- Freno alla Commissione, nuovo mandato alla Bce, immigrazione «spalmata». Il menu delle riforme è pronto e all'Ue non dispiace.
- Berlino amministra il condominio comune pro domo sua. Perciò non subirne i rigidi vincoli di bilancio è questione di sovranità .
Lo speciale contiene due articoli.
«L'Europa è affetta da zoppia»: con questa definizione il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e grande sostenitore dell'adesione al Trattato di Maastricht, nonché principale autore della confluenza della lira nell'euro, manifestava la sua insoddisfazione per la mancata trasformazione dell'Unione economica e monetaria in un'unione politica dell'Europa. […]
Il consueto atteggiamento della Germania, sorretto da quello francese, impedì di dare all'architettura istituzionale dell'Unione europea la sostanza necessaria per attuare il solenne impegno alla crescita materiale e civile del Vecchio continente. I contenuti furono dettagliatamente indicati nell'articolo 2 dell'Atto unico europeo del 1986 che diede vita nel 1992 al Trattato di Maastricht, poi ribaditi nel Trattato di Maastricht del 1992 e in quello di Lisbona del 2007 (ma all'articolo 3), dopo la bocciatura della proposta di Costituzione da parte dei francesi. La cultura della Francia e della Germania era e resta caratterizzata da una forte impronta nazionalistica secondo la quale la partecipazione all'Ue è solo un modo per meglio tutelare i loro interessi.
errore storico
Aver accettato la zoppia fu un errore storico commesso dai gruppi dirigenti, sia di quelli che hanno aderito con poca meditazione al mercato unico e agito con troppa precipitazione per entrare nell'euro sia di quelli che hanno ritenuto di partecipare a un'Europa come soluzione ai problemi interni del Paese. L'incomprensione si sarebbe dovuta dissolvere di fronte all'evidenza ma la trascuratezza continua: stavolta però con forti componenti di malafede, dato che si sa bene che le prospettive di una riforma dei trattati europei che porti fuori dalle secche l'Unione sono nulle: quella che si delinea sotto la spinta del presidente Emmanuel Macron e della cancelliera Angela Merkel rafforza la zoppia in quanto accresce i vincoli all'agire dei Paesi membri, che per noi italiani equivale a essere emarginati dal processo decisionale e conduce prima di tutto a un vero protettorato europeo e all'ulteriore decadenza dal benessere raggiunto, nonostante i solenni annunci contrari. […]
Vi sono pochi dubbi sul fatto che l'Unione europea poggi su una gamba sola, quella della stabilità, mentre manca quella della crescita economica e sociale, a causa del sospetto che quest'ultima sarebbe il veicolo dell'instabilità temuta dalla Germania. Questo Paese, che vanta indubbi meriti, si ispira tuttavia alla sua storica visione delle relazioni internazionali secondo cui si considera il «Paese d'ordine» in Europa, quello che gode di una superiorità nell'industria, che ritiene necessaria una gestione dell'euro stile marco tedesco e che il resto del mondo si debba dedicare all'agricoltura e al turismo dove può eccellere. Su queste basi ogni speranza che l'Unione europea si doti di caratteristiche istituzionali adeguate ai tempi e alle richieste dei cittadini è un'illusione, neppure se la Francia lo volesse. Piaccia o non piaccia questa è l'Europa e non si vede all'orizzonte un cambiamento che sani la zoppia. [...]
Nonostante la maggioranza degli analisti condivida ormai queste interpretazioni, si sostiene che l'Italia debba rimanere nell'euro e nel mercato comune anche a costo di una crisi irreversibile, perché se abbandonasse l'uno o l'altro scudo monetario o reale sarebbe anche peggio. A questa si contrappone una minoranza che sostiene non vi sia più nulla da fare e non resta che uscire dall'euro anche rischiando di essere banditi dal mercato comune. Un «mondo di mezzo» inascoltato insiste che occorre intraprendere la strada delle riforme europee di seguito proposte, adducendo solidi argomenti scientifici, ricercando chiarezza di esposizione e ponendo fermezza politica. Ciò non è stato ancora tentato.
In estrema sintesi queste riforme dovrebbero riguardare l'architettura istituzionale dalla quale possono discendere differenti politiche: creazione di una scuola europea di ogni ordine e grado che crei una cultura in comune senza cancellare la ricchezza di quelle nazionali; stabilire i compiti da assegnare alle istituzioni sovranazionali rispetto a quelle nazionali, con particolare riferimento alle relazioni internazionali; decidere i modi di assolvimento dei compiti fiscali da assolvere a livello sovranazionale, assegnando al Parlamento europeo e alla Commissione potere di iniziativa congiunta; attribuire alla Commissione il compito di attuare le decisioni parlamentari e di proporre le soluzioni più efficienti al Parlamento; ampliare lo Statuto della Bce assegnando a essa obiettivi di crescita sotto vincolo di stabilità e strumenti per svolgere funzioni di lender of last resort (prestatore di ultima istanza) e di intervento sui cambi e sui titoli di Stato simili a quelli delle altre grandi banche centrali di rilievo globale; stabilire le regole di burden sharing sui flussi di immigrazione.
