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2020-09-14
Nonostante la crisi del Covid in arrivo 257 scadenze fiscali
Doveva essere una soluzione alla crisi del Covid, invece si sta trasformando in una tagliola, nel colpo di grazia per migliaia di piccoli imprenditori, commercianti, artigiani e partite Iva. La logica di posticipare gli appuntamenti con il fisco ha creato l'effetto imbuto con problemi per i pagamenti a cui si sommano quelli burocratici. Mentre si parla tanto di semplificazione e digitalizzazione, il rapporto con il fisco è ancora caotico e difficile. A settembre si affastellano 257 scadenze e per alcune procedure il contribuente deve usare i moduli di carta. Il tutto in una situazione di grande disagio economico, con i consumi che non ripartono, i debiti che si accumulano. Il governo, sordo alle richieste delle imprese che per alcune imposte chiedevano la moratoria, continua a battere cassa. La spiegazione è che i pagamenti non si possono annullare, pena il default dello Stato, ma il sacrificio è chiesto alle categorie produttive più deboli del Paese.
Bisogna pagare, non c'è scampo. Dopo l'effetto imbuto che si è creato ad agosto con il posticipo delle imposte (dal 30 giugno al 20 luglio e poi al 20 agosto con maggiorazione dello 0,40%), eccoci alla vigilia delle scadenze di settembre. Per tanti piccoli imprenditori potrebbe essere il colpo di grazia. Commercianti, artigiani, partite Iva non si sono ancora ripresi dall'esborso estivo, stanno riavviando le attività tra mille problemi, e ora dovranno stringere di più la cinghia. «Solo un folle poteva pensare che nel giro di qualche mese avremmo superato la crisi, che sarebbe bastata una manciata di settimane per tornare al giro d'affari pre Covid.
Ora ci troviamo a pagare le tasse arretrate e quelle nuove, tutte insieme mentre gli ordini languono, e abbiamo raschiato il fondo dei risparmi», afferma Antonio Rinaldi, partita Iva che lavora nell'informatica. «Durante l'estate sono stata costretta a tenere chiuso. Mantengo con i miei risparmi una sarta, mia collaboratrice. Non potevo metterla per strada. Alzare la saracinesca ogni giorno è una scommessa, sono scomparsi anche quelli che entravano solo per curiosare», dice quasi in lacrime Agnese Testa, una bottega di abbigliamento artigianale nel quartiere Esquilino a Roma. Due storie, come tante, simili tra loro.
La pandemia globale ha scatenato un effetto a catena in campo fiscale con una sequela di rinvii, sospensioni e nuovi calendari che hanno generato l'ingorgo di luglio e agosto. Chiusa la partita delle tasse posticipate nei mesi estivi ora si apre quella di settembre, con alcune scadenze rinviate a questo mese che si sommano a quelle ordinarie, in una situazione che è tutt'altro che ordinaria. I circa 4,5 milioni di partite Iva dovranno vedersela anche con lo sciopero dei commercialisti, proclamato dal 15 al 22 settembre che rende ancora più caotica la situazione. Per settembre sono previsti 257 appuntamenti con il fisco. Inoltre, a dispetto dell'annunciata digitalizzazione per semplificare le procedure, alcune procedure vanno fatte ancora usando la carta. Sono 5: 16, 21, 25, 28 e 30 settembre. Il 16, dopodomani, è da bollino rosso.
Scadono 174 adempimenti. Tra questi, i più importanti sono i saldi 2019 e gli acconti 2020 dell'Irpef per chi sta versando a rate, la quarta rata dell'addizionale regionale e comunale, la terza rata dell'addizionale Ires, la quarta rata della cedolare secca a titolo di saldo 2019 e primo acconto per il 2020; ci sono poi i versamenti Iva, Ires e Irap.
A queste incombenze si aggiungono i versamenti posticipati dai decreti sull'emergenza Covid. Il 16 settembre vanno in scadenza il 50% dei versamenti Iva, ritenute d'acconto sui redditi da lavoro dipendente, contributi previdenziali e premi assicurativi che dovevano essere pagati a marzo, aprile e maggio 2020. Chi ha avuto diritto a quelle sospensioni in virtù dei decreti sull'emergenza ora deve pagare. Può versare il 50% tutto insieme o spalmando l'importo in 4 rate mensili fino al 16 dicembre. L'altro 50% va versato a partire dal 16 gennaio 2021 in massimo di 24 rate mensili fino a dicembre 2022. Di questi posticipi hanno potuto usufruire alcune categorie quali, tra le altre, le imprese turistiche, le agenzie di viaggio, le associazioni sportive, i soggetti che gestiscono le sale cinematografiche, le sale concerto, le discoteche, le ricevitorie del lotto, le attività di ristorazione, le gelaterie, come pure musei, luoghi di cultura, asili (solo per citarne alcuni) che ad aprile e maggio hanno avuto una riduzione del fatturato di almeno il 33% rispetto ai corrispondenti mesi del 2019. Sempre il 16 settembre scade la comunicazione delle liquidazioni periodiche Iva relative al secondo trimestre 2020.
