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2025-03-18
Non si evitano le alluvioni con le follie green
Ansa
Opere di difesa idraulica, pulizia degli argini e della vegetazione in alveo dovrebbero far parte della strategia comune per prevenire i disastri da intense precipitazioni. Se la scorsa settimana il maltempo non ha provocato i temuti danni in Emilia-Romagna e in Toscana, molto è dovuto a interventi fatti dall’uomo. Magari insufficienti e tardivi (la delocalizzazione delle abitazioni nelle zone più a rischio alluvioni rimane tra le priorità), però pur sempre qualche azione sensata è stata fatta. «All’indomani dell’ennesima notte insonne e piena di ansia per tutti i cittadini di Traversara ma non solo, il Lamone ha dato agli amministratori di questo territorio una bellissima lezione: senza ombra di dubbio la pulizia dagli alberi, seppur parziale, ha scongiurato un ennesimo disastro», scrive Gianluca Sardelli, presidente dell’Associazione Progetto futuro sicuro, su Ravennanotizie. Sottolinea poi che «i punti critici si sono verificati ancora una volta nei tratti che, ad oggi, non erano ancora stati puliti, primo fra tutti il ponte di Mezzano e la golena di Glorie che è un ammasso sconfinato di legname intrappolato e trattenuto dagli alberi ancora presenti nell’alveo». Come ricordava due anni fa il geologo emiliano Giulio Torri, «l’unica pulizia fluviale che ha senso è la rimozione del legname secco, in quanto quello viene subito preso in carico dalle piene e potrebbe creare sbarramenti in sezioni critiche».
Intervenire è indispensabile, perché gli alberi travolti dalle piene ostruendo provocano inondazioni, e gravi danni si hanno con le barriere di tronchi e rami incastrati tra i piloni dei ponti. Inoltre, la vegetazione «favorisce l’insediamento di animali […] e rende problematica l’ispezione visiva degli argini e, quindi, la tempestiva individuazione di punti deboli», evidenziava quasi 20 anni fa Giuseppe Sansoni, tra i fondatori del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf).
Sempre il geologo Torri ricordava le caratteristiche dei fiumi di pianura «notoriamente detti pensili, in quanto l’alveo del fiume è in quota più alto delle campagne circostanti. L’uomo per difendersi ha iniziato a costruire argini, iniziando una lotta infinita, ovvero si alza il fiume e io alzo l’argine. Gli argini sono manufatti vecchi che soffrono per tanti fattori: qualità ed epoca costruttiva, lunghi periodi siccitosi, manutenzione, tane di animali... Quasi mai però leggo, o sento, qualcuno che si soffermi sul parametro più importante: la sezione idraulica. I fiumi/torrenti che vanno dal Savena al Lamone, per intenderci, sono ridotti a canali sopraelevati in pianura estremamente stretti, e questa è un’eredità pesantissima che ci portiamo dal passato».
Occorre almeno effettuare la pulizia sistematica della vegetazione lungo i corsi d’acqua. Ecco perché Sardelli ha lanciato l’allarme e rivolto un appello: «Secondo le regole di Natura 2000, per i prossimi 4 mesi si dovrebbero sospendere i lavori sul fiume per la nidificazione degli uccellini. Ci auguriamo invece che il presidente della Regione, Michele de Pascale, ascolti ciò che il Lamone ci ha dimostrato con i fatti, e faccia continuare senza sosta i lavori di pulizia del fiume fino alla foce».
Manutenzione, ricordavamo, e canali diversivi in grado di diminuire la portata di piena di un fiume o di un torrente. Servono casse di espansione, ricominciando dai fossi che vanno scavati «non solo a bordo strada ma anche negli appezzamenti agricoli», avvertiva lo scorso settembre il presidente dell’Ordine geologi dell’Emilia Romagna, Paride Antolini. «La capacità che hanno tutti i fossi, tutte le scoline di accumulare acqua è pari a quella di una cassa di espansione».
E servono opere di difesa idraulica come lo scolmatore di Pontedera, che ha permesso di ridurre il pericolo Arno e di salvare diverse città della Toscana. I lavori di questo canale che si snoda per 28 chilometri fino a Calambrone, dove sfocia nel mar Tirreno, presero il via nel 1953. Era ancora in costruzione, quando a Firenze si verificò la terribile alluvione del 1966, divenne funzionante nel 1972 e dopo i lavori completati nel 2018 la sua capacità massima è stata incrementata a 900 mc/s.