Queste riforme rappresentano solo un passo importante sulla strada dell'Unione politica e non consentono il raggiungimento dell'unità politica, ma tracciano il sentiero per una soluzione confederale della zoppia istituzionale. Tuttavia esse sono in condizione di dare vita a creature biogiuridiche che consentirebbero di attuare politiche capaci di migliorare la crescita del benessere economico e sociale dell'Ue. Si definiscono in questo modo i tratti delle nuove politiche economiche: attuare investimenti infrastrutturali che unifichino le condizioni di ambiente economico e sociale in cui operano le imprese e vivono i cittadini europei; ricorrere anche all'emissione di eurobond e consentire alla Bce di concedere finanziamenti ponte per finanziarli; intervenire sul mercato dei cambi per controbilanciare azioni speculative o politiche di Paesi che distorcono i fondamentali della competizione europea; sistemare i debiti sovrani in eccesso al 70% in contropartita dell'accettazione di un pareggio strutturale dei bilanci pubblici e un piano di rimborso da parte dei Paesi emittenti della durata e di costo adeguati; ammettere la possibilità di avere un deficit di breve periodo in funzione della presenza di avanzi di bilancia estera corrente del Paese che li attua; obbligare i Paesi che presentano un twin surplus di bilancia corrente estera e pubblica a spendere di più per assorbirli; unificare i trattamenti fiscali per evitare il fiscal dumping.
La possibilità di raggiungere siffatti obiettivi trova conforto in un episodio personalmente vissuto e nel parere di persone vicine ai vertici europei. Nel corso di un seminario tenutosi a Bruxelles ho esposto queste idee e, al termine, un direttore della Commissione europea ha preso la parola per affermare che le mie proposte potevano anche essere discusse, ma non erano quelle che i governi italiani avanzavano, quasi del tutto incentrate su un rilassamento monetario e fiscale e richieste di assistenza per qualche settore.
Deve cioè essere impostato un dialogo su solide basi logiche, tenendo conto dei punti di vista degli interlocutori. Il parere dei vertici dell'Unione e di quelli dei principali Paesi membri è che l'Italia sia inattendibile. Vi sono fondati motivi perché lo credano, ma non è certo con visite di Stato o strette di mano che il convincimento può essere debellato. Le linee indicate possono fungere da traccia di un'agenda da discutere da parte del Parlamento e del governo di nuova costituzione, creando un apposito gruppo di elaborazione e proposta del piano da sottoporre all'approvazione degli organi della democrazia per essere portato all'esame del Parlamento europeo.
Paolo Savona
Senza liberare soldi per gli investimenti niente tagli al debito
L'architettura finanziaria dell'area euro è rimasta sostanzialmente ferma alla creazione, nel luglio 2014, del Meccanismo di risoluzione unico, nell'ambito del percorso dell'Unione bancaria iniziato nel 2012. Essenzialmente lo stallo è tra due diverse visioni. Quella di chi chiede maggiore condivisione dei rischi assieme ad una maggiore governance a livello dell'area euro e chi ritiene che i problemi dell'area euro derivino solo da cattive politiche nazionali e che quindi meccanismi più efficaci di stabilizzazione comuni siano controproducenti perché allenterebbero il rispetto delle regole fiscali e della disciplina di mercato.
Poiché su queste due visioni contrapposte si pongono rispettivamente Francia e Germania, i principali negoziatori di una possibile riforma, ciò che è allo studio sono soluzioni che tengano conto delle due preoccupazioni. Poiché tuttavia le riforme nascono sempre da compromessi, la preoccupazione italiana è quella di un compromesso che non tenga conto dei suoi problemi specifici. [...]
Il punto centrale della discussione sulla riforma dell'architettura finanziaria verte sulla relazione tra rischio bancario e rischio sui titoli del debito sovrano, e l'Italia è al centro delle preoccupazioni europee. Questo rischio è considerato, da parte soprattutto della Germania, come il principale ostacolo al completamento dell'unione bancaria e in particolare all'approvazione di un Sistema europeo di assicurazione dei depositi. I termini della questione sono noti. Quando le banche hanno un portafoglio di titoli dei debiti sovrani dello stesso Stato di appartenenza che rappresenta una quota elevata del totale, le banche risentono del rischio di default degli Stati. Ciò implica che un meccanismo comune di riassicurazione bancaria, e la previsione di un possibile bail-out con l'intervento delle istituzioni europee, significherebbe implicitamente porre i debiti dei singoli Stati sono l'assicurazione europea sui depositi. La conseguenza sarebbe un rallentamento della disciplina di bilancio, poiché i singoli Stati possono far acquistare il proprio debito dalle banche nazionali e poi porlo sotto garanzia europea tramite gli istituti di salvaguardia dell'Unione bancaria. […]
Il nodo sembra essere quello della capacità della Germania di non guardare alle riforme europee solo attraverso la lente dei suoi effetti distributivi, in preda al timore che una riforma del bilancio comunitario, l'adozione di un sistema di assicurazione della disoccupazione o un sistema di assicurazione dei depositi bancari possa implicare trasferimenti dai tax-payers o dai risparmiatori tedeschi a favore dei cittadini francesi, spagnoli o italiani. Questi timori sono legittimi, ma fino ad oggi hanno poco fondamento. Il contributo al bilancio comunitario della Germania in percentuale del suo Pil non è superiore a quello degli altri Paesi, il sistema del Meccanismo di stabilità europeo in caso di perdite distribuirebbe il peso su tutti i contribuenti e il sistema Target 2 essenzialmente garantisce tutti coloro che esportano in Paesi a rischio che i loro crediti saranno sempre onorati.
