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2019-07-08
Ladri di bambini
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Nessuno sa con certezza quanti bambini siano stati sottratti ai loro genitori per decisione di un tribunale. Alcune associazioni di avvocati sostengono che siano oltre 50.000. La Verità si era già occupata del business delle case famiglia (oltre 1 miliardo di euro) e dei conflitti d'interessi tra i gestori di quelle strutture e i giudici onorari, i consulenti dei tribunali, gli assistenti sociali e gli psicologi.
Nei giorni in cui divampano le polemiche per l'inchiesta Angeli e demoni, che in Val d'Enza ha scoperchiato uno sconcertante mercimonio di bimbi, tolti a mamme e papà sulla base di accuse di maltrattamenti costruite a tavolino e affidati anche a coppie omosessuali per puro fanatismo ideologico, abbiamo deciso di raccontarvi alcune storie. Storie tremende, in cui al dolore si mescola però il coraggio dei genitori che continuano a combattere per riabbracciare i figli allontanati. Abbiamo deciso di ascoltare la versione delle famiglie. Di dare voce a chi voce non ne ha. Non possiamo stabilire se queste persone che, per tutelare i minori coinvolti, chiameremo con nomi di fantasia, abbiano ragione o torto. Sappiamo però che, a questo punto, è almeno lecito coltivare il dubbio.
«Il padre era un violento e ora stanno punendo me»
Roma, anno 2013. Diana e il marito si sono lasciati. Da quel momento, l'uomo comincia a manifestare comportamenti violenti verso l'ex moglie, anche di fronte al figlio Giacomo. La separazione all'inizio è consensuale, ma il papà di Giacomo, a febbraio 2013, segnala alla Corte d'appello che la moglie e il bambino hanno dei problemi psicologici. Viene nominata una consulente che prescrive a tutti e tre una terapia (a pagamento, circa 100 euro a seduta) in una Onlus. Particolare da tenere a mente. In quella sede, gli assistenti sociali, sostiene Diana, arrivano ad alterare i resoconti di Giacomo. Lo obbligano a disegnare la pioggia per poi appigliarsi a questo particolare per sostenere che il bimbo è depresso.
Nel 2014, l'ex di Diana ne tenta un'altra. Lei accompagna Giacomo al circolo tennis, lui manda i carabinieri, denunciandola per abbandono di minore e perché, a suo dire, gli impedisce di vedere il piccolo. La denuncia viene archiviata, ma a quel punto interviene il tribunale minorile. Cominciano gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà. Diana ci ha fatto ascoltare alcune registrazioni di quei faccia a faccia strazianti: Giacomo urla, teme che «quello» (così chiama suo padre) possa picchiare di nuovo «mammina». A cavallo tra il 2014 e il 2015, il tribunale rispedisce i tre in terapia presso la stessa Onlus del 2013. Sempre a pagamento. È a quel punto che il legale di Diana scopre gli altarini: a vario titolo, all'associazione sono legati l'avvocato dell'ex marito, la consulente del tribunale e persino gli assistenti sociali che stavano seguendo la famiglia.
Nel 2016, gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà vengono sospesi. In una relazione, infatti, la ctu, ossia la consulente del tribunale, scrive che il contesto e «la qualità della relazione» tra i due sono «così deteriorati» da rendere gli incontri «inumani». Ma allo stesso tempo, la consulente si scaglia anche contro Diana, definendola una madre «simbiotica» ed evidenziando un «conflitto di lealtà» con Giacomo, che avrebbe con la donna un rapporto «fusionale», morboso. Pochi giorni dopo l'uscita di questo rapporto, nonostante sia il papà quello cui gli psicologi, durante gli incontri protetti, avevano già diagnosticato un «disturbo del pensiero», la tendenza a fare del male al figlio pur di far soffrire l'ex moglie, il giudice minorile emette un decreto d'urgenza. E colloca Giacomo in una casa famiglia. «Per portarlo in comunità», ci racconta Diana, «hanno fatto un blitz a scuola. Otto uomini delle forze dell'ordine che lo hanno preso di peso e lo hanno trascinato lì».
Il calvario non è finito. Giacomo, infatti, è celiaco, ma nella casa famiglia gli viene somministrato cibo con glutine. Diana ci ha mostrato le tremende foto risalenti a quel periodo, con le mani e le giunture del piccolo coperte di piaghe. «La struttura consegnava sempre relazioni positive, diceva che mio figlio stava migliorando», ricorda la donna. «E invece, un'ispezione del Procuratore e poi di Nas e Asl ha accertato che gli stavano facendo mangiare cibo con glutine». Finalmente, Giacomo esce dalla casa famiglia e, nel 2017, viene collocato nella casa della madre di Diana. In Toscana. «Ma andava bene così. Potevo vederlo, almeno». Solo che l'assistente sociale scrive una relazione - «falsa», assicura Diana - in cui sostiene che la donna dava in escandescenze durante gli incontri, che apriva il frigorifero della madre e buttava per terra le pietanze incompatibili con la celiachia del bimbo. «Fa copia-incolla con il rapporto dei precedenti consulenti, tira fuori il conflitto di lealtà, dice che io destabilizzo Giacomo».
