Chi non crede vuol spiegare tutto con Darwin, ma la Sacra Sindone va oltre la scienza.
Viene spesso spacciata per dogma la teoria di Darwin. Gli anti darwinisti sono trattati da deficienti, terrapiattisti e bigotti. In realtà non sono pochi i pensatori che hanno osato discutere alcuni aspetti della teoria di Darwin: essa è intoccabile perché è il pilastro che sostiene in maniera pseudoscientifica l’ateismo.
Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Complici i tribunali che continuano ad annullare i fermi alle navi, i taxi del mare riprendono con prepotenza a imporci gli sbarchi, forti del supporto della Cei. Il solito disegno che provoca morti e arrivi ingestibili.
Complici anche le gentilezze di alcuni tribunali che continuano da alcune settimane ad annullare i fermi disposti dalle autorità e a concedere risarcimenti agli attivisti, le Ong hanno ripreso le antiche e mai dimenticate abitudini. L’altro giorno la nave Aurora di Sea Watch ha recuperato 44 persone che si trovavano a bordo della piattaforma abbandonata Didon, tra la Libia e la Tunisia.
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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Luigi Di Maio (Ansa)
Luigi Di Maio Re delle gaffe ed ex campione di proclami populisti, ha saputo «lisciare» il potente di turno per collezionare incarichi a 5 stelle. Un camaleonte sempre in poltrona anche se trombato dagli elettori, a cui diceva: «Se mi vedete a bordo di un’auto blu, linciatemi».
Cognome e nome: Di Maio Luigi. Attuale rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico.
Incarico ottenuto, dicunt, grazie ai buoni uffici di Mario Draghi, che - sorvolando sulla comicità dell’inarrivabile elogio di cui lo gratificò Di Maio: «L’ho incontrato e mi ha fatto un’ottima impressione» - l’ha preso sotto la sua ala protettiva.
Apprezzandone la duttilità, volgarmente detta anche «trasformismo», nello schierarsi a sostegno del suo governo quando Giuseppe Conte appariva impegnato a cercare di detronizzare l’«usurpatore» Draghi, che gli aveva impedito di insediarsi per la terza volta a Palazzo Chigi.
Di Maio. In predicato di diventare addirittura Coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente (alla fine però hanno preferito il francese Jean Arnault).
Professore onorario presso il Dipartimento di studi sulla Difesa nel prestigioso King’s College di Londra, in cui è transitata una dozzina di premi Nobel (giuro, non è Lercio.it).
Già capo politico del M5s.
Già vicepresidente del Consiglio.
Già ministro dello Sviluppo economico e, al contempo, ministro del Lavoro.
Già ministro degli Esteri.
E non ha ancora compiuto 40 anni.
Aldo Moro, per dire, arrivò al suo primo incarico di ministro - della Giustizia - a 39 anni.
Niente male davvero, per uno che alle Comunali nel suo paese, Pomigliano d’Arco, prese 59 voti.
E nel 2013 ne incassò 139 alle Parlamentarie, le primarie online del M5s, ritrovandosi candidato, eletto e vicepresidente della Camera in un amen.
L’uomo dei proclami irrevocabili.
19 maggio 2018: «Con noi, cancellati i voli di Stato, anche così si è rivoluzionari», poi se n’è dimenticato.
21 marzo 2013: «Le auto blu sono il male assoluto, se mi vedete a bordo di una di esse, linciatemi», e qui gli smemorati sono stati i suoi elettori.
«Ercolino-sempre-in-piedi» per Gian Antonio Stella.
Per tutti, for ever and ever: Giggino.
Un miracolato della politica di inizio millennio (nel 2006 vendeva bibite allo stadio San Paolo, «no: ero uno steward in tribuna Autorità» ha sempre corretto lui).
Non l’unico, certo: a sinistra come a destra.
Nel suo caso sussiste tuttavia un’aggravante: aver teorizzato, da leader dei grillopitechi (investitura di cui è responsabile Beppe Grillo), il catastrofico principio dell’«uno vale uno», e poi averlo smentito con la sua fulminante carriera.
DiMa: la conferma vivente di quanto avessero ragione Elio e le Storie Tese cantando l’Italia come La terra dei cachi.
