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2019-07-08
Ladri di bambini
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Nessuno sa con certezza quanti bambini siano stati sottratti ai loro genitori per decisione di un tribunale. Alcune associazioni di avvocati sostengono che siano oltre 50.000. La Verità si era già occupata del business delle case famiglia (oltre 1 miliardo di euro) e dei conflitti d'interessi tra i gestori di quelle strutture e i giudici onorari, i consulenti dei tribunali, gli assistenti sociali e gli psicologi.
Nei giorni in cui divampano le polemiche per l'inchiesta Angeli e demoni, che in Val d'Enza ha scoperchiato uno sconcertante mercimonio di bimbi, tolti a mamme e papà sulla base di accuse di maltrattamenti costruite a tavolino e affidati anche a coppie omosessuali per puro fanatismo ideologico, abbiamo deciso di raccontarvi alcune storie. Storie tremende, in cui al dolore si mescola però il coraggio dei genitori che continuano a combattere per riabbracciare i figli allontanati. Abbiamo deciso di ascoltare la versione delle famiglie. Di dare voce a chi voce non ne ha. Non possiamo stabilire se queste persone che, per tutelare i minori coinvolti, chiameremo con nomi di fantasia, abbiano ragione o torto. Sappiamo però che, a questo punto, è almeno lecito coltivare il dubbio.
«Il padre era un violento e ora stanno punendo me»
Roma, anno 2013. Diana e il marito si sono lasciati. Da quel momento, l'uomo comincia a manifestare comportamenti violenti verso l'ex moglie, anche di fronte al figlio Giacomo. La separazione all'inizio è consensuale, ma il papà di Giacomo, a febbraio 2013, segnala alla Corte d'appello che la moglie e il bambino hanno dei problemi psicologici. Viene nominata una consulente che prescrive a tutti e tre una terapia (a pagamento, circa 100 euro a seduta) in una Onlus. Particolare da tenere a mente. In quella sede, gli assistenti sociali, sostiene Diana, arrivano ad alterare i resoconti di Giacomo. Lo obbligano a disegnare la pioggia per poi appigliarsi a questo particolare per sostenere che il bimbo è depresso.
Nel 2014, l'ex di Diana ne tenta un'altra. Lei accompagna Giacomo al circolo tennis, lui manda i carabinieri, denunciandola per abbandono di minore e perché, a suo dire, gli impedisce di vedere il piccolo. La denuncia viene archiviata, ma a quel punto interviene il tribunale minorile. Cominciano gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà. Diana ci ha fatto ascoltare alcune registrazioni di quei faccia a faccia strazianti: Giacomo urla, teme che «quello» (così chiama suo padre) possa picchiare di nuovo «mammina». A cavallo tra il 2014 e il 2015, il tribunale rispedisce i tre in terapia presso la stessa Onlus del 2013. Sempre a pagamento. È a quel punto che il legale di Diana scopre gli altarini: a vario titolo, all'associazione sono legati l'avvocato dell'ex marito, la consulente del tribunale e persino gli assistenti sociali che stavano seguendo la famiglia.
Nel 2016, gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà vengono sospesi. In una relazione, infatti, la ctu, ossia la consulente del tribunale, scrive che il contesto e «la qualità della relazione» tra i due sono «così deteriorati» da rendere gli incontri «inumani». Ma allo stesso tempo, la consulente si scaglia anche contro Diana, definendola una madre «simbiotica» ed evidenziando un «conflitto di lealtà» con Giacomo, che avrebbe con la donna un rapporto «fusionale», morboso. Pochi giorni dopo l'uscita di questo rapporto, nonostante sia il papà quello cui gli psicologi, durante gli incontri protetti, avevano già diagnosticato un «disturbo del pensiero», la tendenza a fare del male al figlio pur di far soffrire l'ex moglie, il giudice minorile emette un decreto d'urgenza. E colloca Giacomo in una casa famiglia. «Per portarlo in comunità», ci racconta Diana, «hanno fatto un blitz a scuola. Otto uomini delle forze dell'ordine che lo hanno preso di peso e lo hanno trascinato lì».
Il calvario non è finito. Giacomo, infatti, è celiaco, ma nella casa famiglia gli viene somministrato cibo con glutine. Diana ci ha mostrato le tremende foto risalenti a quel periodo, con le mani e le giunture del piccolo coperte di piaghe. «La struttura consegnava sempre relazioni positive, diceva che mio figlio stava migliorando», ricorda la donna. «E invece, un'ispezione del Procuratore e poi di Nas e Asl ha accertato che gli stavano facendo mangiare cibo con glutine». Finalmente, Giacomo esce dalla casa famiglia e, nel 2017, viene collocato nella casa della madre di Diana. In Toscana. «Ma andava bene così. Potevo vederlo, almeno». Solo che l'assistente sociale scrive una relazione - «falsa», assicura Diana - in cui sostiene che la donna dava in escandescenze durante gli incontri, che apriva il frigorifero della madre e buttava per terra le pietanze incompatibili con la celiachia del bimbo. «Fa copia-incolla con il rapporto dei precedenti consulenti, tira fuori il conflitto di lealtà, dice che io destabilizzo Giacomo».
