True
2019-09-09
La super stangata che si nasconde dietro il fumo verde
iStock
C'è qualcosa di pericoloso e ideologico nella crociata green che, con qualche ritardo, giunge anche in Italia, come La Verità spiega in dettaglio in queste pagine. Altrove, il rischio si è già concretizzato a livello di proposta politica ed elettorale, con i dem americani prigionieri degli ecodeliri di Alexandria Ocasio-Cortez, e una riaffermazione, in giro per l'Europa, di liste verdi. Desiderose, queste ultime, di trovare un equilibrio difficile e quasi acrobatico tra radicalismo ideologico (per soddisfare l'ala estrema) e propensione governista (per erodere spazi ai socialdemocratici e ai socialisti che ovunque arretrano).
Qui in Italia c'è ancora margine per evitare derive di questo tipo, anche perché le esperienze politiche e parlamentari dei verdi italiani sono state catastrofiche, ma il rischio non va sottovalutato. I pericoli, anche in termini teorici, sono quattro, l'uno più letale dell'altro: un approccio anti industria e anti impresa, un atteggiamento fiscalmente punitivo verso i contribuenti, una fiducia insensata nelle virtù delle tasse e della regolamentazione, e una generale colpevolizzazione ideologica dell'Occidente.
Procediamo con ordine. L'approccio anti industria non tiene conto del fatto che i nostri campioni nel campo dell'energia e della chimica siano già tra i più avanzati al mondo in termini di attenzione ecologica: e davvero non si avverte il bisogno di processi sommari nei loro confronti. Gli unici a festeggiare sarebbero i competitor internazionali, a partire dai giganti francesi e tedeschi. Meno che mai avrebbe senso un generale pregiudizio anti impresa: aumentare il carico fiscale o gli oneri avrebbe un solo effetto concreto, e cioè quello di colpire alle gambe la competitività delle nostre imprese rispetto ai concorrenti stranieri, già ampiamente avvantaggiati sul terreno del fisco e delle infrastrutture.
L'approccio anti contribuenti è ancora più subdolo. Nella teoria: perché punta a colpevolizzare il consumo, la modernità, la fruizione di beni e servizi, quasi inseguendo un impossibile mito del ritorno al passato. Che cos'è l'assurdità di un mondo a «rifiuti zero», se non un surreale vagheggiamento della preistoria? Approccio subdolo anche nella pratica: perché le proposte della sinistra - in tutto il mondo, e quindi anche da noi - si tradurrebbero in una pressoché certa e immediata impennata dei prezzi alla pompa di benzina e in un clamoroso rialzo delle bollette.
La terza osservazione ha a che fare con una filosofia normativa che anche nell'Ue della centralizzazione e dell'omologazione sta purtroppo trionfando. Quella per cui, in materia ambientale (si pensi al campo delle emissioni nocive) non sia possibile confidare nel mercato (quando invece potrebbe crearsi un immenso e virtuoso mercato in quest'ambito), e che, al contrario, tutto debba essere risolto o per via di penalizzazione fiscale - più tasse - o per via di irrigidimento della regolazione, con pacchetti normativi di centinaia di pagine, spesso contraddittori e incomprensibili. Si può sfidare chiunque, anche i più esperti conoscitori della materia, a destreggiarsi tra centinaia di regole nazionali ed europee.
Alla fine, il sistema è ingessato, non funziona: non produce buoni risultati né dal punto di vista economico né da quello della protezione ambientale. Non c'è da stupirsi se (Brexit ne è solo l'esempio più evidente) sempre più Paesi vogliano sottrarsi a questa tenaglia normativa e regolatoria, mantenendosi più flessibili, più liberi di adattare le scelte normative a un mondo in evoluzione. Nemmeno il legislatore più fantasioso, nemmeno il governante più illuminato, in tempi di mutamenti ultraveloci, può sapere che cosa accadrà fra 3 o 5 anni: perché, allora, impiccarsi a scelte normative pesanti, rigide, eccessivamente dettagliate?
La quarta e ultima osservazione ha a che fare con un sottofondo culturale di colpevolizzazione dell'Occidente. La colpa è sempre la nostra, ci viene detto (specie a sinistra), e, masochisticamente, tutte le regolamentazioni più penalizzanti sono concepite proprio verso noi stessi, verso i Paesi occidentali, senza minimamente preoccuparsi di elementari dati dei realtà. Sono gli Stati Uniti, ad esempio, a essere protagonisti di una significativa riduzione delle emissioni di carbonio, contrariamente ai nuovi record di inquinamento sfondati regolarmente dalla Cina. Eppure, anche i famosi Accordi di Parigi finiscono per proteggere (o per non penalizzare) i Paesi più inquinanti, gravando largamente sulla parte occidentale del pianeta.
È giunta l'ora di un cambio di paradigma. In primo luogo, occorre respingere l'idea che solo a sinistra ci sia preoccupazione e sensibilità sui temi dell'ecologia. Semmai, proprio chi ha una visione conservatrice della società (basata, secondo il noto paradigma di Edmund Burke, in un passaggio di testimone tra «morti, viventi e non ancora nati») è attento al compito morale di lasciare una buona eredità a chi viene dopo. Quindi, la caricatura di una sinistra consapevole e ambientalista, e di una destra sciatta e priva di scrupoli, va respinta con forza.
Il punto è invece discutere sui mezzi più adatti a perseguire quegli obiettivi: gli statalisti confidano nel mix «più tasse, più Europa, più regolamentazione». È invece venuto il momento di provare una ricetta diversa: maggiore competizione tra soluzioni diverse, nessuna criminalizzazione delle imprese e delle attività economiche, maggiore propensione a richiamare anche i Paesi in via di sviluppo al dovere di cooperare pure in questo settore. Oltre che ad abbandonare politiche commerciali scorrette e dannose.