Risultato? Da due anni, Diana può vedere il figlio, che oggi ha 13 anni, una volta ogni 15 giorni, per un'ora, videoregistrata e in presenza di un educatore. «Il padre, invece, può andare a prenderlo quando vuole e portarlo dove vuole».
«Mia moglie non ha retto. Si è lanciata dal balcone»
Patrizia vive a Torino, ha un marito con cui va d'amore e d'accordo e tre figli. Però, a 47 anni, è costretta a portare un apparecchio acustico. Ed è stata malata oncologica: ha dovuto lottare contro un tumore all'utero, uno alla bocca e un osteoma. Quei mali li ha sconfitti. È al sistema dei servizi sociali, invece, che è dovuta soccombere.
Durante la malattia, Patrizia e il marito li avevano interpellati per chiedere un aiuto con i loro bambini: «Ma mi avevano risposto che non c'erano abbastanza fondi per mandarmi a casa qualcuno che mi desse una mano». Nel frattempo, però, parte la solita procedura: l'assistente sociale va a casa di Patrizia e scrive al giudice minorile che la donna abbandona i figli in cortile, passa la giornata a dormire («ci credo che mi riposavo, ero malata!», ci dice lei). E aggiungono che il marito conserva una collezione di film porno, che i figli, due maschi e una femmina, hanno trovato e si sono messi a guardare. «Era tutto falso», assicura Patrizia. Fatto sta che i suoi tre ragazzi vengono allontanati. È il 2013. Anche lei, proprio come Diana a Roma, racconta: «Sono andati a fare un blitz a scuola, li hanno prelevati lì. Quando l'ho saputo, mi sono messa in ginocchio davanti all'assistente sociale. La imploravo: “Ma perché l'hai fatto?"». A un certo punto, uno dei tre bambini, Fabrizio, 8 anni, viene trasferito in una casa famiglia di Asti. Ai genitori viene proibito di vederlo. Ma Patrizia, che ha retto a tre cancri e alla sordità, non s'arrende. Riesce a mettersi in contatto con una mamma, ospite della struttura insieme al proprio figlio. Questa signora riferisce a Patrizia che Fabrizio viene minacciato, insultato e umiliato dagli operatori della comunità. «E a un certo punto sono venuta a sapere anche che si era messo a fumare. A 8 anni». Patrizia si ribella: «Ho fatto un bordello, ho denunciato tutti», riferisce. Da quel momento, ai genitori viene finalmente consentito di rivedere Fabrizia. «Quando l'ho riabbracciato, l'ho trovato sporco e trascurato. Poi, per fortuna, lo hanno trasferito in un'altra struttura a Moncalieri, dove Fabrizio si è trovato benissimo. I suoi fratelli me li hanno restituiti nel 2016, lui lo scorso anno. E quando il giudice ha conosciuto me e mio marito, mi ha detto: “Signora, ma io non sapevo che lei fosse malata". Capito? Nessuno gli aveva detto che ero una paziente oncologica. Ma se togliete i figli alla gente, almeno informatevi prima!».
Ben più tragico il destino di un'amica di Patrizia, Mara. Suo marito ci racconta che la donna «aveva dei disturbi. Era bipolare. Aveva alti e bassi. Ma amava sua figlia. Non le avrebbe mai fatto del male. Finché una sera, nel 2013, io e lei litighiamo di brutto, in assenza della piccola Alice. I vicini forse si spaventano, chiamano i carabinieri e loro, quasi seduta stante, ci tolgono Alice. Ci hanno anche detto che il nostro era l'unico caso di allontanamento richiesto dalle forze dell'ordine. E invece dopo abbiamo scoperto che i servizi sociali ci monitoravano già da due anni, perché per nostra figlia avevamo chiesto l'aiuto di un educatore una volta a settimana». La situazione precipita. Alice resta in comunità per 6 anni. «E intanto, i servizi sociali costringono me e mia moglie a vivere separati e fanno relazioni pesantissime su Mara. Un giorno, uno psicologo le ha detto: “Signora, lei è malata, non doveva nemmeno diventare madre"... Ma vi rendete conto?». Mara, che ha già le sue fragilità, non regge: nel 2017 si è gettata dal balcone della casa di sua madre. «È morta dopo 65 giorni di agonia. Aveva 40 anni ed era una ragazza bellissima. Nemmeno tre mesi dopo, arriva la relazione dei servizi sociali: problema risolto, mia figlia Alice può tornare a casa. Capito? Il “problema" era mia moglie. Morta lei, per loro era tutto a posto». Oggi Alice ha 16 anni. E questo dolore se lo porterà dentro per sempre.
