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2020-08-04
La sinistra Usa fa la fortuna dei criminali
Ansa
Non c'è pace a Minneapolis. Dopo la morte di George Floyd lo scorso maggio, il locale dipartimento di polizia è finito nella bufera. Il consiglio municipale punta ad arrivare a un suo smantellamento, mentre, a giugno, ha votato per tagliare 1,5 milioni di dollari al budget per le forze dell'ordine. E, nel frattempo, il corpo di polizia si è progressivamente indebolito. Secondo lo Star Tribune (il principale quotidiano del Minnesota), dalla morte di Floyd il dipartimento di Minneapolis avrebbe infatti perso - tra licenziamenti e dimissioni - complessivamente circa 100 agenti (il 10% delle forze disponibili in città).
La situazione sembra addirittura destinata a peggiorare, visto che entro la fine dell'anno si stima che il dipartimento possa lasciare a casa fino a un terzo dei propri dipendenti. Questo stato di cose starebbe già facendo sentire il proprio peso. Sempre stando a quanto riportato dallo Star Tribune, parrebbe che non pochi residenti stiano lamentando non soltanto un'impennata nei crimini, ma anche risposte tardive e inadeguate da parte dei poliziotti. In particolare, negli ultimi tre mesi si è assistito a un notevole incremento di sparatorie, rapine e furti d'auto. In tutto questo, il sito del canale televisivo locale, Kstp, ha riportato che la polizia di Minneapolis avrebbe fornito ai cittadini alcuni «consigli» per prevenire il rischio di rapine e violenze. In particolare, tra le altre cose, si invita a: non camminare da soli, prepararsi ad abbandonare cellulare e portafogli, portare con sé solo gli oggetti di cui si ha strettamente bisogno. In altre parole, le forze dell'ordine non sono più in grado di tutelare la sicurezza e le proprietà dei cittadini.
D'altronde, quello che sta accadendo a Minneapolis è soltanto un esempio di che cosa significa indebolire o smantellare i dipartimenti di polizia, come auspicato dagli attivisti di Black lives matter. Una linea che ha soltanto un esito possibile: lasciare le fasce più deboli della popolazione in balìa della criminalità. Non sarà forse un caso che, rispetto all'anno scorso, si sta assistendo a un notevole aumento di reati (a partire da omicidi e sparatorie) in varie città americane: Atlanta, Chicago, Houston, Portland, Seattle, Philadelphia, New York e Los Angeles. Città che hanno, in alcuni casi, tagliato recentemente il budget della propria polizia (si pensi a New York e Los Angeles). Città che da anni sono inoltre guidate da amministrazioni democratiche. Un «dettaglio» interessante, visto che negli Stati Uniti a nominare i vertici della polizia cittadina sono proprio i sindaci. D'altronde, tanto per avere un'idea di cosa sta succedendo, basta sottolineare che, secondo il Chicago Sun-Times, a Chicago si è registrato un aumento degli omicidi del 139% rispetto a luglio 2019, mentre per lo stesso periodo Atlanta ha visto un incremento di oltre il doppio.
Si tratta di un fattore potenzialmente problematico per il candidato democratico, Joe Biden, che pur essendosi detto contrario a tagliare i finanziamenti alle forze dell'ordine, si è ritrovato nei fatti sconfessato su questo fronte da alcuni sindaci del suo stesso partito. Senza poi considerare che l'ex vicepresidente sia molto evasivo in materia di ordine pubblico: si ostina a sostenere che la maggior parte delle proteste siano «pacifiche», ha polemizzato contro Trump quando quest'ultimo ha inviato agenti federali a Portland per proteggere il locale palazzo di giustizia e non ha preso posizione chiara su fatti come l'occupazione del centro di Seattle lo scorso giugno da parte dei manifestanti di Black lives matter. È anche probabilmente per questo che, secondo il sito Axios, sondaggi interni al comitato di Trump parrebbero confermare l'efficacia della strategia del presidente nell'additare Biden come una marionetta nelle mani dell'estrema sinistra. Ne consegue che, al di là della pandemia, l'altro grande tema dirimente per questa campagna elettorale sia costituito proprio dall'ordine pubblico. Perché, esattamente come per la questione del coronavirus, anche in questo caso viene chiamata in causa la sopravvivenza stessa del cittadino: dalla salvaguardia della sua sicurezza fisica a quella della sua proprietà. E, in tal senso, non è chiaro quanto alla fine potrà essere apprezzata l'ambiguità di Biden su questo punto. Del resto, pochi giorni fa, oltre 100 agenzie di polizia del Wisconsin si sono tirate indietro, davanti alla richiesta di garantire ordine e sicurezza a Milwaukee, nel corso della convention nazionale del Partito democratico (prevista tra due settimane): una decisione presa, dopo che una commissione cittadina ha emanato una direttiva per vietare l'uso dei lacrimogeni. Secondo l'Associated press, gli agenti temono infatti di non avere a disposizione strumenti adeguati per fronteggiare eventuali disordini.
