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2021-02-14
La scommessa di Salvini: allearsi con Mario
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Venerdì, quando si è iniziato a capire che Mario Draghi sarebbe salito al Colle con la mitologica lista dei ministri, sono partite telefonate incrociate tra i leader di partito: il motivo dei contatti diretti tra Matteo Renzi, l'omonimo Salvini e Nicola Zingaretti era lo stesso: «Ma tu lo sai chi sono i tuoi ministri?». Uguali, nella sostanza, le rispettive risposte: «No, e tu?». Solo la condivisione dell'imbarazzo lo ha in parte stemperato: è diventato chiaro che il segretario di partito di Pd, Lega, Fi e Iv era stato in quelle ore lo stesso: Sergio Mattarella. Si potrà a lungo discutere sull'estensione dei poteri del Colle: un governo che ottenga la fiducia delle Camere è comunque legittimato. Ma un esecutivo composto da 15 figure di partito senza indicazione esplicita da parte dei rispettivi capi è una novità anche per la politica italiana.
Matteo Salvini ha fatto il suo «all in» su Draghi contando sull'intuizione - giusta - che l'ex capo della Bce, una volta completata la cintura tecnocratica attorno al suo governo, avesse necessità di una sponda solida di centrodestra. Non tanto per una questione di numeri (la «maggioranza Ursula», prima opzione del Pd e forse del Colle, sarebbe bastata) quanto per equilibrio politico. Forse però non si aspettava che le scelte sui nomi, già ristrette dal contesto, fossero in capo al presidente della Repubblica, in un dialogo con il nuovo premier che ha reinventato con discutibile protagonismo l'articolo 92 della Costituzione.
Da venerdì sera la scommessa di Salvini si è fatta dunque più difficile ma anche più interessante. Più difficile, perché le scelte di Mattarella paiono cesellate per tentare un'operazione spericolata ai danni del leader leghista. Non è in discussione tanto il rapporto con i vertici del partito dei singoli ministri scelti (il segretario li ha convocati per oggi), quanto la loro appartenenza a una presunta area ritenuta «responsabile» dal punto di vista del Quirinale. Aver aperto a Draghi «senza veti» ha messo Salvini (come Berlusconi, Renzi e in parte pure Zingaretti) nell'obbligo di fare buon viso davanti a scelte altrui: da questo punto di vista, le nomine dei sottosegretari e dei viceministri saranno un tornante più importante del solito per ridare peso e centralità ai segretari di partito. Si consumeranno piccole ma interessanti vendette a vari livelli.
E da queste nomine in avanti si capiranno le prospettive della scommessa di Salvini, giocata almeno su due piani. Il primo è europeo. È abbastanza fuori strada chi dipinge, su questo, una spaccatura tra «europeisti» e «sovranisti» nel Carroccio: per quanto ovviamente Giorgetti sia a suo agio al governo con Draghi, chi ha contribuito a portare nel partito il dibattito sulla razionalità della costruzione comunitaria è in realtà aperto all'opzione «Super Mario». Secondo questa interpretazione - peraltro esplicitata «in chiaro» per esempio da Claudio Borghi - l'indubbia dimestichezza dell'ex governatore della Bce può essere l'occasione per dare un'inquadratura laica al tema dello spazio negoziale nel perimetro dell'Unione. Dove fin qui un «europeismo» acritico ha finito per cancellare la categoria stessa dell'interesse nazionale, a differenza di quanto hanno fatto praticamente tutti i nostri partner. Se Draghi darà pragmatismo operativo ad anni di contrapposizioni sterili su «sovranismo», «populismo» e altre astrazioni polarizzanti, si porrà inevitabilmente in attrito con l'egemonia tedesca sul patto di stabilità e le condizioni del Recovery fund, e Salvini potrà dire di non aver sprecato le sue fiches.
