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2022-01-29
La Lucania è un Klondike gastronomico
Peperoni cruschi (IStock)
Come accennato nella puntata precedente scorrere le pagine del nuovo libro Confesso che ho mangiato del Goethe Gastronauta, alias Davide Paolini, porta alla scoperta di prodotti che, altrimenti, resterebbero nelle loro nicchie di storie e sapori, ma di indiscutibile eccellenza. Nella piccola Lucania ci eravamo lasciati con le melanzane rosse, e che dire del peperone di Senise, piccolo borgo di poco più di 7.000 anime immerse nelle bellezze del parco nazionale del Pollino, il più esteso d’Italia. Un gemello diverso del peperone classico a tutti conosciuto, in quanto non è piccante, ma dotato di aromi intensi, tanto da essere anche chiamato «zafaran», rimando al più blasonato zafferano che pure viene coltivato in queste vallate. Giunto con gli Aragonesi dalle natie Antille si è ben presto acclimatato nella sua nuova patria. Ne esistono tre tipologie, appuntito, a tronco e ad uncino. Una nota identitaria di queste terre in quanto, nei piccoli borghi si possono vedere le «serta di puparuli», sorta di collane di un rosso intenso, ovvero messe ad essiccare all’ombra delle case, tanto da «essere un tutt’uno con l’architettura del posto». «Collane» che richiedono una «abilità ed esperienza tutta femminile, frutto di lunga tradizione», come testimonia Roberto Caravaggi. Altra nota che le rende uniche. Per capire se sono arrivate al punto giusto di essicazione vanno leggermente scosse. Semaforo verde quando «suonano», ovvero emettono uno schiocco caratteristico. Peperone che, durante la sua essicazione, non va mai lavato, ma pulito dalla polvere con un panno asciutto. Va macinato in polvere «zafaran p’sat». Ne deriva un condimento molto aromatico dalle proprietà conservanti, tanto da essere tradizionalmente usato nella preparazione degli insaccati, su tutti il salame pezzente. Peperone «crusco», cioè croccante, che può anche essere consumato intero, fritto nell’olio in padella. Uno spettacolo vederne la trasformazione. Da grinzoso si gonfia e si colora di amaranto. Croccante ed inebriante poi al consumo. Negli ultimi anni da prodotto di stretta tradizione locale è diventato anche golosa pepita ricercata dai pellegrini del gusto. È stato salvato, anni fa, da agricoltori che si sono presi cura di lui. Le coltivazioni stavano per essere smantellate per la costruzione di una diga. Seminate e coltivate pochi campi più in là, in piena sicurezza. Altra ricchezza delle piccole Dolomiti lucane (così vengono chiamate le cime appenniniche da queste parti) il canestrato di Moliterno, nella val d’Agri, uno dei più antichi formaggi italiani. Orgoglio identitario di uno storico borgo di neanche quattromila residenti. L’etimo dal latino mulcternum «luogo dove si munge e si fa coagulare il latte». Questo avveniva nei fondachi, magazzini seminterrati dei palazzi nobiliari del tempo. Un formaggio versatile, a seconda dei pascoli. In estate, più vicini al mare, dai sentori più grassi. In inverno, con i pascoli dell’entroterra, meno grasso e più aromatico. Dal XVIII secolo diventa un’attività a sostegno dell’economia locale, poiché, come ha scritto a suo tempo Giuseppe Bianculli, docente accademico, «il merito è della qualità dell’aria, ricca di particolari germi che agiscono sulla fermentazione del formaggio». La controprova che le stesse maestranze femminili, di riconosciuta esperienza, una volta esportate per la lavorazione a valle, non erano in grado di realizzare lo stesso prodotto. Una testimonianza viva di transumanze senza se e senza ma, con Moliterno caput mundi per produzione e affinamento, come ben descritto tempo addietro dal padre Daniele Murno, un francescano in missione permanente sulle Dolomiti lucane: «Lunghe carovane di muli, da Moliterno, nel periodo invernale e primaverile, scendono alle marine in cerca del prezioso carico del pecorino fresco. Il loro viaggio