Il pomeriggio del 14 marzo è stato aperto per alleggerire l’ondata di piena: nel suo picco l’Arno aveva toccato i 4,76 metri e in poche ore sono passati circa 30 milioni metri cubi di acqua. Non veniva attivato dal 2022: se le paratie non fossero state abbassate, «l’acqua sarebbe tracimata in centro città come avveniva in passato», ha dichiarato il sindaco di Pisa, Michele Conti, sottolineando l’importanza dell’opera e invitando la Regione intervenire perché lo «scolmatore funziona ma ha bisogno di essere ammodernato in alcune parti».
Costato 64 miliardi di vecchie lire, permette di far defluire il corso di parte dell’Arno e di diversi altri torrenti. Lo stesso governatore della Toscana, Eugenio Giani, ha affermato che grazie allo scolmatore, alle casse di espansione di Roffia e all’intervento tempestivo «il colmo di piena dell’Arno ha attraversato la regione, da Firenze a Pisa, senza provocare criticità», e si deve continuare a investire in queste infrastrutture per garantire la sicurezza del territorio.
Ripetere che è colpa dei cambiamenti climatici non aiuta a risolvere il dissesto idrogeologico di tante regioni, dove si è costruito in zone franose, alluvionabili, nelle golene dei fiumi, sugli argini senza una sistematica manutenzione di argini, canali, fiumi e senza reti di drenaggio delle acque. Così come accade in Emilia-Romagna, sfiorata ancora una volta dall’emergenza maltempo.
Veicoli elettrici ai pompieri di Rimini. Ma mancano colonnine per caricarli
Mettere il carro davanti ai buoi. Una meravigliosa espressione della lingua italiana per indicare chi anticipa i tempi trascurando le condizioni reali o inverte l’ordine logico delle azioni. Un ritratto perfetto di quanto è accaduto a Rimini, dove per la caserma dei vigili del fuoco sono stati acquistati sei nuovi veicoli elettrici, ma mancano le colonnine per ricaricarli e, dunque, risultano praticamente fermi. Lo ha denunciato ieri il segretario provinciale locale del Co.Na.Po. (Comitato Nazionale Pompieri), Bruno Rigoni, sulle pagine del Corriere Romagna. La vicenda rappresenta un fulgido esempio di che cosa significhi, concretamente, il dominio dell’ideologia sulla realtà, un modus operandi che da anni contraddistingue Bruxelles e i devoti del green. «Per la gran parte sono datati», racconta Rigoni riferendosi ai mezzi in dotazione alla caserma di Rimini. «Pensi che stiamo ancora aspettando la tanto agognata nuova autoscala. Nel frattempo utilizziamo quella vecchia, che avrà almeno 20 anni, e che il più delle volte è fuori uso, oppure andiamo avanti con quelle che ci prestano gli altri comandi». In mancanza di soldi, si potrebbe pensare, ci si arrangia come si può. Ma non è così. «In compenso», continua, «sono arrivati sei nuovi veicoli elettrici: quattro Doblò, un fuoristrada e un monovolume. Con un particolare, però: non abbiamo le colonnine per ricaricarli, né tanto meno le tessere necessarie per poterli ricaricare all’esterno, dalle colonnine pubbliche. Per cui sono parcheggiati da tempo in garage e vengono usati a singhiozzo, per piccoli spostamenti, visto che funzionano con un carica batterie d’emergenza. Insomma, non sono efficaci e, quindi, inutili».Del denaro, dunque, è stato speso, e chi ha deciso di acquistare i mezzi elettrici non si è premurato di dotare la caserma delle colonnine necessarie per ricaricarli. E parliamo di un corpo, quello dei vigili del fuoco, che agisce in casi di emergenza. «Avrebbero fatto meglio a spendere quei soldi per l’autoscala nuova», chiosa Rigoni, mentre l’onorevole Beatriz Colombo (Fdi) - riporta sempre il Corriere Romagna - ha assicurato che entro giugno il comando di Rimini ne avrà una. «La presenza di una sola autoscala su tutta la provincia», continua il segretario, «comporta un grande sforzo organizzativo per affrontare le emergenze, come la caduta di piante o il distacco di rami. Si tenga anche conto che, ad esempio, l’eventuale occupazione a Novafeltria dell’autoscala non consentirebbe di effettuare un salvataggio persona in un edificio alto a Cattolica o Rimini».A rendere difficili le operazioni, però, non c’è solo la carenza di mezzi: la caserma soffre anche di penuria di organico, ulteriormente aggravata dai pensionamenti non compensati da nuove assunzioni. «Siamo sottodimensionati per decine e decine di profili professionali», spiega Rigoni a inizio intervista, elencando le 51 figure mancanti: «Diciotto vigili del fuoco su un totale previsto di 171; 24 capi squadra e capi reparto su 80; un ispettore antincendi su sei; un direttivo su tre; tre operatori ed assistenti su nove; due ispettori logistici su sei; e due ispettori informatici su tre». «Il corpo dei vigili del fuoco», aggiunge, «grazie allo spirito di sacrificio e dedizione di chi ne fa parte, è finora sempre riuscito a dare una risposta. Ciò non toglie che non si può sempre spremere il personale. È diventato difficile fare le ferie e i permessi quando servono».