Risultato? Da due anni, Diana può vedere il figlio, che oggi ha 13 anni, una volta ogni 15 giorni, per un'ora, videoregistrata e in presenza di un educatore. «Il padre, invece, può andare a prenderlo quando vuole e portarlo dove vuole».
«Mia moglie non ha retto. Si è lanciata dal balcone»
Patrizia vive a Torino, ha un marito con cui va d'amore e d'accordo e tre figli. Però, a 47 anni, è costretta a portare un apparecchio acustico. Ed è stata malata oncologica: ha dovuto lottare contro un tumore all'utero, uno alla bocca e un osteoma. Quei mali li ha sconfitti. È al sistema dei servizi sociali, invece, che è dovuta soccombere.
Durante la malattia, Patrizia e il marito li avevano interpellati per chiedere un aiuto con i loro bambini: «Ma mi avevano risposto che non c'erano abbastanza fondi per mandarmi a casa qualcuno che mi desse una mano». Nel frattempo, però, parte la solita procedura: l'assistente sociale va a casa di Patrizia e scrive al giudice minorile che la donna abbandona i figli in cortile, passa la giornata a dormire («ci credo che mi riposavo, ero malata!», ci dice lei). E aggiungono che il marito conserva una collezione di film porno, che i figli, due maschi e una femmina, hanno trovato e si sono messi a guardare. «Era tutto falso», assicura Patrizia. Fatto sta che i suoi tre ragazzi vengono allontanati. È il 2013. Anche lei, proprio come Diana a Roma, racconta: «Sono andati a fare un blitz a scuola, li hanno prelevati lì. Quando l'ho saputo, mi sono messa in ginocchio davanti all'assistente sociale. La imploravo: “Ma perché l'hai fatto?"». A un certo punto, uno dei tre bambini, Fabrizio, 8 anni, viene trasferito in una casa famiglia di Asti. Ai genitori viene proibito di vederlo. Ma Patrizia, che ha retto a tre cancri e alla sordità, non s'arrende. Riesce a mettersi in contatto con una mamma, ospite della struttura insieme al proprio figlio. Questa signora riferisce a Patrizia che Fabrizio viene minacciato, insultato e umiliato dagli operatori della comunità. «E a un certo punto sono venuta a sapere anche che si era messo a fumare. A 8 anni». Patrizia si ribella: «Ho fatto un bordello, ho denunciato tutti», riferisce. Da quel momento, ai genitori viene finalmente consentito di rivedere Fabrizia. «Quando l'ho riabbracciato, l'ho trovato sporco e trascurato. Poi, per fortuna, lo hanno trasferito in un'altra struttura a Moncalieri, dove Fabrizio si è trovato benissimo. I suoi fratelli me li hanno restituiti nel 2016, lui lo scorso anno. E quando il giudice ha conosciuto me e mio marito, mi ha detto: “Signora, ma io non sapevo che lei fosse malata". Capito? Nessuno gli aveva detto che ero una paziente oncologica. Ma se togliete i figli alla gente, almeno informatevi prima!».
Ben più tragico il destino di un'amica di Patrizia, Mara. Suo marito ci racconta che la donna «aveva dei disturbi. Era bipolare. Aveva alti e bassi. Ma amava sua figlia. Non le avrebbe mai fatto del male. Finché una sera, nel 2013, io e lei litighiamo di brutto, in assenza della piccola Alice. I vicini forse si spaventano, chiamano i carabinieri e loro, quasi seduta stante, ci tolgono Alice. Ci hanno anche detto che il nostro era l'unico caso di allontanamento richiesto dalle forze dell'ordine. E invece dopo abbiamo scoperto che i servizi sociali ci monitoravano già da due anni, perché per nostra figlia avevamo chiesto l'aiuto di un educatore una volta a settimana». La situazione precipita. Alice resta in comunità per 6 anni. «E intanto, i servizi sociali costringono me e mia moglie a vivere separati e fanno relazioni pesantissime su Mara. Un giorno, uno psicologo le ha detto: “Signora, lei è malata, non doveva nemmeno diventare madre"... Ma vi rendete conto?». Mara, che ha già le sue fragilità, non regge: nel 2017 si è gettata dal balcone della casa di sua madre. «È morta dopo 65 giorni di agonia. Aveva 40 anni ed era una ragazza bellissima. Nemmeno tre mesi dopo, arriva la relazione dei servizi sociali: problema risolto, mia figlia Alice può tornare a casa. Capito? Il “problema" era mia moglie. Morta lei, per loro era tutto a posto». Oggi Alice ha 16 anni. E questo dolore se lo porterà dentro per sempre.