«Noi accusati di non averle dato da bere. Siamo lontani da 5 anni»
Elisa e Marcello vivono nel Modenese, nella zona del terremoto del 2012. È l'area che fu già investita dallo scandalo dell'inchiesta Veleno: l'invenzione, a fine anni Novanta, di numerosi casi di abusi, omicidi e riti satanici commessi sui figli da decine di famiglie della Bassa Modenese. Mamme e papà distrutti per nulla, una vergogna denunciata dal giornalista Pablo Trincia e che costituisce, a tutti gli effetti, un precedente di Angeli e demoni.
Torniamo a Elisa e Marcello, due persone educatissime, dignitose, afflitte purtroppo da alcune malattie che si sono tradotte, per la donna, nel riconoscimento del 50% di invalidità e, per il marito, dell'85%. «Nostra figlia, Angela, nacque prematura», ci raccontano. «Un mese dopo il parto, le fu diagnosticata l'epilessia. Perciò, la bimba doveva stare costantemente in terapia. Poi, superata l'epilessia, sono cominciate le gastroenteriti ricorrenti». Elisa e Marcello erano costretti ad assentarsi spesso dal lavoro per stare vicini alla loro piccola. Finché quel lavoro non l'hanno perso: «Siamo stati licenziati. Così, ci siamo rivolti al Comune per un aiuto». E da lì scatta la trafila dei servizi sociali. La famiglia inizia a essere monitorata. Alla fine, succede l'imponderabile. «Faccio una premessa», spiega papà Marcello: «Aavevamo insegnato ad Angela, che aveva circa tre anni, come andare al rubinetto con la brocchetta dell'acqua per prendersi da bere. Un sabato», prosegue l'uomo, «mia figlia dice: “Papà, ho sete, prendimi l'acqua". E io: “Su Angela, prendila da sola: ora sei capace". Una cosa normale, un padre che spinge la figlioletta a rendersi autonoma. Solo che, tre mesi dopo, Angela aveva avuto un nuovo attacco di gastroenterite. Si era disidratata ed era finita in ospedale. Leggendo i referti, è partita l'accusa dell'assistente sociale a me e mia moglie: “Voi non le date da bere". In pratica, questo psicologo ha collegato una disidratazione dovuta alla gastroenterite e al vomito, con il fatto che noi chiedevamo ad Angela di versarsi l'acqua da sola».
Di lì all'ingresso in casa famiglia, il passo è breve. Anche perché, come ha illustrato alla Verità l'avvocato Marco Meliti, esperto dei casi di allontanamento dei minori, «per collocare un bimbo in una comunità ci vuole poco. I servizi sociali segnalano l'emergenza e il tribunale di solito si attiene alla segnalazione con un decreto d'urgenza. Per i ricorsi dei genitori, invece, i tempi sono quelli di un processo vero e proprio. E, intanto, il danno è fatto: i figli trascorrono mesi nelle case famiglia». Undici mesi, per l'esattezza, nel caso di Angela. Che non è mai più tornata a casa: «Al termine di quel periodo, nostra figlia è stata dichiarata adottabile», ci riferiscono Elisa e Marcello. «Eppure, ci eravamo rimessi in carreggiata. Abbiamo ricominciato a lavorare in un negozietto di famiglia». D'altro canto, «se due genitori hanno problemi economici, non è meglio aiutarli, piuttosto che togliere loro i figli?», ci dice l'avvocato Cristina Franceschini, dell'associazione Finalmente liberi, da anni in trincea per restituire i bambini «rubati» a mamme e papà.
«Certo», ammette Marcello, «nel nostro caso c'è stato l'errore della sorella di mia moglie, con la quale infatti abbiamo troncato i rapporti: lei, forse per paura della responsabilità, ha rifiutato di adottare Angela, che quindi è finita in una famiglia di estranei. Sono passati 5 anni dall'ultima volta che abbiamo visto la bimba». Elisa e Marcello si sentono traditi dalle istituzioni: «In Appello, l'avvocato del Comune ci ha trattati come fossimo Bonnie e Clyde. Ci è stata negata una ctu. Ci hanno praticamente accusati di essere degli svitati, perché ci siamo sposati in abiti rinascimentali, peraltro elogiati dal Comune stesso per aver voluto inscenare la rievocazione storica. Vi prego», conclude Marcello, cui fa eco la moglie: «Voi giornalisti scavate nel mondo marcio degli affidi».
