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2025-03-24
La nuova Costituzione piega la Siria al jihadista che piace a Bruxelles
Mohammed Al-Jolani (Getty Images)
Pochi giorni prima che le sue forze jihadiste destituissero il governo di Bashar al-Assad nel dicembre scorso, Ahmad al-Sharaa alias Mohammed Al-Jolani aveva dichiarato: «La Siria ha diritto a un sistema politico in cui nessun leader assoluto prenda decisioni arbitrarie». Un concetto condivisibile, se non fosse che, una volta autoproclamatosi presidente ad interim del Paese, al-Sharaa ha presentato una Costituzione che concentra il potere esecutivo, legislativo e giudiziario nelle sue mani, escludendo elezioni per i prossimi cinque anni. Lo scorso 13 marzo il comitato costituzionale composto da sette membri, nominato da al-Sharaa, ha presentato un documento di 53 articoli denominato «Dichiarazione costituzionale siriana», successivamente approvato da al-Sharaa stesso. Il comitato ha chiarito di aver deciso di attribuire il potere esecutivo al presidente durante la fase di transizione, con l’obiettivo «di garantire interventi tempestivi e gestire eventuali sviluppi in quel periodo».
Scorrendo il documento si scopre che l’articolo 2 della Costituzione a stabilisce «un sistema politico basato sul principio di separazione dei poteri», ma le disposizioni successive consentono al presidente di selezionare i legislatori e i giudici di grado superiore. Poi se leggiamo l’articolo 24 si nota che «il presidente nomina direttamente un terzo del Parlamento e forma un comitato per selezionare i restanti due terzi, previa sua approvazione». Se la costituzione del 2012, con il regime di Assad, permetteva al presidente di sciogliere «l’Assemblea del popolo» a sua discrezione, quella del 2025 non gli attribuisce più questa facoltà. Tuttavia, dato che è il presidente a selezionare i membri del Parlamento, la sua influenza rimane addirittura più estesa.
Un elemento chiave in comune tra i due documenti riguarda i poteri di emergenza. L’articolo 103 della Costituzione del 2012 concedeva al presidente la facoltà di proclamare o annullare lo stato di emergenza, previa consultazione con i suoi ministri. Analogamente, l’articolo 41 della Costituzione del 2025 permette al presidente di dichiarare lo stato di emergenza, previa approvazione del National Security Council, un organismo che al-Sharaa nomina e dirige. Piuttosto che promuovere l’unità in un Paese frammentato e rafforzare la legittimità del governo, la nuova costituzione esonera al-Sharaa da ogni responsabilità. Come afferma la giornalista siriana Alia Mansour: «Il presidente detiene tutti i poteri proprio in un momento in cui sarebbe essenziale un processo decisionale più inclusivo. Non esiste una reale separazione dei poteri, poiché ogni autorità è sotto il controllo diretto o viene nominata dallo stesso Sharaa» e lo ammettono anche coloro che hanno redatto la costituzione: «In effetti non esiste praticamente alcuna supervisione delle azioni del presidente». Durissimo il comandante druso Bahaa al-Jamal: «Noi non riconosciamo Ahmad al-Sharaa, un terrorista, come un presidente non eletto imposto alla Siria, e respingiamo questa costituzione». La nuova Costituzione è stata firmata mentre i jihadisti di Hayat Tahir al-Sham (Hts), il gruppo di al-Sharaa fondato nel 2017 dalle ceneri del gruppo salafita violento Fronte al-Nusra, ammazzavano migliaia di alawiti (la minoranza etnico religiosa alla quale appartengono anche gli Assad).
Le immagini e i video che continuano ad arrivare ad esempio dalla città costiera di Latakia, mostrano come gli uomini del regime jihadista di Damasco vanno a prendere le loro vittime casa per casa (anziani, donne e bambini compresi), li fanno strisciare per le strade mentre vengono bastonati e derisi. Poi una volta arrivati a destinazione vengono divisi e portati in luoghi dove vengono passati per le armi esattamente come fa lo Stato islamico ogni giorno in Africa. Talvolta le vittime vengono ammazzate dentro o fuori dalle loro case e i loro corpi attaccati a delle auto che fanno scempio dei loro cadaveri.
