True
2020-02-03
Le lobby d’Europa che ci fanno verdi. Quei 25.000 incontri (13 al giorno) con i commissari di Bruxelles
Ansa
Ogni mattina, a Bruxelles, un lobbista si sveglia e sa che dovrà correre più dei suoi colleghi se vorrà essere sicuro di accontentare chi gli paga lo stipendio. E in effetti basta dare uno sguardo alle statistiche ufficiali per rendersi conto che, a livello europeo, quello dei portatori di interesse è un settore decisamente molto affollato. Per ogni giorno lavorativo, dal primo dicembre 2014 (data a partire dalla quale la Commissione ha reso pubblici gli incontri dei propri componenti) a oggi, si sono tenuti in media 13 incontri al giorno, più di due all'ora, tra un euroburocrate e un lobbista. Tradotto in termini assoluti, parliamo di 25.000 colloqui nell'arco di poco più di cinque anni. Molte delle decisioni che contano, più che nelle sedi istituzionali come il Parlamento e il Consiglio dell'Ue (ovvero i due organi legislativi dell'Unione), vengono prese in camera caritatis, alla larga da occhi e orecchi indiscreti.
Nella capitale europea, tra aziende, lobbisti e istituzioni Ue ormai si è instaurato un rapporto di tipo simbiotico. La vicinanza geografica e lo scarso controllo permettono ai principali attori di ciascun settore di influenzare pesantemente l'agenda setting a livello continentale.
Pensiamo a uno dei temi più in voga in questo periodo, quello relativo al clima e all'ambiente. Proprio poche settimane fa, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha varato il green new deal da 1.000 miliardi di euro. Ebbene, non si può fare a meno di sottolineare il fatto che, negli ultimi cinque anni, quasi un incontro su 10 (2.400 su 25.000, di cui oltre 600 tenuti dalle Ong) ha ruotato intorno a questi argomenti. Complessivamente, la lobby del clima e dell'ambiente può fare leva su 800 soggetti coinvolti, per 3.120 lobbisti e 2.206 pass al Parlamento europeo. Sul podio dei soggetti più attivi troviamo il Wwf (64 meeting), seguito da Greenpeace (46) e dal Climate action network (41). Queste tre organizzazioni, da sole, spendono più di 5 milioni di euro l'anno per attività di lobbying a Bruxelles. Tra i temi discussi negli incontri con commissari e funzionari, non solo deforestazione, biodiversità e monitoraggio della pesca, ma anche la strategia a lungo termine per la neutralità climatica, i livelli di inquinamento delle automobili e l'efficienza energetica, fino ad arrivare al nucleare e alla governance degli oceani. Non mancano i casi imbarazzanti: come denunciato da Corporate europe, a settembre del 2018, dietro pressione del gruppo di lobbying Hydrogen Europe, la presidenza di turno austriaca organizzò un incontro per promuovere l'industria dell'idrogeno, invitando tra le altre cose gli altri Stati membri a sottoscrivere una dichiarazione per un'iniziativa comune in merito. Peccato che, come fanno notare gli esperti, l'idrogeno «pulito» rappresenta appena il 5% di tutta la produzione di questo gas, e incoraggiarne la filiera potrebbe significare, paradossalmente, incrementare l'utilizzo di combustili fossili. Per ben 444 volte, a ricevere gli astanti era presente il commissario per il Clima e l'energia in persona, lo spagnolo Miguel Arias Cañete. Più che dal feeling con Greta Thunberg e dai suoi seguaci, viene da pensare, l'improvviso interesse della Commissione per la salute del nostro pianeta sembra frutto di una strategia pensata a tavolino - e che intercetta parecchi interessi economici.
Ovviamente non c'è solo la lobby del clima. Una delle «caste» più influenti a Bruxelles rimane senza dubbio quella della finanza. Sono poco meno di 1.900 gli incontri tra commissari e funzionari e portatori di interesse a vario titolo del settore bancario. Nella top ten dei soggetti maggiormente coinvolti, nomi eccellenti come Deutsche Bank, Goldman Sachs, Blackrock e Bnp. Ma il primo posto è ricoperto dalla Fédération bancaire française (l'equivalente transalpino dell'Abi), in testa con 26 incontri. Non c'è che dire: quando si tratta di portare avanti le proprie istanze, i cugini d'Oltralpe sono sempre un gradino più in alto di tutti gli altri. Più volte la lobby bancaria è stata accusata di intervenire a gamba tesa sulle istituzioni per difendere i propri interessi. Forse il caso più eclatante è rappresentato dal pressing esercitato da BusinessEurope, di cui fanno parte Confindustria e le sue «sorelle» europee. Tra il 2009 e il 2012, questa organizzazione pubblicò più di 20 studi nei quali si chiedevano austerità e riforme strutturali. Bersagli di questa campagna, la Commissione europea, il presidente del Consiglio Herman van Rompuy e la task force sulla governance economica che nel 2010 sfornerà il cosiddetto «six pack» (la serie di regolamenti che hanno modificato, in senso ancora più restrittivo, l'attuazione del Patto di stabilità e crescita). Si può dire dunque che l'attività di lobbying di BusinessEurope abbia condizionato in senso negativo le vite di decine di milioni di cittadini europei.
Gli esempi non si fermano qui. Possiamo citare gli operatori telefonici spagnoli che sono riusciti a convincere il governo iberico a proporre, in sede europea, un emendamento alla normativa sul roaming per proteggere le aziende del settore; oppure i colossi dell'industria chimica che si oppongono al divieto di utilizzo del biossido di titanio, presunta sostanza cancerogena; e infine due casi eclatanti, quelli relativi al glifosato e al Dieselgate, per i quali le compagnie interessate si sono mosse insieme alle associazioni di categoria per difendere i propri interessi.
Spesso e volentieri, le lobby hanno trovato nei commissari una preziosa sponda. Dello spagnolo Cañete abbiamo già detto, ma è impossibile non menzionare il tedesco Gunther Oettinger (commissario al Bilancio e autore di giudizi molto severi nei confronti dell'Italia), protagonista di ben 654 incontri, molti dei quali con aziende tedesche (tra cui Deutsche Telekom e Daimler). Degni di nota anche l'ex commissario per l'Agricoltura Phil Hogan (199 incontri), quello per la Stabilità finanziaria Jonathan Hill (166 incontri in un anno e mezzo di mandato), e infine l'attuale vicepresidente Margrethe Vestager (72 incontri). Come si dice: a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
«Esercitano sull’Unione un’influenza totale»
Pier Luigi Petrillo, 46 anni, insegna diritto pubblico comparato alla Sapienza di Roma e teoria e tecniche del lobbying alla Luiss Guido Carli. Profondo conoscitore della materia, lo scorso settembre ha pubblicato il manuale Teorie e tecniche del lobbying. Regole, casi, procedure (Il Mulino).
Professore, per incontrare un commissario europeo il lobbista deve essere iscritto al Registro della trasparenza, assai macchinoso da consultare. Come può bastare questa sola norma a garantire un controllo democratico di quanto viene «suggerito» e concertato ai vertici dell'Ue?