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I danni da maltempo in Emilia Romagna e Toscana sono stati arginati grazie alla manutenzione dei fiumi e alle opere idrauliche. Come lo scolmatore di Pontedera, lungo 28 km, che ha permesso di ridurre la piena dell’Arno salvando le città dagli allagamenti. Vigili del fuoco bloccati in garage dai diktat verdi. La denuncia del comitato locale. Lo speciale contiene due articoli.Opere di difesa idraulica, pulizia degli argini e della vegetazione in alveo dovrebbero far parte della strategia comune per prevenire i disastri da intense precipitazioni. Se la scorsa settimana il maltempo non ha provocato i temuti danni in Emilia-Romagna e in Toscana, molto è dovuto a interventi fatti dall’uomo. Magari insufficienti e tardivi (la delocalizzazione delle abitazioni nelle zone più a rischio alluvioni rimane tra le priorità), però pur sempre qualche azione sensata è stata fatta. «All’indomani dell’ennesima notte insonne e piena di ansia per tutti i cittadini di Traversara ma non solo, il Lamone ha dato agli amministratori di questo territorio una bellissima lezione: senza ombra di dubbio la pulizia dagli alberi, seppur parziale, ha scongiurato un ennesimo disastro», scrive Gianluca Sardelli, presidente dell’Associazione Progetto futuro sicuro, su Ravennanotizie. Sottolinea poi che «i punti critici si sono verificati ancora una volta nei tratti che, ad oggi, non erano ancora stati puliti, primo fra tutti il ponte di Mezzano e la golena di Glorie che è un ammasso sconfinato di legname intrappolato e trattenuto dagli alberi ancora presenti nell’alveo». Come ricordava due anni fa il geologo emiliano Giulio Torri, «l’unica pulizia fluviale che ha senso è la rimozione del legname secco, in quanto quello viene subito preso in carico dalle piene e potrebbe creare sbarramenti in sezioni critiche». Intervenire è indispensabile, perché gli alberi travolti dalle piene ostruendo provocano inondazioni, e gravi danni si hanno con le barriere di tronchi e rami incastrati tra i piloni dei ponti. Inoltre, la vegetazione «favorisce l’insediamento di animali […] e rende problematica l’ispezione visiva degli argini e, quindi, la tempestiva individuazione di punti deboli», evidenziava quasi 20 anni fa Giuseppe Sansoni, tra i fondatori del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf). Sempre il geologo Torri ricordava le caratteristiche dei fiumi di pianura «notoriamente detti pensili, in quanto l’alveo del fiume è in quota più alto delle campagne circostanti. L’uomo per difendersi ha iniziato a costruire argini, iniziando una lotta infinita, ovvero si alza il fiume e io alzo l’argine. Gli argini sono manufatti vecchi che soffrono per tanti fattori: qualità ed epoca costruttiva, lunghi periodi siccitosi, manutenzione, tane di animali... Quasi mai però leggo, o sento, qualcuno che si soffermi sul parametro più importante: la sezione idraulica. I fiumi/torrenti che vanno dal Savena al Lamone, per intenderci, sono ridotti a canali sopraelevati in pianura estremamente stretti, e questa è un’eredità pesantissima che ci portiamo dal passato». Occorre almeno effettuare la pulizia sistematica della vegetazione lungo i corsi d’acqua. Ecco perché Sardelli ha lanciato l’allarme e rivolto un appello: «Secondo le regole di Natura 2000, per i prossimi 4 mesi si dovrebbero sospendere i lavori sul fiume per la nidificazione degli uccellini. Ci auguriamo invece che il presidente della Regione, Michele de Pascale, ascolti ciò che il Lamone ci ha dimostrato con i fatti, e faccia continuare senza sosta i lavori di pulizia del fiume fino alla foce». Manutenzione, ricordavamo, e canali diversivi in grado di diminuire