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2018-11-06
L’arma del veto al bilancio dell’Ue per dare più soldi agli alluvionati
ANSA
Tre carte e un nodo politico di fondo sono sul tavolo del governo per fronteggiare l'emergenza meteorologica che sta flagellando almeno sei regioni.
Il primo strumento è tutto italiano, e sta nel miliardo di euro (in un triennio) che l'esecutivo aveva già inserito nella manovra, per avviare un'opera di riassetto idrogeologico del Paese. Abbastanza, ma non moltissimo, a onor del vero: il Consiglio dei ministri in programma domani, che avrà il compito di prendere le prime decisioni sul soccorso alle zone colpite, potrebbe decidere di elevare la somma. Ipotesi altamente auspicabile, per il motivo che vedremo tra poco.
Il secondo strumento è una sorta di pronto intervento europeo (che purtroppo tanto «pronto» non è). Si tratta del cosiddetto Fsue (Fondo di solidarietà dell'Unione europea), la cui procedura è una specie di via crucis. Il Paese colpito deve presentare una domanda (con il conto dei danni) entro tre mesi dai fatti, la Commissione Ue la esamina e propone uno stanziamento al Parlamento e al Consiglio europeo. Morale: prima di vedere un euro, rischia di passare un tempo insopportabilmente lungo, considerando che ci sono le europee di mezzo.
Il terzo strumento, più rapido, è quello per cui le regioni possono utilizzare i fondi strutturali a disposizione (denaro che c'è già), con il prezzo di un «cofinanziamento» a loro carico la cui quota può scendere dal 50% fino al 5%. Condizioni teoricamente vantaggiose: attenzione al «può», però.
Se infatti il Commissario Ue per le crisi e gli aiuti umanitari, il cipriota Christos Stylianides, ha pronunciato parole formalmente gentili («L'Ue è in costante contatto con le autorità italiane per offrire assistenza, se richiesta»), le esperienze passate (terremoti in Italia, incendi in Grecia) insegnano che lo scrutinio europeo sulle spese è estremamente arcigno.
L'Ue ha il braccino corto per due ragioni. In primo luogo, perché spesso tende a considerare solo spese molto specifiche: per fare un esempio, la benzina per i mezzi utilizzati per i soccorsi (ma se invece devo acquistare altri mezzi, chi paga?). Insomma, un tira e molla incerto e al ribasso: su una voce Bruxelles ti dice sì, su un'altra no, su un'altra forse. In secondo luogo, perché a Bruxelles è diffusa un'ossessione (in altri contesti anche giustificata, forse meno in questo caso) contro le possibili distorsioni del mercato da parte degli Stati membri nell'uso delle risorse. Ma anche un bambino capisce che un conto è vigilare per evitare aggiramenti del mercato, altro conto è dire no sulla base di questo timore.
Va anche ricordato (e può suonare come una presa in giro) l'articolo 222 del Trattato sul funzionamento dell'Ue, intitolato «Clausola di solidarietà». È una norma di principio che impegnerebbe l'Ue a soccorrere i Paesi membri sia in caso di attacchi terroristici o di minacce militari, sia in caso di calamità naturali. Molto bene, direte voi. Ma la fregatura sta nella formuletta usata al primo comma: «L'Unione mobilita tutti gli strumenti di cui dispone». Traduzione: l'Ue si muove solo nei limiti delle risorse che ritiene disponibili. E la controprova beffarda sta nel comma successivo, che di fatto scarica molto sulla «bontà» degli Stati membri («Se uno Stato membro subisce un attacco terroristico o è vittima di una calamità̀ naturale o provocata dall'uomo, gli altri Stati membri, su richiesta delle sue autorità̀ politiche, gli prestano assistenza. A tal fine gli Stati membri si coordinano in sede di Consiglio»). Tradotto dal burocratese: l'Ue come tale dà solo quel che crede, e per il resto contate sulla nobiltà d'animo degli altri singoli Paesi. Come a dire: state freschi.
