Che lettura dà dell’esito del vertice dell’Eurogruppo? Durante la riunione dei ministri delle Finanze europei, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha chiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia.
«È mancata una risposta unitaria. È l’ennesima prova che l’Europa è arrivata impreparata a questa crisi energetica. Eppure, siamo di fronte ad una situazione peggiore del 2022. Nonostante l’Europa si sia affannata a diversificare le importazioni, dopo che è venuto meno il flusso di idrocarburi dalla Russia, si è riscoperta più vulnerabile, in balia di eventi che non riesce a gestire e tantomeno a controllare. È una crisi che sta accentuando le risposte nazionali in un momento in cui servirebbe una Ue unita per far fronte a quanto avverrà nei prossimi mesi».
In che senso l’Europa è impreparata?
«Manca una visione della geopolitica dell’energia a livello globale, come se esistesse solo la crisi provocata dalla guerra ucraina. Non ci si è resi conto che non si può parlare soltanto di energia ma il tema va affrontato come politica estera, economica, industriale, ambientale. Sono settori interconnessi».
La transizione energetica ha fallito il suo obiettivo?
«La transizione energetica ha aiutato la Ue a diminuire la dipendenza dai Paesi del Golfo, ma il problema dell’autonomia non è stato strutturalmente risolto perché l’Europa dipende ancora molto dalle forniture che arrivano dall’Asia, dipende da mercati globali che non controlla e non è in grado di influenzare. E questo avviene perché non è in grado di agire nella politica estera come attore globale. Ogni Paese si muove per proprio conto. Questo lo si vede chiaramente nel rapporto con gli Stati Uniti. Ogni governo europeo agisce cercando vantaggi in modo unilaterale. Da una parte c’è la volontà di portare avanti le sanzioni alla Russia ma ci sono anche voci contrarie. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha affermato che andrebbe rivista la politica di phase out con Mosca, ma la sua dichiarazione è caduta nel vuoto, non ha aperto un dibattito pubblico come sarebbe stato logico. È il risultato della mancanza di una visione prospettica da parte di Bruxelles che agisce debolmente, senza prendere una linea decisa. Manca una critica di quanto fatto finora dalla Commissione. Bruxelles ha detto in modo presuntuoso che avrebbe fatto a meno dei rifornimenti di idrocarburi russi perché poteva rivolgersi al resto del mondo. Il conflitto di Hormuz ha dimostrato che nulla è immutabile, che gli scenari possono cambiare velocemente e se non si è attrezzati per far fronte al mutamento si rischia di essere travolti. Ed è quanto sta accadendo».
La Commissione Ue ha detto che va accelerata la transizione energetica.
«Va bene, ma è un processo che non può avvenire in pochi anni ed è strettamente connesso alla politica estera che l’Europa saprà darsi. Lo scenario globale è opposto a quello di 4 anni fa con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha obiettivi antitetici all’Europa, e questa che si trova a inseguire la crisi. Nel 2022, allo scoppio del conflitto ucraino, l’Europa era al centro dello scacchiere internazionale. Ora è l’Asia a determinare la velocità della crisi energetica e gli sviluppi politici non vanno nella direzione auspicata dall’Europa. La Ue è incapace di prendere un’iniziativa per contrastare gli eventi. Il rischio è che si vada verso una accentuazione delle risposte nazionali, che non faranno altro che approfondire la crisi. Il rialzo dei prezzi sta mettendo gli Stati nazionali con le spalle al muro».
Mancanza di decisionismo?
«Per capire come stanno davvero le cose basta pensare che si è cominciato a parlare con parziale allarmismo delle conseguenze energetiche del conflitto del Golfo solo 45 giorni dopo l’inizio della guerra. E ancora non si vede una risposta. Cosa intende fare l’Europa nel caso di un prolungamento del blocco di Hormuz? Come intende prepararsi al dopo? Che strategia intraprendere? Sono domande che al momento sono senza una risposta. A me pare gravissimo ma nessuno se ne stupisce».
Di questo ne traggono vantaggio i Paesi asiatici?
