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2019-07-08
Ladri di bambini
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Nessuno sa con certezza quanti bambini siano stati sottratti ai loro genitori per decisione di un tribunale. Alcune associazioni di avvocati sostengono che siano oltre 50.000. La Verità si era già occupata del business delle case famiglia (oltre 1 miliardo di euro) e dei conflitti d'interessi tra i gestori di quelle strutture e i giudici onorari, i consulenti dei tribunali, gli assistenti sociali e gli psicologi.
Nei giorni in cui divampano le polemiche per l'inchiesta Angeli e demoni, che in Val d'Enza ha scoperchiato uno sconcertante mercimonio di bimbi, tolti a mamme e papà sulla base di accuse di maltrattamenti costruite a tavolino e affidati anche a coppie omosessuali per puro fanatismo ideologico, abbiamo deciso di raccontarvi alcune storie. Storie tremende, in cui al dolore si mescola però il coraggio dei genitori che continuano a combattere per riabbracciare i figli allontanati. Abbiamo deciso di ascoltare la versione delle famiglie. Di dare voce a chi voce non ne ha. Non possiamo stabilire se queste persone che, per tutelare i minori coinvolti, chiameremo con nomi di fantasia, abbiano ragione o torto. Sappiamo però che, a questo punto, è almeno lecito coltivare il dubbio.
«Il padre era un violento e ora stanno punendo me»
Roma, anno 2013. Diana e il marito si sono lasciati. Da quel momento, l'uomo comincia a manifestare comportamenti violenti verso l'ex moglie, anche di fronte al figlio Giacomo. La separazione all'inizio è consensuale, ma il papà di Giacomo, a febbraio 2013, segnala alla Corte d'appello che la moglie e il bambino hanno dei problemi psicologici. Viene nominata una consulente che prescrive a tutti e tre una terapia (a pagamento, circa 100 euro a seduta) in una Onlus. Particolare da tenere a mente. In quella sede, gli assistenti sociali, sostiene Diana, arrivano ad alterare i resoconti di Giacomo. Lo obbligano a disegnare la pioggia per poi appigliarsi a questo particolare per sostenere che il bimbo è depresso.
Nel 2014, l'ex di Diana ne tenta un'altra. Lei accompagna Giacomo al circolo tennis, lui manda i carabinieri, denunciandola per abbandono di minore e perché, a suo dire, gli impedisce di vedere il piccolo. La denuncia viene archiviata, ma a quel punto interviene il tribunale minorile. Cominciano gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà. Diana ci ha fatto ascoltare alcune registrazioni di quei faccia a faccia strazianti: Giacomo urla, teme che «quello» (così chiama suo padre) possa picchiare di nuovo «mammina». A cavallo tra il 2014 e il 2015, il tribunale rispedisce i tre in terapia presso la stessa Onlus del 2013. Sempre a pagamento. È a quel punto che il legale di Diana scopre gli altarini: a vario titolo, all'associazione sono legati l'avvocato dell'ex marito, la consulente del tribunale e persino gli assistenti sociali che stavano seguendo la famiglia.
Nel 2016, gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà vengono sospesi. In una relazione, infatti, la ctu, ossia la consulente del tribunale, scrive che il contesto e «la qualità della relazione» tra i due sono «così deteriorati» da rendere gli incontri «inumani». Ma allo stesso tempo, la consulente si scaglia anche contro Diana, definendola una madre «simbiotica» ed evidenziando un «conflitto di lealtà» con Giacomo, che avrebbe con la donna un rapporto «fusionale», morboso. Pochi giorni dopo l'uscita di questo rapporto, nonostante sia il papà quello cui gli psicologi, durante gli incontri protetti, avevano già diagnosticato un «disturbo del pensiero», la tendenza a fare del male al figlio pur di far soffrire l'ex moglie, il giudice minorile emette un decreto d'urgenza. E colloca Giacomo in una casa famiglia. «Per portarlo in comunità», ci racconta Diana, «hanno fatto un blitz a scuola. Otto uomini delle forze dell'ordine che lo hanno preso di peso e lo hanno trascinato lì».
Il calvario non è finito. Giacomo, infatti, è celiaco, ma nella casa famiglia gli viene somministrato cibo con glutine. Diana ci ha mostrato le tremende foto risalenti a quel periodo, con le mani e le giunture del piccolo coperte di piaghe. «La struttura consegnava sempre relazioni positive, diceva che mio figlio stava migliorando», ricorda la donna. «E invece, un'ispezione del Procuratore e poi di Nas e Asl ha accertato che gli stavano facendo mangiare cibo con glutine». Finalmente, Giacomo esce dalla casa famiglia e, nel 2017, viene collocato nella casa della madre di Diana. In Toscana. «Ma andava bene così. Potevo vederlo, almeno». Solo che l'assistente sociale scrive una relazione - «falsa», assicura Diana - in cui sostiene che la donna dava in escandescenze durante gli incontri, che apriva il frigorifero della madre e buttava per terra le pietanze incompatibili con la celiachia del bimbo. «Fa copia-incolla con il rapporto dei precedenti consulenti, tira fuori il conflitto di lealtà, dice che io destabilizzo Giacomo».
