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2021-02-14
La scommessa di Salvini: allearsi con Mario
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Venerdì, quando si è iniziato a capire che Mario Draghi sarebbe salito al Colle con la mitologica lista dei ministri, sono partite telefonate incrociate tra i leader di partito: il motivo dei contatti diretti tra Matteo Renzi, l'omonimo Salvini e Nicola Zingaretti era lo stesso: «Ma tu lo sai chi sono i tuoi ministri?». Uguali, nella sostanza, le rispettive risposte: «No, e tu?». Solo la condivisione dell'imbarazzo lo ha in parte stemperato: è diventato chiaro che il segretario di partito di Pd, Lega, Fi e Iv era stato in quelle ore lo stesso: Sergio Mattarella. Si potrà a lungo discutere sull'estensione dei poteri del Colle: un governo che ottenga la fiducia delle Camere è comunque legittimato. Ma un esecutivo composto da 15 figure di partito senza indicazione esplicita da parte dei rispettivi capi è una novità anche per la politica italiana.
Matteo Salvini ha fatto il suo «all in» su Draghi contando sull'intuizione - giusta - che l'ex capo della Bce, una volta completata la cintura tecnocratica attorno al suo governo, avesse necessità di una sponda solida di centrodestra. Non tanto per una questione di numeri (la «maggioranza Ursula», prima opzione del Pd e forse del Colle, sarebbe bastata) quanto per equilibrio politico. Forse però non si aspettava che le scelte sui nomi, già ristrette dal contesto, fossero in capo al presidente della Repubblica, in un dialogo con il nuovo premier che ha reinventato con discutibile protagonismo l'articolo 92 della Costituzione.
Da venerdì sera la scommessa di Salvini si è fatta dunque più difficile ma anche più interessante. Più difficile, perché le scelte di Mattarella paiono cesellate per tentare un'operazione spericolata ai danni del leader leghista. Non è in discussione tanto il rapporto con i vertici del partito dei singoli ministri scelti (il segretario li ha convocati per oggi), quanto la loro appartenenza a una presunta area ritenuta «responsabile» dal punto di vista del Quirinale. Aver aperto a Draghi «senza veti» ha messo Salvini (come Berlusconi, Renzi e in parte pure Zingaretti) nell'obbligo di fare buon viso davanti a scelte altrui: da questo punto di vista, le nomine dei sottosegretari e dei viceministri saranno un tornante più importante del solito per ridare peso e centralità ai segretari di partito. Si consumeranno piccole ma interessanti vendette a vari livelli.
E da queste nomine in avanti si capiranno le prospettive della scommessa di Salvini, giocata almeno su due piani. Il primo è europeo. È abbastanza fuori strada chi dipinge, su questo, una spaccatura tra «europeisti» e «sovranisti» nel Carroccio: per quanto ovviamente Giorgetti sia a suo agio al governo con Draghi, chi ha contribuito a portare nel partito il dibattito sulla razionalità della costruzione comunitaria è in realtà aperto all'opzione «Super Mario». Secondo questa interpretazione - peraltro esplicitata «in chiaro» per esempio da Claudio Borghi - l'indubbia dimestichezza dell'ex governatore della Bce può essere l'occasione per dare un'inquadratura laica al tema dello spazio negoziale nel perimetro dell'Unione. Dove fin qui un «europeismo» acritico ha finito per cancellare la categoria stessa dell'interesse nazionale, a differenza di quanto hanno fatto praticamente tutti i nostri partner. Se Draghi darà pragmatismo operativo ad anni di contrapposizioni sterili su «sovranismo», «populismo» e altre astrazioni polarizzanti, si porrà inevitabilmente in attrito con l'egemonia tedesca sul patto di stabilità e le condizioni del Recovery fund, e Salvini potrà dire di non aver sprecato le sue fiches.