Tasse, sprechi, agevolazioni. Ogni bolletta si prende 73 euro per le «rinnovabili»
La rivoluzione green lascia al verde gli italiani. Tasse, balzelli, sprechi, investimenti mancati, ma anche un intricatissimo sistema di agevolazioni: sono tutti capitoli di bilancio per i quali la collettività è chiamata a mettere la mano al portafoglio. Nel bel mezzo della crisi è stato l'ex viceministro leghista all'Economia Massimo Garavaglia a svelare la stangata ecologica ordita dai capoccioni di via XX Settembre. Le tre ipotesi allo studio dei tecnici, come riferito a fine agosto da Garavaglia a Italia Oggi, consistono in una tassa sui biglietti aerei (parametrata in base alla lunghezza della tratta), un superbollo per i veicoli più vecchi e l'applicazione dell'Iva ordinaria sugli imballaggi di plastica delle confezioni alimentari. Trovata quest'ultima che strizza l'occhio alla tendenza del momento, quella del «plastic free». Senza contare la contestatissima ecotassa approvata all'inizio dell'anno che penalizza chi acquista auto più inquinanti.
Ma basta prendere in mano una bolletta e dare uno sguardo alla sezione «oneri di sistema». È tramite questa voce, infatti, che ogni bimestre privati e imprese (il più delle volte senza nemmeno saperlo) coprono il saldo degli incentivi per le energie rinnovabili. Mica roba da poco: dando uno sguardo all'ultima relazione del Gestore dei servizi energetici (Gse, soggetto interamente controllato dal ministero economico) si capiscono le proporzioni di questo stillicidio. «Gli oneri di sistema destinati alla promozione delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica», si legge nel testo, «hanno comportato per la famiglia tipo una spesa nel 2018 di 96 euro, un incremento di 4 euro rispetto al precedente anno». Messa così possono sembrare pochi spiccioli. E invece si scopre che la componente principale (che va sotto il nome A3sos, ex componente A3), quella destinata alla riduzione del fabbisogno di incentivi per le rinnovabili elettriche, pesa ben 73 euro a bolletta (dunque il 76% sul totale), e nel complesso l'astronomica cifra di 11,6 miliardi di euro.
Che fine fanno questi soldi è presto detto. Tutti i fornitori dell'energia elettrica girano gli importi riscossi sia al Gse sia alla Cassa per i servizi energetici e ambientali (Csea). Successivamente, il Gse utilizza i (nostri) soldi per coprire la differenza tra l'importo al quale acquista l'energia derivante delle fonti rinnovabili e i ricavi dalla vendita sul mercato. Non essendo ancora disponibile il bilancio del Gse del 2018, dobbiamo accontentarci di analizzare le cifre dell'anno precedente. Nel 2017, solo per il fotovoltaico sono stati erogati incentivi per 6,3 miliardi di euro, divisi nelle cinque edizioni del cosiddetto «Conto energia». L'altra metà è stata utilizzata per le diverse categorie di incentivi Fer (465 milioni), Iafr (2,2 miliardi) e per gli Grin (ex certificati verdi, 3,1 miliardi), che riguardano impianti a biogas, l'idroelettrico, i bioliquidi, le biomasse e i gas di discarica.
Cifre che, al netto dei tecnicismi, parlano da sole. Certo, possiamo anche berci la versione edulcorata del Gse, secondo la quale «gli incentivi per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica che finiscono nelle bollette non sono costi a carico dei consumatori, ma investimenti in sostenibilità ambientale a cui l'intera collettività partecipa». Rimane pur sempre il fatto che l'enorme costo della sostenibilità energetica è sulle spalle degli italiani. Sforzo che, bisogna riconoscerlo, non manca di dare risultati. L'Italia è avanti rispetto agli altri partner europei per quanto riguarda gli obiettivi sulla produzione e l'utilizzo di energia pulita, ma tutto ciò ha un prezzo altissimo.
Come dimostra una analisi pubblicata di recente su Lavoce.info e basata su dati del Consiglio dei regolatori europei dell'energia (Ceer), i sussidi erogati dal nostro Paese (44,1 euro per megawattora) sono più del triplo rispetto alla media europea (13,8 euro/mwh), molto più generosi di Francia, Germania e Spagna. Dal lato della redditività, nel 2018 gli investimenti complessivi destinati alle fonti rinnovabili sono stati pari a 1.809 milioni, mentre le spese di manutenzione hanno raggiunto i 3.176 milioni, per un totale di 4.985 milioni. Le ricadute positive per l'economia, invece, si sono fermate a 2.813 milioni.
Parlare di fallimento forse è eccessivo, ma di sicuro c'è tanta delusione rispetto alle aspettative iniziali. A mettere nero su bianco questo disappunto ci hanno pensato i tecnici della Regione Sicilia, che nell'aggiornamento del Piano energetico ambientale così scrivono: «Il tumultuoso e confuso diffondersi dei grandi impianti eolici e fotovoltaici registratosi negli anni passati in diverse aree del territorio regionale conseguentemente agli incentivi nazionali del conto energia e dei certificati verdi, nei fatti, non ha rappresentato per la regione quell'occasione di sviluppo economico e sociale tanto auspicata». È vero che «in diverse aree siciliane sono stati registrati importanti risultati energetici»; tuttavia, continua il rapporto, «a questi non è corrisposto un equivalente risultato dal punto di vista economico e sociale».