Tutto questo, mentre alcuni procuratori distrettuali, sostenuti da George Soros, sono ormai in prima linea per imporre agende soft in materia di ordine pubblico. È per esempio il caso del procuratore distrettuale di Philadelphia, Larry Krasner, che sul Washington Post ha criticato l'invio di agenti federali a Portland, accusando Trump di autoritarismo. Certo: è pur vero che un recente sondaggio Ipsos mostra che il 54% degli americani si dica insoddisfatto di come il presidente sta gestendo l'ordine pubblico. Tuttavia, a giugno, lo stesso istituto registrava un 58% di scontenti su questo tema. Un segnale? Chissà. La strada per novembre è ancora lunga.
Ultimatum di Trump a Microsoft: 45 giorni per acquisire Tik Tok
Oltre che per il Covid, l'estate 2020 passerà agli annali anche come quella di Tik Tok. Il popolare social media, lanciato dalla cinese Bytedance, oltre a essere seguito da milioni di giovani, infatti, di recente sembra essere finito in cima all'agenda dei potenti del mondo. Il presidente americano Donald Trump lo considera un pericolo, perché è convinto che sia al servizio del governo cinese e da tempo è tentato dall'idea di silenziarlo. Satya Nadella, Ceo di Microsoft, invece, ha intenzione di comperarlo ed è stato costretto a incontrare Trump per rassicurarlo sul fatto che, qualora ci riuscisse, terrà conto delle sue preoccupazioni. Il suo progetto è quello di completare i negoziati entro il 15 settembre, ottenendo la cessione non solo delle operazioni della piattaforma in Usa (che vanta 100 milioni di utenti), ma anche in Australia, Nuova Zelanda e Canada. In modo da poter sfidare Facebook e Google. E su questo ieri è arrivato l'ok condizionato della Casa Bianca: Trump ha autorizzato Microsoft a trattare l'acquisto dell'app, a condizione che riesca a ottenere un accordo entro 45 giorni.
Nel frattempo, in Europa, la piattaforma è finita al centro delle attenzioni delle più prestigiose università inglesi. Come segnalato dal Times, Bytedance ha offerto a ciascuno dei 24 atenei del Russell group 5.000 sterline (circa 5.500 euro) di pubblicità gratuita per proporre i propri corsi. In giugno ha persino organizzato un workshop dedicato agli atenei nell'intento di presentare vantaggi e pregi della piattaforma. Al momento sono tre le istituzioni che hanno accolto l'invito. La prima è stata l'università di Glasgow, che ha aperto il suo profilo a gennaio e ha oltre 11.000 followers. Sull'account ci sono video con studenti che danzano davanti al chiostro e altre proposte divertenti, per sottolineare le emozioni e le possibilità della vita universitaria nel prestigioso ateneo scozzese. A fine giugno, poi, pure la blasonata Cambridge ha deciso di tentare questa avventura social. Secondo il Times, per cedere gli spazi pubblicitari gratuiti la piattaforma chiedeva all'ateneo di postare almeno due video alla settimana, ma l'università ha sostenuto di non aver accettato l'accordo. L'account però è stato aperto e al momento contiene sette video che hanno raggranellato 570.000 visualizzazioni. Sempre Cambridge, poi, è stata partner della piattaforma cinese nel lanciare il progetto #Learnontiktok, ovvero «Impara con Tik Tok», che è stato sostenuto anche dall'English heritage, la più austera delle associazioni britanniche che si occupano di salvaguardia dei beni culturali e architettonici. A luglio, poi, anche l'università di Liverpool ha aperto il proprio profilo e di certo altre ne seguiranno. Soprattutto in questo momento in cui le iscrizioni sono in calo, un po' per via della Brexit, un po' perché, con lo spauracchio dell'insegnamento a distanza, molti allievi hanno chiesto un rinvio di un anno nell'inizio dei corsi. A questo punto ogni forma di pubblicità è ben accetta, anche quella online. E paradossalmente poco importa che gli allievi debbano fare battute, danzare e ballare dentro il campus anziché parlare dei benefici di una formazione culturale di alto livello. Tra i social network, poi, Tik Tok ha un impatto di primo piano, visto che una ricerca di Yougov sostiene che il 27 per cento degli inglesi tra i 18 e i 24 anni lo usa quotidianamente. Tutti potenziali clienti, che vale la pena di provare a conquistare.