Il secondo piano è interno. Mattarella pare avere ogni intenzione di tenere in piedi la trincea ideologica un po' fumosa dell'«antisovranismo», proprio al fine di indebolire la leadership del Carroccio. Su cosa si misurerà la presa del leader sui gruppi parlamentari? Durata dell'esecutivo, legge elettorale ed elezioni del Colle. Semplificando un po', la scommessa «interna» di Salvini, aiutato in questo da un partito molto strutturato e verticistico (e dal fatto di averlo pur sempre preso al 3% e portato a ridosso del 30), coincide con un'alleanza di lungo periodo proprio con Mario Draghi. La durata del governo è infatti decisiva per l'incastro istituzionale che porta alla scelta del successore di Sergio Mattarella. Se il nuovo premier davvero lavora al grande salto, dovrà costruire, mentre governa, una base parlamentare (e una norma per votare) che lo porti al Quirinale. Non è detto che l'operazione sia allineata con i desiderata dell'attuale inquilino, anzi. Ma la presenza della Lega nella nuova maggioranza - probabilmente un imprevisto sgradito a molti, forse anche a Mattarella - consegna a Salvini un possibile ruolo di kingmaker (con Fi) e una centralità potenzialmente maggiore rispetto a quando era al governo con Di Maio e soci.
Certo, è uno scenario, ovviamente liquefacibile in poche settimane. Siccome la scommessa è ad alto rischio, ce n'è anche uno opposto. Quello in cui la Lega è costretta ad assistere a un rientro del Paese nei vincoli Ue a colpi di tagli e tasse, a tenersi Draghi al governo fino al 2023 e a rieleggere Sergio Mattarella o chi per lui. Del resto, se l'esito fosse certo che scommessa sarebbe?
Il Cav abbozza però mastica amaro. Forza Italia finisce in un angolo
Al netto delle dichiarazioni ufficiali, chi ha visto Silvio Berlusconi nelle ultime 24 ore racconta di un Cavaliere «arrabbiato», non solo per il nuovo governo di Mario Draghi, ma anche per «il trattamento ricevuto». Il leader di Forza Italia aveva deciso di spostarsi fino a Roma per incontrare l'ex presidente della Bce, nonostante i medici continuino a consigliargli di stare tranquillo: la caduta accidentale e il ricovero di una notte in clinica non hanno di certo fatto diminuire le preoccupazioni. La nota uscita venerdì sera aveva i toni concilianti. «Forza Italia farà la sua parte: è quello che avevo dichiarato l'altro giorno al termine dell'incontro con il presidente Draghi, e che ripeto volentieri stasera», ha dichiarato Berlusconi, «Accolgo infatti con soddisfazione la nomina a ministri della Repubblica di Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, sicuro che si impegneranno con l'abituale dedizione portando un contributo di competenza e di esperienza all'azione dell'intera compagine governativa. Al presidente Draghi e a tutto il governo il più vivo augurio di buon lavoro». Ma la situazione sarebbe molto più complessa.
Del resto durante il colloquio tra i due si era parlato soprattutto di Antonio Tajani, considerato in questi ultimi tempi come il braccio destro del Cavaliere. Tanto che venerdì sera, prima che Draghi inforcasse la sua station wagon per recarsi al Quirinale, dentro Forza Italia erano tutti convinti che alla fine i ministri azzurri nel nuovo governo sarebbero stati due, Tajani e il capogruppo al Senato Anna Maria Bernini. Poi però deve essere successo qualcosa. A quanto pare a muoversi sarebbe stato Gianni Letta in persona, in modo da riequilibrare pesi e contrappesi.
Da tempo gli azzurri sono divisi in schieramenti. Da una parte ci sono appunto Letta, Mara Carfagna e Renato Brunetta, dall'altra Tajani, Licia Ronzulli, Niccolò Ghedini e la Bernini. Prima che Draghi varcasse il portone del Quirinale, quindi, l'impressione era che il secondo gruppo potesse portare a casa un tranquillo 2 a 0 secco, per dirla in gergo calcistico. Insomma nessuno si aspettava grossi colpi di scena. L'intervento di Letta sarebbe servito a rimettere equilibrio. E anche a tenere dentro il partito Mara Carfagna, data da tempo in uscita da Forza Italia. Quindi mentre la macchina di Draghi parcheggiava, la situazione sul pallottoliere sembrava questa: gli azzurri avrebbero portato a casa due ministeri, con Tajani e la Carfagna. La Bernini sarebbe stata depennata all'ultimo momento, facendo così saltare anche la nomina a capogruppo al Senato della Ronzulli.