La cronaca dimostra che il settore green è ben lungi dall'essere tutto rose e fiori. A fine agosto il Consiglio di giustizia amministrativo ha confermato la decisione del Tar di bloccare la costruzione del parco eolico sull'acqua nel golfo di Gela. Il progetto prevedeva la realizzazione di 38 pali di 130 metri di altezza, per un investimento complessivo di 150 milioni. Pochi giorni fa la giunta pugliese guidata da Michele Emiliano ha dato il parere negativo alla realizzazione di una serie di impianti per un totale di 39 aerogeneratori. Nelle scorse settimane stop del Tar anche al parco eolico di Fragneto Monforte (Benevento).
Ma non sono solo i problemi burocratici e ambientali a far saltare investimenti già stanziati e fare lievitare spese legali per battaglie che durano anni. Non sono pochi i casi nei quali la malavita ha provato a mettere le mani sui cantieri, sia per incassare i lauti incentivi sia per riciclare denaro sporco. Esemplare in questo senso è l'arresto di Vito Nicastri, noto nell'ambiente come «re dell'eolico», vicino al boss Matteo Messina Denaro.
Complice la sovraesposizione mediatica della quale è stata oggetto Greta Thunberg, la giovane attivista svedese promotrice degli skolstrejk för klimatet (gli scioperi scolastici del venerdì per sensibilizzare l'opinione pubblica sulle tematiche ambientali), in futuro l'attenzione nei confronti del clima non potrà che aumentare. Uno dei punti alla base della nascita di quell'ircocervo che è il governo tra Pd e M5s consiste appunto nella realizzazione di un «green new deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell'ambiente tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale».
Come si legge nel documento programmatico alla base del matrimonio tra i due partiti del nuovo governo, «tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell'ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto dei cambiamenti ecologici». Negli Stati Uniti la paladina dem Alexandria Ocasio-Cortez ha proposto di finanziare la lotta ai cambiamenti climatici con l'aumento della tassazione al 70% per i redditi più elevati. Del piano giallorosso non si conoscono i dettagli ma una cosa è certa: ancora una volta toccherà a noi pagare il conto.
«Pd e M5s ecologisti a spese dei cittadini»
Onorevole Massimo Garavaglia, le ultime rivelazioni sul piano di tasse dicono una cosa molto chiara: la «rivoluzione verde» annunciata da Pd e M5s alla fine la pagheranno i cittadini.
«Questo purtroppo è un grande classico della sinistra. Basta pensare al fotovoltaico: tutti i contenti di ottenere il beneficio per mettere i pannelli, ma c'è un piccolo problema di equità. Chi installa i pannelli fotovoltaici, infatti, tipicamente è perché i soldi ce li ha. Dall'altra parte c'è la vecchietta che stira e con la sua bolletta ti paga l'incentivo. Il discorso che fa il Gse secondo cui il costo degli investimenti è ripartito sulla collettività ha una sua logica, ma il problema è chi li paga. Se sono a carico della fascia povera della popolazione, è una bastardata».
Qualcuno propone di eliminare (o comunque ridurre fortemente) la tassazione in bolletta per le imprese.
«Ma così la povera vecchietta che stira, oltre agli errori del passato, è costretta a pagare in eterno. Il problema vero è che gli incentivi per definizione nascono per innescare un mercato, quando diventano strutturali il mercato è drogato. Ormai il danno è fatto, l'importante è non perseverare negli errori. Qui invece le lobby intendono perseverare negli errori, cioè continuare a far pagare alla povera gente gli interessi di pochi. Pensiamo alle nuove tasse ecologiche in cantiere».
Ci spieghi.
«Sono proposte che arrivano dal M5s, presentate da Laura Castelli, viceministro uscente al Mef, nel corso di una riunione. Nessuna sorpresa: che i 5 stelle portino avanti questa idea che chi inquina debba pagare di più non è un mistero. Ma bisogna capire dove finisce l'ideologia e dove iniziano gli interessi. Guarda caso, l'ecotassa ha favorito le case di produzione francese. Una riflessione al riguardo la farei».
Partiamo dal superbollo.
«È lo stesso concetto dell'ecotassa, ma esasperato. Si tratta di un provvedimento che colpisce chi non ha i soldi per cambiare l'automobile. Viene incentivato chi compra una vettura elettrica, cioè chi ha le disponibilità per acquistare un mezzo che fa pochi chilometri e costa tanto, e questo è snob e fa figo. L'elettrico funziona bene in Francia, dove c'è il nucleare. Ma questo è un concetto politicamente scorretto e quindi non si può dire».
Poi c'è la tassa sugli aerei.
«Quella è fantastica. Una misura che serve, banalmente, per fare cassa e dalla quale ci si aspetta di ricavare 600 milioni. Facciamo come la Germania: tassiamo ogni singolo biglietto ed è fatta. Siccome hai i soldi per prendere l'aereo, ti tocca pagare. Classico concetto snob di sinistra».
E infine si arriva al balzello sui sacchetti di plastica.
«L'idea che si intenda tassare chi compra l'insalata in busta di plastica, e allo stesso tempo non si voglia fare nulla per il trattamento dei rifiuti, ancora una volta va a penalizzare l'Italia. Perché noi siamo leader mondiali in questo campo, abbiamo realtà eccezionali, ma il mercato è bloccato».
Da chi?
«Dal ministro Sergio Costa, perché chi ha bloccato i decreti End of waste (quel processo che trasforma i rifiuti in prodotti utilizzabili, ndr) è proprio il ministero dell'Ambiente. Questi personaggi non sono ambientalisti, tutt'altro: sono contro l'ambiente. E causano un danno enorme alle imprese e ai cittadini, che pagheranno di più le bollette, e all'industria italiana, che non si può sviluppare mentre è pronta a farla. Sono determinate scelte politiche dietro alle quali voglio ben sperare non ci siano interessi specifici».
