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2025-03-18
Non si evitano le alluvioni con le follie green
Ansa
Opere di difesa idraulica, pulizia degli argini e della vegetazione in alveo dovrebbero far parte della strategia comune per prevenire i disastri da intense precipitazioni. Se la scorsa settimana il maltempo non ha provocato i temuti danni in Emilia-Romagna e in Toscana, molto è dovuto a interventi fatti dall’uomo. Magari insufficienti e tardivi (la delocalizzazione delle abitazioni nelle zone più a rischio alluvioni rimane tra le priorità), però pur sempre qualche azione sensata è stata fatta. «All’indomani dell’ennesima notte insonne e piena di ansia per tutti i cittadini di Traversara ma non solo, il Lamone ha dato agli amministratori di questo territorio una bellissima lezione: senza ombra di dubbio la pulizia dagli alberi, seppur parziale, ha scongiurato un ennesimo disastro», scrive Gianluca Sardelli, presidente dell’Associazione Progetto futuro sicuro, su Ravennanotizie. Sottolinea poi che «i punti critici si sono verificati ancora una volta nei tratti che, ad oggi, non erano ancora stati puliti, primo fra tutti il ponte di Mezzano e la golena di Glorie che è un ammasso sconfinato di legname intrappolato e trattenuto dagli alberi ancora presenti nell’alveo». Come ricordava due anni fa il geologo emiliano Giulio Torri, «l’unica pulizia fluviale che ha senso è la rimozione del legname secco, in quanto quello viene subito preso in carico dalle piene e potrebbe creare sbarramenti in sezioni critiche».
Intervenire è indispensabile, perché gli alberi travolti dalle piene ostruendo provocano inondazioni, e gravi danni si hanno con le barriere di tronchi e rami incastrati tra i piloni dei ponti. Inoltre, la vegetazione «favorisce l’insediamento di animali […] e rende problematica l’ispezione visiva degli argini e, quindi, la tempestiva individuazione di punti deboli», evidenziava quasi 20 anni fa Giuseppe Sansoni, tra i fondatori del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf).
Sempre il geologo Torri ricordava le caratteristiche dei fiumi di pianura «notoriamente detti pensili, in quanto l’alveo del fiume è in quota più alto delle campagne circostanti. L’uomo per difendersi ha iniziato a costruire argini, iniziando una lotta infinita, ovvero si alza il fiume e io alzo l’argine. Gli argini sono manufatti vecchi che soffrono per tanti fattori: qualità ed epoca costruttiva, lunghi periodi siccitosi, manutenzione, tane di animali... Quasi mai però leggo, o sento, qualcuno che si soffermi sul parametro più importante: la sezione idraulica. I fiumi/torrenti che vanno dal Savena al Lamone, per intenderci, sono ridotti a canali sopraelevati in pianura estremamente stretti, e questa è un’eredità pesantissima che ci portiamo dal passato».
Occorre almeno effettuare la pulizia sistematica della vegetazione lungo i corsi d’acqua. Ecco perché Sardelli ha lanciato l’allarme e rivolto un appello: «Secondo le regole di Natura 2000, per i prossimi 4 mesi si dovrebbero sospendere i lavori sul fiume per la nidificazione degli uccellini. Ci auguriamo invece che il presidente della Regione, Michele de Pascale, ascolti ciò che il Lamone ci ha dimostrato con i fatti, e faccia continuare senza sosta i lavori di pulizia del fiume fino alla foce».
Manutenzione, ricordavamo, e canali diversivi in grado di diminuire la portata di piena di un fiume o di un torrente. Servono casse di espansione, ricominciando dai fossi che vanno scavati «non solo a bordo strada ma anche negli appezzamenti agricoli», avvertiva lo scorso settembre il presidente dell’Ordine geologi dell’Emilia Romagna, Paride Antolini. «La capacità che hanno tutti i fossi, tutte le scoline di accumulare acqua è pari a quella di una cassa di espansione».