Ma il risultato non era quello definitivo. A scompaginare il quadro, suggeriscono i bene informati, potrebbe essere subentrata anche la moral suasion del Quirinale, da sempre propenso a una maggioranza Ursula alla amatriciana, con un occhio di riguardo nei confronti dell'ala moderata di Forza Italia. Così dopo la Carfagna ecco spuntare Brunetta come ministro della Pubblica amministrazione nella lista di Draghi. Lo stesso Brunetta che nell'ultimo mese aveva lanciato ramoscelli d'ulivo a Giuseppe Conte, tanto da minacciare persino di votare la fiducia all'avvocato di Volturara Appula. E infine a spuntarla è stata Mariastella Gelmini, come ministro per gli Affari regionali. La Gelmini è considerata un po' fuori dagli schemi, quindi slegata dalle diatribe interne.
Sta di fatto che dopo il discorso di Draghi la situazione si è ribaltata. Se il primo gruppo pensava di aver perso 2 a 0, alla fine ha vinto 2 a 1. Il problema adesso sono i troppi nodi da sciogliere sul tappeto. In Forza Italia alla fine nessuno si aspettava un risultato di questo tipo. Anche perché il messaggio che è arrivato al partito non è di sicuro dei migliori. Prima ti lamenti, fai il contro canto e minacci di uscire, poi se tutto va bene alla fine vai a fare il ministro (anche se senza portafoglio, altra nota dolente per il Cav).
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Sergio Mattarella ha fatto il segretario di 4 partiti scegliendo i ministri all'insaputa dei leader: l'azzardo del leghista è ancora più difficile. Ma può contare sul pragmatismo antitedesco di Mario Draghi in Ue. E giocare un ruolo da «kingmaker» per l'ascesa di Mr Bce al Colle.Su tre dicasteri, senza portafoglio, due sono andati ai «ribelli» Renato Brunetta e Mara Carfagna.Lo speciale contiene due articoli.Venerdì, quando si è iniziato a capire che Mario Draghi sarebbe salito al Colle con la mitologica lista dei ministri, sono partite telefonate incrociate tra i leader di partito: il motivo dei contatti diretti tra Matteo Renzi, l'omonimo Salvini e Nicola Zingaretti era lo stesso: «Ma tu lo sai chi sono i tuoi ministri?». Uguali, nella sostanza, le rispettive risposte: «No, e tu?». Solo la condivisione dell'imbarazzo lo ha in parte stemperato: è diventato chiaro che il segretario di partito di Pd, Lega, Fi e Iv era stato in quelle ore lo stesso: Sergio Mattarella. Si potrà a lungo discutere sull'estensione dei poteri del Colle: un governo che ottenga la fiducia delle Camere è comunque legittimato. Ma un esecutivo composto da 15 figure di partito senza indicazione esplicita da parte dei rispettivi capi è una novità anche per la politica italiana.Matteo Salvini ha fatto il suo «all in» su Draghi contando sull'intuizione - giusta - che l'ex capo della Bce, una volta completata la cintura tecnocratica attorno al suo governo, avesse necessità di una sponda solida di centrodestra. Non tanto per una questione di numeri (la «maggioranza Ursula», prima opzione del Pd e forse del Colle, sarebbe bastata) quanto per equilibrio politico. Forse però non si aspettava che le scelte sui nomi, già ristrette dal contesto, fossero in capo al presidente della Repubblica, in un dialogo con il nuovo premier che ha reinventato con discutibile protagonismo l'articolo 92 della Costituzione.Da venerdì sera la scommessa di Salvini si è fatta dunque più difficile ma anche più interessante. Più difficile, perché le scelte di Mattarella paiono cesellate per tentare un'operazione spericolata ai danni del leader leghista. Non è in discussione tanto il rapporto con i vertici del partito dei singoli ministri scelti (il segretario li ha convocati per oggi), quanto la loro appartenenza a una presunta area ritenuta «responsabile» dal punto di vista del Quirinale. Aver aperto a Draghi «senza veti» ha messo Salvini (come Berlusconi, Renzi e in parte pure Zingaretti) nell'obbligo di fare buon viso davanti a scelte altrui: da questo punto di vista, le nomine dei sottosegretari e dei viceministri saranno un tornante più importante del solito per ridare peso e centralità ai segretari di partito. Si consumeranno piccole ma interessanti