La scorta di Stato a qualche fiala ci dice che l’Italia non è credibile
L’esercito ha seguito il furgone Pfizer per evitare un attacco della malavita.

Che tristezza i camion che portano in giro per l’Italia le fiale del vaccino anti coronavirus scortati dai militari dell’esercito e dai carabinieri. Si è letto sui giornali, e si è sentito ripetere nelle trasmissioni televisive, che quella scorta era necessaria per evitare che la malavita rubasse le fiale.

Ma che Paese è questo, dove un trasporto di Stato è a rischio briganti, dove lo Stato non riesce a farsi rispettare non avendo l’autorevolezza che dissuade chi vorrebbe porsi fuori della legalità? È gravissimo, ma nessuno lo dice.

È troppo tempo che lo Stato italiano è forte con i deboli e debole con i forti, con i portatori di interessi privati incompatibili con gli interessi pubblici, con gli aggressivi e i violenti, come dimostra la cronaca delle nostre città, in particolare in alcune aree del Paese dove dilagano mafia, camorra e ‘ndrangheta a condizionare le scelte del cittadino in sede elettorale e, spesso, le decisioni delle autorità politiche in sede di gestione amministrativa.

Ne è prova la farraginosità di molte procedure di spesa, ad esempio in materia di contratti pubblici, con la moltiplicazione degli adempimenti richiesti ai cittadini e alle imprese nel tentativo, a volte vano, di evitare intromissioni illecite. L’effetto di questa sclerotizzazione dello Stato è il rallentamento delle attività decisorie e di quelle realizzative, con conseguenze gravi sul buon uso delle risorse pubbliche e il perseguimento degli obiettivi ai quali la politica annette importanti risultati, soprattutto in materia di opere pubbliche. Un chilometro di strada o di ferrovia in Italia costa molto più che in altri Paesi e non è solo questione della struttura orografica del territorio. A questo proposito uno Stato autorevole non avrebbe tollerato i mancati adempimenti previsti nei contratti e nelle concessioni, come in materia di manutenzione della rete stradale, le cui opere d’arte, viadotti e ponti, sono stati a lungo e gravemente trascurati da parte di chi avrebbe dovuto provvedere con effetti che conosciamo, gravissimi per i danni alle persone e alle cose e all’immagine stessa dello Stato che vorrebbe essere accogliente per i italiani ed esteri.

Infine, uno Stato autorevole non avrebbe escluso la responsabilità amministrativa per «colpa grave» nel caso di danno al pubblico erario con la scusa di esorcizzare il «timore della firma» di funzionari incapaci o disonesti. Uno Stato serio avrebbe meglio disciplinato le fattispecie di gestione in modo da assicurare certezze ai suoi funzionari e definire l’ambito di intervento della magistratura contabile, garantendo, a un tempo, legalità ed efficienza.

Uno Stato serio, appunto.

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