2026-05-05
L'«Amerigo Vespucci» verso gli Usa per i 250 anni dell'Indipendenza
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Il comandante dello storico veliero della Marina Militare, il Capitano di Vascello Nicasio Falica, elenca le tappe del tour in Nord America appena cominciato.
Il comandante dello storico veliero della Marina Militare, il Capitano di Vascello Nicasio Falica, elenca le tappe del tour in Nord America appena cominciato.
Ho letto la trascrizione di una intervista del 26 aprile del noto giornalista Alexander Kareevsky del canale Russia-24 (per intenderci una specie di Bruno Vespa, per ruolo, stile e influenza). L’intervistato era Sergey Karaganov, politologo, professore alla Scuola Superiore di Economia di Mosca, importante consigliere in politica estera al Cremlino.
La mia inquietudine nasce dal fatto che non sembra allentarsi il coinvolgimento della Ue in una possibile guerra contro la Russia, e mi meraviglia che la cosa non emerga non tanto dalle parole dei responsabili politici, che hanno i loro bravi motivi per pesarle, celarle o anche alterarne la verità, e questo per una moltitudine di ragioni, anche «di Stato»; mi meraviglia, piuttosto, il silenzio di gran parte dell’opinione pubblica sul rischio di codesta guerra. Un’opinione pubblica, peraltro, molto querula nell’allarmare su moltissime emergenze infondate, se non, addirittura, inventate (quella climatica, per dirne una). E taccio di quella parte d’opinione pubblica che, poi, la guerra contro la Russia l’ha fomentata fin dal primo giorno.
Paranoie, le mie, direte. Può darsi. Ma valutate voi. Recentemente, Sergey Shoigu, già ministro della Difesa e ora segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, facendo riferimento a un elenco di imprese europee che produrrebbero droni forniti a Kiev, ha dichiarato che esistono in Ue bersagli militari che Mosca potrebbe legittimamente colpire. Naturalmente la Commissione Ue nega, ma gli attacchi di droni contro postazioni russe sono una realtà negata da nessuno. E qui veniamo a Karaganov che, giova ripetere, non è uno di passaggio. Egli ritiene che la responsabilità dell’inizio di una guerra contro la Russia sia tutta degli Stati Uniti, ma riconosce che questi abbiano capito di essersi cacciati in un guaio più grosso di loro e hanno iniziato a fare marcia indietro. Insomma, col cerino in mano in questa guerra è rimasta solo la Ue. Non possiamo dargli tutti i torti: la Ue continua con la trita versione dell’aggressore (Mosca) e dell’aggredito (Kiev), che però non è più difendibile.
Le élite della Ue, sostiene Karaganov, non hanno alcun motivo - morale, politico, economico - per rimanere al potere: hanno fallito su tutti i fronti e stanno alimentando un’isteria militare, forse anche per distogliere l’attenzione dai propri fallimenti. Ecco le sue parole: «Arriverà il momento in cui il presidente russo dovrà nominare un comandante supremo nel teatro delle operazioni con l’autorità di usare qualsiasi tipo di arma, e persino il dovere di farlo: contro un nemico che ci supera in termini demografici ed economici, dovremo usare armi nucleari. Preferirei che questo avvenisse senza l’uso di armi nucleari: dopotutto, l’Europa fa parte della nostra anima, della nostra cultura. Ma dobbiamo capire che l’Europa occidentale deve essere fermata». Ed ecco le parole più inquietanti tra tutte: «Dimenticate la sciocchezza che una guerra nucleare non può essere vinta. Una guerra nucleare può essere vinta. Ma Dio non voglia che ciò accada, perché sarebbe un peccato grave. Tuttavia, se non riusciamo a fermare un’Europa impazzita, sarà un peccato mortale, imperdonabile sia per il nostro popolo sia per tutta l’umanità».