Il secondo piano è interno. Mattarella pare avere ogni intenzione di tenere in piedi la trincea ideologica un po' fumosa dell'«antisovranismo», proprio al fine di indebolire la leadership del Carroccio. Su cosa si misurerà la presa del leader sui gruppi parlamentari? Durata dell'esecutivo, legge elettorale ed elezioni del Colle. Semplificando un po', la scommessa «interna» di Salvini, aiutato in questo da un partito molto strutturato e verticistico (e dal fatto di averlo pur sempre preso al 3% e portato a ridosso del 30), coincide con un'alleanza di lungo periodo proprio con Mario Draghi. La durata del governo è infatti decisiva per l'incastro istituzionale che porta alla scelta del successore di Sergio Mattarella. Se il nuovo premier davvero lavora al grande salto, dovrà costruire, mentre governa, una base parlamentare (e una norma per votare) che lo porti al Quirinale. Non è detto che l'operazione sia allineata con i desiderata dell'attuale inquilino, anzi. Ma la presenza della Lega nella nuova maggioranza - probabilmente un imprevisto sgradito a molti, forse anche a Mattarella - consegna a Salvini un possibile ruolo di kingmaker (con Fi) e una centralità potenzialmente maggiore rispetto a quando era al governo con Di Maio e soci.
Certo, è uno scenario, ovviamente liquefacibile in poche settimane. Siccome la scommessa è ad alto rischio, ce n'è anche uno opposto. Quello in cui la Lega è costretta ad assistere a un rientro del Paese nei vincoli Ue a colpi di tagli e tasse, a tenersi Draghi al governo fino al 2023 e a rieleggere Sergio Mattarella o chi per lui. Del resto, se l'esito fosse certo che scommessa sarebbe?
Il Cav abbozza però mastica amaro. Forza Italia finisce in un angolo
Al netto delle dichiarazioni ufficiali, chi ha visto Silvio Berlusconi nelle ultime 24 ore racconta di un Cavaliere «arrabbiato», non solo per il nuovo governo di Mario Draghi, ma anche per «il trattamento ricevuto». Il leader di Forza Italia aveva deciso di spostarsi fino a Roma per incontrare l'ex presidente della Bce, nonostante i medici continuino a consigliargli di stare tranquillo: la caduta accidentale e il ricovero di una notte in clinica non hanno di certo fatto diminuire le preoccupazioni. La nota uscita venerdì sera aveva i toni concilianti. «Forza Italia farà la sua parte: è quello che avevo dichiarato l'altro giorno al termine dell'incontro con il presidente Draghi, e che ripeto volentieri stasera», ha dichiarato Berlusconi, «Accolgo infatti con soddisfazione la nomina a ministri della Repubblica di Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, sicuro che si impegneranno con l'abituale dedizione portando un contributo di competenza e di esperienza all'azione dell'intera compagine governativa. Al presidente Draghi e a tutto il governo il più vivo augurio di buon lavoro». Ma la situazione sarebbe molto più complessa.
Del resto durante il colloquio tra i due si era parlato soprattutto di Antonio Tajani, considerato in questi ultimi tempi come il braccio destro del Cavaliere. Tanto che venerdì sera, prima che Draghi inforcasse la sua station wagon per recarsi al Quirinale, dentro Forza Italia erano tutti convinti che alla fine i ministri azzurri nel nuovo governo sarebbero stati due, Tajani e il capogruppo al Senato Anna Maria Bernini. Poi però deve essere successo qualcosa. A quanto pare a muoversi sarebbe stato Gianni Letta in persona, in modo da riequilibrare pesi e contrappesi.
Da tempo gli azzurri sono divisi in schieramenti. Da una parte ci sono appunto Letta, Mara Carfagna e Renato Brunetta, dall'altra Tajani, Licia Ronzulli, Niccolò Ghedini e la Bernini. Prima che Draghi varcasse il portone del Quirinale, quindi, l'impressione era che il secondo gruppo potesse portare a casa un tranquillo 2 a 0 secco, per dirla in gergo calcistico. Insomma nessuno si aspettava grossi colpi di scena. L'intervento di Letta sarebbe servito a rimettere equilibrio. E anche a tenere dentro il partito Mara Carfagna, data da tempo in uscita da Forza Italia. Quindi mentre la macchina di Draghi parcheggiava, la situazione sul pallottoliere sembrava questa: gli azzurri avrebbero portato a casa due ministeri, con Tajani e la Carfagna. La Bernini sarebbe stata depennata all'ultimo momento, facendo così saltare anche la nomina a capogruppo al Senato della Ronzulli.
