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2022-01-29
La Lucania è un Klondike gastronomico
Peperoni cruschi (IStock)
Come accennato nella puntata precedente scorrere le pagine del nuovo libro Confesso che ho mangiato del Goethe Gastronauta, alias Davide Paolini, porta alla scoperta di prodotti che, altrimenti, resterebbero nelle loro nicchie di storie e sapori, ma di indiscutibile eccellenza. Nella piccola Lucania ci eravamo lasciati con le melanzane rosse, e che dire del peperone di Senise, piccolo borgo di poco più di 7.000 anime immerse nelle bellezze del parco nazionale del Pollino, il più esteso d’Italia. Un gemello diverso del peperone classico a tutti conosciuto, in quanto non è piccante, ma dotato di aromi intensi, tanto da essere anche chiamato «zafaran», rimando al più blasonato zafferano che pure viene coltivato in queste vallate. Giunto con gli Aragonesi dalle natie Antille si è ben presto acclimatato nella sua nuova patria. Ne esistono tre tipologie, appuntito, a tronco e ad uncino. Una nota identitaria di queste terre in quanto, nei piccoli borghi si possono vedere le «serta di puparuli», sorta di collane di un rosso intenso, ovvero messe ad essiccare all’ombra delle case, tanto da «essere un tutt’uno con l’architettura del posto». «Collane» che richiedono una «abilità ed esperienza tutta femminile, frutto di lunga tradizione», come testimonia Roberto Caravaggi. Altra nota che le rende uniche. Per capire se sono arrivate al punto giusto di essicazione vanno leggermente scosse. Semaforo verde quando «suonano», ovvero emettono uno schiocco caratteristico. Peperone che, durante la sua essicazione, non va mai lavato, ma pulito dalla polvere con un panno asciutto. Va macinato in polvere «zafaran p’sat». Ne deriva un condimento molto aromatico dalle proprietà conservanti, tanto da essere tradizionalmente usato nella preparazione degli insaccati, su tutti il salame pezzente. Peperone «crusco», cioè croccante, che può anche essere consumato intero, fritto nell’olio in padella. Uno spettacolo vederne la trasformazione. Da grinzoso si gonfia e si colora di amaranto. Croccante ed inebriante poi al consumo. Negli ultimi anni da prodotto di stretta tradizione locale è diventato anche golosa pepita ricercata dai pellegrini del gusto. È stato salvato, anni fa, da agricoltori che si sono presi cura di lui. Le coltivazioni stavano per essere smantellate per la costruzione di una diga. Seminate e coltivate pochi campi più in là, in piena sicurezza. Altra ricchezza delle piccole Dolomiti lucane (così vengono chiamate le cime appenniniche da queste parti) il canestrato di Moliterno, nella val d’Agri, uno dei più antichi formaggi italiani. Orgoglio identitario di uno storico borgo di neanche quattromila residenti. L’etimo dal latino mulcternum «luogo dove si munge e si fa coagulare il latte». Questo avveniva nei fondachi, magazzini seminterrati dei palazzi nobiliari del tempo. Un formaggio versatile, a seconda dei pascoli. In estate, più vicini al mare, dai sentori più grassi. In inverno, con i pascoli dell’entroterra, meno grasso e più aromatico. Dal XVIII secolo diventa un’attività a sostegno dell’economia locale, poiché, come ha scritto a suo tempo Giuseppe Bianculli, docente accademico, «il merito è della qualità dell’aria, ricca di particolari germi che agiscono sulla fermentazione del formaggio». La controprova che le stesse maestranze femminili, di riconosciuta esperienza, una volta esportate per la lavorazione a valle, non erano in grado di realizzare lo stesso prodotto. Una testimonianza viva di transumanze senza se e senza ma, con Moliterno caput mundi per produzione e affinamento, come ben descritto tempo addietro dal padre Daniele Murno, un francescano in missione permanente sulle Dolomiti lucane: «Lunghe carovane di muli, da Moliterno, nel periodo invernale e primaverile, scendono alle marine in cerca del prezioso carico del pecorino fresco. Il loro viaggio