dura dai quattro ai sei giorni, fra andata e ritorno, con innumerevoli insidie tese dagli uomini e dalla natura, oltre il pericolo della malaria». Quando si dice tenacia e resistenza umana, legate al territorio. In compenso il canestrato lucano è un prodotto ambito e ricercato anche oltreoceano, negli Usa, e non solo dai nipoti dei migranti del secolo scorso. Molto curiosa la procedura. Dopo una prima maturazione le forme venivano lavate con acqua e ripulite con un mazzetto di erba ruvida, il «vrungo», calate nelle fuscelle di vimini che gli danno il caratteristico aspetto, salate e, poi, levigate con pietra pomice per eliminare le parti ruvide. Pezzature importanti, che possono arrivare anche a otto chili. Un misto ovi caprino, con le capre locali molto produttive, mentre la pecora gentile di Lucania è un incrocio «di necessità» avvenuto nel XV secolo, per ottenere lana (dalla merinos spagnola) e carne (la pecora locale). Una razza, quindi, fonte di multiformi ricchezze. Scarsa produttrice di latte, ma di ottima qualità. Canestrato eclettico in cucina. Le forme giovani ottime in insalata con le mele della val d’Agri. A media stagionatura ottimo con i cavuzuni, ravioli con ricotta e ragù o i ferricelli, pasta modellata con un ferretto, condita con mollica di pane e peperoni cruschi. Con stagionature ancora più mature, oltre i 12 mesi, accompagna di golosa grattugia i trisciddi, sorta di orecchiette con ragù di maiale e pomodoro. Scendendo sulla costa calabra incrociamo il caviale di Crucoli, un paesino di neanche tremila abitanti. Qui la pepita golosa sono i piccoli avannotti delle sardine, marinati con peperoncino piccante e semi di finocchio selvatico. Un’autentica goduria spalmata su crostini di pane. Ogni famiglia depositaria della sua ricetta, frutto di sapiente memoria orale. È una sorta di versione marina della più nota ’nduja suina, roba da palati palestrati. Anche qui la lavorazione testimonianza di riti ancestrali. I piccoli avannotti lavati su ripiani di marmo, messi in salamoia nei terzaruli, appositi recipienti di terracotta. Sul fondo il peperoncino, le neonate aromatizzate con finocchietto a strati alterni con il sale. Ci si dimentica del tutto per sei-sette mesi e dopo si pappa in libertà. Un ricettario variegato per questo «caviale» alla portata di tutti. Ingrediente di pizze e frittate, ma anche a farcire le pitte, morbide focaccine, assieme alla cipolla di Tropea. Non poteva mancare la versione tarocca dagli occhi a mandorla, ma basta osservare bene le etichette tipiche dei piccoli produttori artigiani per tutelarsi. È tempo di varcare il canale di Sicilia. Trinacria felix, di particolare fascino. Goethe Paolini, romagnolo verace, è sempre stato attratto dall’isola di Giovanni Verga e Luigi Pirandello, tanto da compiere, quando possibile, spedizioni mirate in questa terra che ha visto alternarsi, nei secoli, sette civiltà, a partire dai fenici. È un viaggio che porta a conoscere non solo dei prodotti, piccole Cenerentole solo perché nulla o poco conosciute al di fuori dei confini patri, ma anche autentici maestri dei fornelli, uno per tutti Carmelo Chiaramonte, di Modica, città del cioccolato, che si autodefinisce cuoco errante, posto che ha prestato il suo talento in varie cucine nella penisola, sempre con la memoria dalle salde radici patrie. Un personaggio che «punta ad una sintonia tra il nome della ricetta e quanto si va ad assaggiare». Ad esempio con gli arancini «vulcanici», detti così perché assemblati anche con il nero di seppia che ne dà un aspetto che rimanda alla lava dell’Etna. Oppure «un pezzo di cioccolato in barca» laddove troviamo contrasti di aromi e sapori che in bocca diventano armonici, ovvero ricci di mare crudi serviti con cioccolato al peperoncino. Ma non serve essere estrosi come Chiaramonte per il viaggiatore goloso in Sicilia, perché è la natura stessa ad essere culla, da sempre, di prodotti spesso fuori spartito dai canoni classici.