«Noi accusati di non averle dato da bere. Siamo lontani da 5 anni»
Elisa e Marcello vivono nel Modenese, nella zona del terremoto del 2012. È l'area che fu già investita dallo scandalo dell'inchiesta Veleno: l'invenzione, a fine anni Novanta, di numerosi casi di abusi, omicidi e riti satanici commessi sui figli da decine di famiglie della Bassa Modenese. Mamme e papà distrutti per nulla, una vergogna denunciata dal giornalista Pablo Trincia e che costituisce, a tutti gli effetti, un precedente di Angeli e demoni.
Torniamo a Elisa e Marcello, due persone educatissime, dignitose, afflitte purtroppo da alcune malattie che si sono tradotte, per la donna, nel riconoscimento del 50% di invalidità e, per il marito, dell'85%. «Nostra figlia, Angela, nacque prematura», ci raccontano. «Un mese dopo il parto, le fu diagnosticata l'epilessia. Perciò, la bimba doveva stare costantemente in terapia. Poi, superata l'epilessia, sono cominciate le gastroenteriti ricorrenti». Elisa e Marcello erano costretti ad assentarsi spesso dal lavoro per stare vicini alla loro piccola. Finché quel lavoro non l'hanno perso: «Siamo stati licenziati. Così, ci siamo rivolti al Comune per un aiuto». E da lì scatta la trafila dei servizi sociali. La famiglia inizia a essere monitorata. Alla fine, succede l'imponderabile. «Faccio una premessa», spiega papà Marcello: «Aavevamo insegnato ad Angela, che aveva circa tre anni, come andare al rubinetto con la brocchetta dell'acqua per prendersi da bere. Un sabato», prosegue l'uomo, «mia figlia dice: “Papà, ho sete, prendimi l'acqua". E io: “Su Angela, prendila da sola: ora sei capace". Una cosa normale, un padre che spinge la figlioletta a rendersi autonoma. Solo che, tre mesi dopo, Angela aveva avuto un nuovo attacco di gastroenterite. Si era disidratata ed era finita in ospedale. Leggendo i referti, è partita l'accusa dell'assistente sociale a me e mia moglie: “Voi non le date da bere". In pratica, questo psicologo ha collegato una disidratazione dovuta alla gastroenterite e al vomito, con il fatto che noi chiedevamo ad Angela di versarsi l'acqua da sola».
Di lì all'ingresso in casa famiglia, il passo è breve. Anche perché, come ha illustrato alla Verità l'avvocato Marco Meliti, esperto dei casi di allontanamento dei minori, «per collocare un bimbo in una comunità ci vuole poco. I servizi sociali segnalano l'emergenza e il tribunale di solito si attiene alla segnalazione con un decreto d'urgenza. Per i ricorsi dei genitori, invece, i tempi sono quelli di un processo vero e proprio. E, intanto, il danno è fatto: i figli trascorrono mesi nelle case famiglia». Undici mesi, per l'esattezza, nel caso di Angela. Che non è mai più tornata a casa: «Al termine di quel periodo, nostra figlia è stata dichiarata adottabile», ci riferiscono Elisa e Marcello. «Eppure, ci eravamo rimessi in carreggiata. Abbiamo ricominciato a lavorare in un negozietto di famiglia». D'altro canto, «se due genitori hanno problemi economici, non è meglio aiutarli, piuttosto che togliere loro i figli?», ci dice l'avvocato Cristina Franceschini, dell'associazione Finalmente liberi, da anni in trincea per restituire i bambini «rubati» a mamme e papà.
«Certo», ammette Marcello, «nel nostro caso c'è stato l'errore della sorella di mia moglie, con la quale infatti abbiamo troncato i rapporti: lei, forse per paura della responsabilità, ha rifiutato di adottare Angela, che quindi è finita in una famiglia di estranei. Sono passati 5 anni dall'ultima volta che abbiamo visto la bimba». Elisa e Marcello si sentono traditi dalle istituzioni: «In Appello, l'avvocato del Comune ci ha trattati come fossimo Bonnie e Clyde. Ci è stata negata una ctu. Ci hanno praticamente accusati di essere degli svitati, perché ci siamo sposati in abiti rinascimentali, peraltro elogiati dal Comune stesso per aver voluto inscenare la rievocazione storica. Vi prego», conclude Marcello, cui fa eco la moglie: «Voi giornalisti scavate nel mondo marcio degli affidi».