E l’Occidente, l’Onu e la Comunità europea cosa ne pensano? Dal giorno che al-Sharaa ha messo piede a Damasco dopo aver eliminato un po’ di uomini fedeli agli Assad, l’assassino e tagliagole con un passato in al-Qaeda Ahmad al-Sharaa ovvero Mohammed Al-Jolani è diventato improvvisamente «buono» al punto che non si contano più le visite di ministri e personalità politiche di ogni tipo. Clamoroso l’incontro con tanto di sorrisi avvenuto lo scorso 4 marzo in Egitto tra al-Sharaa e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres che ha stretto vigorosamente le mani sporche di sangue del leader siriano senza alcun problema. Hanno parlato dei massacri degli alawiti e di come vivono nel terrore i cristiani in Siria? Probabilmente è mancato il tempo perché l’incontro era stato fissato «per discutere della transizione politica in Siria e delle sfide in corso». In una nota dell’ufficio del portavoce si legge: «Si sono scambiati opinioni sull’opportunità storica di tracciare una nuova rotta per la Siria e sulle sfide che il Paese deve affrontare». Tutte le visite degli occidentali compresa quella del ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock alla quale al-Sharaa il 4 gennaio scorso non ha stretto la mano limitandosi a mettere la mano al cuore come previsto dalla dottrina dagli islamisti salafiti, sono servite a diffondere la narrazione del «jihadista moderato che cerca il dialogo e l’inclusione». Una parola questa che sta bene sempre ormai. Ora è evidente che a «un moderato» così vanno tolte le sanzioni (alcune già tolte), ma non solo perché lo scorso 21 marzo l’Unione europea ha ospitato la nona edizione della Conferenza di Bruxelles «Stare con la Siria: soddisfare le esigenze per una transizione di successo». L’Unione europea, insieme agli Stati membri, ai partner regionali e internazionali e alle autorità di transizione siriane, ha confermato il proprio impegno «a sostenere una transizione pacifica, inclusiva e sotto la guida della Siria».
La bellissima inclusività e la transizione in atto in Siria hanno convinto il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ad annunciare lo stanziamento di circa 2,5 miliardi di euro per il biennio 2025-2026. Questi fondi saranno destinati «a sostenere il processo di transizione della Siria e la ripresa socioeconomica del Paese, rispondendo anche alle urgenti necessità umanitarie sia all’interno della Siria che nelle comunità ospitanti in Giordania, Libano, Iraq e Turchia». Inoltre, per il 2025, l’Ue ha incrementato il suo impegno assunto durante l’ottava Conferenza di Bruxelles, passando da 560 milioni di euro a 720,5 milioni di euro, per sostenere la popolazione siriana, i rifugiati e le comunità ospitanti vulnerabili in Libano, Giordania e Iraq. Inoltre, l’Ue ha stanziato 600 milioni di euro per il 2026 per questi stessi Paesi e ha promesso ulteriori 1,1 miliardi di euro per il biennio 2025-2026 a sostegno dei rifugiati siriani e delle comunità ospitanti vulnerabili in Turchia.
Non c’è che dire questo è davvero il capolavoro di Ahmad al-Sharaa / Mohammed Al-Jolani, jihadista in al-Qaeda, nel Fronte al-Nusra, un passaggio veloce nell’Isis , e infine in Hayat Tahir al-Sham, che dopo aver ammazzato con sue mani centinaia di persone e ordinato stragi anche con i bambini kamikaze, oggi discute con i potenti del mondo di centinaia di milioni di euro e di come ricostruire la Siria che lui stesso ha contribuito a distruggere.