La mamma di DiMa, la signora Paola Esposito, si espose nel maggio 2018 con un’intervista a Oggi, in cui parlò dell’erede com’è ragionevole aspettarsi da una madre: «Per me Luigi è il migliore dei figli possibili, lo scarrafone più bello che ci sia».
E gli scivoloni sui congiuntivi? «L’episodio singolo può capitare a tutti, il resto mi pare un’esasperazione della stampa. Luigi è cresciuto in una famiglia dove la consecutio temporum è di casa» (nel 2017 Di Maio era riuscito a scrivere tre versioni dello stesso post, sbagliando sempre il verbo: «Se c’è un rischio che soggetti spiano», «se c’è un rischio che venissero spiati», «se c’è il rischio che due soggetti spiassero»).
Infine: «Sono una mamma fortunata. Luigi è rimasto lo stesso. Non sa dire bugie».
Ehm...
La fenomenologia di Giggino parrebbe non avvalorare l’assunto.
Prendete ad esempio i rapporti con Matteo Salvini, che nel 2021 Di Maio dipingerà come «una delle persone più false che conosco».
Salvini nel maggio 2017 lo giudicava «di una pochezza e un’ignoranza ineguagliabili».
Mentre nel dicembre dello stesso anno bollava così la proposta avanzata da DiMa («Serve una consultazione popolare per decidere se rimanere o meno nell’euro»): «Il referendum sull’euro? Una sciocchezza».
Che detto da chi aveva organizzato il Basta euro tour - e che nel gennaio 2018 (cioè un mese dopo averla «rimbalzata») ribadiva: «Tengo aperta l’opzione di un’uscita dall’euro» - suonava quantomeno stravagante, ma vabbè.
La fine è nota: sono andati al governo insieme, entrambi come ministri-vicepremier, che però trattavano come loro vice l’effettivo presidente del Consiglio, il mitico #Giuseppi (la storpiatura di Donald Trump è tornata di moda, rilanciata da Paolo Zampolli, descritto fino all’altro ieri come un specie di orrendo scherano del presidente Usa, che a proposito della cena dell’altra sera in un ristorante top di Roma proprio con Conte ha raccontato: «Conte è amico mio e di Donald, mi ha detto di salutarlo. Elly Schlein? Non so chi sia», titolo del Corriere della Sera).
Ciò non ha impedito che talvolta i due fossero in disaccordo, ma senza i termini sprezzanti precedenti.
Per esempio: quando DiMa annunciò urbi et orbi dal balcone «Abbiamo abolito la povertà!», Salvini incassò il mio applauso, e ho detto tutto, per la replica irridente ma molto british: «Anche a me piacerebbe abolire il cattivo tempo e i pareggi del Milan a tempo scaduto, ma purtroppo per decreto non ci riesco».
Sulla diarchia è tutto da compulsare il divertente pamphlet a cura di Alberto Orioli, pubblicato dal Sole 24 Ore nel 2019, dopo un anno di governo, quello gialloverde M5s-Lega, il primo di Conte.
Titolo Salvini o Di Maio: chi l’ha detto?.
Sottotitolo: «266 dichiarazioni da indovinare».
Eh sì, perché, a seconda delle stagioni e del momento, i loro proclami risultavano sovrapponibili e interscambiabili.
Con Salvini scavalcato a destra.
Vedi alla voce Ong: «Chi paga questi taxi del Mediterraneo?», scrive per esempio DiMa a più riprese su Facebook nel 2017, aggiungendo: «Ci auguriamo che il ministro Marco Minniti ci dica tutto quello che sa».
Il fatto poi che di lì a un anno lui e Conte avrebbero entusiasticamente approvato il decreto Sicurezza voluto da Salvini, per poi prenderne disinvoltamente le distanze una volta rimasti a Palazzo Chigi ma con il Pd, conferisce un ulteriore tocco di simpatico spaesamento al quadro.
Sempre in quell’anno, un brillante Mattia Feltri aveva fotografato così Giggino: «Non penso quindi sono: ritratto dell’uomo che non ha idee quindi le prende in leasing. Luigi emula Salvini, l’ultima metamorfosi dell’attaccapanni», uno cioè che fa propri principi e slogan che gli hanno «appeso» addosso altri (e poi quello abrasivo sarei io...).