«L’ho visto l’ultima volta 3 anni fa. La sua è un’adozione mascherata»
Una premessa: Marta, una ragazza che risiede nell'Anconetano, ha vissuto il dramma dell'allontanamento dalla famiglia due volte. Prima, da piccola: lei e i suoi fratelli furono sottratti ai genitori biologici. Anni dopo, la decisione del tribunale fu dichiarata illegittima. Il danno, però, era fatto: lei ormai era maggiorenne, i fratelli erano stati adottati da altre famiglie e avevano pure cambiato cognome. Uno di loro, oggi, non vuole neppure rivolgerle parola.
La seconda volta è successo quando è diventata madre. Nel 2008, ha avuto un primo figlio, Marco, da un compagno violento e perciò è finita in una comunità per donne vittime di abusi. Poi, un nuovo amore. Una nuova gravidanza: una bambina. «Ma forse non so scegliermi gli uomini», ci dice come se provasse vergogna. Perché anche il suo secondo compagno la picchia. E, «forse per liberarsi di un bambino che non era il suo», o per rovinarle la vita, nel 2014 la denuncia. Sostiene che Marta, in quel momento incinta di 7 mesi, ha maltrattato il figlio avuto dall'ex. «L'assistente sociale non s'è neppure preoccupata di verificare le accuse. Mi ha detto: “Mica sono una poliziotta...". A quel punto, io ho chiesto di entrare in casa famiglia con i miei figli». Ma in comunità, il bimbo Marco viene malmenato dagli ospiti più grandicelli «e forse anche da un assistente sociale. Nel referto del medico sugli ultimi lividi, c'era scritto che quelli di Marco erano “segni di contenimento". Chi altro poteva farglieli se non uno degli educatori?».
Dopo circa un anno, nel 2015, Marta, Marco e la sua bambina, Lucia, stanno per uscire dalla casa famiglia. Ma all'improvviso arriva un decreto del tribunale, che colloca il figlio presso una famiglia estranea e la bimba con il papà. L'affido dovrebbe essere temporaneo. Ma «è dal 24 agosto del 2016 che non vedo il mio Marco», ci riferisce Marta. «A un certo punto, gli assistenti sociali hanno interrotto gli incontri protetti. Io avevo fatto ricorso, ma la consulente del tribunale, che a me diceva “stai tranquilla, sei una mamma positiva e stimolante per tuo figlio, dirò al giudice di tenerne conto", in realtà aveva presentato una relazione negativa». Quella di Marco, secondo la madre, è «un'adozione mascherata. Lui è stato affidato a una famiglia molto nota in zona, che in passato ha già adottato altri bambini».
Ed è qui che sorgono gli atroci sospetti di Marta, alla quale abbiamo chiesto perché, a suo parere, gli assistenti sociali si siano tanto accaniti contro di lei. «Io penso che Marco fosse stato già “promesso" a quella famiglia...», che, stando a quanto racconta, di ragazzini ne ha avuti già sei o sette. Con i relativi contributi economici. Anche per questo, Marta ammette: «Mi sento sfiduciata. Non credo che riabbraccerò mai più Marco». Ecco. Così si consuma il destino beffardo di una donna che, bambina, fu strappata dai suoi genitori. E, adulta, rivive il dramma di un figlio che insieme a lei ha sofferto le pene dell'inferno, il rapporto deteriorato con l'ex marito di Marta, il periodo in casa famiglia, le botte dei bulli e ora l'adozione «mascherata». Una prassi che, come ha spiegato alla Verità un avvocato combattivo, che opera soprattutto nel tribunale minorile di Bologna, Francesco Miraglia, «è estremamente diffusa in Italia. Basta digitare su Google per rendersene conto». Noi l'abbiamo fatto: i risultati di una rapidissima ricerca superano il milione e 300.000 tra articoli e report.
Oggi, a Marta rimane solo la figlia più piccola. Ma anche con quest'ultima non mancano i problemi, perché la custodia della bambina la condivide con il suo ex compagno. Difatti, tra un non detto e un silenzio che restituisce il senso di orrore che sta provando, ci rendiamo conto che Marta sospetta che il padre abusi della ragazzina. «Sono attenzioni non dovute, oppure è qualcosa di più?», proviamo chiedere a questa donna provata, quasi atterrata dai patimenti di una vita sfortunata. «Stiamo parlando di genitali arrossati...», dice con un filo di voce. Anche su questi episodi sono in corso accertamenti da parte di un consulente del tribunale. Anche per Lucia potrebbe cominciare un calvario.