Ecco perché dicevamo all'inizio che sul tavolo del governo, oltre a tre carte, c'è soprattutto un nodo politico da sciogliere. Forse è il caso di iniziare a giocare all'attacco, come i membri più coraggiosi dell'esecutivo suggeriscono, e non solo in difesa. E giocare all'attacco vuol dire per un verso tenere la pistola sul tavolo, cioè minacciare un possibile veto italiano al bilancio pluriennale Ue per il settennato 2021-2028 (la decisione va presa in questi mesi, e richiede l'unanimità), e per altro verso alzare subito la posta, creare il fatto compiuto, elevare immediatamente la somma stanziata nella legge di stabilità per i soccorsi, il riassetto idrogeologico e le ricostruzioni infrastrutturali. Ieri il ministro Giovanni Tria avrà avuto quasi certamente occasione di affrontare la questione con i colleghi ministri economici europei e, in ogni caso, il governo ha intenzione di mettere in campo anche l'azione dei ministeri degli Esteri e degli Affari europei per aumentare la pressione diplomatica.
Se il governo sceglierà di «tenersi basso», è evidente che l'Ue, nel negoziato successivo, avrà gioco facile a essere ancora più sparagnina; se invece il governo, come fecero gli esecutivi di centrosinistra, Renzi compreso, in occasione degli ultimi terremoti nel Centro Italia, eleverà gli stanziamenti iniziali, intanto avrà operato efficacemente, e poi - in seguito - discuterà con Bruxelles sui contributi Ue.
Più in generale, anche in considerazione delle scadenze serrate di questi giorni (ieri l'Eurogruppo, l'8 novembre la diffusione delle previsioni di crescita da parte della Commissione Ue, il 13 la scadenza entro cui secondo l'Ue dovremmo riscrivere la manovra), vale la pena di evitare di essere trattati da «imputati» da «processare», ma creare un negoziato complessivo al quale l'Italia si presenti a schiena dritta per un'interlocuzione robusta, non a capo chino.
Daniele Capezzone
La scure degli Usa cala sull’Iran. A Roma uno degli otto salvacondotti
Tutto come previsto. Anche l'Italia è tra gli otto Paesi che sono stati temporaneamente esentati dalle sanzioni all'Iran imposte dagli Stati Uniti e che quindi potranno importare petrolio dal regime di Teheran. Ma il tutto per un periodo massimo di sei mesi. Ad annunciarlo ieri è stato il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, in una conferenza stampa congiunta con il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin. Gli altri Paesi esentati sono Cina, India, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Turchia.
Come spiegare l'esenzione all'Italia, unico Paese del blocco centrale dell'Ue tra gli otto? Due ragioni. La prima, già spiegata dalla Verità domenica scorsa, sono gli interessi Usa in Italia: cioè la realizzazione del Tap, il futuro del radar Muos e l'acquisto da parte del nostro governo di caccia F35 di produzione statunitense. La seconda, illustrata da fonti diplomatiche europee al nostro giornale: gli Usa hanno bisogno di un alleato affidabile che mantenga aperti i canali e gli scambi con l'Iran che, come ogni regime, e in particolare quelli islamisti, sono difficilmente controllabili soltanto «dall'esterno».
Le sanzioni da ieri in vigore sono state, ha spiegato il segretario Pompeo, nuovamente imposte dopo che erano state abolite come parte dell'accordo sul nucleare del 2015, ratificato da Barack Obama. A maggio il presidente Donald Trump aveva annunciato il ritiro di Washington dall'intesa con il regime degli ayatollah, fortemente voluta dai democratici e dal numero un della diplomazia europea Federica Mogherini. Una prima tranche di restrizioni economiche era partita ad agosto, ora è arrivata la seconda.
Qualche giorno fa Pompeo aveva annunciato «il più severo regime di sanzioni mai imposto», con oltre 700 tra individui ed entità iraniane colpiti e con l'obiettivo di «strangolare» l'economia del Paese.
«Le infrangeremo», ha detto il presidente iraniano Hassan Rouhani aggiungendo minacciosamente che gli Usa, i quali per la loro mossa hanno ricevuto il plauso di Israele, «devono essere puniti una volta per tutte».
Va tuttavia sottolineato come i Paesi esentati siano proprio i maggiori destinatari l'export petrolifero dell'Iran. Ma anche a quest'obiezione Washington ha pronta la replica. Anzi due. La prima: il segretario Pompeo ha infatti spiegato che le quote temporanee sono figlie del fatto che i Paesi hanno dimostrato di star facendo passi avanti verso l'azzeramento dell'importazione di petrolio iraniano. La seconda: a differenza di precedenti regimi sanzionatori che hanno colpito l'Iran in passato, quello messo a punto dall'amministrazione Trump sarà particolarmente duro considerato che andrà a colpire i settori chiave dell'economia iraniana, non solo quello petrolifero.