Risultato? Da due anni, Diana può vedere il figlio, che oggi ha 13 anni, una volta ogni 15 giorni, per un'ora, videoregistrata e in presenza di un educatore. «Il padre, invece, può andare a prenderlo quando vuole e portarlo dove vuole».
«Mia moglie non ha retto. Si è lanciata dal balcone»
Patrizia vive a Torino, ha un marito con cui va d'amore e d'accordo e tre figli. Però, a 47 anni, è costretta a portare un apparecchio acustico. Ed è stata malata oncologica: ha dovuto lottare contro un tumore all'utero, uno alla bocca e un osteoma. Quei mali li ha sconfitti. È al sistema dei servizi sociali, invece, che è dovuta soccombere.
Durante la malattia, Patrizia e il marito li avevano interpellati per chiedere un aiuto con i loro bambini: «Ma mi avevano risposto che non c'erano abbastanza fondi per mandarmi a casa qualcuno che mi desse una mano». Nel frattempo, però, parte la solita procedura: l'assistente sociale va a casa di Patrizia e scrive al giudice minorile che la donna abbandona i figli in cortile, passa la giornata a dormire («ci credo che mi riposavo, ero malata!», ci dice lei). E aggiungono che il marito conserva una collezione di film porno, che i figli, due maschi e una femmina, hanno trovato e si sono messi a guardare. «Era tutto falso», assicura Patrizia. Fatto sta che i suoi tre ragazzi vengono allontanati. È il 2013. Anche lei, proprio come Diana a Roma, racconta: «Sono andati a fare un blitz a scuola, li hanno prelevati lì. Quando l'ho saputo, mi sono messa in ginocchio davanti all'assistente sociale. La imploravo: “Ma perché l'hai fatto?"». A un certo punto, uno dei tre bambini, Fabrizio, 8 anni, viene trasferito in una casa famiglia di Asti. Ai genitori viene proibito di vederlo. Ma Patrizia, che ha retto a tre cancri e alla sordità, non s'arrende. Riesce a mettersi in contatto con una mamma, ospite della struttura insieme al proprio figlio. Questa signora riferisce a Patrizia che Fabrizio viene minacciato, insultato e umiliato dagli operatori della comunità. «E a un certo punto sono venuta a sapere anche che si era messo a fumare. A 8 anni». Patrizia si ribella: «Ho fatto un bordello, ho denunciato tutti», riferisce. Da quel momento, ai genitori viene finalmente consentito di rivedere Fabrizia. «Quando l'ho riabbracciato, l'ho trovato sporco e trascurato. Poi, per fortuna, lo hanno trasferito in un'altra struttura a Moncalieri, dove Fabrizio si è trovato benissimo. I suoi fratelli me li hanno restituiti nel 2016, lui lo scorso anno. E quando il giudice ha conosciuto me e mio marito, mi ha detto: “Signora, ma io non sapevo che lei fosse malata". Capito? Nessuno gli aveva detto che ero una paziente oncologica. Ma se togliete i figli alla gente, almeno informatevi prima!».
Ben più tragico il destino di un'amica di Patrizia, Mara. Suo marito ci racconta che la donna «aveva dei disturbi. Era bipolare. Aveva alti e bassi. Ma amava sua figlia. Non le avrebbe mai fatto del male. Finché una sera, nel 2013, io e lei litighiamo di brutto, in assenza della piccola Alice. I vicini forse si spaventano, chiamano i carabinieri e loro, quasi seduta stante, ci tolgono Alice. Ci hanno anche detto che il nostro era l'unico caso di allontanamento richiesto dalle forze dell'ordine. E invece dopo abbiamo scoperto che i servizi sociali ci monitoravano già da due anni, perché per nostra figlia avevamo chiesto l'aiuto di un educatore una volta a settimana». La situazione precipita. Alice resta in comunità per 6 anni. «E intanto, i servizi sociali costringono me e mia moglie a vivere separati e fanno relazioni pesantissime su Mara. Un giorno, uno psicologo le ha detto: “Signora, lei è malata, non doveva nemmeno diventare madre"... Ma vi rendete conto?». Mara, che ha già le sue fragilità, non regge: nel 2017 si è gettata dal balcone della casa di sua madre. «È morta dopo 65 giorni di agonia. Aveva 40 anni ed era una ragazza bellissima. Nemmeno tre mesi dopo, arriva la relazione dei servizi sociali: problema risolto, mia figlia Alice può tornare a casa. Capito? Il “problema" era mia moglie. Morta lei, per loro era tutto a posto». Oggi Alice ha 16 anni. E questo dolore se lo porterà dentro per sempre.
