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2020-11-21
La maggioranza tenta l’agguato in manovra al federalismo fiscale. Ma la Lega lo sventa
Massimo Garavaglia (Ansa)
Vittoria procedurale della Lega nella Commissione Bilancio della Camera, dopo una battaglia condotta da Massimo Garavaglia. Nelle pieghe della manovra, la maggioranza aveva provato a realizzare l'ennesimo blitz: il «delitto» era all'articolo 151. Ecco il testo: «Nelle more del riordino del sistema della fiscalità locale, al decreto legislativo 6 maggio 2011 n. 68, sono apportate le seguenti modificazioni: all'articolo 2, comma 1, la parola “2021", ovunque ricorre, è sostituita dalla seguente: “2022"». Traduzione: un rinvio. Qualcosa doveva avere finalmente attuazione tra poche settimane, e invece il governo proponeva di rinviare tutto di un altro anno. Ma di che stiamo parlando esattamente? La rubrica, cioè il titoletto dell'articolo 151, ci fa capire la materia del contendere: «Rinvio del federalismo fiscale». Dunque, quello stesso governo giallorosso che già tiene in ostaggio il tema dell'autonomia differenziata, aveva concepito un ulteriore rinvio di quei margini di federalismo fiscale che furono pensati nel 2009 e che poi, tra una dilazione e l'altra, erano già stati accantonati per undici anni. Così, nell'ufficio di presidenza della Commissione, la Lega ha dato battaglia. Già il governo ha presentato la manovra con quattro settimane di ritardo (avrebbe dovuto inviarla alle Camere il 20 ottobre): quanto meno - questo è il punto fatto valere da Garavaglia, che tiene a ringraziare per la sua correttezza il presidente della commissione, Fabio Melilli - adesso, per rimediare almeno in parte, i giallorossi devono espungere dalla finanziaria tutto ciò che non dovrebbe starci: per un verso le norme cosiddette ordinamentali (cioè quelle non finanziarie) e per altro verso quelle con effetto sulla dimensione locale e territoriale. È dunque maturato lo stralcio di alcune parti, tra cui l'articolo 151. Naturalmente, nulla esclude che il governo ci riprovi in un altro provvedimento (il Milleproroghe è il più indiziato), ma il primo round l'ha vinto l'opposizione. Tornando al merito, tutto nasce da una legge del 2009 (la numero 42), accompagnata da un decreto delegato (il 68 del 2011): la legge aveva per oggetto proprio il federalismo fiscale, e il successivo regolamento stabiliva che, per le regioni ordinarie, il federalismo fiscale sarebbe scattato - appunto - a partire dal 2013. Si trattava, in teoria, di un'autentica svolta all'insegna dell'autonomia e della responsabilizzazione fiscale dei territori: si assegnava alle Regioni autonomia di entrata (sia con tasse proprie sia con la compartecipazione ai tributi statali, contemporaneamente abolendo i trasferimenti dallo stato); si fissavano paletti per garantire unitarietà e armonia in tutta Italia (livelli essenziali di assistenza e prestazioni); si stabiliva un percorso di progressivo adeguamento ai mitici costi standard; e, in nome della solidarietà per i territori meno dinamici, si istituiva un fondo perequativo. A questo punto, dinanzi a norme scritte - per una volta - in modo così chiaro e inequivocabile, che strada rimaneva al legislatore centralista per impantanare tutto? Elementare, Watson: il rinvio. E così, anno dopo anno, la partenza dell'operazione (prevista, lo ripetiamo, per il 2013) è stata differita al 2017, poi al 2018, poi al 2019, poi al 2020, poi al 2021. E adesso? E adesso il tentativo del governo era di rinviare al 2022. Vedremo come finirà questa partita, ma intanto ci sono almeno due riflessioni da fare. La prima: è evidente che, se applicato davvero, il federalismo fiscale avrebbe portato a una piena responsabilizzazione regionale nella gestione economica, con immediate conseguenze in primo luogo rispetto ai trasporti e alla sanità. Per capirci: non ci sarebbe stato bisogno di commissari nazionali (alla Arcuri), di interventi da Roma, né le Regioni sarebbero state costrette a subire l'umiliazione di dover pietire e domandare al governo nazionale. Semmai, si sarebbe innescato un meccanismo di piena assunzione di responsabilità dei governatori, con relativa possibilità di giudizio da parte degli elettori. Caro governatore regionale, mi hai abbassato le tasse e mi hai garantito buoni servizi? Sì? Ti rivoto. No? Ti mando a casa. Seconda osservazione: dal punto di vista dei neocentralisti, ci vuole una bella faccia tosta a incolpare le Regioni delle difficoltà attuali, rese più evidenti dalla crisi del Covid. Costoro, i centralisti, accreditano l'idea che il federalismo sia già realizzato, e che i governatori abbiano pieni poteri, quando così non è. Morale: Roma con una mano tiene fermi i provvedimenti che darebbero alle Regioni poteri veri, e con l'altra incolpa di tutto i governatori. Peggio ancora: i giallorossi lanciano una campagna sulla necessità di «ricentralizzare» poteri e funzioni che sono tuttora nelle mani di Roma. Oltre al danno, anche la beffa.