Una cosa è certa: la posta in gioco è molto alta.
«Finché si rimane nel campo dell'autoconsumo, c'è una logica. Sopra, invece, stanno i grandi interessi. Pensiamo all'eolico e al fotovoltaico, business enormi per le multinazionali che hanno messo in piedi parchi e campi enormi, e continuano a prendere soldi dalla vecchietta che stira. E dalla quale, molto probabilmente, continueranno a prenderli ancora per molti anni».
L'ambiente è un tema che, almeno in fase di negoziati di governo, sembra avere unito Pd e M5s. Nel programma di governo c'è anche lo stop alle famigerate trivelle.
«Ma anche in questo caso, paradossalmente, si finisce per favorire le compagnie petrolifere. Se il petrolio non lo estrai tu, viene qualcun altro e se lo prende, per poi fartelo pagare di più. Avere il petrolio in casa e rinunciare a estrarlo è da deficienti».
Cosa succederà quando arriverà il momento di varare il tanto celebrato green new deal?
«Litigheranno enormemente. Questo perché da una parte c'è una visione assolutamente irrealistica e fuori dal mondo, e dall'altra gli interessi molto concreti portati avanti dalle lobby. Si tratta di una mossa di facciata. Purtroppo, l'idealismo finirà per piegarsi alle lobby. E la sintesi è che la vecchietta che stira sarà costretta a pagare una bolletta ancora più cara».
Continua a leggereRiduci
Un salasso mascherato: ecco cosa c'è dietro i proclami di chi inneggia alle produzioni sostenibili. Le ecoideologie che vanno per la maggiore, e di cui la sinistra si vanta di avere l'esclusiva, vogliono colpevolizzare l'Occidente penalizzando gli imprenditori. E i poveri contribuenti. Tasse, sprechi, agevolazioni. Ogni bolletta si prende 73 euro per le «rinnovabili». Il prelievo complessivo vale oltre 11 miliardi, che servono a coprire i costi maggiorati dell'energia «pulita». I sussidi dati dall'Italia sono più del triplo della media europea. «Pd e M5s ecologisti a spese dei cittadini». L'ex viceministro leghista al Mef Massimo Garavaglia: «Ecotassa e no alle trivelle favoriscono i gruppi industriali stranieri». Lo speciale comprende tre articoli. C'è qualcosa di pericoloso e ideologico nella crociata green che, con qualche ritardo, giunge anche in Italia, come La Verità spiega in dettaglio in queste pagine. Altrove, il rischio si è già concretizzato a livello di proposta politica ed elettorale, con i dem americani prigionieri degli ecodeliri di Alexandria Ocasio-Cortez, e una riaffermazione, in giro per l'Europa, di liste verdi. Desiderose, queste ultime, di trovare un equilibrio difficile e quasi acrobatico tra radicalismo ideologico (per soddisfare l'ala estrema) e propensione governista (per erodere spazi ai socialdemocratici e ai socialisti che ovunque arretrano). Qui in Italia c'è ancora margine per evitare derive di questo tipo, anche perché le esperienze politiche e parlamentari dei verdi italiani sono state catastrofiche, ma il rischio non va sottovalutato. I pericoli, anche in termini teorici, sono quattro, l'uno più letale dell'altro: un approccio anti industria e anti impresa, un atteggiamento fiscalmente punitivo verso i contribuenti, una fiducia insensata nelle virtù delle tasse e della regolamentazione, e una generale colpevolizzazione ideologica dell'Occidente. Procediamo con ordine. L'approccio anti industria non tiene conto del fatto che i nostri campioni nel campo dell'energia e della chimica siano già tra i più avanzati al mondo in termini di attenzione ecologica: e davvero non si avverte il bisogno di processi sommari nei loro confronti. Gli unici a festeggiare sarebbero i competitor internazionali, a partire dai giganti francesi e tedeschi. Meno che mai avrebbe senso un generale pregiudizio anti impresa: aumentare il carico fiscale o gli oneri avrebbe un solo effetto concreto, e cioè quello di colpire alle gambe la competitività delle nostre imprese rispetto ai concorrenti stranieri, già ampiamente avvantaggiati sul terreno del fisco e delle infrastrutture. L'approccio anti contribuenti è ancora più subdolo. Nella teoria: perché punta a colpevolizzare il consumo, la modernità, la fruizione di beni e servizi, quasi inseguendo un impossibile mito del ritorno al passato. Che cos'è l'assurdità di un mondo a «rifiuti zero», se non un surreale vagheggiamento della preistoria? Approccio subdolo anche nella pratica: perché le proposte della sinistra - in tutto il mondo, e quindi anche da noi - si tradurrebbero in una pressoché certa e immediata impennata dei prezzi alla pompa di benzina e in un clamoroso rialzo delle bollette. La terza osservazione ha a che fare con una filosofia normativa che anche nell'Ue della centralizzazione e dell'omologazione sta purtroppo trionfando. Quella per cui, in materia ambientale (si pensi al campo delle emissioni nocive) non sia possibile confidare nel mercato (quando invece potrebbe crearsi un immenso e virtuoso mercato in quest'ambito), e che, al contrario, tutto debba essere risolto o per via di penalizzazione fiscale - più tasse - o per via di irrigidimento della regolazione, con pacchetti normativi di centinaia di pagine, spesso contraddittori e incomprensibili. Si può sfidare chiunque, anche i più esperti conoscitori della materia, a destreggiarsi tra centinaia di regole nazionali ed europee. Alla fine, il sistema è ingessato, non funziona: non produce buoni risultati né dal punto di vista economico né da quello della protezione ambientale. Non c'è da stupirsi se (Brexit ne è solo l'esempio più evidente) sempre