«Noi accusati di non averle dato da bere. Siamo lontani da 5 anni»
Elisa e Marcello vivono nel Modenese, nella zona del terremoto del 2012. È l'area che fu già investita dallo scandalo dell'inchiesta Veleno: l'invenzione, a fine anni Novanta, di numerosi casi di abusi, omicidi e riti satanici commessi sui figli da decine di famiglie della Bassa Modenese. Mamme e papà distrutti per nulla, una vergogna denunciata dal giornalista Pablo Trincia e che costituisce, a tutti gli effetti, un precedente di Angeli e demoni.
Torniamo a Elisa e Marcello, due persone educatissime, dignitose, afflitte purtroppo da alcune malattie che si sono tradotte, per la donna, nel riconoscimento del 50% di invalidità e, per il marito, dell'85%. «Nostra figlia, Angela, nacque prematura», ci raccontano. «Un mese dopo il parto, le fu diagnosticata l'epilessia. Perciò, la bimba doveva stare costantemente in terapia. Poi, superata l'epilessia, sono cominciate le gastroenteriti ricorrenti». Elisa e Marcello erano costretti ad assentarsi spesso dal lavoro per stare vicini alla loro piccola. Finché quel lavoro non l'hanno perso: «Siamo stati licenziati. Così, ci siamo rivolti al Comune per un aiuto». E da lì scatta la trafila dei servizi sociali. La famiglia inizia a essere monitorata. Alla fine, succede l'imponderabile. «Faccio una premessa», spiega papà Marcello: «Aavevamo insegnato ad Angela, che aveva circa tre anni, come andare al rubinetto con la brocchetta dell'acqua per prendersi da bere. Un sabato», prosegue l'uomo, «mia figlia dice: “Papà, ho sete, prendimi l'acqua". E io: “Su Angela, prendila da sola: ora sei capace". Una cosa normale, un padre che spinge la figlioletta a rendersi autonoma. Solo che, tre mesi dopo, Angela aveva avuto un nuovo attacco di gastroenterite. Si era disidratata ed era finita in ospedale. Leggendo i referti, è partita l'accusa dell'assistente sociale a me e mia moglie: “Voi non le date da bere". In pratica, questo psicologo ha collegato una disidratazione dovuta alla gastroenterite e al vomito, con il fatto che noi chiedevamo ad Angela di versarsi l'acqua da sola».
Di lì all'ingresso in casa famiglia, il passo è breve. Anche perché, come ha illustrato alla Verità l'avvocato Marco Meliti, esperto dei casi di allontanamento dei minori, «per collocare un bimbo in una comunità ci vuole poco. I servizi sociali segnalano l'emergenza e il tribunale di solito si attiene alla segnalazione con un decreto d'urgenza. Per i ricorsi dei genitori, invece, i tempi sono quelli di un processo vero e proprio. E, intanto, il danno è fatto: i figli trascorrono mesi nelle case famiglia». Undici mesi, per l'esattezza, nel caso di Angela. Che non è mai più tornata a casa: «Al termine di quel periodo, nostra figlia è stata dichiarata adottabile», ci riferiscono Elisa e Marcello. «Eppure, ci eravamo rimessi in carreggiata. Abbiamo ricominciato a lavorare in un negozietto di famiglia». D'altro canto, «se due genitori hanno problemi economici, non è meglio aiutarli, piuttosto che togliere loro i figli?», ci dice l'avvocato Cristina Franceschini, dell'associazione Finalmente liberi, da anni in trincea per restituire i bambini «rubati» a mamme e papà.
«Certo», ammette Marcello, «nel nostro caso c'è stato l'errore della sorella di mia moglie, con la quale infatti abbiamo troncato i rapporti: lei, forse per paura della responsabilità, ha rifiutato di adottare Angela, che quindi è finita in una famiglia di estranei. Sono passati 5 anni dall'ultima volta che abbiamo visto la bimba». Elisa e Marcello si sentono traditi dalle istituzioni: «In Appello, l'avvocato del Comune ci ha trattati come fossimo Bonnie e Clyde. Ci è stata negata una ctu. Ci hanno praticamente accusati di essere degli svitati, perché ci siamo sposati in abiti rinascimentali, peraltro elogiati dal Comune stesso per aver voluto inscenare la rievocazione storica. Vi prego», conclude Marcello, cui fa eco la moglie: «Voi giornalisti scavate nel mondo marcio degli affidi».