Le nuove misure, infatti, riguardano anche il comparto della navigazione, la costruzione navale, la finanze e l'energia. L'obiettivo di Washington, come ha sottolineato il segretario Mnuchin, è la rete Swift, che ha sede a Bruxelles. Tagliando fuori l'Iran da questo sistema per i pagamenti internazionali il Paese finirebbe quasi completamente escluso dal sistema finanziario internazionale. Fonti del Swift hanno annunciato ieri di aver già interdetto l'accesso ad alcune banche iraniane.
Dall'Iran sono arrivate risposte discordanti. Se l'ayatollah Ali Khamenei aveva accusato Trump di aver «screditato» il suo stesso Paese (un Paese, secondo la guida suprema in declino di influenza così come di potenza militare ed economica), il ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, in un'intervista a Usa Today ha detto che l'Iran è pronto a trattative diplomatiche con gli Usa se l'amministrazione Trump cambierà il suo approccio alla discussione sull'accordo nucleare.
Forse Zarif spera che sul dossier Iran gli Usa di Trump adottino di nuovo quell'approccio bastone e carota usato già in altri casi, come quello del Nafta. O più probabilmente è l'unica speranza rimasta al governo moderato di Rouhani che, schiacciato dalla crisi economica e dalle sanzioni statunitensi, sta cedendo sempre più consensi ai conservatori vicini a Khamenei.
Gabriele Carrer
In assenza della manovra all’Eurogruppo va in scena il teatrino delle minacce
Roma ha tempo fino al 13 novembre per «fornire ulteriori elementi» in risposta ai rilievi fatti da Bruxelles sul documento programmatico di bilancio per il 2019, ma se l'Italia non rispetterà più «gli obblighi sulla stabilità», come invece «ha fatto negli anni scorsi, dovremo tornare alla questione della procedura per il deficit eccessivo relativo al debito», ha detto il vicepresidente dell'Ue Valdis Dombrovskis, giusto per dare il benvenuto all'Italia rappresentata da Giovanni Tria e sottolineare che servirà una «correzione considerevole». La Commissione ha chiesto infatti ulteriori informazioni all'Italia per compilare un nuovo rapporto sul debito aggiornato alla luce delle conseguenze della manovra. «L'Italia si sta comportando apertamente non in linea con le regole» e ne va «non solo delle regole ma dello stesso sviluppo economico italiano», che con questa manovra «potrebbe rallentare ulteriormente», ha stressato Dombrovskis.
Ancora prima che iniziasse l'Eurogruppo ha fatto eco alle dichiarazioni del lettone il rappresentante della Slovacchia, che ha detto : «L'Italia mette a rischio le riforme dell'eurozona». L'Austria a ha ribadito: «Roma rispetti le regole». Il ministro dell'Economia francese Bruno Le Maire si è augurato che l'Italia dialoghi con l'Ue, ma non certo come spunto positivo bensì rammentando ai mercato che è «a repentaglio la stabilità dell'euro». Al coro si è aggiunta l'Olanda.
Non poteva mancare ovviamente la voce del commissario agli affari economici, Pierre Moscovici: «Italia deve rispettare le regole comuni perché non si può fare ciò che si vuole quando si appartiene alla zona euro», ha detto ieri mattina. «Che il governo italiano voglia mettere in opera un piano contro la povertà e degli investimenti in infrastrutture lo capisco perfettamente e non lo discuto», ha spiegato Moscovici in un'intervista alla radio francese France Info. Ma «non si può fare ciò che si vuole quando si appartiene alla zona euro, perché i governi e gli Stati hanno firmato insieme dei trattati, il patto di stabilità, che impone delle regole comuni. Tutti le hanno rispettate. Se all'improvviso qualcuno dice che queste regole non valgono, parla non solo al popolo ma anche ad altri», ha aggiunto Moscovici. Una lunga sequenza di luoghi comuni che ha anticipato una riunione ufficiale nella quale non è formalmente affrontato il tema della manovra italiana. Infatti, al di là del solito terrorismo, il testo sarà valutato la prossima settimana e finirà sul tavolo dell'Eurogruppo solo il prossimo dicembre. Tant'è che il Mef ha fatto filtrare attraverso le agenzie una velina improntata alla serenità e al dialogo. Discussione caratterizzata dalla «pacatezza dei toni». Secondo fonti del ministero dell'Economia, sentite a Bruxelles, il messaggio portato dal ministro Giovanni Tria è che l'Italia è d'accordo sul rispetto delle regole, che non vuole infrangerle, vuole evitare le tensioni su mercati e spread e proseguire con il dialogo alla ricerca di un compromesso. Tria - almeno così sostengono le agenzie - però ha ribadito e difeso le ragioni della posizione espansiva scelta dal governo sulla manovra, perché la si ritiene necessaria per rilanciare la crescita.
