Usa-Iran, accordo raggiunto: venerdì la firma in Svizzera

L'accordo, successivamente confermato anche da fonti iraniane, prevede la cessazione delle operazioni militari, compreso lo stop ai bombardamenti in Libano, e la riapertura dello Stretto di Hormuz dopo la sottoscrizione formale del protocollo. Donald Trump ha salutato l'intesa invitando le petroliere a «riaccendere i motori», mentre il vicepresidente JD Vance ha annunciato la propria partecipazione alla cerimonia di firma, senza escludere la presenza dello stesso presidente americano. La prospettiva di una de-escalation nella regione ha avuto effetti immediati anche sui mercati, con il prezzo del petrolio in netto ribasso.
L'accordo è arrivato al termine di ore segnate da continui colpi di scena, divisioni interne al regime iraniano e timori che l'escalation militare potesse far deragliare il negoziato proprio a un passo dal traguardo. Soprattutto dopo l'ultimo raid israeliano in Libano che rischiava di far saltare il tavolo di pace.
Riavvolgendo il nastro di una domenica vissuta nell'incertezza, proprio nelle ore decisive, infatti, erano aumentati i segnali che avrebbero potuto far deragliare il negoziato. Le maggiori resistenze erano arrivate dall’interno della Repubblica islamica. Secondo Iran International, durante una manifestazione a Teheran gli ambienti più radicali hanno preso di mira il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, accusandoli di aver concesso troppo agli Stati Uniti. I manifestanti hanno chiesto le loro dimissioni e denunciato colloqui portati avanti senza una chiara autorizzazione della Guida Suprema Mojtaba Khamenei. Di segno opposto le parole del presidente Masoud Pezeshkian, secondo cui la decisione finale spetta alla Guida Suprema e al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. Lo stesso presidente aveva ribadito che il Consiglio ritiene necessario proseguire sulla strada del dialogo e ha ricordato che Khamenei aveva autorizzato in passato la ricerca di «negoziati dignitosi».
Anche il contenuto dell’accordo restava oggetto di interpretazioni divergenti. Reuters, citando un funzionario iraniano, ha riferito che Teheran avrebbe accettato di non produrre né acquisire armi nucleari. Tuttavia Fars continuava a sostenere che il testo non fosse ancora definitivo e che «nessun accordo sarebbe stato firmato nei tempi annunciati da Donald Trump». Anche Mehdi Mohammadi, membro della delegazione iraniana, aveva ribadito che restavano aperte questioni fondamentali relative ai 14 punti del memorandum. Ma se il negoziato appariva fragile sul piano politico, il rischio maggiore arrivava dal fronte militare.
Proprio mentre i mediatori tentavano di chiudere l’intesa nonostante le dichiarazioni contrastanti, Israele ha lanciato nuovi raid sulla periferia meridionale di Beirut, ufficialmente giustificati con precedenti attacchi di Hezbollah, provocando almeno tre morti e quindici feriti. L’operazione, comunicata preventivamente al Comando centrale statunitense, ha però provocato una durissima reazione da parte di Teheran. Ghalibaf ha accusato Washington di non essere in grado di controllare il proprio alleato israeliano e ha messo apertamente in dubbio la prosecuzione del dialogo.
Sulla stessa linea il vice comandante del quartier generale Khatam al-Anbiya, Mohammad Jafar Asadi, che ha promesso che il raid «non resterà impunito». I toni sono stati ulteriormente alzati dal generale Ali Abdollahi, comandante delle forze armate iraniane, secondo cui i militari della Repubblica islamica hanno «il dito sul grilletto». Abdollahi ha aggiunto che Teheran attende «il minimo errore» degli avversari per impartire loro «una lezione indimenticabile». Nel frattempo l’Idf ha elevato il livello di allerta per il timore di possibili attacchi iraniani. Mentre Teheran negoziava con Washington, il suo principale alleato regionale continuava infatti a confrontarsi militarmente con Israele. Una contraddizione esplosiva che rischiava di far saltare l’accordo.
A tal proposito si è rivelato fondamente il pronto intervento di Trump che ha chiesto all’Iran di non rispondere e non ha nascosto la propria irritazione per il raid israeliano. In un’intervista a Channel 12 ha raccontato di aver telefonato immediatamente a Benjamin Netanyahu. «Perché Bibi ha dovuto fare un fottuto attacco? Ero così incazzato», ha dichiarato, sostenendo che l’operazione sia avvenuta appena un’ora prima della prevista firma dell’accordo e ne abbia ritardato la conclusione. Alcuni funzionari di Tel Aviv hanno definito «uno schiaffo in faccia» le dichiarazioni pubbliche del tycoon, che a Bibi avrebbe detto: «Che c... fai?».
Le prime reazioni internazionali all'intesa non si sono fatte attendere. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che il tema sarà al centro del G7 di Evian, dove i leader discuteranno delle conseguenze geopolitiche ed economiche dell'accordo, a partire dalla stabilizzazione del Libano e dalla riapertura duratura dello Stretto di Hormuz. Proprio sul delicato passaggio marittimo attraverso cui transita una quota significativa del commercio energetico mondiale, Teheran ha fatto sapere che la gestione del traffico nel Golfo Persico avverrà in coordinamento con l'Oman.






