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2025-03-18
Non si evitano le alluvioni con le follie green
Ansa
Opere di difesa idraulica, pulizia degli argini e della vegetazione in alveo dovrebbero far parte della strategia comune per prevenire i disastri da intense precipitazioni. Se la scorsa settimana il maltempo non ha provocato i temuti danni in Emilia-Romagna e in Toscana, molto è dovuto a interventi fatti dall’uomo. Magari insufficienti e tardivi (la delocalizzazione delle abitazioni nelle zone più a rischio alluvioni rimane tra le priorità), però pur sempre qualche azione sensata è stata fatta. «All’indomani dell’ennesima notte insonne e piena di ansia per tutti i cittadini di Traversara ma non solo, il Lamone ha dato agli amministratori di questo territorio una bellissima lezione: senza ombra di dubbio la pulizia dagli alberi, seppur parziale, ha scongiurato un ennesimo disastro», scrive Gianluca Sardelli, presidente dell’Associazione Progetto futuro sicuro, su Ravennanotizie. Sottolinea poi che «i punti critici si sono verificati ancora una volta nei tratti che, ad oggi, non erano ancora stati puliti, primo fra tutti il ponte di Mezzano e la golena di Glorie che è un ammasso sconfinato di legname intrappolato e trattenuto dagli alberi ancora presenti nell’alveo». Come ricordava due anni fa il geologo emiliano Giulio Torri, «l’unica pulizia fluviale che ha senso è la rimozione del legname secco, in quanto quello viene subito preso in carico dalle piene e potrebbe creare sbarramenti in sezioni critiche».
Intervenire è indispensabile, perché gli alberi travolti dalle piene ostruendo provocano inondazioni, e gravi danni si hanno con le barriere di tronchi e rami incastrati tra i piloni dei ponti. Inoltre, la vegetazione «favorisce l’insediamento di animali […] e rende problematica l’ispezione visiva degli argini e, quindi, la tempestiva individuazione di punti deboli», evidenziava quasi 20 anni fa Giuseppe Sansoni, tra i fondatori del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf).
Sempre il geologo Torri ricordava le caratteristiche dei fiumi di pianura «notoriamente detti pensili, in quanto l’alveo del fiume è in quota più alto delle campagne circostanti. L’uomo per difendersi ha iniziato a costruire argini, iniziando una lotta infinita, ovvero si alza il fiume e io alzo l’argine. Gli argini sono manufatti vecchi che soffrono per tanti fattori: qualità ed epoca costruttiva, lunghi periodi siccitosi, manutenzione, tane di animali... Quasi mai però leggo, o sento, qualcuno che si soffermi sul parametro più importante: la sezione idraulica. I fiumi/torrenti che vanno dal Savena al Lamone, per intenderci, sono ridotti a canali sopraelevati in pianura estremamente stretti, e questa è un’eredità pesantissima che ci portiamo dal passato».
Occorre almeno effettuare la pulizia sistematica della vegetazione lungo i corsi d’acqua. Ecco perché Sardelli ha lanciato l’allarme e rivolto un appello: «Secondo le regole di Natura 2000, per i prossimi 4 mesi si dovrebbero sospendere i lavori sul fiume per la nidificazione degli uccellini. Ci auguriamo invece che il presidente della Regione, Michele de Pascale, ascolti ciò che il Lamone ci ha dimostrato con i fatti, e faccia continuare senza sosta i lavori di pulizia del fiume fino alla foce».
Manutenzione, ricordavamo, e canali diversivi in grado di diminuire la portata di piena di un fiume o di un torrente. Servono casse di espansione, ricominciando dai fossi che vanno scavati «non solo a bordo strada ma anche negli appezzamenti agricoli», avvertiva lo scorso settembre il presidente dell’Ordine geologi dell’Emilia Romagna, Paride Antolini. «La capacità che hanno tutti i fossi, tutte le scoline di accumulare acqua è pari a quella di una cassa di espansione».