dura dai quattro ai sei giorni, fra andata e ritorno, con innumerevoli insidie tese dagli uomini e dalla natura, oltre il pericolo della malaria». Quando si dice tenacia e resistenza umana, legate al territorio. In compenso il canestrato lucano è un prodotto ambito e ricercato anche oltreoceano, negli Usa, e non solo dai nipoti dei migranti del secolo scorso. Molto curiosa la procedura. Dopo una prima maturazione le forme venivano lavate con acqua e ripulite con un mazzetto di erba ruvida, il «vrungo», calate nelle fuscelle di vimini che gli danno il caratteristico aspetto, salate e, poi, levigate con pietra pomice per eliminare le parti ruvide. Pezzature importanti, che possono arrivare anche a otto chili. Un misto ovi caprino, con le capre locali molto produttive, mentre la pecora gentile di Lucania è un incrocio «di necessità» avvenuto nel XV secolo, per ottenere lana (dalla merinos spagnola) e carne (la pecora locale). Una razza, quindi, fonte di multiformi ricchezze. Scarsa produttrice di latte, ma di ottima qualità. Canestrato eclettico in cucina. Le forme giovani ottime in insalata con le mele della val d’Agri. A media stagionatura ottimo con i cavuzuni, ravioli con ricotta e ragù o i ferricelli, pasta modellata con un ferretto, condita con mollica di pane e peperoni cruschi. Con stagionature ancora più mature, oltre i 12 mesi, accompagna di golosa grattugia i trisciddi, sorta di orecchiette con ragù di maiale e pomodoro. Scendendo sulla costa calabra incrociamo il caviale di Crucoli, un paesino di neanche tremila abitanti. Qui la pepita golosa sono i piccoli avannotti delle sardine, marinati con peperoncino piccante e semi di finocchio selvatico. Un’autentica goduria spalmata su crostini di pane. Ogni famiglia depositaria della sua ricetta, frutto di sapiente memoria orale. È una sorta di versione marina della più nota ’nduja suina, roba da palati palestrati. Anche qui la lavorazione testimonianza di riti ancestrali. I piccoli avannotti lavati su ripiani di marmo, messi in salamoia nei terzaruli, appositi recipienti di terracotta. Sul fondo il peperoncino, le neonate aromatizzate con finocchietto a strati alterni con il sale. Ci si dimentica del tutto per sei-sette mesi e dopo si pappa in libertà. Un ricettario variegato per questo «caviale» alla portata di tutti. Ingrediente di pizze e frittate, ma anche a farcire le pitte, morbide focaccine, assieme alla cipolla di Tropea. Non poteva mancare la versione tarocca dagli occhi a mandorla, ma basta osservare bene le etichette tipiche dei piccoli produttori artigiani per tutelarsi. È tempo di varcare il canale di Sicilia. Trinacria felix, di particolare fascino. Goethe Paolini, romagnolo verace, è sempre stato attratto dall’isola di Giovanni Verga e Luigi Pirandello, tanto da compiere, quando possibile, spedizioni mirate in questa terra che ha visto alternarsi, nei secoli, sette civiltà, a partire dai fenici. È un viaggio che porta a conoscere non solo dei prodotti, piccole Cenerentole solo perché nulla o poco conosciute al di fuori dei confini patri, ma anche autentici maestri dei fornelli, uno per tutti Carmelo Chiaramonte, di Modica, città del cioccolato, che si autodefinisce cuoco errante, posto che ha prestato il suo talento in varie cucine nella penisola, sempre con la memoria dalle salde radici patrie. Un personaggio che «punta ad una sintonia tra il nome della ricetta e quanto si va ad assaggiare». Ad esempio con gli arancini «vulcanici», detti così perché assemblati anche con il nero di seppia che ne dà un aspetto che rimanda alla lava dell’Etna. Oppure «un pezzo di cioccolato in barca» laddove troviamo contrasti di aromi e sapori che in bocca diventano armonici, ovvero ricci di mare crudi serviti con cioccolato al peperoncino. Ma non serve essere estrosi come Chiaramonte per il viaggiatore goloso in Sicilia, perché è la natura stessa ad essere culla, da sempre, di prodotti spesso fuori spartito dai canoni classici.