Insomma, tutti i messaggi miscelati assieme si trasformano in un concetto unico diffuso dai media italiani. Cioè, l'Eurogruppo ha chiesto a Roma di cambiare la manovra, non c'è scampo. In realtà l'agenda dimostra un'altra cosa. Solo oggi all'Ecofin capiremo come Tria ha gestito l'incontro di ieri. Sul quale è intervenuto persino Giuseppe Conte. «La libertà delle idee è importante, ma da un commissario europeo io mi aspetto che sia molto cauto. Non voglio neppure immaginare che la Commissione sia condizionata da valutazioni di tipo politico», ha detto Conte. «Ci sediamo con l'interlocuzione europea», ha aggiunto, «siamo disponibili a un dialogo franco e costruttivo. Non mi costringete a rispondere a ogni dichiarazione fatta. Alcune di queste, in particolare quelle di Moscovici, riguardano il dibattito politico in corso, ma nulla hanno a che vedere con il dibattito istituzionale nella Commissione».
Gianluca De Maio
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Il Def prevede già 900 milioni in tre anni per le tragedie climatiche, ma non bastano. Incrementare le risorse è meglio che utilizzare i fondi di Bruxelles. La solidarietà europea è tirchia e ha dei tempi biblici.La scure degli Usa cala sull'Iran. A Roma uno degli otto salvacondotti. Scattano le sanzioni petrolifere. Italia esentata per sei mesi insieme a Grecia e Turchia. In assenza della manovra all'Eurogruppo va in scena il teatrino delle minacce. Ministri economici e commissari uniti contro Tria che difende il 2,4%. Però del bilancio si parlerà veramente solo a dicembre.Lo speciale comprende tre articoli.Tre carte e un nodo politico di fondo sono sul tavolo del governo per fronteggiare l'emergenza meteorologica che sta flagellando almeno sei regioni. Il primo strumento è tutto italiano, e sta nel miliardo di euro (in un triennio) che l'esecutivo aveva già inserito nella manovra, per avviare un'opera di riassetto idrogeologico del Paese. Abbastanza, ma non moltissimo, a onor del vero: il Consiglio dei ministri in programma domani, che avrà il compito di prendere le prime decisioni sul soccorso alle zone colpite, potrebbe decidere di elevare la somma. Ipotesi altamente auspicabile, per il motivo che vedremo tra poco. Il secondo strumento è una sorta di pronto intervento europeo (che purtroppo tanto «pronto» non è). Si tratta del cosiddetto Fsue (Fondo di solidarietà dell'Unione europea), la cui procedura è una specie di via crucis. Il Paese colpito deve presentare una domanda (con il conto dei danni) entro tre mesi dai fatti, la Commissione Ue la esamina e propone uno stanziamento al Parlamento e al Consiglio europeo. Morale: prima di vedere un euro, rischia di passare un tempo insopportabilmente lungo, considerando che ci sono le europee di mezzo. Il terzo strumento, più rapido, è quello per cui le regioni possono utilizzare i fondi strutturali a disposizione (denaro che c'è già), con il prezzo di un «cofinanziamento» a loro carico la cui quota può scendere dal 50% fino al 5%. Condizioni teoricamente vantaggiose: attenzione al «può», però. Se infatti il Commissario Ue per le crisi e gli aiuti umanitari, il cipriota Christos Stylianides, ha pronunciato parole formalmente gentili («L'Ue è in costante contatto con le autorità italiane per offrire assistenza, se richiesta»), le esperienze passate (terremoti in Italia, incendi in Grecia) insegnano che lo scrutinio europeo sulle spese è estremamente arcigno. L'Ue ha il braccino corto per due ragioni. In primo luogo, perché spesso tende a considerare solo spese molto specifiche: per fare un esempio, la benzina per i mezzi utilizzati per i soccorsi (ma se invece devo acquistare altri mezzi, chi paga?). Insomma, un tira e molla incerto e al ribasso: su una voce Bruxelles ti dice sì, su un'altra no, su un'altra forse. In secondo luogo, perché a Bruxelles è diffusa un'ossessione (in altri contesti anche giustificata, forse meno in questo caso) contro le possibili distorsioni del mercato da parte degli Stati membri nell'uso delle risorse. Ma anche un bambino capisce che un conto è vigilare per evitare aggiramenti del mercato, altro conto è dire no sulla base di