Il 21 settembre è l'ultimo giorno utile per regolarizzare i versamenti di imposte e ritenute non effettuati o effettuati in misura parziale entro il 20 agosto, con maggiorazione degli interessi e della sanzione ridotta a un decimo. Le imprese elettriche hanno l'obbligo di comunicare all'Agenzia delle entrate il dettaglio dei dati relativi al canone Tv addebitato, accreditato, riscosso. Le società entro il 25 settembre devono presentare gli elenchi riepilogativi (Intrastat) delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi rese ad agosto.
L'ultimo giorno del mese, il 30, fa tremare i polsi. Scade il termine (è la prima volta) per trasmettere all'Agenzia delle entrate il modello 730. I contribuenti hanno l'ultima chiamata per 45 tipologie di versamenti. Inoltre vanno spedite le domande per i soggetti interessati al riparto della quota del 5 per mille. Non è finita: devono essere inviate le richieste di rimborso Iva assolta in altri stati membri dell'Unione europea.
«Posticipando le scadenze il problema non si è risolto ma si è spostato in avanti, e ora i nodi vengono al pettine. Bisognava azzerare le tasse per i piccoli imprenditori, introdurre una sorta di moratoria fiscale per dare respiro e tranquillità a commercianti, artigiani e partite Iva», afferma Paolo Zabeo, coordinatore dell'ufficio studi della Cgia di Mestre. E lancia il sasso: «In questo modo, il problema della liquidità si è ingigantito in un momento in cui le microimprese sono in grande difficoltà. I numeri dicono chiaramente che i consumi delle famiglie continuano a crollare e senza commesse un'azienda boccheggia». Zabeo sottolinea il rischio che «molti non essendo nelle condizioni di pagare, possano finire nella rete degli usurai. La malavita è pronta ad approfittarsi delle situazioni di grave disagio economico. Non mi stupirei se tra qualche mese si riproponessero anche casi di suicidio di imprenditori strangolati dagli strozzini e senza più lavoro».
«Una mazzata per molte aziende. Il 40% costrette ai licenziamenti»
«Servirebbe un abbonamento fiscale in modo da scavalcare l'anno per alcune scadenze e stabilire una dilazione più ampia dei pagamenti. Da un nostro sondaggio condotto su un campione di micro, piccole e medie imprese del turismo, del commercio e dei pubblici esercizi, è emerso che oltre 90.000 imprese stanno valutando la chiusura definitiva entro l'anno e oltre il 40% ha intenzione di ridurre il personale. L'affollamento di imposte a settembre è la goccia che fa traboccare il vaso di una situazione molto difficile per le aziende. La proroga delle scadenze fiscali durante la fase di emergenza Covid era necessaria, ma già allora abbiamo avvisato il governo che non sarebbe stata sufficiente. Non si può pensare che nel giro di pochi mesi, le attività si rimettano in moto come prima del Covid». Va dritta al punto Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti, associazione che rappresenta 350.000 imprese del commercio, del turismo e dei servizi, per un'occupazione di 1 milione di addetti.
Quale sarà il calo stimato di fatturato per fine anno dei piccoli e micro esercizi commerciali?
«Dal nostro sondaggio è emerso un crollo di oltre il 30% per il 61% degli intervistati e tra il 10 e il 30% per il 22%. Come conseguenza, il 46% sta programmando una riduzione del personale a tempo indeterminato e con contratto a termine. Sono decisioni forzate dalla situazione difficile».
Come si esce dall'impasse creata da tante tasse e crollo dei guadagni?
«Innanzitutto occorre una maggiore rateizzazione delle imposte, poi andrebbe eliminato il meccanismo del saldo e dell'acconto. Su questo è d'accordo anche il presidente dell'Agenzia delle entrate, Ernesto Ruffini. Le tasse devono essere commisurate a quanto un'azienda incassa. L'ingorgo fiscale non fa bene nemmeno allo Stato. Se le aziende chiudono o evadono perché non ce la fanno a far fronte alle scadenze, il danno è per tutti. Approfittiamo della riforma fiscale per introdurre quelle modifiche che la situazione ci suggerisce».
Che cosa bisognerebbe inserire nella riforma fiscale?
«Innanzitutto riequilibrare il peso fiscale sul ceto medio che è stato sempre più penalizzato. A luglio è scattato il provvedimento di riduzione del cuneo fiscale sui lavoratori dipendenti. A regime, si tratta di 5 miliardi che torneranno nelle buste paga. Questa misura, predisposta a partire dalla legge di bilancio 2019, risulta però insufficiente, considerando gli oltre 65 miliardi di consumi che andranno persi a causa della pandemia. Inoltre, l'intervento va a vantaggio solo di una parte della classe media, e in particolare dei 6,3 milioni di italiani con redditi tra 28.000 e 55.000 euro, che sono attualmente ipertassati dall'Irpef».
Di quanto?