E servono opere di difesa idraulica come lo scolmatore di Pontedera, che ha permesso di ridurre il pericolo Arno e di salvare diverse città della Toscana. I lavori di questo canale che si snoda per 28 chilometri fino a Calambrone, dove sfocia nel mar Tirreno, presero il via nel 1953. Era ancora in costruzione, quando a Firenze si verificò la terribile alluvione del 1966, divenne funzionante nel 1972 e dopo i lavori completati nel 2018 la sua capacità massima è stata incrementata a 900 mc/s.
Il pomeriggio del 14 marzo è stato aperto per alleggerire l’ondata di piena: nel suo picco l’Arno aveva toccato i 4,76 metri e in poche ore sono passati circa 30 milioni metri cubi di acqua. Non veniva attivato dal 2022: se le paratie non fossero state abbassate, «l’acqua sarebbe tracimata in centro città come avveniva in passato», ha dichiarato il sindaco di Pisa, Michele Conti, sottolineando l’importanza dell’opera e invitando la Regione intervenire perché lo «scolmatore funziona ma ha bisogno di essere ammodernato in alcune parti».
Costato 64 miliardi di vecchie lire, permette di far defluire il corso di parte dell’Arno e di diversi altri torrenti. Lo stesso governatore della Toscana, Eugenio Giani, ha affermato che grazie allo scolmatore, alle casse di espansione di Roffia e all’intervento tempestivo «il colmo di piena dell’Arno ha attraversato la regione, da Firenze a Pisa, senza provocare criticità», e si deve continuare a investire in queste infrastrutture per garantire la sicurezza del territorio.
Ripetere che è colpa dei cambiamenti climatici non aiuta a risolvere il dissesto idrogeologico di tante regioni, dove si è costruito in zone franose, alluvionabili, nelle golene dei fiumi, sugli argini senza una sistematica manutenzione di argini, canali, fiumi e senza reti di drenaggio delle acque. Così come accade in Emilia-Romagna, sfiorata ancora una volta dall’emergenza maltempo.
Veicoli elettrici ai pompieri di Rimini. Ma mancano colonnine per caricarli
Mettere il carro davanti ai buoi. Una meravigliosa espressione della lingua italiana per indicare chi anticipa i tempi trascurando le condizioni reali o inverte l’ordine logico delle azioni. Un ritratto perfetto di quanto è accaduto a Rimini, dove per la caserma dei vigili del fuoco sono stati acquistati sei nuovi veicoli elettrici, ma mancano le colonnine per ricaricarli e, dunque, risultano praticamente fermi. Lo ha denunciato ieri il segretario provinciale locale del Co.Na.Po. (Comitato Nazionale Pompieri), Bruno Rigoni, sulle pagine del Corriere Romagna. La vicenda rappresenta un fulgido esempio di che cosa significhi, concretamente, il dominio dell’ideologia sulla realtà, un modus operandi che da anni contraddistingue Bruxelles e i devoti del green. «Per la gran parte sono datati», racconta Rigoni riferendosi ai mezzi in dotazione alla caserma di Rimini. «Pensi che stiamo ancora aspettando la tanto agognata nuova autoscala. Nel frattempo utilizziamo quella vecchia, che avrà almeno 20 anni, e che il più delle volte è fuori uso, oppure andiamo avanti con quelle che ci prestano gli altri comandi». In mancanza di soldi, si potrebbe pensare, ci si arrangia come si può. Ma non è così. «In compenso», continua, «sono arrivati sei nuovi veicoli elettrici: quattro Doblò, un fuoristrada e un monovolume. Con un particolare, però: non abbiamo le colonnine per ricaricarli, né tanto meno le tessere necessarie per poterli ricaricare all’esterno, dalle colonnine pubbliche. Per cui sono parcheggiati da tempo in garage e vengono usati a singhiozzo, per piccoli spostamenti, visto che funzionano con un carica batterie d’emergenza. Insomma, non sono efficaci e, quindi, inutili».Del denaro, dunque, è stato speso, e chi ha deciso di acquistare i mezzi elettrici non si è premurato di dotare la caserma delle colonnine