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2019-09-09
La super stangata che si nasconde dietro il fumo verde
iStock
C'è qualcosa di pericoloso e ideologico nella crociata green che, con qualche ritardo, giunge anche in Italia, come La Verità spiega in dettaglio in queste pagine. Altrove, il rischio si è già concretizzato a livello di proposta politica ed elettorale, con i dem americani prigionieri degli ecodeliri di Alexandria Ocasio-Cortez, e una riaffermazione, in giro per l'Europa, di liste verdi. Desiderose, queste ultime, di trovare un equilibrio difficile e quasi acrobatico tra radicalismo ideologico (per soddisfare l'ala estrema) e propensione governista (per erodere spazi ai socialdemocratici e ai socialisti che ovunque arretrano).
Qui in Italia c'è ancora margine per evitare derive di questo tipo, anche perché le esperienze politiche e parlamentari dei verdi italiani sono state catastrofiche, ma il rischio non va sottovalutato. I pericoli, anche in termini teorici, sono quattro, l'uno più letale dell'altro: un approccio anti industria e anti impresa, un atteggiamento fiscalmente punitivo verso i contribuenti, una fiducia insensata nelle virtù delle tasse e della regolamentazione, e una generale colpevolizzazione ideologica dell'Occidente.
Procediamo con ordine. L'approccio anti industria non tiene conto del fatto che i nostri campioni nel campo dell'energia e della chimica siano già tra i più avanzati al mondo in termini di attenzione ecologica: e davvero non si avverte il bisogno di processi sommari nei loro confronti. Gli unici a festeggiare sarebbero i competitor internazionali, a partire dai giganti francesi e tedeschi. Meno che mai avrebbe senso un generale pregiudizio anti impresa: aumentare il carico fiscale o gli oneri avrebbe un solo effetto concreto, e cioè quello di colpire alle gambe la competitività delle nostre imprese rispetto ai concorrenti stranieri, già ampiamente avvantaggiati sul terreno del fisco e delle infrastrutture.
L'approccio anti contribuenti è ancora più subdolo. Nella teoria: perché punta a colpevolizzare il consumo, la modernità, la fruizione di beni e servizi, quasi inseguendo un impossibile mito del ritorno al passato. Che cos'è l'assurdità di un mondo a «rifiuti zero», se non un surreale vagheggiamento della preistoria? Approccio subdolo anche nella pratica: perché le proposte della sinistra - in tutto il mondo, e quindi anche da noi - si tradurrebbero in una pressoché certa e immediata impennata dei prezzi alla pompa di benzina e in un clamoroso rialzo delle bollette.
La terza osservazione ha a che fare con una filosofia normativa che anche nell'Ue della centralizzazione e dell'omologazione sta purtroppo trionfando. Quella per cui, in materia ambientale (si pensi al campo delle emissioni nocive) non sia possibile confidare nel mercato (quando invece potrebbe crearsi un immenso e virtuoso mercato in quest'ambito), e che, al contrario, tutto debba essere risolto o per via di penalizzazione fiscale - più tasse - o per via di irrigidimento della regolazione, con pacchetti normativi di centinaia di pagine, spesso contraddittori e incomprensibili. Si può sfidare chiunque, anche i più esperti conoscitori della materia, a destreggiarsi tra centinaia di regole nazionali ed europee.
Alla fine, il sistema è ingessato, non funziona: non produce buoni risultati né dal punto di vista economico né da quello della protezione ambientale. Non c'è da stupirsi se (Brexit ne è solo l'esempio più evidente) sempre più Paesi vogliano sottrarsi a questa tenaglia normativa e regolatoria, mantenendosi più flessibili, più liberi di adattare le scelte normative a un mondo in evoluzione. Nemmeno il legislatore più fantasioso, nemmeno il governante più illuminato, in tempi di mutamenti ultraveloci, può sapere che cosa accadrà fra 3 o 5 anni: perché, allora, impiccarsi a scelte normative pesanti, rigide, eccessivamente dettagliate?
La quarta e ultima osservazione ha a che fare con un sottofondo culturale di colpevolizzazione dell'Occidente. La colpa è sempre la nostra, ci viene detto (specie a sinistra), e, masochisticamente, tutte le regolamentazioni più penalizzanti sono concepite proprio verso noi stessi, verso i Paesi occidentali, senza minimamente preoccuparsi di elementari dati dei realtà. Sono gli Stati Uniti, ad esempio, a essere protagonisti di una significativa riduzione delle emissioni di carbonio, contrariamente ai nuovi record di inquinamento sfondati regolarmente dalla Cina. Eppure, anche i famosi Accordi di Parigi finiscono per proteggere (o per non penalizzare) i Paesi più inquinanti, gravando largamente sulla parte occidentale del pianeta.
È giunta l'ora di un cambio di paradigma. In primo luogo, occorre respingere l'idea che solo a sinistra ci sia preoccupazione e sensibilità sui temi dell'ecologia. Semmai, proprio chi ha una visione conservatrice della società (basata, secondo il noto paradigma di Edmund Burke, in un passaggio di testimone tra «morti, viventi e non ancora nati») è attento al compito morale di lasciare una buona eredità a chi viene dopo. Quindi, la caricatura di una sinistra consapevole e ambientalista, e di una destra sciatta e priva di scrupoli, va respinta con forza.
Il punto è invece discutere sui mezzi più adatti a perseguire quegli obiettivi: gli statalisti confidano nel mix «più tasse, più Europa, più regolamentazione». È invece venuto il momento di provare una ricetta diversa: maggiore competizione tra soluzioni diverse, nessuna criminalizzazione delle imprese e delle attività economiche, maggiore propensione a richiamare anche i Paesi in via di sviluppo al dovere di cooperare pure in questo settore. Oltre che ad abbandonare politiche commerciali scorrette e dannose.
Tasse, sprechi, agevolazioni. Ogni bolletta si prende 73 euro per le «rinnovabili»
La rivoluzione green lascia al verde gli italiani. Tasse, balzelli, sprechi, investimenti mancati, ma anche un intricatissimo sistema di agevolazioni: sono tutti capitoli di bilancio per i quali la collettività è chiamata a mettere la mano al portafoglio. Nel bel mezzo della crisi è stato l'ex viceministro leghista all'Economia Massimo Garavaglia a svelare la stangata ecologica ordita dai capoccioni di via XX Settembre. Le tre ipotesi allo studio dei tecnici, come riferito a fine agosto da Garavaglia a Italia Oggi, consistono in una tassa sui biglietti aerei (parametrata in base alla lunghezza della tratta), un superbollo per i veicoli più vecchi e l'applicazione dell'Iva ordinaria sugli imballaggi di plastica delle confezioni alimentari. Trovata quest'ultima che strizza l'occhio alla tendenza del momento, quella del «plastic free». Senza contare la contestatissima ecotassa approvata all'inizio dell'anno che penalizza chi acquista auto più inquinanti.