«L’ho visto l’ultima volta 3 anni fa. La sua è un’adozione mascherata»
Una premessa: Marta, una ragazza che risiede nell'Anconetano, ha vissuto il dramma dell'allontanamento dalla famiglia due volte. Prima, da piccola: lei e i suoi fratelli furono sottratti ai genitori biologici. Anni dopo, la decisione del tribunale fu dichiarata illegittima. Il danno, però, era fatto: lei ormai era maggiorenne, i fratelli erano stati adottati da altre famiglie e avevano pure cambiato cognome. Uno di loro, oggi, non vuole neppure rivolgerle parola.
La seconda volta è successo quando è diventata madre. Nel 2008, ha avuto un primo figlio, Marco, da un compagno violento e perciò è finita in una comunità per donne vittime di abusi. Poi, un nuovo amore. Una nuova gravidanza: una bambina. «Ma forse non so scegliermi gli uomini», ci dice come se provasse vergogna. Perché anche il suo secondo compagno la picchia. E, «forse per liberarsi di un bambino che non era il suo», o per rovinarle la vita, nel 2014 la denuncia. Sostiene che Marta, in quel momento incinta di 7 mesi, ha maltrattato il figlio avuto dall'ex. «L'assistente sociale non s'è neppure preoccupata di verificare le accuse. Mi ha detto: “Mica sono una poliziotta...". A quel punto, io ho chiesto di entrare in casa famiglia con i miei figli». Ma in comunità, il bimbo Marco viene malmenato dagli ospiti più grandicelli «e forse anche da un assistente sociale. Nel referto del medico sugli ultimi lividi, c'era scritto che quelli di Marco erano “segni di contenimento". Chi altro poteva farglieli se non uno degli educatori?».
Dopo circa un anno, nel 2015, Marta, Marco e la sua bambina, Lucia, stanno per uscire dalla casa famiglia. Ma all'improvviso arriva un decreto del tribunale, che colloca il figlio presso una famiglia estranea e la bimba con il papà. L'affido dovrebbe essere temporaneo. Ma «è dal 24 agosto del 2016 che non vedo il mio Marco», ci riferisce Marta. «A un certo punto, gli assistenti sociali hanno interrotto gli incontri protetti. Io avevo fatto ricorso, ma la consulente del tribunale, che a me diceva “stai tranquilla, sei una mamma positiva e stimolante per tuo figlio, dirò al giudice di tenerne conto", in realtà aveva presentato una relazione negativa». Quella di Marco, secondo la madre, è «un'adozione mascherata. Lui è stato affidato a una famiglia molto nota in zona, che in passato ha già adottato altri bambini».
Ed è qui che sorgono gli atroci sospetti di Marta, alla quale abbiamo chiesto perché, a suo parere, gli assistenti sociali si siano tanto accaniti contro di lei. «Io penso che Marco fosse stato già “promesso" a quella famiglia...», che, stando a quanto racconta, di ragazzini ne ha avuti già sei o sette. Con i relativi contributi economici. Anche per questo, Marta ammette: «Mi sento sfiduciata. Non credo che riabbraccerò mai più Marco». Ecco. Così si consuma il destino beffardo di una donna che, bambina, fu strappata dai suoi genitori. E, adulta, rivive il dramma di un figlio che insieme a lei ha sofferto le pene dell'inferno, il rapporto deteriorato con l'ex marito di Marta, il periodo in casa famiglia, le botte dei bulli e ora l'adozione «mascherata». Una prassi che, come ha spiegato alla Verità un avvocato combattivo, che opera soprattutto nel tribunale minorile di Bologna, Francesco Miraglia, «è estremamente diffusa in Italia. Basta digitare su Google per rendersene conto». Noi l'abbiamo fatto: i risultati di una rapidissima ricerca superano il milione e 300.000 tra articoli e report.
Oggi, a Marta rimane solo la figlia più piccola. Ma anche con quest'ultima non mancano i problemi, perché la custodia della bambina la condivide con il suo ex compagno. Difatti, tra un non detto e un silenzio che restituisce il senso di orrore che sta provando, ci rendiamo conto che Marta sospetta che il padre abusi della ragazzina. «Sono attenzioni non dovute, oppure è qualcosa di più?», proviamo chiedere a questa donna provata, quasi atterrata dai patimenti di una vita sfortunata. «Stiamo parlando di genitali arrossati...», dice con un filo di voce. Anche su questi episodi sono in corso accertamenti da parte di un consulente del tribunale. Anche per Lucia potrebbe cominciare un calvario.