Il lusinghiero giudizio di Feltri è del 28 agosto 2019, nella lunga estate calda del leader leghista, che ottenebrato dal clima allegrotto del Papeete, aveva deciso di andarle a suonare alla sua stessa maggioranza, finendo suonato lui come un piffero.
Morale? Il 5 settembre giurava il Conte 2, figlio degli sponsali M5s-Pd.
Esatto, proprio quel Pd contro cui Giggino aveva tuonato: «Io non voglio avere nulla a che fare con il partito di Bibbiano, che in Emilia toglieva alle famiglie i bambini con l’elettroshock per venderseli», una cosuccia così.
E quanti anni prima aveva preso questo roccioso, granitico impegno? Il 18 luglio 2019, meno di due mesi prima di dar vita insieme al nuovo esecutivo targato Giuseppi.
Il suo capolavoro è stato sedersi, nell’estate 2022 in vista delle Politiche, accanto a due ex Dc, Enrico Letta -segretario Pd - e Bruno Tabacci (lui e Di Maio si presenteranno insieme alle elezioni nella lista di Impegno civico, ma solo Tabacci entrerà in Parlamento), con alle spalle il logo dei dem a caratteri cubitali: «Oggi sigliamo un’importante intesa, posso dirvi che siamo convinti di questa alleanza nel segno dell’agenda Draghi».
Tutto normale, per Giggino, l’accompagnarsi a due ex Dc, da sempre sostenitori del capo dello Stato Sergio Mattarella, che Di Maio arriverà a definire «il nostro Jedi», «l’angelo custode del governo», dopo averne chiesto, con le vene gonfie sul collo, addirittura la messa in stato d’accusa perché colpevole di essersi messo di traverso rispetto alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia (per completezza d’informazione: l’impeachment fu evocato anche da Giorgia Meloni).
Tutto regolare, il richiamo a Draghi, per uno come DiMa che solo tre anni prima, da ministro, era andato in Francia - con quell’altro fior di statista di Alessandro Di Battista - a sostenere il movimento dei gilet gialli di Cristophe Chalençon, «che strizza l’occhio alla violenza e alla guerra civile», titolo del Corriere del 5 febbraio 2019.
«Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi. Ripeto. Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi», se ne uscì Giggino, con una specie di solenne avviso ai naviganti meritevole di ripetizione.
Invece è cambiato lui.
Lui, che dopo l’esplosione nel porto di Beirut abbracciò «il popolo libico».
Lui, che inserì la Russia tra «i Paesi mediterranei».
Lui, che ha ribattezzato «Ping» il presidente cinese Xi Jinping in un discorso ufficiale a Shanghai.
Lui, che ha collocato Pinochet e la sua dittatura fascista in Venezuela.
Lui, che ha omaggiato la Francia come una nazione «con tradizione democratica millenaria».
«Noi siamo costituiti per oltre il 90% d’acqua», ha sdottoreggiato nel settembre 2018.
Il dubbio di molti è che fosse un coming out, a proposito della concentrazione idrica nella sua testa.
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Friedrich Merz (Ansa)
La norma riguarda giovani e adulti in età militare. Il servizio rimane volontario, ma non sarebbe ostico renderlo obbligatorio.
Molti giovani uomini tedeschi hanno scoperto ieri che, per loro, lasciare il Paese non è più una decisione del tutto libera. Se il soggiorno all’estero supera una certa durata, infatti, servirà un’autorizzazione. Non si tratta di una misura amministrativa qualsiasi, ma dell’effetto di una legge che riporta al centro del dibattito pubblico una parola che Berlino aveva accantonato da oltre un decennio: leva.
La novità è emersa da un aggiornamento del quadro normativo legato al Wehrpflichtgesetz, la legge sul servizio militare. In base a quanto riportato dalla Frankfurter Rundschau, gli uomini soggetti agli obblighi militari non possono più soggiornare all’estero per periodi prolungati senza il via libera delle autorità competenti. La soglia individuata è quella dei tre mesi: oltre questo limite, l’uscita dal territorio tedesco richiede una specifica autorizzazione. In caso contrario, sono previste conseguenze sul piano amministrativo.