«Infatti non basta. Fino a un anno fa l'iscrizione era facoltativa, il registro doveva servire a far emergere nomi e cognomi dei lobbisti. Viene considerato uno strumento utile, in realtà se scorriamo l'elenco degli incontri tra esponenti di lobby e commissari, spesso notiamo l'assenza di grandi multinazionali. È possibile che non si vedano? Non è credibile».
I commissari possono nascondere di avere avuto rapporti con gruppi di pressione?
«No, i gruppi aggirano la norma. Affidano l'attività non a lobbisti in house, che fanno parte dell'azienda o dell'organizzazione, ma a società conto terzi che in base ad accordi contrattuali gestiscono di volta in volta gli interessi di grandi multinazionali, non più obbligate ad apparire. Avevo fatto fare una ricerca alla Sapienza, da un'analisi comparativa dei dati è emerso che solo il 40% dei soggetti che figurano nel registro operano a Bruxelles. Quindi 6 lobbisti su 10 restano al di fuori delle regole di trasparenza».
È una percentuale altissima di organizzazioni che influenzano il processo legislativo europeo, ma sfuggono ai controlli.
«Consideri, poi, che quel 40% è costituito per lo più da piccole aziende che svolgono un'attività “d'influenza" limitata. Si iscrivono per risultare visibili, per poter mettere sulla carta intestata l'appartenenza alla banca dati dei lobbisti dell'Unione europea. Con le regole attuali, nel registro difficilmente troviamo i grandi gruppi di pressione».
Quali sono i confini del lobbying lecito?
«Nei Paesi che hanno una legislazione sul lobbismo, come Francia, Germania, Austria, è definita e regolamentata l'attività di influenza svolta con determinati strumenti per convincere il decisore pubblico a soddisfare il proprio interesse. Consiste per l'80% in back office, ovvero studi, analisi, predisposizione di documenti che vengono poi presentati nel rimanente 20% dell'attività, chiamata di front office, di un gruppo di pressione per influenzare chi ha il potere di intervenire a livello normativo. Nell'immaginario collettivo il lobbista prende sotto braccio il politico per dirgli: “Fammi questo favore, in cambio ti do questo", ma quello è il faccendiere, non c'entra nulla».
Nel nostro Paese è possibile sapere chi ha influito sulla decisione pubblica?
«In Italia viviamo l'anno zero. Dal 1976 sono stati presentati 72 disegni di legge ma ancora non sappiamo cosa sia il lobbying. Nel 2007, durante il governo Prodi, presiedevo la commissione di studio sui gruppi di pressione che mise a punto il cosiddetto disegno di legge Santagata in materia di lobby, subito affossato. Nel 2013, facevo parte di un'altra commissione che elaborò una proposta di regolamentazione, ma sottoposta al Consiglio dei ministri del governo Letta, fu bocciata. Nel codice penale è stato introdotto il reato di traffico di influenze illecite, però nell'assenza di un contesto legislativo di riferimento, manca la definizione di lobbying lecito».
Le principali diversità tra i gruppi di pressione a livello europeo?
«Ci sono Paesi che sono in grado di fare lobby a prescindere dalle differenze linguistiche, come accade in Spagna, dove le imprese risultano molto efficaci nella coalition building, creano cioè coalizioni di lobbying su interessi comuni con aziende di altri Stati. Italia e Grecia, invece, a Bruxelles vogliono parlare solo degli interessi del proprio Paese e hanno meno forza, con i decisori pubblici, nell'ottenere un vantaggio o evitare uno svantaggio».
Con gli emendamenti, i lobbisti quanto influenzano le direttive Ue?
«In modo totale. Il modello europeo è costruito sulle lobby. Lingue, culture, economie, esigenze sociali completamente diverse hanno come elemento unificante i gruppi di pressione, che riescono a trovare elementi di connessione nei vari Paesi, comunanza di interessi, determinando così l'indirizzo politico dell'Unione europea. Il trattato stesso del funzionamento dell'Ue dice chiaramente che il processo decisionale europeo deve coinvolgere i portatori di interessi particolari. A Bruxelles le lobby hanno la porta aperta e siedono con diritto al tavolo delle decisioni. Per questo ci vogliono pareti di vetro, trasparenza assoluta: bisogna capire chi sta dentro e che cosa sta dicendo. Inoltre è essenziale conoscere tutte le fasi di elaborazione di un provvedimento prima che arrivi in Commissione europea, conoscere i nomi di chi è chiamato a far parte dei gruppi di esperti, il perché delle scelte compiute anche in base alle lobby».
Google è medaglia d’oro di colloqui. Nella top 10 pure la cinese Huawei
Laddove si concentra il potere, state pure certi che non molto lontano troverete anche una lobby organizzata per curare e difendere i propri interessi. Una regola alla quale non sfugge nemmeno Bruxelles, città sede delle principali istituzioni continentali e di almeno otto agenzie europee. Corporate europe observatory, organizzazione non profit che si occupa di studiare e documentare gli effetti del lobbismo sui processi decisionali europei, si è presa la briga di mappare a livello geografico le stanze dei bottoni che affollano la capitale belga. Ecco che nei pressi della rotonda intitolata a Robert Schuman, sulla quale si affacciano gli edifici che ospitano la Commissione europea, il Consiglio, il Servizio di azione esterna, e tre Direzioni generali chiave (Mercato interno e industria, Commercio e Salute), troviamo gli uffici di Facebook, General electric, British Petroleum, Volkswagen e Shell. Ma anche importanti associazioni di categoria quali quella del tabacco (Esta), dei costruttori di automobili (Acea) nonché Aquafed, la federazione che riunisce gli operatori idrici privati.
città di colossi
Poco più a Sud, vicino al Parlamento europeo, si sono stabilite Google, Huawei, Unilever, Philip Morris, e Microsoft, ma anche la Federazione europea delle industrie farmaceutiche (Efpia). Tutto intorno a Square de Meeus, dove ha sede la Direzione generale per la ricerca e l'innovazione, ha piantato le tende il fior fiore della finanza internazionale: da Goldman Sachs a Bank of America e Blackrock, passando per Hsbc e Barclays. Senza contare poi altri giganti del calibro di Bayer, Gsk, Apple e Basf. Nelle vicinanze della fitta rete di tunnel e sottopassi conosciuta dai locali come «Petite ceinture» (piccola cintura, ndr) si assiepano uno dietro l'altro Bmw, Deutsche Bank, Airbus, Siemens, eBay e Amazon. Lunga tutta rue de Loi, l'arteria che collega la rotonda Schuman alla Petit ceinture, non c'è solo la sede di Total, ma anche l'associazione che riunisce gli operatori dei mercati finanziari (Afme) e la potentissima fondazione tedesca Bertelsmann Stiftung. Leggermente più decentrate, ma sempre a un tiro di schioppo dai «quartieri alti», ecco spuntare Uber, Bnp Paribas, Arcelor Mittal, Monsanto, così come una nutrita schiera di associazioni e think tank. Diffusi in tutti i quartieri gli studi di consulenza che offrono il loro supporto alle aziende.