Il Qatar usa la diplomazia del gas per mettere un piede a Damasco
Lo scorso 13 marzo un rappresentante dell’amministrazione Trump ha confermato che Washington ha dato il via libera a un’intesa che prevede la fornitura di gas naturale dal Qatar alla Siria, che sta affrontando una carenza di elettricità, attraverso la Giordania. L’accordo, frutto di una collaborazione tra il Qatar Fund for Development e il ministero dell’Energia e delle risorse minerarie giordano, dovrebbe prevedere il trasferimento di gas naturale dalla Giordania alla centrale elettrica siriana di Deir Ali, situata a Damasco. Il ministro siriano dell’Energia, Omar Shaqrouq, ha dichiarato che «il progetto consentirà di produrre ulteriori 400 megawatt di elettricità, migliorando l’erogazione di energia e prolungandola di due o quattro ore al giorno». Dopo che una coalizione guidata dai militanti jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham (Hts) ha rovesciato il governo di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, il Qatar ha rapidamente assunto un ruolo di primo piano nella mediazione politica in Siria. L’iniziativa energetica è una delle prove più concrete del supporto di Doha a Damasco dopo la caduta di Assad. L’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani lo scorso 30 gennaio è stato il primo capo di Stato straniero a visitare Damasco dopo la caduta di Assad. In quella occasione ha dichiarato: «Il Qatar starà al fianco dei fratelli siriani per raggiungere i loro obiettivi di unità, giustizia e libertà». Il Qatar è diventato il secondo Stato, dopo la Turchia, a riaprire la propria ambasciata a Damasco. Un rappresentante del governo qatarino ha affermato che «questa iniziativa mira a potenziare la cooperazione con le autorità competenti per agevolare la distribuzione degli aiuti umanitari che il Qatar sta attualmente inviando alla popolazione siriana tramite un ponte aereo». Il Qatar e Ahmed al-Sharaa si conoscono e collaborano fin dal 2012, anno nel quale l’Emirato ha iniziato ad accogliere a Doha i leader del Fronte al-Nusra, l’organizzazione jihadista fondata da al-Sharaa che all’epoca si faceva chiamare Abu Mohammed al-Jolani, «per incontri con funzionari militari e finanziatori del Qatar». Il nuovo gasdotto che il Qatar intende costruire per la Siria potrebbe rappresentare un tentativo di rilanciare il progetto del gasdotto Qatar-Turchia, pensato per esportare gas qatarino in Europa. La Turchia si è detta fiduciosa sulla ripresa dell’iniziativa dopo la caduta di Assad, sottolineando che potrebbe proseguire qualora «la Siria riuscisse a raggiungere stabilità e integrità territoriale». Tuttavia, il ministero degli Esteri del Qatar ha smentito tali dichiarazioni, definendole «nient’altro che mere speculazioni dei media». Il gas verrà ricevuto nel porto giordano di Aqaba sul Mar Rosso e pompato in Siria tramite l’Arab Gas Pipeline, ha affermato il ministro dell’Energia giordano Saleh al-Kharabsheh. Un segmento dell’oleodotto corre da Aquaba a nord attraverso la Giordania fino alla Siria.
«L’Occidente ricordi che in quel Paese la guerra non è finita»
Anna Cervi è un’analista e una mediatrice internazionale, co-fondatrice dell’Iniziativa italiana per la mediazione internazionale (3IM) e membro del Network donne mediatrici del Mediterraneo (MWMN), con vasta esperienza in diplomazia umanitaria e sanzioni internazionali in Medio Oriente e Asia.
Come è stato possibile che il regime di Assad sia caduto in poco più di una settimana?
«Il controllo del Paese da parte della famiglia di Assad è durato più di 50 anni, le sanzioni americane sul Paese più di 40 e la guerra più di 14. Un cambio al potere quindi relativamente lento, almeno in termini storici. Solo il tempo sarà in grado di spiegarci come si sia materializzata una svolta storica così profonda in un conflitto congelato da anni, senza incontrare sostanziale resistenza e in questo particolare momento storico. Il perché di questa svolta va ricercato invece nella condizione in cui versava il Paese prima di questa svolta».
Com’era la Siria di Bashar Assad?
«Isolata a livello politico, finanziario, energetico ed economico, e senza prospettive o speranze di ripresa credibili. Le conseguenze della guerra hanno diviso il Paese in almeno tre sfere di influenza, anche straniere, con intere aree urbane e rurali distrutte, un’altissima contaminazione post-bellica, milioni di sfollati e rifugiati, centinaia di migliaia di morti e migliaia di persone scomparse. Questo ha aggravato le istanze sollevate dalla popolazione siriana all’inizio del conflitto, in primis per liberare il Paese dalla corruzione e dal sovra controllo e potere eccessivo dei servizi di sicurezza, che avevano istituzionalizzato la sorveglianza oppressiva come unica alternativa per mantenere stabilità e coesione interne. Le richieste iniziali non solo sono rimaste inascoltate, ma si sono sommate alle conseguenze di una profonda crisi economica, del terremoto del 2023, dell’instabilità geopolitica nella regione e dalle sanzioni occidentali inflitte al Paese».
Da settimane arrivano video che mostrano l’uccisione da parte di gruppi armati jihadisti di civili, soprattutto alawiti, minoranza alla quale appartengono gli Assad. Com’era la loro vita sotto il regime e ora che cosa gli accadrà?
