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2021-02-14
La scommessa di Salvini: allearsi con Mario
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Venerdì, quando si è iniziato a capire che Mario Draghi sarebbe salito al Colle con la mitologica lista dei ministri, sono partite telefonate incrociate tra i leader di partito: il motivo dei contatti diretti tra Matteo Renzi, l'omonimo Salvini e Nicola Zingaretti era lo stesso: «Ma tu lo sai chi sono i tuoi ministri?». Uguali, nella sostanza, le rispettive risposte: «No, e tu?». Solo la condivisione dell'imbarazzo lo ha in parte stemperato: è diventato chiaro che il segretario di partito di Pd, Lega, Fi e Iv era stato in quelle ore lo stesso: Sergio Mattarella. Si potrà a lungo discutere sull'estensione dei poteri del Colle: un governo che ottenga la fiducia delle Camere è comunque legittimato. Ma un esecutivo composto da 15 figure di partito senza indicazione esplicita da parte dei rispettivi capi è una novità anche per la politica italiana.
Matteo Salvini ha fatto il suo «all in» su Draghi contando sull'intuizione - giusta - che l'ex capo della Bce, una volta completata la cintura tecnocratica attorno al suo governo, avesse necessità di una sponda solida di centrodestra. Non tanto per una questione di numeri (la «maggioranza Ursula», prima opzione del Pd e forse del Colle, sarebbe bastata) quanto per equilibrio politico. Forse però non si aspettava che le scelte sui nomi, già ristrette dal contesto, fossero in capo al presidente della Repubblica, in un dialogo con il nuovo premier che ha reinventato con discutibile protagonismo l'articolo 92 della Costituzione.
Da venerdì sera la scommessa di Salvini si è fatta dunque più difficile ma anche più interessante. Più difficile, perché le scelte di Mattarella paiono cesellate per tentare un'operazione spericolata ai danni del leader leghista. Non è in discussione tanto il rapporto con i vertici del partito dei singoli ministri scelti (il segretario li ha convocati per oggi), quanto la loro appartenenza a una presunta area ritenuta «responsabile» dal punto di vista del Quirinale. Aver aperto a Draghi «senza veti» ha messo Salvini (come Berlusconi, Renzi e in parte pure Zingaretti) nell'obbligo di fare buon viso davanti a scelte altrui: da questo punto di vista, le nomine dei sottosegretari e dei viceministri saranno un tornante più importante del solito per ridare peso e centralità ai segretari di partito. Si consumeranno piccole ma interessanti vendette a vari livelli.
E da queste nomine in avanti si capiranno le prospettive della scommessa di Salvini, giocata almeno su due piani. Il primo è europeo. È abbastanza fuori strada chi dipinge, su questo, una spaccatura tra «europeisti» e «sovranisti» nel Carroccio: per quanto ovviamente Giorgetti sia a suo agio al governo con Draghi, chi ha contribuito a portare nel partito il dibattito sulla razionalità della costruzione comunitaria è in realtà aperto all'opzione «Super Mario». Secondo questa interpretazione - peraltro esplicitata «in chiaro» per esempio da Claudio Borghi - l'indubbia dimestichezza dell'ex governatore della Bce può essere l'occasione per dare un'inquadratura laica al tema dello spazio negoziale nel perimetro dell'Unione. Dove fin qui un «europeismo» acritico ha finito per cancellare la categoria stessa dell'interesse nazionale, a differenza di quanto hanno fatto praticamente tutti i nostri partner. Se Draghi darà pragmatismo operativo ad anni di contrapposizioni sterili su «sovranismo», «populismo» e altre astrazioni polarizzanti, si porrà inevitabilmente in attrito con l'egemonia tedesca sul patto di stabilità e le condizioni del Recovery fund, e Salvini potrà dire di non aver sprecato le sue fiches.