Ciò che preoccupa non è questa attenzione ad evitare una unione dei trasferimenti, ma il fatto che questo terrore ancora impedisca di porsi di fronte alle riforme dell'Unione monetaria europea e della Ue partendo dal punto di vista della loro funzionalità rispetto alle sfide strategiche che motivano la stessa adesione all'Unione. In altri termini, la domanda è se si tratta solo di correggere alcuni malfunzionamenti guardando ai problemi che si sono rivelati nel passato, con al centro i problemi di crisi dei debiti sovrani, di instabilità finanziaria e difficoltà di convergenza delle economie al suo interno, o si tratta di riconoscere che il contesto globale in cui opera oggi l'Europa è cambiato rispetto a quando la costruzione europea è stata concepita e poi progressivamente realizzata.
È evidente dal dibattito in corso che è ancora prevalente nelle discussioni europee quella che abbiamo chiamato l'ossessione tedesca, ossessione che può portare a scelte orientate prevalentemente alla limitazione del rischio che si traducono in penalizzazioni per Paesi come l'Italia ma che sono anche potenzialmente catastrofiche per il futuro dell'Europa.
La risposta non può essere, tuttavia, il non riconoscimento dei problemi e il gioco difensivo alla ricerca della condivisione del rischio. Deve cambiare l'alternativa, ponendo la limitazione del rischio come un compito immediato, nazionale ed europeo, e questo significa indicare un piano percorribile e credibile di riduzione e ristrutturazione dei debiti. L'Italia in particolare non dovrebbe sedersi al tavolo negoziale senza un piano specifico sul debito italiano da contrattare in Europa in cambio, tuttavia, di impegni sul bilancio europeo in grado di mobilitare risorse per far fronte alle sfide sul tappeto. Si tratta di predisporre un piano massiccio di investimenti pubblici concordato a livello europeo e di dimensioni tali da contrastare nel breve termine una nuova fase di deflazione europea e soprattutto in grado di evitare nel medio-lungo termine di porre l'Europa al di fuori della competizione tecnologica, scientifica ed economica globale.
Non si tratta di una strada «sovranista» ma il suo contrario. Una strada che può essere accettata anche dalla Germania in cambio di un progresso verso l'Unione fiscale e politica europea, che deve essere vissuta non in chiave di controllo della disciplina condominiale, ma in chiave di affermazione di una sovranità sovranazionale in grado di scelte chiare nell'interesse comune europeo. La prospettiva peggiore è quella di continuare ad affidarsi a regole automatiche sotto la vigilanza di istituzioni senza discrezionalità o organismi tecnici, regole e istituzioni che producono politiche che, anche quando si rivelano inadeguate o dannose, solo dopo eventuali diffusi danni possono essere faticosamente cambiate adattate alle circostanze. Il «sovranismo» trova spazio quando manca una sovranità politica sovranazionale.
Giovanni Tria
- Il prof che Matteo Salvini vorrebbe all'Economia ha maturato le proprie tesi antieuropee sul campo: Bankitalia, il governo Ciampi, i grandi atenei. E quando firmammo per Maastricht, lui c'era: «La Germania ci domina».
- Lo studioso Paolo Savona sfata il mito dell'inviolabilità del patto di stabilità e mette in discussione i dogmi dannosi dell'eurozona. Può essere l'uomo della svolta, perciò lo osteggiano.
- Pentastellati e Carroccio fiutano l'ultimo assalto dei «mandarini» per normalizzare l'esecutivo. Un nodo da risolvere resta lo Sviluppo economico, erogatore di finanziamenti: i lumbard spingono Bonomi, ex Sea.
- Il Colle apre il suo ombrello: «Inaccettabili i diktat al premier sui nomi». Salvini: «Noi suggeriamo, ma Savona è il meglio». L'incaricato vede i gruppi: Pd e Fi fanno muro. Da ex M5s ed eletti all'estero ossigeno al Senato. Oggi programma e ministri.
Lo speciale contiene quattro articoli.
I tedeschi? In fondo non si sono mai scrollati di dosso la visione nazista dell'Europa. La moneta unica? Un cappio che stringe al collo dell'Italia e ha dimezzato il nostro potere d'acquisto. L'economista Paolo Savona, candidato numero uno al Tesoro di Lega e M5s, non è abituato ad avere peli sulla lingua. Forse anche per questione di terra natale, la stessa Sardegna del picconatore Francesco Cossiga. E come lui, non nasconde le idee che lo animano. Spesso critiche nei confronti di Bruxelles e il suo establishment, per questo motivo si è guadagnato il soprannome di «professore antieuro», anche se è la semplificazione di un pensiero molto più articolato. Tutto ciò sembra comunque preoccupare il presidente Sergio Mattarella, che preferirebbe un ministro più gradito ai partner europei. In particolare alla cancelliera Angela Merkel, con la quale Savona ha sempre avuto pochissimo feeling. Ritiene infatti che euro ed Ue siano «creazioni della Germania», ideate «per controllare e sfruttare in maniera coloniale gli altri Paesi europei».
Come si legge nella sua autobiografia, che verrà pubblicata a breve: «La Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo, pur avendo abbandonato l'idea di imporla militarmente».