Dal 2011 il Parlamento europeo e la Commissione hanno messo a disposizione di tutti i cittadini, tramite uno specifico sito Internet, i dati relativi alle attività di lobbying. La cui consultazione, tuttavia, non è semplicissima. Per fortuna esistono altri portali decisamente più fruibili, come Lobbyfacts.eu (un progetto congiunto realizzato dalle Ong Corporate europe observatory e LobbyControl) e Integritywatch.eu (gestito da Transparency international). Dando un rapido sguardo ai numeri ci si rende conto delle proporzioni del fenomeno: dalla sua istituzione a oggi risultano iscritti al registro 11.923 soggetti, 8.316 dei quali (69,7%) denunciano una spesa annua superiore ai 10.000 euro. È questo il sottoinsieme al quale abbiamo fatto riferimento, dal momento che per esso sono disponibili i dati finanziari completi. La spesa annua media è di 2,04 miliardi, con un minimo di 1,8 miliardi di euro a 2,28 miliardi (l'intervallo è variabile in quanto gli iscritti indicano una forchetta indicativa di spesa). Gli incontri con funzionari e commissari sfiorano i 24.000 (la cifra sale a 25.000 se includiamo tutti i soggetti), mentre risultano 7.644 i pass concessi ai lobbisti dal Parlamento europeo.
Se parliamo di spesa per singolo Paese, si scopre che sorprendentemente la classifica è guidata dal Belgio (556,2 milioni di euro di media), seguito dalla Germania (248,7 milioni) e dal Regno Unito (183,3 milioni). Molto più lontana l'Italia, appena all'ottavo posto con 83,3 milioni. Il Belgio occupa anche la prima posizione per ciò che concerne il numero di incontri con gli euroburocrati (8.690) e per numero di soggetti iscritti (1.749). Una situazione apparentemente anomala, ma spiegabile con il fatto che molte Ong e associazioni di categorie hanno scelto - per una questione di vicinanza con i palazzi del potere - di stabilirsi per l'appunto in Belgio.
i big del web
Ma è puntando la lente di ingrandimento sui settori e sulle singole aziende che ci si può rendere conto degli equilibri di potere in gioco. La medaglia d'oro se la aggiudica Google, con 230 incontri e 8,12 milioni di spesa media annuale, seguita dalla potentissima BusinessEurope (la Confindustria europea) con 220 incontri e 4,12 milioni di budget, e dall'olandese Airbus (170 incontri e 1,87 milioni spesi). Oltre a Mountain View, nella top ten fanno capolino Facebook e Microsoft, ma anche DigitalEurope, influente federazione che riunisce i giganti del digitale, da Amazon e Apple, a Huawei e Samsung, fino ai colossi dei sistemi di pagamento Visa e Mastercard. Molto attiva in questo comparto Deutsche Telekom, che può vantare ben 48 meeting.
Tra i settori che vantano più di 1.000 colloqui nell'ultimo quinquennio, oltre al digitale, troviamo quello della finanza, lavoro (sindacati e associazioni di categoria), clima e ambiente, trasporti, energia e commercio. Una rete fitta di influenze dalla quale, di fatto, non rimane escluso alcun aspetto della vita quotidiana.
Continua a leggereRiduci
Macché effetto Greta: la mania dell'Ue per il clima è frutto di 2.400 meeting con gruppi di pressione ecologisti. Stesso copione su banche, austerità, telefonia e Dieselgate.L'esperto: «Situazione fuori controllo: ben 6 portatori d'interessi su 10 aggirano le regole di trasparenza».Nella capitale delle istituzioni comunitarie, le multinazionali sono assiepate attorno ai palazzi dei burocrati Per nazione, i campioni d'investimento sono Belgio, Germania e Regno Unito. L'Italia è solamente ottava.Lo speciale contiene due articoliOgni mattina, a Bruxelles, un lobbista si sveglia e sa che dovrà correre più dei suoi colleghi se vorrà essere sicuro di accontentare chi gli paga lo stipendio. E in effetti basta dare uno sguardo alle statistiche ufficiali per rendersi conto che, a livello europeo, quello dei portatori di interesse è un settore decisamente molto affollato. Per ogni giorno lavorativo, dal primo dicembre 2014 (data a partire dalla quale la Commissione ha reso pubblici gli incontri dei propri componenti) a oggi, si sono tenuti in media 13 incontri al giorno, più di due all'ora, tra un euroburocrate e un lobbista. Tradotto in termini assoluti, parliamo di 25.000 colloqui nell'arco di poco più di cinque anni. Molte delle decisioni che contano, più che nelle sedi istituzionali come il Parlamento e il Consiglio dell'Ue (ovvero i due organi legislativi dell'Unione), vengono prese in camera caritatis, alla larga da occhi e orecchi indiscreti. Nella capitale europea, tra aziende, lobbisti e istituzioni Ue ormai si è instaurato un rapporto di tipo simbiotico. La vicinanza geografica e lo scarso controllo permettono ai principali attori di ciascun settore di influenzare pesantemente l'agenda setting a livello continentale. Pensiamo a uno dei temi più in voga in questo periodo, quello relativo al clima e all'ambiente. Proprio poche settimane fa, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha varato il green new deal da 1.000 miliardi di euro. Ebbene, non si può fare a meno di sottolineare il fatto che, negli ultimi cinque anni, quasi un incontro su 10 (2.400 su 25.000, di cui oltre 600 tenuti dalle Ong) ha ruotato intorno a questi argomenti. Complessivamente, la lobby del clima e dell'ambiente può fare leva su 800 soggetti coinvolti, per 3.120 lobbisti e 2.206 pass al Parlamento europeo. Sul podio dei soggetti più attivi troviamo il Wwf (64 meeting), seguito da Greenpeace (46) e dal Climate action network (41). Queste tre organizzazioni, da sole, spendono più di 5 milioni di euro l'anno per attività di lobbying a Bruxelles. Tra i temi discussi negli incontri con commissari e funzionari, non solo deforestazione, biodiversità e monitoraggio della pesca, ma anche la strategia a lungo termine per la neutralità climatica, i livelli di inquinamento delle automobili e l'efficienza energetica, fino ad arrivare al nucleare e alla governance degli oceani. Non mancano i casi imbarazzanti: come denunciato da Corporate europe, a settembre del 2018, dietro pressione del gruppo di lobbying Hydrogen Europe, la presidenza di turno austriaca organizzò un incontro per promuovere l'industria dell'idrogeno, invitando tra le altre cose gli altri Stati membri a sottoscrivere una dichiarazione per un'iniziativa comune in merito. Peccato che, come fanno notare gli esperti, l'idrogeno «pulito» rappresenta appena il 5% di tutta la produzione di questo gas, e incoraggiarne la filiera potrebbe significare, paradossalmente, incrementare l'utilizzo di combustili fossili. Per ben 444 volte, a ricevere gli astanti era presente il commissario per il Clima e l'energia in persona, lo spagnolo Miguel Arias Cañete. Più che dal feeling con Greta Thunberg e dai suoi seguaci, viene da pensare, l'improvviso interesse della Commissione per la salute del nostro pianeta sembra frutto di una strategia pensata a tavolino - e che intercetta parecchi interessi economici.Ovviamente non c'è solo la lobby del clima. Una delle «caste» più influenti a Bruxelles rimane senza dubbio quella della finanza. Sono poco meno di 1.900 gli incontri tra commissari e funzionari e portatori di interesse a vario titolo del settore