
La commissione in accordo con la Germania (che guida il semestre) incarica Céline Gauer di gestire la task force di controllo delle uscite del Recovery fund. Vidimerà pure le spese green e per il digitale.Dal 16 agosto la commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen varerà la task force al quadrato. Il compito sarà quello di monitorare le attività delle task force nazionali, verificare i progetti di investimento sottostanti al Recovery fund, vidimarli e timbrarli in caso di esito positivo. Altrimenti il gruppo di lavoro avrà ampio margine di dissuasione. A capo della task force è già stata nominata la superburocrate Céline Gauer. Da 25 anni lavora a Bruxelles, in gran parte all'interno del Dg Comp, il direttorato che si occupa di concorrenza, per poi passare alla Salute per soli quattro mesi nel 2018 e infine essere promossa - in piena era Juncker - al gradino superiore della Segreteria generale con l'incarico di gestire la «smart regulation» e le «policy coordination». Insomma, la sintesi del perfetto rappresentante di Bruxelles, ideale per tutelare gli interessi della Commissione e soprattutto mantenere la preponderanza di quest'ultima nel recente agone che si è venuto ad aprire con il Consiglio Ue. La trattativa nell'ambito del Recovery fund ha schierato le singole nazioni su piani opposti, e la Germania - con l'ok della Francia - ha ritenuto di poter accettare tagli ai fondi residuali rispetto al budget dell'Rrf, Recovery and resilience facility. In pratica i fondi residuali gestiti dalla Commissione sono stati «limati» dai circa 190 miliardi di maggio a poco più di 77 dopo la quattro giorni di trattative. Chiaramente, al vertice della task force va il compito di riequilibrare lo smacco da un punto di vista anche politico. Ufficialmente nel pool entreranno esperti di bilancio Ue con l'obiettivo di fornire consulenza preventiva agli Stati aderenti al Next Generation Eu. Di fatto la task force dipenderà direttamente dalla von der Leyen e dovrà garantire che ogni piano presentato dalle Capitali sia in linea con i requisiti normativi. Ma si estenderà anche ai target per la transizione verde e digitale, monitorando il processo di implementazione del sostegno finanziario del «mission recovery». Quest'ultimo è connesso alle prerogative dei programmi del semestre europeo. Che, inutile ribadirlo, è partito tre settimane fa e in questa tornata fa riferimento ad Angela Merkel. In poche parole, la task force avrà voce in capitolo per organizzare e definire i flussi finanziari del programma Rrf, e quindi fare la differenza nelle relazioni con i singoli Paesi membri. Dei 20 miliardi che il premier Giuseppe Conte promette di ricevere nel 2021, circa 7 sono al momento sicuri. Gli altri 13 sarebbero in gran parte prestiti, il cui iter è tutto ancora da decidere. Dipenderà dai programmi di spesa, dalla precedente approvazione dei budget dei sussidi e quindi dai visti di autorizzazione che arriveranno dalla task force stessa.C'è infine la fetta dei fondi residuali, che è ancora più difficile da portare a casa. Si capisce quanto possa essere ampio il potere della Gauer e, al contempo, quanto rischi di affannarsi Conte nella gestione delle task force nazionali. Appare ancora più chiaro che la vera cabina di regia sta a Bruxelles, ed è saldamente nelle mani della Commissione. In pratica, Francia e Germania hanno mollato sui fondi in sede di Consiglio ma affidando alla Gauer la stella di sceriffo riportano tutto nell'alveo degli equilibri dell'asse. Per di più, la burocrate di origine francese non può essere tacciata formalmente di alcuna simpatia politica. Negli ultimi 25 ha portato avanti la carriera in modo equilibrato e non è mai stata coinvolta in vicende tali da finire sui giornali, se non per l'ordinaria amministrazione. Ha seguito nell'ultimo periodo una serie di incontri di monitoraggio della Brexit, e nel 2016 il dipartimento da lei diretto (all'epoca si occupava in Dg Comp delle questioni energetiche) è finito nel mirino di alcune associazioni ambientaliste e di lobbying per accordi tra l'Ue e la Germania sul futuro delle rinnovabili, ritenuti non proprio super partes. Insomma, la scelta perfetta da parte di Bruxelles per gestire il risiko dei fondi e, in modo silenzioso, tarpare le ali ai singoli Stati volenterosi di muoversi in autonomia. Un lavoro da fare all'ombra dei riflettori. L'eccitazione della politica italiana e dei lobbisti tricolore di fronte ai presunti flussi miliardari o a come è già stato soprannominato il «piano Marshall» del nuovo millennio appare quindi ancora più ingiustificata. «Tra gli obiettivi nei sette assi su cui programmare l'utilizzo di queste risorse c'è una parte, 70 miliardi di euro, che riguarda proprio la diversità tra Nord e Sud», ha detto il viceministro dell'economia Laura Castelli a margine di un incontro a Napoli con i rappresentanti delle attività produttive mostrandosi desiderosa di dare avvio alla maxi spesa. Parlando dell'utilizzo del Recovery fund la Castelli, ha spiegato che l'intervento «va strutturato su due piani: da una parte gli investimenti, dall'altra la fiscalità di vantaggio, anche territoriale, evitando meccanismi che in anni precedenti avevano ancora di più allargato la diversità Nord-Sud».Peccato che la fiscalità di vantaggio e zone speciali sono nella lista nera dell'Ue da anni. La Gauer non farà eccezione.