più Paesi vogliano sottrarsi a questa tenaglia normativa e regolatoria, mantenendosi più flessibili, più liberi di adattare le scelte normative a un mondo in evoluzione. Nemmeno il legislatore più fantasioso, nemmeno il governante più illuminato, in tempi di mutamenti ultraveloci, può sapere che cosa accadrà fra 3 o 5 anni: perché, allora, impiccarsi a scelte normative pesanti, rigide, eccessivamente dettagliate? La quarta e ultima osservazione ha a che fare con un sottofondo culturale di colpevolizzazione dell'Occidente. La colpa è sempre la nostra, ci viene detto (specie a sinistra), e, masochisticamente, tutte le regolamentazioni più penalizzanti sono concepite proprio verso noi stessi, verso i Paesi occidentali, senza minimamente preoccuparsi di elementari dati dei realtà. Sono gli Stati Uniti, ad esempio, a essere protagonisti di una significativa riduzione delle emissioni di carbonio, contrariamente ai nuovi record di inquinamento sfondati regolarmente dalla Cina. Eppure, anche i famosi Accordi di Parigi finiscono per proteggere (o per non penalizzare) i Paesi più inquinanti, gravando largamente sulla parte occidentale del pianeta. È giunta l'ora di un cambio di paradigma. In primo luogo, occorre respingere l'idea che solo a sinistra ci sia preoccupazione e sensibilità sui temi dell'ecologia. Semmai, proprio chi ha una visione conservatrice della società (basata, secondo il noto paradigma di Edmund Burke, in un passaggio di testimone tra «morti, viventi e non ancora nati») è attento al compito morale di lasciare una buona eredità a chi viene dopo. Quindi, la caricatura di una sinistra consapevole e ambientalista, e di una destra sciatta e priva di scrupoli, va respinta con forza. Il punto è invece discutere sui mezzi più adatti a perseguire quegli obiettivi: gli statalisti confidano nel mix «più tasse, più Europa, più regolamentazione». È invece venuto il momento di provare una ricetta diversa: maggiore competizione tra soluzioni diverse, nessuna criminalizzazione delle imprese e delle attività economiche, maggiore propensione a richiamare anche i Paesi in via di sviluppo al dovere di cooperare pure in questo settore. Oltre che ad abbandonare politiche commerciali scorrette e dannose. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-super-stangata-che-si-nasconde-dietro-il-fumo-verde-2640262901.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tasse-sprechi-agevolazioni-ogni-bolletta-si-prende-73-euro-per-le-rinnovabili" data-post-id="2640262901" data-published-at="1768306790" data-use-pagination="False"> Tasse, sprechi, agevolazioni. Ogni bolletta si prende 73 euro per le «rinnovabili» La rivoluzione green lascia al verde gli italiani. Tasse, balzelli, sprechi, investimenti mancati, ma anche un intricatissimo sistema di agevolazioni: sono tutti capitoli di bilancio per i quali la collettività è chiamata a mettere la mano al portafoglio. Nel bel mezzo della crisi è stato l'ex viceministro leghista all'Economia Massimo Garavaglia a svelare la stangata ecologica ordita dai capoccioni di via XX Settembre. Le tre ipotesi allo studio dei tecnici, come riferito a fine agosto da Garavaglia a Italia Oggi, consistono in una tassa sui biglietti aerei (parametrata in base alla lunghezza della tratta), un superbollo per i veicoli più vecchi e l'applicazione dell'Iva ordinaria sugli imballaggi di plastica delle confezioni alimentari. Trovata quest'ultima che strizza l'occhio alla tendenza del momento, quella del «plastic free». Senza contare la contestatissima ecotassa approvata all'inizio dell'anno che penalizza chi acquista auto più inquinanti. Ma basta prendere in mano una bolletta e dare uno sguardo alla sezione «oneri di sistema». È tramite questa voce, infatti, che ogni bimestre privati e imprese (il più delle volte senza nemmeno saperlo) coprono il saldo degli incentivi per le energie rinnovabili. Mica roba da poco: dando uno sguardo all'ultima relazione del Gestore dei servizi energetici (Gse, soggetto interamente controllato dal ministero economico) si capiscono le proporzioni di questo stillicidio. «Gli oneri di sistema destinati alla promozione delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica», si legge nel testo, «hanno comportato per la famiglia tipo una spesa nel 2018 di 96 euro, un incremento di 4 euro rispetto al precedente anno». Messa così possono sembrare pochi spiccioli. E invece si scopre che la componente principale (che va sotto il nome A3sos, ex componente A3), quella destinata alla riduzione del fabbisogno di incentivi per le rinnovabili elettriche, pesa ben 73 euro a bolletta (dunque il 76% sul totale), e nel complesso l'astronomica cifra di 11,6 miliardi di euro. Che fine fanno questi soldi è presto detto. Tutti i fornitori dell'energia elettrica girano gli importi riscossi sia al Gse sia alla Cassa per i servizi energetici e ambientali (Csea). Successivamente, il Gse utilizza i (nostri) soldi per coprire la differenza tra l'importo al quale acquista l'energia derivante delle fonti rinnovabili e i ricavi dalla vendita sul mercato. Non essendo ancora disponibile il bilancio del Gse del 2018, dobbiamo accontentarci di analizzare le cifre dell'anno precedente. Nel 2017, solo per il fotovoltaico sono stati erogati incentivi per 6,3 miliardi di euro, divisi nelle cinque edizioni del cosiddetto «Conto energia». L'altra metà è stata utilizzata per le diverse categorie di incentivi Fer (465 milioni), Iafr (2,2 miliardi) e per gli Grin (ex certificati