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2022-11-17
La moda vale 93 miliardi
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Lucia Borgonzoni (Imagoeconomica)
Questi dati evidenziano il valore altamente strategico per tutto il sistema Paese della filiera del fashion, perché se il Made in Italy è oggi sinonimo di eccellenza nel mondo, questo è dovuto anche alla filiera italiana del Tessile, Moda e Accessorio. Alla conferenza stampa ha partecipato anche la senatrice Lucia Borgonzoni, sottosegretario al Ministero della Cultura, che ha sottolineato: «La moda è cultura. Se da subito come governo dobbiamo intervenire per risolvere la questione madre dell'energia e dell'emergenza innescata dal rincaro delle materie prime, sul lungo periodo ritengo che sia necessario proseguire sulla strada della definizione di un quadro normativo che faccia sempre più leva sulla cultura come elemento distintivo del sistema produttivo italiano del tessile, dell'abbigliamento, dell'accessorio». Per la moda infatti, insiste Borgonzoni, «ci vorrebbe una legge ad hoc, una legge moda, come avviene per il cinema che non ha problemi sulla legge agli aiuti di Stato. Il cinema viene ritenuta cultura, quindi il grande passaggio che dobbiamo fare è quello di far riconoscere la moda come cultura così che come tale possa essere tutelata».
I vincoli europei legati all’ambiente che spesso non tengono conto delle specificità delle industrie dei territori, costituiscono un altro ostacolo per il settore. «Rischiano di influenzare tanto se non andiamo a contrattare in Europa passo passo quello che succede, come infatti era successo con il Moca (la legge che disciplina i Materiali e oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti) e le ceramiche. In quel caso ad un certo punto ci siamo trovati ad avere il rischio che anche quello che era l’artigianato artistico delle ceramiche potesse ricadere su delle norme che invece vengono fatte per la ceramica che normalmente si usa per i prodotti di uso comune».
Per il presidente di Confindustria Moda, Ercole Botto Poala, la moda è cultura ma anche ricchezza: «La nostra industria è uno dei propulsori del brand Made in Italy nel mondo il che significa essere un boost per il soft power di tutto il Paese». Secondo lo studio infatti, se nel prossimo triennio si ritagliasse un pacchetto di investimenti per il settore di 6 miliardi, il ritorno in termini di crescita sarebbe enorme: la produzione industriale crescerebbe di oltre 11 miliardi e il fatturato di quasi 20. Ma le performance del settore non si risolvono solo nei suoi pur importanti dati economici, perché richiamano la materialità della relazione tra le attività produttive delle imprese e le comunità in cui operano, su cui hanno impatti rilevanti per occupazione, redditi, qualità della vita e, in certi casi, anche sulla stessa possibilità di buon vivere in una determinata area geografica.
lo studio di Confindustria Moda e Censis non si limita a chiedere investimenti a pioggia, che non porterebbero i risultati auspicati, ma individua aree di intervento specifiche ad alto impatto strategico: sostegno fiscale: un piano di contributi e incentivi mirati al sostegno delle produzioni, alla partecipazione alle fiere internazionali delle imprese del settore, a favorire processi di reshoring ed evitare fughe all’estero, alla transizione al digitale; investimenti green: favorire la transizione a metodi, tecniche, strumenti green; formazione: supportare i giovani tramite scelte ed interventi mirati al loro inserimento professionale e upgrading di competenze con percorsi professionalizzanti già nei cicli di istruzione obbligatoria, e l’introduzione di misure e agevolazioni per l’assunzione di giovani da parte delle imprese; tutela dell’eccellenza: un sistema di controlli e vigilanza sul settore, a tutela delle produzioni industriali e dal rischio di contraffazione; supporto alla crescita: creazione di collaborazioni virtuose a livello territoriale, che favoriscano la crescita strutturale delle imprese anche attraverso meccanismi aggregativi.