Il secondo piano è interno. Mattarella pare avere ogni intenzione di tenere in piedi la trincea ideologica un po' fumosa dell'«antisovranismo», proprio al fine di indebolire la leadership del Carroccio. Su cosa si misurerà la presa del leader sui gruppi parlamentari? Durata dell'esecutivo, legge elettorale ed elezioni del Colle. Semplificando un po', la scommessa «interna» di Salvini, aiutato in questo da un partito molto strutturato e verticistico (e dal fatto di averlo pur sempre preso al 3% e portato a ridosso del 30), coincide con un'alleanza di lungo periodo proprio con Mario Draghi. La durata del governo è infatti decisiva per l'incastro istituzionale che porta alla scelta del successore di Sergio Mattarella. Se il nuovo premier davvero lavora al grande salto, dovrà costruire, mentre governa, una base parlamentare (e una norma per votare) che lo porti al Quirinale. Non è detto che l'operazione sia allineata con i desiderata dell'attuale inquilino, anzi. Ma la presenza della Lega nella nuova maggioranza - probabilmente un imprevisto sgradito a molti, forse anche a Mattarella - consegna a Salvini un possibile ruolo di kingmaker (con Fi) e una centralità potenzialmente maggiore rispetto a quando era al governo con Di Maio e soci.
Certo, è uno scenario, ovviamente liquefacibile in poche settimane. Siccome la scommessa è ad alto rischio, ce n'è anche uno opposto. Quello in cui la Lega è costretta ad assistere a un rientro del Paese nei vincoli Ue a colpi di tagli e tasse, a tenersi Draghi al governo fino al 2023 e a rieleggere Sergio Mattarella o chi per lui. Del resto, se l'esito fosse certo che scommessa sarebbe?
Il Cav abbozza però mastica amaro. Forza Italia finisce in un angolo
Al netto delle dichiarazioni ufficiali, chi ha visto Silvio Berlusconi nelle ultime 24 ore racconta di un Cavaliere «arrabbiato», non solo per il nuovo governo di Mario Draghi, ma anche per «il trattamento ricevuto». Il leader di Forza Italia aveva deciso di spostarsi fino a Roma per incontrare l'ex presidente della Bce, nonostante i medici continuino a consigliargli di stare tranquillo: la caduta accidentale e il ricovero di una notte in clinica non hanno di certo fatto diminuire le preoccupazioni. La nota uscita venerdì sera aveva i toni concilianti. «Forza Italia farà la sua parte: è quello che avevo dichiarato l'altro giorno al termine dell'incontro con il presidente Draghi, e che ripeto volentieri stasera», ha dichiarato Berlusconi, «Accolgo infatti con soddisfazione la nomina a ministri della Repubblica di Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, sicuro che si impegneranno con l'abituale dedizione portando un contributo di competenza e di esperienza all'azione dell'intera compagine governativa. Al presidente Draghi e a tutto il governo il più vivo augurio di buon lavoro». Ma la situazione sarebbe molto più complessa.
Del resto durante il colloquio tra i due si era parlato soprattutto di Antonio Tajani, considerato in questi ultimi tempi come il braccio destro del Cavaliere. Tanto che venerdì sera, prima che Draghi inforcasse la sua station wagon per recarsi al Quirinale, dentro Forza Italia erano tutti convinti che alla fine i ministri azzurri nel nuovo governo sarebbero stati due, Tajani e il capogruppo al Senato Anna Maria Bernini. Poi però deve essere successo qualcosa. A quanto pare a muoversi sarebbe stato Gianni Letta in persona, in modo da riequilibrare pesi e contrappesi.
Da tempo gli azzurri sono divisi in schieramenti. Da una parte ci sono appunto Letta, Mara Carfagna e Renato Brunetta, dall'altra Tajani, Licia Ronzulli, Niccolò Ghedini e la Bernini. Prima che Draghi varcasse il portone del Quirinale, quindi, l'impressione era che il secondo gruppo potesse portare a casa un tranquillo 2 a 0 secco, per dirla in gergo calcistico. Insomma nessuno si aspettava grossi colpi di scena. L'intervento di Letta sarebbe servito a rimettere equilibrio. E anche a tenere dentro il partito Mara Carfagna, data da tempo in uscita da Forza Italia. Quindi mentre la macchina di Draghi parcheggiava, la situazione sul pallottoliere sembrava questa: gli azzurri avrebbero portato a casa due ministeri, con Tajani e la Carfagna. La Bernini sarebbe stata depennata all'ultimo momento, facendo così saltare anche la nomina a capogruppo al Senato della Ronzulli.