«Pur essendo il 15,6% dei contribuenti, forniscono quasi un terzo (31,8%) del gettito totale dell'imposta, cioè 50 miliardi di euro. Subiscono un aumento dell'aliquota legale di 11 punti rispetto allo scaglione precedente. La riduzione del cuneo però interessa, e con intensità decrescente, solo i soggetti con redditi fino a 40.000 euro, lasciando così fuori dal beneficio oltre 1,8 milioni di contribuenti sottoposti a una pressione fiscale eccessiva. La riforma del fisco deve andare nella direzione di un sistema impositivo più chiaro e meno punitivo. Sono oltre 13 anni che non vengono rivisti gli scaglioni Irpef. Va superata la logica del saldo e dell'acconto e bisogna sfoltire l'accatastamento delle scadenze. Senza un alleggerimento di questa zavorra, la ripartenza della spesa delle famiglie e delle imprese rischia di essere molto difficile».
Quindi in concreto in che modo andrebbe alleggerito il fisco per il ceto medio?
«È assolutamente necessario riconoscere perlomeno una riduzione di imposta per i redditi compresi fra 40.000 e 55.000 euro. Senza dimenticare le imprese: lo scorso anno, il settore privato ha registrato un forte aggravio del costo del lavoro rispetto alle retribuzioni versate ai propri lavoratori. Un differenziale che le condizioni recessive scatenate dalla crisi Covid potrebbero rendere insostenibile. Alcuni esercizi, come gli alimentari, hanno continuato a lavorare durante l'emergenza mentre tanti altri si sono fermati e ancora oggi stentano a ripartire. Lo smart working non aiuta».
Si riferisce ai danni provocati dal trasferimento del lavoro a casa?
«Interi quartieri che prima vivevano essenzialmente di turismo e business si sono svuotati. A farne le spese sono stati i bar, le tavole calde, i ristoranti oltre al settore immobiliare dei bed & breakfast. Si rischia il degrado di aree urbane che prima della pandemia erano molto vitali. Gli aiuti del governo ai settori produttivi danneggiati dal virus sono stati circoscritti all'emergenza ma siamo ancora lontani dalla normalità».
E in questa situazione di grande difficoltà è complicato per i piccoli imprenditori onorare gli impegni fiscali.
«L'Istat ha rilevato che dall'inizio del lockdown a luglio sono scomparsi 117.000 lavoratori autonomi. Il nostro Paese ha una rete molto ampia e ramificata di piccoli imprenditori. Ci sono oltre 500.000 piccoli negozi, più di 300.000 attività di ristorazione, 150.000 bar. Prima del Covid gli italiani mangiavano spesso fuori spendendo circa 80 miliardi in un anno. Il 64% degli italiani consuma, con diversa intensità, la colazione fuori casa: 5,8 milioni almeno 3 o 4 volte alla settimana, mentre per oltre 5 milioni è un rito quotidiano. Ora questa spesa è crollata. Ed è con questa realtà che i piccoli esercenti devono fare i conti».
Le brutte sorprese della riforma
Torna il taglio alle detrazioni. La riforma fiscale a cui sta lavorando il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, potrebbe contenere qualche sgradevole sorpresa. La narrazione del governo è che si abbasseranno le tasse ma siccome la coperta è corta e i soldi europei non possono essere utilizzati per ridurre la pressione fiscale, l'unica soluzione è l'autofinanziamento. Cioè quello che si toglie da una parte va recuperato dall'altra. Qualcuno sarà chiamato a pagare il conto. E la soluzione sarebbe di attingere ai 500 sconti fiscali di cui beneficiano famiglie e imprese per recuperare almeno 10 miliardi. Gualtieri intende seguire questa strada: «Con la riduzione delle tax expenditures e il contrasto all'evasione fiscale, c'è molto spazio». Più chiaro di così.
Da tempo si parla di sforbiciare le detrazioni, sono stati prodotti numerosi dossier, ma alla fine nessuno ha avuto il coraggio di avventurarsi nel labirinto dei regimi sostitutivi dell'Irpef. C'è il rischio di scontentare molti. Intanto un primo assaggio di questo sfoltimento è l'assegno unico per i figli che sostituisce 8 tra bonus e detrazioni esistenti. Ma il nodo risorse è ancora da sciogliere dal momento che mancano all'appello circa 6-7 miliardi. Saranno recuperati con la riforma fiscale.
Nel mirino ci sono pure le detrazioni e i sussidi ambientali dannosi, battaglia storica della viceministra dell'Economia Laura Castelli, che prevede riduzioni di agevolazioni al gasolio agricolo ai carburanti per aerei e navi fino al diesel. Un'operazione in linea con la politica del New green deal caldeggiato dall'Europa. Ogni centesimo di accisa in più si tradurrebbe in un aumento di gettito per lo Stato di 200 milioni di euro. Basterebbe ridurre di 5 centesimi le agevolazioni per avere 1 miliardo. Inevitabili gli aumenti del prezzo del carburante con impatto sui prodotti trasportati su gomma a cominciare dai generi alimentari ma anche per i biglietti aerei. Il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Agricoltura Teresa Bellanova avevano rassicurato, prima del Covid, che gli autotrasportatori e le aziende agricole non sarebbero state toccate, ma ora lo scenario è mutato. A pagare il conto salato, di sicuro, sarebbero 17milioni di automobilisti con l'aumento del carburante.