«Nei Paesi asiatici c’è una forte vicinanza tra i governi e le compagnie energetiche. Ovunque, dal Pakistan allo Sri Lanka al Giappone, sono state prese misure di gestione della crisi, dal taglio ai consumi agli aiuti ai consumatori. Alcuni Stati, penso all’India e al Giappone, hanno cercato deroghe dagli Usa al blocco degli acquisti di idrocarburi russi e le hanno ottenute. Il governo cinese ha esplicitamente ordinato ad alcune compagnie energetiche di non rispettare le sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano. In questo modo la Cina dice che non ha interesse in ciò che gli Stati Uniti vogliono fare. Stiamo andando verso la disgregazione dell’ordine energetico mondiale. Si va verso uno scontro che non riguarda solo Hormuz. Si delineano falle e rotture che si andranno ad allargare verso le quali l’Europa non potrà far finta di nulla. Le deroghe sull’acquisto di petrolio russo garantiscono che il prezzo del petrolio in Europa non salga oltre una certa soglia. Stanno calmierando il mercato. Le maggiori vendite di greggio da parte della Russia consentono a Mosca di agire più liberamente nel contesto internazionale e di creare un buffer alle sanzioni europee. L’idea dell’Europa era di isolare la Russia. Invece, nel contesto di crisi, Mosca sta guadagnando cifre enormi dalla vendita degli idrocarburi, contrastando l’isolamento cercato dall’Europa e con il benestare della Casa Bianca».
Quale è lo scenario per l’Italia?
«L’Italia per le scorte di gas naturale, ad esempio, è in una situazione migliore di altri Paesi europei, come pure per l’accesso a forniture alternative. Il problema è che ha un alto consumo gasifero e scarse fonti proprie, e ciò ci rende più deboli. Inoltre, il nostro Paese ha mezzi economici limitati, non può agire sui mercati come Germania e Francia. Ha un sistema energetico debole, esposto a fluttuazioni delle commodities. Siamo il primo Paese importatore di gas naturale liquefatto dal Qatar, che ora non esporta nulla. Le infrastrutture colpite dall’Iran in Qatar sono proprio quelle che garantivano all’Italia buona parte del fabbisogno di Gnl. Neppure con la riapertura di Hormuz rivedremmo questo gas».
Cosa significa l’uscita degli Emirati dall’Opec?
«È l’ennesima prova di una grande instabilità politica che ha a che fare con il rapporto con l’Arabia. È la prova della frammentazione dell’ordine energetico globale come conseguenza diretta del blocco di Hormuz. Gli Emirati soffrono di più la guerra nel Golfo, sono più esposti dell’Arabia e questa linea strategica agisce sugli interessi del Paese, separandolo dagli interessi dei sauditi che vorrebbero sbrogliare la matassa attraverso la diplomazia invece della guerra».
Quali saranno le conseguenze dell’uscita dall’Opec?
«L’Opec sarà più debole, sottoposta maggiormente all’influenza dei mercati, mentre la Russia assumerà un ruolo di maggiore centralità. L’Arabia è più dipendente dalla collaborazione con la Russia nell’alleanza Opec+ e l’unico contrappeso a questa alleanza è dato dall’amministrazione Trump. Gli Emirati hanno interessi nel Corno d’Africa, nel Nord Africa e nella penisola arabica diversi da quelli dell’Arabia. Non è detto che in un prossimo futuro non si sviluppino nuove tensioni determinate dalla mancanza di un coordinamento della politica energetica. I due Paesi potrebbero trovarsi in campi opposti».
In questo scenario l’Europa è un vaso di coccio?
«È un vaso fragile la cui debolezza aumenta con il perdurare della crisi. O si agisce in anticipo rispetto ai trend negativi a cui andiamo incontro o l’Europa si troverà a rispondere a una crisi il cui epicentro è altrove. L’Europa non può pensare di tornare ad acquistare idrocarburi dalla Russia come se niente fosse. O cambia strategia o questi tentennamenti odierni saranno settimane fondamentalmente perse. O sceglie di attivare una strategia unitaria, coinvolgendo anche il Regno Unito e la Norvegia, o si rischia di arrivare a essere costretti a riacquistare idrocarburi dalla Russia. Ciò potrebbe accadere facendo cadere alcune sanzioni che vanno riconfermate ogni sei mesi. Un’alternativa è agire in anticipo, decidendo di limitare i consumi. Ma è una decisione politica complessa da coordinare in modo unitario».