vendette a vari livelli. E da queste nomine in avanti si capiranno le prospettive della scommessa di Salvini, giocata almeno su due piani. Il primo è europeo. È abbastanza fuori strada chi dipinge, su questo, una spaccatura tra «europeisti» e «sovranisti» nel Carroccio: per quanto ovviamente Giorgetti sia a suo agio al governo con Draghi, chi ha contribuito a portare nel partito il dibattito sulla razionalità della costruzione comunitaria è in realtà aperto all'opzione «Super Mario». Secondo questa interpretazione - peraltro esplicitata «in chiaro» per esempio da Claudio Borghi - l'indubbia dimestichezza dell'ex governatore della Bce può essere l'occasione per dare un'inquadratura laica al tema dello spazio negoziale nel perimetro dell'Unione. Dove fin qui un «europeismo» acritico ha finito per cancellare la categoria stessa dell'interesse nazionale, a differenza di quanto hanno fatto praticamente tutti i nostri partner. Se Draghi darà pragmatismo operativo ad anni di contrapposizioni sterili su «sovranismo», «populismo» e altre astrazioni polarizzanti, si porrà inevitabilmente in attrito con l'egemonia tedesca sul patto di stabilità e le condizioni del Recovery fund, e Salvini potrà dire di non aver sprecato le sue fiches. Il secondo piano è interno. Mattarella pare avere ogni intenzione di tenere in piedi la trincea ideologica un po' fumosa dell'«antisovranismo», proprio al fine di indebolire la leadership del Carroccio. Su cosa si misurerà la presa del leader sui gruppi parlamentari? Durata dell'esecutivo, legge elettorale ed elezioni del Colle. Semplificando un po', la scommessa «interna» di Salvini, aiutato in questo da un partito molto strutturato e verticistico (e dal fatto di averlo pur sempre preso al 3% e portato a ridosso del 30), coincide con un'alleanza di lungo periodo proprio con Mario Draghi. La durata del governo è infatti decisiva per l'incastro istituzionale che porta alla scelta del successore di Sergio Mattarella. Se il nuovo premier davvero lavora al grande salto, dovrà costruire, mentre governa, una base parlamentare (e una norma per votare) che lo porti al Quirinale. Non è detto che l'operazione sia allineata con i desiderata dell'attuale inquilino, anzi. Ma la presenza della Lega nella nuova maggioranza - probabilmente un imprevisto sgradito a molti, forse anche a Mattarella - consegna a Salvini un possibile ruolo di kingmaker (con Fi) e una centralità potenzialmente maggiore rispetto a quando era al governo con Di Maio e soci.Certo, è uno scenario, ovviamente liquefacibile in poche settimane. Siccome la scommessa è ad alto rischio, ce n'è anche uno opposto. Quello in cui la Lega è costretta ad assistere a un rientro del Paese nei vincoli Ue a colpi di tagli e tasse, a tenersi Draghi al governo fino al 2023 e a rieleggere Sergio Mattarella o chi per lui. Del resto, se l'esito fosse certo che scommessa sarebbe?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-scommessa-di-salvini-allearsi-con-mario-2650529125.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cav-abbozza-pero-mastica-amaro-forza-italia-finisce-in-un-angolo" data-post-id="2650529125" data-published-at="1613247523" data-use-pagination="False"> Il Cav abbozza però mastica amaro. Forza Italia finisce in un angolo Al netto delle dichiarazioni ufficiali, chi ha visto Silvio Berlusconi nelle ultime 24 ore racconta di un Cavaliere «arrabbiato», non solo per il nuovo governo di Mario Draghi, ma anche per «il trattamento ricevuto». Il leader di Forza Italia aveva deciso di spostarsi fino a Roma per incontrare l'ex presidente della Bce, nonostante i medici continuino a consigliargli di stare tranquillo: la caduta accidentale e il ricovero di una notte in clinica non hanno di certo fatto diminuire le preoccupazioni. La nota uscita venerdì sera aveva i toni concilianti. «Forza Italia farà la sua parte: è quello che avevo dichiarato l'altro giorno al termine dell'incontro con il presidente Draghi, e che ripeto volentieri stasera», ha dichiarato Berlusconi, «Accolgo infatti con soddisfazione la nomina a ministri della Repubblica di Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, sicuro che si impegneranno con l'abituale dedizione portando un contributo di competenza e di esperienza all'azione dell'intera compagine governativa. Al presidente Draghi e a tutto il governo il più vivo augurio di buon lavoro». Ma la situazione sarebbe molto più complessa. Del resto durante il colloquio tra i due si era parlato soprattutto di Antonio Tajani, considerato in questi ultimi tempi come il braccio destro del Cavaliere. Tanto che venerdì sera, prima che Draghi inforcasse la sua station wagon per recarsi al Quirinale, dentro Forza Italia erano tutti convinti che alla fine i ministri azzurri nel nuovo governo sarebbero stati due, Tajani e il capogruppo al Senato Anna Maria Bernini. Poi però deve essere successo qualcosa. A quanto pare a muoversi sarebbe stato Gianni Letta in persona, in modo da riequilibrare pesi e contrappesi. Da tempo gli azzurri sono divisi in schieramenti. Da una parte ci sono appunto Letta, Mara Carfagna e Renato Brunetta, dall'altra Tajani, Licia Ronzulli, Niccolò Ghedini e la Bernini. Prima che Draghi varcasse il portone del Quirinale, quindi, l'impressione era che il secondo gruppo potesse portare a casa un tranquillo 2 a 0 secco, per dirla in gergo calcistico. Insomma nessuno si aspettava grossi colpi di scena. L'intervento di Letta sarebbe servito a rimettere equilibrio. E anche a tenere dentro il partito Mara Carfagna, data da tempo in uscita da Forza Italia. Quindi mentre la macchina di Draghi parcheggiava, la situazione sul pallottoliere sembrava questa: gli azzurri avrebbero portato a casa due ministeri, con Tajani e la Carfagna. La Bernini sarebbe stata depennata all'ultimo momento, facendo così saltare anche la nomina a capogruppo al Senato della Ronzulli. Ma il risultato non era quello definitivo. A scompaginare il quadro, suggeriscono i bene informati, potrebbe essere subentrata anche la moral suasion del Quirinale, da sempre propenso a una maggioranza Ursula alla amatriciana, con un occhio di riguardo nei confronti dell'ala moderata di Forza Italia. Così dopo la Carfagna ecco spuntare Brunetta come ministro della Pubblica amministrazione nella lista di Draghi. Lo stesso Brunetta che nell'ultimo mese aveva lanciato ramoscelli d'ulivo a Giuseppe Conte, tanto da minacciare persino di votare la fiducia all'avvocato di Volturara Appula. E infine a spuntarla è stata Mariastella Gelmini, come ministro per gli Affari regionali. La Gelmini è considerata un po' fuori dagli schemi, quindi slegata dalle diatribe interne. Sta di fatto che dopo il discorso di Draghi la situazione si è ribaltata. Se il primo gruppo pensava di aver perso 2 a 0, alla fine ha vinto 2 a 1. Il problema adesso sono i troppi nodi da sciogliere sul tappeto. In Forza Italia alla fine nessuno si aspettava un risultato di questo tipo. Anche perché il messaggio che è arrivato al partito non è di sicuro dei migliori. Prima ti lamenti, fai il contro canto e minacci di uscire, poi se tutto va bene alla fine vai a fare il ministro (anche se senza portafoglio, altra nota dolente per il Cav).
Auro Bulbarelli (Ansa)
Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente. Ridategli il microfono, scrivevamo ieri. E così sarà: sarà proprio Auro Bulbarelli, cronista sportivo di lungo corso, a raccontare la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026. Non è una nostra vittoria, sia chiaro: non siamo così presuntuosi. Chiedevamo soltanto di rimettere le cose in ordine visto che Bulbarelli era stato designato come «voce» per la cerimonia di inaugurazione e poi sostituito per una colpa che non era una colpa: aver «spoilerato» il siparietto tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e Valentino Rossi. Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente.
Poiché nell’appello di ieri ci eravamo rivolti al Quirinale e soprattutto ai vertici Rai, sia all’amministratore delegato Giampaolo Rossi sia allo stesso Paolo Petrecca, chiedendo di riparare l’ingiustizia ai danni di un giornalista che aveva soltanto fatto il suo dovere, ora è giusto riconoscere loro il merito di questa scelta.