Ma basta prendere in mano una bolletta e dare uno sguardo alla sezione «oneri di sistema». È tramite questa voce, infatti, che ogni bimestre privati e imprese (il più delle volte senza nemmeno saperlo) coprono il saldo degli incentivi per le energie rinnovabili. Mica roba da poco: dando uno sguardo all'ultima relazione del Gestore dei servizi energetici (Gse, soggetto interamente controllato dal ministero economico) si capiscono le proporzioni di questo stillicidio. «Gli oneri di sistema destinati alla promozione delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica», si legge nel testo, «hanno comportato per la famiglia tipo una spesa nel 2018 di 96 euro, un incremento di 4 euro rispetto al precedente anno». Messa così possono sembrare pochi spiccioli. E invece si scopre che la componente principale (che va sotto il nome A3sos, ex componente A3), quella destinata alla riduzione del fabbisogno di incentivi per le rinnovabili elettriche, pesa ben 73 euro a bolletta (dunque il 76% sul totale), e nel complesso l'astronomica cifra di 11,6 miliardi di euro.
Che fine fanno questi soldi è presto detto. Tutti i fornitori dell'energia elettrica girano gli importi riscossi sia al Gse sia alla Cassa per i servizi energetici e ambientali (Csea). Successivamente, il Gse utilizza i (nostri) soldi per coprire la differenza tra l'importo al quale acquista l'energia derivante delle fonti rinnovabili e i ricavi dalla vendita sul mercato. Non essendo ancora disponibile il bilancio del Gse del 2018, dobbiamo accontentarci di analizzare le cifre dell'anno precedente. Nel 2017, solo per il fotovoltaico sono stati erogati incentivi per 6,3 miliardi di euro, divisi nelle cinque edizioni del cosiddetto «Conto energia». L'altra metà è stata utilizzata per le diverse categorie di incentivi Fer (465 milioni), Iafr (2,2 miliardi) e per gli Grin (ex certificati verdi, 3,1 miliardi), che riguardano impianti a biogas, l'idroelettrico, i bioliquidi, le biomasse e i gas di discarica.
Cifre che, al netto dei tecnicismi, parlano da sole. Certo, possiamo anche berci la versione edulcorata del Gse, secondo la quale «gli incentivi per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica che finiscono nelle bollette non sono costi a carico dei consumatori, ma investimenti in sostenibilità ambientale a cui l'intera collettività partecipa». Rimane pur sempre il fatto che l'enorme costo della sostenibilità energetica è sulle spalle degli italiani. Sforzo che, bisogna riconoscerlo, non manca di dare risultati. L'Italia è avanti rispetto agli altri partner europei per quanto riguarda gli obiettivi sulla produzione e l'utilizzo di energia pulita, ma tutto ciò ha un prezzo altissimo.
Come dimostra una analisi pubblicata di recente su Lavoce.info e basata su dati del Consiglio dei regolatori europei dell'energia (Ceer), i sussidi erogati dal nostro Paese (44,1 euro per megawattora) sono più del triplo rispetto alla media europea (13,8 euro/mwh), molto più generosi di Francia, Germania e Spagna. Dal lato della redditività, nel 2018 gli investimenti complessivi destinati alle fonti rinnovabili sono stati pari a 1.809 milioni, mentre le spese di manutenzione hanno raggiunto i 3.176 milioni, per un totale di 4.985 milioni. Le ricadute positive per l'economia, invece, si sono fermate a 2.813 milioni.
Parlare di fallimento forse è eccessivo, ma di sicuro c'è tanta delusione rispetto alle aspettative iniziali. A mettere nero su bianco questo disappunto ci hanno pensato i tecnici della Regione Sicilia, che nell'aggiornamento del Piano energetico ambientale così scrivono: «Il tumultuoso e confuso diffondersi dei grandi impianti eolici e fotovoltaici registratosi negli anni passati in diverse aree del territorio regionale conseguentemente agli incentivi nazionali del conto energia e dei certificati verdi, nei fatti, non ha rappresentato per la regione quell'occasione di sviluppo economico e sociale tanto auspicata». È vero che «in diverse aree siciliane sono stati registrati importanti risultati energetici»; tuttavia, continua il rapporto, «a questi non è corrisposto un equivalente risultato dal punto di vista economico e sociale».
La cronaca dimostra che il settore green è ben lungi dall'essere tutto rose e fiori. A fine agosto il Consiglio di giustizia amministrativo ha confermato la decisione del Tar di bloccare la costruzione del parco eolico sull'acqua nel golfo di Gela. Il progetto prevedeva la realizzazione di 38 pali di 130 metri di altezza, per un investimento complessivo di 150 milioni. Pochi giorni fa la giunta pugliese guidata da Michele Emiliano ha dato il parere negativo alla realizzazione di una serie di impianti per un totale di 39 aerogeneratori. Nelle scorse settimane stop del Tar anche al parco eolico di Fragneto Monforte (Benevento).
Ma non sono solo i problemi burocratici e ambientali a far saltare investimenti già stanziati e fare lievitare spese legali per battaglie che durano anni. Non sono pochi i casi nei quali la malavita ha provato a mettere le mani sui cantieri, sia per incassare i lauti incentivi sia per riciclare denaro sporco. Esemplare in questo senso è l'arresto di Vito Nicastri, noto nell'ambiente come «re dell'eolico», vicino al boss Matteo Messina Denaro.
Complice la sovraesposizione mediatica della quale è stata oggetto Greta Thunberg, la giovane attivista svedese promotrice degli skolstrejk för klimatet (gli scioperi scolastici del venerdì per sensibilizzare l'opinione pubblica sulle tematiche ambientali), in futuro l'attenzione nei confronti del clima non potrà che aumentare. Uno dei punti alla base della nascita di quell'ircocervo che è il governo tra Pd e M5s consiste appunto nella realizzazione di un «green new deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell'ambiente tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale».
Come si legge nel documento programmatico alla base del matrimonio tra i due partiti del nuovo governo, «tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell'ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto dei cambiamenti ecologici». Negli Stati Uniti la paladina dem Alexandria Ocasio-Cortez ha proposto di finanziare la lotta ai cambiamenti climatici con l'aumento della tassazione al 70% per i redditi più elevati. Del piano giallorosso non si conoscono i dettagli ma una cosa è certa: ancora una volta toccherà a noi pagare il conto.
«Pd e M5s ecologisti a spese dei cittadini»
Onorevole Massimo Garavaglia, le ultime rivelazioni sul piano di tasse dicono una cosa molto chiara: la «rivoluzione verde» annunciata da Pd e M5s alla fine la pagheranno i cittadini.
«Questo purtroppo è un grande classico della sinistra. Basta pensare al fotovoltaico: tutti i contenti di ottenere il beneficio per mettere i pannelli, ma c'è un piccolo problema di equità. Chi installa i pannelli fotovoltaici, infatti, tipicamente è perché i soldi ce li ha. Dall'altra parte c'è la vecchietta che stira e con la sua bolletta ti paga l'incentivo. Il discorso che fa il Gse secondo cui il costo degli investimenti è ripartito sulla collettività ha una sua logica, ma il problema è chi li paga. Se sono a carico della fascia povera della popolazione, è una bastardata».
