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2019-03-13
La lezione della femminista contro l’invasione e il «totalitarismo Lgbt»
Ansa
Durante il carnevalesco sciopero dell'8 marzo, le militanti della congrega femminista Non una di meno hanno imbrattato con vernice rosa (fortunatamente lavabile) la statua di Indro Montanelli posizionata nei giardini di Porta Venezia a Milano. Secondo le attiviste si trattava di una «doverosa azione di riscatto», una punizione postuma inflitta al giornalista per aver acquistato una sposa eritrea di 12 anni nel 1935 o 1936. L'episodio è piuttosto noto, e fece molto discutere nel 1982, quando Montanelli rilasciò un'intervista a Enzo Biagi in cui spiegava che la giovinetta «era un animalino docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari».
A dirla tutta, non si sa se la ragazza avesse 12 o 14 anni. In proposito, la Fondazione Montanelli Bassi, nel 2015, pubblicò una nota in cui spiegava che «Montanelli sposò sì la giovane Destà com'era usanza della popolazione locale, ma, per quanto oggi possa apparirci riprovevole, quel tipo di matrimonio era addirittura un contratto pubblico, sollecitato dal responsabile del battaglione eritreo guidato da Indro. Si tratta di un episodio della sua vita, non imposto né attuato con violenza, che mai nascose». Diciamo che l'attacco postumo di Non una di meno era fuori tempo massimo, ma lasciamo correre. Qui ci interessa concentrarci su una vicenda collaterale ma rilevante. Come ha notato la rivista Wired, l'imbrattamento della statua ha prodotto un curioso effetto: è tornato a circolare sulla Rete «un breve video Rai risalente al 1969, in cui la giornalista e scrittrice Elvira Banotti incalza Montanelli» sulla sua relazione con la minorenne. Il filmato, in effetti, è impietoso. La Banotti colpisce e affonda Indro senza pietà.
E qui sta il punto. Sarebbe molto interessante se le femministe italiane riprendessero anche altre battaglie della signora Banotti, senza limitarsi a quella (per altro un po' datata) contro Montanelli. Come nota sempre Wired, infatti, il profilo della combattiva Elvira è decisamente più sfaccettato di quanto pensino alcune odierne vestali. La Banotti, infatti, si fece notare per alcuni articoli scoppiettanti pubblicati dal Foglio in cui, tra le altre cose: prendeva le difese di Silvio Berlusconi nel caso Ruby; sbertucciava i sostenitori dello ius soli; se la prendeva con l'ideologia Lgbt e il «totalitarismo gay».
Elvira Banotti (nata ad Asmara nel 1933 e mancata a Roma nel 2014) divenne figura di spicco del femminismo italiano in quanto autrice del Manifesto di Rivolta femminile del 1970. Collaborò con attiviste di primo piano come Carla Lonzi e Carla Accardi, pubblicò saggi molto discussi e molto influenti. Rimase femminista sempre, non rinnegò mai le proprie idee. Fu sempre coerente, insomma, e anche per questo non ebbe paura di esprimere posizioni parecchio scorrette.
Non risparmiava bordate alla Chiesa, combatteva la pornografia e non era affatto a favore della riapertura delle case chiuse. Ma, proprio per difendere le donne, prendeva a schiaffi i fanatici arcobaleno. Nel 2013 definì Nichi Vendola «un essere oscurantista impietrito da una pericolosa “repulsione" per la donna».
Nello stesso articolo demoliva «il clima sbrindellato delle ideologie che consente a gay e lesbiche di investirci tutti con l'accusa di “omofobia" mentre sono attentissimi a oscurare le proprie pregiudizievoli cicatrici emotive con le quali aggiornano il sedimentato, morboso allontanamento tra uomini e donne: cioè l'erotismo e la preziosità dell'accoppiamento». Ne aveva anche per i trans: «Dove credete che trovi la propria ispirazione il “donnicidio" - quel “diritto" punitivo di antica memoria che oggi terrorizza mogli e fidanzate - se non dalla prostituzione del Femminile teatralizzata persino dai trans che scempiano l'identità di tutte le donne?», scriveva. Anche queste, ovviamente, sono affermazioni che si possono discutere o non condividere. Ma la Banotti, da femminista, aveva capito che molte battaglie Lgbt mirano alla cancellazione della donna, al suo svilimento. Le attiviste di Non una di meno, oggi, la pensano molto diversamente. E infatti non rendono un gran servizio all'universo femminile. Di più. La Banotti comprese perfettamente tutti i problemi causati dall'immigrazione di massa. Fece a fette, sul Foglio, il ministro Cécile Kyenge. Non ebbe paura di attaccare frontalmente i difensori dell'islam sul suolo italiano. Spiegò che «una clandestinità diffusa è il detonatore dell'insicurezza, crea sfilacciature che logorano le civiltà».