bancario. Nella top ten dei soggetti maggiormente coinvolti, nomi eccellenti come Deutsche Bank, Goldman Sachs, Blackrock e Bnp. Ma il primo posto è ricoperto dalla Fédération bancaire française (l'equivalente transalpino dell'Abi), in testa con 26 incontri. Non c'è che dire: quando si tratta di portare avanti le proprie istanze, i cugini d'Oltralpe sono sempre un gradino più in alto di tutti gli altri. Più volte la lobby bancaria è stata accusata di intervenire a gamba tesa sulle istituzioni per difendere i propri interessi. Forse il caso più eclatante è rappresentato dal pressing esercitato da BusinessEurope, di cui fanno parte Confindustria e le sue «sorelle» europee. Tra il 2009 e il 2012, questa organizzazione pubblicò più di 20 studi nei quali si chiedevano austerità e riforme strutturali. Bersagli di questa campagna, la Commissione europea, il presidente del Consiglio Herman van Rompuy e la task force sulla governance economica che nel 2010 sfornerà il cosiddetto «six pack» (la serie di regolamenti che hanno modificato, in senso ancora più restrittivo, l'attuazione del Patto di stabilità e crescita). Si può dire dunque che l'attività di lobbying di BusinessEurope abbia condizionato in senso negativo le vite di decine di milioni di cittadini europei.Gli esempi non si fermano qui. Possiamo citare gli operatori telefonici spagnoli che sono riusciti a convincere il governo iberico a proporre, in sede europea, un emendamento alla normativa sul roaming per proteggere le aziende del settore; oppure i colossi dell'industria chimica che si oppongono al divieto di utilizzo del biossido di titanio, presunta sostanza cancerogena; e infine due casi eclatanti, quelli relativi al glifosato e al Dieselgate, per i quali le compagnie interessate si sono mosse insieme alle associazioni di categoria per difendere i propri interessi.Spesso e volentieri, le lobby hanno trovato nei commissari una preziosa sponda. Dello spagnolo Cañete abbiamo già detto, ma è impossibile non menzionare il tedesco Gunther Oettinger (commissario al Bilancio e autore di giudizi molto severi nei confronti dell'Italia), protagonista di ben 654 incontri, molti dei quali con aziende tedesche (tra cui Deutsche Telekom e Daimler). Degni di nota anche l'ex commissario per l'Agricoltura Phil Hogan (199 incontri), quello per la Stabilità finanziaria Jonathan Hill (166 incontri in un anno e mezzo di mandato), e infine l'attuale vicepresidente Margrethe Vestager (72 incontri). Come si dice: a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-lobby-deuropa-che-ci-fanno-verdi-quei-25-000-incontri-13-al-giorno-con-i-commissari-di-bruxelles-2645001873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="esercitano-sullunione-uninfluenza-totale" data-post-id="2645001873" data-published-at="1780588393" data-use-pagination="False"> «Esercitano sull’Unione un’influenza totale» Pier Luigi Petrillo, 46 anni, insegna diritto pubblico comparato alla Sapienza di Roma e teoria e tecniche del lobbying alla Luiss Guido Carli. Profondo conoscitore della materia, lo scorso settembre ha pubblicato il manuale Teorie e tecniche del lobbying. Regole, casi, procedure (Il Mulino). Professore, per incontrare un commissario europeo il lobbista deve essere iscritto al Registro della trasparenza, assai macchinoso da consultare. Come può bastare questa sola norma a garantire un controllo democratico di quanto viene «suggerito» e concertato ai vertici dell'Ue? «Infatti non basta. Fino a un anno fa l'iscrizione era facoltativa, il registro doveva servire a far emergere nomi e cognomi dei lobbisti. Viene considerato uno strumento utile, in realtà se scorriamo l'elenco degli incontri tra esponenti di lobby e commissari, spesso notiamo l'assenza di grandi multinazionali. È possibile che non si vedano? Non è credibile». I commissari possono nascondere di avere avuto rapporti con gruppi di pressione? «No, i gruppi aggirano la norma. Affidano l'attività non a lobbisti in house, che fanno parte dell'azienda o dell'organizzazione, ma a società conto terzi che in base ad accordi contrattuali gestiscono di volta in volta gli interessi di grandi multinazionali, non più obbligate ad apparire. Avevo fatto fare una ricerca alla Sapienza, da un'analisi comparativa dei dati è emerso che solo il 40% dei soggetti che figurano nel registro operano a Bruxelles. Quindi 6 lobbisti su 10 restano al di fuori delle regole di trasparenza». È una percentuale altissima di organizzazioni che influenzano il processo legislativo europeo, ma sfuggono ai controlli. «Consideri, poi, che quel 40% è costituito per lo più da piccole aziende che svolgono un'attività “d'influenza" limitata. Si iscrivono per risultare visibili, per poter mettere sulla carta intestata l'appartenenza alla banca dati dei lobbisti dell'Unione europea. Con le regole attuali, nel registro difficilmente troviamo i grandi gruppi di pressione». Quali sono i confini del lobbying lecito? «Nei Paesi che hanno una legislazione sul lobbismo, come Francia, Germania, Austria, è definita e regolamentata l'attività di influenza svolta con determinati strumenti per convincere il decisore pubblico a soddisfare il proprio interesse. Consiste per l'80% in back office, ovvero studi, analisi, predisposizione di documenti che vengono poi presentati nel rimanente 20% dell'attività, chiamata di front office, di un gruppo di pressione per influenzare chi ha il potere di intervenire a livello normativo. Nell'immaginario collettivo il lobbista prende sotto braccio il politico per dirgli: “Fammi questo favore, in cambio ti do questo", ma quello è il faccendiere, non c'entra nulla». Nel nostro Paese è possibile sapere chi ha influito sulla decisione pubblica? «In Italia viviamo l'anno zero. Dal 1976 sono stati presentati 72 disegni di legge ma ancora non sappiamo cosa sia il lobbying. Nel 2007, durante il governo Prodi, presiedevo la commissione di studio sui gruppi di pressione che mise a punto il cosiddetto disegno di legge Santagata in materia di lobby, subito affossato. Nel 2013, facevo parte di un'altra commissione che elaborò una proposta di regolamentazione, ma sottoposta al Consiglio dei ministri del governo Letta, fu bocciata. Nel codice penale è stato introdotto il reato di traffico di influenze illecite, però nell'assenza di un contesto legislativo di riferimento, manca la definizione di lobbying lecito». Le principali diversità tra i gruppi di pressione a livello europeo? «Ci sono Paesi che sono in grado di fare lobby a prescindere dalle differenze linguistiche, come accade in Spagna, dove le imprese risultano molto efficaci nella coalition building, creano cioè coalizioni di lobbying su interessi comuni con aziende di altri Stati. Italia e Grecia, invece, a Bruxelles vogliono parlare solo degli interessi del proprio Paese e hanno meno forza, con i decisori pubblici, nell'ottenere un vantaggio o evitare uno svantaggio». Con gli emendamenti, i lobbisti quanto influenzano le direttive Ue? «In modo totale. Il modello europeo è costruito sulle lobby. Lingue, culture, economie, esigenze sociali completamente diverse hanno come elemento unificante i gruppi di pressione, che riescono a trovare elementi di connessione nei vari Paesi, comunanza di interessi, determinando così l'indirizzo politico dell'Unione europea. Il trattato stesso del funzionamento dell'Ue dice chiaramente che il processo decisionale europeo deve coinvolgere i portatori di interessi particolari. A Bruxelles le lobby hanno la porta aperta e siedono con diritto al tavolo delle decisioni. Per questo ci vogliono pareti di vetro, trasparenza assoluta: bisogna capire chi sta dentro e che cosa sta dicendo. Inoltre è essenziale conoscere tutte le fasi di elaborazione di un provvedimento prima che arrivi in Commissione europea, conoscere i nomi di chi è chiamato a far parte dei gruppi di esperti, il perché delle scelte compiute anche in base alle lobby». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-lobby-deuropa-che-ci-fanno-verdi-quei-25-000-incontri-13-al-giorno-con-i-commissari-di-bruxelles-2645001873.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="google-e-medaglia-doro-di-colloqui-nella-top-10-pure-la-cinese-huawei" data-post-id="2645001873" data-published-at="1780588393" data-use-pagination="False"> Google è medaglia d’oro di colloqui. Nella top 10 pure la cinese Huawei Laddove si concentra il potere, state pure certi che non molto lontano troverete anche una lobby organizzata per curare e difendere i propri interessi. Una regola alla quale non sfugge nemmeno Bruxelles, città sede delle principali istituzioni continentali e di almeno otto agenzie europee. Corporate europe observatory, organizzazione non profit che si occupa di studiare e documentare gli effetti del lobbismo sui processi decisionali europei, si è presa la briga di mappare a livello geografico le stanze dei bottoni che affollano la capitale belga. Ecco che nei pressi della rotonda intitolata a Robert Schuman, sulla quale si affacciano gli edifici che ospitano la Commissione europea, il Consiglio, il Servizio di azione esterna, e tre Direzioni generali chiave (Mercato interno e industria, Commercio e Salute), troviamo gli uffici di Facebook, General electric, British Petroleum, Volkswagen e Shell. Ma anche importanti associazioni di categoria quali quella del tabacco (Esta), dei costruttori di automobili (Acea) nonché Aquafed, la federazione che riunisce gli operatori idrici privati. città di colossi Poco più a Sud, vicino al Parlamento europeo, si sono stabilite Google, Huawei, Unilever, Philip Morris, e Microsoft, ma anche la Federazione europea delle industrie farmaceutiche (Efpia). Tutto intorno a Square de Meeus, dove ha sede la Direzione generale per la ricerca e l'innovazione, ha piantato le tende il fior fiore della finanza internazionale: da Goldman Sachs a Bank of America e Blackrock, passando per Hsbc e Barclays. Senza contare poi altri giganti del calibro di Bayer, Gsk, Apple e Basf. Nelle vicinanze della fitta rete di tunnel e sottopassi conosciuta dai locali come «Petite ceinture» (piccola cintura, ndr) si assiepano uno dietro l'altro Bmw, Deutsche Bank, Airbus, Siemens, eBay e Amazon. Lunga tutta rue de Loi, l'arteria che collega la rotonda Schuman alla Petit ceinture, non c'è solo la sede di Total, ma anche l'associazione che riunisce gli operatori dei mercati finanziari (Afme) e la potentissima fondazione tedesca Bertelsmann Stiftung. Leggermente più decentrate, ma sempre a un tiro di schioppo dai «quartieri alti», ecco spuntare Uber, Bnp Paribas, Arcelor Mittal, Monsanto, così come una nutrita schiera di associazioni e think tank. Diffusi in tutti i quartieri gli studi di consulenza che offrono il loro supporto alle aziende. Dal 2011 il Parlamento europeo e la Commissione hanno messo a disposizione di tutti i cittadini, tramite uno specifico sito Internet, i dati relativi alle attività di lobbying. La cui consultazione, tuttavia, non è semplicissima. Per fortuna esistono altri portali decisamente più fruibili, come Lobbyfacts.eu (un progetto congiunto realizzato dalle Ong Corporate europe observatory e LobbyControl) e Integritywatch.eu (gestito da Transparency international). Dando un rapido sguardo ai numeri ci si rende conto delle proporzioni del fenomeno: dalla sua istituzione a oggi risultano iscritti al registro 11.923 soggetti, 8.316 dei quali (69,7%) denunciano una spesa annua superiore ai 10.000 euro. È questo il sottoinsieme al quale abbiamo fatto riferimento, dal momento che per esso sono disponibili i dati finanziari completi. La spesa annua media è di 2,04 miliardi, con un minimo di 1,8 miliardi di euro a 2,28 miliardi (l'intervallo è variabile in quanto gli iscritti indicano una forchetta indicativa di spesa). Gli incontri con funzionari e commissari sfiorano i 24.000 (la cifra sale a 25.000 se includiamo tutti i soggetti), mentre risultano 7.644 i pass concessi ai lobbisti dal Parlamento europeo. Se parliamo di spesa per singolo Paese, si scopre che sorprendentemente la classifica è guidata dal Belgio (556,2 milioni di euro di media), seguito dalla Germania (248,7 milioni) e dal Regno Unito (183,3 milioni). Molto più lontana l'Italia, appena all'ottavo posto con 83,3 milioni. Il Belgio occupa anche la prima posizione per ciò che concerne il numero di incontri con gli euroburocrati (8.690) e per numero di soggetti iscritti (1.749). Una situazione apparentemente anomala, ma spiegabile con il fatto che molte Ong e associazioni di categorie hanno scelto - per una questione di vicinanza con i palazzi del potere - di stabilirsi per l'appunto in Belgio. i big del web Ma è puntando la lente di ingrandimento sui settori e sulle singole aziende che ci si può rendere conto degli equilibri di potere in gioco. La medaglia d'oro se la aggiudica Google, con 230 incontri e 8,12 milioni di spesa media annuale, seguita dalla potentissima BusinessEurope (la Confindustria europea) con 220 incontri e 4,12 milioni di budget, e dall'olandese Airbus (170 incontri e 1,87 milioni spesi). Oltre a Mountain View, nella top ten fanno capolino Facebook e Microsoft, ma anche DigitalEurope, influente federazione che riunisce i giganti del digitale, da Amazon e Apple, a Huawei e Samsung, fino ai colossi dei sistemi di pagamento Visa e Mastercard. Molto attiva in questo comparto Deutsche Telekom, che può vantare ben 48 meeting. Tra i settori che vantano più di 1.000 colloqui nell'ultimo quinquennio, oltre al digitale, troviamo quello della finanza, lavoro (sindacati e associazioni di categoria), clima e ambiente, trasporti, energia e commercio. Una rete fitta di influenze dalla quale, di fatto, non rimane escluso alcun aspetto della vita quotidiana.
Il premier ungherese Péter Magyar (Ansa)
Per celebrare lo scongelamento di 16 miliardi di fondi Ue, Péter Magyar si era intestato il merito di una «svolta storica» per l’Ungheria. Ieri, Emmanuel Macron lo ha accolto all’Eliseo celebrando l’arrivo di una «nuova era». Non serve nemmeno sforzarsi per capire che, in realtà, il suo resta un «orbanismo», solo più gentile: era sufficiente leggere un’intervista uscita sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, nella lingua madre di Ursula von der Leyen. Giusto per accertarsi che anche lei la capisse.