Qualcuno propone di eliminare (o comunque ridurre fortemente) la tassazione in bolletta per le imprese.
«Ma così la povera vecchietta che stira, oltre agli errori del passato, è costretta a pagare in eterno. Il problema vero è che gli incentivi per definizione nascono per innescare un mercato, quando diventano strutturali il mercato è drogato. Ormai il danno è fatto, l'importante è non perseverare negli errori. Qui invece le lobby intendono perseverare negli errori, cioè continuare a far pagare alla povera gente gli interessi di pochi. Pensiamo alle nuove tasse ecologiche in cantiere».
Ci spieghi.
«Sono proposte che arrivano dal M5s, presentate da Laura Castelli, viceministro uscente al Mef, nel corso di una riunione. Nessuna sorpresa: che i 5 stelle portino avanti questa idea che chi inquina debba pagare di più non è un mistero. Ma bisogna capire dove finisce l'ideologia e dove iniziano gli interessi. Guarda caso, l'ecotassa ha favorito le case di produzione francese. Una riflessione al riguardo la farei».
Partiamo dal superbollo.
«È lo stesso concetto dell'ecotassa, ma esasperato. Si tratta di un provvedimento che colpisce chi non ha i soldi per cambiare l'automobile. Viene incentivato chi compra una vettura elettrica, cioè chi ha le disponibilità per acquistare un mezzo che fa pochi chilometri e costa tanto, e questo è snob e fa figo. L'elettrico funziona bene in Francia, dove c'è il nucleare. Ma questo è un concetto politicamente scorretto e quindi non si può dire».
Poi c'è la tassa sugli aerei.
«Quella è fantastica. Una misura che serve, banalmente, per fare cassa e dalla quale ci si aspetta di ricavare 600 milioni. Facciamo come la Germania: tassiamo ogni singolo biglietto ed è fatta. Siccome hai i soldi per prendere l'aereo, ti tocca pagare. Classico concetto snob di sinistra».
E infine si arriva al balzello sui sacchetti di plastica.
«L'idea che si intenda tassare chi compra l'insalata in busta di plastica, e allo stesso tempo non si voglia fare nulla per il trattamento dei rifiuti, ancora una volta va a penalizzare l'Italia. Perché noi siamo leader mondiali in questo campo, abbiamo realtà eccezionali, ma il mercato è bloccato».
Da chi?
«Dal ministro Sergio Costa, perché chi ha bloccato i decreti End of waste (quel processo che trasforma i rifiuti in prodotti utilizzabili, ndr) è proprio il ministero dell'Ambiente. Questi personaggi non sono ambientalisti, tutt'altro: sono contro l'ambiente. E causano un danno enorme alle imprese e ai cittadini, che pagheranno di più le bollette, e all'industria italiana, che non si può sviluppare mentre è pronta a farla. Sono determinate scelte politiche dietro alle quali voglio ben sperare non ci siano interessi specifici».
Una cosa è certa: la posta in gioco è molto alta.
«Finché si rimane nel campo dell'autoconsumo, c'è una logica. Sopra, invece, stanno i grandi interessi. Pensiamo all'eolico e al fotovoltaico, business enormi per le multinazionali che hanno messo in piedi parchi e campi enormi, e continuano a prendere soldi dalla vecchietta che stira. E dalla quale, molto probabilmente, continueranno a prenderli ancora per molti anni».
L'ambiente è un tema che, almeno in fase di negoziati di governo, sembra avere unito Pd e M5s. Nel programma di governo c'è anche lo stop alle famigerate trivelle.
«Ma anche in questo caso, paradossalmente, si finisce per favorire le compagnie petrolifere. Se il petrolio non lo estrai tu, viene qualcun altro e se lo prende, per poi fartelo pagare di più. Avere il petrolio in casa e rinunciare a estrarlo è da deficienti».
Cosa succederà quando arriverà il momento di varare il tanto celebrato green new deal?
«Litigheranno enormemente. Questo perché da una parte c'è una visione assolutamente irrealistica e fuori dal mondo, e dall'altra gli interessi molto concreti portati avanti dalle lobby. Si tratta di una mossa di facciata. Purtroppo, l'idealismo finirà per piegarsi alle lobby. E la sintesi è che la vecchietta che stira sarà costretta a pagare una bolletta ancora più cara».
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Un salasso mascherato: ecco cosa c'è dietro i proclami di chi inneggia alle produzioni sostenibili. Le ecoideologie che vanno per la maggiore, e di cui la sinistra si vanta di avere l'esclusiva, vogliono colpevolizzare l'Occidente penalizzando gli imprenditori. E i poveri contribuenti. Tasse, sprechi, agevolazioni. Ogni bolletta si prende 73 euro per le «rinnovabili». Il prelievo complessivo vale oltre 11 miliardi, che servono a coprire i costi maggiorati dell'energia «pulita». I sussidi dati dall'Italia sono più del triplo della media europea. «Pd e M5s ecologisti a spese dei cittadini». L'ex viceministro leghista al Mef Massimo Garavaglia: «Ecotassa e no alle trivelle favoriscono i gruppi industriali stranieri». Lo speciale comprende tre articoli. C'è qualcosa di pericoloso e ideologico nella crociata green che, con qualche ritardo, giunge anche in Italia, come La Verità spiega in dettaglio in queste pagine. Altrove, il rischio si è già concretizzato a livello di proposta politica ed elettorale, con i dem americani prigionieri degli ecodeliri di Alexandria Ocasio-Cortez, e una riaffermazione, in giro per l'Europa, di liste verdi. Desiderose, queste ultime, di trovare un equilibrio difficile e quasi acrobatico tra radicalismo ideologico (per soddisfare l'ala estrema) e propensione governista (per erodere spazi ai socialdemocratici e ai socialisti che ovunque arretrano). Qui in Italia c'è ancora margine per evitare derive di questo tipo, anche perché le esperienze politiche e parlamentari dei verdi italiani sono state catastrofiche, ma il rischio non va sottovalutato. I pericoli, anche in termini teorici, sono quattro, l'uno più letale dell'altro: un approccio anti industria e anti impresa, un atteggiamento fiscalmente punitivo verso i contribuenti, una fiducia insensata nelle virtù delle tasse e della regolamentazione, e una generale colpevolizzazione ideologica dell'Occidente. Procediamo con ordine. L'approccio anti industria non tiene conto del fatto che i nostri campioni nel campo dell'energia e della chimica siano già tra i più avanzati al mondo in termini di attenzione ecologica: e davvero non si avverte il bisogno di processi sommari nei loro confronti. Gli unici a festeggiare sarebbero i competitor internazionali, a partire dai giganti francesi e tedeschi. Meno che mai avrebbe senso un generale pregiudizio anti impresa: aumentare il carico fiscale o gli oneri avrebbe un solo effetto concreto, e cioè quello di colpire alle gambe la competitività delle nostre imprese rispetto ai concorrenti stranieri, già ampiamente avvantaggiati sul terreno del fisco e delle infrastrutture. L'approccio anti contribuenti è ancora più subdolo. Nella teoria: perché punta a colpevolizzare il consumo, la modernità, la fruizione di beni e servizi, quasi inseguendo un impossibile mito del ritorno al passato. Che cos'è l'assurdità di un mondo a «rifiuti zero», se non un surreale vagheggiamento della preistoria? Approccio subdolo anche nella pratica: perché le proposte della sinistra - in tutto il mondo, e quindi anche da noi - si tradurrebbero in una pressoché certa e immediata impennata dei prezzi alla pompa di benzina e in un clamoroso rialzo delle bollette. La terza osservazione ha a che fare con una filosofia normativa che anche nell'Ue della centralizzazione e dell'omologazione sta purtroppo trionfando. Quella per cui, in materia ambientale (si pensi al campo delle emissioni