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2020-04-27
Le mani straniere si allungano sulle aziende in crisi
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Banche che finanziano soggetti stranieri per acquisire aziende italiane fiaccate dalla crisi, strategie predatorie perseguite entrando nel capitale delle società con quote di minoranza per condizionarne la direzione e poi impadronirsene, servizi segreti esteri che passano al setaccio i migliori brevetti made in Italy affinché le «rapine» siano a colpo sicuro. Il fenomeno dell'Italia in svendita è sotto l'attenzione dell'intelligence che se ne sta occupando da diversi anni.
A gennaio il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza) ha avviato delle audizioni, cominciando da banche e assicurazioni, per comprendere il rischio di scalate ostili dall'estero ad aziende strategiche italiane. Tra le manovre indagate c'è anche quella di banche che concedono prestiti a società estere per scalare le nostre imprese. Il Comitato starebbe riflettendo se sentire anche i rappresentanti italiani di Deutsche Bank, oltre ai vertici di Unicredit, Generali, Mediobanca, Ubi, Crédit Agricole Italia, Intesa SanPaolo e Mps. I servizi già nella relazione annuale del 2018 avevano sottolineato il fenomeno dell'incunearsi nei consigli d'amministrazione o tra i dirigenti di soggetti infiltrati da Stati esteri. La relazione non indica le nazioni in ballo ma è noto che alcuni Stati hanno un sistema di intelligence economica molto aggressiva: la Francia, la Cina e la Russia. All'attenzione dell'intelligence è anche l'ipotesi che banche italiane e estere abbiano utilizzato i risparmi italiani per finanziare operazioni di acquisizioni internazionali di dominio globale di soggetti stranieri concorrenti di quelli italiani in settori fondamentali del made in Italy.
Le banche e le assicurazioni estere sono zeppe di titoli del debito pubblico italiano, ne possiedono circa un terzo. Secondo il quotidiano tedesco Die Welt, il primo investitore estero nel nostro debito (esclusa la Bce) è la Francia. Banche e assicurazioni d'oltralpe detengono oltre 285 miliardi di euro in titoli di Stato italiani (secondo i dati di Bloomberg e Eba), più del triplo degli istituti tedeschi (58 miliardi) e degli spagnoli (21 miliardi). Le banche francesi hanno acquisito due importanti gruppi italiani (Bnl da parte di Bnp Paribas e CariParma da parte di Credit Agricole). A questo tema si aggiunge quello dei Npl, i crediti deteriorati che le banche italiane hanno ceduto a grossi fondi stranieri, dimezzando la zavorra da 360 miliardi di euro. Questa massa critica rischia di tornare a crescere, come evidenziato dal generale Luciano Carta, in audizione quando era ancora direttore dell'Aise. Non solo. Tali gruppi internazionali potrebbero rivalersi sulle imprese a cui fanno capo gli Npl con condizioni da usura, come conferma Adolfo Urso.
Il presidente del Copasir Raffaele Volpi ha detto che intende verificare se nel medio e breve periodo «si intravedono azioni internazionali che con la raccolta dei risparmi degli italiani abbiano direttamente o indirettamente aperto linee di credito ingenti a soggetti fuori dal Paese, ascrivibili forse addirittura a quell'elenco di attori interessati all'aggressione degli asset nazionali». I servizi segreti, nella relazione annuale, avevano evidenziato l'interesse costante da parte di attori esteri nei confronti del comparto produttivo, specialmente delle Pmi. Poi hanno acceso i riflettori su quelle strategie d'investimento estero che, finalizzate al controllo di talune imprese nazionali del settore manifatturiero, si sono tradotte nell'acquisizione di marchi e brevetti e nella delocalizzazione dei siti produttivi trasferendo oltre confine i centri decisionali. Contro le scalate ostili, il decreto liquidità ha esteso la Golden Power a nuovi settori strategici. Ma questo scudo non basta. La vera protezione delle impresa è la liquidità.