Personalmente non penso di poterci permettere il lusso di ignorare queste parole come fossero di un visionario, e forse pazzo. Non smetterò mai di rammentare che alla domanda di un giornalista che gli chiedeva se non temesse che una eventuale guerra nucleare avrebbe distrutto il pianeta, Vladimir Putin rispondeva che «alla Russia non interessa un pianeta senza la Russia». Ora i russi sembrano essersi convinti di trovarsi, come già nel passato, minacciati da una Terza grande guerra. Che va impedita, se non addirittura interrotta (perché c’è anche chi ritiene che sia già iniziata), a ogni costo. Se comincia a farsi breccia la convinzione di aver esitato per quattro anni (se non, addirittura, dal 2014), la questione di chi avrà iniziato sarà solo pura speculazione accademica: i continui attacchi di droni nel territorio russo (o anche «ormai» russo) non sono sopportabili all’infinito, e un attacco nucleare mirato potrebbe essere preso in più seria considerazione, come il consulente del Cremlino Karaganov sembra suggerire.
Insomma, mi pare alto il rischio che, oltre a Hiroshima e Nagasaki, possa aggiungersi un terzo nome associato alle funeste esplosioni nucleari. E, anche stavolta, sarebbe nel nome di un superiore interesse di pace. I diretti interessati avanzano minacce contro non meglio specificate località in Ue, forse quelle dove i russi credono si fabbricano i droni sparati contro la Russia. In ogni caso, Hiroshima e Nagasaki ci sono state, ed entrambe furono accuratamente scelte (anche se la seconda fu una scelta di ripiego). Avremmo tutti i motivi per credere che, anche per il caso in parola, la scelta sia stata già fatta. Per non saperla mai avremmo una sola cosa da fare: issare bandiera bianca e far la pace con la Russia prima ancora che cominci la vera guerra.
Nella basilica di Santa Giustina a Padova le esequie del pilota e atleta paralimpico bolognese scomparso il 1°maggio, grande esempio per tutti di forza e resilienza. Le toccanti parole del figlio Niccolò, l'omaggio al feretro all'esterno della chiesa.
La minaccia di Donald Trump di alzare i dazi sulle auto europee al 25% mette in evidenza ancora una volta le divisioni e la debolezza dell’Unione europea. La reazione a Bruxelles è fatta da una parte di richieste rodomontesche di contro-dazi immediati, dall’altra di incongrui richiami alla calma e al dialogo. Il nodo vero, cioè il fatto che l’Unione europea non ha ancora ratificato un accordo commerciale raggiunto mesi fa e considerato chiuso dalla controparte americana, resta aperto. L’intesa di Turnberry, negoziata la scorsa estate, avrebbe dovuto stabilizzare i rapporti commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, ma si è trasformata in un processo incompiuto perché il Parlamento europeo e una parte degli Stati membri hanno deciso di intervenire con nuove condizioni, clausole di salvaguardia e limiti temporali che di fatto riaprono il contenuto dell’accordo.
Questo ritardo è diventato il principale elemento di frizione e spiega la scelta americana di alzare il livello dello scontro. Persino il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo ha detto in modo esplicito in una intervista televisiva: «Diciamo solo che (Trump ndr) sta perdendo la pazienza perché lo scorso agosto abbiamo raggiunto un accordo doganale con gli Stati Uniti. Da parte europea continuano a essere formulate nuove condizioni, e noi non abbiamo ancora firmato». Una critica del cancelliere al Parlamento europeo e una presa di posizione che sposta il focus della responsabilità, mettendo in difficoltà la narrazione più diffusa nel dibattito europeo, dove si tende a presentare le mosse di Trump a cavallo tra il lunatico e il dissociato.
Il Parlamento europeo rivendica però un ruolo pieno e cerca di frenare una ratifica considerata troppo rapida. Il presidente della Commissione commercio Bernd Lange, vecchia volpe socialdemocratica, ha chiarito che l’assemblea intende esercitare fino in fondo le proprie prerogative e che senza adeguate clausole di salvaguardia non esiste una maggioranza favorevole all’accordo.
Lange difende il diritto del Parlamento di intervenire sul testo e di condizionarlo politicamente, sottolineando che il voto finale dipenderà dalla presenza di garanzie sufficienti per l’industria europea. Questa posizione conferma che il processo decisionale europeo resta aperto e che i tempi di ratifica non sono sotto controllo. Conferma anche che da una parte vi sono gli Stati, che rispondono politicamente ad un elettorato e ne sentono la pressione, dall’altra una Commissione politicamente irresponsabile che prima chiude un accordo, poi si accorge che non c’è una maggioranza parlamentare per la ratifica. Un disastro istituzionale al limite del ridicolo. Le preoccupazioni dell’industria emergono con chiarezza nelle dichiarazioni di ieri dell’associazione dei costruttori europei, Acea, che si dice preoccupata per il ritardo nell’attuazione dell’accordo e invita le istituzioni europee a concludere i negoziati il più rapidamente possibile. Nel 2025 l’Unione ha esportato negli Stati Uniti circa 670.000 veicoli per un valore di 31 miliardi di euro, con una quota pari al 18,4% dell’export complessivo.