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Le ricchezze di questa terra vanno dal peperone crusco (rischiava di sparire) al formaggio canestrato, che cambia d’aroma in base agli spostamenti delle bestie fra litorale e montagna. E poi una chicca: il caviale di Crucoli, ossia una sorta di «’nduja marittima»Come accennato nella puntata precedente scorrere le pagine del nuovo libro Confesso che ho mangiato del Goethe Gastronauta, alias Davide Paolini, porta alla scoperta di prodotti che, altrimenti, resterebbero nelle loro nicchie di storie e sapori, ma di indiscutibile eccellenza. Nella piccola Lucania ci eravamo lasciati con le melanzane rosse, e che dire del peperone di Senise, piccolo borgo di poco più di 7.000 anime immerse nelle bellezze del parco nazionale del Pollino, il più esteso d’Italia. Un gemello diverso del peperone classico a tutti conosciuto, in quanto non è piccante, ma dotato di aromi intensi, tanto da essere anche chiamato «zafaran», rimando al più blasonato zafferano che pure viene coltivato in queste vallate. Giunto con gli Aragonesi dalle natie Antille si è ben presto acclimatato nella sua nuova patria. Ne esistono tre tipologie, appuntito, a tronco e ad uncino. Una nota identitaria di queste terre in quanto, nei piccoli borghi si possono vedere le «serta di puparuli», sorta di collane di un rosso intenso, ovvero messe ad essiccare all’ombra delle case, tanto da «essere un tutt’uno con l’architettura del posto». «Collane» che richiedono una «abilità ed esperienza tutta femminile, frutto di lunga tradizione», come testimonia Roberto Caravaggi. Altra nota che le rende uniche. Per capire se sono arrivate al punto giusto di essicazione vanno leggermente scosse. Semaforo verde quando «suonano», ovvero emettono uno schiocco caratteristico. Peperone che, durante la sua essicazione, non va mai lavato, ma pulito dalla polvere con un panno asciutto. Va macinato in polvere «zafaran p’sat». Ne deriva un condimento molto aromatico dalle proprietà conservanti, tanto da essere tradizionalmente usato nella preparazione degli insaccati, su tutti il salame pezzente. Peperone «crusco», cioè croccante, che può anche essere consumato intero, fritto nell’olio in padella. Uno spettacolo vederne la trasformazione. Da grinzoso si gonfia e si colora di amaranto. Croccante ed inebriante poi al consumo. Negli ultimi anni da prodotto di stretta tradizione locale è diventato anche golosa pepita ricercata dai pellegrini del gusto. È stato salvato, anni fa, da agricoltori che si sono presi cura di lui. Le coltivazioni stavano per essere smantellate per la costruzione di una diga. Seminate e coltivate pochi campi più in là, in piena sicurezza. Altra ricchezza delle piccole Dolomiti lucane (così vengono chiamate le cime appenniniche da queste parti) il canestrato di Moliterno, nella val d’Agri, uno dei più antichi formaggi italiani. Orgoglio identitario di uno storico borgo di neanche quattromila residenti. L’etimo dal latino mulcternum «luogo dove si munge e si fa coagulare il latte». Questo avveniva nei fondachi, magazzini seminterrati dei palazzi nobiliari del tempo. Un formaggio versatile, a seconda dei pascoli. In estate, più vicini al mare, dai sentori più grassi. In inverno, con i pascoli dell’entroterra, meno grasso e più aromatico. Dal XVIII secolo diventa un’attività a sostegno dell’economia locale, poiché, come ha scritto a suo tempo Giuseppe Bianculli, docente accademico, «il merito è della qualità dell’aria, ricca di particolari germi che agiscono sulla fermentazione del formaggio». La controprova che le stesse maestranze femminili, di riconosciuta esperienza, una volta esportate per la lavorazione a valle, non erano in grado di realizzare lo stesso prodotto. Una testimonianza viva di transumanze senza se e senza ma, con Moliterno caput mundi per produzione e affinamento, come ben descritto tempo addietro dal padre Daniele Murno, un francescano in missione permanente sulle Dolomiti lucane: «Lunghe carovane di muli, da Moliterno, nel periodo invernale e