Il cuore della riforma sarà la rimodulazione delle aliquote Irpef, con una attenzione, ha promesso il governo, al ceto medio. Bisogna vedere però che cosa si intende per ceto medio. Già Romano Prodi nel 2007 fece un regalo a questa fascia di contribuenti, abolendo l'aliquota intermedia del 33% per la fascia di reddito tra 28.000 e 55.000 euro che attualmente è la più penalizzata, con un'aliquota del 38% sulla parte eccedente i 28.000 euro. L'Irpef ha ora cinque scaglioni: fino a 15.000 euro aliquota al 23%, tra 15.000 e 28.000 euro al 27%, un terzo scaglione di cui abbiamo detto, poi tra 55.000 e 75.000 con il 41% e infine il 43% oltre i 75.000 euro di reddito. Dal 1° luglio il governo ha introdotto un abbattimento del cuneo fiscale per i redditi fino a 40.000 euro, valido però solo per i lavoratori dipendenti, lasciando fuori le partite Iva.
Le ipotesi di riforma sul tavolo al momento sono due. Il Pd vorrebbe tre scaglioni oltre a una no tax area per redditi fino a 8.000 euro: il primo scaglione avrebbe un'aliquota al 27,5% per i redditi fino a 15.000 euro; il secondo al 31,5% per i redditi fino a 28.000 euro mentre con il terzo si balza al 42-43%. I 5 stelle puntano ad alzare la no tax area fino a 10.000 euro e a tutelare maggiormente i redditi superiori a 100.000 euro che avrebbero un'aliquota del 42%. Nel mezzo, si avrebbe un'aliquota al 23% per i redditi tra 10.000 e 28.000 euro e al 37% per i quelli tra 28.000 e 100.000 euro.
Nella riforma potrebbe trovare posto un'altra rottamazione fiscale, per agevolare l'attività di riscossione dell'Agenzia delle entrate, diretta da Ernesto Ruffini, paralizzata dal Covid. Cartelle esattoriali, ingiunzioni di pagamento, avvisi di accertamento, procedure esecutive e di pignoramento ora sono congelate fino al 15 ottobre 2020. A breve circa 9 milioni di lettere saranno recapitate ai contribuenti. A queste missive vanno poi aggiunte quelle relative all'ordinaria amministrazione tributaria non bloccate dai decreti del governo. Una quarta rottamazione delle cartelle esattoriali pendenti risolverebbe l'intasamento. L'idea avrebbe un consenso di massima nella maggioranza nonostante sia un condono. Il primo veicolo utile potrebbe essere il decreto fiscale collegato alla legge di bilancio 2021.
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Tutte le tasse che dovremo pagare entro il 30 settembre: un ingorgo di 257 scadenze anche se la crisi non è superata.La presidente di Confesercenti: «Oltre 90.000 imprese stanno valutando se chiudere definitivamente entro la fine dell'anno. Occorre rateizzare di più le imposte ed eliminare il meccanismo del saldo e dell'acconto».Tra le novità allo studio del ministro Roberto Gualtieri la cancellazione delle detrazioni per le famiglie, aggravi sui carburanti e aliquote che penalizzeranno il ceto medio.Lo speciale contiene tre articoli.Doveva essere una soluzione alla crisi del Covid, invece si sta trasformando in una tagliola, nel colpo di grazia per migliaia di piccoli imprenditori, commercianti, artigiani e partite Iva. La logica di posticipare gli appuntamenti con il fisco ha creato l'effetto imbuto con problemi per i pagamenti a cui si sommano quelli burocratici. Mentre si parla tanto di semplificazione e digitalizzazione, il rapporto con il fisco è ancora caotico e difficile. A settembre si affastellano 257 scadenze e per alcune procedure il contribuente deve usare i moduli di carta. Il tutto in una situazione di grande disagio economico, con i consumi che non ripartono, i debiti che si accumulano. Il governo, sordo alle richieste delle imprese che per alcune imposte chiedevano la moratoria, continua a battere cassa. La spiegazione è che i pagamenti non si possono annullare, pena il default dello Stato, ma il sacrificio è chiesto alle categorie produttive più deboli del Paese.Bisogna pagare, non c'è scampo. Dopo l'effetto imbuto che si è creato ad agosto con il posticipo delle imposte (dal 30 giugno al 20 luglio e poi al 20 agosto con maggiorazione dello 0,40%), eccoci alla vigilia delle scadenze di settembre. Per tanti piccoli imprenditori potrebbe essere il colpo di grazia. Commercianti, artigiani, partite Iva non si sono ancora ripresi dall'esborso estivo, stanno riavviando le attività tra mille problemi, e ora dovranno stringere di più la cinghia. «Solo un folle poteva pensare che nel giro di qualche mese avremmo superato la crisi, che sarebbe bastata una manciata di settimane per tornare al giro d'affari pre Covid.Ora ci troviamo a pagare le tasse arretrate e quelle nuove, tutte insieme mentre gli ordini languono, e abbiamo raschiato il fondo dei risparmi», afferma Antonio Rinaldi, partita Iva che lavora nell'informatica. «Durante l'estate sono stata costretta a tenere chiuso. Mantengo con i miei risparmi una sarta, mia collaboratrice. Non potevo metterla per strada. Alzare la saracinesca ogni giorno è una scommessa, sono scomparsi anche quelli che entravano