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Dopo lo scandalo scoppiato in Val d'Enza, con i minori sottratti a genitori accusati falsamente di violenze, «La Verità» decide di dare voce alle famiglie distrutte, a mamme e papà cui hanno tolto i figli, che stanno passando pene indicibili e sono convinti di aver subito ingiustizie dai servizi sociali e dai tribunali. A monte degli affidi, a volte ci sono crisi di coppia, altre volte i piccoli vengono allontanati per cause socioeconomiche. Roma, Torino, Modena, Ancona: quattro storie per riflettere. Lo speciale contiene cinque articoli. Nessuno sa con certezza quanti bambini siano stati sottratti ai loro genitori per decisione di un tribunale. Alcune associazioni di avvocati sostengono che siano oltre 50.000. La Verità si era già occupata del business delle case famiglia (oltre 1 miliardo di euro) e dei conflitti d'interessi tra i gestori di quelle strutture e i giudici onorari, i consulenti dei tribunali, gli assistenti sociali e gli psicologi. Nei giorni in cui divampano le polemiche per l'inchiesta Angeli e demoni, che in Val d'Enza ha scoperchiato uno sconcertante mercimonio di bimbi, tolti a mamme e papà sulla base di accuse di maltrattamenti costruite a tavolino e affidati anche a coppie omosessuali per puro fanatismo ideologico, abbiamo deciso di raccontarvi alcune storie. Storie tremende, in cui al dolore si mescola però il coraggio dei genitori che continuano a combattere per riabbracciare i figli allontanati. Abbiamo deciso di ascoltare la versione delle famiglie. Di dare voce a chi voce non ne ha. Non possiamo stabilire se queste persone che, per tutelare i minori coinvolti, chiameremo con nomi di fantasia, abbiano ragione o torto. Sappiamo però che, a questo punto, è almeno lecito coltivare il dubbio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ladri-di-bambini-2639117980.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="il-padre-era-un-violento-e-ora-stanno-punendo-me" data-post-id="2639117980" data-published-at="1769741620" data-use-pagination="False"> «Il padre era un violento e ora stanno punendo me» Roma, anno 2013. Diana e il marito si sono lasciati. Da quel momento, l'uomo comincia a manifestare comportamenti violenti verso l'ex moglie, anche di fronte al figlio Giacomo. La separazione all'inizio è consensuale, ma il papà di Giacomo, a febbraio 2013, segnala alla Corte d'appello che la moglie e il bambino hanno dei problemi psicologici. Viene nominata una consulente che prescrive a tutti e tre una terapia (a pagamento, circa 100 euro a seduta) in una Onlus. Particolare da tenere a mente. In quella sede, gli assistenti sociali, sostiene Diana, arrivano ad alterare i resoconti di Giacomo. Lo obbligano a disegnare la pioggia per poi appigliarsi a questo particolare per sostenere che il bimbo è depresso. Nel 2014, l'ex di Diana ne tenta un'altra. Lei accompagna Giacomo al circolo tennis, lui manda i carabinieri, denunciandola per abbandono di minore e perché, a suo dire, gli impedisce di vedere il piccolo. La denuncia viene archiviata, ma a quel punto interviene il tribunale minorile. Cominciano gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà. Diana ci ha fatto ascoltare alcune registrazioni di quei faccia a faccia strazianti: Giacomo urla, teme che «quello» (così chiama suo padre) possa picchiare di nuovo «mammina». A cavallo tra il 2014 e il 2015, il tribunale rispedisce i tre in terapia presso la stessa Onlus del 2013. Sempre a pagamento. È a quel punto che il legale di Diana scopre gli altarini: a vario titolo, all'associazione sono legati l'avvocato dell'ex marito, la consulente del tribunale e persino gli assistenti sociali che stavano seguendo la famiglia. Nel 2016, gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà vengono sospesi. In una relazione, infatti, la ctu, ossia la consulente del tribunale, scrive che il contesto e «la qualità della relazione» tra i due sono «così deteriorati» da rendere gli incontri «inumani». Ma allo stesso tempo, la consulente si scaglia anche contro Diana, definendola una madre «simbiotica» ed evidenziando un «conflitto di lealtà» con Giacomo, che avrebbe con la donna un rapporto «fusionale», morboso. Pochi giorni dopo l'uscita di questo rapporto, nonostante sia il papà quello cui gli psicologi, durante gli incontri protetti, avevano già diagnosticato un «disturbo del pensiero», la tendenza a fare del male al figlio pur di far soffrire l'ex moglie, il giudice minorile emette un decreto d'urgenza. E colloca Giacomo in una casa famiglia. «Per portarlo