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Le ricchezze di questa terra vanno dal peperone crusco (rischiava di sparire) al formaggio canestrato, che cambia d’aroma in base agli spostamenti delle bestie fra litorale e montagna. E poi una chicca: il caviale di Crucoli, ossia una sorta di «’nduja marittima»Come accennato nella puntata precedente scorrere le pagine del nuovo libro Confesso che ho mangiato del Goethe Gastronauta, alias Davide Paolini, porta alla scoperta di prodotti che, altrimenti, resterebbero nelle loro nicchie di storie e sapori, ma di indiscutibile eccellenza. Nella piccola Lucania ci eravamo lasciati con le melanzane rosse, e che dire del peperone di Senise, piccolo borgo di poco più di 7.000 anime immerse nelle bellezze del parco nazionale del Pollino, il più esteso d’Italia. Un gemello diverso del peperone classico a tutti conosciuto, in quanto non è piccante, ma dotato di aromi intensi, tanto da essere anche chiamato «zafaran», rimando al più blasonato zafferano che pure viene coltivato in queste vallate. Giunto con gli Aragonesi dalle natie Antille si è ben presto acclimatato nella sua nuova patria. Ne esistono tre tipologie, appuntito, a tronco e ad uncino. Una nota identitaria di queste terre in quanto, nei piccoli borghi si possono vedere le «serta di puparuli», sorta di collane di un rosso intenso, ovvero messe ad essiccare all’ombra delle case, tanto da «essere un tutt’uno con l’architettura del posto». «Collane» che richiedono una «abilità ed esperienza tutta femminile, frutto di lunga tradizione», come testimonia Roberto Caravaggi. Altra nota che le rende uniche. Per capire se sono arrivate al punto giusto di essicazione vanno leggermente scosse. Semaforo verde quando «suonano», ovvero emettono uno schiocco caratteristico. Peperone che, durante la sua essicazione, non va mai lavato, ma pulito dalla polvere con un panno asciutto. Va macinato in polvere «zafaran p’sat». Ne deriva un condimento molto aromatico dalle proprietà conservanti, tanto da essere tradizionalmente usato nella preparazione degli insaccati, su tutti il salame pezzente. Peperone «crusco», cioè croccante, che può anche essere consumato intero, fritto nell’olio in padella. Uno spettacolo vederne la trasformazione. Da grinzoso si gonfia e si colora di amaranto. Croccante ed inebriante poi al consumo. Negli ultimi anni da prodotto di stretta tradizione locale è diventato anche golosa pepita ricercata dai pellegrini del gusto. È stato salvato, anni fa, da agricoltori che si sono presi cura di lui. Le coltivazioni stavano per essere smantellate per la costruzione di una diga. Seminate e coltivate pochi campi più in là, in piena sicurezza. Altra ricchezza delle piccole Dolomiti lucane (così vengono chiamate le cime appenniniche da queste parti) il canestrato di Moliterno, nella val d’Agri, uno dei più antichi formaggi italiani. Orgoglio identitario di uno storico borgo di neanche quattromila residenti. L’etimo dal latino mulcternum «luogo dove si munge e si fa coagulare il latte». Questo avveniva nei fondachi, magazzini seminterrati dei palazzi nobiliari del tempo. Un formaggio versatile, a seconda dei pascoli. In estate, più vicini al mare, dai sentori più grassi. In inverno, con i pascoli dell’entroterra, meno grasso e più aromatico. Dal XVIII secolo diventa un’attività a sostegno dell’economia locale, poiché, come ha scritto a suo tempo Giuseppe Bianculli, docente accademico, «il merito è della qualità dell’aria, ricca di particolari germi che agiscono sulla fermentazione del formaggio». La controprova che le stesse maestranze femminili, di riconosciuta esperienza, una volta esportate per la lavorazione a valle, non erano in grado di realizzare lo stesso prodotto. Una testimonianza viva di transumanze senza se e senza ma, con Moliterno caput mundi per produzione e affinamento, come ben descritto tempo addietro dal padre Daniele Murno, un francescano in missione permanente sulle Dolomiti lucane: «Lunghe carovane di muli, da Moliterno, nel periodo invernale e primaverile, scendono alle marine in cerca del prezioso carico del pecorino fresco. Il loro viaggio dura dai quattro ai sei giorni, fra andata e ritorno, con innumerevoli insidie tese dagli uomini e dalla natura, oltre il pericolo della malaria». Quando si dice tenacia e resistenza umana, legate al territorio. In compenso il canestrato lucano è un prodotto ambito e ricercato anche oltreoceano, negli Usa, e non solo dai nipoti dei migranti del secolo scorso. Molto curiosa la procedura. Dopo una prima maturazione le forme venivano lavate con acqua e ripulite con un mazzetto di erba ruvida, il «vrungo», calate nelle fuscelle di vimini che gli danno il caratteristico aspetto, salate e, poi, levigate