questo timore. Va anche ricordato (e può suonare come una presa in giro) l'articolo 222 del Trattato sul funzionamento dell'Ue, intitolato «Clausola di solidarietà». È una norma di principio che impegnerebbe l'Ue a soccorrere i Paesi membri sia in caso di attacchi terroristici o di minacce militari, sia in caso di calamità naturali. Molto bene, direte voi. Ma la fregatura sta nella formuletta usata al primo comma: «L'Unione mobilita tutti gli strumenti di cui dispone». Traduzione: l'Ue si muove solo nei limiti delle risorse che ritiene disponibili. E la controprova beffarda sta nel comma successivo, che di fatto scarica molto sulla «bontà» degli Stati membri («Se uno Stato membro subisce un attacco terroristico o è vittima di una calamità̀ naturale o provocata dall'uomo, gli altri Stati membri, su richiesta delle sue autorità̀ politiche, gli prestano assistenza. A tal fine gli Stati membri si coordinano in sede di Consiglio»). Tradotto dal burocratese: l'Ue come tale dà solo quel che crede, e per il resto contate sulla nobiltà d'animo degli altri singoli Paesi. Come a dire: state freschi. Ecco perché dicevamo all'inizio che sul tavolo del governo, oltre a tre carte, c'è soprattutto un nodo politico da sciogliere. Forse è il caso di iniziare a giocare all'attacco, come i membri più coraggiosi dell'esecutivo suggeriscono, e non solo in difesa. E giocare all'attacco vuol dire per un verso tenere la pistola sul tavolo, cioè minacciare un possibile veto italiano al bilancio pluriennale Ue per il settennato 2021-2028 (la decisione va presa in questi mesi, e richiede l'unanimità), e per altro verso alzare subito la posta, creare il fatto compiuto, elevare immediatamente la somma stanziata nella legge di stabilità per i soccorsi, il riassetto idrogeologico e le ricostruzioni infrastrutturali. Ieri il ministro Giovanni Tria avrà avuto quasi certamente occasione di affrontare la questione con i colleghi ministri economici europei e, in ogni caso, il governo ha intenzione di mettere in campo anche l'azione dei ministeri degli Esteri e degli Affari europei per aumentare la pressione diplomatica.Se il governo sceglierà di «tenersi basso», è evidente che l'Ue, nel negoziato successivo, avrà gioco facile a essere ancora più sparagnina; se invece il governo, come fecero gli esecutivi di centrosinistra, Renzi compreso, in occasione degli ultimi terremoti nel Centro Italia, eleverà gli stanziamenti iniziali, intanto avrà operato efficacemente, e poi - in seguito - discuterà con Bruxelles sui contributi Ue. Più in generale, anche in considerazione delle scadenze serrate di questi giorni (ieri l'Eurogruppo, l'8 novembre la diffusione delle previsioni di crescita da parte della Commissione Ue, il 13 la scadenza entro cui secondo l'Ue dovremmo riscrivere la manovra), vale la pena di evitare di essere trattati da «imputati» da «processare», ma creare un negoziato complessivo al quale l'Italia si presenti a schiena dritta per un'interlocuzione robusta, non a capo chino. Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/larma-del-veto-al-bilancio-dellue-per-dare-piu-soldi-agli-alluvionati-2618135734.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-scure-degli-usa-cala-sulliran-a-roma-uno-degli-otto-salvacondotti" data-post-id="2618135734" data-published-at="1772236349" data-use-pagination="False"> La scure degli Usa cala sull’Iran. A Roma uno degli otto salvacondotti Tutto come previsto. Anche l'Italia è tra gli otto Paesi che sono stati temporaneamente esentati dalle sanzioni all'Iran imposte dagli Stati Uniti e che quindi potranno importare petrolio dal regime di Teheran. Ma il tutto per un periodo massimo di sei mesi. Ad annunciarlo ieri è stato il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, in una conferenza stampa congiunta con il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin. Gli altri Paesi esentati sono Cina, India, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Turchia. Come spiegare l'esenzione all'Italia, unico Paese del blocco centrale dell'Ue tra gli otto? Due ragioni. La prima, già spiegata dalla Verità domenica scorsa, sono gli interessi Usa