Secondo il suo autorevole parere, il nazismo proponeva la Germania come Paese d'ordine e pretendeva che tutte le monete si dovessero comportare come il marco. Il resto dei Paesi, Italia compresa, non doveva dedicarsi all'industria ma all'agricoltura, al turismo e al benessere dei tedeschi. Savona ha sempre affermato che l'unica differenza (non da poco, a dire il vero) sta nel fatto che prima il Terzo Reich voleva imporsi manu militari. Oggi invece i tedeschi hanno inventato un meccanismo che si chiama Europa unita e che «porta gli stessi effetti».
Nonostante i pareri chiari e lapidari, non bisogna però pensare a Paolo Savona come a un iconoclasta, pronto a dare alle fiamme il Reichstag o Palazzo Berlaymont, sede della stigmatizzata Commissione europea. Stiamo parlando di un politico e studioso nato e cresciuto all'interno delle istituzioni, il cui curriculum è inattaccabile. Dopo la laurea cum laude nel 1961 comincia la carriera al centro studi di Banca d'Italia, dove diventa direttore. Le esperienze all'estero sono di primissimo ordine: si specializza in economia monetaria ed econometria al Massachusetts Institute of Technology di Boston, dove collabora con Franco Modigliani e studia con Giorgio La Malfa la curva dei rendimenti dell'economia italiana. Sempre oltreoceano collabora con la Federal Reserve a Washington, dove studia il funzionamento del mercato monetario in vista dell'emissione in Italia dei Bot. Scorrere l'intero curriculum del professore, avendo compiuto 82 anni e sempre lavorato parecchio, diventerebbe troppo lungo. Aggiungiamo che ha insegnato politica economica all'università di Cagliari, di Perugia, di Tor Vergata a Roma, alla Luiss, alla Scuola superiore della pubblica amministrazione. È stato direttore generale di Confindustria e ha ricoperto vari incarichi istituzionali, tra cui ministro dell'Industria e al riordino delle partecipazioni statali nel governo di Carlo Azeglio Ciampi. Con Silvio Berlusconi è stato a capo del dipartimento per le Politiche comunitarie.
Ma soprattutto ha affiancato Guido Carli quando da ministro del Tesoro firmò per l'Italia il trattato di Maastricht. E sin dal 1992 si è espresso in modo molto critico rispetto ai parametri stabiliti dal trattato, che sono secondo Savona troppo rigidi e privi di base scientifica. Una convinzione che lo accompagna da 25 anni, da tempi non sospetti e non ha nulla a che fare con il populismo o gli sguaiati fermenti antieuropei degli ultimi anni. Il professore sostiene che Carli e Ciampi fossero consapevoli che l'Italia non era pronta a entrare nell'euro, ma «non volevano rimanere fuori dalla porta». Erano convinti in buona fede che il tempo avrebbe migliorato la situazione, mentre invece «è peggiorata».
Non esclude a priori l'idea che Roma possa uscire dall'Ue o dall'eurozona, ma ritiene che questa eventualità debba essere attentamente preparata, perché delicata e pericolosa. Come scrive nel suo libro: «Se l'Italia decidesse di seguire il Regno Unito (ma questa scelta va seriamente studiata) essa attraverserebbe certamente una grave crisi di adattamento, con danni immediati ma effetti salutari, quelli che ci sono finora mancati: sostituirebbe infatti il poco dignitoso vincolo esterno con una diretta responsabilità di governo dei gruppi dirigenti». Dicevamo, e bisogna ribadirlo, che il probabile ministro del governo di Giuseppe Conte è però lontano dalle demagogie che vedono nell'Unione l'origine di tutti i mali. Non si definisce antieuropeista, anzi dice di essere per l'Europa unita, ma biasima le élite di Bruxelles e la moneta unica. «L'euro ha dimezzato il potere d'acquisto degli italiani, anche se le autorità lo negano», si legge ancora in un passaggio dell'autobiografia. Inoltre attacca l'ex presidente del Consiglio, Mario Monti, che descrive come «portabandiera del servilismo agli interessi dei poteri dominanti». E infine accusa il governatore della Bce, Mario Draghi, e quello della Banca d'Italia, Ignazio Visco, di aver contribuito a chiudere l'Italia nella «gabbia europea».
Insomma, Paolo Savona sembra la persona giusta, con l'autorevolezza e l'esperienza necessarie, per andare a discutere e ricontrattare norme, vincoli e regolamenti a Bruxelles. Si tratta di ricostruire e non sfasciare l'Unione, ma tornando a far sentire la voce dell'Italia, da troppi anni inascoltata. Che poi è anche quello che gli elettori hanno chiesto con il voto del 4 marzo scorso.
Si tratta soprattutto di recuperare la posizione dell'Italia come commenta Giulio Sapelli, docente di Storia economica all'Università di Milano: «Preoccupato per una rottura degli accordi con l'Europa? Bisognerebbe essere più preoccupati per l'inasprirsi della situazione economica. Aumentano i poveri, i disoccupati e ci sono piccole e medie imprese che non trovano operai specializzati. Tutto è fuori squadra. Abbiamo quasi distrutto il sistema universitario, non formiamo più classe dirigente. Abbiamo perso prestigio internazionale». E conclude difendendo il collega: «Allora rinegoziamo i trattati. Nel 2005 Danimarca e Francia hanno votato contro la Costituzione europea e nessuno ha detto nulla. Sono anni che Savona dice che un sistema a cambi fissi, a moneta unica sta distruggendo l'economia e produce divergenze. E ora la sinistra fa la schizzinosa con Savona che se alza il telefono parla con tutti i governatori centrali? Ma come si permettono? Ma si sciacquino la bocca».