Le Pmi sono la preda più ambita. Alta tecnologia, pochi dipendenti, prodotti competitivi, grande flessibilità, sono le caratteristiche che le rendono uniche al mondo. Rappresentano circa il 90% del nostro tessuto produttivo. Le più competitive sono raggruppate nei circa 200 distretti manifatturieri e di questi oltre la metà sono impegnati nelle lavorazioni tipiche del Made in Italy, come l'agroalimentare, la moda e l'arredamento. Solo nel Nord Est se ne trovano più di 40, circa il 27% del totale nazionale. I più conosciuti sono quello della scarpa del Brenta, l'orafo vicentino, l'occhialeria di Belluno, il distretto del Prosecco, in provincia di Treviso. In Friuli c'è il distretto della sedia di Manzano, del coltello di Maniago o il famoso agroalimentare di San Daniele. Una particolarità di questa regione, poi, è il distretto delle tecnologie digitali Ditedi che ingloba 800 imprese in provincia di Udine, una piccola Silicon Valley italiana. Hanno un know how altissimo. Solo per gli occhiali si contano tremila marchi. Giovanni Lo Faro, amministratore delegato di Modo Eyewear, fabbrica di montature in Cadore, dice: «Oltre al colosso Luxottica c'è un mondo di migliaia di piccole aziende con mezzo milione di fatturato ma super specializzate e molto competitive. Quando un'azienda vive investendo gran parte del fatturato in innovazione e all'improvviso si trova bloccata e senza liquidità diventa facile preda. E se ha alta tecnologia è più appetibile».
Agnese Lunardelli, imprenditrice di Venezia con un'azienda di serramenti e arredamento, dice che nella sua regione l'avanzata cinese è strisciante e sistematica. «Basta guardarsi attorno: commercio e ristorazione sono nelle loro mani. Procedono in silenzio, magari iniziando con partnership e poi si impossessano dell'azienda. Oppure mettono un socio. La crisi che seguirà al Covid rischia di accelerare questo processo». L'unica salvezza è dare liquidità, afferma Lunardelli, «ma non nella formula del prestito garantito che comunque è un debito. Chi ha l'acqua alla gola non pensa a indebitarsi». Paolo Bastianello è un imprenditore veneto nel settore moda. «Le nostre aziende sono le più esposte. Stiamo perdendo quote di mercato. Facciamo gola soprattutto a cinesi e giapponesi. Talvolta ai gruppi esteri basta il marchio, poter scrivere made in Italy».
Nel Nord Ovest altri 40 distretti anche qui di piccole realtà come nel settore florovivaistico, nella cosmesi oltre all'indotto Fiat. Nel sud sono più di 10.000 le Pmi con 140.000 occupati. Se è in atto un'azione di intelligence straniera volta a individuare i migliori brevetti italiani per poi procedere con strategie di acquisto, il mirino è puntato sui distretti. Lì la pesca di qualità è sicura.
Le manovre dei fondi speculativi per impadronirsi degli hotel italiani
I fondi speculativi internazionali si sono già fatti avanti. Stanno fiutando quali sono gli affari migliori, le prede più deboli, i ribassi che possono spuntare. Non hanno fretta. Sanno che tra un paio di mesi, quando la crisi comincerà a mordere davvero, potranno passare con la rete a strascico.
Nomi non ne vuole fare il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, ma dice che le grandi manovre per accaparrarsi i più prestigiosi asset alberghieri sono cominciate. Gli avvoltoi del Covid non hanno perso tempo. «Fino a due mesi fa era l'albergatore a fare il prezzo, ora sfiancato dall'azzeramento del fatturato, con i costi che continuano a correre, senza sapere quando e come riaprirà, potrebbe essere costretto a vendere alle condizioni del compratore. E, mi creda, liquidità in giro ce n'è tanta. La Cina è stata la prima a uscire dall'emergenza Covid, la sua economia ha ripreso a marciare e non ha mai nascosto l'interesse per i nostri gioielli turistici. Fino a gennaio c'era più domanda che offerta, figurarsi ora».
I grandi brand internazionali hanno avviato da tempo una strategia di espansione nelle principali città italiane. Molti hanno puntato sul franchising per la difficoltà di acquisire asset. Ora il gioco potrebbe essere più facile.
«I fondi speculativi sanno che passata la tempesta, il settore si riprenderà. Noi già sappiamo che faremo un buon 2021. Il problema è il 2020. Quindi acquistare oggi, a prezzi bassi con tassi bancari ai minimi, consente di realizzare, dal prossimo anno, grosse plusvalenze. I fondi non investono comprando Btp. Mi aspetto il passaggio di mano anche di grandi proprietà immobiliari da trasformare in alberghi di lusso» ci spiega Bernabò Bocca.