in Italia: cioè la realizzazione del Tap, il futuro del radar Muos e l'acquisto da parte del nostro governo di caccia F35 di produzione statunitense. La seconda, illustrata da fonti diplomatiche europee al nostro giornale: gli Usa hanno bisogno di un alleato affidabile che mantenga aperti i canali e gli scambi con l'Iran che, come ogni regime, e in particolare quelli islamisti, sono difficilmente controllabili soltanto «dall'esterno». Le sanzioni da ieri in vigore sono state, ha spiegato il segretario Pompeo, nuovamente imposte dopo che erano state abolite come parte dell'accordo sul nucleare del 2015, ratificato da Barack Obama. A maggio il presidente Donald Trump aveva annunciato il ritiro di Washington dall'intesa con il regime degli ayatollah, fortemente voluta dai democratici e dal numero un della diplomazia europea Federica Mogherini. Una prima tranche di restrizioni economiche era partita ad agosto, ora è arrivata la seconda. Qualche giorno fa Pompeo aveva annunciato «il più severo regime di sanzioni mai imposto», con oltre 700 tra individui ed entità iraniane colpiti e con l'obiettivo di «strangolare» l'economia del Paese. «Le infrangeremo», ha detto il presidente iraniano Hassan Rouhani aggiungendo minacciosamente che gli Usa, i quali per la loro mossa hanno ricevuto il plauso di Israele, «devono essere puniti una volta per tutte». Va tuttavia sottolineato come i Paesi esentati siano proprio i maggiori destinatari l'export petrolifero dell'Iran. Ma anche a quest'obiezione Washington ha pronta la replica. Anzi due. La prima: il segretario Pompeo ha infatti spiegato che le quote temporanee sono figlie del fatto che i Paesi hanno dimostrato di star facendo passi avanti verso l'azzeramento dell'importazione di petrolio iraniano. La seconda: a differenza di precedenti regimi sanzionatori che hanno colpito l'Iran in passato, quello messo a punto dall'amministrazione Trump sarà particolarmente duro considerato che andrà a colpire i settori chiave dell'economia iraniana, non solo quello petrolifero. Le nuove misure, infatti, riguardano anche il comparto della navigazione, la costruzione navale, la finanze e l'energia. L'obiettivo di Washington, come ha sottolineato il segretario Mnuchin, è la rete Swift, che ha sede a Bruxelles. Tagliando fuori l'Iran da questo sistema per i pagamenti internazionali il Paese finirebbe quasi completamente escluso dal sistema finanziario internazionale. Fonti del Swift hanno annunciato ieri di aver già interdetto l'accesso ad alcune banche iraniane. Dall'Iran sono arrivate risposte discordanti. Se l'ayatollah Ali Khamenei aveva accusato Trump di aver «screditato» il suo stesso Paese (un Paese, secondo la guida suprema in declino di influenza così come di potenza militare ed economica), il ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, in un'intervista a Usa Today ha detto che l'Iran è pronto a trattative diplomatiche con gli Usa se l'amministrazione Trump cambierà il suo approccio alla discussione sull'accordo nucleare. Forse Zarif spera che sul dossier Iran gli Usa di Trump adottino di nuovo quell'approccio bastone e carota usato già in altri casi, come quello del Nafta. O più probabilmente è l'unica speranza rimasta al governo moderato di Rouhani che, schiacciato dalla crisi economica e dalle sanzioni statunitensi, sta cedendo sempre più consensi ai conservatori vicini a Khamenei. Gabriele Carrer <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/larma-del-veto-al-bilancio-dellue-per-dare-piu-soldi-agli-alluvionati-2618135734.