Dall’euro alla sovranità: le «eresie» di Savona terrorizzano Bruxelles
Per entrare nell'euro Carlo Azeglio Ciampi [...] impose agli italiani una pesante eurotassa per consentire il raggiungimento dell'obiettivo. A eresia si sovrappose quindi altra eresia: la scelta troppo affrettata di entrare nell'euro invece di invocare, come fece il Regno Unito, la clausola prevista dal Trattato di opting out, ossia di non aderirvi in attesa di una più matura riflessione delle condizioni richieste per restarci, che in Italia mancarono, nonostante che l'adesione fosse equivalente a un'importante modifica costituzionale, che avrebbe richiesto procedure più elaborate e maggioranze più qualificate. Dicono che, se non si fosse deciso allora, non saremo mai entrati, con una classica affermazione incoerente con i dati della storia d'Italia del tipo «se il naso di Cleopatra fosse stato diverso, lo sarebbe stata anche la storia del mondo». Intanto siamo entrati nell'eurozona e, perdendo la sovranità monetaria, stiamo perdendo anche quella fiscale, senza ottenere la terra promessa dell'unione politica. Era così difficile capirlo subito?
Il problema della crisi dell'Italia sta tutta qui. [...] Essersi disfatti della sovranità di regolare il mercato e la moneta senza mettere le sorti europee in comune, nell'illusione che ciò avrebbe migliorato le nostre condizioni, è stato un errore di politica economica molto grave. Si sarebbe dovuto insistere nel convincere i cittadini quali fossero i comportamenti adatti per fronteggiare le nuove condizioni di competizione internazionale, mantenendo le tre sovranità monetarie (quantità di moneta, tassi d'interesse e rapporti di cambio) per correggere gli effetti del mancato rispetto delle regole del gioco da parte degli italiani e degli europei comunitari. Oggi, invece, sulla base della politica decisa a Bruxelles e a Francoforte, dobbiamo subire una continua deflazione. Saprà reggere la società italiana? Noi siamo propensi a rispondere sì, ma i danni che si produrranno saranno notevoli.
Ci aggrappiamo all'Europa e all'euro senza voler ammettere la verità: c'è un costo da pagare se non vogliamo correre l'alea del rischio in cui si incorrerebbe se abbandonassimo l'Unione europea. [...] Si preferisce pensare che i giovani siano incalliti bamboccioni destinati a stare senza lavoro, tanto provvederanno le famiglie e quel poco di welfare che resta. Non si considera che, se non si impegna al lavoro una generazione, il Paese e le sue istituzioni peggiorano in prospettiva.
La «manovra correttiva» è la madre di tutti gli esorcismi della politica. Con essa si è data l'illusione agli italiani che si ponesse rimedio ai mali di fondo in contropartita dei sacrifici richiesti ogni volta. Il risultato, però, è stato sempre lo stesso: la pressione fiscale è aumentata, ma la spesa pubblica non è mai stata frenata [...] Le manovre sono il veicolo, non si sa se attivato in modo cosciente o inconsapevole, attraverso il quale si è causato, anno dopo anno, il disastro della finanza pubblica. Le istituzioni europee si sono impossessate dello strumento suggerendo inizialmente e ora imponendo ai paesi in difficoltà manovre correttive a prescindere dagli effetti deflazionistici che esse generano, spingendo in un circolo vizioso le economie già afflitte da crisi di crescita e di occupazione preoccupanti [...] Manovra dopo manovra, lo Stato si è presa quasi la metà del prodotto lordo annuale. È un vero assalto al reddito personale, che si trasmette al patrimonio delle famiglie, ossia al risparmio.
La continua invocazione del rispetto del Patto di stabilità (che si è perso per strada lo sviluppo) e delle condizioni di permanenza nell'euro ha tutti i crismi di un esorcismo per evitare che le cose vadano peggio. «Che cosa avremmo dovuto patire di peggio se non avessimo l'euro» è la frase consueta che accompagna chi non ha altro argomento da avanzare per difendere i costi che stiamo pagando per restarci.
L'invasione europea delle sovranità fiscali nazionali, in nome della stabilità che non è stata in grado di garantire è solo un modo per sostituire l'unità politica con l'egemonia dei più forti, che non è certamente il simbolo più lampante di democrazia. è [...] Non intendiamo proporre di uscire dall'Unione europea e, quindi, dall'euro, ma solo uscire da un duplice equivoco. Uno giuridico, di considerare legittimo che, data la Costituzione italiana e la mancanza di una europea di pari livello, i gruppi dirigenti possano modificare, come hanno fatto, la Costituzione reale senza adeguate procedure che garantiscano ai cittadini del nostro Paese d'essere governati da leggi e non da altri Stati. Uno di fatto, di permettere che si realizzi un'invasione del nostro futuro in nome di un ideale, quello della stabilità, che il Nobel James Tobin affermò essere un principio con cui non si mangia. Un Paese dotato di gruppi dirigenti seri deve essere pronto ad attuare un piano A per stare nell'euro in contropartita di garanzie di stabilità e sviluppo [...]. Ma anche attivare un piano B, dotato di un programma di emergenza sostenuto da alleanze internazionali solide, che garantiscano la possibilità di rientrare in possesso degli strumenti tradizionali di politica economica (creazione monetaria, tassi d'interesse, rapporti di cambio, entrate e spese pubbliche) per recuperare la responsabilità del nostro futuro in un habitat democratico.