con pietra pomice per eliminare le parti ruvide. Pezzature importanti, che possono arrivare anche a otto chili. Un misto ovi caprino, con le capre locali molto produttive, mentre la pecora gentile di Lucania è un incrocio «di necessità» avvenuto nel XV secolo, per ottenere lana (dalla merinos spagnola) e carne (la pecora locale). Una razza, quindi, fonte di multiformi ricchezze. Scarsa produttrice di latte, ma di ottima qualità. Canestrato eclettico in cucina. Le forme giovani ottime in insalata con le mele della val d’Agri. A media stagionatura ottimo con i cavuzuni, ravioli con ricotta e ragù o i ferricelli, pasta modellata con un ferretto, condita con mollica di pane e peperoni cruschi. Con stagionature ancora più mature, oltre i 12 mesi, accompagna di golosa grattugia i trisciddi, sorta di orecchiette con ragù di maiale e pomodoro. Scendendo sulla costa calabra incrociamo il caviale di Crucoli, un paesino di neanche tremila abitanti. Qui la pepita golosa sono i piccoli avannotti delle sardine, marinati con peperoncino piccante e semi di finocchio selvatico. Un’autentica goduria spalmata su crostini di pane. Ogni famiglia depositaria della sua ricetta, frutto di sapiente memoria orale. È una sorta di versione marina della più nota ’nduja suina, roba da palati palestrati. Anche qui la lavorazione testimonianza di riti ancestrali. I piccoli avannotti lavati su ripiani di marmo, messi in salamoia nei terzaruli, appositi recipienti di terracotta. Sul fondo il peperoncino, le neonate aromatizzate con finocchietto a strati alterni con il sale. Ci si dimentica del tutto per sei-sette mesi e dopo si pappa in libertà. Un ricettario variegato per questo «caviale» alla portata di tutti. Ingrediente di pizze e frittate, ma anche a farcire le pitte, morbide focaccine, assieme alla cipolla di Tropea. Non poteva mancare la versione tarocca dagli occhi a mandorla, ma basta osservare bene le etichette tipiche dei piccoli produttori artigiani per tutelarsi. È tempo di varcare il canale di Sicilia. Trinacria felix, di particolare fascino. Goethe Paolini, romagnolo verace, è sempre stato attratto dall’isola di Giovanni Verga e Luigi Pirandello, tanto da compiere, quando possibile, spedizioni mirate in questa terra che ha visto alternarsi, nei secoli, sette civiltà, a partire dai fenici. È un viaggio che porta a conoscere non solo dei prodotti, piccole Cenerentole solo perché nulla o poco conosciute al di fuori dei confini patri, ma anche autentici maestri dei fornelli, uno per tutti Carmelo Chiaramonte, di Modica, città del cioccolato, che si autodefinisce cuoco errante, posto che ha prestato il suo talento in varie cucine nella penisola, sempre con la memoria dalle salde radici patrie. Un personaggio che «punta ad una sintonia tra il nome della ricetta e quanto si va ad assaggiare». Ad esempio con gli arancini «vulcanici», detti così perché assemblati anche con il nero di seppia che ne dà un aspetto che rimanda alla lava dell’Etna. Oppure «un pezzo di cioccolato in barca» laddove troviamo contrasti di aromi e sapori che in bocca diventano armonici, ovvero ricci di mare crudi serviti con cioccolato al peperoncino. Ma non serve essere estrosi come Chiaramonte per il viaggiatore goloso in Sicilia, perché è la natura stessa ad essere culla, da sempre, di prodotti spesso fuori spartito dai canoni classici.
Donald Trump (Ansa)
Lo Stretto di Hormuz resta al centro delle preoccupazioni di Donald Trump. Ieri, durante un’intervista a Fox News, il presidente americano ha detto che, in caso di necessità, potrebbe inviare delle scorte armate a difesa delle navi nell’area. «Lo faremmo se necessario. Ma, sapete, speriamo che le cose vadano per il meglio. Vedremo cosa succederà», ha affermato. «Li colpiremo duramente la prossima settimana», ha aggiunto, esortando anche le navi mercantili a «tirare fuori le palle e ad attraversare» lo Stretto.
Nel corso dell’intervista, oltre dire che la guerra finirà «quando se lo sentirà nelle ossa», ha anche ammesso che sia difficile per il popolo iraniano rovesciare il regime khomeinista. «Penso davvero che sia un grosso ostacolo da superare per chi non possiede armi. Penso che sia un ostacolo molto grande... Accadrà, ma... forse non immediatamente», ha affermato, per poi aggiungere di ritenere che Vladimir Putin stia assistendo l’Iran nel conflitto. «Penso che forse stia aiutando l’Iran un po’, sì, immagino. E probabilmente lui pensa che noi stiamo aiutando l’Ucraina, giusto?». Più o meno nelle stesse ore, in un post su Truth, il presidente americano minacciava il regime khomeinista, scrivendo: «Abbiamo una potenza di fuoco senza pari, munizioni illimitate e un sacco di tempo: guardate cosa succederà oggi a queste canaglie squilibrate».