solo per curiosare», dice quasi in lacrime Agnese Testa, una bottega di abbigliamento artigianale nel quartiere Esquilino a Roma. Due storie, come tante, simili tra loro.La pandemia globale ha scatenato un effetto a catena in campo fiscale con una sequela di rinvii, sospensioni e nuovi calendari che hanno generato l'ingorgo di luglio e agosto. Chiusa la partita delle tasse posticipate nei mesi estivi ora si apre quella di settembre, con alcune scadenze rinviate a questo mese che si sommano a quelle ordinarie, in una situazione che è tutt'altro che ordinaria. I circa 4,5 milioni di partite Iva dovranno vedersela anche con lo sciopero dei commercialisti, proclamato dal 15 al 22 settembre che rende ancora più caotica la situazione. Per settembre sono previsti 257 appuntamenti con il fisco. Inoltre, a dispetto dell'annunciata digitalizzazione per semplificare le procedure, alcune procedure vanno fatte ancora usando la carta. Sono 5: 16, 21, 25, 28 e 30 settembre. Il 16, dopodomani, è da bollino rosso.Scadono 174 adempimenti. Tra questi, i più importanti sono i saldi 2019 e gli acconti 2020 dell'Irpef per chi sta versando a rate, la quarta rata dell'addizionale regionale e comunale, la terza rata dell'addizionale Ires, la quarta rata della cedolare secca a titolo di saldo 2019 e primo acconto per il 2020; ci sono poi i versamenti Iva, Ires e Irap.A queste incombenze si aggiungono i versamenti posticipati dai decreti sull'emergenza Covid. Il 16 settembre vanno in scadenza il 50% dei versamenti Iva, ritenute d'acconto sui redditi da lavoro dipendente, contributi previdenziali e premi assicurativi che dovevano essere pagati a marzo, aprile e maggio 2020. Chi ha avuto diritto a quelle sospensioni in virtù dei decreti sull'emergenza ora deve pagare. Può versare il 50% tutto insieme o spalmando l'importo in 4 rate mensili fino al 16 dicembre. L'altro 50% va versato a partire dal 16 gennaio 2021 in massimo di 24 rate mensili fino a dicembre 2022. Di questi posticipi hanno potuto usufruire alcune categorie quali, tra le altre, le imprese turistiche, le agenzie di viaggio, le associazioni sportive, i soggetti che gestiscono le sale cinematografiche, le sale concerto, le discoteche, le ricevitorie del lotto, le attività di ristorazione, le gelaterie, come pure musei, luoghi di cultura, asili (solo per citarne alcuni) che ad aprile e maggio hanno avuto una riduzione del fatturato di almeno il 33% rispetto ai corrispondenti mesi del 2019. Sempre il 16 settembre scade la comunicazione delle liquidazioni periodiche Iva relative al secondo trimestre 2020. Il 21 settembre è l'ultimo giorno utile per regolarizzare i versamenti di imposte e ritenute non effettuati o effettuati in misura parziale entro il 20 agosto, con maggiorazione degli interessi e della sanzione ridotta a un decimo. Le imprese elettriche hanno l'obbligo di comunicare all'Agenzia delle entrate il dettaglio dei dati relativi al canone Tv addebitato, accreditato, riscosso. Le società entro il 25 settembre devono presentare gli elenchi riepilogativi (Intrastat) delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi rese ad agosto.L'ultimo giorno del mese, il 30, fa tremare i polsi. Scade il termine (è la prima volta) per trasmettere all'Agenzia delle entrate il modello 730. I contribuenti hanno l'ultima chiamata per 45 tipologie di versamenti. Inoltre vanno spedite le domande per i soggetti interessati al riparto della quota del 5 per mille. Non è finita: devono essere inviate le richieste di rimborso Iva assolta in altri stati membri dell'Unione europea.«Posticipando le scadenze il problema non si è risolto ma si è spostato in avanti, e ora i nodi vengono al pettine. Bisognava azzerare le tasse per i piccoli imprenditori, introdurre una sorta di moratoria fiscale per dare respiro e tranquillità a commercianti, artigiani e partite Iva», afferma Paolo Zabeo, coordinatore dell'ufficio studi della Cgia di Mestre. E lancia il sasso: «In questo modo, il problema della liquidità si è ingigantito in un momento in cui le microimprese sono in grande difficoltà. I numeri dicono chiaramente che i consumi delle famiglie continuano a crollare e senza commesse un'azienda boccheggia». Zabeo sottolinea il rischio che «molti non essendo nelle condizioni di pagare, possano finire nella rete degli usurai. La malavita è pronta ad approfittarsi delle situazioni di grave disagio economico. 