Ma il risultato non era quello definitivo. A scompaginare il quadro, suggeriscono i bene informati, potrebbe essere subentrata anche la moral suasion del Quirinale, da sempre propenso a una maggioranza Ursula alla amatriciana, con un occhio di riguardo nei confronti dell'ala moderata di Forza Italia. Così dopo la Carfagna ecco spuntare Brunetta come ministro della Pubblica amministrazione nella lista di Draghi. Lo stesso Brunetta che nell'ultimo mese aveva lanciato ramoscelli d'ulivo a Giuseppe Conte, tanto da minacciare persino di votare la fiducia all'avvocato di Volturara Appula. E infine a spuntarla è stata Mariastella Gelmini, come ministro per gli Affari regionali. La Gelmini è considerata un po' fuori dagli schemi, quindi slegata dalle diatribe interne.
Sta di fatto che dopo il discorso di Draghi la situazione si è ribaltata. Se il primo gruppo pensava di aver perso 2 a 0, alla fine ha vinto 2 a 1. Il problema adesso sono i troppi nodi da sciogliere sul tappeto. In Forza Italia alla fine nessuno si aspettava un risultato di questo tipo. Anche perché il messaggio che è arrivato al partito non è di sicuro dei migliori. Prima ti lamenti, fai il contro canto e minacci di uscire, poi se tutto va bene alla fine vai a fare il ministro (anche se senza portafoglio, altra nota dolente per il Cav).
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Sergio Mattarella ha fatto il segretario di 4 partiti scegliendo i ministri all'insaputa dei leader: l'azzardo del leghista è ancora più difficile. Ma può contare sul pragmatismo antitedesco di Mario Draghi in Ue. E giocare un ruolo da «kingmaker» per l'ascesa di Mr Bce al Colle.Su tre dicasteri, senza portafoglio, due sono andati ai «ribelli» Renato Brunetta e Mara Carfagna.Lo speciale contiene due articoli.Venerdì, quando si è iniziato a capire che Mario Draghi sarebbe salito al Colle con la mitologica lista dei ministri, sono partite telefonate incrociate tra i leader di partito: il motivo dei contatti diretti tra Matteo Renzi, l'omonimo Salvini e Nicola Zingaretti era lo stesso: «Ma tu lo sai chi sono i tuoi ministri?». Uguali, nella sostanza, le rispettive risposte: «No, e tu?». Solo la condivisione dell'imbarazzo lo ha in parte stemperato: è diventato chiaro che il segretario di partito di Pd, Lega, Fi e Iv era stato in quelle ore lo stesso: Sergio Mattarella. Si potrà a lungo discutere sull'estensione dei poteri del Colle: un governo che ottenga la fiducia delle Camere è comunque legittimato. Ma un esecutivo composto da 15 figure di partito senza indicazione esplicita da parte dei rispettivi capi è una novità anche per la politica italiana.Matteo Salvini ha fatto il suo «all in» su Draghi contando sull'intuizione - giusta - che l'ex capo della Bce, una volta completata la cintura tecnocratica attorno al suo governo, avesse necessità di una sponda solida di centrodestra. Non tanto per una questione di numeri (la «maggioranza Ursula», prima opzione del Pd e forse del Colle, sarebbe bastata) quanto per equilibrio politico. Forse però non si aspettava che le scelte sui nomi, già ristrette dal contesto, fossero in capo al presidente della Repubblica, in un dialogo con il nuovo premier che ha reinventato con discutibile protagonismo l'articolo 92 della Costituzione.Da venerdì sera la scommessa di Salvini si è fatta dunque più difficile ma anche più interessante. Più difficile, perché le scelte di Mattarella paiono cesellate per tentare un'operazione spericolata ai danni del leader leghista. Non è in discussione tanto il rapporto con i vertici del partito dei singoli ministri scelti (il segretario li ha convocati per oggi), quanto la loro appartenenza a una presunta area ritenuta «responsabile» dal punto di vista del Quirinale. Aver aperto a Draghi «senza veti» ha messo Salvini (come