Probabilmente non accadrà nulla di catastrofico, come la dissoluzione dell'euroarea e il crollo dell'economia italiana, anche se tutti si vanno impegnando a raggiungerle; ma i danni che si avranno saranno piuttosto elevati. In Italia, un certo numero di imprese falliranno e le banche ne usciranno più deboli e forse in mani straniere; ma, soprattutto, i ricchi diverranno ancora più ricchi e i poveri ancora più poveri.
Alla fine del 2011 si ritenne di poter mascherare gli effetti costituzionali della decisione nominando un «uomo della provvidenza», il primo dell'era postfascista: l'economista Mario Monti. Conoscevo il collega da una vita: persona molto per bene, di elevata educazione, sorretto dalla stampa radical chic, però titolare di eresie economiche. Era ed è un sostenitore dell'idea che da questa, se seguita fino in fondo, verrebbe tutto il bene necessario a un Paese; a volere essere generosi, questi europeisti sono tardi epigoni delle idee di Platone secondo cui il mondo va governato dalle élite, perché il popolo non sa scegliere mentre loro sì. Per essi la democrazia è un fastidioso metodo di governo e meno la si utilizza, meglio è.
L'errore più grave commesso da chi ha propiziato e firmato il Trattato di Maastricht è aver creduto che l'euro fosse il viatico per l'unificazione politica del Vecchio continente. Solo menti ottuse possono affermare oggi che l'evento si è determinato. [...] Non sorprendiamoci se la reazione antieuro e antieuropea, che ignora ideali e cancella successi, cresce, e quella pro euro e pro europea si fondi sulla paura di ciò che verrebbe in caso di deflagrazione dell'unione.
L'attuale politica della Bce di richiedere un maggiore impegno sulla politica fiscale è l'opposto di quanto sia necessario. La Bce dovrebbe chiedere alla Commissione Europea di avere un deficit fiscale emettendo obbligazioni europee sul mercato globale. La soluzione del problema dell'euro non risiede quindi in una maggiore integrazione politica, ma nella creazione di un nuovo agente fiscale o nell'azione della Commissione generatrice di un deficit che consenta il formarsi di un surplus nei Paesi altamente indebitati.
I nuovi vincoli europei [...] hanno aggravato la depressione in cui il Paese è caduto: il prodotto interno lordo reale è crollato di circa il 10% e la disoccupazione si è grandemente innalzata. Il modesto tasso di crescita reale recentemente registrato non colma il vuoto creatosi: 13 milioni restano senza lavoro. [...] Toccato il fondo della crisi, l'economia italiana ha registrato una lieve ripresa, ma i problemi sono restati sostanzialmente gli stessi: il popolo e le imprese chiedono continuamente protezione, ottenendola in parte [...] Tra i problemi che assillano il Paese, il più grave è certamente il debito pubblico; esso è esposto a rischi di default a causa della sua ri-denominazione in euro, una moneta fuori dalla sovranità monetaria del Paese in un assetto istituzionale privo di una politica comune dei debiti sovrani. Se il debito pubblico fosse in lire, il suo rimborso sarebbe sempre possibile perché lo Stato avrebbe il potere di stampare la moneta necessaria per il rimborso, ovviamente creando altri problemi per la creazione in eccesso, ma non l'insolvenza. La nascita dell'euro ha eliminato il rischio di cambio all'interno dell'eurosistema, ma generato il rischio di default sui debiti sovrani. Ditemi voi se questa storia non è un incubo.
La Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo, pur avendo abbandonato l'idea di imporla militarmente. Per tre volte l'Italia ha subìto il fascino della cultura tedesca che ha condizionato la sua storia, non solo economica, con la Triplice alleanza del 1882, il Patto d'acciaio del 1939 e l'Unione europea del 1992. È vero che ogni volta fu una nostra scelta. Non impariamo mai dagli errori?
Paolo Savona
Timori sulla squadra di governo per i tecnici infiltrati dal Quirinale
La battaglia delle ultime ore è sui soldi, altro che princìpi. Su Infrastrutture, Sviluppo economico e ministero dell'Economia, la Lega e il Movimento 5 stelle, a sua volta diviso al proprio interno, si stanno sfidando come in una partita di Monopoli. Ben sapendo, anche se non lo ammettono, che il banco lo tengono mandarini di Stato e poteri forti, per il tramite del Quirinale.
«Ormai vogliono solo limitare i danni, ma hanno perso», si dicono i vertici grillini. E anche nel Carroccio c'è la convinzione che ormai la partita sia vinta, «ma bisogna fare attenzione agli infiltrati» dell'ultimo minuto. Perché basta che Matteo Salvini o Luigi Di Maio mostrino la minima incertezza che arriva subito, su un piatto d'argento, il classico «tecnico» che poi, in Consiglio dei ministri, sarà la sentinella del Quirinale. «Lo schema è quello di piazzarci un Giovanni Legnini», il senatore abruzzese del Pd che svolge il compito di vicepresidente del Csm e che Sergio Mattarella utilizza come ambasciatore, sapendolo assai stimato da tutti.