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Impennata di reati a Minneapolis, teatro della morte di George Floyd e città simbolo della lotta per togliere fondi alla polizia. I cittadini ora sono indifesi e vengono invitati dalle autorità ad arrendersi ai furti. Ma l'escalation riguarda tutte le città governate dai dem.Intanto l'app Tik Tok fa impazzire i più importanti atenei inglesi offrendogli pubblicità gratis.Lo speciale contiene due articoli.Non c'è pace a Minneapolis. Dopo la morte di George Floyd lo scorso maggio, il locale dipartimento di polizia è finito nella bufera. Il consiglio municipale punta ad arrivare a un suo smantellamento, mentre, a giugno, ha votato per tagliare 1,5 milioni di dollari al budget per le forze dell'ordine. E, nel frattempo, il corpo di polizia si è progressivamente indebolito. Secondo lo Star Tribune (il principale quotidiano del Minnesota), dalla morte di Floyd il dipartimento di Minneapolis avrebbe infatti perso - tra licenziamenti e dimissioni - complessivamente circa 100 agenti (il 10% delle forze disponibili in città). La situazione sembra addirittura destinata a peggiorare, visto che entro la fine dell'anno si stima che il dipartimento possa lasciare a casa fino a un terzo dei propri dipendenti. Questo stato di cose starebbe già facendo sentire il proprio peso. Sempre stando a quanto riportato dallo Star Tribune, parrebbe che non pochi residenti stiano lamentando non soltanto un'impennata nei crimini, ma anche risposte tardive e inadeguate da parte dei poliziotti. In particolare, negli ultimi tre mesi si è assistito a un notevole incremento di sparatorie, rapine e furti d'auto. In tutto questo, il sito del canale televisivo locale, Kstp, ha riportato che la polizia di Minneapolis avrebbe fornito ai cittadini alcuni «consigli» per prevenire il rischio di rapine e violenze. In particolare, tra le altre cose, si invita a: non camminare da soli, prepararsi ad abbandonare cellulare e portafogli, portare con sé solo gli oggetti di cui si ha strettamente bisogno. In altre parole, le forze dell'ordine non sono più in grado di tutelare la sicurezza e le proprietà dei cittadini. D'altronde, quello che sta accadendo a Minneapolis è soltanto un esempio di che cosa significa indebolire o smantellare i dipartimenti di polizia, come auspicato dagli attivisti di Black lives matter. Una linea che ha soltanto un esito possibile: lasciare le fasce più deboli della popolazione in balìa della criminalità. Non sarà forse un caso che, rispetto all'anno scorso, si sta assistendo a un notevole aumento di reati (a partire da omicidi e sparatorie) in varie città americane: Atlanta, Chicago, Houston, Portland, Seattle, Philadelphia, New York e Los Angeles. Città che hanno, in alcuni casi, tagliato recentemente il budget della propria polizia (si pensi a New York e Los Angeles). Città che da anni sono inoltre guidate da amministrazioni democratiche. Un «dettaglio» interessante, visto che negli Stati Uniti a nominare i vertici della polizia cittadina sono proprio i sindaci. D'altronde, tanto per avere un'idea di cosa sta succedendo, basta sottolineare che, secondo il Chicago Sun-Times, a Chicago si è registrato un aumento degli omicidi del 139% rispetto a luglio 2019, mentre per lo stesso periodo Atlanta ha visto un incremento di oltre il doppio. Si tratta di un fattore potenzialmente problematico per il candidato democratico, Joe Biden, che pur essendosi detto contrario a tagliare i finanziamenti alle forze dell'ordine, si è ritrovato nei fatti sconfessato su questo fronte da alcuni sindaci del suo stesso partito. Senza poi considerare che l'ex vicepresidente sia molto evasivo in materia di ordine pubblico: si ostina a sostenere che la maggior parte delle proteste siano «pacifiche», ha polemizzato contro Trump quando quest'ultimo ha inviato agenti federali a Portland per proteggere il locale palazzo di giustizia e non ha preso posizione chiara su fatti come l'occupazione del centro di Seattle lo scorso giugno da parte dei manifestanti di Black lives matter. È anche probabilmente per questo che, secondo il sito Axios, sondaggi interni al comitato di Trump parrebbero confermare l'efficacia della strategia del presidente nell'additare Biden come una marionetta nelle mani dell'estrema sinistra. Ne consegue che, al di là della pandemia, l'altro grande tema dirimente per questa campagna elettorale sia costituito proprio dall'ordine pubblico. Perché, esattamente come per la questione del