100.000 abitanti. L'idea del ministro della Salute, Roberto Speranza, era di spedire una Regione in zona gialla con una occupazione delle terapie intensive superiore al 5% dei posti letto a disposizione e quella dei reparti ordinari superiore al 10%. Le Regioni, come è evidente, sconfessano totalmente la linea chiusurista di Speranza, proponendo soglie molto superiori. Anche sul green pass, le Regioni, all'unanimità, quindi al di là dei colori politici, suggeriscono al governo di prevedere l'obbligo di presentare il certificato solo per l'accesso a strutture che adesso sono chiuse, e quindi potrebbero ripartire, come le discoteche, o a quegli eventi che già prevedono restrizioni. Niente green pass invece per trasporti pubblici o ristoranti al chiuso, come pure desideravano alcuni media fanatici delle restrizioni. Soddisfatto per la proposta delle Regioni il leader della Lega, Matteo Salvini: «Se applicassimo il green pass da domani mattina», argomenta Salvini, «come vuole qualche ultrà, significherebbe impedire il lavoro, il diritto alla salute, il diritto allo studio, allo spostamento e alla vita ad almeno la metà della popolazione italiana, che non è no vax ma semplicemente non ha ancora potuto vaccinarsi. Quindi andiamo per gradi. Penso che la proposta che arriva dalle Regioni all'unanimità», aggiunge Salvini, «sia assolutamente equilibrata». Il timore di molti osservatori e addetti ai lavori è che il governo abbia in mente di estendere gradualmente il green pass, introducendolo in maniera soft per poi allargarne l'obbligatorietà anche a locali al chiuso, mezzi pubblici e così via. Non solo: il governo starebbe ipotizzando di obbligare chi vuole sedersi nei bar e nei ristoranti al chiuso a esibire comunque un green pass, ma quello destinato a chi ha ricevuto solo la prima dose di vaccino. Nessun obbligo sarebbe invece previsto per prendere il caffè al bancone dei bar. Le due dosi sarebbero necessarie per entrare in discoteca o per prendere treni, aerei e navi a lunga percorrenza. Una prospettiva che scatena la rivolta di Fiepet Confesercenti, associazione di categoria che riunisce gli esercenti pubblici e turistici: «L'obbligo di green pass per accedere alle sale interne di bar e ristoranti», attacca Giancarlo Banchieri, presidente di Fiepet Confesercenti, «non è solo punitivo nei confronti delle attività: è anche costoso da implementare e rischioso per i gestori, trasformati di fatto in agenti di pubblica sicurezza con tutte le responsabilità, anche legali, connesse. Per controllare all'ingresso i certificati e i documenti di chi li presenta, gli oltre 300.000 bar e ristoranti italiani avrebbero bisogno di formare una persona e dedicarla interamente a questo compito. Una soluzione onerosa e insostenibile per molte imprese», aggiunge Banchieri, «in particolare per quelle più piccole, che dovrebbero probabilmente assumere una figura ad hoc: una strada impercorribile in particolare nelle città d'arte, dove l'assenza di turisti già ha messo a dura prova i fatturati. Preoccupano, inoltre, eventuali ricadute in caso di errori nella fase di controllo: i gestori dovrebbero essere totalmente esonerati da ogni responsabilità. Resta inoltre da capire se un provvedimento di questo tipo», evidenzia Banchieri, «sia giustificato anche per piccoli ristoranti o bar, che permettono l'accesso solo a poche persone per volta all'interno dei locali. 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Completamente opposta la posizione del segretario del Carroccio, Matteo Salvini, per il quale va messa in sicurezza «la popolazione dai 60 in su, da 40 a 59 scelgano, per i giovani non serve. Parlare di obbligo per studenti di 13 o 14 anni o per gli insegnanti non fa parte del mio modo di pensare un Paese libero. Entro settembre», argomenta Salvini, «si stima di arrivare oltre il 90% di copertura volontaria fra gli insegnanti. Che senso ha parlare di obblighi o licenziamenti a scuola?». Da parte sua, la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli, presidente della commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, ha presentato un ddl per l'obbligo di vaccino per il personale scolastico, tra docenti e dipendenti. «Mi auguro ora», ha spiegato la Ronzulli, «che, così come è successo per il disegno di legge per l'obbligo di vaccino ai sanitari, il ministro dell'Istruzione e tutto il governo accelerino l'iter. Il documento prevede la sospensione dalla mansione in caso di inadempienza. In questo caso il docente sarebbe sostituito dai tanti insegnanti non di ruolo», ha aggiunto la Ronzulli, «che fanno supplenze». A favore dell'obbligo anche i presidi: «Bisogna andare», esorta l'Associazione nazionale presidi, «oltre le ipotesi sul green pass a scuola. Per riaprire gli istituti in presenza e in totale sicurezza serve l'obbligo del vaccino per il personale scolastico. In questo modo non bisognerebbe applicare il distanziamento, che necessita invece della disponibilità di spazi. La prossima settimana vedremo il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi», aggiunge l'associazione, «e riferiremo anche a lui le nostre posizioni sul vaccino ai prof». «Su questo argomento il confronto è in atto», spiega la sottosegretaria all'Economia, Cecilia Guerra, «ed è una discussione che si deve fare laicamente, ma la mia opinione è che si possa arrivare a questo». Il presidente della commissione istruzione del Senato, Riccardo Nencini, ha chiesto l'audizione di Bianchi, prevista per la prossima settimana, e ha annunciato che porrà la questione. Il prossimo 27 luglio il ministro incontrerà i sindacati per discutere della ripartenza della scuola e anche in quella circostanza sarà invocato dalle categorie un provvedimento forte. Comunque vada, sarà necessaria un'operazione di aggiornamento sulle banche dati delle vaccinazioni dell'intera popolazione, che devono essere incrociate con quelle dei dipendenti della Pubblica istruzione, perché da un certo momento in poi si è proceduto solo alle somministrazioni per fasce di età, dunque anche di docenti e personale scolastico che non ha dichiarato la qualifica al momento dell'inoculazione, e per questa ragione la cifra degli effettivi immunizzati nelle scuole rischia di non essere precisa. Intanto, fa sapere l'Ansa, proseguono in queste ore ancora nelle prossime le riunioni al ministero sul protocollo di sicurezza per la riapertura, anche alla luce dell'ultimo parere fornito dal Cts, che ha avanzato «una forte raccomandazione al decisore politico, affinché ogni sforzo sia fatto per raggiungere un'elevata copertura vaccinale, anche attraverso l'individuazione delle ulteriori misure, anche legislative».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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