Lo ribadiamo: non crediamo di aver influito sulla scelta, se non in quella minuscola porzione che in tanti avranno portato alla causa, però la parola data va onorata: Rossi e Petrecca hanno compiuto la scelta più opportuna e più corretta e se l’hanno concordata con il Colle tanto meglio perché nemmeno lassù ci stavano facendo una bella figura: davvero si può penalizzare la Rai e i telespettatori perché viene anticipato lo sketch tra Mattarella e Valentino Rossi sul tram? Sembra difficile da accettare però questo era accaduto. E l’opposizione, cui non era sembrato vero poter azzannare il direttore di RaiSport compiendo il più facile degli attacchi, in questi giorni di polemiche non ha mai speso una parola a favore di Bulbarelli, neutralizzando così ogni suo commento e ogni suo giudizio velato di difesa dell’azienda e delle professionalità.
Dalla Schlein a Conte, nessuno ha difeso il diritto di Bulbarelli di raccontare - come da prima decisione interna all’azienda, sia chiaro - la cerimonia di inaugurazione; così come, da Conte alla Schlein, nessuno ha fatto cenni critici circa il ruolo del Quirinale rispetto alla esclusione. E questo vale anche per la presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia (Cinquestelle), la quale non perde occasione per ergersi a paladina della tv pubblica: perché non ha chiesto lumi sulla esclusione di Bulbarelli? Perché non ha voluto vedere la consequenzialità dei fatti, ovvero l’anticipazione giornalistica del ruolo di Mattarella, le polemiche per lo spoiler «non concordato» (come se fosse un obbligo deontologico; e non lo è) e infine la collocazione in panchina del giornalista colpevole, perché?
Dunque, sono stati l’ad Giampaolo Rossi e il direttore Paolo Petrecca a rimediare ad una ingiustizia e a favorire il ritorno di colui che il pubblico Rai ha conosciuto nel tempo come voce autorevole del ciclismo. Pertanto, proprio noi che non risparmiamo critiche al primo e al secondo non vogliamo mancare di parola: ridate il microfono al collega Auro e ve ne renderemo merito. Così è: grazie per la scelta, è una vittoria di tutti. È una vittoria per Bulbarelli, designato in prima battuta per l’inaugurazione e quindi assolutamente competente anche per raccontare la chiusura. È una vittoria per i vertici, perché spengono le polemiche lasciando le opposizioni e i critici col cerino in mano. È una vittoria per la Rai perché la professionalità delle risorse interne torna alla sua sacrosanta valorizzazione. Ed è - last but not least - una vittoria per i telespettatori, siano essi appassionati di sport o solo curiosi delle grandi kermesse, poiché gli eventi seguono una loro liturgia che necessita di bravi giornalisti. La Rai, cui va riconosciuto il merito di una copertura importante, non poteva uscire dalle Olimpiadi con la «patacca» della ormai famigerata telecronaca di inaugurazione: doveva riscattare se stessa e chi dal divano ha scelto la tv pubblica rispetto ad altri broadcast che pure trasmettevano in chiaro i Giochi invernali. Il successo di ascolto vale come riconoscimento assegnato dai telespettatori. Finalmente il cerchio si chiude con Auro Bulbarelli che torna al suo posto di telecronista: lo spirito olimpico ha convinto anche coloro che, per reazione, avevano scelto l’opzione peggiore. Ora pensiamo al medagliere affinché sia il più ricco possibile. Così la festa di chiusura sarà ancora più bella.
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Il linguista Noam Chomsky in una foto con Jeffrey Epstein contenuta nei file Epstein e pubblicata dalla House Oversight Committee (Ansa)
Siamo solo all’inizio, gli Epstein files rilasciati sono milioni e pare ce ne siano altri 2 milioni ancora secretati, ma finora sono proprio le figure degli intellettuali quelle più tragicamente interessanti per comprendere l’abisso di orrore che si spalanca sotto l’isola di Epstein. Molti in questi giorni stanno citando il Marchese de Sade come chiave di lettura del mondo che ruotava attorno a Epstein ma, se per molti versi tale interpretazione è legittima, in sostanza si tratta di un’approssimazione che le menti sane sono costrette ad attuare perché disorientate dal teatro del Male. Sade, come intuì Pierre Klossowski, era una figura profondamente influenzata dalla morale e per tutta la vita perseguì la dissacrazione come dimostrazione illuminista della rivincita dell’uomo su Dio; Sade cercava l’isolamento per poter soddisfare i propri impulsi psicotici i quali, infatti, erano enormemente più distruttivi e trasgressivi nella sua fantasia che nella sua vita. Al contrario, l’interesse dominante che guidava Epstein erano i rapporti di potere, le reti, le relazioni, in un costante tentativo di coinvolgere sempre più pedofili e sempre più potenti in una rete che tendeva costantemente all’espansione, noncurante dei rischi, noncurante della sorveglianza, troppo al vertice del potere mondiale per preoccuparsi dei poteri avversi che avrebbero potuto contrastarla.