coronavirus, anche in questo caso viene chiamata in causa la sopravvivenza stessa del cittadino: dalla salvaguardia della sua sicurezza fisica a quella della sua proprietà. E, in tal senso, non è chiaro quanto alla fine potrà essere apprezzata l'ambiguità di Biden su questo punto. Del resto, pochi giorni fa, oltre 100 agenzie di polizia del Wisconsin si sono tirate indietro, davanti alla richiesta di garantire ordine e sicurezza a Milwaukee, nel corso della convention nazionale del Partito democratico (prevista tra due settimane): una decisione presa, dopo che una commissione cittadina ha emanato una direttiva per vietare l'uso dei lacrimogeni. Secondo l'Associated press, gli agenti temono infatti di non avere a disposizione strumenti adeguati per fronteggiare eventuali disordini. Tutto questo, mentre alcuni procuratori distrettuali, sostenuti da George Soros, sono ormai in prima linea per imporre agende soft in materia di ordine pubblico. È per esempio il caso del procuratore distrettuale di Philadelphia, Larry Krasner, che sul Washington Post ha criticato l'invio di agenti federali a Portland, accusando Trump di autoritarismo. Certo: è pur vero che un recente sondaggio Ipsos mostra che il 54% degli americani si dica insoddisfatto di come il presidente sta gestendo l'ordine pubblico. Tuttavia, a giugno, lo stesso istituto registrava un 58% di scontenti su questo tema. Un segnale? Chissà. 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Satya Nadella, Ceo di Microsoft, invece, ha intenzione di comperarlo ed è stato costretto a incontrare Trump per rassicurarlo sul fatto che, qualora ci riuscisse, terrà conto delle sue preoccupazioni. Il suo progetto è quello di completare i negoziati entro il 15 settembre, ottenendo la cessione non solo delle operazioni della piattaforma in Usa (che vanta 100 milioni di utenti), ma anche in Australia, Nuova Zelanda e Canada. In modo da poter sfidare Facebook e Google. E su questo ieri è arrivato l'ok condizionato della Casa Bianca: Trump ha autorizzato Microsoft a trattare l'acquisto dell'app, a condizione che riesca a ottenere un accordo entro 45 giorni. Nel frattempo, in Europa, la piattaforma è finita al centro delle attenzioni delle più prestigiose università inglesi. Come segnalato dal Times, Bytedance ha offerto a ciascuno dei 24 atenei del Russell group 5.000 sterline (circa 5.500 euro) di pubblicità gratuita per proporre i propri corsi. In giugno ha persino organizzato un workshop dedicato agli atenei nell'intento di presentare vantaggi e pregi della piattaforma. Al momento sono tre le istituzioni che hanno accolto l'invito. La prima è stata l'università di Glasgow, che ha aperto il suo profilo a gennaio e ha oltre 11.000 followers. Sull'account ci sono video con studenti che danzano davanti al chiostro e altre proposte divertenti, per sottolineare le emozioni e le possibilità della vita universitaria nel prestigioso ateneo scozzese. A fine giugno, poi, pure la blasonata Cambridge ha deciso di tentare questa avventura social. Secondo il Times, per cedere gli spazi pubblicitari gratuiti la piattaforma chiedeva all'ateneo di postare almeno due video alla settimana, ma l'università ha sostenuto di non aver accettato l'accordo. L'account però è stato aperto e al momento contiene sette video che hanno raggranellato 570.000 visualizzazioni. Sempre Cambridge, poi, è stata partner della piattaforma cinese nel lanciare il progetto #Learnontiktok, ovvero «Impara con Tik Tok», che è stato sostenuto anche dall'English heritage, la più austera delle associazioni britanniche che si occupano di salvaguardia dei beni culturali e architettonici. A luglio, poi, anche l'università di Liverpool ha aperto il proprio profilo e di certo altre ne seguiranno. Soprattutto in questo momento in cui le iscrizioni sono in calo, un po' per via della Brexit, un po' perché, con lo spauracchio dell'insegnamento a distanza, molti allievi hanno chiesto un rinvio di un anno nell'inizio dei corsi. A questo punto ogni forma di pubblicità è ben accetta, anche quella online. E paradossalmente poco importa che gli allievi debbano fare battute, danzare e ballare dentro il campus anziché parlare dei benefici di una formazione culturale di alto livello. Tra i social network, poi, Tik Tok ha un impatto di primo piano, visto che una ricerca di Yougov sostiene che il 27 per cento degli inglesi tra i 18 e i 24 anni lo usa quotidianamente. Tutti potenziali clienti, che vale la pena di provare a conquistare.