verdi, 3,1 miliardi), che riguardano impianti a biogas, l'idroelettrico, i bioliquidi, le biomasse e i gas di discarica. Cifre che, al netto dei tecnicismi, parlano da sole. Certo, possiamo anche berci la versione edulcorata del Gse, secondo la quale «gli incentivi per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica che finiscono nelle bollette non sono costi a carico dei consumatori, ma investimenti in sostenibilità ambientale a cui l'intera collettività partecipa». Rimane pur sempre il fatto che l'enorme costo della sostenibilità energetica è sulle spalle degli italiani. Sforzo che, bisogna riconoscerlo, non manca di dare risultati. L'Italia è avanti rispetto agli altri partner europei per quanto riguarda gli obiettivi sulla produzione e l'utilizzo di energia pulita, ma tutto ciò ha un prezzo altissimo. Come dimostra una analisi pubblicata di recente su Lavoce.info e basata su dati del Consiglio dei regolatori europei dell'energia (Ceer), i sussidi erogati dal nostro Paese (44,1 euro per megawattora) sono più del triplo rispetto alla media europea (13,8 euro/mwh), molto più generosi di Francia, Germania e Spagna. Dal lato della redditività, nel 2018 gli investimenti complessivi destinati alle fonti rinnovabili sono stati pari a 1.809 milioni, mentre le spese di manutenzione hanno raggiunto i 3.176 milioni, per un totale di 4.985 milioni. Le ricadute positive per l'economia, invece, si sono fermate a 2.813 milioni. Parlare di fallimento forse è eccessivo, ma di sicuro c'è tanta delusione rispetto alle aspettative iniziali. A mettere nero su bianco questo disappunto ci hanno pensato i tecnici della Regione Sicilia, che nell'aggiornamento del Piano energetico ambientale così scrivono: «Il tumultuoso e confuso diffondersi dei grandi impianti eolici e fotovoltaici registratosi negli anni passati in diverse aree del territorio regionale conseguentemente agli incentivi nazionali del conto energia e dei certificati verdi, nei fatti, non ha rappresentato per la regione quell'occasione di sviluppo economico e sociale tanto auspicata». È vero che «in diverse aree siciliane sono stati registrati importanti risultati energetici»; tuttavia, continua il rapporto, «a questi non è corrisposto un equivalente risultato dal punto di vista economico e sociale». La cronaca dimostra che il settore green è ben lungi dall'essere tutto rose e fiori. A fine agosto il Consiglio di giustizia amministrativo ha confermato la decisione del Tar di bloccare la costruzione del parco eolico sull'acqua nel golfo di Gela. Il progetto prevedeva la realizzazione di 38 pali di 130 metri di altezza, per un investimento complessivo di 150 milioni. Pochi giorni fa la giunta pugliese guidata da Michele Emiliano ha dato il parere negativo alla realizzazione di una serie di impianti per un totale di 39 aerogeneratori. Nelle scorse settimane stop del Tar anche al parco eolico di Fragneto Monforte (Benevento). Ma non sono solo i problemi burocratici e ambientali a far saltare investimenti già stanziati e fare lievitare spese legali per battaglie che durano anni. Non sono pochi i casi nei quali la malavita ha provato a mettere le mani sui cantieri, sia per incassare i lauti incentivi sia per riciclare denaro sporco. Esemplare in questo senso è l'arresto di Vito Nicastri, noto nell'ambiente come «re dell'eolico», vicino al boss Matteo Messina Denaro. Complice la sovraesposizione mediatica della quale è stata oggetto Greta Thunberg, la giovane attivista svedese promotrice degli skolstrejk för klimatet (gli scioperi scolastici del venerdì per sensibilizzare l'opinione pubblica sulle tematiche ambientali), in futuro l'attenzione nei confronti del clima non potrà che aumentare. Uno dei punti alla base della nascita di quell'ircocervo che è il governo tra Pd e M5s consiste appunto nella realizzazione di un «green new deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell'ambiente tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale». Come si legge nel documento programmatico alla base del matrimonio tra i due partiti del nuovo governo, «tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell'ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto dei cambiamenti ecologici». Negli Stati Uniti la paladina dem Alexandria Ocasio-Cortez ha proposto di finanziare la lotta ai cambiamenti climatici con l'aumento della tassazione al 70% per i redditi più elevati. Del piano giallorosso non si conoscono i dettagli ma una cosa è certa: ancora una volta toccherà a noi pagare il conto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-super-stangata-che-si-nasconde-dietro-il-fumo-verde-2640262901.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pd-e-m5s-ecologisti-a-spese-dei-cittadini" data-post-id="2640262901" data-published-at="1768306790" data-use-pagination="False"> «Pd e M5s ecologisti a spese dei cittadini» Onorevole Massimo Garavaglia, le ultime rivelazioni sul piano di tasse dicono una cosa molto chiara: la «rivoluzione verde» annunciata da Pd e M5s alla fine la pagheranno i cittadini. «Questo purtroppo è un grande classico della sinistra. Basta pensare al fotovoltaico: tutti i contenti di ottenere il beneficio per mettere i pannelli, ma c'è un piccolo problema di equità. Chi installa i pannelli fotovoltaici, infatti, tipicamente è perché i soldi ce li ha. Dall'altra parte c'è la vecchietta che stira e con la sua bolletta ti paga l'incentivo. Il discorso che fa il Gse secondo cui il costo degli investimenti