Il presidente francese vorrebbe tirare Magyar dentro la fumosa coalizione dei volenterosi, in occasione del mega evento che organizzerà il 14 luglio, per commemorare la Rivoluzione. Eppure, sull’Ucraina, il nuovo premier magiaro dice cose simili al suo predecessore. Ad esempio, ha candidato Budapest a sede di eventuali colloqui di pace tra Mosca e Kiev. È vero che persino nei palazzi di Bruxelles, ultimamente, ci si era messi a ragionare su quale figura potesse portare avanti il dialogo con il Cremlino. Fatto sta che Magyar, come Viktor Orbán, non solo non ha problemi ad accreditare il suo Paese quale terreno neutro, ma è anche disponibile a «fornire assistenza diplomatica e umanitaria». Rispetto al passato, egli dimostra di aver affinato le tecniche di mercanteggiamento: mentre si discute dell’ingresso della nazione di Volodymyr Zelensky nell’Unione, un’ipotesi che finora il suo Paese aveva respinto, lui mette sul piatto «un accordo sul ripristino e la garanzia dei diritti linguistici, educativi e culturali dei 100.000 ungheresi che vivono in Ucraina. Dobbiamo chiarire», ha precisato Magyar, «alcune questioni riguardanti la nostra minoranza». Dopodiché, si potrà «aprire un nuovo capitolo» e, magari, concedere il nulla osta a un percorso di integrazione che, in ogni caso, si annuncia ancora lungo. Tutto sommato, se ciò dovesse contribuire ad ammorbidire la posizione di Bruxelles e, soprattutto, a farle allentare i cordoni della borsa, per Magyar sarebbe un punto di caduta vantaggioso: l’intesa sulla minoranza ungherese in Ucraina dovrà essere raggiunta «nei prossimi giorni»; affinché Kiev diventi membro dell’Ue a tutti gli effetti, invece, occorreranno anni.
Poi, c’è il nodo dei rapporti con la Russia. Il premier non intende perdere di vista gli interessi nazionali. Budapest dipende dal gas di Vladimir Putin e, ha ribadito Magyar alla Faz, «non possiamo cambiare questa situazione dall’oggi al domani. I nostri vicini», ha insistito, «dovrebbero capire che l’Ungheria è un Paese senza sbocco sul mare. Non abbiamo registrato crescita economica per anni e, per crescere, abbiamo bisogno di energia a prezzi accessibili. Certo, stiamo facendo tutto il possibile per diversificare le fonti energetiche, ma non possiamo permetterci che la competitività delle nostre aziende diminuisca ulteriormente e che la povertà energetica tra le famiglie ungheresi aumenti». Mettiamola così: sarebbe stato bello ascoltare dei discorsi simili dalle nostre classi dirigenti, già nel 2022. Adesso, dopo anni di condiscendenza ai diktat della Commissione, ci ritroviamo con Valdis Dombrovskis che ci prescrive come vivere. Anzi, di che morte morire.
Ma c’è di più. Manco fosse un Medvedev qualsiasi, Magyar ha aggiunto che, a suo avviso, «l’Europa tornerà parzialmente alle fonti energetiche russe e revocherà le sanzioni, poiché si tratta della competitività di tutta l’Europa e nessuno ha interesse a mantenere una nuova guerra fredda economica e politica in caso di futura pace. Perché ciò accada», ha specificato, «la guerra deve ovviamente finire». Ovviamente. Il messaggio, però, è chiaro: Budapest promuove ancora il disgelo con Mosca e, piuttosto che un irrevocabile divorzio dallo zar, propone un modesto «derisking». D’altronde, i numeri danno ragione al premier magiaro: a parte Ungheria e Slovacchia, anche Francia, Spagna e Belgio continuano a finanziare Putin, facendo incetta di gas liquido. Peggio: attraverso un sistema di matrioske finanziarie, le petroliere fantasma russe riescono ancora a farsi assicurare le spedizioni grazie alle risorse dei mercati del Vecchio continente.
Infine, occorre una buona fantasia per riscontrare la «svolta storica» nelle idee espresse da Magyar sulla governance dell’Unione. Il primo ministro non è «favorevole all’introduzione del voto a maggioranza anziché all’unanimità». Ha senso: l’Ungheria è piccola, la sua economia è debole rispetto a quella dei grandi Paesi Ue e l’unico modo che ha per far contare la propria voce è sfruttare le possibilità che le riservano i Trattati. Il cambiamento, al solito, è formale più che sostanziale: Orbán, ha commentato con la Faz Magyar, «diceva sempre che “dobbiamo sconfiggere Bruxelles”. Non credo che sia questo il punto. L’obiettivo è capirsi e persuadersi a vicenda». Poesia. Ma al netto delle carinerie, il premier ungherese non indietreggia: «Le persone», ha sottolineato, «vogliono un’Unione europea basata su Stati forti, non sugli Stati Uniti d’Europa».
Per sbloccare i finanziamenti negati a Orbán, Ursula si è accontentata della deferenza verbale. In teoria, le somme verranno erogate se Budapest completerà e documenterà le famigerate riforme entro il 31 agosto. Molti di quei soldi, comunque, erano bloccati per dissidi su questioni laterali: quelle che Bruxelles considera discriminazioni contro le persone Lgbtq+, la violazione delle procedure sull’asilo dei migranti, le limitazioni della libertà accademica, come nella vicenda dell’università dei Soros. Magyar, intanto, ha annunciato che chiederà di aderire alla Procura europea (Eppo), la quale potrà così indagare su eventuali frodi nell’uso dei fondi comunitari. E una formula scaltra per sciogliere il nodo dell’Ucraina nell’Ue l’ha trovata. Sul resto - l’essenziale - il ritornello rimane lo stesso. Anche se la Von der Leyen ha salutato l’avvento di «una nuova era», sostenendo che il governo ungherese, appena entrato in carica, sta già «agendo con rapidità e determinazione». Magyar statista a tempo di record. Lo diceva Patty Pravo: tutti quanti sono degli eroi quando vogliono qualcosa.