Sempre ieri, a intervenire sul conflitto in Iran è stato anche il capo del Pentagono, Pete Hegseth, secondo cui gli Stati Uniti stanno «decimando l’esercito del regime iraniano in modi mai visti prima». «L’Iran non ha difese aeree, l’Iran non ha un’aeronautica militare, l’Iran non ha una marina militare. I loro missili, i lanciatori di missili e i droni vengono distrutti o abbattuti», ha proseguito, sostenendo inoltre che Teheran non sarebbe ormai più in grado di realizzare missili balistici. Hegseth ha anche affermato che la nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, è «ferito e probabilmente sfigurato». Il capo del Pentagono ha infine ostentato ottimismo sulla situazione a Hormuz. «È una questione che stiamo affrontando, che abbiamo già affrontato, e non dovete preoccuparvi», ha detto.
A testimoniare la centralità del dossier, su Hormuz si è espresso anche il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine. «Si tratta di un contesto tatticamente complesso. Prima di pensare di effettuare qualsiasi operazione su larga scala in quella zona, vogliamo assicurarci di svolgere il lavoro in conformità con i nostri attuali obiettivi militari», ha dichiarato, mentre la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha seccamente bollato come «spazzatura» un articolo della Cnn secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe sottovalutato l’eventualità che il regime di Teheran potesse chiudere Hormuz.
In questo quadro, sempre ieri, il Wall Street Journal riferiva che «il Pentagono sta inviando ulteriori marines e navi da guerra in Medio Oriente a seguito dell’intensificarsi degli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz». In totale, sarebbero pronti a partire per il Medio Oriente 2.200 marines, oltre a 10.000 intercettori. Più in generale, secondo The Hill, l’esitazione americana nasce dal fatto che, nello Stretto, le navi da guerra di Washington potrebbero essere oggetto di attacchi di droni e missili balistici iraniani. «La difficoltà nel proteggere le petroliere e le altre navi nello Stretto risiede nella sua strettezza. Nel punto più stretto, misura solo 21 miglia da costa a costa, lasciando alle imbarcazioni poco margine di manovra per evitare le mine piazzate dall’Iran o i missili e i razzi lanciati dalle rive», ha altresì sottolineato la testata.
Non è un mistero che i pasdaran puntino a far leva su Hormuz per mettere politicamente in difficoltà Trump. L’aumento del prezzo del petrolio ha già portato a un considerevole rincaro della benzina negli Stati Uniti, creando così una situazione assai scivolosa per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato, che si terranno a novembre. Tutto questo, mentre ieri, replicando a Hegseth, il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale iraniano (nonché ex comandante delle Guardie della rivoluzione), Ali Larijani, accusava la leadership americana di essere stata «sull’isola di Epstein». E così l’inquilino della Casa Bianca sta approntando delle contromosse: sbloccherà 172 milioni di barili delle riserve americane, attendendosi inoltre che le compagnie petrolifere nazionali aumentino la produzione. Tra l’altro, ieri, parlando con Fox News, Trump ha confermato di considerare una sospensione provvisoria del Jones Act: il che consentirebbe di diminuire i costi del trasporto di greggio tra porti statunitensi. È del resto sempre in quest’ottica che Washington ha allentato temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo, irritando Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz. Al contempo, il Dipartimento di Stato americano ha offerto fino a 10 milioni di dollari per chi fornisca informazioni sui vertici dei pasdaran: l’amministrazione Trump sa infatti bene che l’apparato delle Guardie della rivoluzione rappresenta il principale scoglio da affrontare. Nel frattempo, Centcom ha confermato che sei soldati americani sono morti a seguito dello schianto di un aereo cisterna in Iraq.
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Con uno dei colpi di teatro cui ha abituato l’economia globale, Donald Trump ha deciso di concedere una deroga di 30 giorni alle sanzioni sul petrolio russo rimasto bloccato in mare. In altre parole: per un mese quei carichi possono essere consegnati, venduti e scaricati. La licenza riguarda il greggio caricato su navi entro il 12 marzo e resterà valida fino alla mezzanotte dell’11 aprile (ora di Washington).