in comunità», ci racconta Diana, «hanno fatto un blitz a scuola. Otto uomini delle forze dell'ordine che lo hanno preso di peso e lo hanno trascinato lì». Il calvario non è finito. Giacomo, infatti, è celiaco, ma nella casa famiglia gli viene somministrato cibo con glutine. Diana ci ha mostrato le tremende foto risalenti a quel periodo, con le mani e le giunture del piccolo coperte di piaghe. «La struttura consegnava sempre relazioni positive, diceva che mio figlio stava migliorando», ricorda la donna. «E invece, un'ispezione del Procuratore e poi di Nas e Asl ha accertato che gli stavano facendo mangiare cibo con glutine». Finalmente, Giacomo esce dalla casa famiglia e, nel 2017, viene collocato nella casa della madre di Diana. In Toscana. «Ma andava bene così. Potevo vederlo, almeno». Solo che l'assistente sociale scrive una relazione - «falsa», assicura Diana - in cui sostiene che la donna dava in escandescenze durante gli incontri, che apriva il frigorifero della madre e buttava per terra le pietanze incompatibili con la celiachia del bimbo. «Fa copia-incolla con il rapporto dei precedenti consulenti, tira fuori il conflitto di lealtà, dice che io destabilizzo Giacomo». Risultato? Da due anni, Diana può vedere il figlio, che oggi ha 13 anni, una volta ogni 15 giorni, per un'ora, videoregistrata e in presenza di un educatore. «Il padre, invece, può andare a prenderlo quando vuole e portarlo dove vuole». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ladri-di-bambini-2639117980.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="mia-moglie-non-ha-retto-si-e-lanciata-dal-balcone" data-post-id="2639117980" data-published-at="1769741620" data-use-pagination="False"> «Mia moglie non ha retto. Si è lanciata dal balcone» Patrizia vive a Torino, ha un marito con cui va d'amore e d'accordo e tre figli. Però, a 47 anni, è costretta a portare un apparecchio acustico. Ed è stata malata oncologica: ha dovuto lottare contro un tumore all'utero, uno alla bocca e un osteoma. Quei mali li ha sconfitti. È al sistema dei servizi sociali, invece, che è dovuta soccombere. Durante la malattia, Patrizia e il marito li avevano interpellati per chiedere un aiuto con i loro bambini: «Ma mi avevano risposto che non c'erano abbastanza fondi per mandarmi a casa qualcuno che mi desse una mano». Nel frattempo, però, parte la solita procedura: l'assistente sociale va a casa di Patrizia e scrive al giudice minorile che la donna abbandona i figli in cortile, passa la giornata a dormire («ci credo che mi riposavo, ero malata!», ci dice lei). E aggiungono che il marito conserva una collezione di film porno, che i figli, due maschi e una femmina, hanno trovato e si sono messi a guardare. «Era tutto falso», assicura Patrizia. Fatto sta che i suoi tre ragazzi vengono allontanati. È il 2013. Anche lei, proprio come Diana a Roma, racconta: «Sono andati a fare un blitz a scuola, li hanno prelevati lì. Quando l'ho saputo, mi sono messa in ginocchio davanti all'assistente sociale. La imploravo: “Ma perché l'hai fatto?"». A un certo punto, uno dei tre bambini, Fabrizio, 8 anni, viene trasferito in una casa famiglia di Asti. Ai genitori viene proibito di vederlo. Ma Patrizia, che ha retto a tre cancri e alla sordità, non s'arrende. Riesce a mettersi in contatto con una mamma, ospite della struttura insieme al proprio figlio. Questa signora riferisce a Patrizia che Fabrizio viene minacciato, insultato e umiliato dagli operatori della comunità. «E a un certo punto sono venuta a sapere anche che si era messo a fumare. A 8 anni». Patrizia si ribella: «Ho fatto un bordello, ho denunciato tutti», riferisce. Da quel momento, ai genitori viene finalmente consentito di rivedere Fabrizia. «Quando l'ho riabbracciato, l'ho trovato sporco e trascurato. Poi, per fortuna, lo hanno trasferito in un'altra struttura a Moncalieri, dove Fabrizio si è trovato benissimo. I suoi fratelli me li hanno restituiti nel 2016, lui lo scorso anno. E quando il giudice ha conosciuto me e mio marito, mi ha detto: “Signora, ma io non sapevo che lei fosse malata". Capito? Nessuno gli aveva detto che ero una paziente oncologica. Ma se togliete i figli alla gente, almeno informatevi prima!». Ben più tragico il destino di un'amica di Patrizia, Mara. Suo marito ci racconta che la donna «aveva dei disturbi. Era bipolare. Aveva alti e bassi. Ma amava sua figlia. Non le avrebbe mai fatto del male. Finché una sera, nel 2013, io e lei litighiamo di brutto, in assenza della piccola Alice. I vicini forse si spaventano, chiamano i carabinieri e loro, quasi