E servono opere di difesa idraulica come lo scolmatore di Pontedera, che ha permesso di ridurre il pericolo Arno e di salvare diverse città della Toscana. I lavori di questo canale che si snoda per 28 chilometri fino a Calambrone, dove sfocia nel mar Tirreno, presero il via nel 1953. Era ancora in costruzione, quando a Firenze si verificò la terribile alluvione del 1966, divenne funzionante nel 1972 e dopo i lavori completati nel 2018 la sua capacità massima è stata incrementata a 900 mc/s.
Il pomeriggio del 14 marzo è stato aperto per alleggerire l’ondata di piena: nel suo picco l’Arno aveva toccato i 4,76 metri e in poche ore sono passati circa 30 milioni metri cubi di acqua. Non veniva attivato dal 2022: se le paratie non fossero state abbassate, «l’acqua sarebbe tracimata in centro città come avveniva in passato», ha dichiarato il sindaco di Pisa, Michele Conti, sottolineando l’importanza dell’opera e invitando la Regione intervenire perché lo «scolmatore funziona ma ha bisogno di essere ammodernato in alcune parti».
Costato 64 miliardi di vecchie lire, permette di far defluire il corso di parte dell’Arno e di diversi altri torrenti. Lo stesso governatore della Toscana, Eugenio Giani, ha affermato che grazie allo scolmatore, alle casse di espansione di Roffia e all’intervento tempestivo «il colmo di piena dell’Arno ha attraversato la regione, da Firenze a Pisa, senza provocare criticità», e si deve continuare a investire in queste infrastrutture per garantire la sicurezza del territorio.
Ripetere che è colpa dei cambiamenti climatici non aiuta a risolvere il dissesto idrogeologico di tante regioni, dove si è costruito in zone franose, alluvionabili, nelle golene dei fiumi, sugli argini senza una sistematica manutenzione di argini, canali, fiumi e senza reti di drenaggio delle acque. Così come accade in Emilia-Romagna, sfiorata ancora una volta dall’emergenza maltempo.
Veicoli elettrici ai pompieri di Rimini. Ma mancano colonnine per caricarli
Mettere il carro davanti ai buoi. Una meravigliosa espressione della lingua italiana per indicare chi anticipa i tempi trascurando le condizioni reali o inverte l’ordine logico delle azioni. Un ritratto perfetto di quanto è accaduto a Rimini, dove per la caserma dei vigili del fuoco sono stati acquistati sei nuovi veicoli elettrici, ma mancano le colonnine per ricaricarli e, dunque, risultano praticamente fermi. Lo ha denunciato ieri il segretario provinciale locale del Co.Na.Po. (Comitato Nazionale Pompieri), Bruno Rigoni, sulle pagine del Corriere Romagna. La vicenda rappresenta un fulgido esempio di che cosa significhi, concretamente, il dominio dell’ideologia sulla realtà, un modus operandi che da anni contraddistingue Bruxelles e i devoti del green. «Per la gran parte sono datati», racconta Rigoni riferendosi ai mezzi in dotazione alla caserma di Rimini. «Pensi che stiamo ancora aspettando la tanto agognata nuova autoscala. Nel frattempo utilizziamo quella vecchia, che avrà almeno 20 anni, e che il più delle volte è fuori uso, oppure andiamo avanti con quelle che ci prestano gli altri comandi». In mancanza di soldi, si potrebbe pensare, ci si arrangia come si può. Ma non è così. «In compenso», continua, «sono arrivati sei nuovi veicoli elettrici: quattro Doblò, un fuoristrada e un monovolume. Con un particolare, però: non abbiamo le colonnine per ricaricarli, né tanto meno le tessere necessarie per poterli ricaricare all’esterno, dalle colonnine pubbliche. Per cui sono parcheggiati da tempo in garage e vengono usati a singhiozzo, per piccoli spostamenti, visto che funzionano con un carica batterie d’emergenza. Insomma, non sono efficaci e, quindi, inutili».Del denaro, dunque, è stato speso, e chi ha deciso di acquistare i mezzi elettrici non si è premurato di dotare la caserma delle colonnine necessarie per ricaricarli. E