La portaerei statunitense USS Gerald R. Ford (Ansa)
La decisione, confermata da funzionari americani, segna un passaggio significativo nella postura strategica di Washington, che dopo mesi di attenzione rivolta all’emisfero occidentale torna a concentrare uomini e mezzi nel teatro mediorientale. Il gruppo d’attacco della Ford, dopo aver operato nei Caraibi e nel Mediterraneo, si sta dirigendo verso il Golfo dove si unirà alla USS Abraham Lincoln e ad altre unità già presenti nell’area. Si tratta di una concentrazione navale che non può essere letta come una semplice rotazione operativa. La Ford non è una portaerei qualsiasi: rappresenta il vertice tecnologico della potenza aeronavale americana, capace di sostenere un ritmo di operazioni aeree più intenso rispetto alle generazioni precedenti. Con i suoi caccia e velivoli da sorveglianza, offre ai comandanti sul campo una capacità immediata di attacco e di controllo dello spazio aereo. Il dispiegamento avviene mentre il presidente Donald Trump aumenta la pressione diplomatica sull’Iran affinché accetti concessioni sul proprio programma nucleare. Un primo round di colloqui si è svolto la scorsa settimana, ma il clima resta teso. Trump ha ribadito di essere disponibile a un accordo, ma ha anche avvertito che le conseguenze di un mancato compromesso sarebbero «molto gravi». È la classica strategia del bastone e della carota: dialogo aperto, ma con una dimostrazione di forza tangibile alle spalle. La scelta di inviare la Ford ha anche un significato politico interno al sistema militare americano. In autunno, quando la nave era stata spostata nei Caraibi per supportare operazioni legate ai sequestri di petroliere e alla pressione sul Venezuela, per la prima volta in decenni non vi era alcuna portaerei assegnata stabilmente né al Comando Centrale né al Comando Europeo. Ora la priorità torna chiaramente il Medio Oriente. È un segnale rivolto tanto a Teheran quanto agli alleati regionali, in particolare Israele e le monarchie del Golfo.
Ma un’eventuale operazione militare contro l’Iran aprirebbe scenari estremamente complessi e rischiosi. Teheran non è un attore isolato né privo di strumenti di risposta. Oltre alle proprie capacità missilistiche e navali, dispone di una rete di alleati e milizie in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Un attacco diretto contro il territorio iraniano potrebbe innescare una reazione su più fronti, trasformando un’operazione circoscritta in una crisi regionale estesa. Le basi americane nel Golfo diventerebbero obiettivi potenziali, così come le infrastrutture energetiche dei Paesi alleati di Washington. Uno dei punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Anche senza una chiusura formale, basterebbero attacchi mirati o operazioni di disturbo per provocare un’impennata immediata dei prezzi energetici, con ripercussioni sui mercati globali e sull’inflazione. In un contesto economico già fragile, un’escalation nel Golfo avrebbe effetti ben oltre la regione. C’è poi il rischio di una radicalizzazione ulteriore del programma nucleare iraniano. Un intervento militare potrebbe convincere la leadership di Teheran che l’unica garanzia di sopravvivenza sia accelerare verso una soglia nucleare pienamente operativa. Paradossalmente, un’azione pensata per impedire il consolidamento delle capacità atomiche iraniane potrebbe rafforzarne la determinazione.