Il capo della Lega dà per quasi sicuro Paolo Savona al Mef e lo ha detto anche nell'ennesimo video autoprodotto che sembra fatto per far percepire a Rai e Mediaset la nuova era della disintermediazione: «Sono orgoglioso di avere al mio fianco un ministro come Savona, io sono piccolo di fronte a lui. Lui saprà difendere il diritto dell'Italia di andare a crescere, contrattare da pari a pari con i partner europei: Merkel, Macron, i commissari Ue...». Un Salvini in versione Giovanni Battista. Che però intanto si prepara a fare il ministro dell'Interno secondo una semplice linea: «Gli altri espellevano solo la Shabalayeva, noi faremo rispettare i decreti di espulsione».
E già si analizzano i primi nomi come capo della polizia, al posto di Franco Gabrielli. Perché leghisti e grillini stanno anche già iniziando a parlare di nomine. E se ancora non è chiaro chi sarà il ministro della Difesa (il primo identikit è però questo: «Non il solito amico della Francia»), già sembra certo che la stagione dell'ex banchiere piddino Alessandro Profumo ai vertici di Leonardo sarà o breve, o travagliata, o breve e travagliata.
Confermato che Di Maio sarà un super ministro del Sud e dell'economia non di carta, con Sviluppo economico e Welfare, se Savona non dovesse farcela ecco che al Mef andrà il leghista Giancarlo Giorgetti. Altrimenti ben felice di starsene a Palazzo Chigi come novello Richelieu.
Alla Farnesina, lo Stato (delle cose) spinge sempre i nomi di Elisabetta Belloni e Giampiero Massolo, ex capo dei servizi segreti. L'ambasciatrice è stata stoppata e Massolo anche, nonostante la Lega lo avesse accettato. Il fatto che provenga dalla nidiata andreottiana e dalla segreteria di Silvio Berlusconi premier ha convinto M5s ha dargli lo stop. Chi ne ha beneficiato è stato il tecnico Enzo Moavero Milanesi, che tornerà per la terza volta agli Affari europei e rappresenta il contentino al capo dello Stato da parte dei ragazzi terribili Matteo e Gigino. Mentre per gli Esteri corre l'ambasciatore Pasquale Salzano, renziano e amicissimo di Di Maio.
E ora i mal di pancia tra alleati, che riguardano in gran parte lo Sviluppo economico, dove ci sono i soldi dei cantieri, delle infrastrutture e dei pedaggi che creano consenso sul territorio e dei finanziamenti ai partiti, la delega alle telecomunicazioni, la gestione delle grandi crisi occupazionali. M5s e Di Maio vogliono la trentenne Laura Castelli, torinese in grande ascesa. Però si è messa in luce in quel movimento No Tav che il Pd piemontese ha saputo criminalizzare con personaggi come Stefano Esposito, Giancarlo Caselli, Piero Fassino e Sergio Chiamparino (più moderato). Hanno così regalato migliaia di voti della sinistra ai 5 stelle, che ora però un po' se ne vergognano e già lo dimostrarono scegliendo come sindaco di Torino Chiara Appendino, espressione della buona borghesia locale, al posto di Vittorio Bertola. Proprio per il passato No Tav, la Castelli ha il veto della Lega, che preferisce l'immarcescibile avvocato della Sea Giuseppe Bonomi. Possibile dunque che Castelli finisca come vice di Savona all'Economia. Il giovane senatore milanese Daniele Pesco è invece il probabile sottosegretario del Mise per le crisi aziendali, come Ilva e Alitalia, che già segue per il Movimento. E il giornalista Emilio Carelli dovrebbe invece essere confermato ai Beni culturali, essendo tra i più colti della compagnia. Tornando invece a Palazzo Chigi, il siculo Vito Crimi dovrebbe farcela a ottenere il ruolo di sottosegretario con delega ai servizi. Su questa nomina, che spetta a M5s in quanto la Lega avrà già il Viminale, c'è stata una spaccatura interna. Potrebbe essere risolta con l'invio di un fedelissimo di Beppe Grillo come il senatore Elio Lannutti nel Copasir, la cui presidenza andrà come sempre all'opposizione.
Francesco Bonazzi
Mattarella vuole fare il badante di Conte
La strana coppia formata da Sergio Mattarella e Giuseppe Conte sembra andare sempre più d'accordo, e per la Lega potrebbero essere guai seri. Il presidente della Repubblica e il (quasi) presidente del Consiglio, nelle due ore di incontro dell'altro ieri al Quirinale, si sono ritrovati sulla stessa lunghezza d'onda: quella di Mattarella. Del resto, bisogna capirlo, Conte: Mattarella gli ha fatto capire che l'unica garanzia che il professore ha di arrivare a Palazzo Chigi e di restarci a lungo è l'armonia con il Colle.