Continua a leggereRiduci
Scontri tra monarchici e Polizia a Napoli nel giugno 1946 (Getty Images)
Dal 4 all’11 giugno 1946 l’Italia della transizione tra monarchia e repubblica visse la sua «settimana tragica» a causa delle tensioni generate dall’esito del referendum del 2 giugno precedente e dalle frizioni ancora esistenti nel Paese uscito da appena un anno dalla guerra. Nei giorni tra il voto e l’esilio di Umberto II, il «re di maggio» che regnò soltanto un mese, l’Italia allora guidata da Alcide de Gasperi assieme ai partiti espressione del Cln, rischiò una nuova guerra civile tra il Nord repubblicano ed il Sud profondamente legato all’istituzione monarchica. I motivi della divisione erano stati definiti dal diverso svolgersi degli eventi bellici e delle figure politiche a questi legate. Il Nord era stato il teatro della guerra civile fino all’ultimo giorno. In entrambe le parti in lotta, repubblichini e partigiani legati ai partiti che governeranno nel dopoguerra, la figura dei Savoia era stata pesantemente oscurata dopo la fuga del re a Brindisi, che aveva generato un diffuso sentimento antimonarchico. Nelle regioni meridionali, al contrario, la casa Savoia aveva seguito le sorti del mezzogiorno con l’effimero Regno del Sud controllato dagli Alleati, fatto che generò l’idea della continuità. A Napoli, in particolare, la monarchia sabauda si era sostituita a quella borbonica con una lunga opera di radicamento nella città (tanto che fu istituito il titolo di «Principe di Napoli» all’erede al trono). Quando l’Italia si recò alle urne il 2 giugno del 1946, le ferite della guerra erano ancora aperte. Le tensioni della guerra civile e della Campagna d’Italia dal 1943 al 1945 avevano lasciato un Paese allo stremo, con le vie di comunicazione e le industrie ridotte a macerie. La disoccupazione ed il carovita dovuto all’inflazione galoppante avevano contribuito ad alimentare rabbia e frustrazione, oltre ad avere lasciato un’Italia ancora una volta divisa tra Nord e Sud. Il referendum monarchia-repubblica era diventato un catalizzatore di tensioni, rese ancora più forti dai sospetti di brogli e dal fatto che la popolazione della Venezia Giulia, di Zara, Pola e Fiume oltre a quella della Provincia di Bolzano furono escluse dal voto a causa dell’occupazione straniera.
I lenti scrutini dei seggi evidenziarono sin da subito il divario tra le due italie, con il Sud a netta maggioranza favorevole ai Savoia. Il voto più eclatante fu quello di Napoli, dove l’80% degli elettori scelse la monarchia nel segno della continuità e non solamente per quella: la città partenopea, molto lontana idealmente dal «vento del Nord», era stata una delle più colpite durante il conflitto, con oltre 200 bombardamenti alleati, che avevano prostrato la popolazione riducendola alla fame. Decine di migliaia di napoletani vivevano ancora all’addiaccio in grotte o nei padiglioni della Mostra d’Oltremare, tormentati dalle epidemie e dalla mancanza di ogni tipo di servizio. Fresco era inoltre ancora il mito delle «Quattro giornate» del settembre 1943 quando la sollevazione popolare indusse i tedeschi a lasciare la città. Tutti questi elementi, uniti ad un generale risentimento contro i «partiti del Nord» accesero la miccia dei tumulti che dal 4 all’11 giugno 1946 insanguinarono Napoli.
Subito dopo il referendum, le voci che davano la repubblica in lieve vantaggio si unirono a quelle che condannavano i presunti brogli e il peso delle zone escluse dal voto e quelle di una presunta imminente visita di Umberto II a Napoli, notizia che accese ancora di più gli animi già infiammati. Nonostante l’ultimo re d’Italia non si fosse mai espresso nei confronti dei napoletani pronti alla rivolta, il tam-tam dei rioni fece materializzare per le strade l’idea che una ribellione di Napoli avrebbe potuto sfociare in una futura separazione del Sud dal resto d’Italia. Nei giorni tra il voto e l’esito definitivo delle urne, la Prefettura di Napoli chiese rinforzi all’allora ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, che provvide all’invio di reparti della Celere a protezione dei luoghi sensibili come le sedi dei partiti e le caserme, prese di mira dai rivoltosi per procurare armi.
La sera del 4 giugno la radio divulgò la notizia del vantaggio della repubblica, e la città piombò in un silenzio carico di tensione, destinata a sfogarsi il giorno successivo quando il contemporaneo arrivo a Capodichino della principessa Maria Josè diede il «la» alle proteste di piazza. Già durante la mattinata si registrarono i primi tafferugli tra monarchici e comunisti, mentre Maria José veniva invitata dalle autorità a lasciare la città per Lisbona. Arginato a fatica dalla forza pubblica, il movimento spontaneo dei monarchici si riversò nelle strade di Capodimonte la mattina seguente, con camion imbandierati con lo stemma sabaudo. Ciò che la Prefettura aveva temuto nei giorni precedenti divenne realtà: gli insorti assalirono le caserme dei Carabinieri e dell’Esercito in cerca di armi (e della solidarietà dall’Arma, che non arrivò). Durante gli scontri con la Celere, Napoli ebbe il primo morto. Durante l’assedio della caserma dei Carabinieri di Capodimonte, il lancio di bombe a mano ferì mortalmente l’imbianchino 35enne Ciro Martino. La prima vittima tra i «lazzari» fu la premessa di quelle che furono le «Sette giornate di Napoli», una settimana in cui il fantasma della guerra civile si mostrò nuovamente agli occhi degli italiani. La rabbia si sfogò allora non solo contro i comunisti e i partiti del Nord, ma anche contro una Democrazia Cristiana accusata di ambiguità sulla questione della forma dello Stato e senza risparmiare il braccio del partito, il clero. Numerosi furono in quei giorni concitati gli episodi di violenza contro ecclesiastici, malmenati o scherniti per i vicoli della città per non avere apertamente sostenuto la scelta monarchica.
La situazione peggiorò rapidamente il giorno dopo, quando una folla di 5.000 persone si radunò a Vasto per raggiungere piazza del Plebiscito con l’intento simbolico di fare ammainare la bandiera repubblicana e issare nuovamente quella sabauda. Negli scontri con la Celere, i Carabinieri e l’esercito rimase un altro morto sul selciato: si trattava del sedicenne Gaetano d’Alessandro, colpito alla testa da una raffica di mitra. Lo stesso giorno moriva in ospedale un altro minorenne, il 14enne Carlo Russo, ferito il giorno prima negli scontri di piazza.
Il 9 giugno fu segnato dalle esequie del giovanissimo Russo, che aggiunsero rabbia alla rabbia, gettando le premesse di quello che sarà il giorno più nero della settimana dei tumulti di Napoli. Le fila dei sostenitori dei Savoia andavano aumentando con l’arrivo in città di monarchici provenienti da tutto il Meridione, mentre dalla parte delle forze dell’ordine furono chiamati rinforzi dal Nord, nei cui ranghi erano attivi diversi elementi provenienti dalla Resistenza, arruolati nella Celere dopo la guerra. L’11 giugno la protesta raggiunse il climax, alimentata dalla frustrazione per il rifiuto di Umberto II alla richiesta di porsi alla testa di una rivolta lealista e per gli effetti di un secondo funerale, quello dell’adolescente D’Alessandro. Quel giorno, dopo le esequie, la folla imbandierata con i simboli di Casa Savoia puntò alla sede del Partito Comunista di via Medina, in pieno centro cittadino. Lo scopo dei manifestanti era quello di strappare le bandiere della repubblica e quella rossa dalla facciata del palazzo, come già fatto in altre occasioni nei giorni precedenti, ma la situazione precipitò quasi subito, con la Polizia che sparò al primo manifestante che cercava di arrampicarsi per strappare i vessilli. Ne nacque un durissimo scontro a fuoco tra le barricate realizzate con due vetture tranviarie nella quale persero la vita 9 persone tra cui la diciannovenne Ida Cavalieri, investita da un automezzo della Celere mentre gridava, avvolta nella bandiera sabauda, «Viva ‘o rre!». Due furono i caduti tra le forze dell’ordine, decine i feriti. Durante gli scontri, i «luciani», pescatori di Santa Lucia, decisero di dare man forte ai manifestanti assalendo la sede del Comando Marina per impadronirsi delle armi, venendo respinti a fatica dai militari a guardia della caserma.