«L’ho visto l’ultima volta 3 anni fa. La sua è un’adozione mascherata»
Una premessa: Marta, una ragazza che risiede nell'Anconetano, ha vissuto il dramma dell'allontanamento dalla famiglia due volte. Prima, da piccola: lei e i suoi fratelli furono sottratti ai genitori biologici. Anni dopo, la decisione del tribunale fu dichiarata illegittima. Il danno, però, era fatto: lei ormai era maggiorenne, i fratelli erano stati adottati da altre famiglie e avevano pure cambiato cognome. Uno di loro, oggi, non vuole neppure rivolgerle parola.
La seconda volta è successo quando è diventata madre. Nel 2008, ha avuto un primo figlio, Marco, da un compagno violento e perciò è finita in una comunità per donne vittime di abusi. Poi, un nuovo amore. Una nuova gravidanza: una bambina. «Ma forse non so scegliermi gli uomini», ci dice come se provasse vergogna. Perché anche il suo secondo compagno la picchia. E, «forse per liberarsi di un bambino che non era il suo», o per rovinarle la vita, nel 2014 la denuncia. Sostiene che Marta, in quel momento incinta di 7 mesi, ha maltrattato il figlio avuto dall'ex. «L'assistente sociale non s'è neppure preoccupata di verificare le accuse. Mi ha detto: “Mica sono una poliziotta...". A quel punto, io ho chiesto di entrare in casa famiglia con i miei figli». Ma in comunità, il bimbo Marco viene malmenato dagli ospiti più grandicelli «e forse anche da un assistente sociale. Nel referto del medico sugli ultimi lividi, c'era scritto che quelli di Marco erano “segni di contenimento". Chi altro poteva farglieli se non uno degli educatori?».
Dopo circa un anno, nel 2015, Marta, Marco e la sua bambina, Lucia, stanno per uscire dalla casa famiglia. Ma all'improvviso arriva un decreto del tribunale, che colloca il figlio presso una famiglia estranea e la bimba con il papà. L'affido dovrebbe essere temporaneo. Ma «è dal 24 agosto del 2016 che non vedo il mio Marco», ci riferisce Marta. «A un certo punto, gli assistenti sociali hanno interrotto gli incontri protetti. Io avevo fatto ricorso, ma la consulente del tribunale, che a me diceva “stai tranquilla, sei una mamma positiva e stimolante per tuo figlio, dirò al giudice di tenerne conto", in realtà aveva presentato una relazione negativa». Quella di Marco, secondo la madre, è «un'adozione mascherata. Lui è stato affidato a una famiglia molto nota in zona, che in passato ha già adottato altri bambini».
Ed è qui che sorgono gli atroci sospetti di Marta, alla quale abbiamo chiesto perché, a suo parere, gli assistenti sociali si siano tanto accaniti contro di lei. «Io penso che Marco fosse stato già “promesso" a quella famiglia...», che, stando a quanto racconta, di ragazzini ne ha avuti già sei o sette. Con i relativi contributi economici. Anche per questo, Marta ammette: «Mi sento sfiduciata. Non credo che riabbraccerò mai più Marco». Ecco. Così si consuma il destino beffardo di una donna che, bambina, fu strappata dai suoi genitori. E, adulta, rivive il dramma di un figlio che insieme a lei ha sofferto le pene dell'inferno, il rapporto deteriorato con l'ex marito di Marta, il periodo in casa famiglia, le botte dei bulli e ora l'adozione «mascherata». Una prassi che, come ha spiegato alla Verità un avvocato combattivo, che opera soprattutto nel tribunale minorile di Bologna, Francesco Miraglia, «è estremamente diffusa in Italia. Basta digitare su Google per rendersene conto». Noi l'abbiamo fatto: i risultati di una rapidissima ricerca superano il milione e 300.000 tra articoli e report.
Oggi, a Marta rimane solo la figlia più piccola. Ma anche con quest'ultima non mancano i problemi, perché la custodia della bambina la condivide con il suo ex compagno. Difatti, tra un non detto e un silenzio che restituisce il senso di orrore che sta provando, ci rendiamo conto che Marta sospetta che il padre abusi della ragazzina. «Sono attenzioni non dovute, oppure è qualcosa di più?», proviamo chiedere a questa donna provata, quasi atterrata dai patimenti di una vita sfortunata. «Stiamo parlando di genitali arrossati...», dice con un filo di voce. Anche su questi episodi sono in corso accertamenti da parte di un consulente del tribunale. Anche per Lucia potrebbe cominciare un calvario.