Il confronto tra Usa e Ue prosegue oggi a Parigi, dove il commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic incontra il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer alla vigilia del G7 commercio. L’incontro rappresenta un tentativo di riprendere il dialogo in una fase in cui le tensioni sono tornate a salire, ma comunque il pallino è ancora in mano al Parlamento europeo. La Commissione dice che tutte le opzioni restano sul tavolo, compresi gli inutili contro-dazi, ma il nodo resta quello della tempistica e della reale capacità di tradurre l’accordo politico in un atto formale.
L’elemento più indicativo dello sbandamento europeo, però, riguarda il comportamento della Germania. Il rappresentante americano Greer ha dichiarato di essere in contatto non solo con funzionari dell’Ue ma anche con interlocutori tedeschi, confermando che esiste un canale diretto tra Berlino e Washington su un dossier che formalmente dovrebbe essere gestito a livello unionale. Questa rivelazione, che forse non piacerà ai tedeschi, pescati con le mani nella marmellata, contrasta con la narrativa europeista, secondo cui le trattative commerciali devono essere condotte esclusivamente dalle istituzioni dell’Unione e non possono essere oggetto di iniziative bilaterali da parte dei singoli Stati.
La realtà è diversa e mostra una dinamica lievemente più concreta, anche perché il caso attuale è diverso da quello delineato dagli articoli 207 e 218 del Trattato sul funzionamento dell’Ue. Lì si parla di accordi commerciali, non dell’essere oggetto di dazi altrui, come è il caso attuale. La Germania non esita a muoversi in modo autonomo quando sono in gioco i suoi interessi e mantiene un dialogo diretto con gli Stati Uniti per difendere il proprio settore automobilistico, che è il più esposto alle eventuali misure sui dazi.
Di nuovo, siamo di fronte alla distanza tra la ingenua rappresentazione dell’Unione europea come soggetto unitario e la realtà di un sistema in cui vige la logica del più forte. Il che dovrebbe suscitare in qualcuno la seguente semplice domanda: se è vero che l’Ue tratta per tutti, di cosa parlano i tedeschi con gli americani?
«Per me è importante affrontare ancora una volta oggi il tema della tassa sugli extraprofitti. So che attualmente a Bruxelles non ci sono maggioranze a favore, ma proprio qui vale la pena insistere». Le parole del ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil riaprono un tema che ciclicamente torna al centro del dibattito europeo: la tassazione degli extraprofitti. In un contesto segnato da tensioni geopolitiche e rialzi dei prezzi energetici, l’idea di colpire i guadagni «eccezionali» delle imprese - in particolare quelle energetiche - torna a essere vista come uno strumento di equità e di politica economica.
Ma cosa sono, in concreto, gli extraprofitti? In termini tecnici, si tratta di utili che eccedono quelli considerati «normali o attesi in condizioni di mercato stabili». Derivano quindi da fattori esterni straordinari: crisi geopolitiche, shock sui prezzi delle materie prime, squilibri tra domanda e offerta. Nel caso attuale, l’aumento del prezzo del petrolio legato alle tensioni in Medio Oriente ha generato margini molto più elevati per alcune società energetiche.
È proprio questo elemento che alimenta la proposta politica: se una parte delle imprese beneficia in modo significativo di una crisi che invece impoverisce famiglie e imprese, allora - secondo diversi governi europei - è legittimo chiedere un contributo straordinario. L’idea non è nuova. Già nel 2022, durante la crisi energetica successiva alla guerra in Ucraina, l’Unione europea introdusse un «contributo di solidarietà» temporaneo sugli utili delle compagnie fossili.