seduta stante, ci tolgono Alice. Ci hanno anche detto che il nostro era l'unico caso di allontanamento richiesto dalle forze dell'ordine. E invece dopo abbiamo scoperto che i servizi sociali ci monitoravano già da due anni, perché per nostra figlia avevamo chiesto l'aiuto di un educatore una volta a settimana». La situazione precipita. Alice resta in comunità per 6 anni. «E intanto, i servizi sociali costringono me e mia moglie a vivere separati e fanno relazioni pesantissime su Mara. Un giorno, uno psicologo le ha detto: “Signora, lei è malata, non doveva nemmeno diventare madre"... Ma vi rendete conto?». Mara, che ha già le sue fragilità, non regge: nel 2017 si è gettata dal balcone della casa di sua madre. «È morta dopo 65 giorni di agonia. Aveva 40 anni ed era una ragazza bellissima. Nemmeno tre mesi dopo, arriva la relazione dei servizi sociali: problema risolto, mia figlia Alice può tornare a casa. Capito? Il “problema" era mia moglie. Morta lei, per loro era tutto a posto». Oggi Alice ha 16 anni. 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Torniamo a Elisa e Marcello, due persone educatissime, dignitose, afflitte purtroppo da alcune malattie che si sono tradotte, per la donna, nel riconoscimento del 50% di invalidità e, per il marito, dell'85%. «Nostra figlia, Angela, nacque prematura», ci raccontano. «Un mese dopo il parto, le fu diagnosticata l'epilessia. Perciò, la bimba doveva stare costantemente in terapia. Poi, superata l'epilessia, sono cominciate le gastroenteriti ricorrenti». Elisa e Marcello erano costretti ad assentarsi spesso dal lavoro per stare vicini alla loro piccola. Finché quel lavoro non l'hanno perso: «Siamo stati licenziati. Così, ci siamo rivolti al Comune per un aiuto». E da lì scatta la trafila dei servizi sociali. La famiglia inizia a essere monitorata. Alla fine, succede l'imponderabile. «Faccio una premessa», spiega papà Marcello: «Aavevamo insegnato ad Angela, che aveva circa tre anni, come andare al rubinetto con la brocchetta dell'acqua per prendersi da bere. Un sabato», prosegue l'uomo, «mia figlia dice: “Papà, ho sete, prendimi l'acqua". E io: “Su Angela, prendila da sola: ora sei capace". Una cosa normale, un padre che spinge la figlioletta a rendersi autonoma. Solo che, tre mesi dopo, Angela aveva avuto un nuovo attacco di gastroenterite. Si era disidratata ed era finita in ospedale. Leggendo i referti, è partita l'accusa dell'assistente sociale a me e mia moglie: “Voi non le date da bere". In pratica, questo psicologo ha collegato una disidratazione dovuta alla gastroenterite e al vomito, con il fatto che noi chiedevamo ad Angela di versarsi l'acqua da sola». Di lì all'ingresso in casa famiglia, il passo è breve. Anche perché, come ha illustrato alla Verità l'avvocato Marco Meliti, esperto dei casi di allontanamento dei minori, «per collocare un bimbo in una comunità ci vuole poco. I servizi sociali segnalano l'emergenza e il tribunale di solito si attiene alla segnalazione con un decreto d'urgenza. Per i ricorsi dei genitori, invece, i tempi sono quelli di un processo vero e proprio. E, intanto, il danno è fatto: i figli trascorrono mesi nelle case famiglia». Undici mesi, per l'esattezza, nel caso di Angela. Che non è mai più tornata a casa: «Al termine di quel periodo, nostra figlia è stata dichiarata adottabile», ci riferiscono Elisa e Marcello. «Eppure, ci eravamo rimessi in carreggiata. Abbiamo ricominciato a lavorare in un negozietto di famiglia». D'altro canto, «se due genitori hanno problemi economici, non è meglio aiutarli, piuttosto che togliere loro i figli?», ci dice l'avvocato Cristina Franceschini, dell'associazione Finalmente liberi, da anni in trincea per restituire i bambini «rubati» a mamme e papà. «Certo», ammette Marcello, «nel nostro caso c'è stato l'errore della sorella di mia moglie, con la quale infatti abbiamo troncato i rapporti: lei, forse per paura della responsabilità, ha rifiutato di adottare Angela, che quindi è finita in una famiglia di estranei. Sono passati 5 anni dall'ultima volta che abbiamo visto la bimba». Elisa e Marcello si sentono traditi dalle istituzioni: «In Appello, l'avvocato del Comune ci ha trattati come fossimo Bonnie e Clyde. Ci è stata negata una ctu. Ci hanno praticamente accusati di essere degli svitati, perché ci siamo sposati in abiti rinascimentali, peraltro elogiati dal Comune stesso per aver voluto inscenare la rievocazione storica. Vi prego», conclude Marcello, cui fa eco la moglie: «Voi giornalisti scavate nel mondo marcio degli affidi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ladri-di-bambini-2639117980.