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L'affollamento di imposte a settembre è la goccia che fa traboccare il vaso di una situazione molto difficile per le aziende. La proroga delle scadenze fiscali durante la fase di emergenza Covid era necessaria, ma già allora abbiamo avvisato il governo che non sarebbe stata sufficiente. Non si può pensare che nel giro di pochi mesi, le attività si rimettano in moto come prima del Covid». Va dritta al punto Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti, associazione che rappresenta 350.000 imprese del commercio, del turismo e dei servizi, per un'occupazione di 1 milione di addetti. Quale sarà il calo stimato di fatturato per fine anno dei piccoli e micro esercizi commerciali? «Dal nostro sondaggio è emerso un crollo di oltre il 30% per il 61% degli intervistati e tra il 10 e il 30% per il 22%. Come conseguenza, il 46% sta programmando una riduzione del personale a tempo indeterminato e con contratto a termine. Sono decisioni forzate dalla situazione difficile». Come si esce dall'impasse creata da tante tasse e crollo dei guadagni? «Innanzitutto occorre una maggiore rateizzazione delle imposte, poi andrebbe eliminato il meccanismo del saldo e dell'acconto. Su questo è d'accordo anche il presidente dell'Agenzia delle entrate, Ernesto Ruffini. Le tasse devono essere commisurate a quanto un'azienda incassa. L'ingorgo fiscale non fa bene nemmeno allo Stato. Se le aziende chiudono o evadono perché non ce la fanno a far fronte alle scadenze, il danno è per tutti. Approfittiamo della riforma fiscale per introdurre quelle modifiche che la situazione ci suggerisce». Che cosa bisognerebbe inserire nella riforma fiscale? «Innanzitutto riequilibrare il peso fiscale sul ceto medio che è stato sempre più penalizzato. A luglio è scattato il provvedimento di riduzione del cuneo fiscale sui lavoratori dipendenti. A regime, si tratta di 5 miliardi che torneranno nelle buste paga. Questa misura, predisposta a partire dalla legge di bilancio 2019, risulta però insufficiente, considerando gli oltre 65 miliardi di consumi che andranno persi a causa della pandemia. Inoltre, l'intervento va a vantaggio solo di una parte della classe media, e in particolare dei 6,3 milioni di italiani con redditi tra 28.000 e 55.000 euro, che sono attualmente ipertassati dall'Irpef». Di quanto? «Pur essendo il 15,6% dei contribuenti, forniscono quasi un terzo (31,8%) del gettito totale dell'imposta, cioè 50 miliardi di euro. Subiscono un aumento dell'aliquota legale di 11 punti rispetto allo scaglione precedente. La riduzione del cuneo però interessa, e con intensità decrescente, solo i soggetti con redditi fino a 40.000 euro, lasciando così fuori dal beneficio oltre 1,8 milioni di contribuenti sottoposti a una pressione fiscale eccessiva. La riforma del fisco deve andare nella direzione di un sistema impositivo più chiaro e meno punitivo. Sono oltre 13 anni che non vengono rivisti gli scaglioni Irpef. Va superata la logica del saldo e dell'acconto e bisogna sfoltire l'accatastamento delle scadenze. Senza un alleggerimento di questa zavorra, la ripartenza della spesa delle famiglie e delle imprese rischia di essere molto difficile». Quindi in concreto in che modo andrebbe alleggerito il fisco per il ceto medio? «È assolutamente necessario riconoscere perlomeno una riduzione di imposta per i redditi compresi fra 40.000 e 55.000 euro. Senza dimenticare le imprese: lo scorso anno, il settore privato ha registrato un forte aggravio del costo del lavoro rispetto alle retribuzioni versate ai propri lavoratori. Un differenziale che le condizioni recessive scatenate dalla crisi Covid potrebbero rendere insostenibile. Alcuni esercizi, come gli alimentari, hanno continuato a lavorare durante l'emergenza mentre tanti altri si sono fermati e ancora oggi stentano a ripartire. Lo smart working non aiuta». Si riferisce ai danni provocati dal trasferimento del lavoro a casa? «Interi quartieri che prima vivevano essenzialmente di turismo e business si sono svuotati. A farne le spese sono stati i bar, le tavole calde, i ristoranti oltre al settore immobiliare dei bed & breakfast. Si rischia il degrado di aree urbane che prima della pandemia erano molto vitali. Gli aiuti del governo ai settori produttivi danneggiati dal virus sono stati circoscritti all'emergenza ma siamo ancora lontani dalla normalità». E in questa situazione di grande difficoltà è complicato per i piccoli imprenditori onorare gli impegni fiscali. «L'Istat ha rilevato che dall'inizio del lockdown a luglio sono scomparsi 117.000 lavoratori autonomi. Il nostro Paese ha una rete molto ampia e ramificata di piccoli imprenditori. Ci sono oltre 500.000 piccoli negozi, più di 300.000 attività di ristorazione, 150.000 bar. Prima del Covid gli italiani mangiavano spesso fuori spendendo circa 80 miliardi in un anno. Il 64% degli italiani consuma, con diversa intensità, la colazione fuori casa: 5,8 milioni almeno 3 o 4 volte alla settimana, mentre per oltre 5 milioni è un rito quotidiano. Ora questa spesa è crollata. Ed è con questa realtà che i piccoli esercenti devono fare i conti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-stangata-2647625094.