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Dopo lo scandalo scoppiato in Val d'Enza, con i minori sottratti a genitori accusati falsamente di violenze, «La Verità» decide di dare voce alle famiglie distrutte, a mamme e papà cui hanno tolto i figli, che stanno passando pene indicibili e sono convinti di aver subito ingiustizie dai servizi sociali e dai tribunali. A monte degli affidi, a volte ci sono crisi di coppia, altre volte i piccoli vengono allontanati per cause socioeconomiche. Roma, Torino, Modena, Ancona: quattro storie per riflettere. Lo speciale contiene cinque articoli. Nessuno sa con certezza quanti bambini siano stati sottratti ai loro genitori per decisione di un tribunale. Alcune associazioni di avvocati sostengono che siano oltre 50.000. La Verità si era già occupata del business delle case famiglia (oltre 1 miliardo di euro) e dei conflitti d'interessi tra i gestori di quelle strutture e i giudici onorari, i consulenti dei tribunali, gli assistenti sociali e gli psicologi. Nei giorni in cui divampano le polemiche per l'inchiesta Angeli e demoni, che in Val d'Enza ha scoperchiato uno sconcertante mercimonio di bimbi, tolti a mamme e papà sulla base di accuse di maltrattamenti costruite a tavolino e affidati anche a coppie omosessuali per puro fanatismo ideologico, abbiamo deciso di raccontarvi alcune storie. Storie tremende, in cui al dolore si mescola però il coraggio dei genitori che continuano a combattere per riabbracciare i figli allontanati. Abbiamo deciso di ascoltare la versione delle famiglie. Di dare voce a chi voce non ne ha. Non possiamo stabilire se queste persone che, per tutelare i minori coinvolti, chiameremo con nomi di fantasia, abbiano ragione o torto. Sappiamo però che, a questo punto, è almeno lecito coltivare il dubbio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ladri-di-bambini-2639117980.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="il-padre-era-un-violento-e-ora-stanno-punendo-me" data-post-id="2639117980" data-published-at="1776207213" data-use-pagination="False"> «Il padre era un violento e ora stanno punendo me» Roma, anno 2013. Diana e il marito si sono lasciati. Da quel momento, l'uomo comincia a manifestare comportamenti violenti verso l'ex moglie, anche di fronte al figlio Giacomo. La separazione all'inizio è consensuale, ma il papà di Giacomo, a febbraio 2013, segnala alla Corte d'appello che la moglie e il bambino hanno dei problemi psicologici. Viene nominata una consulente che prescrive a tutti e tre una terapia (a pagamento, circa 100 euro a seduta) in una Onlus. Particolare da tenere a mente. In quella sede, gli assistenti sociali, sostiene Diana, arrivano ad alterare i resoconti di Giacomo. Lo obbligano a disegnare la pioggia per poi appigliarsi a questo particolare per sostenere che il bimbo è depresso. Nel 2014, l'ex di Diana ne tenta un'altra. Lei accompagna Giacomo al circolo tennis, lui manda i carabinieri, denunciandola per abbandono di minore e perché, a suo dire, gli impedisce di vedere il piccolo. La denuncia viene archiviata, ma a quel punto interviene il tribunale minorile. Cominciano gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà. Diana ci ha fatto ascoltare alcune registrazioni di quei faccia a faccia strazianti: Giacomo urla, teme che «quello» (così chiama suo padre) possa picchiare di nuovo «mammina». A cavallo tra il 2014 e il 2015, il tribunale rispedisce i tre in terapia presso la stessa Onlus del 2013. Sempre a pagamento. È a quel punto che il legale di Diana scopre gli altarini: a vario titolo, all'associazione sono legati l'avvocato dell'ex marito, la consulente del tribunale e persino gli assistenti sociali che stavano seguendo la famiglia. Nel 2016, gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà vengono sospesi. In una relazione, infatti, la ctu, ossia la consulente del tribunale, scrive che il contesto e «la qualità della relazione» tra i due sono «così deteriorati» da rendere gli incontri «inumani». Ma allo stesso tempo, la consulente si scaglia anche contro Diana, definendola una madre «simbiotica» ed evidenziando un «conflitto di lealtà» con Giacomo, che avrebbe con la donna un rapporto «fusionale», morboso. Pochi giorni dopo l'uscita di questo rapporto, nonostante sia il papà quello cui gli psicologi, durante gli incontri protetti, avevano già diagnosticato un «disturbo del pensiero», la tendenza a fare del male al figlio pur di far soffrire l'ex moglie, il giudice minorile emette un decreto d'urgenza. E colloca Giacomo in una casa famiglia. «Per portarlo