«Élite al potere a parte, erano in molti come me a pensare che la povertà fosse l’unica cosa che accomunasse la popolazione siriana in tutte le zone della Siria, alawiti e minoranze, anche cristiane, inclusi. Con più del 90% della popolazione al di sotto della soglia di povertà e servizi pubblici di base al collasso, tra cui quello idrico e sanitario, anche a causa della crisi energetica, le persone sono state via via svuotate della propria dignità. Purtroppo, allora come ora. Arginare, investigare e prevenire in modo sistematico questi episodi e risolverne le cause profonde richiede stabilità geopolitica, controllo del territorio e un governo di transizione che dimostri coi fatti di rappresentare le istanze della totalità della sua popolazione».
Stesso discorso vale per cristiani e le altre minoranze. Che cosa li aspetta sotto il nuovo regime?
«È una situazione di profonda incertezza e preoccupazione. Il recente accordo tra le forze curde che controllano il Nord-Est della Siria e il governo di Damasco, anche se ancora da realizzare, è un passo nella giusta direzione. Tantissime e tantissimi siriani stanno lavorando incessantemente per risolvere pacificamente tensioni sociali e promuovere una riconciliazione nazionale pacifica. Resta da vedere concretamente se e come questi sforzi verranno sostenuti dal nuovo governo siriano».
Negli ultimi anni in Siria sono arrivati centinaia di milioni di euro di aiuti umanitari ma la popolazione di quel denaro ha visto poco o nulla. Che fine hanno fatto tutti questi soldi?
«L’aiuto umanitario è arrivato alla popolazione siriana, ma principalmente per interventi di prima emergenza di breve durata. Per esempio, per ragioni politiche, spesso i donatori hanno limitato la riparazione di infrastrutture o il supporto ad attività economiche. Si stima che i costi del confitto e di ricostruzione del Paese si aggirino tra i 250 e i 400 miliardi di dollari. Con queste cifre è difficile fare la differenza con l’aiuto umanitario, che tra il 2011 e il 2023 si stima sia stato pari a circa 27 miliardi di dollari».
Si parla molto del ruolo avuto da Asma Assad moglie dell’ex presidente Bashar Assad e di lei si dice che abbia dirottato parte degli aiuti nelle sue Ong. È così?
«Durante tutto il conflitto, chi controllava le diverse zone della Siria ha regolato il flusso degli aiuti umanitari nel Paese, sia direttamente che indirettamente. Questo è valido in parte per le organizzazioni fondate da Asma al Assad nelle aree governative, ma anche, ad esempio, per il Governo della Salvezza nelle zone nord-occidentali della Siria controllate da Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) prima della caduta di Assad. Anche su questo, dovremo aspettare che il tempo faccia il suo corso e ci permetta di imparare in retrospettiva lezioni preziose dal caso siriano per il futuro».
L’ex jihadista Mohammed al-Jolani / Ahmad al-Sharaa può davvero portare la pace in Siria che è un Paese totalmente distrutto (anche da lui)? E se sì come?
«La guerra in Siria è ancora in corso. La Turchia continua a colpire il Nord-Est sotto controllo delle forze curde attraverso milizie affiliate e permangono nel Paese gruppi terroristici sanzionati dall’Onu. Israele ha inoltre invaso parti del Sud, violando l’Accordo sul disimpegno tra i due Paesi del 1974. Per avviare la ricostruzione e la riconciliazione, occorrono urgentemente dialogo e mediazione tra controparti credibili e rappresentative. Trascurare questa crisi sarebbe un grave errore per i Paesi occidentali; la ripresa dei rapporti diplomatici con la Siria, interrotti nel 2011, deve esser messa a servizio delle istanze della popolazione siriana, fondandosi su una comprensione attenta della situazione attuale, evitando di cadere nel gioco della competizione tra i governi occidentali».