Ieri, mentre Conte alla Camera riceveva le delegazioni di tutti i partiti, dal Quirinale è trapelata una «velina» che ha scatenato una vera e propria bufera. «Il Quirinale», ha fatto sapere Mattarella, «sta attendendo l'esito delle consultazioni avviate dal presidente del Consiglio incaricato e si aspetta una risposta da Giuseppe Conte, che ha accettato l'incarico con riserva. Quanto alla possibilità che esistano veti presidenziali su alcuni ministri», ha aggiunto il Quirinale, «il Colle risponde che il tema all'ordine del giorno non è quello di presunti veti ma, al contrario, quello dell'inammissibilità di diktat nei confronti del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica nell'esercizio delle funzioni che la Costituzione attribuisce loro. La Costituzione prevede scelte condivise tra presidente del Consiglio e presidente della Repubblica sulla scelta dei ministri. La preoccupazione del Colle», ha fatto trapelare Mattarella, «è che si stia cercando di limitare l'autonomia del presidente del Consiglio incaricato e, di conseguenza, del presidente della Repubblica nell'esercizio delle loro prerogative. L'articolo 92 della Costituzione, tra le altre cose, recita: il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri».
Tradotto dal mattarellese: caro Matteo Salvini, su Paolo Savona ministro dell'Economia non accettiamo diktat. Non accettiamo, al plurale: Mattarella parla anche a nome di Conte. È questo che preoccupa la Lega, che su Savona si gioca tutto: se dovesse saltare, sarebbe chiaro che Matteo Salvini in questo governo legastellato avrebbe un ruolo assolutamente marginale. Il Carroccio teme che Mattarella possa usare Conte come arma contro Salvini, che non molla la presa e insiste sul suo economista. «Noi proponiamo», ha commentato Matteo Salvini, subito dopo la diffusione delle indiscrezioni dal Quirinale, «non imponiamo. Noi consigliamo, suggeriamo. Quando c'è il meglio a disposizione tu parti dal meglio e dal mio punto di vista e di tanti altri Savona è il meglio, è la garanzia che l'Italia possa tornare a sedersi ai tavoli europei da protagonisti. Comunque noi umilmente facciamo le nostre proposte, mettendoci a disposizione». Più sfumata la risposta di Luigi Di Maio, che pure continua a sostenere la candidatura di Paolo Savona all'Economia, a chi gli chiedeva delle indiscrezioni: «Non so neanche», ha detto Di Maio, «se sono vere. Figuratevi se commento il Quirinale. Escono tante cose anche su di me che non sono vere. Della squadra dei ministri bisognerà prima parlarne con il premier incaricato Giuseppe Conte», ha tagliato corto Di Maio, «che deciderà con il capo dello Stato».
La giornata di consultazioni ha portato in dote a Giuseppe Conte quattro preziosissimi senatori in più: gli ex M5s Maurizio Buccarella e Carlo Martelli, e i parlamentari eletti all'estero Ricardo Antonio Merlo e Adriano Cario voteranno sì alla fiducia, e così la maggioranza sale a quota 171. Il numero potrebbe ancora salire, visto che i rappresentanti delle Autonomie tengono aperta l'interlocuzione con Conte: i senatori di Svp-Patt e Uv sono quattro.
Emma Bonino, di + Europa, ha annunciato una «opposizione rigorosa»; Pietro Grasso di Leu ha parlato di «opposizione intransigente». Giorgia Meloni, di Fdi, ha assunto una posizione più sfumata; il Pd ha confermato una opposizione dura. Forza Italia ha movimentato la giornata: Silvio Berlusconi, insieme ai capigruppo Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, ha incontrato Conte, ma al termine del colloquio con il premier incaricato non si è presentato ai microfoni, ma ha incontrato (da solo) Matteo Salvini. Subito dopo, ha riunito lo stato maggiore del partito. Forza Italia ha ribadito poi attraverso una nota il «no» al governo Conte. Subito dopo, Conte ha incontrato le delegazioni della sua maggioranza, Lega e M5s. «Ottimo confronto», ha detto Matteo Salvini al termine della consultazione, «con Giuseppe Conte: idee, proposte, un mondo diverso rispetto a quello che leggiamo su qualche giornale, si parla del futuro della gente fuori del palazzo che ci chiede di far partire il governo. A Conte», ha aggiunto Salvini, «l'onore e l'onere di proporre, a chi di dovere, nomi e ruoli di chi si farà carico realizzare quello che gli italiani si aspettano».
«Noi siamo», ha detto Luigi Di Maio, «una delle due forze politiche che fanno parte di questa maggioranza, che mira a governare cinque anni. Non abbiamo discusso di nomi. Della squadra dei ministri», ha aggiunto Di Maio, «si occuperanno il presidente Conte e il presidente della Repubblica Mattarella».
«Oggi», ha detto Giuseppe Conte, al termine delle consultazioni, «ho avviato e concluso le consultazioni con tutti i partiti. Desidero ringraziarli tutti vivamente per la franca e cortese interlocuzione che ho avuto con tutti loro, è stata una giornata proficua da tutti i punti di vista. Domattina (oggi per chi legge, ndr) incontrerò il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco. Per quanto riguarda la formazione del governo», ha aggiunto Conte, «dedicherò l'intera giornata di domani (oggi, ndr) a elaborare una proposta da sottoporre al presidente della Repubblica. Saranno ministro politici, che condividono obiettivi e programmi del contratto». Il premier incaricato potrebbe sciogliere la riserva domattina.
Carlo Tarallo