primaverile, scendono alle marine in cerca del prezioso carico del pecorino fresco. Il loro viaggio dura dai quattro ai sei giorni, fra andata e ritorno, con innumerevoli insidie tese dagli uomini e dalla natura, oltre il pericolo della malaria». Quando si dice tenacia e resistenza umana, legate al territorio. In compenso il canestrato lucano è un prodotto ambito e ricercato anche oltreoceano, negli Usa, e non solo dai nipoti dei migranti del secolo scorso. Molto curiosa la procedura. Dopo una prima maturazione le forme venivano lavate con acqua e ripulite con un mazzetto di erba ruvida, il «vrungo», calate nelle fuscelle di vimini che gli danno il caratteristico aspetto, salate e, poi, levigate con pietra pomice per eliminare le parti ruvide. Pezzature importanti, che possono arrivare anche a otto chili. Un misto ovi caprino, con le capre locali molto produttive, mentre la pecora gentile di Lucania è un incrocio «di necessità» avvenuto nel XV secolo, per ottenere lana (dalla merinos spagnola) e carne (la pecora locale). Una razza, quindi, fonte di multiformi ricchezze. Scarsa produttrice di latte, ma di ottima qualità. Canestrato eclettico in cucina. Le forme giovani ottime in insalata con le mele della val d’Agri. A media stagionatura ottimo con i cavuzuni, ravioli con ricotta e ragù o i ferricelli, pasta modellata con un ferretto, condita con mollica di pane e peperoni cruschi. Con stagionature ancora più mature, oltre i 12 mesi, accompagna di golosa grattugia i trisciddi, sorta di orecchiette con ragù di maiale e pomodoro. Scendendo sulla costa calabra incrociamo il caviale di Crucoli, un paesino di neanche tremila abitanti. Qui la pepita golosa sono i piccoli avannotti delle sardine, marinati con peperoncino piccante e semi di finocchio selvatico. Un’autentica goduria spalmata su crostini di pane. Ogni famiglia depositaria della sua ricetta, frutto di sapiente memoria orale. È una sorta di versione marina della più nota ’nduja suina, roba da palati palestrati. Anche qui la lavorazione testimonianza di riti ancestrali. I piccoli avannotti lavati su ripiani di marmo, messi in salamoia nei terzaruli, appositi recipienti di terracotta. Sul fondo il peperoncino, le neonate aromatizzate con finocchietto a strati alterni con il sale. Ci si dimentica del tutto per sei-sette mesi e dopo si pappa in libertà. Un ricettario variegato per questo «caviale» alla portata di tutti. Ingrediente di pizze e frittate, ma anche a farcire le pitte, morbide focaccine, assieme alla cipolla di Tropea. Non poteva mancare la versione tarocca dagli occhi a mandorla, ma basta osservare bene le etichette tipiche dei piccoli produttori artigiani per tutelarsi. È tempo di varcare il canale di Sicilia. Trinacria felix, di particolare fascino. Goethe Paolini, romagnolo verace, è sempre stato attratto dall’isola di Giovanni Verga e Luigi Pirandello, tanto da compiere, quando possibile, spedizioni mirate in questa terra che ha visto alternarsi, nei secoli, sette civiltà, a partire dai fenici. È un viaggio che porta a conoscere non solo dei prodotti, piccole Cenerentole solo perché nulla o poco conosciute al di fuori dei confini patri, ma anche autentici maestri dei fornelli, uno per tutti Carmelo Chiaramonte, di Modica, città del cioccolato, che si autodefinisce cuoco errante, posto che ha prestato il suo talento in varie cucine nella penisola, sempre con la memoria dalle salde radici patrie. Un personaggio che «punta ad una sintonia tra il nome della ricetta e quanto si va ad assaggiare». Ad esempio con gli arancini «vulcanici», detti così perché assemblati anche con il nero di seppia che ne dà un aspetto che rimanda alla lava dell’Etna. Oppure «un pezzo di cioccolato in barca» laddove troviamo contrasti di aromi e sapori che in bocca diventano armonici, ovvero ricci di mare crudi serviti con cioccolato al peperoncino. Ma non serve essere estrosi come Chiaramonte per il viaggiatore goloso in Sicilia, perché è la natura stessa ad essere culla, da sempre, di prodotti spesso fuori spartito dai canoni classici.