«Spagna e Gran Bretagna chiudono? Qui a Gibilterra non si teme il Covid»
Mentre Spagna e Regno Unito applicano misure molto severe per limitare i contagi, a Gibilterra regna l'anarchia. Il piccolo territorio britannico d'oltremare nella penisola Iberica, appena sei chilometri quadrati d'estensione con poco più di 33.000 abitanti e un aeroporto la cui pista di atterraggio è attraversata dalla strada principale, rimane una delle destinazioni preferite dagli spagnoli che vogliono sfuggire alle restrizioni. Oltre che dai tanti turisti che ogni giorno attraversano il confine a La Línea de la Concepción, cittadina dell'Andalusia, per far rifornimento di liquori e sigarette senza dover pagare l'Iva. «La maggior parte gira senza mascherina», racconta Luca Mancinelli, 21 anni, che da due mesi lavora da Bruno's, bar ristorante inglese a dispetto del nome. «Solo in un paio di strade principali è obbligatoria ma anche lì non c'è polizia a controllare». Originario di Pescara, si è trasferito a Milano per studiare economia e management poi, dopo la prima ondata del Covid, ha pensato di «cambiar aria» e di trovarsi un lavoro alla Rocca, o el Peñón come viene chiamato il piccolo promontorio che sorveglia lo Stretto. «Tanto le lezioni si seguono online», spiega. Fa dunque parte dei 15.000 frontalieri che lavorano nell'ultima «colonia spagnola» in Europa, ma la cui sovranità Londra non ha mai accettato di condividere con Madrid. «Casa l'ho trovata in Spagna, perché gli affitti alla Rocca sono molto più cari», spiega Luca. «Dalla Línea in venti minuti a piedi, dieci in monopattino, arrivo sul posto di lavoro e non devo mettermi in attesa assieme agli automobilisti che vogliono entrare a far spesa o a bere con pochi soldi». Gibilterra cerca di sfuggire alla Brexit che entrerà in vigore il prossimo gennaio, pochi giorni fa è stato raggiunto l'accordo secondo il quale i frontalieri manterranno gli stessi diritti dei lavoratori dell'Unione europea. Il 96% dei residenti ha votato per il Remain al referendum sulla Brexit, però in altre due consultazioni (del 1967 e del 2002) avevano respinto una gestione condivisa con la Spagna. Vogliono rimanere sudditi di Elisabetta II, ma dalle restrizioni poste in atto nel Regno Unito prendono le distanze. Il lockdown nazionale imposto da Boris Johnson ha chiuso pub, bar, ristoranti e negozi non essenziali e ai cittadini è fortemente consigliato di rimanere a casa, mentre a Gibilterra i sudditi inglesi possono girare tranquillamente e andare in bar o ristoranti senza limitazioni di orario. «L'unica regola che viene osservata è quella di non servire alcolici dopo le 23», spiega Luca. Il mio locale ha un centinaio di posti, il fine settimana si riempiono tutti e chiudiamo anche all'una di notte». Per tornare a casa, percorrendo quei pochi chilometri, porta con sé un'autocertificazione in cui spiega che si muove per lavoro. In Spagna, infatti, dopo l'impennata dei contagi bar e ristoranti chiudono assieme ai negozi alle 18 e il coprifuoco inizia alle 22 fino alle 7 del mattino seguente. «Gli spagnoli vengono a bere nei nostri bar a partire dal primo pomeriggio e ripassano la frontiera prima delle 22». Poche mascherine, molti turisti mentre il resto della Spagna, come l'Italia, soffre perdite enormi. Eppure, malgrado le maggiori libertà, i contagi sono pochi. I dati aggiornati al 19 novembre segnalano 101 nuovi positivi, per un totale di 931 da inizio pandemia. I tamponi eseguiti sono stati 81.726 su 33.627 abitanti. Una dozzina i ricoverati, un solo paziente in terapia intensiva. Tre i morti in totale, tutti in questa seconda ondata: si trattava di ultranovantenni con più patologie. Chiedo a Luca se gli abbiano mai fatto il tampone da quando lavora nel ristorante. «No. Pensavo di fare il test perché ho trascorso le vacanze in Sardegna ma qui non lo chiedono. Nessuno sembra preoccupato».
