- Freno alla Commissione, nuovo mandato alla Bce, immigrazione «spalmata». Il menu delle riforme è pronto e all’Ue non dispiace.
- Berlino amministra il condominio comune pro domo sua. Perciò non subirne i rigidi vincoli di bilancio è questione di sovranità .
Lo speciale contiene due articoli.
«L’Europa è affetta da zoppia»: con questa definizione il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e grande sostenitore dell’adesione al Trattato di Maastricht, nonché principale autore della confluenza della lira nell’euro, manifestava la sua insoddisfazione per la mancata trasformazione dell’Unione economica e monetaria in un’unione politica dell’Europa. […]
Il consueto atteggiamento della Germania, sorretto da quello francese, impedì di dare all’architettura istituzionale dell’Unione europea la sostanza necessaria per attuare il solenne impegno alla crescita materiale e civile del Vecchio continente. I contenuti furono dettagliatamente indicati nell’articolo 2 dell’Atto unico europeo del 1986 che diede vita nel 1992 al Trattato di Maastricht, poi ribaditi nel Trattato di Maastricht del 1992 e in quello di Lisbona del 2007 (ma all’articolo 3), dopo la bocciatura della proposta di Costituzione da parte dei francesi. La cultura della Francia e della Germania era e resta caratterizzata da una forte impronta nazionalistica secondo la quale la partecipazione all’Ue è solo un modo per meglio tutelare i loro interessi.
errore storico
Aver accettato la zoppia fu un errore storico commesso dai gruppi dirigenti, sia di quelli che hanno aderito con poca meditazione al mercato unico e agito con troppa precipitazione per entrare nell’euro sia di quelli che hanno ritenuto di partecipare a un’Europa come soluzione ai problemi interni del Paese. L’incomprensione si sarebbe dovuta dissolvere di fronte all’evidenza ma la trascuratezza continua: stavolta però con forti componenti di malafede, dato che si sa bene che le prospettive di una riforma dei trattati europei che porti fuori dalle secche l’Unione sono nulle: quella che si delinea sotto la spinta del presidente Emmanuel Macron e della cancelliera Angela Merkel rafforza la zoppia in quanto accresce i vincoli all’agire dei Paesi membri, che per noi italiani equivale a essere emarginati dal processo decisionale e conduce prima di tutto a un vero protettorato europeo e all’ulteriore decadenza dal benessere raggiunto, nonostante i solenni annunci contrari. […]
Vi sono pochi dubbi sul fatto che l’Unione europea poggi su una gamba sola, quella della stabilità, mentre manca quella della crescita economica e sociale, a causa del sospetto che quest’ultima sarebbe il veicolo dell’instabilità temuta dalla Germania. Questo Paese, che vanta indubbi meriti, si ispira tuttavia alla sua storica visione delle relazioni internazionali secondo cui si considera il «Paese d’ordine» in Europa, quello che gode di una superiorità nell’industria, che ritiene necessaria una gestione dell’euro stile marco tedesco e che il resto del mondo si debba dedicare all’agricoltura e al turismo dove può eccellere. Su queste basi ogni speranza che l’Unione europea si doti di caratteristiche istituzionali adeguate ai tempi e alle richieste dei cittadini è un’illusione, neppure se la Francia lo volesse. Piaccia o non piaccia questa è l’Europa e non si vede all’orizzonte un cambiamento che sani la zoppia. […]
Nonostante la maggioranza degli analisti condivida ormai queste interpretazioni, si sostiene che l’Italia debba rimanere nell’euro e nel mercato comune anche a costo di una crisi irreversibile, perché se abbandonasse l’uno o l’altro scudo monetario o reale sarebbe anche peggio. A questa si contrappone una minoranza che sostiene non vi sia più nulla da fare e non resta che uscire dall’euro anche rischiando di essere banditi dal mercato comune. Un «mondo di mezzo» inascoltato insiste che occorre intraprendere la strada delle riforme europee di seguito proposte, adducendo solidi argomenti scientifici, ricercando chiarezza di esposizione e ponendo fermezza politica. Ciò non è stato ancora tentato.
In estrema sintesi queste riforme dovrebbero riguardare l’architettura istituzionale dalla quale possono discendere differenti politiche: creazione di una scuola europea di ogni ordine e grado che crei una cultura in comune senza cancellare la ricchezza di quelle nazionali; stabilire i compiti da assegnare alle istituzioni sovranazionali rispetto a quelle nazionali, con particolare riferimento alle relazioni internazionali; decidere i modi di assolvimento dei compiti fiscali da assolvere a livello sovranazionale, assegnando al Parlamento europeo e alla Commissione potere di iniziativa congiunta; attribuire alla Commissione il compito di attuare le decisioni parlamentari e di proporre le soluzioni più efficienti al Parlamento; ampliare lo Statuto della Bce assegnando a essa obiettivi di crescita sotto vincolo di stabilità e strumenti per svolgere funzioni di lender of last resort (prestatore di ultima istanza) e di intervento sui cambi e sui titoli di Stato simili a quelli delle altre grandi banche centrali di rilievo globale; stabilire le regole di burden sharing sui flussi di immigrazione.
Queste riforme rappresentano solo un passo importante sulla strada dell’Unione politica e non consentono il raggiungimento dell’unità politica, ma tracciano il sentiero per una soluzione confederale della zoppia istituzionale. Tuttavia esse sono in condizione di dare vita a creature biogiuridiche che consentirebbero di attuare politiche capaci di migliorare la crescita del benessere economico e sociale dell’Ue. Si definiscono in questo modo i tratti delle nuove politiche economiche: attuare investimenti infrastrutturali che unifichino le condizioni di ambiente economico e sociale in cui operano le imprese e vivono i cittadini europei; ricorrere anche all’emissione di eurobond e consentire alla Bce di concedere finanziamenti ponte per finanziarli; intervenire sul mercato dei cambi per controbilanciare azioni speculative o politiche di Paesi che distorcono i fondamentali della competizione europea; sistemare i debiti sovrani in eccesso al 70% in contropartita dell’accettazione di un pareggio strutturale dei bilanci pubblici e un piano di rimborso da parte dei Paesi emittenti della durata e di costo adeguati; ammettere la possibilità di avere un deficit di breve periodo in funzione della presenza di avanzi di bilancia estera corrente del Paese che li attua; obbligare i Paesi che presentano un twin surplus di bilancia corrente estera e pubblica a spendere di più per assorbirli; unificare i trattamenti fiscali per evitare il fiscal dumping.
La possibilità di raggiungere siffatti obiettivi trova conforto in un episodio personalmente vissuto e nel parere di persone vicine ai vertici europei. Nel corso di un seminario tenutosi a Bruxelles ho esposto queste idee e, al termine, un direttore della Commissione europea ha preso la parola per affermare che le mie proposte potevano anche essere discusse, ma non erano quelle che i governi italiani avanzavano, quasi del tutto incentrate su un rilassamento monetario e fiscale e richieste di assistenza per qualche settore.
Deve cioè essere impostato un dialogo su solide basi logiche, tenendo conto dei punti di vista degli interlocutori. Il parere dei vertici dell’Unione e di quelli dei principali Paesi membri è che l’Italia sia inattendibile. Vi sono fondati motivi perché lo credano, ma non è certo con visite di Stato o strette di mano che il convincimento può essere debellato. Le linee indicate possono fungere da traccia di un’agenda da discutere da parte del Parlamento e del governo di nuova costituzione, creando un apposito gruppo di elaborazione e proposta del piano da sottoporre all’approvazione degli organi della democrazia per essere portato all’esame del Parlamento europeo.
Paolo Savona
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