L’alternativa al suicidio di Stato esiste già: è la medicina palliativa
Se la usassimo davvero, finanziandola e creando le strutture che oggi mancano, il malato non affronterebbe più da solo la sua battaglia ma condividerebbe fatiche e problemi. E nessuno chiederebbe più di essere ucciso.

Come spesso diciamo, al peggio non c’è mai limite. Ieri il nostro Paese ha scritto un’altra brutta pagina della propria storia: il primo caso di «suicidio medicalmente assistito». È accaduto a Sinigaglia, nelle Marche. La vittima è un paziente colpito da tetraplegia post-traumatica: condizione clinica di gravissima disabilità (paralisi dei quattro arti) ma con condizioni vitali assolutamente stabilizzate, senza l’ausilio di alcun sostegno meccanico (respirazione e alimentazione/idratazione). Dunque, nulla a che fare con il cancro, con le malattie neurodegenerative e con la cosiddetta «fase terminale».

Perché si tratta di una pessima pagina della nostra storia? Per una ragione molto semplice e chiara: stiamo imboccando la strada per la quale la giurisprudenza, ora, e la legislazione, domani (ma speriamo mai), invece di chiedere ed esigere con forza che tutte le persone disabili e sofferenti vengano aiutate, sostenute, accompagnate ogni giorno ad affrontare le indubbie sofferenze legate al loro stato, propongono e concretizzano l’eliminazione del sofferente. Invece di affrontare con coraggio e umanità il problema, si sta scegliendo la strada di eliminare la fonte stessa del problema.

Penso che la disumanità e l’inciviltà di questo «suicidio legale e di Stato» sia sotto gli occhi di tutti. Immagino già la domanda che il lettore si sta facendo: «Ma se una persona soffre e chiede di essere aiutata a morire, che alternativa ha se non chiedere, appunto, di farla finita?». Proprio qui sta il punto: l’alternativa c’è, esiste, e si chiama «medicina palliativa», la cui fondatrice, Cicely Saunders, chiamò «la terza via», fra i due estremi, entrambi da condannare: l’accanimento terapeutico e l’eutanasia. Cure palliative significano presa in carico totale della persona malata e dei suoi familiari, affrontando insieme tutti gli aspetti della vita quotidiana, da quello medico a quello sociale, psicologico, affettivo e spirituale. Posso affermare, da medico che da oltre 40 anni ha quotidianamente a che fare con le forme più gravi di malattie e disabilità, senza tema di smentita, che chiunque entri nel percorso delle cure palliative si sente amato, sorretto, aiutato, compreso e condiviso, e non chiede di essere ucciso. La relazione di cura non è solo la sedazione del dolore, ma è condividere la «sofferenza» come si condivide un sentiero impervio in montagna: ci si aiuta, ci si dà una mano, non ci si abbandona e, insieme, si affronta ogni problema. Nella quasi totalità dei casi, la richiesta di «farla finita» è assente in chi ha la possibilità di essere adeguatamente curato in un hospice, in reti territoriali domiciliari valide di cure palliative. Sorge spontanea una domanda: se l’assunto di partenza è dare sollievo alla sofferenza, perché lo Stato non investe in un programma di cure palliative, serio, competente, adeguato, disponibile in ogni territorio del nostro Paese? Perché è stata scritta un’ottima legge sulla Medicina palliativa (legge 38/2010) e non è stata adeguatamente finanziata (solo il 20% di quanto sarebbe necessario), provocando disparità sanitarie inaccettabili da Regione a Regione? Perché in Lombardia ci sono 69 Hospice, in Puglia 10, in Campania 8 (secondo i dati di SDA Bocconi del 2017)? Perché a fronte di un tasso di bisogno di cure palliative (posti letto e presidi territoriali domiciliari), l’offerta reale è fra il 10 e il 26%?

Siamo in pieno dibattito parlamentare sul tema della «morte volontaria medicalmente assistita» e con il ddl Bazoli/Provenza, già approvato alla Camera, si sta aprendo la strada alla «morte di Stato» e non sentiamo parlare di una nuova politica sanitaria che davvero si prenda carico delle gravi disabilità, senza nascondersi dietro l’ipocrita giustificazione che «è il malato che sceglie se vivere o morire». Perché nessuno vuole morire, così come nessuno vuole soffrire: la risposta c’è e non è uccidere – anche qui dietro l’ipocrisia del «suicidio» – il sofferente. Una società che voglia essere davvero civile non può inaugurare la «moderna rupe Tarpea» del suicidio medicalmente assistito.

Accadrà anche nel nostro Paese quanto già accade in Olanda o Belgio: la legalizzazione della morte di Stato per qualsiasi motivo … basta richiederla; oppure come sta accadendo nel Regno Unito, ove un giudice decide se un bimbo gravemente malato è degno di vivere oppure no. Con il solito trionfo dell’ipocrisia, arma sicura che mettere tranquille le coscienze: il «miglior interesse» del bimbo … essere ucciso, anche contro il volere dei genitori. Fermiamoci, finché siamo in tempo.

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