necessarie per ricaricarli. E parliamo di un corpo, quello dei vigili del fuoco, che agisce in casi di emergenza. «Avrebbero fatto meglio a spendere quei soldi per l’autoscala nuova», chiosa Rigoni, mentre l’onorevole Beatriz Colombo (Fdi) - riporta sempre il Corriere Romagna - ha assicurato che entro giugno il comando di Rimini ne avrà una. «La presenza di una sola autoscala su tutta la provincia», continua il segretario, «comporta un grande sforzo organizzativo per affrontare le emergenze, come la caduta di piante o il distacco di rami. Si tenga anche conto che, ad esempio, l’eventuale occupazione a Novafeltria dell’autoscala non consentirebbe di effettuare un salvataggio persona in un edificio alto a Cattolica o Rimini».A rendere difficili le operazioni, però, non c’è solo la carenza di mezzi: la caserma soffre anche di penuria di organico, ulteriormente aggravata dai pensionamenti non compensati da nuove assunzioni. «Siamo sottodimensionati per decine e decine di profili professionali», spiega Rigoni a inizio intervista, elencando le 51 figure mancanti: «Diciotto vigili del fuoco su un totale previsto di 171; 24 capi squadra e capi reparto su 80; un ispettore antincendi su sei; un direttivo su tre; tre operatori ed assistenti su nove; due ispettori logistici su sei; e due ispettori informatici su tre». «Il corpo dei vigili del fuoco», aggiunge, «grazie allo spirito di sacrificio e dedizione di chi ne fa parte, è finora sempre riuscito a dare una risposta. Ciò non toglie che non si può sempre spremere il personale. È diventato difficile fare le ferie e i permessi quando servono».
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I danni da maltempo in Emilia Romagna e Toscana sono stati arginati grazie alla manutenzione dei fiumi e alle opere idrauliche. Come lo scolmatore di Pontedera, lungo 28 km, che ha permesso di ridurre la piena dell’Arno salvando le città dagli allagamenti. Vigili del fuoco bloccati in garage dai diktat verdi. La denuncia del comitato locale. Lo speciale contiene due articoli.Opere di difesa idraulica, pulizia degli argini e della vegetazione in alveo dovrebbero far parte della strategia comune per prevenire i disastri da intense precipitazioni. Se la scorsa settimana il maltempo non ha provocato i temuti danni in Emilia-Romagna e in Toscana, molto è dovuto a interventi fatti dall’uomo. Magari insufficienti e tardivi (la delocalizzazione delle abitazioni nelle zone più a rischio alluvioni rimane tra le priorità), però pur sempre qualche azione sensata è stata fatta. «All’indomani dell’ennesima notte insonne e piena di ansia per tutti i cittadini di Traversara ma non solo, il Lamone ha dato agli amministratori di questo territorio una bellissima lezione: senza ombra di dubbio la pulizia dagli alberi, seppur parziale, ha scongiurato un ennesimo disastro», scrive Gianluca Sardelli, presidente dell’Associazione Progetto futuro sicuro, su Ravennanotizie. Sottolinea poi che «i punti critici si sono verificati ancora una volta nei tratti che, ad oggi, non erano ancora stati puliti, primo fra tutti il ponte di Mezzano e la golena di Glorie che è un ammasso sconfinato di legname intrappolato e trattenuto dagli alberi ancora presenti nell’alveo». Come ricordava due anni fa il geologo emiliano Giulio Torri, «l’unica pulizia fluviale che ha senso è la rimozione del legname secco, in quanto quello viene subito preso in carico dalle piene e potrebbe creare sbarramenti in sezioni critiche». Intervenire è indispensabile, perché gli alberi travolti dalle piene ostruendo provocano inondazioni, e gravi danni si hanno con le barriere di tronchi e rami incastrati tra i piloni dei ponti. Inoltre, la vegetazione «favorisce l’insediamento di animali […] e rende problematica l’ispezione visiva degli argini e, quindi, la tempestiva