Tutte queste idee, per le femministe dei nostri giorni, sono semplicemente irricevibili. Le attiviste che hanno scioperato l'8 marzo si battono per i diritti Lgbt, per la tutela delle minoranze (in primis i migranti presentati sempre come vittime). Nei fatti, hanno trasformato le donne in una minoranza qualunque. Ma sono convinte di difenderle imbrattando le statue.
Triptorelina, è partito l’attacco a chi osa criticare il farmaco trans
La triptorelina va bene e chi lo nega è un No Vax. È la strategia argomentativa che Maurizio Mori, del Comitato nazionale di bioetica, persegue in un intervento pubblicato su Quotidiano Sanità.
Il docente di bioetica dell'università di Torino si è scagliato contro le testate giornalistiche, in particolare La Verità, che nei giorni scorsi avevano criticato la scelta dell'Aifa di autorizzare la somministrazione, a carico del Servizio sanitario nazionale, della triptorelina ai minori con disturbi dell'identità di genere. Da un lato, per Mori le obiezioni alla triptorelina s'affiderebbero esclusivamente a «un documento del 2017 dell'American college of pediatrics», organismo che «non arriva a 500 associati» e «ha riserve sui vaccini». Quindi, è un coacervo di cialtroni. Dall'altro lato, ci sarebbe un «assunto metafisico» a monte delle contestazioni al medicinale gender: l'idea che la triptorelina tradisca l'antropologia cattolica. Siamo sicuri che tutto si riduca a farneticazioni antiscientifiche e a fondamentalismo religioso? Il nostro quotidiano, in realtà, è andato a scavare nel principale caso di studio esistente, quello britannico. Del Paese, cioè, in cui è ambientata la miniserie Butterfly, che celebra la transessualità infantile. La Verità ha citato le accuse di un professore di sociologia di Oxford, Michael Biggs, secondo il quale il Gender identity development service di Londra, centro che si occupa dei minori che vogliono cambiare sesso, ha occultato i risultati negativi della «cura». Biggs ha rivelato che, a un anno dal trattamento, i pazienti hanno mostrato tendenze autolesioniste, «un significativo aumento dei problemi comportamentali ed emotivi» e «una significativa diminuzione del benessere fisico». Per Biggs, in conclusione, «i farmaci bloccanti della pubertà hanno esacerbato e non risolto la disforia di genere». Si dirà: va beh, Biggs non è il mago Do Nascimento, ma non è nemmeno un medico. È un sociologo.
Ebbene, La Verità aveva menzionato un articolo pubblicato sul British medical journal da Carl Heneghan, docente di medicina basata su prove di efficacia a Oxford. Pure per il professor Heneghan, i trattamenti indirizzati agli adolescenti affetti da disforia di genere sono tutt'altro che sicuri. Al contrario, rimane «un gran numero di domande senza risposta che includono l'età, la reversibilità, eventi avversi, effetti a lungo termine sulla salute mentale, la qualità della vita, la densità minerale ossea, l'osteoporosi in età avanzata».
A ciò si aggiungono le ombre che circondano il Gids. David Bell, già presidente della Società psicanalitica britannica ed ex capo del personale della clinica londinese, ne aveva lamentato «l'incapacità di resistere alle pressioni» dei gruppi Lgbt. E aveva sollevato «preoccupazioni etiche molto serie» in merito agli «inadeguati» meccanismi di esame ed espressione del consenso, da parte dei minori, a sottoporsi alle terapie.
