
Somigliano a uno sforzo di riconciliazione le ultime mosse degli Stati Uniti e dei loro alleati per sbloccare lo Stretto di Hormuz. Ieri, l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom, il Comando centrale Usa, ha dichiarato che i raid americani su infrastrutture sotterranee, razzi antinave e sistemi radar e d’intelligence nemici hanno «degradato» le capacità degli iraniani di ostacolare il traffico commerciale in quelle acque: «La loro Marina non è operativa, i caccia tattici non volano e hanno perso la facoltà di lanciare missili e droni ai ritmi osservati all’inizio del conflitto». Una comunicazione a suo modo incoraggiante, nelle ore in cui si è appreso che un regime che dovrebbe essere alle corde ha scagliato due testate balistiche a 4.000 chilometri di distanza, verso la base di Diego Garcia. Chissà se è stato quell’annuncio - usando l’espressione di Donald Trump - a «svegliare» i partner, dentro e fuori la Nato.
Più tardi, dal sito di Downing Street si è appreso che il numero di Paesi disposti a partecipare a una missione nello Stretto, che comunque inizierebbe soltanto dopo la tregua, è salito da sei a 22: in squadra ci sono Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Giappone, Canada, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Danimarca, Lettonia, Lituania, Estonia, Slovenia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. La coalizione ha chiesto a Teheran «di cessare immediatamente le sue minacce, la posa delle mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale», oltre che di «conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite», la quale condanna le interferenze con la libertà di solcare i mari come una «minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale».
È la risposta degli alleati «ingrati» agli appelli di Trump, che nella serata di venerdì aveva accennato alla possibilità di «ridurre» l’impegno bellico. Forse una tattica per allentare un po’ la pressione sui mercati; forse la spia di un disagio che serpeggia alla Casa Bianca e che ne tradisce il desiderio di smarcarsi in fretta dalla campagna a rimorchio degli israeliani, decisi invece ad andare avanti a oltranza.
Da parte iraniana, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha detto di essere pronto ad accogliere «ogni iniziativa che possa portare questa guerra a una totale conclusione». Bocciata, invece, l’idea di un semplice cessate il fuoco. Sembra di rileggere il copione recitato dai russi in Ucraina. Il punto è che, paradossalmente, il regime sciita ha più carte in mano: non ha molto da perdere in confronto a Washington e, finché è in grado di resistere e di sfruttare la leva del petrolio e del gas, sa di avere un formidabile strumento a propria disposizione. Al premier indiano, Narendra Modi, che gli ha «ribadito l’importanza di salvaguardare la libertà di navigazione», il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha quindi risposto dettando le sue condizioni: «Cessazione immediata dell’aggressione» e garanzia che simili attacchi non si ripetano in futuro.
Nel frattempo, a Hormuz c’è chi si arrangia da sé. È il caso di citare l’effetto sorpresa, su cui ha scherzato Trump nello Studio ovale, alla presenza di un’imbarazzata Sanae Takaichi: «Perché il Giappone non mi ha detto di Pearl Harbor?». Lo stesso Araghchi, infatti, ha confermato all’emittente nipponica Kyodo che, in seguito all’avvio di colloqui diplomatici, l’Iran consentirà il transito delle imbarcazioni battenti bandiera del Sol Levante.
Per Tokyo, è un accordo vitale: il 70% delle spedizioni di petrolio di cui ha bisogno passa proprio per lo Stretto. Non si conoscono i termini dell’intesa e, in particolare, non si sa se il Giappone abbia imitato la soluzione cinese: pagare un pedaggio. Il ministro Araghchi ha giurato che basterà «contattare» le autorità iraniane e concordare i dettagli logistici. Una dichiarazione coerente con la versione dei mullah, secondo cui il braccio di mare rimane aperto a tutti meno che ai belligeranti e a chi li aiuta.
Potrebbe essere invece legato alla sospensione delle sanzioni sul greggio iraniano, varata dagli Usa per permettere l’immissione sul mercato di nuove scorte e, dunque, per favorire un’auspicabile riduzione dei prezzi, l’operazione di carico di 4 milioni di barili, a bordo di una superpetroliera Vlcc, condotta sull’isola di Kharg. Quella che Trump medita di invadere, oppure di cingere d’assedio, così come pare voglia impadronirsi delle riserve di materiale nucleare accumulate dalla Repubblica islamica. L’agenzia stampa Tasnim, affiliata ai pasdaran, ha scritto che se davvero i Marines provassero a sbarcare sull’atollo, si innescherebbe una reazione «senza precedenti», con ripercussioni anche sul Mar Rosso e sull’altro Stretto strategico, quello di Bab al-Mandeb. Gli Huthi avevano già avvisato l’Occidente: «Abbiamo il dito sul grilletto».
Sarebbe un motivo in più per chiudere in fretta le ostilità. Non stupisce che il presidente della Camera statunitense, il repubblicano Mike Johnson, abbia detto che la «missione originaria» è «ormai praticamente compiuta» e che basterà «riportare un po’ di calma» a Hormuz per dichiarare vittoria.
Axios, ieri sera, ha svelato che l’amministrazione Trump ha iniziato a pianificare i negoziati con l’Iran, le cui richieste vengono valutate dai soliti Jared Kushner e Steve Witkoff. L’intesa dovrebbe limitare il programma atomico di Teheran, interrompere il suo sostegno ai ribelli yemeniti, a Hezbollah e ad Hamas e portare alla sospirata riapertura di Hormuz. Per ora, saremmo allo stadio di trattative indirette. E il tempo non è dalla parte dell’America.