Ma il risultato non era quello definitivo. A scompaginare il quadro, suggeriscono i bene informati, potrebbe essere subentrata anche la moral suasion del Quirinale, da sempre propenso a una maggioranza Ursula alla amatriciana, con un occhio di riguardo nei confronti dell'ala moderata di Forza Italia. Così dopo la Carfagna ecco spuntare Brunetta come ministro della Pubblica amministrazione nella lista di Draghi. Lo stesso Brunetta che nell'ultimo mese aveva lanciato ramoscelli d'ulivo a Giuseppe Conte, tanto da minacciare persino di votare la fiducia all'avvocato di Volturara Appula. E infine a spuntarla è stata Mariastella Gelmini, come ministro per gli Affari regionali. La Gelmini è considerata un po' fuori dagli schemi, quindi slegata dalle diatribe interne.
Sta di fatto che dopo il discorso di Draghi la situazione si è ribaltata. Se il primo gruppo pensava di aver perso 2 a 0, alla fine ha vinto 2 a 1. Il problema adesso sono i troppi nodi da sciogliere sul tappeto. In Forza Italia alla fine nessuno si aspettava un risultato di questo tipo. Anche perché il messaggio che è arrivato al partito non è di sicuro dei migliori. Prima ti lamenti, fai il contro canto e minacci di uscire, poi se tutto va bene alla fine vai a fare il ministro (anche se senza portafoglio, altra nota dolente per il Cav).
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Sergio Mattarella ha fatto il segretario di 4 partiti scegliendo i ministri all'insaputa dei leader: l'azzardo del leghista è ancora più difficile. Ma può contare sul pragmatismo antitedesco di Mario Draghi in Ue. E giocare un ruolo da «kingmaker» per l'ascesa di Mr Bce al Colle.Su tre dicasteri, senza portafoglio, due sono andati ai «ribelli» Renato Brunetta e Mara Carfagna.Lo speciale contiene due articoli.Venerdì, quando si è iniziato a capire che Mario Draghi sarebbe salito al Colle con la mitologica lista dei ministri, sono partite telefonate incrociate tra i leader di partito: il motivo dei contatti diretti tra Matteo Renzi, l'omonimo Salvini e Nicola Zingaretti era lo stesso: «Ma tu lo sai chi sono i tuoi ministri?». Uguali, nella sostanza, le rispettive risposte: «No, e tu?». Solo la condivisione dell'imbarazzo lo ha in parte stemperato: è diventato chiaro che il segretario di partito di Pd, Lega, Fi e Iv era stato in quelle ore lo stesso: Sergio Mattarella. Si potrà a lungo discutere sull'estensione dei poteri del Colle: un governo che ottenga la fiducia delle Camere è comunque legittimato. Ma un esecutivo composto da 15 figure di partito senza indicazione esplicita da parte dei rispettivi capi è una novità anche per la politica italiana.Matteo Salvini ha fatto il suo «all in» su Draghi contando sull'intuizione - giusta - che l'ex capo della Bce, una volta completata la cintura tecnocratica attorno al suo governo, avesse necessità di una sponda solida di centrodestra. Non tanto per una questione di numeri (la «maggioranza Ursula», prima opzione del Pd e forse del Colle, sarebbe bastata) quanto per equilibrio politico. Forse però non si aspettava che le scelte sui nomi, già ristrette dal contesto, fossero in capo al presidente della Repubblica, in un dialogo con il nuovo premier che ha reinventato con discutibile protagonismo l'articolo 92 della Costituzione.Da venerdì sera la scommessa di Salvini si è fatta dunque più difficile ma anche più interessante. Più difficile, perché le scelte di Mattarella paiono cesellate per tentare un'operazione spericolata ai danni del leader leghista. Non è in discussione tanto il rapporto con i vertici del partito dei singoli ministri scelti (il segretario li ha convocati per oggi), quanto la loro appartenenza a una presunta area ritenuta «responsabile» dal punto di vista del Quirinale. Aver aperto a Draghi «senza veti» ha messo Salvini (come Berlusconi, Renzi e in parte pure