nocive) non sia possibile confidare nel mercato (quando invece potrebbe crearsi un immenso e virtuoso mercato in quest'ambito), e che, al contrario, tutto debba essere risolto o per via di penalizzazione fiscale - più tasse - o per via di irrigidimento della regolazione, con pacchetti normativi di centinaia di pagine, spesso contraddittori e incomprensibili. Si può sfidare chiunque, anche i più esperti conoscitori della materia, a destreggiarsi tra centinaia di regole nazionali ed europee. Alla fine, il sistema è ingessato, non funziona: non produce buoni risultati né dal punto di vista economico né da quello della protezione ambientale. Non c'è da stupirsi se (Brexit ne è solo l'esempio più evidente) sempre più Paesi vogliano sottrarsi a questa tenaglia normativa e regolatoria, mantenendosi più flessibili, più liberi di adattare le scelte normative a un mondo in evoluzione. Nemmeno il legislatore più fantasioso, nemmeno il governante più illuminato, in tempi di mutamenti ultraveloci, può sapere che cosa accadrà fra 3 o 5 anni: perché, allora, impiccarsi a scelte normative pesanti, rigide, eccessivamente dettagliate? La quarta e ultima osservazione ha a che fare con un sottofondo culturale di colpevolizzazione dell'Occidente. La colpa è sempre la nostra, ci viene detto (specie a sinistra), e, masochisticamente, tutte le regolamentazioni più penalizzanti sono concepite proprio verso noi stessi, verso i Paesi occidentali, senza minimamente preoccuparsi di elementari dati dei realtà. Sono gli Stati Uniti, ad esempio, a essere protagonisti di una significativa riduzione delle emissioni di carbonio, contrariamente ai nuovi record di inquinamento sfondati regolarmente dalla Cina. Eppure, anche i famosi Accordi di Parigi finiscono per proteggere (o per non penalizzare) i Paesi più inquinanti, gravando largamente sulla parte occidentale del pianeta. È giunta l'ora di un cambio di paradigma. In primo luogo, occorre respingere l'idea che solo a sinistra ci sia preoccupazione e sensibilità sui temi dell'ecologia. Semmai, proprio chi ha una visione conservatrice della società (basata, secondo il noto paradigma di Edmund Burke, in un passaggio di testimone tra «morti, viventi e non ancora nati») è attento al compito morale di lasciare una buona eredità a chi viene dopo. Quindi, la caricatura di una sinistra consapevole e ambientalista, e di una destra sciatta e priva di scrupoli, va respinta con forza. Il punto è invece discutere sui mezzi più adatti a perseguire quegli obiettivi: gli statalisti confidano nel mix «più tasse, più Europa, più regolamentazione». È invece venuto il momento di provare una ricetta diversa: maggiore competizione tra soluzioni diverse, nessuna criminalizzazione delle imprese e delle attività economiche, maggiore propensione a richiamare anche i Paesi in via di sviluppo al dovere di cooperare pure in questo settore. 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Le tre ipotesi allo studio dei tecnici, come riferito a fine agosto da Garavaglia a Italia Oggi, consistono in una tassa sui biglietti aerei (parametrata in base alla lunghezza della tratta), un superbollo per i veicoli più vecchi e l'applicazione dell'Iva ordinaria sugli imballaggi di plastica delle confezioni alimentari. Trovata quest'ultima che strizza l'occhio alla tendenza del momento, quella del «plastic free». Senza contare la contestatissima ecotassa approvata all'inizio dell'anno che penalizza chi acquista auto più inquinanti. Ma basta prendere in mano una bolletta e dare uno sguardo alla sezione «oneri di sistema». È tramite questa voce, infatti, che ogni bimestre privati e imprese (il più delle volte senza nemmeno saperlo) coprono il saldo degli incentivi per le energie rinnovabili. Mica roba da poco: dando uno sguardo all'ultima relazione del Gestore dei servizi energetici (Gse, soggetto interamente controllato dal ministero economico) si capiscono le proporzioni di questo stillicidio. «Gli oneri di sistema destinati alla promozione delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica», si legge nel testo, «hanno comportato per la famiglia tipo una spesa nel 2018 di 96 euro, un incremento di 4 euro rispetto al precedente anno». Messa così possono sembrare pochi spiccioli. E invece si scopre che la componente principale (che va sotto il nome A3sos, ex componente A3), quella destinata alla riduzione del fabbisogno di incentivi per le rinnovabili elettriche, pesa ben 73 euro a bolletta (dunque il 76% sul totale), e nel complesso l'astronomica cifra di 11,6 miliardi di euro. Che fine fanno questi soldi è presto detto. Tutti i fornitori dell'energia elettrica girano gli importi riscossi sia al Gse sia alla Cassa per i servizi energetici e ambientali (Csea). Successivamente, il Gse utilizza i (nostri) soldi per coprire la differenza tra l'importo al quale acquista l'energia derivante delle fonti rinnovabili e i ricavi dalla vendita sul mercato. Non essendo ancora disponibile il bilancio del Gse del 2018, dobbiamo accontentarci di analizzare le cifre dell'anno precedente. Nel 2017, solo per il fotovoltaico sono stati erogati incentivi per 6,3 miliardi di euro, divisi nelle cinque edizioni del cosiddetto «Conto energia». L'altra metà è stata utilizzata per le diverse categorie di incentivi Fer (465 milioni), Iafr (2,2 miliardi) e per gli Grin (ex certificati verdi, 3,1 miliardi), che riguardano impianti a biogas, l'idroelettrico, i bioliquidi, le biomasse e i gas di discarica. Cifre che, al netto dei tecnicismi, parlano da sole. Certo, possiamo anche berci la versione edulcorata del Gse, secondo la quale «gli incentivi per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica che finiscono nelle bollette non sono costi a carico dei consumatori, ma investimenti in sostenibilità ambientale a cui l'intera collettività partecipa». Rimane pur sempre il fatto che l'enorme costo della sostenibilità energetica è sulle spalle degli italiani. Sforzo che, bisogna riconoscerlo, non manca di dare risultati. L'Italia è avanti rispetto agli altri partner europei per quanto riguarda gli obiettivi sulla produzione e l'utilizzo di energia pulita, ma tutto ciò ha un prezzo altissimo. Come dimostra una analisi pubblicata di recente su Lavoce.info e basata su dati del Consiglio dei regolatori europei dell'energia (Ceer), i sussidi erogati dal nostro Paese (44,1 euro per megawattora) sono più del triplo rispetto alla media europea (13,8 euro/mwh), molto più generosi di Francia, Germania e Spagna. Dal lato della redditività, nel 2018 gli investimenti complessivi destinati alle fonti rinnovabili sono stati pari a 1.809 milioni, mentre le spese di manutenzione hanno raggiunto i 3.176 milioni, per un totale di 4.985 milioni. Le ricadute positive per l'economia, invece, si sono fermate a 2.813 milioni. Parlare di fallimento forse è eccessivo, ma di sicuro c'è tanta delusione rispetto alle aspettative iniziali. A mettere nero su bianco questo disappunto ci hanno pensato i tecnici della Regione Sicilia, che nell'aggiornamento del Piano energetico ambientale così scrivono: «Il tumultuoso e confuso diffondersi dei grandi impianti eolici e fotovoltaici registratosi negli anni passati in diverse aree del territorio regionale conseguentemente agli incentivi nazionali del conto energia e dei certificati verdi, nei fatti, non ha rappresentato per la regione quell'occasione di sviluppo economico e sociale tanto auspicata». È vero che «in diverse aree siciliane sono stati registrati importanti risultati