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-brutte-sorprese-della-riforma" data-post-id="2647625094" data-published-at="1600043536" data-use-pagination="False"> Le brutte sorprese della riforma Torna il taglio alle detrazioni. La riforma fiscale a cui sta lavorando il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, potrebbe contenere qualche sgradevole sorpresa. La narrazione del governo è che si abbasseranno le tasse ma siccome la coperta è corta e i soldi europei non possono essere utilizzati per ridurre la pressione fiscale, l'unica soluzione è l'autofinanziamento. Cioè quello che si toglie da una parte va recuperato dall'altra. Qualcuno sarà chiamato a pagare il conto. E la soluzione sarebbe di attingere ai 500 sconti fiscali di cui beneficiano famiglie e imprese per recuperare almeno 10 miliardi. Gualtieri intende seguire questa strada: «Con la riduzione delle tax expenditures e il contrasto all'evasione fiscale, c'è molto spazio». Più chiaro di così. Da tempo si parla di sforbiciare le detrazioni, sono stati prodotti numerosi dossier, ma alla fine nessuno ha avuto il coraggio di avventurarsi nel labirinto dei regimi sostitutivi dell'Irpef. C'è il rischio di scontentare molti. Intanto un primo assaggio di questo sfoltimento è l'assegno unico per i figli che sostituisce 8 tra bonus e detrazioni esistenti. Ma il nodo risorse è ancora da sciogliere dal momento che mancano all'appello circa 6-7 miliardi. Saranno recuperati con la riforma fiscale. Nel mirino ci sono pure le detrazioni e i sussidi ambientali dannosi, battaglia storica della viceministra dell'Economia Laura Castelli, che prevede riduzioni di agevolazioni al gasolio agricolo ai carburanti per aerei e navi fino al diesel. Un'operazione in linea con la politica del New green deal caldeggiato dall'Europa. Ogni centesimo di accisa in più si tradurrebbe in un aumento di gettito per lo Stato di 200 milioni di euro. Basterebbe ridurre di 5 centesimi le agevolazioni per avere 1 miliardo. Inevitabili gli aumenti del prezzo del carburante con impatto sui prodotti trasportati su gomma a cominciare dai generi alimentari ma anche per i biglietti aerei. Il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Agricoltura Teresa Bellanova avevano rassicurato, prima del Covid, che gli autotrasportatori e le aziende agricole non sarebbero state toccate, ma ora lo scenario è mutato. A pagare il conto salato, di sicuro, sarebbero 17milioni di automobilisti con l'aumento del carburante. Il cuore della riforma sarà la rimodulazione delle aliquote Irpef, con una attenzione, ha promesso il governo, al ceto medio. Bisogna vedere però che cosa si intende per ceto medio. Già Romano Prodi nel 2007 fece un regalo a questa fascia di contribuenti, abolendo l'aliquota intermedia del 33% per la fascia di reddito tra 28.000 e 55.000 euro che attualmente è la più penalizzata, con un'aliquota del 38% sulla parte eccedente i 28.000 euro. L'Irpef ha ora cinque scaglioni: fino a 15.000 euro aliquota al 23%, tra 15.000 e 28.000 euro al 27%, un terzo scaglione di cui abbiamo detto, poi tra 55.000 e 75.000 con il 41% e infine il 43% oltre i 75.000 euro di reddito. Dal 1° luglio il governo ha introdotto un abbattimento del cuneo fiscale per i redditi fino a 40.000 euro, valido però solo per i lavoratori dipendenti, lasciando fuori le partite Iva. Le ipotesi di riforma sul tavolo al momento sono due. Il Pd vorrebbe tre scaglioni oltre a una no tax area per redditi fino a 8.000 euro: il primo scaglione avrebbe un'aliquota al 27,5% per i redditi fino a 15.000 euro; il secondo al 31,5% per i redditi fino a 28.000 euro mentre con il terzo si balza al 42-43%. I 5 stelle puntano ad alzare la no tax area fino a 10.000 euro e a tutelare maggiormente i redditi superiori a 100.000 euro che avrebbero un'aliquota del 42%. Nel mezzo, si avrebbe un'aliquota al 23% per i redditi tra 10.000 e 28.000 euro e al 37% per i quelli tra 28.000 e 100.000 euro. Nella riforma potrebbe trovare posto un'altra rottamazione fiscale, per agevolare l'attività di riscossione dell'Agenzia delle entrate, diretta da Ernesto Ruffini, paralizzata dal Covid. Cartelle esattoriali, ingiunzioni di pagamento, avvisi di accertamento, procedure esecutive e di pignoramento ora sono congelate fino al 15 ottobre 2020. A breve circa 9 milioni di lettere saranno recapitate ai contribuenti. A queste missive vanno poi aggiunte quelle relative all'ordinaria amministrazione tributaria non bloccate dai decreti del governo. Una quarta rottamazione delle cartelle esattoriali pendenti risolverebbe l'intasamento. L'idea avrebbe un consenso di massima nella maggioranza nonostante sia un condono. Il primo veicolo utile potrebbe essere il decreto fiscale collegato alla legge di bilancio 2021.
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Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di fragole di dimensioni generose, tre o quattro cucchiai di pinoli (vanno bene anche le mandorle o le nocciole in quel caso fatele a granella grossa), 100 gr di burro di primo affioramento, 2 cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero semolato, 500 ml di latte, 2 uova, un cucchiaio di zucchero a velo, un limone non trattato.