Oggi, cinque Paesi - tra cui l’Italia guidata dal ministro Giancarlo Giorgetti, insieme a Spagna, Austria, Portogallo e Germania - chiedono di replicare o aggiornare quel meccanismo. Nella lettera inviata al commissario europeo Wopke Hoekstra, si sottolinea come una misura coordinata a livello Ue avrebbe un duplice obiettivo: da un lato finanziare interventi di sostegno per famiglie e imprese colpite dall’aumento dei prezzi, dall’altro evitare distorsioni.
Il punto chiave è proprio la definizione della base imponibile. Tassare gli extraprofitti non significa colpire indistintamente tutti gli utili, ma isolare la quota eccedente rispetto a una media storica o a un rendimento «normale». Questo richiede criteri tecnici complessi: quali anni prendere come riferimento? Come evitare che le imprese spostino utili tra giurisdizioni? Come includere i profitti realizzati all’estero da multinazionali energetiche?
Dal lato dei sostenitori, il principio è quello della redistribuzione in condizioni eccezionali. Secondo Klingbeil, è «ingiusto» che alcune grandi aziende traggano vantaggio da una crisi che pesa sulla collettività: da qui l’idea che debbano contribuire a coprirne i costi. Anche Paesi come Spagna e Portogallo condividono questa impostazione, vedendo nella misura uno strumento per contenere l’inflazione senza aumentare il debito pubblico.
Le critiche, tuttavia, sono altrettanto strutturate. Associazioni industriali e parte del mondo politico temono effetti distorsivi: una tassazione percepita come arbitraria può ridurre gli investimenti, aumentare l’incertezza regolatoria e, nel caso del settore energetico, incidere sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Il rischio, in altre parole, è che una misura nata come temporanea diventi un precedente permanente, alterando gli incentivi di mercato.
Il nodo, quindi, non è solo politico ma profondamente economico: bilanciare equità ed efficienza. Una tassa sugli extraprofitti può essere giustificata in presenza di rendite inattese e non meritocratiche, ma richiede precisione tecnica e credibilità istituzionale per evitare di trasformarsi in un semplice prelievo aggiuntivo sugli utili.
In questo senso, la partita si gioca tutta a Bruxelles. Senza una base giuridica comune e criteri uniformi, il rischio di frammentazione resta elevato.
Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto, ex presidente della Regione, è stato il primo, quando si è affacciata questa polemica tra il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, a dire «nessuno tocchi Buttafuoco, l’indipendenza dell’arte va salvaguardata e la stessa arte è un ponte tra i popoli».
Perché questa posizione così netta?
«Io parto dal presupposto che la Biennale è la piattaforma culturale più grande al mondo. Quest’anno ha 99 Paesi presenti e non deve conoscere censura. Un esempio? La giuria che si inventa che lo Stato di Israele e la Russia non possono partecipare ai concorsi e quindi alle premiazioni. Ma dove sta scritta questa roba? Le sensibilità personali vanno rispettate, ma non hanno nulla a che vedere con un regolamento molto chiaro, che prevede che chi partecipa è anche in concorso e quindi viene valutato dalla giuria. Hemingway, che ha vissuto e scritto libri in laguna veneta, diceva che la guerra è il luogo nel quale gli uomini peggiori mandano a morire gli uomini migliori. Io penso che tra gli artisti, gli intellettuali e i cittadini ci siano gli uomini migliori. Venezia è una piattaforma per la pace, tra l’altro è una repubblica che in 1.200 anni di storia non è mai stata guerrafondaia. Siamo inclusivi, abbiamo ancora adesso il Fondaco dei turchi, quello dei tedeschi, il ghetto più antico del mondo. Venezia è sempre stata un rifugio per tutti. È chiaro che far partecipare la Russia, che ha il suo padiglione di proprietà dal 1914, come molti altri Paesi, non significa aver deciso che la Russia ha ragione e l’Ucraina no. Per noi la Russia resta l’aggressore e l’Ucraina l’aggredita. Noi non diamo patenti, immunità, né santifichiamo nessuno».