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Dopo lo scandalo scoppiato in Val d'Enza, con i minori sottratti a genitori accusati falsamente di violenze, «La Verità» decide di dare voce alle famiglie distrutte, a mamme e papà cui hanno tolto i figli, che stanno passando pene indicibili e sono convinti di aver subito ingiustizie dai servizi sociali e dai tribunali. A monte degli affidi, a volte ci sono crisi di coppia, altre volte i piccoli vengono allontanati per cause socioeconomiche. Roma, Torino, Modena, Ancona: quattro storie per riflettere. Lo speciale contiene cinque articoli. Nessuno sa con certezza quanti bambini siano stati sottratti ai loro genitori per decisione di un tribunale. Alcune associazioni di avvocati sostengono che siano oltre 50.000. La Verità si era già occupata del business delle case famiglia (oltre 1 miliardo di euro) e dei conflitti d'interessi tra i gestori di quelle strutture e i giudici onorari, i consulenti dei tribunali, gli assistenti sociali e gli psicologi. Nei giorni in cui divampano le polemiche per l'inchiesta Angeli e demoni, che in Val d'Enza ha scoperchiato uno sconcertante mercimonio di bimbi, tolti a mamme e papà sulla base di accuse di maltrattamenti costruite a tavolino e affidati anche a coppie omosessuali per puro fanatismo ideologico, abbiamo deciso di raccontarvi alcune storie. Storie tremende, in cui al dolore si mescola però il coraggio dei genitori che continuano a combattere per riabbracciare i figli allontanati. Abbiamo deciso di ascoltare la versione delle famiglie. Di dare voce a chi voce non ne ha. Non possiamo stabilire se queste persone che, per tutelare i minori coinvolti, chiameremo con nomi di fantasia, abbiano ragione o torto. Sappiamo però che, a questo punto, è almeno lecito coltivare il dubbio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ladri-di-bambini-2639117980.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="il-padre-era-un-violento-e-ora-stanno-punendo-me" data-post-id="2639117980" data-published-at="1767751141" data-use-pagination="False"> «Il padre era un violento e ora stanno punendo me» Roma, anno 2013. Diana e il marito si sono lasciati. Da quel momento, l'uomo comincia a manifestare comportamenti violenti verso l'ex moglie, anche di fronte al figlio Giacomo. La separazione all'inizio è consensuale, ma il papà di Giacomo, a febbraio 2013, segnala alla Corte d'appello che la moglie e il bambino hanno dei problemi psicologici. Viene nominata una consulente che prescrive a tutti e tre una terapia (a pagamento, circa 100 euro a seduta) in una Onlus. Particolare da tenere a mente. In quella sede, gli assistenti sociali, sostiene Diana, arrivano ad alterare i resoconti di Giacomo. Lo obbligano a disegnare la pioggia per poi appigliarsi a questo particolare per sostenere che il bimbo è depresso. Nel 2014, l'ex di Diana ne tenta un'altra. Lei accompagna Giacomo al circolo tennis, lui manda i carabinieri, denunciandola per abbandono di minore e perché, a suo dire, gli impedisce di vedere il piccolo. La denuncia viene archiviata, ma a quel punto interviene il tribunale minorile. Cominciano gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà. Diana ci ha fatto ascoltare alcune registrazioni di quei faccia a faccia strazianti: Giacomo urla, teme che «quello» (così chiama suo padre) possa picchiare di nuovo «mammina». A cavallo tra il 2014 e il 2015, il tribunale rispedisce i tre in terapia presso la stessa Onlus del 2013. Sempre a pagamento. È a quel punto che il legale di Diana scopre gli altarini: a vario titolo, all'associazione sono legati l'avvocato dell'ex marito, la consulente del tribunale e persino gli assistenti sociali che stavano seguendo la famiglia. Nel 2016, gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà vengono sospesi. In una relazione, infatti, la ctu, ossia la consulente del tribunale, scrive che il contesto e «la qualità della relazione» tra i due sono «così deteriorati» da rendere gli incontri «inumani». Ma allo stesso tempo, la consulente si scaglia anche contro Diana, definendola una madre «simbiotica» ed evidenziando un «conflitto di lealtà» con Giacomo, che avrebbe con la donna un rapporto «fusionale», morboso. Pochi giorni dopo l'uscita di questo rapporto, nonostante sia il papà quello cui gli psicologi, durante gli incontri protetti, avevano già diagnosticato un «disturbo del pensiero», la tendenza a fare del male al figlio pur di far soffrire l'ex moglie, il giudice minorile emette un decreto d'urgenza. E colloca Giacomo in una casa famiglia. «Per portarlo