la portata di piena di un fiume o di un torrente. Servono casse di espansione, ricominciando dai fossi che vanno scavati «non solo a bordo strada ma anche negli appezzamenti agricoli», avvertiva lo scorso settembre il presidente dell’Ordine geologi dell’Emilia Romagna, Paride Antolini. «La capacità che hanno tutti i fossi, tutte le scoline di accumulare acqua è pari a quella di una cassa di espansione».E servono opere di difesa idraulica come lo scolmatore di Pontedera, che ha permesso di ridurre il pericolo Arno e di salvare diverse città della Toscana. I lavori di questo canale che si snoda per 28 chilometri fino a Calambrone, dove sfocia nel mar Tirreno, presero il via nel 1953. Era ancora in costruzione, quando a Firenze si verificò la terribile alluvione del 1966, divenne funzionante nel 1972 e dopo i lavori completati nel 2018 la sua capacità massima è stata incrementata a 900 mc/s. Il pomeriggio del 14 marzo è stato aperto per alleggerire l’ondata di piena: nel suo picco l’Arno aveva toccato i 4,76 metri e in poche ore sono passati circa 30 milioni metri cubi di acqua. Non veniva attivato dal 2022: se le paratie non fossero state abbassate, «l’acqua sarebbe tracimata in centro città come avveniva in passato», ha dichiarato il sindaco di Pisa, Michele Conti, sottolineando l’importanza dell’opera e invitando la Regione intervenire perché lo «scolmatore funziona ma ha bisogno di essere ammodernato in alcune parti». Costato 64 miliardi di vecchie lire, permette di far defluire il corso di parte dell’Arno e di diversi altri torrenti. Lo stesso governatore della Toscana, Eugenio Giani, ha affermato che grazie allo scolmatore, alle casse di espansione di Roffia e all’intervento tempestivo «il colmo di piena dell’Arno ha attraversato la regione, da Firenze a Pisa, senza provocare criticità», e si deve continuare a investire in queste infrastrutture per garantire la sicurezza del territorio.Ripetere che è colpa dei cambiamenti climatici non aiuta a risolvere il dissesto idrogeologico di tante regioni, dove si è costruito in zone franose, alluvionabili, nelle golene dei fiumi, sugli argini senza una sistematica manutenzione di argini, canali, fiumi e senza reti di drenaggio delle acque. 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Lo ha denunciato ieri il segretario provinciale locale del Co.Na.Po. (Comitato Nazionale Pompieri), Bruno Rigoni, sulle pagine del Corriere Romagna. La vicenda rappresenta un fulgido esempio di che cosa significhi, concretamente, il dominio dell’ideologia sulla realtà, un modus operandi che da anni contraddistingue Bruxelles e i devoti del green. «Per la gran parte sono datati», racconta Rigoni riferendosi ai mezzi in dotazione alla caserma di Rimini. «Pensi che stiamo ancora aspettando la tanto agognata nuova autoscala. Nel frattempo utilizziamo quella vecchia, che avrà almeno 20 anni, e che il più delle volte è fuori uso, oppure andiamo avanti con quelle che ci prestano gli altri comandi». In mancanza di soldi, si potrebbe pensare, ci si arrangia come si può. Ma non è così. «In compenso», continua, «sono arrivati sei nuovi veicoli elettrici: quattro Doblò, un fuoristrada e un monovolume. Con un particolare, però: non abbiamo le colonnine per ricaricarli, né tanto meno le tessere necessarie per poterli ricaricare all’esterno, dalle colonnine pubbliche. Per cui sono parcheggiati da tempo in garage e vengono usati a singhiozzo, per piccoli spostamenti, visto che funzionano con un carica batterie d’emergenza. Insomma, non sono efficaci e, quindi, inutili».Del denaro, dunque, è stato speso, e chi ha deciso di acquistare i mezzi elettrici non si è premurato di dotare la caserma delle colonnine