Intanto però anche la Commissione Ue si è messa di traverso minacciando di ritirare il contributo di 2 milioni di euro…
«Una vergogna. Sembra che l’unico problema che c’è in Europa sia quello di rompere le… (qui Zaia si autocensura, tanto per stare in tema, nda) vabbè diciamo di minacciare la Biennale sui fondi. Allora: punto primo, l’Europa ha problemi ben più grandi di stare qui a discutere su quattro opere che verranno esposte nel padiglione russo. Punto secondo: io sono europeista convinto, ma finiamola con questa ipocrisia di far credere ai cittadini che l’Europa è la madre benevola che tira fuori i soldi dal suo forziere personale e li distribuisce agli Stati membri. Quei soldi lì sono soldi degli Stati membri, versati da noi per ridistribuirli!»
Volendo anche entrare sul piano politico, nel momento in cui Trump parla per un’ora e mezza al telefono con Putin, l’Europa resta ferma su queste posizioni…
«Per come la vedo io c’è un tavolo dove si gioca sul serio, poi c’è l’Europa che gioca a Monopoli, con tutto il rispetto per il Monopoli. L’Europa è il mercato più florido e più ricco al mondo, 430 milioni di abitanti, ma non ha lo standing di americani, cinesi e delle altre grandi potenze. L’Europa vive un complesso di inferiorità. Mentre sta lì a far le pulci alla Biennale, Trump ha tolto i dazi a Mosca e parla con la Russia. Aggiungo anche che Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, secondo me intelligentemente, ha detto che forse varrebbe la pena togliere i dazi sul gas russo, mentre noi stiamo qui a discutere dell’apertura di uno dei 99 padiglioni della Biennale».
Tra l’altro, nel momento in cui si nomina al vertice della Biennale un intellettuale come Buttafuoco, non puoi pensare di dirgli cosa fare e cosa non fare. Non le pare?
«Io non entro in queste diatribe, dico che l’esperimento che la Meloni ha fatto con Buttafuoco è riuscito. Ha portato un intellettuale di destra a Venezia, in un contesto particolare, abbiamo visto cosa è successo con Beatrice Venezi, e lui è apprezzato da tutti, da destra a sinistra: questo è un successo della Meloni. Chi avrebbe azzardato una nomina così marcatamente orientata ideologicamente? Buttafuoco oggi ha dimostrato di agire come un buon padre di famiglia. Io sono un inguaribile ottimista, spero che Buttafuoco e Giuli si stringano la mano alla Biennale, perché le tensioni non servono a nessuno, chiudendo velocemente questo dibattito».
Sono stati inviati addirittura degli ispettori del ministero, ma cosa dovevano trovare?
«L’ispezione dipende sempre dal mandato che hanno gli ispettori. Possono andare per chiudere la partita o infiammarla ancora di più. Penso che se Biennale e ministero tornano a dialogare non ce n’è per nessuno».
A proposito di dialogo, l’ha contattata addirittura Nadezhda Tolokonnikova, la leader delle Pussy Riot, il collettivo punk-femminista russo, chiedendo un confronto sul tema del ritorno della Russia alla manifestazione. Che farà? La incontrerà?
«Mi hanno contattato, chiedendo di essere ricevute. Ho detto loro che non ho competenze sulla Biennale, però ho parlato con Buttafuoco, che troverà una soluzione anche per loro! Ma poi tutta questa gente che si indigna, perché non si è indignata quando i russi hanno partecipato alle Paralimpiadi? Hanno fatto bene a invitarli. Le censure? Ci sono 60 focolai di guerra, nel mondo. Tra i 99 Paesi presenti alla Biennale, ci sono democrazie supermature, Paesi in via di democratizzazione, altri con modelli gestionali discutibili, e Paesi che hanno responsabilità in questi 60 conflitti. Cosa facciamo? È come se negli anni della guerra civile spagnola avessimo vietato alla Spagna di esporre a livello internazionale, magari, Guernica di Picasso perché c’era la dittatura».
Per concludere, lei ha messo su un podcast di successo, Il Fienile…
«Il podcast è seguitissimo! Va benissimo! Lo facciamo in un fienile, in un campo di 50 ettari che è la sublimazione della positività. È una start up di imprese, ci sono tantissimi giovani. Sono incontri con personaggi iconici che tra le balle di fieno raccontano storie con positività. Andando a finire anche nei miei social, una piattaforma che garantisce oltre 80 milioni di visualizzazioni al mese. È una esperienza molto bella, che mi riempie di soddisfazione».