parliamo di un corpo, quello dei vigili del fuoco, che agisce in casi di emergenza. «Avrebbero fatto meglio a spendere quei soldi per l’autoscala nuova», chiosa Rigoni, mentre l’onorevole Beatriz Colombo (Fdi) - riporta sempre il Corriere Romagna - ha assicurato che entro giugno il comando di Rimini ne avrà una. «La presenza di una sola autoscala su tutta la provincia», continua il segretario, «comporta un grande sforzo organizzativo per affrontare le emergenze, come la caduta di piante o il distacco di rami. Si tenga anche conto che, ad esempio, l’eventuale occupazione a Novafeltria dell’autoscala non consentirebbe di effettuare un salvataggio persona in un edificio alto a Cattolica o Rimini».A rendere difficili le operazioni, però, non c’è solo la carenza di mezzi: la caserma soffre anche di penuria di organico, ulteriormente aggravata dai pensionamenti non compensati da nuove assunzioni. «Siamo sottodimensionati per decine e decine di profili professionali», spiega Rigoni a inizio intervista, elencando le 51 figure mancanti: «Diciotto vigili del fuoco su un totale previsto di 171; 24 capi squadra e capi reparto su 80; un ispettore antincendi su sei; un direttivo su tre; tre operatori ed assistenti su nove; due ispettori logistici su sei; e due ispettori informatici su tre». «Il corpo dei vigili del fuoco», aggiunge, «grazie allo spirito di sacrificio e dedizione di chi ne fa parte, è finora sempre riuscito a dare una risposta. Ciò non toglie che non si può sempre spremere il personale. È diventato difficile fare le ferie e i permessi quando servono».
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I danni da maltempo in Emilia Romagna e Toscana sono stati arginati grazie alla manutenzione dei fiumi e alle opere idrauliche. Come lo scolmatore di Pontedera, lungo 28 km, che ha permesso di ridurre la piena dell’Arno salvando le città dagli allagamenti. Vigili del fuoco bloccati in garage dai diktat verdi. La denuncia del comitato locale. Lo speciale contiene due articoli.Opere di difesa idraulica, pulizia degli argini e della vegetazione in alveo dovrebbero far parte della strategia comune per prevenire i disastri da intense precipitazioni. Se la scorsa settimana il maltempo non ha provocato i temuti danni in Emilia-Romagna e in Toscana, molto è dovuto a interventi fatti dall’uomo. Magari insufficienti e tardivi (la delocalizzazione delle abitazioni nelle zone più a rischio alluvioni rimane tra le priorità), però pur sempre qualche azione sensata è stata fatta. «All’indomani dell’ennesima notte insonne e piena di ansia per tutti i cittadini di Traversara ma non solo, il Lamone ha dato agli amministratori di questo territorio una bellissima lezione: senza ombra di dubbio la pulizia dagli alberi, seppur parziale, ha scongiurato un ennesimo disastro», scrive Gianluca Sardelli, presidente dell’Associazione Progetto futuro sicuro, su Ravennanotizie. Sottolinea poi che «i punti critici si sono verificati ancora una volta nei tratti che, ad oggi, non erano ancora stati puliti, primo fra tutti il ponte di Mezzano e la golena di Glorie che è un ammasso sconfinato di legname intrappolato e trattenuto dagli alberi ancora presenti nell’alveo». Come ricordava due anni fa il geologo emiliano Giulio Torri, «l’unica pulizia fluviale che ha senso è la rimozione del legname secco, in quanto quello viene subito preso in carico dalle piene e potrebbe creare sbarramenti in sezioni critiche». Intervenire è indispensabile, perché gli alberi travolti dalle piene ostruendo provocano inondazioni, e gravi danni si hanno con le barriere di tronchi e rami incastrati tra i piloni dei ponti. Inoltre, la vegetazione «favorisce l’insediamento di animali […] e rende problematica l’ispezione visiva degli argini e, quindi, la tempestiva individuazione di punti deboli», evidenziava quasi 