in comunità», ci racconta Diana, «hanno fatto un blitz a scuola. Otto uomini delle forze dell'ordine che lo hanno preso di peso e lo hanno trascinato lì». Il calvario non è finito. Giacomo, infatti, è celiaco, ma nella casa famiglia gli viene somministrato cibo con glutine. Diana ci ha mostrato le tremende foto risalenti a quel periodo, con le mani e le giunture del piccolo coperte di piaghe. «La struttura consegnava sempre relazioni positive, diceva che mio figlio stava migliorando», ricorda la donna. «E invece, un'ispezione del Procuratore e poi di Nas e Asl ha accertato che gli stavano facendo mangiare cibo con glutine». Finalmente, Giacomo esce dalla casa famiglia e, nel 2017, viene collocato nella casa della madre di Diana. In Toscana. «Ma andava bene così. Potevo vederlo, almeno». Solo che l'assistente sociale scrive una relazione - «falsa», assicura Diana - in cui sostiene che la donna dava in escandescenze durante gli incontri, che apriva il frigorifero della madre e buttava per terra le pietanze incompatibili con la celiachia del bimbo. «Fa copia-incolla con il rapporto dei precedenti consulenti, tira fuori il conflitto di lealtà, dice che io destabilizzo Giacomo». Risultato? Da due anni, Diana può vedere il figlio, che oggi ha 13 anni, una volta ogni 15 giorni, per un'ora, videoregistrata e in presenza di un educatore. «Il padre, invece, può andare a prenderlo quando vuole e portarlo dove vuole». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ladri-di-bambini-2639117980.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="mia-moglie-non-ha-retto-si-e-lanciata-dal-balcone" data-post-id="2639117980" data-published-at="1767751141" data-use-pagination="False"> «Mia moglie non ha retto. Si è lanciata dal balcone» Patrizia vive a Torino, ha un marito con cui va d'amore e d'accordo e tre figli. Però, a 47 anni, è costretta a portare un apparecchio acustico. Ed è stata malata oncologica: ha dovuto lottare contro un tumore all'utero, uno alla bocca e un osteoma. Quei mali li ha sconfitti. È al sistema dei servizi sociali, invece, che è dovuta soccombere. Durante la malattia, Patrizia e il marito li avevano interpellati per chiedere un aiuto con i loro bambini: «Ma mi avevano risposto che non c'erano abbastanza fondi per mandarmi a casa qualcuno che mi desse una mano». Nel frattempo, però, parte la solita procedura: l'assistente sociale va a casa di Patrizia e scrive al giudice minorile che la donna abbandona i figli in cortile, passa la giornata a dormire («ci credo che mi riposavo, ero malata!», ci dice lei). E aggiungono che il marito conserva una collezione di film porno, che i figli, due maschi e una femmina, hanno trovato e si sono messi a guardare. «Era tutto falso», assicura Patrizia. Fatto sta che i suoi tre ragazzi vengono allontanati. È il 2013. Anche lei, proprio come Diana a Roma, racconta: «Sono andati a fare un blitz a scuola, li hanno prelevati lì. Quando l'ho saputo, mi sono messa in ginocchio davanti all'assistente sociale. La imploravo: “Ma perché l'hai fatto?"». A un certo punto, uno dei tre bambini, Fabrizio, 8 anni, viene trasferito in una casa famiglia di Asti. Ai genitori viene proibito di vederlo. Ma Patrizia, che ha retto a tre cancri e alla sordità, non s'arrende. Riesce a mettersi in contatto con una mamma, ospite della struttura insieme al proprio figlio. Questa signora riferisce a Patrizia che Fabrizio viene minacciato, insultato e umiliato dagli operatori della comunità. «E a un certo punto sono venuta a sapere anche che si era messo a fumare. A 8 anni». Patrizia si ribella: «Ho fatto un bordello, ho denunciato tutti», riferisce. Da quel momento, ai genitori viene finalmente consentito di rivedere Fabrizia. «Quando l'ho riabbracciato, l'ho trovato sporco e trascurato. Poi, per fortuna, lo hanno trasferito in un'altra struttura a Moncalieri, dove Fabrizio si è trovato benissimo. I suoi fratelli me li hanno restituiti nel 2016, lui lo scorso anno. E quando il giudice ha conosciuto me e mio marito, mi ha detto: “Signora, ma io non sapevo che lei fosse malata". Capito? Nessuno gli aveva detto che ero una paziente oncologica. Ma se togliete i figli alla gente, almeno informatevi prima!». Ben più tragico il destino di un'amica di Patrizia, Mara. Suo marito ci racconta che la donna «aveva dei disturbi. Era bipolare. Aveva alti e bassi. Ma amava sua figlia. Non le avrebbe mai fatto del male. Finché una sera, nel 2013, io e lei litighiamo di brutto, in assenza della piccola Alice. I vicini forse si spaventano, chiamano i carabinieri e loro, quasi