Scontri fra pro-Pal e Polizia a Torino. Nel riquadro, Walter Mazzetti (Ansa)
La tenuità del reato vale anche se la vittima è un uomo in divisa. La Corte sconfessa il principio della sua ex presidente Cartabia.
Ennesima umiliazione per le forze dell’ordine. Sarà contenta l’eurodeputata Ilaria Salis, la quale non perde mai occasione per difendere i violenti e condannare gli agenti. La mano dello Stato contro chi aggredisce poliziotti o carabinieri non è mai stata pesante, ma da oggi potrebbe diventare una piuma. A dare il colpo di grazia ai servitori dello Stato che ogni giorno vengono aggrediti da delinquenti o facinorosi è una sentenza fresca di stampa, destinata a far discutere.
Mohamed Shahin (Ansa). Nel riquadro, il vescovo di Pinerolo Derio Olivero (Imagoeconomica)
Per il Viminale, Mohamed Shahin è una persona radicalizzata che rappresenta una minaccia per lo Stato. Sulle stragi di Hamas disse: «Non è violenza». Monsignor Olivero lo difende: «Ha solo espresso un’opinione».
Per il Viminale è un pericoloso estremista. Per la sinistra e la Chiesa un simbolo da difendere. Dalla Cgil al Pd, da Avs al Movimento 5 stelle, dal vescovo di Pinerolo ai rappresentanti della Chiesa valdese, un’alleanza trasversale e influente è scesa in campo a sostegno di un imam che è in attesa di essere espulso per «ragioni di sicurezza dello Stato e prevenzione del terrorismo». Un personaggio a cui, già l’8 novembre 2023, le autorità negarono la cittadinanza italiana per «ragioni di sicurezza dello Stato». Addirittura un nutrito gruppo di antagonisti, anche in suo nome, ha dato l’assalto alla redazione della Stampa. Una saldatura tra mondi diversi che non promette niente di buono.
Nei riquadri, Letizia Martina prima e dopo il vaccino (IStock)
Letizia Martini, oggi ventiduenne, ha già sintomi in seguito alla prima dose, ma per fiducia nel sistema li sottovaluta. Con la seconda, la situazione precipita: a causa di una malattia neurologica certificata ora non cammina più.
«Io avevo 18 anni e stavo bene. Vivevo una vita normale. Mi allenavo. Ero in forma. Mi sono vaccinata ad agosto del 2021 e dieci giorni dopo la seconda dose ho iniziato a stare malissimo e da quel momento in poi sono peggiorata sempre di più. Adesso praticamente non riesco a fare più niente, riesco a stare in piedi a malapena qualche minuto e a fare qualche passo in casa, ma poi ho bisogno della sedia a rotelle, perché se mi sforzo mi vengono dolori lancinanti. Non riesco neppure ad asciugarmi i capelli perché le braccia non mi reggono…». Letizia Martini, di Rimini, oggi ha 22 anni e la vita rovinata a causa degli effetti collaterali neurologici del vaccino Pfizer. Già subito dopo la prima dose aveva avvertito i primi sintomi della malattia, che poi si è manifestata con violenza dopo la seconda puntura, tant’è che adesso Letizia è stata riconosciuta invalida all’80%.
Maria Rita Parsi critica la gestione del caso “famiglia nel bosco”: nessun pericolo reale per i bambini, scelta brusca e dannosa, sistema dei minori da ripensare profondamente.