La disposizione riguarda i cittadini di sesso maschile in età da servizio militare, cioè quella fascia che, almeno sulla carta, potrebbe essere richiamata alle armi. La Germania, infatti, non ha mai abolito la leva: nel 2011 è stata semplicemente sospesa. Dal punto di vista giuridico, resta quindi pienamente attivabile. È proprio in questo spazio che si inserisce la nuova norma, che punta a evitare che i potenziali coscritti si sottraggano alla disponibilità trasferendosi all’estero per lunghi periodi di tempo.
Il ministero della Difesa ha provato a ridimensionare la portata della misura. Un portavoce, interpellato dalla stampa tedesca, ha spiegato ieri che non si tratta di una restrizione generalizzata della libertà di movimento, ma di una norma già prevista e ora resa più esplicita. L’obiettivo, ha sottolineato, sarebbe esclusivamente quello di garantire la reperibilità dei cittadini in caso di necessità, non di limitare viaggi o esperienze all’estero. Il ministero, inoltre, chiarirà «tramite regolamento amministrativo che l’approvazione si considera concessa a condizione che il servizio militare sia volontario».
Burocratese a parte, il dato politico è evidente: Berlino si sta preparando a uno scenario che fino a pochi anni fa sembrava archiviato. Negli ultimi mesi, il governo ha avviato una revisione complessiva del sistema di reclutamento, introducendo un modello definito «ibrido». Dal 2026 tutti i diciottenni maschi saranno chiamati a registrarsi e a compilare un questionario sulla propria idoneità e disponibilità al servizio. Dal 2027 sono previste anche visite mediche obbligatorie. Il servizio resta formalmente volontario, ma il sistema è costruito in modo da poter essere rapidamente trasformato in obbligatorio, qualora i numeri non dovessero bastare.
E i numeri, appunto, restano il vero nodo da sciogliere. L’obiettivo dichiarato del governo di Friedrich Merz è portare la Bundeswehr a oltre 260.000 soldati attivi e a circa 200.000 riservisti. Una soglia molto distante dalla situazione attuale, segnata da carenze strutturali e difficoltà nel reclutamento. Per colmare questa lacuna, Berlino ha avviato un piano di rafforzamento senza precedenti negli ultimi decenni.
Il riarmo tedesco, d’altronde, è già nei numeri. Dopo il fondo straordinario da 100 miliardi annunciato nei mesi scorsi, il governo punta a portare la spesa per la difesa fino a circa il 3,5% del Pil entro la fine del decennio. Si tratta di un cambio di paradigma per un Paese che, per lungo tempo, aveva mantenuto un profilo militare a dir poco prudente. Oggi, invece, la Germania intende svolgere un ruolo molto più incisivo all’interno della Nato, anche alla luce della guerra in Ucraina e del deterioramento del quadro di sicurezza europeo.
In questo contesto, la norma sui soggiorni all’estero assume un significato che va oltre il dato meramente tecnico. Non è, insomma, solo una disposizione amministrativa, ma un tassello di una strategia più ampia: ricostruire una base di cittadini immediatamente disponibili in caso di mobilitazione. Limitare la possibilità di trascorrere lunghi periodi fuori dal Paese senza autorizzazione significa, di fatto, mantenere sotto controllo una platea potenziale di coscritti.
Non mancano, ovviamente, le tensioni. Anche perché, a partire dalla caduta del muro di Berlino, la narrazione dominante delle istituzioni è stata improntata a un pacifismo quasi radicale. E non sarà facile far passare la nuova linea senza colpo ferire. E i dati lo confermano. Secondo una rilevazione YouGov del giugno 2025, il 63% dei tedeschi tra i 18 e i 29 anni si è detto contrario alla reintroduzione del servizio obbligatorio, mentre un altro sondaggio pubblicato nel gennaio 2026 mostra come il consenso resti nettamente più basso proprio nella fascia che sarebbe direttamente coinvolta. Numeri che fotografano una distanza evidente tra le scelte del governo e l’umore di chi, in caso di necessità, dovrebbe essere chiamato alle armi. Se l’accoglienza della riforma è questa, per Berlino il problema non sarà solo introdurla, ma riuscire davvero a farla funzionare.
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