individuazione di punti deboli», evidenziava quasi 20 anni fa Giuseppe Sansoni, tra i fondatori del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf). Sempre il geologo Torri ricordava le caratteristiche dei fiumi di pianura «notoriamente detti pensili, in quanto l’alveo del fiume è in quota più alto delle campagne circostanti. L’uomo per difendersi ha iniziato a costruire argini, iniziando una lotta infinita, ovvero si alza il fiume e io alzo l’argine. Gli argini sono manufatti vecchi che soffrono per tanti fattori: qualità ed epoca costruttiva, lunghi periodi siccitosi, manutenzione, tane di animali... Quasi mai però leggo, o sento, qualcuno che si soffermi sul parametro più importante: la sezione idraulica. I fiumi/torrenti che vanno dal Savena al Lamone, per intenderci, sono ridotti a canali sopraelevati in pianura estremamente stretti, e questa è un’eredità pesantissima che ci portiamo dal passato». Occorre almeno effettuare la pulizia sistematica della vegetazione lungo i corsi d’acqua. Ecco perché Sardelli ha lanciato l’allarme e rivolto un appello: «Secondo le regole di Natura 2000, per i prossimi 4 mesi si dovrebbero sospendere i lavori sul fiume per la nidificazione degli uccellini. Ci auguriamo invece che il presidente della Regione, Michele de Pascale, ascolti ciò che il Lamone ci ha dimostrato con i fatti, e faccia continuare senza sosta i lavori di pulizia del fiume fino alla foce». Manutenzione, ricordavamo, e canali diversivi in grado di diminuire la portata di piena di un fiume o di un torrente. Servono casse di espansione, ricominciando dai fossi che vanno scavati «non solo a bordo strada ma anche negli appezzamenti agricoli», avvertiva lo scorso settembre il presidente dell’Ordine geologi dell’Emilia Romagna, Paride Antolini. «La capacità che hanno tutti i fossi, tutte le scoline di accumulare acqua è pari a quella di una cassa di espansione».E servono opere di difesa idraulica come lo scolmatore di Pontedera, che ha permesso di ridurre il pericolo Arno e di salvare diverse città della Toscana. I lavori di questo canale che si snoda per 28 chilometri fino a Calambrone, dove sfocia nel mar Tirreno, presero il via nel 1953. Era ancora in costruzione, quando a Firenze si verificò la terribile alluvione del 1966, divenne funzionante nel 1972 e dopo i lavori completati nel 2018 la sua capacità massima è stata incrementata a 900 mc/s. Il pomeriggio del 14 marzo è stato aperto per alleggerire l’ondata di piena: nel suo picco l’Arno aveva toccato i 4,76 metri e in poche ore sono passati circa 30 milioni metri cubi di acqua. Non veniva attivato dal 2022: se le paratie non fossero state abbassate, «l’acqua sarebbe tracimata in centro città come avveniva in passato», ha dichiarato il sindaco di Pisa, Michele Conti, sottolineando l’importanza dell’opera e invitando la Regione intervenire perché lo «scolmatore funziona ma ha bisogno di essere ammodernato in alcune parti». Costato 64 miliardi di vecchie lire, permette di far defluire il corso di parte dell’Arno e di diversi altri torrenti. Lo stesso governatore della Toscana, Eugenio Giani, ha affermato che grazie allo scolmatore, alle casse di espansione di Roffia e all’intervento tempestivo «il colmo di piena dell’Arno ha attraversato la regione, da Firenze a Pisa, senza provocare criticità», e si deve continuare a investire in queste infrastrutture per garantire la sicurezza del territorio.Ripetere che è colpa dei cambiamenti climatici non aiuta a risolvere il dissesto idrogeologico di tante regioni, dove si è costruito in zone franose, alluvionabili, nelle golene dei fiumi, sugli argini senza una sistematica manutenzione di argini, canali, fiumi e senza reti di drenaggio delle acque. Così come accade in Emilia-Romagna, sfiorata ancora una volta dall’emergenza maltempo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-follie-green-2671350615.