energetici»; tuttavia, continua il rapporto, «a questi non è corrisposto un equivalente risultato dal punto di vista economico e sociale». La cronaca dimostra che il settore green è ben lungi dall'essere tutto rose e fiori. A fine agosto il Consiglio di giustizia amministrativo ha confermato la decisione del Tar di bloccare la costruzione del parco eolico sull'acqua nel golfo di Gela. Il progetto prevedeva la realizzazione di 38 pali di 130 metri di altezza, per un investimento complessivo di 150 milioni. Pochi giorni fa la giunta pugliese guidata da Michele Emiliano ha dato il parere negativo alla realizzazione di una serie di impianti per un totale di 39 aerogeneratori. Nelle scorse settimane stop del Tar anche al parco eolico di Fragneto Monforte (Benevento). Ma non sono solo i problemi burocratici e ambientali a far saltare investimenti già stanziati e fare lievitare spese legali per battaglie che durano anni. Non sono pochi i casi nei quali la malavita ha provato a mettere le mani sui cantieri, sia per incassare i lauti incentivi sia per riciclare denaro sporco. Esemplare in questo senso è l'arresto di Vito Nicastri, noto nell'ambiente come «re dell'eolico», vicino al boss Matteo Messina Denaro. Complice la sovraesposizione mediatica della quale è stata oggetto Greta Thunberg, la giovane attivista svedese promotrice degli skolstrejk för klimatet (gli scioperi scolastici del venerdì per sensibilizzare l'opinione pubblica sulle tematiche ambientali), in futuro l'attenzione nei confronti del clima non potrà che aumentare. Uno dei punti alla base della nascita di quell'ircocervo che è il governo tra Pd e M5s consiste appunto nella realizzazione di un «green new deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell'ambiente tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale». Come si legge nel documento programmatico alla base del matrimonio tra i due partiti del nuovo governo, «tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell'ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto dei cambiamenti ecologici». Negli Stati Uniti la paladina dem Alexandria Ocasio-Cortez ha proposto di finanziare la lotta ai cambiamenti climatici con l'aumento della tassazione al 70% per i redditi più elevati. Del piano giallorosso non si conoscono i dettagli ma una cosa è certa: ancora una volta toccherà a noi pagare il conto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-super-stangata-che-si-nasconde-dietro-il-fumo-verde-2640262901.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pd-e-m5s-ecologisti-a-spese-dei-cittadini" data-post-id="2640262901" data-published-at="1769527724" data-use-pagination="False"> «Pd e M5s ecologisti a spese dei cittadini» Onorevole Massimo Garavaglia, le ultime rivelazioni sul piano di tasse dicono una cosa molto chiara: la «rivoluzione verde» annunciata da Pd e M5s alla fine la pagheranno i cittadini. «Questo purtroppo è un grande classico della sinistra. Basta pensare al fotovoltaico: tutti i contenti di ottenere il beneficio per mettere i pannelli, ma c'è un piccolo problema di equità. Chi installa i pannelli fotovoltaici, infatti, tipicamente è perché i soldi ce li ha. Dall'altra parte c'è la vecchietta che stira e con la sua bolletta ti paga l'incentivo. Il discorso che fa il Gse secondo cui il costo degli investimenti è ripartito sulla collettività ha una sua logica, ma il problema è chi li paga. Se sono a carico della fascia povera della popolazione, è una bastardata». Qualcuno propone di eliminare (o comunque ridurre fortemente) la tassazione in bolletta per le imprese. «Ma così la povera vecchietta che stira, oltre agli errori del passato, è costretta a pagare in eterno. Il problema vero è che gli incentivi per definizione nascono per innescare un mercato, quando diventano strutturali il mercato è drogato. Ormai il danno è fatto, l'importante è non perseverare negli errori. Qui invece le lobby intendono perseverare negli errori, cioè continuare a far pagare alla povera gente gli interessi di pochi. Pensiamo alle nuove tasse ecologiche in cantiere». Ci spieghi. «Sono proposte che arrivano dal M5s, presentate da Laura Castelli, viceministro uscente al Mef, nel corso di una riunione. Nessuna sorpresa: che i 5 stelle portino avanti questa idea che chi inquina debba pagare di più non è un mistero. Ma bisogna capire dove finisce l'ideologia e dove iniziano gli interessi. Guarda caso, l'ecotassa ha favorito le case di produzione francese. Una riflessione al riguardo la farei». Partiamo dal superbollo. «È lo stesso concetto dell'ecotassa, ma esasperato. Si tratta di un provvedimento che colpisce chi non ha i soldi per cambiare l'automobile. Viene incentivato chi compra una vettura elettrica, cioè chi ha le disponibilità per acquistare un mezzo che fa pochi chilometri e costa tanto, e questo è snob e fa figo. L'elettrico funziona bene in Francia, dove c'è il nucleare. Ma questo è un concetto politicamente scorretto e quindi non si può dire». Poi c'è la tassa sugli aerei. «Quella è fantastica. Una misura che serve, banalmente, per fare cassa e dalla quale ci si aspetta di ricavare 600 milioni. Facciamo come la Germania: tassiamo ogni singolo biglietto ed è fatta. Siccome hai i soldi per prendere l'aereo, ti tocca pagare. Classico concetto snob di sinistra». E infine si arriva al balzello sui sacchetti di plastica. «L'idea che si intenda tassare chi compra l'insalata in busta di plastica, e allo stesso tempo non si voglia fare nulla per il trattamento dei rifiuti, ancora una volta va a penalizzare l'Italia. Perché noi siamo leader mondiali in questo campo, abbiamo realtà eccezionali, ma il mercato è bloccato». Da chi? «Dal ministro Sergio Costa, perché chi ha bloccato i decreti End of waste (quel processo che trasforma i rifiuti in prodotti utilizzabili, ndr) è proprio il ministero dell'Ambiente. Questi personaggi non sono ambientalisti, tutt'altro: sono contro l'ambiente. E causano un danno enorme alle imprese e ai cittadini, che pagheranno di più le bollette, e all'industria italiana, che non si può sviluppare mentre è pronta a farla. Sono determinate scelte politiche dietro alle quali voglio ben sperare non ci siano interessi specifici». Una cosa è certa: la posta in gioco è molto alta. «Finché si rimane nel campo dell'autoconsumo, c'è una logica. Sopra, invece, stanno i grandi interessi. Pensiamo all'eolico e al fotovoltaico, business enormi per le multinazionali che hanno messo in piedi parchi e campi enormi, e continuano a prendere soldi dalla vecchietta che stira. E dalla quale, molto probabilmente, continueranno a prenderli ancora per molti anni». L'ambiente è un tema che, almeno in fase di negoziati di governo, sembra avere unito Pd e M5s. Nel programma di governo c'è anche lo stop alle famigerate trivelle. «Ma anche in questo caso, paradossalmente, si finisce per favorire le compagnie petrolifere. Se il petrolio non lo estrai tu, viene qualcun altro e se lo prende, per poi fartelo pagare di più. Avere il petrolio in casa e rinunciare a estrarlo è da deficienti». Cosa succederà quando arriverà il momento di varare il tanto celebrato green new deal? «Litigheranno enormemente. Questo perché da una parte c'è una visione assolutamente irrealistica e fuori dal mondo, e dall'altra gli interessi molto concreti portati avanti dalle lobby. Si tratta di una mossa di facciata. Purtroppo, l'idealismo finirà per piegarsi alle lobby. E la sintesi è che la vecchietta che stira sarà costretta a pagare una bolletta ancora più cara».