L'unico scudo, sostiene Federalberghi, è dare liquidità alle aziende. «Ma non tramite il Decreto liquidità perché rappresenta un ulteriore indebitamento, i soldi arrivano in ritardo e sei anni di finanziamento e tre di preammortamento in una situazione in cui il 2020 è bruciato, è una strada senza uscita».
Le offerte più sfacciate si registrano sulla costiera romagnola. Gli albergatori ne stanno ricevendo in continuazione talvolta con toni da stalking usuraio. «Ora ti offriamo tot milioni, se aspetti tre mesi te ne diamo due terzi e se ci pensi ancora ti prendi la metà».
Così il proprietario dell'albergo, con la cassa a secco che ha investito nell'ammodernamento della struttura facendo con un mutuo, se fino a due mesi fa avrebbe messo alla porta l'acquirente, anche in malo modo, ora fa fatica a non prendere in considerazione l'offerta. Tanto più che oltre ai soldi cash, spesso il passaggio di proprietà prevede il trasferimento dei debiti.
Simone Battistoni, proprietario di uno stabilimento a Cesenatico e presidente del sindacato balneari dell'Emilia-Romagna, ci riferisce che la Guardia di Finanza sta facendo girare un questionario per verificare se sono state vendute quote di aziende. «Io penso però che se qualcuno vuole fare l'affare e speculare sulle nostre difficoltà, aspetta la fine dell'estate quando ci saremo fatti male davvero. Chi ora è con l'acqua alla gola, tra un paio di mesi è affogato» dice Battistoni.
Queste situazioni sono arrivate all'attenzione delle istituzioni. Dietro agli acquirenti stranieri potrebbe anche nascondersi un giro di denaro sporco, riconducibile alla malavita. Non a caso il Viminale ha diramato una circolare a tutti i prefetti lanciando l'allarme sul rischio di infiltrazioni mafiose in settori resi vulnerabili dalla crisi.
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Fiaccate dallo stop, le nostre imprese fanno gola oltralpe. L'allarme del Copasir che teme scalate ostili, anche con l'aiuto dei servizi segreti esteri. Sotto osservazione le mosse di Pechino, Parigi e Mosca.Bernabò Bocca (Federalberghi): «Molte strutture senza incassi finiranno per svendere I cinesi hanno già cominciato a muoversi» E il Viminale ha allertato i prefetti sul rischio di infiltrazioni della malavita.Lo speciale contiene due articoli.Banche che finanziano soggetti stranieri per acquisire aziende italiane fiaccate dalla crisi, strategie predatorie perseguite entrando nel capitale delle società con quote di minoranza per condizionarne la direzione e poi impadronirsene, servizi segreti esteri che passano al setaccio i migliori brevetti made in Italy affinché le «rapine» siano a colpo sicuro. Il fenomeno dell'Italia in svendita è sotto l'attenzione dell'intelligence che se ne sta occupando da diversi anni. A gennaio il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza) ha avviato delle audizioni, cominciando da banche e assicurazioni, per comprendere il rischio di scalate ostili dall'estero ad aziende strategiche italiane. Tra le manovre indagate c'è anche quella di banche che concedono prestiti a società estere per scalare le nostre imprese. Il Comitato starebbe riflettendo se sentire anche i rappresentanti italiani di Deutsche Bank, oltre ai vertici di Unicredit, Generali, Mediobanca, Ubi, Crédit Agricole Italia, Intesa SanPaolo e Mps. I servizi già nella relazione annuale del 2018 avevano sottolineato il fenomeno dell'incunearsi nei consigli d'amministrazione o tra i dirigenti di soggetti infiltrati da Stati esteri. La relazione non indica le nazioni in ballo ma è noto che alcuni Stati hanno un sistema di intelligence economica molto aggressiva: la Francia, la Cina e la Russia. All'attenzione dell'intelligence è anche l'ipotesi che banche italiane e estere abbiano utilizzato i risparmi italiani per finanziare operazioni di acquisizioni internazionali di dominio globale di soggetti stranieri concorrenti di quelli italiani in settori fondamentali del made in Italy. Le banche e le assicurazioni estere sono zeppe di titoli del debito pubblico italiano, ne possiedono circa un terzo. Secondo il quotidiano tedesco Die Welt, il primo investitore estero nel nostro debito (esclusa la Bce) è la Francia. Banche e assicurazioni d'oltralpe detengono oltre 285 