È assurdo dubitare che quello che in Gran Bretagna si sta rivelando un disastro, da noi si possa trasformare in un successo? Quanto al contagio sociale, di cui Mori ci invita a non preoccuparci, l'esperienza inglese è allarmante: in poco tempo, le richieste di trattamenti per la transessualità minorile sono aumentate del 400%. Non c'entra niente la propaganda gender? Lisa Littman, ricercatrice alla School of public health della Brown university, aveva pubblicato uno studio in cui sosteneva che «il contagio sociale e tra pari» influisce sulla disforia di genere, inducendo i ragazzini a identificarsi come transgender. Risultato? La rivista Plos One, che aveva pubblicato la ricerca, è stata costretta a riesaminare l'articolo dalle proteste delle associazioni Lgbt. E la Brown University si è dissociata dalla ricerca.
Ieri, il senatore di Fratelli d'Italia, Francesco Zaffini, ha annunciato che la commissione Sanità del Senato avvierà un'indagine sulla pericolosità della triptorelina. Le incognite, infatti, sono tante. Il professor Mori menziona il comunicato stampa in cui il Comitato nazionale di bioetica evocava il «vigile monitoraggio di una equipe multidisciplinare e specialistica». Ci dobbiamo fidare del buonsenso degli specialisti in questo clima di caccia alle streghe, su questioni così esposte a pressioni politiche, quando gli specialisti stessi, come prova proprio il caso di Mori, sono già favorevoli alle terapie per il cambio di sesso dei minori?
In quel comunicato stampa, peraltro, il Comitato di bioetica si era visto costretto ad ammettere qual è l'unica posizione antiscientifica in campo: la «questione gender», sulla quale il Cnb, appunto, ha dichiarato di non volersi pronunciare. Per cui, sono due le possibilità. O nel Comitato ci sono sostenitori dell'ideologia arcobaleno, il che proverebbe che l'ipoteca politica è così pesante da rendere azzardato il via libera alla triptorelina. Oppure il Cnb respinge quella teoria. E dunque, parlare di transessualità infantile non è altro che una pericolosa follia.
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In questi giorni si parla di Elvira Banotti per i suoi rimproveri a Indro Montanelli nel 1969. Ma le attiviste che si ispirano a lei dimenticano la parte più scorretta del suo pensiero.Secondo Maurizio Mori, del Comitato nazionale di bioetica, le obiezioni alla terapia blocca pubertà sono il frutto del fanatismo. Il Senato però annuncia: al via un'indagine sui rischi del medicinale.Lo speciale contiene due articoliDurante il carnevalesco sciopero dell'8 marzo, le militanti della congrega femminista Non una di meno hanno imbrattato con vernice rosa (fortunatamente lavabile) la statua di Indro Montanelli posizionata nei giardini di Porta Venezia a Milano. Secondo le attiviste si trattava di una «doverosa azione di riscatto», una punizione postuma inflitta al giornalista per aver acquistato una sposa eritrea di 12 anni nel 1935 o 1936. L'episodio è piuttosto noto, e fece molto discutere nel 1982, quando Montanelli rilasciò un'intervista a Enzo Biagi in cui spiegava che la giovinetta «era un animalino docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari». A dirla tutta, non si sa se la ragazza avesse 12 o 14 anni. In proposito, la Fondazione Montanelli Bassi, nel 2015, pubblicò una nota in cui spiegava che «Montanelli sposò sì la giovane Destà com'era usanza della popolazione locale, ma, per quanto oggi possa apparirci riprovevole, quel tipo di matrimonio era addirittura un contratto pubblico, sollecitato dal responsabile del battaglione eritreo guidato da Indro. Si tratta di un episodio della sua vita, non imposto né attuato con violenza, che mai nascose». Diciamo che l'attacco postumo di Non una di meno era fuori tempo massimo, ma lasciamo correre. Qui ci interessa concentrarci su una vicenda collaterale ma rilevante. Come ha notato la rivista Wired, l'imbrattamento della statua ha prodotto un curioso effetto: è tornato a circolare sulla Rete «un breve video Rai risalente al 1969, in cui la giornalista e scrittrice Elvira Banotti incalza Montanelli» sulla sua relazione con la minorenne. Il filmato, in effetti, è impietoso. La Banotti colpisce e affonda Indro senza pietà. E qui sta il punto. Sarebbe molto interessante se