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Salta il blitz del governo che avrebbe rinviato al 2022 la riforma Il pressing del Carroccio impone lo stralcio. Per il momentoParla Luca Mancinelli, lavoratore nell'enclave inglese: «Da noi non ci sono controlli».Lo speciale contiene due articoliVittoria procedurale della Lega nella Commissione Bilancio della Camera, dopo una battaglia condotta da Massimo Garavaglia. Nelle pieghe della manovra, la maggioranza aveva provato a realizzare l'ennesimo blitz: il «delitto» era all'articolo 151. Ecco il testo: «Nelle more del riordino del sistema della fiscalità locale, al decreto legislativo 6 maggio 2011 n. 68, sono apportate le seguenti modificazioni: all'articolo 2, comma 1, la parola “2021", ovunque ricorre, è sostituita dalla seguente: “2022"». Traduzione: un rinvio. Qualcosa doveva avere finalmente attuazione tra poche settimane, e invece il governo proponeva di rinviare tutto di un altro anno. Ma di che stiamo parlando esattamente? La rubrica, cioè il titoletto dell'articolo 151, ci fa capire la materia del contendere: «Rinvio del federalismo fiscale». Dunque, quello stesso governo giallorosso che già tiene in ostaggio il tema dell'autonomia differenziata, aveva concepito un ulteriore rinvio di quei margini di federalismo fiscale che furono pensati nel 2009 e che poi, tra una dilazione e l'altra, erano già stati accantonati per undici anni. Così, nell'ufficio di presidenza della Commissione, la Lega ha dato battaglia. Già il governo ha presentato la manovra con quattro settimane di ritardo (avrebbe dovuto inviarla alle Camere il 20 ottobre): quanto meno - questo è il punto fatto valere da Garavaglia, che tiene a ringraziare per la sua correttezza il presidente della commissione, Fabio Melilli - adesso, per rimediare almeno in parte, i giallorossi devono espungere dalla finanziaria tutto ciò che non dovrebbe starci: per un verso le norme cosiddette ordinamentali (cioè quelle non finanziarie) e per altro verso quelle con effetto sulla dimensione locale e territoriale. È dunque maturato lo stralcio di alcune parti, tra cui l'articolo 151. Naturalmente, nulla esclude che il governo ci riprovi in un altro provvedimento (il Milleproroghe è il più indiziato), ma il primo round l'ha vinto l'opposizione. Tornando al merito, tutto nasce da una legge del 2009 (la numero 42), accompagnata da un decreto delegato (il 68 del 2011): la legge aveva per oggetto proprio il federalismo fiscale, e il successivo regolamento stabiliva che, per le regioni ordinarie, il federalismo fiscale sarebbe scattato - appunto - a partire dal 2013. Si trattava, in teoria, di un'autentica svolta all'insegna dell'autonomia e della responsabilizzazione fiscale dei territori: si assegnava alle Regioni autonomia di entrata (sia con tasse proprie sia con la compartecipazione ai tributi statali, contemporaneamente abolendo i trasferimenti dallo stato); si fissavano paletti per garantire unitarietà e armonia in tutta Italia (livelli essenziali di assistenza e prestazioni); si stabiliva un percorso di progressivo adeguamento ai mitici costi standard; e, in nome della solidarietà per i territori meno dinamici, si istituiva un fondo perequativo. A questo punto, dinanzi a norme scritte - per una volta - in modo così chiaro e inequivocabile, che strada rimaneva al legislatore centralista per impantanare tutto? Elementare, Watson: il rinvio. E così, anno dopo anno, la partenza dell'operazione (prevista, lo ripetiamo, per il 2013) è stata differita al 2017, poi al 2018, poi al 2019, poi al 2020, poi al 2021. E adesso? E adesso il tentativo del governo era di rinviare al 2022. Vedremo come finirà questa partita, ma intanto ci sono almeno due riflessioni da fare. La prima: è evidente che, se applicato davvero, il federalismo fiscale avrebbe portato a una piena responsabilizzazione regionale nella gestione economica, con immediate conseguenze in primo luogo rispetto ai trasporti e alla sanità. Per capirci: non ci sarebbe stato bisogno di commissari nazionali (alla Arcuri), di interventi da Roma, né le Regioni sarebbero state costrette a subire l'umiliazione di dover pietire e domandare al governo nazionale. Semmai, si sarebbe innescato un meccanismo di piena assunzione di responsabilità dei governatori, con relativa possibilità di giudizio da parte degli elettori. Caro governatore regionale, mi hai abbassato le tasse e mi hai garantito buoni servizi? Sì? Ti rivoto. No? Ti mando a casa. Seconda osservazione: dal punto di vista dei neocentralisti, ci vuole una bella faccia tosta a incolpare le Regioni delle difficoltà attuali, rese più evidenti dalla crisi del Covid. Costoro, i centralisti, accreditano l'idea che il federalismo sia già realizzato, e che i governatori abbiano pieni poteri, quando così non è. Morale: Roma con una mano tiene fermi i provvedimenti che darebbero alle Regioni poteri veri, e con l'altra incolpa di tutto i governatori. Peggio ancora: i giallorossi lanciano una campagna sulla necessità di «ricentralizzare» poteri e funzioni che sono tuttora nelle mani di Roma. Oltre al danno, anche la beffa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-maggioranza-tenta-lagguato-in-manovra-al-federalismo-fiscale-ma-la-lega-lo-sventa-2648997332.