20 anni fa Giuseppe Sansoni, tra i fondatori del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf). Sempre il geologo Torri ricordava le caratteristiche dei fiumi di pianura «notoriamente detti pensili, in quanto l’alveo del fiume è in quota più alto delle campagne circostanti. L’uomo per difendersi ha iniziato a costruire argini, iniziando una lotta infinita, ovvero si alza il fiume e io alzo l’argine. Gli argini sono manufatti vecchi che soffrono per tanti fattori: qualità ed epoca costruttiva, lunghi periodi siccitosi, manutenzione, tane di animali... Quasi mai però leggo, o sento, qualcuno che si soffermi sul parametro più importante: la sezione idraulica. I fiumi/torrenti che vanno dal Savena al Lamone, per intenderci, sono ridotti a canali sopraelevati in pianura estremamente stretti, e questa è un’eredità pesantissima che ci portiamo dal passato». Occorre almeno effettuare la pulizia sistematica della vegetazione lungo i corsi d’acqua. Ecco perché Sardelli ha lanciato l’allarme e rivolto un appello: «Secondo le regole di Natura 2000, per i prossimi 4 mesi si dovrebbero sospendere i lavori sul fiume per la nidificazione degli uccellini. Ci auguriamo invece che il presidente della Regione, Michele de Pascale, ascolti ciò che il Lamone ci ha dimostrato con i fatti, e faccia continuare senza sosta i lavori di pulizia del fiume fino alla foce». Manutenzione, ricordavamo, e canali diversivi in grado di diminuire la portata di piena di un fiume o di un torrente. Servono casse di espansione, ricominciando dai fossi che vanno scavati «non solo a bordo strada ma anche negli appezzamenti agricoli», avvertiva lo scorso settembre il presidente dell’Ordine geologi dell’Emilia Romagna, Paride Antolini. «La capacità che hanno tutti i fossi, tutte le scoline di accumulare acqua è pari a quella di una cassa di espansione».E servono opere di difesa idraulica come lo scolmatore di Pontedera, che ha permesso di ridurre il pericolo Arno e di salvare diverse città della Toscana. I lavori di questo canale che si snoda per 28 chilometri fino a Calambrone, dove sfocia nel mar Tirreno, presero il via nel 1953. Era ancora in costruzione, quando a Firenze si verificò la terribile alluvione del 1966, divenne funzionante nel 1972 e dopo i lavori completati nel 2018 la sua capacità massima è stata incrementata a 900 mc/s. Il pomeriggio del 14 marzo è stato aperto per alleggerire l’ondata di piena: nel suo picco l’Arno aveva toccato i 4,76 metri e in poche ore sono passati circa 30 milioni metri cubi di acqua. Non veniva attivato dal 2022: se le paratie non fossero state abbassate, «l’acqua sarebbe tracimata in centro città come avveniva in passato», ha dichiarato il sindaco di Pisa, Michele Conti, sottolineando l’importanza dell’opera e invitando la Regione intervenire perché lo «scolmatore funziona ma ha bisogno di essere ammodernato in alcune parti». Costato 64 miliardi di vecchie lire, permette di far defluire il corso di parte dell’Arno e di diversi altri torrenti. Lo stesso governatore della Toscana, Eugenio Giani, ha affermato che grazie allo scolmatore, alle casse di espansione di Roffia e all’intervento tempestivo «il colmo di piena dell’Arno ha attraversato la regione, da Firenze a Pisa, senza provocare criticità», e si deve continuare a investire in queste infrastrutture per garantire la sicurezza del territorio.Ripetere che è colpa dei cambiamenti climatici non aiuta a risolvere il dissesto idrogeologico di tante regioni, dove si è costruito in zone franose, alluvionabili, nelle golene dei fiumi, sugli argini senza una sistematica manutenzione di argini, canali, fiumi e senza reti di drenaggio delle acque. Così come accade in Emilia-Romagna, sfiorata ancora una volta dall’emergenza maltempo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-follie-green-2671350615.