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="veicoli-elettrici-ai-pompieri-di-rimini-ma-mancano-colonnine-per-caricarli" data-post-id="2671350615" data-published-at="1742306379" data-use-pagination="False"> Veicoli elettrici ai pompieri di Rimini. Ma mancano colonnine per caricarli Mettere il carro davanti ai buoi. Una meravigliosa espressione della lingua italiana per indicare chi anticipa i tempi trascurando le condizioni reali o inverte l’ordine logico delle azioni. Un ritratto perfetto di quanto è accaduto a Rimini, dove per la caserma dei vigili del fuoco sono stati acquistati sei nuovi veicoli elettrici, ma mancano le colonnine per ricaricarli e, dunque, risultano praticamente fermi. Lo ha denunciato ieri il segretario provinciale locale del Co.Na.Po. (Comitato Nazionale Pompieri), Bruno Rigoni, sulle pagine del Corriere Romagna. La vicenda rappresenta un fulgido esempio di che cosa significhi, concretamente, il dominio dell’ideologia sulla realtà, un modus operandi che da anni contraddistingue Bruxelles e i devoti del green. «Per la gran parte sono datati», racconta Rigoni riferendosi ai mezzi in dotazione alla caserma di Rimini. «Pensi che stiamo ancora aspettando la tanto agognata nuova autoscala. Nel frattempo utilizziamo quella vecchia, che avrà almeno 20 anni, e che il più delle volte è fuori uso, oppure andiamo avanti con quelle che ci prestano gli altri comandi». In mancanza di soldi, si potrebbe pensare, ci si arrangia come si può. Ma non è così. «In compenso», continua, «sono arrivati sei nuovi veicoli elettrici: quattro Doblò, un fuoristrada e un monovolume. Con un particolare, però: non abbiamo le colonnine per ricaricarli, né tanto meno le tessere necessarie per poterli ricaricare all’esterno, dalle colonnine pubbliche. Per cui sono parcheggiati da tempo in garage e vengono usati a singhiozzo, per piccoli spostamenti, visto che funzionano con un carica batterie d’emergenza. Insomma, non sono efficaci e, quindi, inutili».Del denaro, dunque, è stato speso, e chi ha deciso di acquistare i mezzi elettrici non si è premurato di dotare la caserma delle colonnine necessarie per ricaricarli. E parliamo di un corpo, quello dei vigili del fuoco, che agisce in casi di emergenza. «Avrebbero fatto meglio a spendere quei soldi per l’autoscala nuova», chiosa Rigoni, mentre l’onorevole Beatriz Colombo (Fdi) - riporta sempre il Corriere Romagna - ha assicurato che entro giugno il comando di Rimini ne avrà una. «La presenza di una sola autoscala su tutta la provincia», continua il segretario, «comporta un grande sforzo organizzativo per affrontare le emergenze, come la caduta di piante o il distacco di rami. Si tenga anche conto che, ad esempio, l’eventuale occupazione a Novafeltria dell’autoscala non consentirebbe di effettuare un salvataggio persona in un edificio alto a Cattolica o Rimini».A rendere difficili le operazioni, però, non c’è solo la carenza di mezzi: la caserma soffre anche di penuria di organico, ulteriormente aggravata dai pensionamenti non compensati da nuove assunzioni. «Siamo sottodimensionati per decine e decine di profili professionali», spiega Rigoni a inizio intervista, elencando le 51 figure mancanti: «Diciotto vigili del fuoco su un totale previsto di 171; 24 capi squadra e capi reparto su 80; un ispettore antincendi su sei; un direttivo su tre; tre operatori ed assistenti su nove; due ispettori logistici su sei; e due ispettori informatici su tre». «Il corpo dei vigili del fuoco», aggiunge, «grazie allo spirito di sacrificio e dedizione di chi ne fa parte, è finora sempre riuscito a dare una risposta. Ciò non toglie che non si può sempre spremere il personale. È diventato difficile fare le ferie e i permessi quando servono».