Berlusconi, Renzi e in parte pure Zingaretti) nell'obbligo di fare buon viso davanti a scelte altrui: da questo punto di vista, le nomine dei sottosegretari e dei viceministri saranno un tornante più importante del solito per ridare peso e centralità ai segretari di partito. Si consumeranno piccole ma interessanti vendette a vari livelli. E da queste nomine in avanti si capiranno le prospettive della scommessa di Salvini, giocata almeno su due piani. Il primo è europeo. È abbastanza fuori strada chi dipinge, su questo, una spaccatura tra «europeisti» e «sovranisti» nel Carroccio: per quanto ovviamente Giorgetti sia a suo agio al governo con Draghi, chi ha contribuito a portare nel partito il dibattito sulla razionalità della costruzione comunitaria è in realtà aperto all'opzione «Super Mario». Secondo questa interpretazione - peraltro esplicitata «in chiaro» per esempio da Claudio Borghi - l'indubbia dimestichezza dell'ex governatore della Bce può essere l'occasione per dare un'inquadratura laica al tema dello spazio negoziale nel perimetro dell'Unione. Dove fin qui un «europeismo» acritico ha finito per cancellare la categoria stessa dell'interesse nazionale, a differenza di quanto hanno fatto praticamente tutti i nostri partner. Se Draghi darà pragmatismo operativo ad anni di contrapposizioni sterili su «sovranismo», «populismo» e altre astrazioni polarizzanti, si porrà inevitabilmente in attrito con l'egemonia tedesca sul patto di stabilità e le condizioni del Recovery fund, e Salvini potrà dire di non aver sprecato le sue fiches. Il secondo piano è interno. Mattarella pare avere ogni intenzione di tenere in piedi la trincea ideologica un po' fumosa dell'«antisovranismo», proprio al fine di indebolire la leadership del Carroccio. Su cosa si misurerà la presa del leader sui gruppi parlamentari? Durata dell'esecutivo, legge elettorale ed elezioni del Colle. Semplificando un po', la scommessa «interna» di Salvini, aiutato in questo da un partito molto strutturato e verticistico (e dal fatto di averlo pur sempre preso al 3% e portato a ridosso del 30), coincide con un'alleanza di lungo periodo proprio con Mario Draghi. La durata del governo è infatti decisiva per l'incastro istituzionale che porta alla scelta del successore di Sergio Mattarella. Se il nuovo premier davvero lavora al grande salto, dovrà costruire, mentre governa, una base parlamentare (e una norma per votare) che lo porti al Quirinale. Non è detto che l'operazione sia allineata con i desiderata dell'attuale inquilino, anzi. Ma la presenza della Lega nella nuova maggioranza - probabilmente un imprevisto sgradito a molti, forse anche a Mattarella - consegna a Salvini un possibile ruolo di kingmaker (con Fi) e una centralità potenzialmente maggiore rispetto a quando era al governo con Di Maio e soci.Certo, è uno scenario, ovviamente liquefacibile in poche settimane. Siccome la scommessa è ad alto rischio, ce n'è anche uno opposto. Quello in cui la Lega è costretta ad assistere a un rientro del Paese nei vincoli Ue a colpi di tagli e tasse, a tenersi Draghi al governo fino al 2023 e a rieleggere Sergio Mattarella o chi per lui. Del resto, se l'esito fosse certo che scommessa sarebbe?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-scommessa-di-salvini-allearsi-con-mario-2650529125.