in comunità», ci racconta Diana, «hanno fatto un blitz a scuola. Otto uomini delle forze dell'ordine che lo hanno preso di peso e lo hanno trascinato lì». Il calvario non è finito. Giacomo, infatti, è celiaco, ma nella casa famiglia gli viene somministrato cibo con glutine. Diana ci ha mostrato le tremende foto risalenti a quel periodo, con le mani e le giunture del piccolo coperte di piaghe. «La struttura consegnava sempre relazioni positive, diceva che mio figlio stava migliorando», ricorda la donna. «E invece, un'ispezione del Procuratore e poi di Nas e Asl ha accertato che gli stavano facendo mangiare cibo con glutine». Finalmente, Giacomo esce dalla casa famiglia e, nel 2017, viene collocato nella casa della madre di Diana. In Toscana. «Ma andava bene così. Potevo vederlo, almeno». Solo che l'assistente sociale scrive una relazione - «falsa», assicura Diana - in cui sostiene che la donna dava in escandescenze durante gli incontri, che apriva il frigorifero della madre e buttava per terra le pietanze incompatibili con la celiachia del bimbo. «Fa copia-incolla con il rapporto dei precedenti consulenti, tira fuori il conflitto di lealtà, dice che io destabilizzo Giacomo». Risultato? Da due anni, Diana può vedere il figlio, che oggi ha 13 anni, una volta ogni 15 giorni, per un'ora, videoregistrata e in presenza di un educatore. «Il padre, invece, può andare a prenderlo quando vuole e portarlo dove vuole». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ladri-di-bambini-2639117980.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="mia-moglie-non-ha-retto-si-e-lanciata-dal-balcone" data-post-id="2639117980" data-published-at="1776207213" data-use-pagination="False"> «Mia moglie non ha retto. Si è lanciata dal balcone» Patrizia vive a Torino, ha un marito con cui va d'amore e d'accordo e tre figli. Però, a 47 anni, è costretta a portare un apparecchio acustico. Ed è stata malata oncologica: ha dovuto lottare contro un tumore all'utero, uno alla bocca e un osteoma. Quei mali li ha sconfitti. È al sistema dei servizi sociali, invece, che è dovuta soccombere. Durante la malattia, Patrizia e il marito li avevano interpellati per chiedere un aiuto con i loro bambini: «Ma mi avevano risposto che non c'erano abbastanza fondi per mandarmi a casa qualcuno che mi desse una mano». Nel frattempo, però, parte la solita procedura: l'assistente sociale va a casa di Patrizia e scrive al giudice minorile che la donna abbandona i figli in cortile, passa la giornata a dormire («ci credo che mi riposavo, ero malata!», ci dice lei). E aggiungono che il marito conserva una collezione di film porno, che i figli, due maschi e una femmina, hanno trovato e si sono messi a guardare. «Era tutto falso», assicura Patrizia. Fatto sta che i suoi tre ragazzi vengono allontanati. È il 2013. Anche lei, proprio come Diana a Roma, racconta: «Sono andati a fare un blitz a scuola, li hanno prelevati lì. Quando l'ho saputo, mi sono messa in ginocchio davanti all'assistente sociale. La imploravo: “Ma perché l'hai fatto?"». A un certo punto, uno dei tre bambini, Fabrizio, 8 anni, viene trasferito in una casa famiglia di Asti. Ai genitori viene proibito di vederlo. Ma Patrizia, che ha retto a tre cancri e alla sordità, non s'arrende. Riesce a mettersi in contatto con una mamma, ospite della struttura insieme al proprio figlio. Questa signora riferisce a Patrizia che Fabrizio viene minacciato, insultato e umiliato dagli operatori della comunità. «E a un certo punto sono venuta a sapere anche che si era messo a fumare. A 8 anni». Patrizia si ribella: «Ho fatto un bordello, ho denunciato tutti», riferisce. Da quel momento, ai genitori viene finalmente consentito di rivedere Fabrizia. «Quando l'ho riabbracciato, l'ho trovato sporco e trascurato. Poi, per fortuna, lo hanno trasferito in un'altra struttura a Moncalieri, dove Fabrizio si è trovato benissimo. I suoi fratelli me li hanno restituiti nel 2016, lui lo scorso anno. E quando il giudice ha conosciuto me e mio marito, mi ha detto: “Signora, ma io non sapevo che lei fosse malata". Capito? Nessuno gli aveva detto che ero una paziente oncologica. Ma se togliete i figli alla gente, almeno informatevi prima!». Ben più tragico il destino di un'amica di Patrizia, Mara. Suo marito ci racconta che la donna «aveva dei disturbi. Era bipolare. Aveva alti e bassi. Ma amava sua figlia. Non le avrebbe mai fatto del male. Finché una sera, nel 2013, io e lei litighiamo di brutto, in assenza della piccola Alice. I vicini forse si spaventano, chiamano i carabinieri e loro, quasi