(IStock)
Dopo la tempesta Goretti di un paio di settimane fa, che ha provocato un’alta richiesta di energia, da qualche giorno su Canada, Stati Uniti, una parte dell’Asia e sull’Europa nord-orientale insiste una massa d’aria polare gelida che ha fatto abbassare le temperature a livelli glaciali. La domanda di energia, quindi, sia per riscaldamento sia per i processi industriali, è salita moltissimo e con essa sono saliti i prezzi. Cose che normalmente succedono d’inverno.
Il prezzo del gas dal 9 gennaio scorso in Europa è cresciuto del 38%, avendo il future mensile al TTF chiuso ieri le contrattazioni a 39,11 euro al megawattora, dopo aver toccato un massimo a 43,38 euro al megawattora. Un prezzo che non si vedeva da un anno. In Italia il prezzo al PSV per le consegne di ieri era a 44,73 euro al megawattora.
Il freddo polare del nord Europa influenza anche, di riflesso, i prezzi dell’elettricità in Germania, dove ieri il prezzo spot era di 141,31 euro al megawattora mentre le consegne per oggi hanno raggiunto i 130,61 euro al megawattora. A quanto pare dunque i 100.000 megawatt installati di capacità fotovoltaica non sono sufficienti a scongiurare un rincaro del prezzo dell’energia quando la domanda sale. In effetti, ieri alle 13, l’orario di punta per la produzione fotovoltaica, l’apporto di tale produzione era di soli 3.700 ME, ovvero il 3,6% della capacità installata. Meglio l’eolico, che alla stessa ora presentava una produzione di 20,4 gigawattora sui 73 possibili, pari al 28% circa. In quell’ora, il 35% del fabbisogno era coperto dalle due fonti rinnovabili. Ma è stato un attimo. Il fotovoltaico si è rapidamente azzerato e per tutte le 24 ore chi ha tenuto in piedi il sistema elettrico tedesco sono stati gas (13-15.000 megawatt), carbone (14-19.000 megawatt) e importazioni (circa 3 gigawatt costanti dalla Francia, altre quantità da Svizzera, Norvegia, Danimarca), oltre che i pompaggi idroelettrici al mattino presto e in serata. Il prezzo del gas è salito molto anche negli Usa, dove la produzione di gas rallenta a causa del freddo, facendo salire anche i prezzi del Gnl importato in Europa.
Ma i limiti evidenti delle fonti rinnovabili non frenano l’Europa. Ieri, al vertice del Mare del Nord Gran Bretagna, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Norvegia hanno firmato ad Amburgo un patto per installare altri 100 gigawatt di energia eolica offshore attraverso progetti congiunti su larga scala. L’annuncio non specifica l’ammontare dei sussidi pubblici necessari per installare questa enorme capacità, né a quanto ammonteranno i necessari investimenti nelle reti elettriche necessarie ad evacuare l’energia prodotta.
Per completare il suicidio energetico europeo, sempre ieri a Bruxelles il Consiglio Affari generali ha sancito l’addio definitivo al gas russo, approvando il relativo regolamento. Il divieto di importare gas dalla Russia, sia via gasdotto che Gnl, inizierà ad applicarsi sei settimane dopo l'entrata in vigore del regolamento, mentre per i contratti esistenti è previsto un periodo di transizione.
Il divieto totale per le importazioni di Gnl entrerà in vigore a partire dal primo gennaio 2027, mentre quello per le importazioni di gas da gasdotto entrerà in vigore a partire dal primo ottobre 2027.
Ungheria e Slovacchia hanno votato contro, la Bulgaria si è astenuta, tutti gli altri a favore. Subito dopo il voto, l’Ungheria ha annunciato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Ue contro il regolamento, perché esso «presenta una misura sanzionatoria come una decisione di politica commerciale per evitare l’unanimità. Ciò è in completa violazione delle norme dell’Ue. I Trattati sono chiari: le decisioni sul mix energetico sono di competenza nazionale». Così ha scritto su X il ministro degli Affari Esteri e del Commercio dell’Ungheria Péter Szijjártó.
Prima di autorizzare l’ingresso di importazioni di gas nell’Unione, inoltre, i Paesi dell’Ue verificheranno il Paese in cui il gas è stato prodotto, per evitare triangolazioni. Ma non solo: entro il 1° marzo prossimo gli Stati membri devono elaborare dei piani nazionali per diversificare l'approvvigionamento di gas e individuare i rischi e le difficoltà nella sostituzione del gas russo. Le imprese dovranno quindi notificare alle autorità e alla Commissione tutti i restanti contratti relativi al gas russo. Dunque, prima si vieta l’importazione di gas russo, poi si chiede a Stati e imprese come e dove intendono trovare le alternative. Forse la logica richiederebbe di invertire l’ordine dei fattori. Gustosa, poi, la postilla: «in casi di emergenza dichiarata e se la sicurezza dell’approvvigionamento di uno o più paesi dell’Ue è seriamente minacciata, la Commissione può sospendere il divieto di importazione per un massimo di quattro settimane», dice il comunicato stampa del Consiglio. Come se la Russia, a quel punto, non vedesse l’ora di salvare l’ex cliente europeo dall’emergenza. A nessuno, pare, viene un dubbio.