Sade rimane dentro il Cristianesimo e, soprattutto, dentro la teologia morale: è il giustificatore del peccato contro la debolezza dell’etica, perché tutti in realtà vorrebbero peccare ma solo i libertini ammettono che così facendo assecondano la Natura, unica e ultima realtà garante della grande forza che governa l’universo: la Distruzione. Epstein mette in piedi un sistema di potere che è un dispositivo magico, non basato sulla «rivalsa contro Dio» di Sade bensì totalmente fondato sull’idea di esseri umani come «magazzino» - Bestand, direbbe Heidegger - che possono essere utilizzati senza limite, senza cura e senza conseguenze per soddisfare i propri desideri perversi e raggiungere il fine magico del «superamento impunito del limite». Sta qui il cuore satanista del mondo che emerge dagli Epstein files, un mondo dove ciò che viene a mancare è l’idea stessa di «inappropriabile», un mondo in cui gli orchi delle fiabe non solo oltrepassano la pagina per divenire reali, ma trovano la loro nicchia di realtà ai vertici del potere mondiale, una fantasia alla quale nemmeno Sade attribuiva plausibilità e che lasciava alle pagine più utopiche della sua letteratura.
Il vero osceno di Epstein non consiste tanto nel suo essere il fornitore di perversioni per ricchi e potenti, quanto nell’esser riuscito a porre il Male al vertice del mondo, con l’adesione proprio di quegli intellettuali che questo mondo hanno teorizzato, non tanto pensandolo come estrema realizzazione di Sade quanto di coerente esito di Julien de La Mettrie, l’illuminista che scrisse L’uomo macchina, il teorico del materialismo nichilista che riduce l’uomo a un meccanismo guidato da piacere e dolore e che spiega ogni «morale relativa» in termini di istinto. Ed è proprio qui, in questo Illuminismo meccanicista, che bisogna guardare per capire gli esiti nichilisti del Novecento per come sono stati apertamente evocati dal Sessantotto della «trasgressione in funzione antiborghese» e della Tecnica indipendente da ogni limite umano, unica religione plausibile per un mondo di uomini-macchina dove i deboli sono semplicemente «magazzino» dei potenti, senza alcuna giustificazione o limite morale, anzi utilizzati proprio per dimostrare l’inconsistenza di ogni limite.
E così non deve affatto stupire l’adesione ideologica di Noam Chomsky al mondo di Jeffrey Epstein «mio miglior amico», così come non stupisce quella di Jack Lang, altro simbolo di quella «cultura del Sessantotto» che ha fatto del nichilismo il proprio rivendicato punto di riferimento e che ha provato a vendere al popolino una «morale laica e civile» per tenerlo buono mentre loro andavano da Epstein. In fondo nelle mail del guru della New Age, Deepak Chopra, dove si legge l’interesse per le feste «per soli peccatori» perché in fondo «Dio è un costrutto culturale ma le belle ragazze no», non c’è niente di incoerente: era detto tutto fin dall’inizio, anche in quel caso si è trattato di vendere prodotti ideologici di consumo al popolo per tenerlo buono mentre le élite novecentesche vivevano come i malvagi hanno sempre fatto, costruendo dispositivi di potere e piacere sulla base del pensiero calcolante, quello che riesce a soddisfare i bisogni dell’uomo-macchina sin nei minimi dettagli. Ma se un altro mondo esiste, esso non potrà che porsi in alternativa essenziale al pensiero calcolante, riconoscendo innanzitutto che l’uomo-macchina è l’esatto opposto della verità.
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Federica Brignone vince lo slalom gigante femminile ai Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026 (Ansa)
La domenica di Milano-Cortina consegna all’Italia un’altra pagina piena di storia. Nel giro di 32 minuti, tra le 14:28 e le 15:00 sono arrivate due medaglie che permettono alla spedizione azzurra di raggiungere e superare il primato di 20 medaglie stabilito a Lillehammer nel 1994.