La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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Don Giussani (Ansa)
La sua non è stata una «pastorale», come si potrebbe dire oggi, ma una vocazione all’educazione e alla missione prorompente. E così è sempre stato considerato don Giussani, mettendo quasi più di lato, per non dire dietro, il suo pensiero filosofico e teologico.
Per questo potrebbe stupire la nascita di un Centro studi internazionale dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e liberazione. Da quel 1954 a oggi sono passati più di settant’anni, e fuori dalla sua comunità l’attenzione al pensiero di Giussani, capace di far nascere alcune generazioni di figli spirituali, non aveva mai avuto grande rilievo «accademico». Invece ora, ecco la nascita del Centro studi, tenuto a battesimo da un incontro presso il Centro Internazionale di CL a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11), che vede la partecipazione della professoressa Tracey Rowland (Università australiana Notre Dame) e del professor Michael Waldstein (Franciscan University di Steubenville in Ohio).
A moderare, il professor Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Bologna. «Don Giussani», spiega alla Verità il professor Maddalena, che del Centro sarà coordinatore, «interpretava il carisma di Comunione e liberazione come lo stupore profondo per l’incarnazione di Dio in Gesù e la commozione nel riconoscerne la presenza viva all’interno dell’amicizia cristiana, sia essa la Chiesa o la comunità incontrata. Da questo incontro scaturisce la capacità di giudicare ogni evento del mondo - passato, presente e futuro - valorizzando ogni aspetto dell’umano sotto la luce di Cristo. Qui si deve collocare anche quella spinta a far si che la fede diventasse cultura, si facesse così spazio nella vita di tutti i giorni per donare una testimonianza e una traccia sulle strade della vita e nelle piazze».
Anche questo non volersi far rinchiudere nelle sagrestie ha probabilmente reso meno potabile ai contemporanei, e non solo, l’azione e quindi il pensiero di don Giussani in ambito accademico. «Il termine centrale che Giussani utilizzerà per descrivere questa dinamica», continua Maddalena, è “esperienza”: il cristianesimo non viene inteso come un sistema di dottrine, ma come l’avvenimento di un incontro reale, analogo a quello dei primi discepoli». Un cammino, insomma, da percorrere insieme agli altri, coinvolgendo interamente la propria umanità - tra ragione e affezione - per verificarne l’attendibilità senza alcun pregiudizio.
In effetti, dopo aver ricevuto una solida formazione in quel di Venegono, Giussani non smette di «teologare» né di pensare, ma lo fa dentro un’esperienza in atto. È nel coinvolgimento della sua opera missionaria ed educativa che il sacerdote approfondisce e confronta il suo pensiero con la realtà per farne scaturire una modalità nuova di pensare l’ontologia, la gnoseologia e la metafisica, facendo emergere qui tutta la sua forza filosofica. Non un «nuovo pensiero» (il cardinale Angelo Scola lo definirà «sorgivo»), ma un modo nuovo di esprimerlo, spinto dal fuoco della sua missione. In altri termini, Giussani ripensa l’essere metafisico senza togliere nulla, né lo diluisce, ma lo riscopre. E forse è proprio ciò che meno è piaciuto a tanti suoi confratelli contemporanei, affascinati da filosofie moderne e che si allontanavano da quella filosofia perennis senza la quale anche la teologia tende a dissolversi.
Eppure quell’insistere sull’«esperienza» non aveva mancato di sollevare dubbi anche all’interno della Chiesa, come quando nel 1963 a fargli notare il rischio fu l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. «Il timore», dice il moderatore dell’incontro che inaugura il nuovo Centro studi, «era che l’enfasi sull’esperienza potesse condurre al soggettivismo, rendendo arduo distinguere la verità oggettiva dal semplice “sentire” o dai desideri momentanei. Don Giussani rispose a queste preoccupazioni chiarendo che la sua visione di esperienza non era affatto soggettiva, poiché si fonda sulla ragione e sull’affezione - ovvero il cuore - che poggiano su esigenze profonde di verità, giustizia, bellezza e felicità comuni a ogni essere umano. Inoltre, egli precisò che la verifica dell’esperienza non è un atto isolato, ma lega il giudizio personale al confronto con la proposta della tradizione della fede, evitando così che il giudizio diventi un mero arbitrio o un’espressione narcisistica. Proprio il mantenimento di questa rigorosa concezione di esperienza ha permesso a CL di vivere una stagione di straordinaria fecondità missionaria e culturale».
