Il Sistema Reggio svuota Campovolo. Estate senza musica, il Liga s’infuria

Una cosa si è capita chiaramente: per il «Sistema Reggio» è meglio continuare a puntare sul business dell’accoglienza, piuttosto che avventurarsi in quello ben più complicato dei grandi eventi.
In meno di quattro anni, infatti, la città del Tricolore sembra aver perso la scommessa Campovolo (la mega struttura per concerti che doveva trasformarla nella Capitale della musica), e la cancellazione dell’Hellwatt festival programmato per il prossimo luglio, che prometteva di portare nel capoluogo emiliano star come Kanye West e il rapper Travis Scott, ne certifica la débâcle.
Certo, formalmente è stato il prefetto della città, Salvatore Angieri, a stoppare le esibizioni dei due artisti per motivi di sicurezza (West è noto per le sue posizioni estremiste e antisemite), ma a molti l’ordinanza prefettizia è apparsa, più che altro, come una manna dal cielo che ha permesso alle varie partecipate, cooperative e società coinvolte nell’organizzazione, ma soprattutto al sindaco Marco Massari e al capo di gabinetto della Regione Emilia-Romagna, Luca Vecchi, che avevano fortemente sostenuto l’evento, di uscire dal vicolo cieco in cui si erano cacciati.
«Ho sempre voluto starne fuori per non abbinare il mio nome a questa vicenda. Ma come ogni cittadino di Reggio mi chiedo come sia possibile e provo un’enorme tristezza», ha dichiarato sulla vicenda Luciano Ligabue, prendendo le distanze da una creatura (Campovolo, appunto) che lui stesso, con il concerto inaugurale del 2022, ha contribuito a creare e che rappresentava nell’immaginario dei compagni la capacità della sinistra di fare affari con la musica di massa.
Ma andiamo con ordine: il Campovolo era originariamente un’area verde di proprietà di Enac, data poi in concessione alla Aeroporto di Reggio Emilia spa, controllata «in house» dagli enti pubblici territoriali tra cui Comune di Reggio, Provincia e altri e utilizzata per anni per le edizioni locali e nazionali de la Festa dell’Unità.
Poi, tra il 2017 e il 2020, grazie a un finanziamento pubblico di 1,7 milioni di euro e oltre 11 milioni di fondi europei (gestiti dalla Regione Emilia-Romagna) sull’area venne realizzata quella che oggi porta il nome di Rcf Arena, «la venue più grande d’Europa» attrezzata in modo permanente e capace di ospitare oltre 100.000 persone in piedi.
La costruzione e la gestione del colosso vennero affidate alla C.Volo spa, che le ha in concessione fino al 2035, società nata con un capitale assai modesto per la portata della mission (100.000 euro appena) e partecipata da importanti e note realtà cooperative e imprenditoriali del territorio, oltre che da Rcf, main sponsor dello spazio.
Dopo l’inaugurazione del 2022, però, la location reggiana non pare aver mai brillato per i risultati: un concerto o due all’anno che, secondo le voci di corridoio, facevano andare in pareggio i conti e poco più. Fino allo scorso febbraio, quando in pompa magna il sindaco di Reggio Emilia, Massari, insieme al suo predecessore Vecchi e ai rappresentanti della C.Volo spa hanno presentato l’evento che avrebbe dovuto segnare la svolta e trasformare per un mese Reggio Emilia nella capitale internazionale delle sonorità rap elettroniche del momento.
Ma se già suonava male la presentazione di West come artista di punta in una città di tradizione partigiana e, ancor più, sembrava stonata la scelta di un direttore artistico come Victor Yari Milani - classe ’84, nato in Spagna e proprietario di due ditte attive nel settore feste e matrimoni - certamente preparato ma poco noto nell’ambiente (se non per aver organizzato il ricevimento alla festa di matrimonio della figlia di Putin), quando, nel mese di maggio hanno cominciato a circolare le prime voci di una organizzazione ancora in alto mare e di una vendita dei biglietti che sembrava languire, molti immaginavano già che qualcosa sarebbe andato storto.
Da allora a oggi i passaggi si sono susseguiti in fretta e nemmeno uno è andato per il verso giusto: dalle immancabili critiche di Anpi e sindacati per la scelta degli artisti, al licenziamento improvviso di Milani, dal rimpallo delle responsabilità al cambio in corsa del nome del festival (trasformato in tutta fretta in «Pulse of Gaia»), fino alle decine di domande avanzate dai consiglieri comunali di Fratelli d’Italia e Lista civica per Reggio, rimaste ancora senza risposta.
Qualche giorno fa, a togliere le castagne dal fuoco è arrivata l’ordinanza del prefetto di Reggio che ha vietato i due concerti principali previsti per i primi di luglio, su un cartellone che, almeno inizialmente, aveva in programma una decina di date. E l’occasione è stata buona per annullare l’intero festival, senza che nessuno di coloro che avevano sbandierato l’evento si sia assunto la responsabilità dell’accaduto. «Il Pd reggiano continua a governare la città facendo inanellare figuracce che stanno arrecando un danno enorme all’immagine, alla credibilità e all’attrattività di Reggio Emilia. Dopo il clamoroso flop del Polo della Moda e la vicenda del Tricolore conferito a Francesca Albanese, oggi assistiamo al disastro del festival al Campovolo. Comune e C.Volo si sono descritti come impeccabili, sostenendo che fosse tutto pronto e che l’unico responsabile fosse il prefetto. Una ricostruzione che sfiora il ridicolo. Quando c’è da intestarsi i successi salgono tutti sul carro, quando arriva un fallimento di proporzioni internazionali le responsabilità spariscono e si cerca un capro espiatorio», ha commentato Cristian Paglialonga, capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio comunale della città.