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Mohammed Al-Jolani ha fatto approvare una Carta che concentra nelle sue mani potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Niente elezioni per cinque anni. Minoranze religiose sempre più preoccupate. I drusi: «Non la riconosciamo».Il Qatar usa la diplomazia del gas per mettere un piede a Damasco.«L’Occidente ricordi che in quel Paese la guerra non è finita». L’analista Anna Cervi: «L’intesa tra curdi e governo è un passo nella giusta direzione. Ma la situazione è molto incerta e preoccupante».Lo speciale comprende tre articoli.Pochi giorni prima che le sue forze jihadiste destituissero il governo di Bashar al-Assad nel dicembre scorso, Ahmad al-Sharaa alias Mohammed Al-Jolani aveva dichiarato: «La Siria ha diritto a un sistema politico in cui nessun leader assoluto prenda decisioni arbitrarie». Un concetto condivisibile, se non fosse che, una volta autoproclamatosi presidente ad interim del Paese, al-Sharaa ha presentato una Costituzione che concentra il potere esecutivo, legislativo e giudiziario nelle sue mani, escludendo elezioni per i prossimi cinque anni. Lo scorso 13 marzo il comitato costituzionale composto da sette membri, nominato da al-Sharaa, ha presentato un documento di 53 articoli denominato «Dichiarazione costituzionale siriana», successivamente approvato da al-Sharaa stesso. Il comitato ha chiarito di aver deciso di attribuire il potere esecutivo al presidente durante la fase di transizione, con l’obiettivo «di garantire interventi tempestivi e gestire eventuali sviluppi in quel periodo». Scorrendo il documento si scopre che l’articolo 2 della Costituzione a stabilisce «un sistema politico basato sul principio di separazione dei poteri», ma le disposizioni successive consentono al presidente di selezionare i legislatori e i giudici di grado superiore. Poi se leggiamo l’articolo 24 si nota che «il presidente nomina direttamente un terzo del Parlamento e forma un comitato per selezionare i restanti due terzi, previa sua approvazione». Se la costituzione del 2012, con il regime di Assad, permetteva al presidente di sciogliere «l’Assemblea del popolo» a sua discrezione, quella del 2025 non gli attribuisce più questa facoltà. Tuttavia, dato che è il presidente a selezionare i membri del Parlamento, la sua influenza rimane addirittura più estesa. Un elemento chiave in comune tra i due documenti riguarda i poteri di emergenza. L’articolo 103 della Costituzione del 2012 concedeva al presidente la facoltà di proclamare o annullare lo stato di emergenza, previa consultazione con i suoi ministri. Analogamente, l’articolo 41 della Costituzione del 2025 permette al presidente di dichiarare lo stato di emergenza, previa approvazione del National Security Council, un organismo che al-Sharaa nomina e dirige. Piuttosto che promuovere l’unità in un Paese frammentato e rafforzare la legittimità del governo, la nuova costituzione esonera al-Sharaa da ogni responsabilità. Come afferma la giornalista siriana Alia Mansour: «Il presidente detiene tutti i poteri proprio in un momento in cui sarebbe essenziale un processo decisionale più inclusivo. Non esiste una reale separazione dei poteri, poiché ogni autorità è sotto il controllo diretto o viene nominata dallo stesso Sharaa» e lo ammettono anche coloro che hanno redatto la costituzione: «In effetti non esiste praticamente alcuna supervisione delle azioni del presidente». Durissimo il comandante druso Bahaa al-Jamal: «Noi non riconosciamo Ahmad al-Sharaa, un terrorista, come un presidente non eletto imposto alla Siria, e respingiamo questa costituzione». La nuova Costituzione è stata firmata mentre i jihadisti di Hayat Tahir al-Sham (Hts), il gruppo di al-Sharaa fondato nel 2017 dalle ceneri del gruppo salafita violento Fronte al-Nusra, ammazzavano migliaia di alawiti (la minoranza etnico religiosa alla quale appartengono anche gli Assad). Le immagini e i video che continuano ad arrivare ad esempio dalla città costiera di Latakia, mostrano come gli uomini del regime jihadista di Damasco vanno a prendere le loro vittime casa per casa (anziani, donne e bambini compresi), li fanno strisciare per le strade mentre vengono bastonati e derisi. Poi una volta arrivati a destinazione vengono divisi e portati in luoghi dove vengono passati per le armi esattamente come fa lo Stato islamico ogni giorno in Africa. Talvolta le vittime vengono ammazzate dentro o fuori dalle loro case e i