La senatrice Stefania Craxi durante la discussione, in Senato, del Disegno di Legge n.104 - Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita (Ansa)
Uno in particolare «riguarda il ruolo del servizio sanitario nazionale, e prevede che l’assistenza alla morte medicalmente assistita possa avvenire attraverso i medici ospedalieri o di medicina generale, su base volontaria e gratuita, nell’ambito dell’attività libero professionale ovvero in intra moenia». Forza Italia vuole consentire ai medici pagati dai contribuenti di agevolare la morte, ma senza che si sappia in giro. L’intento è forse di assecondare Marina Berlusconi che ha dichiarato: «Se parliamo di aborto, fine vita o diritti Lgbtq, mi sento più in sintonia con la sinistra di buon senso». Secondo Stefania Craxi l’iniziativa invece mira a «portare a conclusione l’iter di una legge seria e condivisa, rispettosa di tutte le sensibilità, in primis del mondo cattolico. Una legge che gode di ampio consenso nell’opinione pubblica». Per la verità pare che gli italiani abbiano molto d’altro a cui pensare e di certo la proposta avanzata dagli azzurri fa più felice il Pd che Fratelli d’Italia che con Ignazio Zullo non si pronunciano. Nelle commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato dove l’opposizione non ha presentato alcuna proposta - sostiene Ilaria Cucchi (Pd) che «il testo della maggioranza è una farsa» - e solo Ivan Scalfarotto ha cercato di far valere le posizioni dell’associazione Luca Coscioni, Forza Italia ha presentato sei emendamenti. Che superano a sinistra e di molto quanto concordato dalla maggioranza. Si consente di offrire il suicidio assistito non solo a chi dipende dalle macchine perché ha un organo vitale fuori uso, ma anche a chi è sottoposto a generici «trattamenti sanitari di sostegno vitale».
È vero che in quella direzione si è pronunciata la Corte Costituzionale, ma è anche vero che si allargano enormemente le maglie: siamo al confine dell’eutanasia. Con una formulazione assai tartufesca se da una parte si esclude che il suicidio assistito possa rientrare tra le prestazioni del servizio sanitario dall’altra però si consente ai medici del servizio sanitario nazionale di prestare assistenza purché lo facciano «privatamente» ancorché usando le strutture pubbliche. Altra concessione è quella che allinea la legge ai voleri della Consulta quando si afferma che gli «strumenti di eventuale supporto all’autosomministrazione del suicidio devono essere reperiti dal Cnr». Uniche concessioni al testo base di maggioranza – come si sa quello del Pd è stato respinto - l’obiezione di coscienza e l’affermazione che il servizio sanitario nazionale «garantisce le cure palliative del dolore e l’assistenza domiciliare continua alle persone in condizione di grave non autosufficienza». Perché questa vicinanza verso le posizioni dell’opposizione? Stefania Craxi spiega: «La finalità è arrivare all’approvazione della legge entro la fine della legislatura». Anche a costo di dire ai medici dei nostri ospedali: andate e portate la buona morte a tutti! Pierantonio Zanettin il relatore per FI però si lascia scappare: «Ho sempre sostenuto che su questa materia i partiti dovrebbero lasciare libertà di coscienza».