è ripartito sulla collettività ha una sua logica, ma il problema è chi li paga. Se sono a carico della fascia povera della popolazione, è una bastardata». Qualcuno propone di eliminare (o comunque ridurre fortemente) la tassazione in bolletta per le imprese. «Ma così la povera vecchietta che stira, oltre agli errori del passato, è costretta a pagare in eterno. Il problema vero è che gli incentivi per definizione nascono per innescare un mercato, quando diventano strutturali il mercato è drogato. Ormai il danno è fatto, l'importante è non perseverare negli errori. Qui invece le lobby intendono perseverare negli errori, cioè continuare a far pagare alla povera gente gli interessi di pochi. Pensiamo alle nuove tasse ecologiche in cantiere». Ci spieghi. «Sono proposte che arrivano dal M5s, presentate da Laura Castelli, viceministro uscente al Mef, nel corso di una riunione. Nessuna sorpresa: che i 5 stelle portino avanti questa idea che chi inquina debba pagare di più non è un mistero. Ma bisogna capire dove finisce l'ideologia e dove iniziano gli interessi. Guarda caso, l'ecotassa ha favorito le case di produzione francese. Una riflessione al riguardo la farei». Partiamo dal superbollo. «È lo stesso concetto dell'ecotassa, ma esasperato. Si tratta di un provvedimento che colpisce chi non ha i soldi per cambiare l'automobile. Viene incentivato chi compra una vettura elettrica, cioè chi ha le disponibilità per acquistare un mezzo che fa pochi chilometri e costa tanto, e questo è snob e fa figo. L'elettrico funziona bene in Francia, dove c'è il nucleare. Ma questo è un concetto politicamente scorretto e quindi non si può dire». Poi c'è la tassa sugli aerei. «Quella è fantastica. Una misura che serve, banalmente, per fare cassa e dalla quale ci si aspetta di ricavare 600 milioni. Facciamo come la Germania: tassiamo ogni singolo biglietto ed è fatta. Siccome hai i soldi per prendere l'aereo, ti tocca pagare. Classico concetto snob di sinistra». E infine si arriva al balzello sui sacchetti di plastica. «L'idea che si intenda tassare chi compra l'insalata in busta di plastica, e allo stesso tempo non si voglia fare nulla per il trattamento dei rifiuti, ancora una volta va a penalizzare l'Italia. Perché noi siamo leader mondiali in questo campo, abbiamo realtà eccezionali, ma il mercato è bloccato». Da chi? «Dal ministro Sergio Costa, perché chi ha bloccato i decreti End of waste (quel processo che trasforma i rifiuti in prodotti utilizzabili, ndr) è proprio il ministero dell'Ambiente. Questi personaggi non sono ambientalisti, tutt'altro: sono contro l'ambiente. E causano un danno enorme alle imprese e ai cittadini, che pagheranno di più le bollette, e all'industria italiana, che non si può sviluppare mentre è pronta a farla. Sono determinate scelte politiche dietro alle quali voglio ben sperare non ci siano interessi specifici». Una cosa è certa: la posta in gioco è molto alta. «Finché si rimane nel campo dell'autoconsumo, c'è una logica. Sopra, invece, stanno i grandi interessi. Pensiamo all'eolico e al fotovoltaico, business enormi per le multinazionali che hanno messo in piedi parchi e campi enormi, e continuano a prendere soldi dalla vecchietta che stira. E dalla quale, molto probabilmente, continueranno a prenderli ancora per molti anni». L'ambiente è un tema che, almeno in fase di negoziati di governo, sembra avere unito Pd e M5s. Nel programma di governo c'è anche lo stop alle famigerate trivelle. «Ma anche in questo caso, paradossalmente, si finisce per favorire le compagnie petrolifere. Se il petrolio non lo estrai tu, viene qualcun altro e se lo prende, per poi fartelo pagare di più. Avere il petrolio in casa e rinunciare a estrarlo è da deficienti». Cosa succederà quando arriverà il momento di varare il tanto celebrato green new deal? «Litigheranno enormemente. Questo perché da una parte c'è una visione assolutamente irrealistica e fuori dal mondo, e dall'altra gli interessi molto concreti portati avanti dalle lobby. Si tratta di una mossa di facciata. Purtroppo, l'idealismo finirà per piegarsi alle lobby. E la sintesi è che la vecchietta che stira sarà costretta a pagare una bolletta ancora più cara».
Jens-Frederik Nielsen, primo ministro della Groenlandia (Ansa)
Nella stessa intervista, Trump ha anche attaccato esplicitamente gli alleati europei, accusati di non essere in grado di garantire la propria sicurezza senza il sostegno americano: «Russia e Cina non sono affatto preoccupate della Nato senza di noi».
Le esternazioni del presidente statunitense hanno provocato una netta reazione da parte del governo della Groenlandia, arrivata ieri con un comunicato ufficiale. L’esecutivo di Nuuk ha respinto recisamente l’ipotesi che gli Stati Uniti possano prendere il controllo del territorio artico, sottolineando che la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca e che, in quanto tale, è membro della Nato. «Gli Stati Uniti hanno ribadito ancora una volta il loro desiderio di prendere possesso della Groenlandia», si legge nella nota, «e questo non può essere accettato in alcun modo». La replica groenlandese insiste sul fatto che la difesa dell’isola debba avvenire esclusivamente nel quadro dell’Alleanza atlantica e, pertanto, ha annunciato l’intenzione di intensificare gli sforzi affinché la sicurezza del territorio sia garantita sotto l’egida Nato. Insomma: una cooperazione multilaterale è bene accetta, ma senza alcuna pretesa unilaterale sulla sovranità dell’isola.