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lho-visto-lultima-volta-3-anni-fa-la-sua-e-unadozione-mascherata" data-post-id="2639117980" data-published-at="1769741620" data-use-pagination="False"> «L’ho visto l’ultima volta 3 anni fa. La sua è un’adozione mascherata» Una premessa: Marta, una ragazza che risiede nell'Anconetano, ha vissuto il dramma dell'allontanamento dalla famiglia due volte. Prima, da piccola: lei e i suoi fratelli furono sottratti ai genitori biologici. Anni dopo, la decisione del tribunale fu dichiarata illegittima. Il danno, però, era fatto: lei ormai era maggiorenne, i fratelli erano stati adottati da altre famiglie e avevano pure cambiato cognome. Uno di loro, oggi, non vuole neppure rivolgerle parola. La seconda volta è successo quando è diventata madre. Nel 2008, ha avuto un primo figlio, Marco, da un compagno violento e perciò è finita in una comunità per donne vittime di abusi. Poi, un nuovo amore. Una nuova gravidanza: una bambina. «Ma forse non so scegliermi gli uomini», ci dice come se provasse vergogna. Perché anche il suo secondo compagno la picchia. E, «forse per liberarsi di un bambino che non era il suo», o per rovinarle la vita, nel 2014 la denuncia. Sostiene che Marta, in quel momento incinta di 7 mesi, ha maltrattato il figlio avuto dall'ex. «L'assistente sociale non s'è neppure preoccupata di verificare le accuse. Mi ha detto: “Mica sono una poliziotta...". A quel punto, io ho chiesto di entrare in casa famiglia con i miei figli». Ma in comunità, il bimbo Marco viene malmenato dagli ospiti più grandicelli «e forse anche da un assistente sociale. Nel referto del medico sugli ultimi lividi, c'era scritto che quelli di Marco erano “segni di contenimento". Chi altro poteva farglieli se non uno degli educatori?». Dopo circa un anno, nel 2015, Marta, Marco e la sua bambina, Lucia, stanno per uscire dalla casa famiglia. Ma all'improvviso arriva un decreto del tribunale, che colloca il figlio presso una famiglia estranea e la bimba con il papà. L'affido dovrebbe essere temporaneo. Ma «è dal 24 agosto del 2016 che non vedo il mio Marco», ci riferisce Marta. «A un certo punto, gli assistenti sociali hanno interrotto gli incontri protetti. Io avevo fatto ricorso, ma la consulente del tribunale, che a me diceva “stai tranquilla, sei una mamma positiva e stimolante per tuo figlio, dirò al giudice di tenerne conto", in realtà aveva presentato una relazione negativa». Quella di Marco, secondo la madre, è «un'adozione mascherata. Lui è stato affidato a una famiglia molto nota in zona, che in passato ha già adottato altri bambini». Ed è qui che sorgono gli atroci sospetti di Marta, alla quale abbiamo chiesto perché, a suo parere, gli assistenti sociali si siano tanto accaniti contro di lei. «Io penso che Marco fosse stato già “promesso" a quella famiglia...», che, stando a quanto racconta, di ragazzini ne ha avuti già sei o sette. Con i relativi contributi economici. Anche per questo, Marta ammette: «Mi sento sfiduciata. Non credo che riabbraccerò mai più Marco». Ecco. Così si consuma il destino beffardo di una donna che, bambina, fu strappata dai suoi genitori. E, adulta, rivive il dramma di un figlio che insieme a lei ha sofferto le pene dell'inferno, il rapporto deteriorato con l'ex marito di Marta, il periodo in casa famiglia, le botte dei bulli e ora l'adozione «mascherata». Una prassi che, come ha spiegato alla Verità un avvocato combattivo, che opera soprattutto nel tribunale minorile di Bologna, Francesco Miraglia, «è estremamente diffusa in Italia. Basta digitare su Google per rendersene conto». Noi l'abbiamo fatto: i risultati di una rapidissima ricerca superano il milione e 300.000 tra articoli e report. Oggi, a Marta rimane solo la figlia più piccola. Ma anche con quest'ultima non mancano i problemi, perché la custodia della bambina la condivide con il suo ex compagno. Difatti, tra un non detto e un silenzio che restituisce il senso di orrore che sta provando, ci rendiamo conto che Marta sospetta che il padre abusi della ragazzina. «Sono attenzioni non dovute, oppure è qualcosa di più?», proviamo chiedere a questa donna provata, quasi atterrata dai patimenti di una vita sfortunata. «Stiamo parlando di genitali arrossati...», dice con un filo di voce. Anche su questi episodi sono in corso accertamenti da parte di un consulente del tribunale. Anche per Lucia potrebbe cominciare un calvario.
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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