Sul piano geopolitico, un conflitto aperto offrirebbe a Russia e Cina l’opportunità di consolidare ulteriormente il proprio asse con l’Iran in funzione anti-occidentale. Mosca potrebbe fornire supporto tecnico o intelligence, mentre Pechino, principale acquirente del greggio iraniano, avrebbe tutto l’interesse a evitare un crollo del regime che destabilizzi le rotte energetiche. Il confronto rischierebbe così di assumere una dimensione sistemica, andando oltre il dossier nucleare. Infine, c’è la questione dei costi e della durata. L’Iran è un Paese vasto, con una popolazione numerosa e una struttura militare articolata. Anche un’operazione limitata contro siti nucleari o infrastrutture strategiche non garantirebbe risultati definitivi. Il rischio di un coinvolgimento prolungato, con attacchi di ritorsione e una spirale di escalation, è concreto. Gli Stati Uniti si troverebbero di fronte alla prospettiva di un nuovo fronte aperto in una regione già segnata da conflitti irrisolti.
Il dispiegamento della USS Gerald R. Ford non equivale automaticamente a una decisione di guerra, ma rappresenta un messaggio inequivocabile. Washington vuole mantenere la credibilità della deterrenza mentre negozia. Resta però da capire se la dimostrazione di forza contribuirà a sbloccare il dialogo o se, al contrario, spingerà le parti verso un punto di non ritorno. In Medio Oriente, la linea che separa la pressione strategica dall’escalation militare è spesso più sottile di quanto appaia.
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Nicola Gratteri (Ansa)
Una affermazione che non poteva non suscitare pesanti reazioni, in primis dal Csm: ieri il consigliere laico Enrico Aini ha annunciato che «sarà proposta l’apertura di una pratica presso il Comitato di presidenza del Csm. L’iniziativa è finalizzata a verificare se le affermazioni pubbliche rese possano rilevare nel procedimento di valutazione di professionalità del magistrato, con particolare riferimento al requisito dell’equilibrio, essenziale nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e nella tutela del prestigio dell’ordine giudiziario. Contestualmente, sarà interessato il procuratore generale presso la Corte di cassazione per valutare l’eventuale sussistenza di profili disciplinari». Reazioni stizzite (eufemismo) anche da parte dei sostenitori del Sì: «Lo denuncio», è il laconico commento del vicepremier Matteo Salvini. «Sono sconcertato», ha attaccato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, «mi domando se l’esame psico-attitudinale che noi abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera». «Gravissime le parole del procuratore Gratteri (che ha fatto registrare sui social un sentiment negativo nell’87,9% delle interazioni, ndr)», commenta il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, «indegne da parte di chi dovrebbe rappresentare la magistratura». «Sono una persona perbene», scrive sui social il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere. E voterò convintamente Sì al referendum sulla riforma della giustizia. Le parole del procuratore Nicola Gratteri sono un attacco alla libertà e alla democrazia che offende milioni di italiani». «Sul referendum», argomenta il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ho sempre auspicato un dibattito sereno, un confronto civile tra le diverse posizioni. Rimango pertanto basito dalla grave dichiarazione rilasciata dal Procuratore Nicola Gratteri. Offende milioni di cittadini che non voteranno come lui». «Caro Gratteri», protesta sui social il Comitato nazionale Sì riforma, «la invitiamo a chiedere scusa immediatamente ai milioni di italiani che voteranno Sì, compresi tutti i membri di questo comitato, tra i quali vi sono tanti magistrati suoi colleghi. Nessuno, lei compreso, è detentore della moralità e dell’etica pubblica. Questa presunzione di superiorità morale è francamente insopportabile». «E insomma: arrestateci tutti», sottolinea il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, di Forza Italia, «signor procuratore Gratteri, prepari milioni di pagine da riempire nel registro degli indagati dove saranno elencati i milioni di cittadini perbene che con il loro Sì approveranno la riforma costituzionale». «Sono davvero sconcertato», ha protestato il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «si tratta di affermazioni estremamente gravi, che infangano la Calabria e che gettano un’ombra ingiusta su un’intera comunità».
Intanto ieri il Pd si è distinto per una brutta figura. Sui social del partito è apparso un video con le immagini le immagini di Stefania Constantini e Amos Mosaner, impegnati nel doppio misto di curling ai Giochi olimpici, per promuovere la campagna per il No. Rimosso dopo le proteste dei due atleti, del Coni e Federazione italiana sport del ghiaccio.
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