Nel tentativo di evitare dietrologie (Trump che corre in soccorso di Putin), il segretario al Tesoro, Scott Bessent, la presenta come una misura chirurgica: limitata e temporanea. Un balsamo per curare le lacerazione provocate dalla guerra. Della serie, con il petrolio sopra 100 dollari, qualcuno deve pur tirare il freno. E il freno, in questo caso, sono le petroliere russe. La disponibilità delle riserve strategiche non è servito a nulla. Se i governi intaccano il patrimonio d’emergenza, ha ragionato il mercato, vuol dire che la situazione è grave. Così Trump prova con i barili del Cremlino. Secondo l’inviato presidenziale di Mosca, Kirill Dmitriev, la deroga potrebbe sbloccare circa 100 milioni di barili di greggio al giorno. Una cifra enorme ma non risolutiva perché equivale alla produzione mondiale di un giorno. Una toppa. Resta il fatto che le rotte marine traboccano di petrolio in attesa di destinazione: 7,3 milioni di barili stoccati su piattaforme galleggianti e 148,6 milioni su navi in transito, secondo i dati citati da Reuters. E non finisce qui. Sulle piattaforme galleggianti ci sono anche 420.000 tonnellate di gasolio e diesel. Un parcheggio sul mare che sembra un’autostrada. Dentro questa geografia c’è anche la «flotta ombra». Secondo un rapporto del Center for strategic and international studies, Mosca dispone di 435 petroliere impegnate ad aggirare le sanzioni. Trasportano circa 3,7 milioni di barili al giorno, cioè il 65% del commercio marittimo di petrolio russo, generando tra 87 e 100 miliardi di dollari l’anno. Insomma, mentre l’Occidente discute di embargo, il barile di Mosca non ha smesso di navigare camuffandosi con le insegne pirata.
A trarre beneficio immediato dalla decisione americana saranno soprattutto i mercati asiatici. Del resto i grandi clienti di Mosca sono già Cina e India, che non hanno mai mostrato un entusiasmo particolare per le sanzioni occidentali.
Washington, tra l’altro, aveva già concesso una prima deroga il 5 marzo, consentendo proprio all’India di acquistare petrolio russo bloccato in mare.
Il messaggio è chiaro: quando il mercato si surriscalda, l’ideologia va messa da parte. La priorità è il prezzo della benzina.
Naturalmente a Bruxelles la mossa non è stata accolta con applausi. Anzi. Le critiche sono arrivate a raffica.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky , ha parlato di una decisione che frutterà alla Russia circa 10 miliardi di dollari. Sono risorse che alimenteranno la macchina bellica.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha ricordato che la linea del G7 è sempre stata quella della «massima pressione economica» su Mosca. Traduzione: le sanzioni non si toccano.
Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, si interroga, perfidamente, sulle ragioni che hanno spinto Washington a cambiare atteggiamento.
Il punto però è che i mercati energetici funzionano con parametri molto meno ideologici dei comunicati ufficiali.
Se il petrolio sale troppo, qualcuno aumenta l’offerta. Se l’offerta aumenta, il prezzo scende. È la legge aurea del mercato che resiste persino alla diplomazia europea.
Così mentre Bruxelles discute di coerenza strategica, il Brent sale e le Borse scendono. Il mercato, insomma, fa quello che ha sempre fatto: risponde ai barili, non alle dichiarazioni. C’è poi un piccolo paradosso che a Bruxelles si preferisce non sottolineare troppo. L’Europa chiede di mantenere le sanzioni contro Mosca, ma allo stesso tempo teme il prezzo dell’energia. Un equilibrio delicato: punire il petrolio russo senza far salire troppo le quotazioni mondiali- Una quadratura del cerchio che, finora, non è mai riuscita a nessuno. Trump ha scelto la via più semplice: sbloccare temporaneamente il greggio e raffreddare il mercato. Magari non è elegante dal punto di vista geopolitico, ma funziona dal punto di vista dei prezzi. Nel capitalismo energetico globale, come sanno bene i trader di Chicago e Singapore, alla fine conta soprattutto quello: il prezzo del barile. Il resto - indignazioni, comunicati, vertici straordinari - è solo rumore di fondo.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Ansa)
«L’ingiustificabile attacco a Erbil». Così lo definisce il premier Giorgia Meloni che si stringe ai francesi per la scomparsa del loro militare avvicina il governo italiano a quello di Parigi come non succedeva da tempo. «Alla sua famiglia e alle autorità francesi va la nostra vicinanza in questo momento di dolore» spiega la Meloni, rivolgendo «un pensiero di pronta guarigione agli altri militari feriti, nell’auspicio di un rapido e completo recupero. L’Italia, al fianco dei partner internazionali, inclusi i Paesi del Golfo maggiormente colpiti, resta fermamente impegnata nel promuovere un allentamento della tensione». E infine conclude: «Continueremo a lavorare con determinazione affinché la pace e la stabilità nella regione siano ristabilite».