le femministe italiane riprendessero anche altre battaglie della signora Banotti, senza limitarsi a quella (per altro un po' datata) contro Montanelli. Come nota sempre Wired, infatti, il profilo della combattiva Elvira è decisamente più sfaccettato di quanto pensino alcune odierne vestali. La Banotti, infatti, si fece notare per alcuni articoli scoppiettanti pubblicati dal Foglio in cui, tra le altre cose: prendeva le difese di Silvio Berlusconi nel caso Ruby; sbertucciava i sostenitori dello ius soli; se la prendeva con l'ideologia Lgbt e il «totalitarismo gay». Elvira Banotti (nata ad Asmara nel 1933 e mancata a Roma nel 2014) divenne figura di spicco del femminismo italiano in quanto autrice del Manifesto di Rivolta femminile del 1970. Collaborò con attiviste di primo piano come Carla Lonzi e Carla Accardi, pubblicò saggi molto discussi e molto influenti. Rimase femminista sempre, non rinnegò mai le proprie idee. Fu sempre coerente, insomma, e anche per questo non ebbe paura di esprimere posizioni parecchio scorrette. Non risparmiava bordate alla Chiesa, combatteva la pornografia e non era affatto a favore della riapertura delle case chiuse. Ma, proprio per difendere le donne, prendeva a schiaffi i fanatici arcobaleno. Nel 2013 definì Nichi Vendola «un essere oscurantista impietrito da una pericolosa “repulsione" per la donna». Nello stesso articolo demoliva «il clima sbrindellato delle ideologie che consente a gay e lesbiche di investirci tutti con l'accusa di “omofobia" mentre sono attentissimi a oscurare le proprie pregiudizievoli cicatrici emotive con le quali aggiornano il sedimentato, morboso allontanamento tra uomini e donne: cioè l'erotismo e la preziosità dell'accoppiamento». Ne aveva anche per i trans: «Dove credete che trovi la propria ispirazione il “donnicidio" - quel “diritto" punitivo di antica memoria che oggi terrorizza mogli e fidanzate - se non dalla prostituzione del Femminile teatralizzata persino dai trans che scempiano l'identità di tutte le donne?», scriveva. Anche queste, ovviamente, sono affermazioni che si possono discutere o non condividere. Ma la Banotti, da femminista, aveva capito che molte battaglie Lgbt mirano alla cancellazione della donna, al suo svilimento. Le attiviste di Non una di meno, oggi, la pensano molto diversamente. E infatti non rendono un gran servizio all'universo femminile. Di più. La Banotti comprese perfettamente tutti i problemi causati dall'immigrazione di massa. Fece a fette, sul Foglio, il ministro Cécile Kyenge. Non ebbe paura di attaccare frontalmente i difensori dell'islam sul suolo italiano. Spiegò che «una clandestinità diffusa è il detonatore dell'insicurezza, crea sfilacciature che logorano le civiltà». Tutte queste idee, per le femministe dei nostri giorni, sono semplicemente irricevibili. Le attiviste che hanno scioperato l'8 marzo si battono per i diritti Lgbt, per la tutela delle minoranze (in primis i migranti presentati sempre come vittime). Nei fatti, hanno trasformato le donne in una minoranza qualunque. Ma sono convinte di difenderle imbrattando le statue. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lezione-della-femminista-contro-linvasione-e-il-totalitarismo-lgbt-2631429911.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="triptorelina-e-partito-lattacco-a-chi-osa-criticare-il-farmaco-trans" data-post-id="2631429911" data-published-at="1768567494" data-use-pagination="False"> Triptorelina, è partito l’attacco a chi osa criticare il farmaco trans La triptorelina va bene e chi lo nega è un No Vax. È la strategia argomentativa che Maurizio Mori, del Comitato nazionale di bioetica, persegue in un intervento pubblicato su Quotidiano Sanità. Il docente di bioetica dell'università di Torino si è scagliato contro le testate giornalistiche, in particolare La Verità, che nei giorni scorsi avevano criticato la scelta dell'Aifa di autorizzare la somministrazione, a carico del Servizio sanitario nazionale, della triptorelina ai minori con disturbi dell'identità di genere. Da un lato, per Mori le obiezioni alla triptorelina s'affiderebbero esclusivamente a «un documento del 2017 dell'American college of pediatrics», organismo che «non arriva a 500 associati» e «ha riserve sui vaccini». Quindi, è un coacervo