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I disordini nelle periferie europee e le crescenti tensioni sociali mostrano una realtà innegabile: i vecchi modelli di accoglienza indiscriminata sono falliti. Secondo l’onorevole Sara Kelany l’integrazione non può essere subita, deve essere governata. “La sinistra per anni ha alimentato l'irregolarità con un buonismo di facciata che ha solo creato zone franche e caporalato. Con il Governo Meloni la musica è cambiata: in Italia si rispettano le leggi italiane e chi non ci sta, torna a casa”.
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Al centro della vicenda c’è la famiglia Benigni: Enzo, azionista di riferimento di Elt Group, e la figlia Domitilla, oggi al vertice operativo dell’azienda. Una galassia privata che negli anni ha costruito un equilibrio peculiare: abbastanza vicina allo Stato da rivendicare il proprio carattere strategico, abbastanza autonoma da raccoglierne i benefici in forma privata. Nel 2025 Elt ha riportato un valore della produzione di 401,6 milioni di euro, rispetto ai 373,3 milioni dello scorso esercizio, mentre il fatturato ammonta a 304 milioni, inoltre l’acquisizione di nuovi ordini tocca complessivamente il record di 700,6 milioni.
Numeri che riaccendono l’ipotesi di riassetto dell’azionariato. Un elemento spesso trascurato è che Leonardo non è un soggetto esterno alla partita: possiede già il 31,33% del capitale di Elt Group. Accanto a Leonardo siedono la famiglia Benigni con il 35,34% e la francese Thales con il 33,33%. La questione, quindi, non riguarda un eventuale ingresso di Leonardo, ma un possibile rafforzamento della sua presenza o il coinvolgimento di Cassa pepositi e prestiti. Cosa c’entra Cdp? Il caso helmon rende il quadro più concreto. Il 5 marzo 2025 Cdp Venture Capital e Cy4Gate - la società cyber dell’orbita ELT Group quotata in Borsa - hanno annunciato il lancio di helmon, nuovo operatore di cybersicurezza dedicato alle pmi italiane, nato nell’ambito del Fondo Boost Innovation di Cdp. La partnership, avviata nel 2024, prevede risorse iniziali per 3 milioni di euro, estendibili fino a 9,5 milioni. Un’operazione presentata come investimento nell’innovazione ma che consolida ulteriormente i rapporti tra Cdp e il gruppo riconducibile alla famiglia Benigni proprio mentre resta aperto il tema del futuro assetto societario di Elt Group.
C’è però un nodo: Enrico Peruzzi. Marito di Domitilla Benigni e presidente esecutivo di Cy4Gate, Peruzzi ha già lavorato in Leonardo in aree legate alla strategia e alle operazioni straordinarie. Qualunque ipotesi di suo ritorno in ruoli capaci di incidere su acquisizioni o scelte industriali renderebbe inevitabile una riflessione sulla gestione dei potenziali conflitti di interesse. Può una figura così strettamente legata ai vertici di Elt Group influire su decisioni che potrebbero riguardare direttamente il gruppo stesso?
La questione diventa ancora più sensibile guardando alle attività di Cy4Gate. Attraverso Rcs Lab, il gruppo opera nel settore delle tecnologie per le intercettazioni giudiziarie: trojan, captazioni ambientali, raccolta e analisi dei dati utilizzati nelle indagini delle procure. Non si tratta di un semplice fornitore informatico ma di soggetti che agiscono all’interno di uno degli ambiti più delicati dello Stato, quello in cui il potere investigativo incontra le libertà individuali. Il caso Palamara ha già mostrato quanto siano cruciali i temi della gestione dei dati, della catena di custodia e dei controlli tecnici sulle intercettazioni. La questione non riguarda soltanto la validità processuale delle captazioni, ma anche la governance delle infrastrutture tecnologiche che le rendono possibili.
Il dossier Elt Group incrocia così quattro dimensioni. Industriale: qual è il reale posizionamento competitivo dell’azienda? Finanziaria: eventuali interventi pubblici creano valore nazionale o valorizzano soprattutto gli azionisti esistenti? Governance: come vengono gestiti i possibili conflitti di interesse? Istituzionale: esistono adeguati strumenti di controllo sulle tecnologie utilizzate nella filiera delle intercettazioni?