Insomma, nulla cambia nella distorta percezione della realtà in quel di Bruxelles, che nonostante i disastri provocati pretende ancora di forgiare il mondo con i propri regolamenti.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il patto di libero scambio promette forti riduzioni tariffarie per vino e olio d’oliva, lasciando invariata la protezione su carne, pollame e zucchero. Un’intesa che «dovrebbe essere molto vantaggiosa per gli esportatori agricoli europei» hanno fatto trapelare da Bruxelles come a voler mettere le mani avanti e tranquillizzare il settore agricolo che ancora non ha digerito (soprattutto gli italiani) il Mercosur.
La firma con Delhi arriva dopo un iter lungo e complesso. I colloqui sono partiti nel 2007 e da allora, il tavolo delle trattative si è allargato ad un ampio pacchetto che comprende commercio di beni e servizi, investimenti e cooperazione normativa. Sia ben chiaro però che l’annuncio della ratifica non equivale all’operatività immediata, poiché l’intesa dovrà affrontare un iter complesso di ratifica soprattutto sul fronte dei Paesi Ue. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha detto che «saranno valutate se quanto è stato garantito, verrà davvero messo in campo».
Innanzitutto c’è subito un aspetto che non torna. Secondo uno studio di Bruxelles, il Pil europeo salirà nel migliore dei casi dello 0,2% e quello indiano dell’1%. Insomma poco o nulla per l’Europa. La riduzione dei dazi su vari settori non porterà quella sferzata all’economia che si attenderebbe da un negoziato di questa portata. Peraltro la Ue è già oggi il principale partner commerciale dell’India: gli scambi bilaterali di merci hanno raggiunto i 135 miliardi di dollari nel 2023-24, con un aumento di quasi il 90% nell’ultimo decennio. In questa trattativa Von der Leyen sarebbe andata avanti come un treno. Stando a una ricostruzione di Politico, l’Alta rappresentante della Ue, Kaja Kallas si sarebbe lamentata, in privato, dando alla presidente della «dittatrice» perché accentratrice e per la tendenza a decidere solo con i suoi (in particolare con il suo capo di gabinetto, Bjorn Seibert) mentre il resto della struttura sarebbe informata solo a cose fatte.
Ma vediamo chi ci guadagna e chi ci perde dall’accordo. Per l’automotive e i macchinari di sicuro a brindare sarà la Germania che non a caso ha sollecitato Bruxelles a stringere i tempi dell’accordo. Berlino ha bisogno di trovare nuovi mercati di sbocco per le sue imprese, specie quelle dell’auto, che boccheggiano. E quale migliore piazza dell’India, destinata a diventare la terza economia mondiale. I dazi sulle auto provenienti dall’Europa dovrebbero passare da un massimo di 110 a 40%. Ciò favorirebbe Volkswagen, Mercedes-Benz e BMW. Il governo Modi avrebbe accettato di ridurre immediatamente il dazio per un numero limitato di auto con un prezzo d’importazione superiore a 15.000 euro. Secondo una fonte, la riduzione si applicherebbe inizialmente a una quota di circa 200.000 veicoli a combustione all’anno. Nel tempo, il dazio dovrebbe scendere fino al 10%. I veicoli elettrici sarebbero esclusi dalle riduzioni per i primi cinque anni, per proteggere gli investimenti dei produttori locali. L'India è il terzo mercato automobilistico più grande al mondo dopo Stati Uniti e Cina. Attualmente i produttori europei detengono meno del 4% del mercato indiano, che conta circa 4,4 milioni di veicoli all’anno ma si prevede una crescita fino a 6 milioni di unità all’anno entro il 2030.
Per il tessile-abbigliamento, l’accordo si prospetta una mazzata per la Ue. L’India ha una forte tradizione nel tessile e un costo del lavoro molto basso. Due fattori che rappresentano un vantaggio competitivo. Un report di Bruxelles stima che le esportazioni dell’India in questo settore cresceranno in termini assoluti (8,4 miliardi rispetto agli 1,4 miliardi della Ue). Per la pelle situazione simile: export dell’India stimate in aumento di 5,3 miliardi rispetto ai 970 milioni della Ue. Per il lattiero-caseario e cereali gli aumenti delle esportazioni verso la Ue sarebbero superiori al 100%. Va sottolineato che il governo Modi ha voluto il mantenimento dello status quo sui settori più sensibili per la propria economia, carne bovina, pollame e zucchero per i quali le tariffe non subiranno cambiamenti.
Ciò che rende l’accordo squilibrato a favore dell’India è l’assenza nel Paese di regole stringenti sulle emissioni di carbonio che ha permesso una crescita industriale a basso costo. Questo le consente di produrre acciaio, alluminio e cemento utilizzando ancora il carbone, diventando un gigante delle esportazioni. L’India si è opposta al Carbon Adjustment Mechanism della Ue, considerandolo un ostacolo al libero commercio. Non è chiaro se e come questa posizione sarà gestita con il nuovo accordo.
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Germano Dottori (Imagoeconomica)
Germano Dottori analista e consigliere scientifico di Limes, la disputa sulla Groenlandia e il suo esito, in parte ancora da scrivere, cosa ci dice? Che, come al solito, Donald Trump fa marcia indietro? O che ha utilizzato la sua solita strategia negoziale? E in finale per ottenere che cosa che già non aveva?
«Ci dice soprattutto che in questo suo secondo mandato la politica di Trump sembra riflettere due cose: l’accettazione di un mondo strutturato su sfere d’influenza più o meno esclusive e la volontà di crearne una di natura “emisferica” per gli Stati Uniti, dalla quale escludere russi e, soprattutto, cinesi. Ha sorpreso la spregiudicatezza con la quale il tycoon ha aperto un contenzioso con un alleato atlantico, ma occorre sottolineare che per Trump anche la Nato può essere messa in discussione, se fonte di vincoli non compensati da vantaggi tangibili. È un nazionalista integrale».
E propone addirittura il Board of Peace: una struttura internazionale da lui personalmente gestita. Trump sta picconando le strutture sovranazionali di cui non si fida più? E se sì perché?
«Questa diffidenza nei confronti delle grandi organizzazioni internazionali non è un dato del tutto nuovo nella storia americana. Gli Stati Uniti non aderirono alla Società delle Nazioni, che pure nacque grazie all’impulso di un loro presidente, Woodrow Wilson. E prima di dar vita all’Onu ebbero cura di prevedere che al loro interno fosse creato un Consiglio di Sicurezza soggetto al loro diritto di veto. Ciò premesso, il Board sembra poggiare su premesse inedite, di natura privatistica, con tanto di tassa di partecipazione. Difficile formulare previsioni sulla sua efficacia, ma nel peggiore dei casi sarà soltanto un tentativo ulteriore andato a vuoto come altri in precedenza. Speriamo invece che funzioni, perché il suo obiettivo è la pacificazione, interesse collettivo. Trump si è riservato al suo interno un ruolo centrale, che peraltro difficilmente verrebbe accettato una volta cessato il suo mandato alla Casa Bianca».