necessarie per ricaricarli. E parliamo di un corpo, quello dei vigili del fuoco, che agisce in casi di emergenza. «Avrebbero fatto meglio a spendere quei soldi per l’autoscala nuova», chiosa Rigoni, mentre l’onorevole Beatriz Colombo (Fdi) - riporta sempre il Corriere Romagna - ha assicurato che entro giugno il comando di Rimini ne avrà una. «La presenza di una sola autoscala su tutta la provincia», continua il segretario, «comporta un grande sforzo organizzativo per affrontare le emergenze, come la caduta di piante o il distacco di rami. Si tenga anche conto che, ad esempio, l’eventuale occupazione a Novafeltria dell’autoscala non consentirebbe di effettuare un salvataggio persona in un edificio alto a Cattolica o Rimini».A rendere difficili le operazioni, però, non c’è solo la carenza di mezzi: la caserma soffre anche di penuria di organico, ulteriormente aggravata dai pensionamenti non compensati da nuove assunzioni. «Siamo sottodimensionati per decine e decine di profili professionali», spiega Rigoni a inizio intervista, elencando le 51 figure mancanti: «Diciotto vigili del fuoco su un totale previsto di 171; 24 capi squadra e capi reparto su 80; un ispettore antincendi su sei; un direttivo su tre; tre operatori ed assistenti su nove; due ispettori logistici su sei; e due ispettori informatici su tre». «Il corpo dei vigili del fuoco», aggiunge, «grazie allo spirito di sacrificio e dedizione di chi ne fa parte, è finora sempre riuscito a dare una risposta. Ciò non toglie che non si può sempre spremere il personale. È diventato difficile fare le ferie e i permessi quando servono».
Lucio Malan (Fdi) racconta l'audizione dei danneggiati: si sapeva che i sieri non avrebbero protetto, ma fu nascosto all'aula. Nuova legge per evitare gli allontanamenti di minori dopo il caso della famiglia nel bosco.
Donald Trump (Getty Images)
Dove vuole andare a parare Donald Trump? Qual è il suo progetto politico internazionale? Qual è la sua visione geopolitica globale? Come intende comportarsi e quali finalità intende raggiungere nella guerra scatenata in Iran insieme all’alleato Israele?
Ormai è complesso rispondere a queste domande e questo risulta particolarmente grave perché ne va degli assetti globali del pianeta. Ricordiamoci sempre che gli Usa sono ancora la prima e unica super potenza mondiale e, quindi, le azioni che fa l’America sul piano internazionale - soprattutto in assenza di istituzioni internazionali tali, non dico da governare, ma almeno da mediare le tensioni mondiali o regionali, Europa purtroppo inclusa - diventano centrali, e l’incertezza sul progetto che sottostà a queste azioni desta preoccupazioni piuttosto profonde. Lo scrivo su questo giornale, La Verità, che non si è mai strappata i capelli quando Trump, due anni fa, è stato eletto democraticamente e con una larga maggioranza degli elettori americani. Né, tanto meno, questo giornale ha pianto sui colpi infranti a quella mistura tanto banale quanto pericolosa che si chiama cultura woke: un’accozzaglia di idee con scarso, se non assente, spessore storico, debolissima infrastruttura teorica che si muove in senso contrario al senso di marcia del senso comune. Né ci siamo strappati le vesti sulla questione dei dazi. Ne abbiamo discusso, abbiamo criticato questa misura di politica economica internazionale dal punto di vista della sua efficacia. Però abbiamo anche rilevato e scritto che queste posizioni di Trump non emergevano dal nulla, ma erano anche frutto di politiche commerciali illegittime e sopportate per tanti anni, senza alcun intervento del Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio), ad esempio da parte della Cina. Ma ora il discorso è diverso.