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spagna-e-gran-bretagna-chiudono-qui-a-gibilterra-non-si-teme-il-covid" data-post-id="2648997332" data-published-at="1605909335" data-use-pagination="False"> «Spagna e Gran Bretagna chiudono? Qui a Gibilterra non si teme il Covid» Mentre Spagna e Regno Unito applicano misure molto severe per limitare i contagi, a Gibilterra regna l'anarchia. Il piccolo territorio britannico d'oltremare nella penisola Iberica, appena sei chilometri quadrati d'estensione con poco più di 33.000 abitanti e un aeroporto la cui pista di atterraggio è attraversata dalla strada principale, rimane una delle destinazioni preferite dagli spagnoli che vogliono sfuggire alle restrizioni. Oltre che dai tanti turisti che ogni giorno attraversano il confine a La Línea de la Concepción, cittadina dell'Andalusia, per far rifornimento di liquori e sigarette senza dover pagare l'Iva. «La maggior parte gira senza mascherina», racconta Luca Mancinelli, 21 anni, che da due mesi lavora da Bruno's, bar ristorante inglese a dispetto del nome. «Solo in un paio di strade principali è obbligatoria ma anche lì non c'è polizia a controllare». Originario di Pescara, si è trasferito a Milano per studiare economia e management poi, dopo la prima ondata del Covid, ha pensato di «cambiar aria» e di trovarsi un lavoro alla Rocca, o el Peñón come viene chiamato il piccolo promontorio che sorveglia lo Stretto. «Tanto le lezioni si seguono online», spiega. Fa dunque parte dei 15.000 frontalieri che lavorano nell'ultima «colonia spagnola» in Europa, ma la cui sovranità Londra non ha mai accettato di condividere con Madrid. «Casa l'ho trovata in Spagna, perché gli affitti alla Rocca sono molto più cari», spiega Luca. «Dalla Línea in venti minuti a piedi, dieci in monopattino, arrivo sul posto di lavoro e non devo mettermi in attesa assieme agli automobilisti che vogliono entrare a far spesa o a bere con pochi soldi». Gibilterra cerca di sfuggire alla Brexit che entrerà in vigore il prossimo gennaio, pochi giorni fa è stato raggiunto l'accordo secondo il quale i frontalieri manterranno gli stessi diritti dei lavoratori dell'Unione europea. Il 96% dei residenti ha votato per il Remain al referendum sulla Brexit, però in altre due consultazioni (del 1967 e del 2002) avevano respinto una gestione condivisa con la Spagna. Vogliono rimanere sudditi di Elisabetta II, ma dalle restrizioni poste in atto nel Regno Unito prendono le distanze. Il lockdown nazionale imposto da Boris Johnson ha chiuso pub, bar, ristoranti e negozi non essenziali e ai cittadini è fortemente consigliato di rimanere a casa, mentre a Gibilterra i sudditi inglesi possono girare tranquillamente e andare in bar o ristoranti senza limitazioni di orario. «L'unica regola che viene osservata è quella di non servire alcolici dopo le 23», spiega Luca. Il mio locale ha un centinaio di posti, il fine settimana si riempiono tutti e chiudiamo anche all'una di notte». Per tornare a casa, percorrendo quei pochi chilometri, porta con sé un'autocertificazione in cui spiega che si muove per lavoro. In Spagna, infatti, dopo l'impennata dei contagi bar e ristoranti chiudono assieme ai negozi alle 18 e il coprifuoco inizia alle 22 fino alle 7 del mattino seguente. «Gli spagnoli vengono a bere nei nostri bar a partire dal primo pomeriggio e ripassano la frontiera prima delle 22». Poche mascherine, molti turisti mentre il resto della Spagna, come l'Italia, soffre perdite enormi. Eppure, malgrado le maggiori libertà, i contagi sono pochi. I dati aggiornati al 19 novembre segnalano 101 nuovi positivi, per un totale di 931 da inizio pandemia. I tamponi eseguiti sono stati 81.726 su 33.627 abitanti. Una dozzina i ricoverati, un solo paziente in terapia intensiva. Tre i morti in totale, tutti in questa seconda ondata: si trattava di ultranovantenni con più patologie. Chiedo a Luca se gli abbiano mai fatto il tampone da quando lavora nel ristorante. «No. Pensavo di fare il test perché ho trascorso le vacanze in Sardegna ma qui non lo chiedono. Nessuno sembra preoccupato».
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
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Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
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Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
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