Sul caso è intervenuto anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ha ridimensionato l’idea di una crisi dell’Alleanza legata alle parole di Trump. Rutte ha sostenuto che il presidente americano «sta facendo la cosa giusta per la Nato», sollecitando gli alleati a spendere di più per la difesa, e ha ricordato che al recente vertice dell’Aia è stato fissato l’obiettivo di portare le spese militari al 5% del Pil. «Sono convinto che senza Trump non saremmo mai arrivati a questo risultato», ha detto, rivendicando un rafforzamento complessivo dell’Alleanza. Il segretario ha poi richiamato l’attenzione sull’Artico, sottolineando che i Paesi dell’area stanno aumentando la cooperazione e che la Danimarca ha già aumentato gli investimenti militari, dagli F-35 ai droni a lungo raggio, anche per garantire la sicurezza della Groenlandia.
L’Italia, dal canto suo, si sta distinguendo per la una posizione improntata alla cautela. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito ieri che a Roma non è mai arrivata una richiesta per l’invio di truppe italiane in Groenlandia nell’ambito Nato. «È un’ipotesi di Keir Starmer, (Regno Unito e Germania stanno discutendo di piani per rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia, ndr) ma non se n’è mai parlato», ha precisato il titolare della Farnesina, ribadendo che sulla questione «si deve lasciare alla Groenlandia e alla Danimarca la libertà di decidere del loro destino». Tajani ha inoltre annunciato che nei prossimi giorni verrà presentato il piano dell’Italia per l’Artico, che comprenderà anche la Groenlandia, confermando la linea di Roma a favore di una gestione multilaterale e coordinata delle nuove tensioni geopolitiche che attraversano la regione.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Eppure, le comunicazioni tra Washington e Teheran non sono del tutto interrotte. «Il canale di comunicazione tra il nostro ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e l’inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è aperto e i messaggi vengono scambiati ogni volta che è necessario», ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei. «La Repubblica islamica dell’Iran non cerca la guerra, ma è pienamente preparata ad essa», ha affermato, dal canto suo, Araghchi, che, oltre ad aprire alla possibilità di un incontro con Witkoff, ha poi aggiunto: «Siamo anche pronti per i negoziati, ma questi negoziati devono essere equi, con pari diritti e basati sul rispetto reciproco». Axios ha inoltre riferito che, nel fine settimana, lo stesso Araghchi avrebbe avuto una telefonata con Witkoff: l’obiettivo del ministro iraniano sarebbe stato, in particolare, quello di allentare la tensione con Washington e di guadagnare tempo prima di un eventuale attacco statunitense. Segno, questo, del fatto che, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata e delle contromanifestazioni che ha organizzato ieri, il regime guidato da Ali Khamenei sia sempre più scricchiolante.
Dall’altra parte, domenica, pur minacciando di colpire duramente l’Iran, Trump ha aperto a un negoziato. «Penso che siano stanchi di essere malmenati dagli Usa. L’Iran vuole negoziare», ha detto. «L’incontro è in fase di organizzazione, ma potremmo dover agire a causa di ciò che sta accadendo prima dell’incontro. Ma un incontro è in fase di organizzazione. L’Iran ha chiamato. Vogliono negoziare». Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta ricorrendo alla sua consueta strategia volta ad alternare pressione e dialogo: pur aprendo alla possibilità di un incontro diplomatico, non esclude lo scenario di un attacco militare. Questo significa però che Trump non consideri quella del regime change l’unica eventualità sul tavolo. Il presidente americano potrebbe in alternativa puntare ad addomesticare il regime khomeinista (o un pezzo di esso) sulla falsariga di quanto avvenuto in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro.
Più propenso a un cambio di regime a Teheran è invece Benjamin Netanyahu. «Il popolo israeliano e il mondo intero osservano con stupore lo straordinario coraggio dei cittadini iraniani», ha detto, domenica sera, augurandosi che «la nazione persiana sia presto liberata dal giogo della tirannia». La parziale differenza di posizione tra Israele e Stati Uniti si nota anche nel loro atteggiamento nei confronti del principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si è più volte offerto di guidare la transizione di potere a Teheran. Se lo Stato ebraico si è mostrato particolarmente supportivo verso di lui, Trump, giovedì, ha detto di non essere ancora pronto a riceverlo. Il presidente americano è del resto storicamente scettico nei confronti dei processi di nation building: ragion per cui preferisce usare la pressione per costringere governi avversari a chinare il capo, ricorrendo alla loro decapitazione solo in casi estremi. Netanyahu, dal canto suo, vede lo smantellamento totale del regime khomeinista come una condizione essenziale per la futura sicurezza dello Stato ebraico.
E così, mentre secondo Iran Human Rights sarebbero finora 648 le vittime delle proteste in corso nella Repubblica islamica, cresce la tensione tra l’Ue e Teheran. Il Parlamento europeo ha infatti vietato l’accesso dei diplomatici iraniani nei propri edifici. Dall’altra parte, il ministero degli Esteri della Repubblica islamica ha convocato gli ambasciatori o gli incaricati d’affari di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, a causa del sostegno che questi Paesi hanno dato alle manifestazioni contro il regime khomeinista. Quanto sta accadendo segna il fallimento della politica estera che la Commissione europea ha portato avanti dal 2015 al 2025, contribuendo a negoziare e sostenendo il Jcpoa: il controverso accordo sul nucleare iraniano firmato ormai undici anni fa. Frattanto, dopo la caduta di Bashar al Assad nel 2024, Mosca teme il crollo dell’altro storico alleato mediorientale. Ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, ha sentito l’omologo iraniano, criticando quelle che ha definito delle interferenze straniere in seno alla Repubblica islamica.
Continua a leggereRiduci