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="veicoli-elettrici-ai-pompieri-di-rimini-ma-mancano-colonnine-per-caricarli" data-post-id="2671350615" data-published-at="1742306379" data-use-pagination="False"> Veicoli elettrici ai pompieri di Rimini. Ma mancano colonnine per caricarli Mettere il carro davanti ai buoi. Una meravigliosa espressione della lingua italiana per indicare chi anticipa i tempi trascurando le condizioni reali o inverte l’ordine logico delle azioni. Un ritratto perfetto di quanto è accaduto a Rimini, dove per la caserma dei vigili del fuoco sono stati acquistati sei nuovi veicoli elettrici, ma mancano le colonnine per ricaricarli e, dunque, risultano praticamente fermi. Lo ha denunciato ieri il segretario provinciale locale del Co.Na.Po. (Comitato Nazionale Pompieri), Bruno Rigoni, sulle pagine del Corriere Romagna. La vicenda rappresenta un fulgido esempio di che cosa significhi, concretamente, il dominio dell’ideologia sulla realtà, un modus operandi che da anni contraddistingue Bruxelles e i devoti del green. «Per la gran parte sono datati», racconta Rigoni riferendosi ai mezzi in dotazione alla caserma di Rimini. «Pensi che stiamo ancora aspettando la tanto agognata nuova autoscala. Nel frattempo utilizziamo quella vecchia, che avrà almeno 20 anni, e che il più delle volte è fuori uso, oppure andiamo avanti con quelle che ci prestano gli altri comandi». In mancanza di soldi, si potrebbe pensare, ci si arrangia come si può. Ma non è così. «In compenso», continua, «sono arrivati sei nuovi veicoli elettrici: quattro Doblò, un fuoristrada e un monovolume. Con un particolare, però: non abbiamo le colonnine per ricaricarli, né tanto meno le tessere necessarie per poterli ricaricare all’esterno, dalle colonnine pubbliche. Per cui sono parcheggiati da tempo in garage e vengono usati a singhiozzo, per piccoli spostamenti, visto che funzionano con un carica batterie d’emergenza. Insomma, non sono efficaci e, quindi, inutili».Del denaro, dunque, è stato speso, e chi ha deciso di acquistare i mezzi elettrici non si è premurato di dotare la caserma delle colonnine necessarie per ricaricarli. E parliamo di un corpo, quello dei vigili del fuoco, che agisce in casi di emergenza. «Avrebbero fatto meglio a spendere quei soldi per l’autoscala nuova», chiosa Rigoni, mentre l’onorevole Beatriz Colombo (Fdi) - riporta sempre il Corriere Romagna - ha assicurato che entro giugno il comando di Rimini ne avrà una. «La presenza di una sola autoscala su tutta la provincia», continua il segretario, «comporta un grande sforzo organizzativo per affrontare le emergenze, come la caduta di piante o il distacco di rami. Si tenga anche conto che, ad esempio, l’eventuale occupazione a Novafeltria dell’autoscala non consentirebbe di effettuare un salvataggio persona in un edificio alto a Cattolica o Rimini».A rendere difficili le operazioni, però, non c’è solo la carenza di mezzi: la caserma soffre anche di penuria di organico, ulteriormente aggravata dai pensionamenti non compensati da nuove assunzioni. «Siamo sottodimensionati per decine e decine di profili professionali», spiega Rigoni a inizio intervista, elencando le 51 figure mancanti: «Diciotto vigili del fuoco su un totale previsto di 171; 24 capi squadra e capi reparto su 80; un ispettore antincendi su sei; un direttivo su tre; tre operatori ed assistenti su nove; due ispettori logistici su sei; e due ispettori informatici su tre». «Il corpo dei vigili del fuoco», aggiunge, «grazie allo spirito di sacrificio e dedizione di chi ne fa parte, è finora sempre riuscito a dare una risposta. Ciò non toglie che non si può sempre spremere il personale. È diventato difficile fare le ferie e i permessi quando servono».
L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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