Ora Trump ha il dovere di spiegare, almeno agli alleati storici, all’Onu per quel che vale, ma soprattutto alla Nato, verso dove vuole andare e quale piano intende attuare, se veramente gli sta a cuore la transizione verso un regime democratico in Iran. Ci aspettiamo con urgenza una risposta di Trump su questo punto: non noi, ovviamente, ma se l’aspettano gli alleati ai quali, a giorni e a settimane alterne, chiede l’aiuto. Lo ha fatto recentemente per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz e si è sentito rispondere dalla Nato che quella guerra non riguarda la Nato stessa. Altra cosa sarebbe se l’Iran attaccasse uno dei Paesi che aderiscono alla Nato in modo sostanziale, cioè con una guerra. In quel caso scatterebbe l’obbligo di osservanza dell’art. 5 dello Statuto della Nato che le impone, in questo caso specifico, di intervenire in difesa dello Stato attaccato. Ma questo è un altro scenario. Attualmente lo scenario riguarda direttamente gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra.Altra cosa ancora sono gli aiuti a sostegno degli altri Paesi del Golfo, anche attraverso gli aiuti dell’Italia. Andando indietro solo di circa un anno, e cioè al 22 giugno 2025, ricordiamo l’operazione «Midnight Hammer» («Martello di mezzanotte»), ricordiamo l’attacco compiuto dalla United States Air Force e dalla United States Navy a tre impianti nucleari in Iran per ordine del presidente Donald Trump come parte della guerra Iran-Israele. Furono colpiti l’impianto nucleare di Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Esfahan. Da parte statunitense si disse, allora, che la battaglia contro il nucleare iraniano era praticamente vinta. Poi si arriva all’operazione di attacco statunitense di quest’anno denominata «Operation Epic Fury» che, tra l’altro, ha risollevato il dibattito sui poteri di governo del presidente in assenza di una preventiva autorizzazione del Congresso. Ma anche per la sua illegittimità da un punto di vista del diritto internazionale riconosciuta anche dal presidente de Consiglio italiano Giorgia Meloni. Ha percorso tutta la storia, la discussione sul rapporto tra illegittimità di un’azione e giustizia della medesima quando un’azione prevede obiettivi ritenuti giusti, come l’abbattimento di una teocrazia islamica sanguinaria, tramite un’azione illegittima come è stata quella della rimozione di Maduro dalla guida del Venezuela. Ora Trump si trova impantanato in tre situazioni: Israele-Gaza, Russia-Ucraina, Iran, e a nove mesi dalle elezioni di Midterm che si svolgono ogni quattro anni, cioè dopo due anni dall’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti.
Questa elezione riguarda 435 membri della Camera dei rappresentati e un terzo dei 100 membri del Senato (alternativamente 33 o 34). Trump si avvia a queste elezioni, secondo alcuni sondaggi, con il 60% degli americani che non sono a suo favore e con uno scarno 36-38% che rimane dalla sua parte. Il problema più serio è che i dubbi serpeggiano nella sua base di riferimento Maga (Make America Great Again). Le elezioni di metà mandato avranno un significato politico e si svolgeranno in un momento in cui, a meno che non avvengano cambiamenti radicali nel frattempo, la base elettorale dell’attuale presidente della prima super potenza mondiale non capisce, ed anzi è contraria, alla svolta dello stesso Trump che ha giocato la sua campagna elettorale anche sul fatto che non avrebbe promosso guerre, del resto in continuità con la tradizione repubblicana che non è mai stata guerrafondaia come talora lo è stata la tradizione democratica di quel Paese. Ma questi sono problemi interni al Paese presieduto da Trump che, certamente, non sono indifferenti per il mondo intero, ma che non sono il problema che ci preoccupa maggiormente in questo momento. Ora ci preoccupa capire dove Trump voglia arrivare in Iran, quali siano le azioni che intende apporre sul tappeto in ordine a una chiusura del conflitto e quali sono le idee per il dopo Khamenei figlio che ha sostituito, dopo pochi giorni, Khamenei padre. Questo è il punto sul quale ci concentriamo e aspettiamo una risposta che ad oggi è nebulosa, continuamente cangiante e che pone il mondo in una posizione di incertezza, anche economica, che potrebbe avere effetti devastanti.