Preparazione - Per prima cosa fate la crema. Battete a bianco le uova con lo zucchero, poi in un pentolino scaldate senza farlo bollire il latte, aggiungete le uova e la farina, la buccia del limone (attenti a non intaccare l’albedo) e procedete come per fare una besciamella girando sempre con una frusta per evitare che si formino grumi. Ora lavate le fragole e fatele in tre fettine per il verso della lunghezza. Fate sciogliere il burro che deve diventare liquido. Ora in una tortiera stendete un primo strato di fogli di pasta fillo, nappateli di burro con un pennello. Poi stendete un secondo strato in modo da incrociarlo col primo (per capirci prima in verticale poi in orizzontale) lasciando sborsare i fogli dalla teglia. Ora che la crema si è intiepidita, togliete le bucce di limone, versatela sopra i fogli di pasta fillo e aggiungete un po’ di pinoli qua e là e chiudete la pasta fillo a scrigno. Prendete i fogli di pasta rimanenti accartocciateli e sistemateli sopra la torta. Negli spazi che si creano tra un foglio arricciato e l’altro sistemate le fettine di fragola e poi fate cadere qua e là altri pinoli. Completate nappando appena con il burro rimasto, Infornate a 180 gradi per circa una ventina di minuti. Vedrete che si forma una bella crosta dorata e croccante. Servite dopo aver spolverizzato di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di arricciare i fogli di pasta fillo e di sistemare le fragole.
Abbinamento – Ottimo il Recioto della Valpolicella, in alternativa un Sagrantino passito o una Vernaccia nera di Serrapetrona passita.
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Il ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla (Ansa)
Questo gruppo è composto anche da un cacciatorpediniere, una nave da rifornimento e uno stormo aereo presente a bordo. L’ultima volta che Washington ha inviato una portaerei nei Caraibi è stata per l’operazione di l’arresto del presidente del Venezuela Nicolás Maduro nel gennaio scorso.
La mossa dell’amministrazione Trump arriva subito dopo la notizia dell’incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei negli anni Novanta, e si inserisce in un quadro di crescente pressione sull’Avana. Il tycoon americano ormai da tempo ha posato lo sguardo su Cuba chiedendo un cambio di regime al partito comunista e nelle ultime settimane gli Usa hanno anche inasprito le sanzioni contro l’isola bloccando i rifornimenti di carburante. La situazione economica cubana è allo stremo dal crollo del regime di Caracas, che garantiva un continuo afflusso di petrolio, e oggi le industrie sono ferme e i blackout arrivano a 24 ore consecutive.
Bruno Rodríguez Parrilla guida da 17 anni il ministero degli Esteri di Cuba, dopo aver lavorato alle Nazioni Unite. «Gli Stati Uniti stanno proseguendo nelle loro continue aggressioni e provocazioni», tuona il diplomatico sentito dalla Verità, «avevo già definito “genocida” l’intento delle azioni nordamericane, e adesso sono arrivati a schierare navi da guerra. Donald Trump e Marco Rubio devono smettere di dire che Cuba rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, perché questo è totalmente falso. Il mondo non può restare a guardare questa inutile dimostrazione di forza che vuole provocare un’aggressione militare contro di noi».
In questa situazione, il regime comunista ha organizzato una serie di manifestazioni in sostegno di Castro. Migliaia di persone si sono radunate davanti all’ambasciata statunitense per protestate, ma un sondaggio di Cuba Data riporta che il 44% dei cubani si dimostra distante dal governo. Le prime reazioni alla comparsa della Nimitz sono arrivate da Russia, Cina e Spagna. Mosca ha condannato l’incriminazione di Castro, ormai quasi novantacinquenne, considerandola un atto che rasenta la violenza. Il portavoce del Cremlino ha detto che in nessuna circostanza dovrebbero essere usati contro i dirigenti governativi tali metodi e che Mosca continuerà a fornire il massimo sostegno al fraterno popolo cubano. Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha detto che Pechino si oppone alle sanzioni unilaterali illegali e non autorizzate dalle Nazioni Unite. La Cina ha anche ribadito il suo rifiuto alle pressioni su Cuba, ammonendo Washington di smettere di brandire il bastone delle sanzioni e delle misure giudiziarie, confermando il sostegno alla sovranità nazionale dell’Avana.
«Un’aggressione militare contro di noi avrebbe conseguenze imprevedibili», ha continuato Rodríguez Parrilla, «e causerebbe lo spargimento di sangue di cubani e americani. Il segretario di Stato Rubio ci accusa di essere uno sponsor del terrorismo per istigare un’aggressione contro Cuba. Anche l’offerta di 100 milioni di dollari di aiuti aveva sicuramente scopi diversi, era una trappola nella quale non siamo caduti. Rubio continua a parlare di accordi e di una via diplomatica e oggi vediamo la marina statunitense nelle nostre acque. Vogliono distruggere la nostra nazione e prendere il controllo di Cuba per farla diventare una colonia, noi questo non lo permetteremo mai».
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Donald Trump (Ansa)
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
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