Zingaretti) nell'obbligo di fare buon viso davanti a scelte altrui: da questo punto di vista, le nomine dei sottosegretari e dei viceministri saranno un tornante più importante del solito per ridare peso e centralità ai segretari di partito. Si consumeranno piccole ma interessanti vendette a vari livelli. E da queste nomine in avanti si capiranno le prospettive della scommessa di Salvini, giocata almeno su due piani. Il primo è europeo. È abbastanza fuori strada chi dipinge, su questo, una spaccatura tra «europeisti» e «sovranisti» nel Carroccio: per quanto ovviamente Giorgetti sia a suo agio al governo con Draghi, chi ha contribuito a portare nel partito il dibattito sulla razionalità della costruzione comunitaria è in realtà aperto all'opzione «Super Mario». Secondo questa interpretazione - peraltro esplicitata «in chiaro» per esempio da Claudio Borghi - l'indubbia dimestichezza dell'ex governatore della Bce può essere l'occasione per dare un'inquadratura laica al tema dello spazio negoziale nel perimetro dell'Unione. Dove fin qui un «europeismo» acritico ha finito per cancellare la categoria stessa dell'interesse nazionale, a differenza di quanto hanno fatto praticamente tutti i nostri partner. Se Draghi darà pragmatismo operativo ad anni di contrapposizioni sterili su «sovranismo», «populismo» e altre astrazioni polarizzanti, si porrà inevitabilmente in attrito con l'egemonia tedesca sul patto di stabilità e le condizioni del Recovery fund, e Salvini potrà dire di non aver sprecato le sue fiches. Il secondo piano è interno. Mattarella pare avere ogni intenzione di tenere in piedi la trincea ideologica un po' fumosa dell'«antisovranismo», proprio al fine di indebolire la leadership del Carroccio. Su cosa si misurerà la presa del leader sui gruppi parlamentari? Durata dell'esecutivo, legge elettorale ed elezioni del Colle. Semplificando un po', la scommessa «interna» di Salvini, aiutato in questo da un partito molto strutturato e verticistico (e dal fatto di averlo pur sempre preso al 3% e portato a ridosso del 30), coincide con un'alleanza di lungo periodo proprio con Mario Draghi. La durata del governo è infatti decisiva per l'incastro istituzionale che porta alla scelta del successore di Sergio Mattarella. Se il nuovo premier davvero lavora al grande salto, dovrà costruire, mentre governa, una base parlamentare (e una norma per votare) che lo porti al Quirinale. Non è detto che l'operazione sia allineata con i desiderata dell'attuale inquilino, anzi. Ma la presenza della Lega nella nuova maggioranza - probabilmente un imprevisto sgradito a molti, forse anche a Mattarella - consegna a Salvini un possibile ruolo di kingmaker (con Fi) e una centralità potenzialmente maggiore rispetto a quando era al governo con Di Maio e soci.Certo, è uno scenario, ovviamente liquefacibile in poche settimane. Siccome la scommessa è ad alto rischio, ce n'è anche uno opposto. Quello in cui la Lega è costretta ad assistere a un rientro del Paese nei vincoli Ue a colpi di tagli e tasse, a tenersi Draghi al governo fino al 2023 e a rieleggere Sergio Mattarella o chi per lui. Del resto, se l'esito fosse certo che scommessa sarebbe?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-scommessa-di-salvini-allearsi-con-mario-2650529125.