La firma indelebile su questa impresa è ancora quella di Federica Brignone, che dopo il SuperG conquista anche il gigante femminile e porta a venti il bottino complessivo azzurro. È il risultato che vale il momentaneo aggancio al primato di Lillehammer 1994, fin qui la miglior edizione di sempre per lo sport italiano ai Giochi invernali. Ma pochi minuti più tardi è arrivato anche il sigillo che mancava: la ventunesima medaglia, quella che riscrive il record. E a conquistarla è stata la coppia formata da Lorenzo Sommariva e Michela Moioli che hanno chiuso con il secondo posto che vale l'argento la gara del cross a squadre dello snowboard. Finita qui? Nemmeno per sogno. Alle 15:17 ecco l'ottava meraviglia che va a impreziosire il medagliere azzurro e spingere ancora più in alto il contatore. Nell’inseguimento 10 chilometri del biathlon, con una gara costruita al poligono, Lisa Vittozzi ha vinto la sua prima medaglia d'oro olimpica in carriera: 20 bersagli su 20, nessun errore. La trentunenne di Pieve di Cadore ha recuperato i 40 secondi accumulati nella sprint e ha chiuso con 28”8 di vantaggio sulla norvegese Maren Kirkeeide e 34”3 sulla finlandese Suvi Minkkinen. Un successo netto, senza appigli per le avversarie, maturato nella gestione delle serie al tiro e consolidato sugli sci.
Una gioia immensa arrivata mentre ancora al centro sciistico Tofane di Cortina d'Ampezzo si stava celebrando la discesa capolavoro della Tigre di La Salle. Già, perché nel gigante femminile Brignone ha costruito il successo nella prima manche, chiusa con un margine consistente sulle rivali, e ha poi gestito nella seconda senza sbavature. Il tempo finale, 2’13”50, le ha permesso di precedere di 62 centesimi la svedese Sara Hector e la norvegese Thea Louise Stjernesund, appaiate al secondo posto. Un doppio argento che ha tolto spazio al bronzo e lasciato ai piedi del podio Lara Della Mea, quarta a cinque centesimi dal secondo gradino. Per la valdostana è il secondo oro in questi Giochi e la quinta medaglia olimpica individuale, numeri che la proiettano davanti a Deborah Compagnoni nella graduatoria azzurra. È anche la prima sciatrice a vincere gigante e SuperG nella stessa Olimpiade.ì, eguagliando un altro mito dello sci azzurro come Alberto Tomba, che a Calgary 1988 aveva vinto due ori nello slalom gigante e nello slalom speciale. «Sono talmente senza parole che non riesco a capire cosa ho fatto. Nella prima manche sono stata tranquilla, fin troppo, e avevo paura di non essere aggressiva. Nella seconda ho pensato solo a sciare e spingere il più possibile», ha raccontato ai microfoni Rai. E ancora: «Al traguardo ho solo sentito urla e non ho capito più niente». Alle sue spalle, gara in rimonta per Della Mea, risalita fino a sfiorare la medaglia, mentre Sofia Goggia ha chiuso decima dopo una seconda manche più complicata. Più indietro Asja Zenere, quattordicesima.
Poco prima dello sci alpino era arrivato il bronzo della staffetta maschile 4x7,5 km di fondo. Il quartetto composto da Davide Graz, Elia Barp, Martino Carollo e Federico Pellegrino ha chiuso alle spalle di Norvegia e Francia, superando la Finlandia nell’ultima frazione grazie alla rimonta del portabandiera. «Siamo qui per una medaglia. Una gara di squadra, a casa, significa tantissimo», ha detto Graz. Pellegrino completa così il quadro dei portabandiera italiani saliti sul podio a questi Giochi.
Con l’oro di Brignone e Vittozzi, l'argento di Sommariva-Moioli e il bronzo del fondo, l’Italia tocca quota 22 medaglie poco oltre la metà del programma. Il riferimento che fin qui è stato quello di Lillehammer, ormai non c'è più. D'ora in poi l'asticella sarà fissata su Milano-Cortina e la sensazione è che la soglia possa essere ulteriormente superata già nelle prossime giornate. Per ora c’è un dato: il record è stato superato e farlo in casa rende tutto ancora più magico.
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