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Il punto è che il mercato, soprattutto in Europa, ha abbandonato qualsiasi velleità di tagli per il 2026 e in poco più di due settimana ha subito oscillazioni abbastanza marcate sugli indici di riferimento che servono a fissare il costo, per esempio, dei mutui immobiliari.
Tanto per capirsi. Il 27 febbraio (il giorno prima dell’attacco di Usa e Israele all’Iran), l’Euribor a 3 mesi (il riferimento per i variabili) era al 2,01%, mentre ieri prezzava il 2,16%. Così come l’Eurirs a 20 anni (il riferimento per i tassi fissi) è passato dal 3% al 3,18%. Insomma l’Euribor è cresciuto dello 0,15% e l’Eurirs dello 0,18%. Cosa vuol dire tutto questo per l’italiano medio che chiede soldi in prestito alla banca per comprare casa? Qual è l’aggravio del conflitto iniziato a fine febbraio nel Golfo?
«Su un mutuo di 200.000 a 20 anni», spiega alla Verità Guido Bertolino, responsabile business development Mutuisupermarket.it, «l’aumento dello 0,15% del tasso comporta un’impennata della rata di 15,08 euro (180 euro in un anno ndr), mentre con un rialzo dello 0,18% la maggiorazione annuale sarebbe di 216 euro. Ovviamente la variazione ha un impatto immediato su chi ha già sottoscritto un prestito variabile e potrebbe riguardare dal prossimo mese chi invece dovesse stipulare un finanziamento a tasso fisso (perché gli istituti di credito normalmente adeguano il costo dei mutui all’Eurirs del mese precedente ndr)».
Finita qui? Se ci basiamo sulle indicazioni dei future sull’Euribor la giostra è appena iniziata. La curva evidenzia un rialzo dei tassi della Banca centrale europea dal 2 al 2,25% già a partire dal mese di maggio e prevede un’ ulteriore risalita fino al 2,47% per dicembre. Insomma, sono in ballo un paio di aumenti da qui alla fine dell’anno.
In soldoni? «È bene ricordare», continua Bertolino, «che parliamo di aspettative su un mercato che è estremamente volatile e influenzato dal rullo ininterrotto di notizie di cronaca che arrivano dal Golfo Persico. Anche perché ultimamente la Lagarde si muove sempre in relazioni a dati consolidati sull’andamento dei prezzi di medio e lungo periodo. Quindi escluderei un rialzo già domani e resterei cauto anche sulla possibilità di aumenti nella riunione successiva della Bce».
In un contesto così variabile ci sono banche che hanno portato sul mercato (in realtà già prima dell’inizio della guerra) prodotti innovativi che assicurano una sorta di mutuo a tasso fisso garantito. Come funziona il meccanismo? «Alcuni istituti hanno costituito dei “fondi interni” per garantire tassi fissi bloccati purché la stipula del mutuo avvenga entro l’estate. Tu avvii l’istruttoria con un tasso definito e poi anche se il costo del denaro dovesse salire hai tempo fino all’estate per stipulare un contratto definitivo agli stessi tassi dell’istruttoria». Al momento ci sono Credit Agricole che lascia invariati i tassi fino al 30 di settembre (avvio istruttoria entro il 15 maggio), Bper che dà tempo per l’istruttoria fino alla fine di marzo e per la stipula entro fine maggio (anche se i termini potrebbero essere prorogati) e Banco Bpm che lascia i tassi invariati fino al 30 giugno per le istruttorie sottoscritte entro il 15 aprile. E le novità potrebbero non essere finite qui. Perché è quando la geopolitica sembra impazzita che gli altri attori del mercato hanno il dovere di usare tutte le leve a loro disposizione per «tranquillizzare» investitori e risparmiatori. Sperando che si rinsavisca il prima possibile.