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cav-abbozza-pero-mastica-amaro-forza-italia-finisce-in-un-angolo" data-post-id="2650529125" data-published-at="1613247523" data-use-pagination="False"> Il Cav abbozza però mastica amaro. Forza Italia finisce in un angolo Al netto delle dichiarazioni ufficiali, chi ha visto Silvio Berlusconi nelle ultime 24 ore racconta di un Cavaliere «arrabbiato», non solo per il nuovo governo di Mario Draghi, ma anche per «il trattamento ricevuto». Il leader di Forza Italia aveva deciso di spostarsi fino a Roma per incontrare l'ex presidente della Bce, nonostante i medici continuino a consigliargli di stare tranquillo: la caduta accidentale e il ricovero di una notte in clinica non hanno di certo fatto diminuire le preoccupazioni. La nota uscita venerdì sera aveva i toni concilianti. «Forza Italia farà la sua parte: è quello che avevo dichiarato l'altro giorno al termine dell'incontro con il presidente Draghi, e che ripeto volentieri stasera», ha dichiarato Berlusconi, «Accolgo infatti con soddisfazione la nomina a ministri della Repubblica di Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, sicuro che si impegneranno con l'abituale dedizione portando un contributo di competenza e di esperienza all'azione dell'intera compagine governativa. Al presidente Draghi e a tutto il governo il più vivo augurio di buon lavoro». Ma la situazione sarebbe molto più complessa. Del resto durante il colloquio tra i due si era parlato soprattutto di Antonio Tajani, considerato in questi ultimi tempi come il braccio destro del Cavaliere. Tanto che venerdì sera, prima che Draghi inforcasse la sua station wagon per recarsi al Quirinale, dentro Forza Italia erano tutti convinti che alla fine i ministri azzurri nel nuovo governo sarebbero stati due, Tajani e il capogruppo al Senato Anna Maria Bernini. Poi però deve essere successo qualcosa. A quanto pare a muoversi sarebbe stato Gianni Letta in persona, in modo da riequilibrare pesi e contrappesi. Da tempo gli azzurri sono divisi in schieramenti. Da una parte ci sono appunto Letta, Mara Carfagna e Renato Brunetta, dall'altra Tajani, Licia Ronzulli, Niccolò Ghedini e la Bernini. Prima che Draghi varcasse il portone del Quirinale, quindi, l'impressione era che il secondo gruppo potesse portare a casa un tranquillo 2 a 0 secco, per dirla in gergo calcistico. Insomma nessuno si aspettava grossi colpi di scena. L'intervento di Letta sarebbe servito a rimettere equilibrio. E anche a tenere dentro il partito Mara Carfagna, data da tempo in uscita da Forza Italia. Quindi mentre la macchina di Draghi parcheggiava, la situazione sul pallottoliere sembrava questa: gli azzurri avrebbero portato a casa due ministeri, con Tajani e la Carfagna. La Bernini sarebbe stata depennata all'ultimo momento, facendo così saltare anche la nomina a capogruppo al Senato della Ronzulli. Ma il risultato non era quello definitivo. A scompaginare il quadro, suggeriscono i bene informati, potrebbe essere subentrata anche la moral suasion del Quirinale, da sempre propenso a una maggioranza Ursula alla amatriciana, con un occhio di riguardo nei confronti dell'ala moderata di Forza Italia. Così dopo la Carfagna ecco spuntare Brunetta come ministro della Pubblica amministrazione nella lista di Draghi. Lo stesso Brunetta che nell'ultimo mese aveva lanciato ramoscelli d'ulivo a Giuseppe Conte, tanto da minacciare persino di votare la fiducia all'avvocato di Volturara Appula. E infine a spuntarla è stata Mariastella Gelmini, come ministro per gli Affari regionali. La Gelmini è considerata un po' fuori dagli schemi, quindi slegata dalle diatribe interne. Sta di fatto che dopo il discorso di Draghi la situazione si è ribaltata. Se il primo gruppo pensava di aver perso 2 a 0, alla fine ha vinto 2 a 1. Il problema adesso sono i troppi nodi da sciogliere sul tappeto. In Forza Italia alla fine nessuno si aspettava un risultato di questo tipo. Anche perché il messaggio che è arrivato al partito non è di sicuro dei migliori. Prima ti lamenti, fai il contro canto e minacci di uscire, poi se tutto va bene alla fine vai a fare il ministro (anche se senza portafoglio, altra nota dolente per il Cav).
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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