loro corpi attaccati a delle auto che fanno scempio dei loro cadaveri. E l’Occidente, l’Onu e la Comunità europea cosa ne pensano? Dal giorno che al-Sharaa ha messo piede a Damasco dopo aver eliminato un po’ di uomini fedeli agli Assad, l’assassino e tagliagole con un passato in al-Qaeda Ahmad al-Sharaa ovvero Mohammed Al-Jolani è diventato improvvisamente «buono» al punto che non si contano più le visite di ministri e personalità politiche di ogni tipo. Clamoroso l’incontro con tanto di sorrisi avvenuto lo scorso 4 marzo in Egitto tra al-Sharaa e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres che ha stretto vigorosamente le mani sporche di sangue del leader siriano senza alcun problema. Hanno parlato dei massacri degli alawiti e di come vivono nel terrore i cristiani in Siria? Probabilmente è mancato il tempo perché l’incontro era stato fissato «per discutere della transizione politica in Siria e delle sfide in corso». In una nota dell’ufficio del portavoce si legge: «Si sono scambiati opinioni sull’opportunità storica di tracciare una nuova rotta per la Siria e sulle sfide che il Paese deve affrontare». Tutte le visite degli occidentali compresa quella del ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock alla quale al-Sharaa il 4 gennaio scorso non ha stretto la mano limitandosi a mettere la mano al cuore come previsto dalla dottrina dagli islamisti salafiti, sono servite a diffondere la narrazione del «jihadista moderato che cerca il dialogo e l’inclusione». Una parola questa che sta bene sempre ormai. Ora è evidente che a «un moderato» così vanno tolte le sanzioni (alcune già tolte), ma non solo perché lo scorso 21 marzo l’Unione europea ha ospitato la nona edizione della Conferenza di Bruxelles «Stare con la Siria: soddisfare le esigenze per una transizione di successo». L’Unione europea, insieme agli Stati membri, ai partner regionali e internazionali e alle autorità di transizione siriane, ha confermato il proprio impegno «a sostenere una transizione pacifica, inclusiva e sotto la guida della Siria».La bellissima inclusività e la transizione in atto in Siria hanno convinto il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ad annunciare lo stanziamento di circa 2,5 miliardi di euro per il biennio 2025-2026. Questi fondi saranno destinati «a sostenere il processo di transizione della Siria e la ripresa socioeconomica del Paese, rispondendo anche alle urgenti necessità umanitarie sia all’interno della Siria che nelle comunità ospitanti in Giordania, Libano, Iraq e Turchia». Inoltre, per il 2025, l’Ue ha incrementato il suo impegno assunto durante l’ottava Conferenza di Bruxelles, passando da 560 milioni di euro a 720,5 milioni di euro, per sostenere la popolazione siriana, i rifugiati e le comunità ospitanti vulnerabili in Libano, Giordania e Iraq. Inoltre, l’Ue ha stanziato 600 milioni di euro per il 2026 per questi stessi Paesi e ha promesso ulteriori 1,1 miliardi di euro per il biennio 2025-2026 a sostegno dei rifugiati siriani e delle comunità ospitanti vulnerabili in Turchia. Non c’è che dire questo è davvero il capolavoro di Ahmad al-Sharaa / Mohammed Al-Jolani, jihadista in al-Qaeda, nel Fronte al-Nusra, un passaggio veloce nell’Isis , e infine in Hayat Tahir al-Sham, che dopo aver ammazzato con sue mani centinaia di persone e ordinato stragi anche con i bambini kamikaze, oggi discute con i potenti del mondo di centinaia di milioni di euro e di come ricostruire la Siria che lui stesso ha contribuito a distruggere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-nuova-costituzione-piega-la-siria-al-jihadista-che-piace-a-bruxelles-2671385677.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-qatar-usa-la-diplomazia-del-gas-per-mettere-un-piede-a-damasco" data-post-id="2671385677" data-published-at="1742767403" data-use-pagination="False"> Il Qatar usa la diplomazia del gas per mettere un piede a Damasco Lo scorso 13 marzo un rappresentante dell’amministrazione Trump ha confermato che Washington ha dato il via libera a un’intesa che prevede la fornitura di gas naturale dal Qatar alla Siria, che sta affrontando una carenza di elettricità, attraverso la Giordania. L’accordo, frutto di una collaborazione tra il Qatar Fund for Development e il ministero dell’Energia e delle risorse minerarie giordano, dovrebbe prevedere il trasferimento di gas naturale dalla Giordania alla centrale elettrica siriana di Deir Ali, situata a Damasco. Il ministro