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-assenza-della-manovra-alleurogruppo-va-in-scena-il-teatrino-delle-minacce" data-post-id="2618135734" data-published-at="1772236349" data-use-pagination="False"> In assenza della manovra all’Eurogruppo va in scena il teatrino delle minacce Roma ha tempo fino al 13 novembre per «fornire ulteriori elementi» in risposta ai rilievi fatti da Bruxelles sul documento programmatico di bilancio per il 2019, ma se l'Italia non rispetterà più «gli obblighi sulla stabilità», come invece «ha fatto negli anni scorsi, dovremo tornare alla questione della procedura per il deficit eccessivo relativo al debito», ha detto il vicepresidente dell'Ue Valdis Dombrovskis, giusto per dare il benvenuto all'Italia rappresentata da Giovanni Tria e sottolineare che servirà una «correzione considerevole». La Commissione ha chiesto infatti ulteriori informazioni all'Italia per compilare un nuovo rapporto sul debito aggiornato alla luce delle conseguenze della manovra. «L'Italia si sta comportando apertamente non in linea con le regole» e ne va «non solo delle regole ma dello stesso sviluppo economico italiano», che con questa manovra «potrebbe rallentare ulteriormente», ha stressato Dombrovskis. Ancora prima che iniziasse l'Eurogruppo ha fatto eco alle dichiarazioni del lettone il rappresentante della Slovacchia, che ha detto : «L'Italia mette a rischio le riforme dell'eurozona». L'Austria a ha ribadito: «Roma rispetti le regole». Il ministro dell'Economia francese Bruno Le Maire si è augurato che l'Italia dialoghi con l'Ue, ma non certo come spunto positivo bensì rammentando ai mercato che è «a repentaglio la stabilità dell'euro». Al coro si è aggiunta l'Olanda. Non poteva mancare ovviamente la voce del commissario agli affari economici, Pierre Moscovici: «Italia deve rispettare le regole comuni perché non si può fare ciò che si vuole quando si appartiene alla zona euro», ha detto ieri mattina. «Che il governo italiano voglia mettere in opera un piano contro la povertà e degli investimenti in infrastrutture lo capisco perfettamente e non lo discuto», ha spiegato Moscovici in un'intervista alla radio francese France Info. Ma «non si può fare ciò che si vuole quando si appartiene alla zona euro, perché i governi e gli Stati hanno firmato insieme dei trattati, il patto di stabilità, che impone delle regole comuni. Tutti le hanno rispettate. Se all'improvviso qualcuno dice che queste regole non valgono, parla non solo al popolo ma anche ad altri», ha aggiunto Moscovici. Una lunga sequenza di luoghi comuni che ha anticipato una riunione ufficiale nella quale non è formalmente affrontato il tema della manovra italiana. Infatti, al di là del solito terrorismo, il testo sarà valutato la prossima settimana e finirà sul tavolo dell'Eurogruppo solo il prossimo dicembre. Tant'è che il Mef ha fatto filtrare attraverso le agenzie una velina improntata alla serenità e al dialogo. Discussione caratterizzata dalla «pacatezza dei toni». Secondo fonti del ministero dell'Economia, sentite a Bruxelles, il messaggio portato dal ministro Giovanni Tria è che l'Italia è d'accordo sul rispetto delle regole, che non vuole infrangerle, vuole evitare le tensioni su mercati e spread e proseguire con il dialogo alla ricerca di un compromesso. Tria - almeno così sostengono le agenzie - però ha ribadito e difeso le ragioni della posizione espansiva scelta dal governo sulla manovra, perché la si ritiene necessaria per rilanciare la crescita. Insomma, tutti i messaggi miscelati assieme si trasformano in un concetto unico diffuso dai media italiani. Cioè, l'Eurogruppo ha chiesto a Roma di cambiare la manovra, non c'è scampo. In realtà l'agenda dimostra un'altra cosa. Solo oggi all'Ecofin capiremo come Tria ha gestito l'incontro di ieri. Sul quale è intervenuto persino Giuseppe Conte. «La libertà delle idee è importante, ma da un commissario europeo io mi aspetto che sia molto cauto. Non voglio neppure immaginare che la Commissione sia condizionata da valutazioni di tipo politico», ha detto Conte. «Ci sediamo con l'interlocuzione europea», ha aggiunto, «siamo disponibili a un dialogo franco e costruttivo. Non mi costringete a rispondere a ogni dichiarazione fatta. Alcune di queste, in particolare quelle di Moscovici, riguardano il dibattito politico in corso, ma nulla hanno a che vedere con il dibattito istituzionale nella Commissione». Gianluca De Maio
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
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I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
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Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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