Una morte che ha ferito l’Europa intera e su cui si è espresso anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivolgendosi all’omologo francese e alle sue forze armate. «A nome mio e di tutta la Difesa italiana esprimo vicinanza al ministro della Difesa francese e alle forze armate francesi per il grave attacco subito a Erbil». Poi aggiunto: «Alla famiglia del soldato caduto giungano il mio più sincero cordoglio e la mia solidarietà. Ai militari feriti, l’augurio di pronta e completa guarigione».
Crosetto, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha parlato dei rischi a cui vanno incontro i nostri soldati: «I nostri militari sanno sempre di correre rischi quando sono in missione. Sono militari. Lo erano anche prima e lo sono sempre. Ce ne accorgiamo solo quando accade qualcosa. Il rischio dipende da dove e per cosa le nostre forze sono dislocate. Per quanto riguarda Erbil, dove è stata attaccata una base della coalizione, avevamo già iniziato una riduzione del personale civile e militare. Una parte è stata spostata, 102 persone sono tornate in Italia, 75 in Giordania, per i restanti si sta organizzando uno spostamento via terra per tornare in Italia perché nell’intera zona non si può volare. Il mio primo assillo è la messa in sicurezza di tutti. Per le altre missioni è diverso»
Si riferisce al Libano, Crosetto: «Lì ci sono 1.300 persone, è in atto una valutazione costante per monitorare con l’autorità libanese, le Nazioni Unite e la controparte israeliana se esistono le condizioni per continuare la missione o no. È chiaro che una cosa è una missione di pace, altra la presenza in un territorio dove la guerra è in corso».
Su questo la politica si divide. «È assurdo che un governo che ha violato ripetutamente il diritto internazionale e commesso dei crimini contro il diritto internazionale si metta a dire quali missioni e quali no debbano poter proseguire», ha spiegato il segretario del Pd, Elly Schlein, commentando le parole dell’ambasciatore israeliano che ha sostenuto la necessità di chiudere la missione Unifil. «Il Libano ha preso delle posizioni importanti, anche nei scorsi giorni, e vanno sostenuti. Ma di nuovo, la risposta può essere che un Paese comincia ad attaccare e a invadere un territorio? Qui sta saltando il diritto internazionale. Ma se salta il diritto internazionale come vuole Donald Trump e come vuole Benjamin Netanyahu, vale solo la legge del più forte. E noi non lo possiamo accettare. Io per questo chiedo alla presidente Meloni di difendere il diritto internazionale. In linea con la storia del nostro Paese e di difendere quelle sedi multilaterali come l’Onu, perché l’Unifil è una missione che ha un mandato multilaterale dall’Onu, perché sono quelle dove prevale il dialogo tra i popoli e gli Stati, anziché l’uso della forza».
Più tecnica ma simile anche la posizione del generale Dino Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e attualmente presidente della fondazione Icsa (Intelligence culture and strategic analysis). Per lui la presenza di Unifil in Libano «è importante, perché funge da elemento calmierante e distensivo». «Inoltre», ha aggiunto, «l’attuale comandante italiano, il generale Abagnara, è bravissimo, ha una profonda conoscenza dell’area ed è considerato da tutte le parti un abile negoziatore».
Per quanto riguarda i soldati italiani che si trovano nel Kurdistan iracheno, «non hanno nessuna mansione di combattimento. Il loro compito principale è quello di formare il personale locale. Lo stesso accade in Kuwait, dove si tratta di un compito di assistenza. Con queste tensioni che sono sfociate non ha senso rischiare. Prima vengono via e meglio è».