miliardi di euro in titoli di Stato italiani (secondo i dati di Bloomberg e Eba), più del triplo degli istituti tedeschi (58 miliardi) e degli spagnoli (21 miliardi). Le banche francesi hanno acquisito due importanti gruppi italiani (Bnl da parte di Bnp Paribas e CariParma da parte di Credit Agricole). A questo tema si aggiunge quello dei Npl, i crediti deteriorati che le banche italiane hanno ceduto a grossi fondi stranieri, dimezzando la zavorra da 360 miliardi di euro. Questa massa critica rischia di tornare a crescere, come evidenziato dal generale Luciano Carta, in audizione quando era ancora direttore dell'Aise. Non solo. Tali gruppi internazionali potrebbero rivalersi sulle imprese a cui fanno capo gli Npl con condizioni da usura, come conferma Adolfo Urso. Il presidente del Copasir Raffaele Volpi ha detto che intende verificare se nel medio e breve periodo «si intravedono azioni internazionali che con la raccolta dei risparmi degli italiani abbiano direttamente o indirettamente aperto linee di credito ingenti a soggetti fuori dal Paese, ascrivibili forse addirittura a quell'elenco di attori interessati all'aggressione degli asset nazionali». I servizi segreti, nella relazione annuale, avevano evidenziato l'interesse costante da parte di attori esteri nei confronti del comparto produttivo, specialmente delle Pmi. Poi hanno acceso i riflettori su quelle strategie d'investimento estero che, finalizzate al controllo di talune imprese nazionali del settore manifatturiero, si sono tradotte nell'acquisizione di marchi e brevetti e nella delocalizzazione dei siti produttivi trasferendo oltre confine i centri decisionali. Contro le scalate ostili, il decreto liquidità ha esteso la Golden Power a nuovi settori strategici. Ma questo scudo non basta. La vera protezione delle impresa è la liquidità. Le Pmi sono la preda più ambita. Alta tecnologia, pochi dipendenti, prodotti competitivi, grande flessibilità, sono le caratteristiche che le rendono uniche al mondo. Rappresentano circa il 90% del nostro tessuto produttivo. Le più competitive sono raggruppate nei circa 200 distretti manifatturieri e di questi oltre la metà sono impegnati nelle lavorazioni tipiche del Made in Italy, come l'agroalimentare, la moda e l'arredamento. Solo nel Nord Est se ne trovano più di 40, circa il 27% del totale nazionale. I più conosciuti sono quello della scarpa del Brenta, l'orafo vicentino, l'occhialeria di Belluno, il distretto del Prosecco, in provincia di Treviso. In Friuli c'è il distretto della sedia di Manzano, del coltello di Maniago o il famoso agroalimentare di San Daniele. Una particolarità di questa regione, poi, è il distretto delle tecnologie digitali Ditedi che ingloba 800 imprese in provincia di Udine, una piccola Silicon Valley italiana. Hanno un know how altissimo. Solo per gli occhiali si contano tremila marchi. Giovanni Lo Faro, amministratore delegato di Modo Eyewear, fabbrica di montature in Cadore, dice: «Oltre al colosso Luxottica c'è un mondo di migliaia di piccole aziende con mezzo milione di fatturato ma super specializzate e molto competitive. Quando un'azienda vive investendo gran parte del fatturato in innovazione e all'improvviso si trova bloccata e senza liquidità diventa facile preda. E se ha alta tecnologia è più appetibile».Agnese Lunardelli, imprenditrice di Venezia con un'azienda di serramenti e arredamento, dice che nella sua regione l'avanzata cinese è strisciante e sistematica. «Basta guardarsi attorno: commercio e ristorazione sono nelle loro mani. Procedono in silenzio, magari iniziando con partnership e poi si impossessano dell'azienda. Oppure mettono un socio. La crisi che seguirà al Covid rischia di accelerare questo processo». L'unica salvezza è dare liquidità, afferma Lunardelli, «ma non nella formula del prestito garantito che comunque è un debito. Chi ha l'acqua alla gola non pensa a indebitarsi». Paolo Bastianello è un imprenditore veneto nel settore moda. «Le nostre aziende sono le più esposte. Stiamo perdendo quote di mercato. Facciamo gola soprattutto a cinesi e giapponesi. Talvolta ai gruppi esteri basta il marchio, poter scrivere made in Italy». Nel Nord Ovest altri 40 distretti anche qui di piccole realtà come nel settore florovivaistico, nella cosmesi oltre all'indotto Fiat. Nel sud sono più di 10.000 le Pmi con 140.000 occupati. Se è in atto un'azione di intelligence straniera volta a individuare i migliori brevetti italiani per poi procedere con strategie di acquisto, il mirino è puntato sui distretti. Lì la pesca di qualità è sicura. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-mani-straniere-si-allungano-sulle-aziende-in-crisi-2645848486.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-manovre-dei-fondi-speculativi-per-impadronirsi-degli-hotel-italiani" data-post-id="2645848486" data-published-at="1587923965" data-use-pagination="False"> Le manovre dei fondi speculativi per impadronirsi degli hotel italiani I fondi speculativi internazionali si sono già fatti avanti. Stanno fiutando quali sono gli affari migliori, le prede più deboli, i ribassi che possono spuntare. Non hanno fretta. Sanno che tra un paio di mesi, quando la crisi comincerà a mordere davvero, potranno passare con la rete a strascico. Nomi non ne vuole fare il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, ma dice che le grandi manovre per accaparrarsi i più prestigiosi asset alberghieri sono cominciate. Gli avvoltoi del Covid non hanno perso tempo. «Fino a due mesi fa era l'albergatore a fare il prezzo, ora sfiancato dall'azzeramento del fatturato, con i costi che continuano a correre, senza sapere quando e come riaprirà, potrebbe essere costretto a vendere alle condizioni del compratore. E, mi creda, liquidità in giro ce n'è tanta. La Cina è stata la prima a uscire dall'emergenza Covid, la sua economia ha ripreso a marciare e non ha mai nascosto l'interesse per i nostri gioielli turistici. Fino a gennaio c'era più domanda che offerta, figurarsi ora». I grandi brand internazionali hanno avviato da tempo una strategia di espansione nelle principali città italiane. Molti hanno puntato sul franchising per la difficoltà di acquisire asset. Ora il gioco potrebbe essere più facile. «I fondi speculativi sanno che passata la tempesta, il settore si riprenderà. Noi già sappiamo che faremo un buon 2021. Il problema è il 2020. Quindi acquistare oggi, a prezzi bassi con tassi bancari ai minimi, consente di realizzare, dal prossimo anno, grosse plusvalenze. I fondi non investono comprando Btp. Mi aspetto il passaggio di mano anche di grandi proprietà immobiliari da trasformare in alberghi di lusso» ci spiega Bernabò Bocca. L'unico scudo, sostiene Federalberghi, è dare liquidità alle aziende. «Ma non tramite il Decreto liquidità perché rappresenta un ulteriore indebitamento, i soldi arrivano in ritardo e sei anni di finanziamento e tre di preammortamento in una situazione in cui il 2020 è bruciato, è una strada senza uscita». Le offerte più sfacciate si registrano sulla costiera romagnola. Gli albergatori ne stanno ricevendo in continuazione talvolta con toni da stalking usuraio. «Ora ti offriamo tot milioni, se aspetti tre mesi te ne diamo due terzi e se ci pensi ancora ti prendi la metà». Così il proprietario dell'albergo, con la cassa a secco che ha investito nell'ammodernamento della struttura facendo con un mutuo, se fino a due mesi fa avrebbe messo alla porta l'acquirente, anche in malo modo, ora fa fatica a non prendere in considerazione l'offerta. Tanto più che oltre ai soldi cash, spesso il passaggio di proprietà prevede il trasferimento dei debiti. Simone Battistoni, proprietario di uno stabilimento a Cesenatico e presidente del sindacato balneari dell'Emilia-Romagna, ci riferisce che la Guardia di Finanza sta facendo girare un questionario per verificare se sono state vendute quote di aziende. «Io penso però che se qualcuno vuole fare l'affare e speculare sulle nostre difficoltà, aspetta la fine dell'estate quando ci saremo fatti male davvero. Chi ora è con l'acqua alla gola, tra un paio di mesi è affogato» dice Battistoni. Queste situazioni sono arrivate all'attenzione delle istituzioni. Dietro agli acquirenti stranieri potrebbe anche nascondersi un giro di denaro sporco, riconducibile alla malavita. Non a caso il Viminale ha diramato una circolare a tutti i prefetti lanciando l'allarme sul rischio di infiltrazioni mafiose in settori resi vulnerabili dalla crisi.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.