Mentre negozia un possibile accordo in Ucraina, Trump sembra voler smontare pezzo per pezzo il cosiddetto Sud globale. Dal Venezuela all’Iran. Una strategia di pressione per costringere Vladimir Putin ad accettare un compromesso?
«Per Trump la politica internazionale dovrebbe privilegiare i rapporti bilaterali, nei quali gli Stati Uniti possono più agevolmente far valere il peso superiore della loro potenza politica, economica e militare. Le aggregazioni costituiscono invece un problema, sia quando legano le mani a Washington costringendola a decisioni collettive, che nelle circostanze in cui sono costituite senza, o contro, gli Stati Uniti per bilanciare la loro supremazia».
La Cina è una superpotenza economica. Ma sul piano militare sono ancora gli Stati Uniti a dettare legge. Avevamo dato per morta troppo presto l’America con la sua capacità di esercitare il cosiddetto hard power?
«La Repubblica Popolare Cinese è un’immensa fabbrica ma ha dei limiti importanti. Sul piano finanziario, gli Stati Uniti rimangono significativamente superiori: se vuoi fare soldi con i soldi, è ancora all’industria finanziaria americana che occorre rivolgersi. Accende spesso la fantasia il fatto che i cinesi detengano una parte significativa dei titoli del debito sovrano statunitense, ma a ben vedere, si sono legati le mani: infatti, non possono indebolire il loro debitore senza subire perdite molto alte. Probabilmente, Pechino pensa a un condominio sul mondo, non ad affossare gli Stati Uniti. Sul piano militare, poi, la geografia rappresenta un grosso problema per i cinesi. E non può essere modificata. L’America controlla le vie marittime da cui dipende la prosperità della Repubblica Popolare. Nessuno ha dato per morti gli Stati Uniti: non per caso, il Pianeta è sempre pieno di persone che dimostrano contro la loro permanente supremazia. Anche dalle nostre parti».
Il Venezuela è il giardino di casa. E l’esfiltrazione di Nicolás Maduro rientrava sicuramente nelle capacità degli Stati Uniti. L’Iran è invece lontano. E Trump non può permettersi un conflitto del tipo di quelli promossi in passato dai neocon e dai Democratici. Che scenario dobbiamo aspettarci in Iran una volta che questo regime sarà eventualmente caduto?
«A Caracas non è stato abbattuto un regime, ma soltanto rimosso il suo leader, permettendone la sostituzione con la sua vice, che pare abbia promesso di collaborare con gli Stati Uniti, ponendo fine all’influenza che esercitavano localmente cinesi e russi. La situazione iraniana è completamente differente. È in atto una rivolta interna, innescata da una crisi idrica ed alimentare che ha fatto esplodere l’inflazione, convincendo vasti strati della popolazione a chiedere la fine della Repubblica Islamica. In Iran capiscono perfettamente che le sanzioni non potranno essere abolite fintantoché gli islamisti resteranno al potere. Più in generale, la società civile iraniana, altamente istruita e sofisticata, non accetta più le restrizioni delle libertà che la soffocano dal 1979. Il regime ha risposto con enorme violenza, uccidendo molte migliaia di persone e macchiandosi di crimini odiosi, che interrogano la coscienza di tutto l’Occidente. I dimostranti chiedono aiuto. Pur essendo certamente impressionato dalle immagini che riceve anche lui, Trump però ha finora esitato, perché è stato sorpreso ed è consapevole che ci sono dei rischi. Ha chiesto opzioni e fatto convergere forze nell’area del Golfo. Nel frattempo, le autorità iraniane lo hanno insolentito, circostanza che potrebbe bastare a motivare dei raid punitivi nei loro confronti, come accadde con il generale Soleimani. La situazione è molto fluida».
Trump di fatto prende a schiaffi l’Ue perché sa che questa non ha alternative? E soprattutto che Europa vuole Trump?
«In campo commerciale, l’unico in cui l’Europa agisca davvero come soggetto sovranazionale, l’Ue è un attore con il quale anche gli Stati Uniti son costretti a fare i conti. Al contrario di quanto comunemente si crede, gli americani guardano da tempo con preoccupazione agli sviluppi del processo d’integrazione in atto nel nostro Continente, in parte anche per colpa nostra. Qualche errore di comunicazione lo abbiamo infatti commesso anche noi, enunciando ambizioni del tutto legittime, ma che hanno generato un senso d’allarme Oltreoceano».
Innegabile che Trump abbia decisamente cambiato rotta e velocità di marcia nella politica estera americana. Ritiene questi cambiamenti irreversibili indipendentemente da chi sarà il successore di Trump?
«Non sappiamo chi gli succederà. Trump accelera anche perché sa di avere a disposizione poco tempo. Tre anni, forse meno, se i risultati delle elezioni di medio termine lo trasformeranno in un’anatra zoppa».
È corretto immaginare che sarà una sfida a due fra Rubio e Vance nel provare a raccogliere l’eredità di Trump? Che differenza c’è fra i due?
«È molto prematuro. Se la presidenza Trump sarà considerata un successo, i suoi esponenti di maggior spicco se ne contenderanno l’eredità. Ma se si concluderà in un fallimento, i repubblicani cercheranno verosimilmente qualcuno che non abbia fatto parte della sua amministrazione».
Le elezioni di mezzo termine sono tradizionalmente sfavorevoli al presidente in carica. Sul piano interno Trump ha ancora carte da giocare per provare ad evitare una sconfitta quantomeno probabile? In Minnesota sembra di assistere a una guerra civile!
«Sta provando a farlo, anche per evitare l’impeachment, spingendo sull’economia e adesso anche sull’espansione territoriale, che peraltro non convince al momento gli elettori americani».
Keir Starmer in UK e Mark Carney in Canada sono i più acerrimi avversari di Trump. Non esiste più l’anglosfera?
«L’anglosfera non è una realtà superficiale che connette dei leader. È qualcosa di molto più concreto e profondo, non congiunturale, che investe le élite ma coinvolge al massimo la stampa, l’editoria e la cultura. La comunanza linguistica è un collante fortissimo, resistente alle fluttuazioni della politica».
L’intesa fra Giorgia Meloni e Friedrich Merz ci dice che la Francia ha perso il suo ruolo di leadership in Unione europea. È un decadimento strutturale o passeggero quello di Parigi?
«L’Unione europea senza la Francia semplicemente non esiste. E la Francia è un “sistema”, a differenza nostra, dotato di un’élite coesa dalla fortissima identità nazionale e capace di immaginare progetti a lunghissimo termine. Noi siamo diversi, guardiamo più al locale che al globale, all’oggi più che al domani. L’Italia fa benissimo a sperimentare ogni geometria che ne enfatizzi la flessibilità e creatività diplomatica, ma dobbiamo essere coscienti dei nostri limiti. In altre parole, occorre realismo per tutelare i nostri interessi al meglio, con pragmatismo, senza inseguire chimere».
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