Oggi la nascita del Centro Studi internazionale potrebbe contribuire riaffermare anche a livello accademico il pensiero di Giussani, magari permettendogli di rinverdire la sua forza.
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Ansa
Il sospetto degli investigatori è che, nei 16 mesi sotto osservazione, abbia inciso direttamente sulle procedure di espulsione di 34 stranieri destinati all’espulsione su un totale di 64. Altri dieci immigrati, invece, si sarebbero ufficialmente rifiutati di sottoporsi alla visita medica, circostanza che di fatto ha impedito la valutazione sanitaria necessaria per stabilire l’idoneità alla detenzione amministrativa in un Cpr.
Ravenna era diventato un punto caldo della geografia italiana rispetto agli sbarchi: 25 dal dicembre 2022, tutti di navi Ong. E la città comincia a fare i conti con le espulsioni. A settembre 2024, ricostruisce il Corriere della Romagna, la stessa dottoressa aggiorna il conteggio: «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». In risposta dal medico No Cpr arriva l’emoticon col bicipite pompato. E quando i numeri cominciano a crescere, le risposte di Cocco sarebbero state: «Grande» o anche «gradissim*». È a quel punto che avrebbe svelato l’intento: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». La «cuenta» dei ribelli.
I pm della Procura di Ravenna, Daniele Barberini e Angela Scorza, hanno chiesto la sospensione per un anno per alcuni dei camici bianchi indagati. Le chat recuperate dagli investigatori raccontano un dialogo costante. Quasi due anni di contatti. Decine di pagine tra messaggi e intercettazioni ambientali sembrerebbero ricostruire una progressiva convergenza di intenti. All’inizio c’è un confronto. Che poi sarebbe diventato sostegno. E che si sarebbe trasformato infine in un’adesione alla campagna «No Cpr». Una traccia sarebbe rinvenibile nelle chat il 3 maggio del 2024. Una delle infettivologhe che nelle conversazioni, riporta il Corriere della Romagna, si definisce «anarchica e antagonista», condivide con i colleghi un articolo scritto proprio da Cocco sui rischi sanitari all’interno dei Cpr. Il messaggio che accompagna il link: «Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee». Da quel momento il passaparola prende velocità: «Noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr».
Secondo la ricostruzione investigativa, gli effetti non restano confinati alla discussione teorica. Si rifletterebbero anche nei numeri delle certificazioni mediche. A luglio 2024 una delle dottoresse scrive: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi». Nel corso del 2025, secondo quanto emergerebbe dalle conversazioni, il clima nel reparto sarebbe cambiato. Nelle chat sarebbe comparso un senso di appartenenza. Uno dei messaggi sembra descriverlo in modo netto: «Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura, ma la scelta è puramente etica». E torna il bilancio: «Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Infine l’invito alla compattezza: «La cosa importante è essere uniti e non succede nulla».
L’episodio che fa scattare l’allarme arriva nell’estate del 2024. È luglio. Un certificato medico attira l’attenzione degli agenti dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Il modulo utilizzato è un prestampato della Simm. E sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità. Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo diventa la prima crepa. Gli agenti entrano in ospedale. E in reparto comincia a diffondersi una certa preoccupazione. Una delle dottoresse scrive a una collega: «Ho un’urgenza. È arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale. Ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo». L’ipotesi di un’indagine prende forma. E nelle chat c’è chi prova a rassicurare. Un collega di Rimini interviene: «Va beh ci provano... e poi? Chi certifica sei tu, si attaccano». Ma la tensione cresce. E nella rete dei contatti viene chiamato in causa anche Cocco. La risposta che sarebbe arrivata è durissima. «Gli facciamo il c... a sti sbirri maledetti». Per lui, «i colleghi di Ravenna hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione». Ora bisognerà capire se è conforme alla legge.
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