seduta stante, ci tolgono Alice. Ci hanno anche detto che il nostro era l'unico caso di allontanamento richiesto dalle forze dell'ordine. E invece dopo abbiamo scoperto che i servizi sociali ci monitoravano già da due anni, perché per nostra figlia avevamo chiesto l'aiuto di un educatore una volta a settimana». La situazione precipita. Alice resta in comunità per 6 anni. «E intanto, i servizi sociali costringono me e mia moglie a vivere separati e fanno relazioni pesantissime su Mara. Un giorno, uno psicologo le ha detto: “Signora, lei è malata, non doveva nemmeno diventare madre"... Ma vi rendete conto?». Mara, che ha già le sue fragilità, non regge: nel 2017 si è gettata dal balcone della casa di sua madre. «È morta dopo 65 giorni di agonia. Aveva 40 anni ed era una ragazza bellissima. Nemmeno tre mesi dopo, arriva la relazione dei servizi sociali: problema risolto, mia figlia Alice può tornare a casa. Capito? Il “problema" era mia moglie. Morta lei, per loro era tutto a posto». Oggi Alice ha 16 anni. 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Torniamo a Elisa e Marcello, due persone educatissime, dignitose, afflitte purtroppo da alcune malattie che si sono tradotte, per la donna, nel riconoscimento del 50% di invalidità e, per il marito, dell'85%. «Nostra figlia, Angela, nacque prematura», ci raccontano. «Un mese dopo il parto, le fu diagnosticata l'epilessia. Perciò, la bimba doveva stare costantemente in terapia. Poi, superata l'epilessia, sono cominciate le gastroenteriti ricorrenti». Elisa e Marcello erano costretti ad assentarsi spesso dal lavoro per stare vicini alla loro piccola. Finché quel lavoro non l'hanno perso: «Siamo stati licenziati. Così, ci siamo rivolti al Comune per un aiuto». E da lì scatta la trafila dei servizi sociali. La famiglia inizia a essere monitorata. Alla fine, succede l'imponderabile. «Faccio una premessa», spiega papà Marcello: «Aavevamo insegnato ad Angela, che aveva circa tre anni, come andare al rubinetto con la brocchetta dell'acqua per prendersi da bere. Un sabato», prosegue l'uomo, «mia figlia dice: “Papà, ho sete, prendimi l'acqua". E io: “Su Angela, prendila da sola: ora sei capace". Una cosa normale, un padre che spinge la figlioletta a rendersi autonoma. Solo che, tre mesi dopo, Angela aveva avuto un nuovo attacco di gastroenterite. Si era disidratata ed era finita in ospedale. Leggendo i referti, è partita l'accusa dell'assistente sociale a me e mia moglie: “Voi non le date da bere". In pratica, questo psicologo ha collegato una disidratazione dovuta alla gastroenterite e al vomito, con il fatto che noi chiedevamo ad Angela di versarsi l'acqua da sola». Di lì all'ingresso in casa famiglia, il passo è breve. Anche perché, come ha illustrato alla Verità l'avvocato Marco Meliti, esperto dei casi di allontanamento dei minori, «per collocare un bimbo in una comunità ci vuole poco. I servizi sociali segnalano l'emergenza e il tribunale di solito si attiene alla segnalazione con un decreto d'urgenza. Per i ricorsi dei genitori, invece, i tempi sono quelli di un processo vero e proprio. E, intanto, il danno è fatto: i figli trascorrono mesi nelle case famiglia». Undici mesi, per l'esattezza, nel caso di Angela. Che non è mai più tornata a casa: «Al termine di quel periodo, nostra figlia è stata dichiarata adottabile», ci riferiscono Elisa e Marcello. «Eppure, ci eravamo rimessi in carreggiata. Abbiamo ricominciato a lavorare in un negozietto di famiglia». D'altro canto, «se due genitori hanno problemi economici, non è meglio aiutarli, piuttosto che togliere loro i figli?», ci dice l'avvocato Cristina Franceschini, dell'associazione Finalmente liberi, da anni in trincea per restituire i bambini «rubati» a mamme e papà. «Certo», ammette Marcello, «nel nostro caso c'è stato l'errore della sorella di mia moglie, con la quale infatti abbiamo troncato i rapporti: lei, forse per paura della responsabilità, ha rifiutato di adottare Angela, che quindi è finita in una famiglia di estranei. Sono passati 5 anni dall'ultima volta che abbiamo visto la bimba». Elisa e Marcello si sentono traditi dalle istituzioni: «In Appello, l'avvocato del Comune ci ha trattati come fossimo Bonnie e Clyde. Ci è stata negata una ctu. Ci hanno praticamente accusati di essere degli svitati, perché ci siamo sposati in abiti rinascimentali, peraltro elogiati dal Comune stesso per aver voluto inscenare la rievocazione storica. Vi prego», conclude Marcello, cui fa eco la moglie: «Voi giornalisti scavate nel mondo marcio degli affidi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ladri-di-bambini-2639117980.