siriano dell’Energia, Omar Shaqrouq, ha dichiarato che «il progetto consentirà di produrre ulteriori 400 megawatt di elettricità, migliorando l’erogazione di energia e prolungandola di due o quattro ore al giorno». Dopo che una coalizione guidata dai militanti jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham (Hts) ha rovesciato il governo di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, il Qatar ha rapidamente assunto un ruolo di primo piano nella mediazione politica in Siria. L’iniziativa energetica è una delle prove più concrete del supporto di Doha a Damasco dopo la caduta di Assad. L’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani lo scorso 30 gennaio è stato il primo capo di Stato straniero a visitare Damasco dopo la caduta di Assad. In quella occasione ha dichiarato: «Il Qatar starà al fianco dei fratelli siriani per raggiungere i loro obiettivi di unità, giustizia e libertà». Il Qatar è diventato il secondo Stato, dopo la Turchia, a riaprire la propria ambasciata a Damasco. Un rappresentante del governo qatarino ha affermato che «questa iniziativa mira a potenziare la cooperazione con le autorità competenti per agevolare la distribuzione degli aiuti umanitari che il Qatar sta attualmente inviando alla popolazione siriana tramite un ponte aereo». Il Qatar e Ahmed al-Sharaa si conoscono e collaborano fin dal 2012, anno nel quale l’Emirato ha iniziato ad accogliere a Doha i leader del Fronte al-Nusra, l’organizzazione jihadista fondata da al-Sharaa che all’epoca si faceva chiamare Abu Mohammed al-Jolani, «per incontri con funzionari militari e finanziatori del Qatar». Il nuovo gasdotto che il Qatar intende costruire per la Siria potrebbe rappresentare un tentativo di rilanciare il progetto del gasdotto Qatar-Turchia, pensato per esportare gas qatarino in Europa. La Turchia si è detta fiduciosa sulla ripresa dell’iniziativa dopo la caduta di Assad, sottolineando che potrebbe proseguire qualora «la Siria riuscisse a raggiungere stabilità e integrità territoriale». Tuttavia, il ministero degli Esteri del Qatar ha smentito tali dichiarazioni, definendole «nient’altro che mere speculazioni dei media». Il gas verrà ricevuto nel porto giordano di Aqaba sul Mar Rosso e pompato in Siria tramite l’Arab Gas Pipeline, ha affermato il ministro dell’Energia giordano Saleh al-Kharabsheh. Un segmento dell’oleodotto corre da Aquaba a nord attraverso la Giordania fino alla Siria. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-nuova-costituzione-piega-la-siria-al-jihadista-che-piace-a-bruxelles-2671385677.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="loccidente-ricordi-che-in-quel-paese-la-guerra-non-e-finita" data-post-id="2671385677" data-published-at="1742767403" data-use-pagination="False"> «L’Occidente ricordi che in quel Paese la guerra non è finita» Anna Cervi è un’analista e una mediatrice internazionale, co-fondatrice dell’Iniziativa italiana per la mediazione internazionale (3IM) e membro del Network donne mediatrici del Mediterraneo (MWMN), con vasta esperienza in diplomazia umanitaria e sanzioni internazionali in Medio Oriente e Asia. Come è stato possibile che il regime di Assad sia caduto in poco più di una settimana? «Il controllo del Paese da parte della famiglia di Assad è durato più di 50 anni, le sanzioni americane sul Paese più di 40 e la guerra più di 14. Un cambio al potere quindi relativamente lento, almeno in termini storici. Solo il tempo sarà in grado di spiegarci come si sia materializzata una svolta storica così profonda in un conflitto congelato da anni, senza incontrare sostanziale resistenza e in questo particolare momento storico. Il perché di questa svolta va ricercato invece nella condizione in cui versava il Paese prima di questa svolta». Com’era la Siria di Bashar Assad? «Isolata a livello politico, finanziario, energetico ed economico, e senza prospettive o speranze di ripresa credibili. Le conseguenze della guerra hanno diviso il Paese in almeno tre sfere di influenza, anche straniere, con intere aree urbane e rurali distrutte, un’altissima contaminazione post-bellica, milioni di sfollati e rifugiati, centinaia di migliaia di morti e migliaia di persone scomparse. Questo ha aggravato le istanze sollevate dalla popolazione siriana all’inizio del conflitto, in primis per liberare il Paese dalla corruzione e dal sovra controllo e potere eccessivo dei servizi di sicurezza, che avevano istituzionalizzato la sorveglianza