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cav-abbozza-pero-mastica-amaro-forza-italia-finisce-in-un-angolo" data-post-id="2650529125" data-published-at="1613247523" data-use-pagination="False"> Il Cav abbozza però mastica amaro. Forza Italia finisce in un angolo Al netto delle dichiarazioni ufficiali, chi ha visto Silvio Berlusconi nelle ultime 24 ore racconta di un Cavaliere «arrabbiato», non solo per il nuovo governo di Mario Draghi, ma anche per «il trattamento ricevuto». Il leader di Forza Italia aveva deciso di spostarsi fino a Roma per incontrare l'ex presidente della Bce, nonostante i medici continuino a consigliargli di stare tranquillo: la caduta accidentale e il ricovero di una notte in clinica non hanno di certo fatto diminuire le preoccupazioni. La nota uscita venerdì sera aveva i toni concilianti. «Forza Italia farà la sua parte: è quello che avevo dichiarato l'altro giorno al termine dell'incontro con il presidente Draghi, e che ripeto volentieri stasera», ha dichiarato Berlusconi, «Accolgo infatti con soddisfazione la nomina a ministri della Repubblica di Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, sicuro che si impegneranno con l'abituale dedizione portando un contributo di competenza e di esperienza all'azione dell'intera compagine governativa. Al presidente Draghi e a tutto il governo il più vivo augurio di buon lavoro». Ma la situazione sarebbe molto più complessa. Del resto durante il colloquio tra i due si era parlato soprattutto di Antonio Tajani, considerato in questi ultimi tempi come il braccio destro del Cavaliere. Tanto che venerdì sera, prima che Draghi inforcasse la sua station wagon per recarsi al Quirinale, dentro Forza Italia erano tutti convinti che alla fine i ministri azzurri nel nuovo governo sarebbero stati due, Tajani e il capogruppo al Senato Anna Maria Bernini. Poi però deve essere successo qualcosa. A quanto pare a muoversi sarebbe stato Gianni Letta in persona, in modo da riequilibrare pesi e contrappesi. Da tempo gli azzurri sono divisi in schieramenti. Da una parte ci sono appunto Letta, Mara Carfagna e Renato Brunetta, dall'altra Tajani, Licia Ronzulli, Niccolò Ghedini e la Bernini. Prima che Draghi varcasse il portone del Quirinale, quindi, l'impressione era che il secondo gruppo potesse portare a casa un tranquillo 2 a 0 secco, per dirla in gergo calcistico. Insomma nessuno si aspettava grossi colpi di scena. L'intervento di Letta sarebbe servito a rimettere equilibrio. E anche a tenere dentro il partito Mara Carfagna, data da tempo in uscita da Forza Italia. Quindi mentre la macchina di Draghi parcheggiava, la situazione sul pallottoliere sembrava questa: gli azzurri avrebbero portato a casa due ministeri, con Tajani e la Carfagna. La Bernini sarebbe stata depennata all'ultimo momento, facendo così saltare anche la nomina a capogruppo al Senato della Ronzulli. Ma il risultato non era quello definitivo. A scompaginare il quadro, suggeriscono i bene informati, potrebbe essere subentrata anche la moral suasion del Quirinale, da sempre propenso a una maggioranza Ursula alla amatriciana, con un occhio di riguardo nei confronti dell'ala moderata di Forza Italia. Così dopo la Carfagna ecco spuntare Brunetta come ministro della Pubblica amministrazione nella lista di Draghi. Lo stesso Brunetta che nell'ultimo mese aveva lanciato ramoscelli d'ulivo a Giuseppe Conte, tanto da minacciare persino di votare la fiducia all'avvocato di Volturara Appula. E infine a spuntarla è stata Mariastella Gelmini, come ministro per gli Affari regionali. La Gelmini è considerata un po' fuori dagli schemi, quindi slegata dalle diatribe interne. Sta di fatto che dopo il discorso di Draghi la situazione si è ribaltata. Se il primo gruppo pensava di aver perso 2 a 0, alla fine ha vinto 2 a 1. Il problema adesso sono i troppi nodi da sciogliere sul tappeto. In Forza Italia alla fine nessuno si aspettava un risultato di questo tipo. Anche perché il messaggio che è arrivato al partito non è di sicuro dei migliori. Prima ti lamenti, fai il contro canto e minacci di uscire, poi se tutto va bene alla fine vai a fare il ministro (anche se senza portafoglio, altra nota dolente per il Cav).
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 giugno 2026. Il presidente della Commissione Attività Produttive, Alberto Gusmeroli, illustra le proposte della Lega per i contribuenti in difficoltà col fisco.