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93 miliardi di euro, questo il fatturato 2021 del settore del tessile, moda e accessorio prodotti da 60.000 imprese e 550.000 addetti. Il valore dell’export è di quasi 68 miliardi, di cui 40 per esportazioni extra Ue. Questi dati sono frutto di uno studio presentato da Confindustria Moda e Censis nella sede di Cattaneo Zanetto a Roma. Lucia Borgonzoni, sottosegretario al Ministero della Cultura: «La moda è cultura. Dobbiamo proseguire sulla strada della definizione di un quadro normativo che faccia sempre più leva sulla cultura come elemento distintivo del sistema produttivo italiano del tessile, dell'abbigliamento, dell'accessorio».Questi dati evidenziano il valore altamente strategico per tutto il sistema Paese della filiera del fashion, perché se il Made in Italy è oggi sinonimo di eccellenza nel mondo, questo è dovuto anche alla filiera italiana del Tessile, Moda e Accessorio. Alla conferenza stampa ha partecipato anche la senatrice Lucia Borgonzoni, sottosegretario al Ministero della Cultura, che ha sottolineato: «La moda è cultura. Se da subito come governo dobbiamo intervenire per risolvere la questione madre dell'energia e dell'emergenza innescata dal rincaro delle materie prime, sul lungo periodo ritengo che sia necessario proseguire sulla strada della definizione di un quadro normativo che faccia sempre più leva sulla cultura come elemento distintivo del sistema produttivo italiano del tessile, dell'abbigliamento, dell'accessorio». Per la moda infatti, insiste Borgonzoni, «ci vorrebbe una legge ad hoc, una legge moda, come avviene per il cinema che non ha problemi sulla legge agli aiuti di Stato. Il cinema viene ritenuta cultura, quindi il grande passaggio che dobbiamo fare è quello di far riconoscere la moda come cultura così che come tale possa essere tutelata». I vincoli europei legati all’ambiente che spesso non tengono conto delle specificità delle industrie dei territori, costituiscono un altro ostacolo per il settore. «Rischiano di influenzare tanto se non andiamo a contrattare in Europa passo passo quello che succede, come infatti era successo con il Moca (la legge che disciplina i Materiali e oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti) e le ceramiche. In quel caso ad un certo punto ci siamo trovati ad avere il rischio che anche quello che era l’artigianato artistico delle ceramiche potesse ricadere su delle norme che invece vengono fatte per la ceramica che normalmente si usa per i prodotti di uso comune». Per il presidente di Confindustria Moda, Ercole Botto Poala, la moda è cultura ma anche ricchezza: «La nostra industria è uno dei propulsori del brand Made in Italy nel mondo il che significa essere un boost per il soft power di tutto il Paese». Secondo lo studio infatti, se nel prossimo triennio si ritagliasse un pacchetto di investimenti per il settore di 6 miliardi, il ritorno in termini di crescita sarebbe enorme: la produzione industriale crescerebbe di oltre 11 miliardi e il fatturato di quasi 20. Ma le performance del settore non si risolvono solo nei suoi pur importanti dati economici, perché richiamano la materialità della relazione tra le attività produttive delle imprese e le comunità in cui operano, su cui hanno impatti rilevanti per occupazione, redditi, qualità della vita e, in certi casi, anche sulla stessa possibilità di buon vivere in una determinata area geografica.lo studio di Confindustria Moda e Censis non si limita a chiedere investimenti a pioggia, che non porterebbero i risultati auspicati, ma individua aree di intervento specifiche ad alto impatto strategico: sostegno fiscale: un piano di contributi e incentivi mirati al sostegno delle produzioni, alla partecipazione alle fiere internazionali delle imprese del settore, a favorire processi di reshoring ed evitare fughe all’estero, alla transizione al digitale; investimenti green: favorire la transizione a metodi, tecniche, strumenti green; formazione: supportare i giovani tramite scelte ed interventi mirati al loro inserimento professionale e upgrading di competenze con percorsi professionalizzanti già nei cicli di istruzione obbligatoria, e l’introduzione di misure e agevolazioni per l’assunzione di giovani da parte delle imprese; tutela dell’eccellenza: un sistema di controlli e vigilanza sul settore, a tutela delle produzioni industriali e dal rischio di contraffazione; supporto alla crescita: creazione di collaborazioni virtuose a livello territoriale, che favoriscano la crescita strutturale delle imprese anche attraverso meccanismi aggregativi.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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