oppressiva come unica alternativa per mantenere stabilità e coesione interne. Le richieste iniziali non solo sono rimaste inascoltate, ma si sono sommate alle conseguenze di una profonda crisi economica, del terremoto del 2023, dell’instabilità geopolitica nella regione e dalle sanzioni occidentali inflitte al Paese». Da settimane arrivano video che mostrano l’uccisione da parte di gruppi armati jihadisti di civili, soprattutto alawiti, minoranza alla quale appartengono gli Assad. Com’era la loro vita sotto il regime e ora che cosa gli accadrà? «Élite al potere a parte, erano in molti come me a pensare che la povertà fosse l’unica cosa che accomunasse la popolazione siriana in tutte le zone della Siria, alawiti e minoranze, anche cristiane, inclusi. Con più del 90% della popolazione al di sotto della soglia di povertà e servizi pubblici di base al collasso, tra cui quello idrico e sanitario, anche a causa della crisi energetica, le persone sono state via via svuotate della propria dignità. Purtroppo, allora come ora. Arginare, investigare e prevenire in modo sistematico questi episodi e risolverne le cause profonde richiede stabilità geopolitica, controllo del territorio e un governo di transizione che dimostri coi fatti di rappresentare le istanze della totalità della sua popolazione». Stesso discorso vale per cristiani e le altre minoranze. Che cosa li aspetta sotto il nuovo regime? «È una situazione di profonda incertezza e preoccupazione. Il recente accordo tra le forze curde che controllano il Nord-Est della Siria e il governo di Damasco, anche se ancora da realizzare, è un passo nella giusta direzione. Tantissime e tantissimi siriani stanno lavorando incessantemente per risolvere pacificamente tensioni sociali e promuovere una riconciliazione nazionale pacifica. Resta da vedere concretamente se e come questi sforzi verranno sostenuti dal nuovo governo siriano». Negli ultimi anni in Siria sono arrivati centinaia di milioni di euro di aiuti umanitari ma la popolazione di quel denaro ha visto poco o nulla. Che fine hanno fatto tutti questi soldi? «L’aiuto umanitario è arrivato alla popolazione siriana, ma principalmente per interventi di prima emergenza di breve durata. Per esempio, per ragioni politiche, spesso i donatori hanno limitato la riparazione di infrastrutture o il supporto ad attività economiche. Si stima che i costi del confitto e di ricostruzione del Paese si aggirino tra i 250 e i 400 miliardi di dollari. Con queste cifre è difficile fare la differenza con l’aiuto umanitario, che tra il 2011 e il 2023 si stima sia stato pari a circa 27 miliardi di dollari». Si parla molto del ruolo avuto da Asma Assad moglie dell’ex presidente Bashar Assad e di lei si dice che abbia dirottato parte degli aiuti nelle sue Ong. È così? «Durante tutto il conflitto, chi controllava le diverse zone della Siria ha regolato il flusso degli aiuti umanitari nel Paese, sia direttamente che indirettamente. Questo è valido in parte per le organizzazioni fondate da Asma al Assad nelle aree governative, ma anche, ad esempio, per il Governo della Salvezza nelle zone nord-occidentali della Siria controllate da Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) prima della caduta di Assad. Anche su questo, dovremo aspettare che il tempo faccia il suo corso e ci permetta di imparare in retrospettiva lezioni preziose dal caso siriano per il futuro». L’ex jihadista Mohammed al-Jolani / Ahmad al-Sharaa può davvero portare la pace in Siria che è un Paese totalmente distrutto (anche da lui)? E se sì come? «La guerra in Siria è ancora in corso. La Turchia continua a colpire il Nord-Est sotto controllo delle forze curde attraverso milizie affiliate e permangono nel Paese gruppi terroristici sanzionati dall’Onu. Israele ha inoltre invaso parti del Sud, violando l’Accordo sul disimpegno tra i due Paesi del 1974. Per avviare la ricostruzione e la riconciliazione, occorrono urgentemente dialogo e mediazione tra controparti credibili e rappresentative. Trascurare questa crisi sarebbe un grave errore per i Paesi occidentali; la ripresa dei rapporti diplomatici con la Siria, interrotti nel 2011, deve esser messa a servizio delle istanze della popolazione siriana, fondandosi su una comprensione attenta della situazione attuale, evitando di cadere nel gioco della competizione tra i governi occidentali».
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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