seduta stante, ci tolgono Alice. Ci hanno anche detto che il nostro era l'unico caso di allontanamento richiesto dalle forze dell'ordine. E invece dopo abbiamo scoperto che i servizi sociali ci monitoravano già da due anni, perché per nostra figlia avevamo chiesto l'aiuto di un educatore una volta a settimana». La situazione precipita. Alice resta in comunità per 6 anni. «E intanto, i servizi sociali costringono me e mia moglie a vivere separati e fanno relazioni pesantissime su Mara. Un giorno, uno psicologo le ha detto: “Signora, lei è malata, non doveva nemmeno diventare madre"... Ma vi rendete conto?». Mara, che ha già le sue fragilità, non regge: nel 2017 si è gettata dal balcone della casa di sua madre. «È morta dopo 65 giorni di agonia. Aveva 40 anni ed era una ragazza bellissima. Nemmeno tre mesi dopo, arriva la relazione dei servizi sociali: problema risolto, mia figlia Alice può tornare a casa. Capito? Il “problema" era mia moglie. Morta lei, per loro era tutto a posto». Oggi Alice ha 16 anni. 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Torniamo a Elisa e Marcello, due persone educatissime, dignitose, afflitte purtroppo da alcune malattie che si sono tradotte, per la donna, nel riconoscimento del 50% di invalidità e, per il marito, dell'85%. «Nostra figlia, Angela, nacque prematura», ci raccontano. «Un mese dopo il parto, le fu diagnosticata l'epilessia. Perciò, la bimba doveva stare costantemente in terapia. Poi, superata l'epilessia, sono cominciate le gastroenteriti ricorrenti». Elisa e Marcello erano costretti ad assentarsi spesso dal lavoro per stare vicini alla loro piccola. Finché quel lavoro non l'hanno perso: «Siamo stati licenziati. Così, ci siamo rivolti al Comune per un aiuto». E da lì scatta la trafila dei servizi sociali. La famiglia inizia a essere monitorata. Alla fine, succede l'imponderabile. «Faccio una premessa», spiega papà Marcello: «Aavevamo insegnato ad Angela, che aveva circa tre anni, come andare al rubinetto con la brocchetta dell'acqua per prendersi da bere. Un sabato», prosegue l'uomo, «mia figlia dice: “Papà, ho sete, prendimi l'acqua". E io: “Su Angela, prendila da sola: ora sei capace". Una cosa normale, un padre che spinge la figlioletta a rendersi autonoma. Solo che, tre mesi dopo, Angela aveva avuto un nuovo attacco di gastroenterite. Si era disidratata ed era finita in ospedale. Leggendo i referti, è partita l'accusa dell'assistente sociale a me e mia moglie: “Voi non le date da bere". In pratica, questo psicologo ha collegato una disidratazione dovuta alla gastroenterite e al vomito, con il fatto che noi chiedevamo ad Angela di versarsi l'acqua da sola». Di lì all'ingresso in casa famiglia, il passo è breve. Anche perché, come ha illustrato alla Verità l'avvocato Marco Meliti, esperto dei casi di allontanamento dei minori, «per collocare un bimbo in una comunità ci vuole poco. I servizi sociali segnalano l'emergenza e il tribunale di solito si attiene alla segnalazione con un decreto d'urgenza. Per i ricorsi dei genitori, invece, i tempi sono quelli di un processo vero e proprio. E, intanto, il danno è fatto: i figli trascorrono mesi nelle case famiglia». Undici mesi, per l'esattezza, nel caso di Angela. Che non è mai più tornata a casa: «Al termine di quel periodo, nostra figlia è stata dichiarata adottabile», ci riferiscono Elisa e Marcello. «Eppure, ci eravamo rimessi in carreggiata. Abbiamo ricominciato a lavorare in un negozietto di famiglia». D'altro canto, «se due genitori hanno problemi economici, non è meglio aiutarli, piuttosto che togliere loro i figli?», ci dice l'avvocato Cristina Franceschini, dell'associazione Finalmente liberi, da anni in trincea per restituire i bambini «rubati» a mamme e papà. «Certo», ammette Marcello, «nel nostro caso c'è stato l'errore della sorella di mia moglie, con la quale infatti abbiamo troncato i rapporti: lei, forse per paura della responsabilità, ha rifiutato di adottare Angela, che quindi è finita in una famiglia di estranei. Sono passati 5 anni dall'ultima volta che abbiamo visto la bimba». Elisa e Marcello si sentono traditi dalle istituzioni: «In Appello, l'avvocato del Comune ci ha trattati come fossimo Bonnie e Clyde. Ci è stata negata una ctu. Ci hanno praticamente accusati di essere degli svitati, perché ci siamo sposati in abiti rinascimentali, peraltro elogiati dal Comune stesso per aver voluto inscenare la rievocazione storica. Vi prego», conclude Marcello, cui fa eco la moglie: «Voi giornalisti scavate nel mondo marcio degli affidi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ladri-di-bambini-2639117980.