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lho-visto-lultima-volta-3-anni-fa-la-sua-e-unadozione-mascherata" data-post-id="2639117980" data-published-at="1767751141" data-use-pagination="False"> «L’ho visto l’ultima volta 3 anni fa. La sua è un’adozione mascherata» Una premessa: Marta, una ragazza che risiede nell'Anconetano, ha vissuto il dramma dell'allontanamento dalla famiglia due volte. Prima, da piccola: lei e i suoi fratelli furono sottratti ai genitori biologici. Anni dopo, la decisione del tribunale fu dichiarata illegittima. Il danno, però, era fatto: lei ormai era maggiorenne, i fratelli erano stati adottati da altre famiglie e avevano pure cambiato cognome. Uno di loro, oggi, non vuole neppure rivolgerle parola. La seconda volta è successo quando è diventata madre. Nel 2008, ha avuto un primo figlio, Marco, da un compagno violento e perciò è finita in una comunità per donne vittime di abusi. Poi, un nuovo amore. Una nuova gravidanza: una bambina. «Ma forse non so scegliermi gli uomini», ci dice come se provasse vergogna. Perché anche il suo secondo compagno la picchia. E, «forse per liberarsi di un bambino che non era il suo», o per rovinarle la vita, nel 2014 la denuncia. Sostiene che Marta, in quel momento incinta di 7 mesi, ha maltrattato il figlio avuto dall'ex. «L'assistente sociale non s'è neppure preoccupata di verificare le accuse. Mi ha detto: “Mica sono una poliziotta...". A quel punto, io ho chiesto di entrare in casa famiglia con i miei figli». Ma in comunità, il bimbo Marco viene malmenato dagli ospiti più grandicelli «e forse anche da un assistente sociale. Nel referto del medico sugli ultimi lividi, c'era scritto che quelli di Marco erano “segni di contenimento". Chi altro poteva farglieli se non uno degli educatori?». Dopo circa un anno, nel 2015, Marta, Marco e la sua bambina, Lucia, stanno per uscire dalla casa famiglia. Ma all'improvviso arriva un decreto del tribunale, che colloca il figlio presso una famiglia estranea e la bimba con il papà. L'affido dovrebbe essere temporaneo. Ma «è dal 24 agosto del 2016 che non vedo il mio Marco», ci riferisce Marta. «A un certo punto, gli assistenti sociali hanno interrotto gli incontri protetti. Io avevo fatto ricorso, ma la consulente del tribunale, che a me diceva “stai tranquilla, sei una mamma positiva e stimolante per tuo figlio, dirò al giudice di tenerne conto", in realtà aveva presentato una relazione negativa». Quella di Marco, secondo la madre, è «un'adozione mascherata. Lui è stato affidato a una famiglia molto nota in zona, che in passato ha già adottato altri bambini». Ed è qui che sorgono gli atroci sospetti di Marta, alla quale abbiamo chiesto perché, a suo parere, gli assistenti sociali si siano tanto accaniti contro di lei. «Io penso che Marco fosse stato già “promesso" a quella famiglia...», che, stando a quanto racconta, di ragazzini ne ha avuti già sei o sette. Con i relativi contributi economici. Anche per questo, Marta ammette: «Mi sento sfiduciata. Non credo che riabbraccerò mai più Marco». Ecco. Così si consuma il destino beffardo di una donna che, bambina, fu strappata dai suoi genitori. E, adulta, rivive il dramma di un figlio che insieme a lei ha sofferto le pene dell'inferno, il rapporto deteriorato con l'ex marito di Marta, il periodo in casa famiglia, le botte dei bulli e ora l'adozione «mascherata». Una prassi che, come ha spiegato alla Verità un avvocato combattivo, che opera soprattutto nel tribunale minorile di Bologna, Francesco Miraglia, «è estremamente diffusa in Italia. Basta digitare su Google per rendersene conto». Noi l'abbiamo fatto: i risultati di una rapidissima ricerca superano il milione e 300.000 tra articoli e report. Oggi, a Marta rimane solo la figlia più piccola. Ma anche con quest'ultima non mancano i problemi, perché la custodia della bambina la condivide con il suo ex compagno. Difatti, tra un non detto e un silenzio che restituisce il senso di orrore che sta provando, ci rendiamo conto che Marta sospetta che il padre abusi della ragazzina. «Sono attenzioni non dovute, oppure è qualcosa di più?», proviamo chiedere a questa donna provata, quasi atterrata dai patimenti di una vita sfortunata. «Stiamo parlando di genitali arrossati...», dice con un filo di voce. Anche su questi episodi sono in corso accertamenti da parte di un consulente del tribunale. Anche per Lucia potrebbe cominciare un calvario.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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