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(Imagoeconomica)
La direzione politica è chiara: la Commissione, ammette la necessità di rendere più credibile e gestibile la transizione ecologica nei settori industriali sotto pressione, ma non intende fare marcia indietro. «L’Ets resta uno strumento collaudato per guidare la trasformazione industriale», ha detto a chiare lettere la Von der Leyen che concede al massimo che sia «adattato alle nuove realtà». Il presidente promette un mix di flessibilità e di sostegni alle industrie ad alta intensità energetica. Riconosce che, dall’inizio del conflitto in Iran, «l’Europa ha già speso ulteriori 6 miliardi di euro per le importazioni di combustibili fossili» e «un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas dalla regione del Golfo potrebbe avere un impatto significativo sulla nostra economia», ma l’Ets è un totem intoccabile.
«Il sistema deve essere mantenuto e sarà mantenuto», tuttavia «sono possibili e necessari degli aggiustamenti», ha detto in una nota l’eurodeputato Peter Liese, portavoce per la politica climatica del Ppe, indicando che «la Germania può svolgere un importante ruolo di mediazione». «La cosa più importante è che anche dopo il 2039 siano ancora disponibili quote sufficienti: è assolutamente irrealistico pensare che nei settori interessati - dall’acciaio al cemento, al trasporto aereo - a partire dal 2039 non ci saranno più emissioni». Liese esorta un «approccio più moderato» sul sistema di assegnazione gratuita delle quote e una revisione della riserva di stabilità del mercato per disporre di un maggior numero di quote. «La cancellazione delle quote deve essere interrotta al più presto. Mi aspetto che la Commissione presenti la proposta già prima di luglio e chiedo che il Parlamento la approvi con procedura d’urgenza», commenta Liese.
Un alto funzionario Ue ha detto che la maggioranza dei 27 Paesi dell’Unione ritiene «indispensabile» il sistema di scambio delle quote di emissione, «non solo per la transizione ma perché è stato importante per le strategie degli investimenti».
Una maggioranza che, però, dovrà vedersela con l’opposizione di nove Paesi, un terzo dei membri della Ue, tra i quali Italia, Romania e Polonia, intenzionati a proporre «iniziative comuni» per affrontare la questione dell’incidenza dell’Ets sulla produzione di energia. Questi Paesi ieri si sono riuniti a margine del Consiglio Ambiente a Bruxelles per verificare la possibilità di coordinare una linea comune a fronte della «diffusa preoccupazione» per l’impatto del sistema delle quote di CO2 sulla produzione termoelettrica e sull’industria. Se questi nove Paesi dovessero votare insieme nel Consiglio, formerebbero una minoranza di blocco, impedendo la formazione di una maggioranza qualificata.
Intanto infuria la speculazione sui prezzi della benzina. Con il petrolio ormai stabilmente sopra i 100 dollari al barile e l’incertezza sui tempi della risoluzione della guerra in Iran, la corsa al ritocco dei listini dei carburanti è quotidiana. Per un pieno si possono pagare anche 30 euro in più se si sceglie il distributore sbagliato. Nella stessa città, a poca distanza, ci sono differenze importanti. A Roma ieri una pompa indicava 1,57 euro il litro e un’altra a distanza di una manciata di chilometri 2,25 euro. Situazione simile a Milano con 50 centesimi di differenza tra due pompe a due chilometri una dall’altra.
Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha esortato Bruxelles a mettere un tetto al prezzo del gas ad Amsterdam (la borsa di riferimento dell’Europa). Poi ha auspicato che si possano «trovare con i Paesi europei delle soluzioni che allevino l’aumento dei prezzi, che a volte non ha significato. Perché ora non c’è il blocco del petrolio, ci sono tutte le riserve del mese scorso. Dovrebbero iniziare ad aumentare i prezzi, semmai, all’inizio del mese successivo, se non arriva il petrolio».
Il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, durante il Tavolo Pmi, ha parlato dei provvedimenti che il governo si appresta a realizzare per fronteggiare le conseguenze della guerra nel Golfo. A cominciare da misure mirate nei confronti dell’autotrasporto, per evitare che l’aumento del carburante possa attivare una spirale inflativa, e delle imprese manifatturiere ed esportatrici. L’area del Golfo rappresenta un importante mercato per il made in Italy, come dimostra la crescita dell’export nel 2025, che in alcuni di quei Paesi ha superato anche il 30%. Urso ha sottolineato che «tutto dipenderà dalla durata e dall’estensione del conflitto, che allo stato attuale nessuno può prevedere, con conseguenze economiche che potrebbero aggravarsi nel tempo».
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