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lho-visto-lultima-volta-3-anni-fa-la-sua-e-unadozione-mascherata" data-post-id="2639117980" data-published-at="1776207213" data-use-pagination="False"> «L’ho visto l’ultima volta 3 anni fa. La sua è un’adozione mascherata» Una premessa: Marta, una ragazza che risiede nell'Anconetano, ha vissuto il dramma dell'allontanamento dalla famiglia due volte. Prima, da piccola: lei e i suoi fratelli furono sottratti ai genitori biologici. Anni dopo, la decisione del tribunale fu dichiarata illegittima. Il danno, però, era fatto: lei ormai era maggiorenne, i fratelli erano stati adottati da altre famiglie e avevano pure cambiato cognome. Uno di loro, oggi, non vuole neppure rivolgerle parola. La seconda volta è successo quando è diventata madre. Nel 2008, ha avuto un primo figlio, Marco, da un compagno violento e perciò è finita in una comunità per donne vittime di abusi. Poi, un nuovo amore. Una nuova gravidanza: una bambina. «Ma forse non so scegliermi gli uomini», ci dice come se provasse vergogna. Perché anche il suo secondo compagno la picchia. E, «forse per liberarsi di un bambino che non era il suo», o per rovinarle la vita, nel 2014 la denuncia. Sostiene che Marta, in quel momento incinta di 7 mesi, ha maltrattato il figlio avuto dall'ex. «L'assistente sociale non s'è neppure preoccupata di verificare le accuse. Mi ha detto: “Mica sono una poliziotta...". A quel punto, io ho chiesto di entrare in casa famiglia con i miei figli». Ma in comunità, il bimbo Marco viene malmenato dagli ospiti più grandicelli «e forse anche da un assistente sociale. Nel referto del medico sugli ultimi lividi, c'era scritto che quelli di Marco erano “segni di contenimento". Chi altro poteva farglieli se non uno degli educatori?». Dopo circa un anno, nel 2015, Marta, Marco e la sua bambina, Lucia, stanno per uscire dalla casa famiglia. Ma all'improvviso arriva un decreto del tribunale, che colloca il figlio presso una famiglia estranea e la bimba con il papà. L'affido dovrebbe essere temporaneo. Ma «è dal 24 agosto del 2016 che non vedo il mio Marco», ci riferisce Marta. «A un certo punto, gli assistenti sociali hanno interrotto gli incontri protetti. Io avevo fatto ricorso, ma la consulente del tribunale, che a me diceva “stai tranquilla, sei una mamma positiva e stimolante per tuo figlio, dirò al giudice di tenerne conto", in realtà aveva presentato una relazione negativa». Quella di Marco, secondo la madre, è «un'adozione mascherata. Lui è stato affidato a una famiglia molto nota in zona, che in passato ha già adottato altri bambini». Ed è qui che sorgono gli atroci sospetti di Marta, alla quale abbiamo chiesto perché, a suo parere, gli assistenti sociali si siano tanto accaniti contro di lei. «Io penso che Marco fosse stato già “promesso" a quella famiglia...», che, stando a quanto racconta, di ragazzini ne ha avuti già sei o sette. Con i relativi contributi economici. Anche per questo, Marta ammette: «Mi sento sfiduciata. Non credo che riabbraccerò mai più Marco». Ecco. Così si consuma il destino beffardo di una donna che, bambina, fu strappata dai suoi genitori. E, adulta, rivive il dramma di un figlio che insieme a lei ha sofferto le pene dell'inferno, il rapporto deteriorato con l'ex marito di Marta, il periodo in casa famiglia, le botte dei bulli e ora l'adozione «mascherata». Una prassi che, come ha spiegato alla Verità un avvocato combattivo, che opera soprattutto nel tribunale minorile di Bologna, Francesco Miraglia, «è estremamente diffusa in Italia. Basta digitare su Google per rendersene conto». Noi l'abbiamo fatto: i risultati di una rapidissima ricerca superano il milione e 300.000 tra articoli e report. Oggi, a Marta rimane solo la figlia più piccola. Ma anche con quest'ultima non mancano i problemi, perché la custodia della bambina la condivide con il suo ex compagno. Difatti, tra un non detto e un silenzio che restituisce il senso di orrore che sta provando, ci rendiamo conto che Marta sospetta che il padre abusi della ragazzina. «Sono attenzioni non dovute, oppure è qualcosa di più?», proviamo chiedere a questa donna provata, quasi atterrata dai patimenti di una vita sfortunata. «Stiamo parlando di genitali arrossati...», dice con un filo di voce. Anche su questi episodi sono in corso accertamenti da parte di un consulente del tribunale. Anche per Lucia potrebbe cominciare un calvario.
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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