Intanto le opposizioni vanno in ordine sparso sui temi esteri. A sottolinearlo, ancora una volta, è il leader di Azione, Carlo Calenda. «Un campo largo chiamato Giuseppi» scrive spiegando: «Fatti. Le opposizioni chiedono di essere informate prontamente sulla guerra in Medio Oriente; il premier offre un tavolo di confronto in un formato più riservato a Palazzo Chigi, dopo essere stata in Parlamento; Conte dice no obbligando Schlein a seguirlo. Italia viva, che ci aveva chiesto di fare una mozione insieme su Iran, manda una nota incomprensibile dicendo che la pensa come il Pd che, però, fa ciò che decide Conte. Andate avanti con questo campo largo ma chiamatelo con il suo vero nome: Giuseppi». Infine aggiunge ironico: «Ps. Segnalo agli amici riformisti che il M5s si è astenuto su una mozione di condanna alla Russia per il reclutamento di mercenari africani. Così per gradire».
Ucciso in Iraq un militare francese. Ma Parigi non vuole fare ritorsioni
Un soldato francese è morto in un attacco lanciato da una milizia filo iraniana sulla base militare di Parigi a Erbil, nel nord dell’Iraq. La vittima era il sergente maggiore Arnaud Frion, aveva 42 anni, era sposato e padre di un figlio. Oltre a lui sono rimasti feriti altri sei militari. La dinamica dell’attacco che ha portato al decesso del sergente maggiore Frion è stata spiegata dal colonnello François-Xavier de la Chesnay, capo del 7° battaglione dei cacciatori alpini del quale faceva parte anche la vittima. «È morto dopo essere stato colpito da un drone Shahed», ha dichiarato il colonnello, aggiungendo anche che Frion era «il meglio che l’esercito potesse offrire. Era davvero un soldato eccellente, qualcuno di estremamente competente e molto, molto performante».
Il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato, su X, «le più sentite condoglianze e la solidarietà della nazione» ai cari di Frion. Poi il leader transalpino ha definito «inaccettabile» l’attacco di droni contro la base francese dove si trovano le truppe di Parigi «impegnate nella lotta contro l’Isis dal 2015», la cui presenza in Iraq «rientra pienamente nel quadro della lotta al terrorismo». Macron ha concluso il suo messaggio ribadendo che «la guerra in Iran non può giustificare attacchi di questo tipo». Poco più tardi, nella conferenza stampa comune tenutasi alla fine dell’incontro bilaterale con Volodymyr Zelensky, il presidente francese ha ripetuto ancora il concetto: «La posizione della Francia è puramente difensiva», per questo Parigi «continuerà a mantenere il sangue freddo» e «a essere affidabile nei confronti dei nostri partner». Tutto questo per «proteggere i nostri concittadini e difendere i nostri interessi e la nostra sicurezza». La prima reazione del governo alla morte di Frion è arrivata dal ministro alla Parità, Aurore Bergé che, su Franceinfo, ha sottolineato l’importanza «di avere soldati presenti (nella zona di guerra, ndr) per garantire gli interessi nazionali francesi».
La contrarietà alla partecipazione della Francia al conflitto nel Golfo Persico è stata espressa praticamente da tutte le forze politiche, seppur con accenti diversi. Il leader della forza di estrema sinistra, La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, ha scritto su X che «la guerra illegale scatenata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu e la strategia iraniana di fomentare un conflitto regionale, se non addirittura globale, hanno mietuto le prime vittime francesi. Sei soldati francesi sono rimasti feriti e il sergente maggiore Arnaud Frion è morto». Poi, dopo aver espresso le proprie condoglianze, Mélenchon ha concluso: «Avvertiamo il governo: avanzando sui campi di battaglia, la Francia diventerebbe un bersaglio. Questa guerra non è nostra, ma i nostri morti sì. Basta!»
Sempre su X, la leader dei Verdi, Marine Tondelier, ha scritto che «la Francia ribadisce con chiarezza di non essere in guerra e di non stare aiutando gli Stati Uniti nelle loro operazioni militari. La nostra posizione è difensiva e questo significa che la Francia deve proteggere tutti i suoi soldati, diplomatici e personale vulnerabili agli attacchi».
A destra, il numero uno dei Républicains, Bruno Retailleau, ha rivolto il proprio omaggio al sergente maggiore e si è detto «orgoglioso» dei soldati francesi. Più politico l’intervento della fondatrice del Rassemblement national: Marine Le Pen
ha ricordato che la presenza francese in Iraq, si inserisce nel quadro della «coalizione internazionale contro il terrorismo islamista». Esprimendo il proprio cordoglio alla famiglia, ai suoi commilitoni e agli altri soldati feriti nell’attacco, Le Pen ha detto che «la Francia non può accettare che le proprie forze armate, che difendono e proteggono gli interessi (di Parigi, ndr) nella regione, siano attaccate».
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