La strage di via Medina poteva essere l’ìnizio di una guerra tra il Sud e il Nord, vista la solidarietà espressa dai monarchici meridionali alle vittime delle pallottole del nascente Stato repubblicano. Tuttavia la partenza per l’esilio di Umberto II, avvenuta appena 48 ore dopo i fatti, fece sgonfiare i moti lealisti nati dal «ventre di Napoli». Il 18 giugno la Corte di Cassazione confermò la vittoria della repubblica. Ma l’eredità delle «Sette giornate» dei monarchici pesò sulle scelte successive dell’Italia repubblicana. Un illustre napoletano e monarchico, Enrico De Nicola, divenne Capo provvisorio dello Stato, mentre il primo sindaco eletto dopo l’amministrazione prefettizia della città fu l’avvocato Giuseppe Buonocore, anch’egli di ispirazione monarchica ma garante della transizione in quanto padre della Costituente. Mentre si consumavano gli scontri del giugno 1946, dietro le quinte lavorava l’armatore Achille Lauro, fervente sostenitore dei Savoia e futuro deputato per il Partito Nazionale Monarchico. In quei mesi durissimi del 1946 lavorò per ricostituire la sua flotta annientata dalla guerra grazie all’acquisto di naviglio americano residuato. In breve fu in grado di ricostruire un impero nella navigazione commerciale e nelle rotte atlantiche della seconda emigrazione italiana, sostituendosi, per così dire, alla figura del re nel lungo periodo chiamato «laurismo», quello dei mandati di sindaco di Napoli dal 1952 al 1957 e poi ancora nel 1961. Per citare il grande Eduardo de Filippo, «’A nuttata era passata», ma in quella settimana di ottant’anni fa Napoli e l’Italia si erano trovate avvolte da un buio pesto.
Continua a leggereRiduci
Roberto Saviano e Massimo Gramellini (Ansa)
È una cosa brutta, brutta, brutta. Mi passi una tartina, una coppa di champagne con doppia dose di indignazione. L’hai letto Gramellini? L’hai sentito Saviano? Signora mia, dobbiamo esibire lo sdegno come se fosse l’ultimo tailleur di Armani. Dobbiamo vibrare di riprovazione, siamo sotto choc e anche un po’ sorpresi. Ma davvero gli immigrati vengono qui per essere sfruttati? E noi che pensavamo che venissero solo per pagarci le pensioni…
Non c’è niente di più insopportabile dell’ipocrisia dei salotti chic di fronte alla tragedia della Calabria. Non c’è niente di più insopportabile perché i benpensanti choccati, i Saviano indignati e i Gramellini addolorati dimenticano una verità semplice e evidente a chiunque la voglia vedere. E cioè che l’immigrazione da loro voluta, sostenuta, appoggiata e financo idealizzata, proprio a questo serviva: non a pagare le pensioni, come vanno cianciando da anni, ma ad avere manodopera sottopagata, carne da sacrificare sull’altare dei profitti o (peggio ancora) della criminalità. Gli immigrati sono stati usati come carne da macello per avere manovalanza a basso costo da dare in pasto prima a caporali e delinquenti, e poi all’intero sistema economico. E i nostri indignati speciali lo sapevano benissimo. Per cui risultano oltremodo ipocrite le loro lacrime davanti a quei corpi bruciati: davvero scoprono oggi i caporali? Davvero scoprono oggi i lavoratori sfruttati e sottopagati? E l’inferno dei braccianti?
Sono anni che raccontiamo le baraccopoli dove i braccianti vivono in condizioni disumane sotto gli occhi di tutti. I miei inviati di Fuori dal Coro le conoscono palmo a palmo, baracca per baracca. Borgo Mezzanone (Manfredonia), dove Soumahoro andava a fare proseliti. Rignano Garganico, il Ghetto dei Bulgari (Cerignola), San Ferdinando in Calabria e tutte le altre: quante volte le abbiamo mostrate? E quante volte ci siamo sentiti definire xenofobi e razzisti perché dicevamo che quelle strutture andavano abolite? Eppure non si è mai fatto niente. Nemmeno quando sono arrivati i soldi del Pnrr e ci sono stati milioni a disposizione per abbattere quegli orrori. Non si è fatto nulla. I milioni sono andati persi e le baraccopoli sono ancora lì. E perché? Semplice: perché conviene così. Follow the money. Segui la moneta. A tutti conviene che resti l’illegalità, la massa dei disperati, la manodopera ricattabile disposta a lavorare per nulla.
Ma pensateci: l’immigrazione in generale è servita a questo. Ad avere disperati da sfruttare. Non solo nelle baraccopoli. Non solo con i braccianti. Ho raccontato mille volte l’esempio storico di Monfalcone. Domanda: perché oggi Monfalcone è uno dei centri italiani con la più alta concentrazione di stranieri tanto da rischiare di diventare un avamposto della sharia? Semplice: perché nei cantieri navali sono arrivati i bengalesi che sono disposti a lavorare a condizioni (subappalti su subappalti, meno sicurezza, stipendi più bassi) che gli operai italiani dei cantieri non avrebbero mai accettato. Fateci caso: i diritti dei lavoratori (e gli stipendi) in Italia sono aumentati fino a quando non è cominciata l’immigrazione. Poi con l’immigrazione si è invertito il trend. Per questo l’immigrazione piace tanto ai potenti, ai loro giornali e ai loro cicisbei. Perché è stata l’arma con cui si è realizzata la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori mai vista nella storia. E adesso piangono perché scoprono che ci sono lavoratori sfruttati? Ma davvero? Con che coraggio?
Mille volte mi sono sentito dire: gli stranieri fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare. Balle. Forse che gli anziani non venivano accuditi quando non c’erano le badanti moldave? Forse che i pomodori non venivano raccolti quando non c’erano i braccianti pakistani? Non è che gli italiani non vogliono fare certi lavori: non li vogliono fare a certe condizioni. Ma l’immigrazione è servita proprio per arrivare a quelle condizioni perché se non accetti un lavoro precario, sottopagato, da sfruttato c’è sempre qualcuno più disperato di te che è disposto a farlo. Come fanno a non capire i benpensanti indignati che se esistono i lavoratori sfruttati è proprio perché c’è qualcuno che ha aperto le braccia all’immigrazione? Come fanno a non capire che l’abisso dell’orrore si nasconde proprio dietro il loro pseudo buonismo e la loro pelosa solidarietà?
Tra qualche giorno l’indignazione passerà, lo sdegno pure, e nei salotti chic dopo lo champagne si parlerà d’altro. Così i caporali (stranieri) continueranno a sfruttare i lavoratori (stranieri) magari evitando i roghi, per attirare un po’ meno l’attenzione. E tutti si dimenticheranno del problema per non dover ammettere che l’unica soluzione possibile è quella che fa più paura. È quella che non si può dire. Si chiama remigrazione.
Continua a leggereRiduci