Per Leonardo questo rappresenta uno dei primi test della nuova fase manageriale. Se Elt Group è davvero un asset strategico, ogni operazione dovrà essere accompagnata da trasparenza, valutazioni industriali verificabili e regole rigorose sulla governance. Diversamente, il rischio è che il dibattito sulla sovranità tecnologica finisca per sovrapporsi a interessi molto più tradizionali. E questa volta la posta in gioco non riguarda soltanto la difesa elettronica, ma anche cybersicurezza, spyware e dati giudiziari.
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L'intervento del segretario generale IILA, Giorgio Silli, all’evento «Crimen organizado transnacional»
Missione istituzionale a Panama per Giorgio Silli, segretario generale dell'IILA, l'Organizzazione internazionale italo-latinoamericana: al centro la formazione del personale sanitario e il rafforzamento della cooperazione contro la criminalità organizzata.
L'Italia rafforza la cooperazione con Panama sul fronte della sanità e del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale. È questo il fulcro della missione istituzionale che il segretario generale dell'IILA (Organizzazione Internazionale Italo-latinoamericana), Giorgio Silli, ha svolto martedì 9 giugno nel Paese centroamericano.
La giornata si è aperta con la partecipazione di Silli all'evento dedicato all'alta formazione pediatrica per il personale sanitario di Panama e dell'America Centrale, un workshop promosso dall'IILA insieme all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e ospitato dall'Ospedale Santo Tomás.
Alla cerimonia inaugurale hanno preso parte, tra gli altri, il ministro della Salute panamense Galindo Boyd, il viceministro degli Esteri Carlos Arturo Hoyos, l'ambasciatrice d'Italia a Panama Giuditta Giorgio, rappresentanti dell'Ufficio della First Lady di Panama, dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, dell'Hospital del Niño e della Pontificia Commissione per l'America Latina.
Nel suo intervento, Silli ha richiamato il ruolo svolto dall'IILA nella promozione della salute pubblica nei Paesi membri, ricordando come, a partire dalla pandemia di Covid-19, l'organizzazione abbia intensificato il trasferimento di competenze tecnico-scientifiche italiane altamente specializzate a sostegno dei sistemi sanitari latinoamericani. Il segretario generale ha inoltre evidenziato la collaborazione avviata nel 2022 con l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù attraverso un accordo quadro, annunciando l'intenzione di prorogare la cooperazione per altri quattro anni mediante la firma di un'addenda. Nel pomeriggio, la missione è proseguita con la partecipazione all'incontro organizzato dall'Ambasciata d'Italia a Panama e dall'Unidad de Análisis Financiero sul tema del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale e al riciclaggio di denaro.
Nel corso del suo intervento, Silli ha sottolineato la necessità di rafforzare la cooperazione internazionale di fronte a organizzazioni criminali sempre più strutturate e capaci di operare oltre i confini nazionali. L'obiettivo, ha spiegato, è quello di ridurre gli spazi d'azione delle reti criminali, colpirne i meccanismi finanziari e consolidare la tenuta delle istituzioni democratiche. Il segretario generale ha inoltre ribadito l'importanza della collaborazione tra Italia e Panama, indicando nell'IILA uno strumento di dialogo e cooperazione regionale su temi di interesse comune.
A margine degli appuntamenti ufficiali, Silli ha avuto una serie di incontri istituzionali con il ministro della Salute Galindo Boyd, il viceministro per gli Affari multilaterali e la Cooperazione Carlos Guevara Mann, il viceministro degli Esteri Carlos Arturo Hoyos e il direttore generale di AMPYME, Raúl Fernández. I colloqui hanno riguardato le prospettive di collaborazione nei settori considerati prioritari per Panama.
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