di cialtroni. Dall'altro lato, ci sarebbe un «assunto metafisico» a monte delle contestazioni al medicinale gender: l'idea che la triptorelina tradisca l'antropologia cattolica. Siamo sicuri che tutto si riduca a farneticazioni antiscientifiche e a fondamentalismo religioso? Il nostro quotidiano, in realtà, è andato a scavare nel principale caso di studio esistente, quello britannico. Del Paese, cioè, in cui è ambientata la miniserie Butterfly, che celebra la transessualità infantile. La Verità ha citato le accuse di un professore di sociologia di Oxford, Michael Biggs, secondo il quale il Gender identity development service di Londra, centro che si occupa dei minori che vogliono cambiare sesso, ha occultato i risultati negativi della «cura». Biggs ha rivelato che, a un anno dal trattamento, i pazienti hanno mostrato tendenze autolesioniste, «un significativo aumento dei problemi comportamentali ed emotivi» e «una significativa diminuzione del benessere fisico». Per Biggs, in conclusione, «i farmaci bloccanti della pubertà hanno esacerbato e non risolto la disforia di genere». Si dirà: va beh, Biggs non è il mago Do Nascimento, ma non è nemmeno un medico. È un sociologo. Ebbene, La Verità aveva menzionato un articolo pubblicato sul British medical journal da Carl Heneghan, docente di medicina basata su prove di efficacia a Oxford. Pure per il professor Heneghan, i trattamenti indirizzati agli adolescenti affetti da disforia di genere sono tutt'altro che sicuri. Al contrario, rimane «un gran numero di domande senza risposta che includono l'età, la reversibilità, eventi avversi, effetti a lungo termine sulla salute mentale, la qualità della vita, la densità minerale ossea, l'osteoporosi in età avanzata». A ciò si aggiungono le ombre che circondano il Gids. David Bell, già presidente della Società psicanalitica britannica ed ex capo del personale della clinica londinese, ne aveva lamentato «l'incapacità di resistere alle pressioni» dei gruppi Lgbt. E aveva sollevato «preoccupazioni etiche molto serie» in merito agli «inadeguati» meccanismi di esame ed espressione del consenso, da parte dei minori, a sottoporsi alle terapie. È assurdo dubitare che quello che in Gran Bretagna si sta rivelando un disastro, da noi si possa trasformare in un successo? Quanto al contagio sociale, di cui Mori ci invita a non preoccuparci, l'esperienza inglese è allarmante: in poco tempo, le richieste di trattamenti per la transessualità minorile sono aumentate del 400%. Non c'entra niente la propaganda gender? Lisa Littman, ricercatrice alla School of public health della Brown university, aveva pubblicato uno studio in cui sosteneva che «il contagio sociale e tra pari» influisce sulla disforia di genere, inducendo i ragazzini a identificarsi come transgender. Risultato? La rivista Plos One, che aveva pubblicato la ricerca, è stata costretta a riesaminare l'articolo dalle proteste delle associazioni Lgbt. E la Brown University si è dissociata dalla ricerca. Ieri, il senatore di Fratelli d'Italia, Francesco Zaffini, ha annunciato che la commissione Sanità del Senato avvierà un'indagine sulla pericolosità della triptorelina. Le incognite, infatti, sono tante. Il professor Mori menziona il comunicato stampa in cui il Comitato nazionale di bioetica evocava il «vigile monitoraggio di una equipe multidisciplinare e specialistica». Ci dobbiamo fidare del buonsenso degli specialisti in questo clima di caccia alle streghe, su questioni così esposte a pressioni politiche, quando gli specialisti stessi, come prova proprio il caso di Mori, sono già favorevoli alle terapie per il cambio di sesso dei minori? In quel comunicato stampa, peraltro, il Comitato di bioetica si era visto costretto ad ammettere qual è l'unica posizione antiscientifica in campo: la «questione gender», sulla quale il Cnb, appunto, ha dichiarato di non volersi pronunciare. Per cui, sono due le possibilità. O nel Comitato ci sono sostenitori dell'ideologia arcobaleno, il che proverebbe che l'ipoteca politica è così pesante da rendere azzardato il via libera alla triptorelina. Oppure il Cnb respinge quella teoria. E dunque, parlare di transessualità infantile non è altro che una pericolosa follia.
Sanae Takaichi e Giorgia Meloni a Tokyo (Ansa)
«Questa è la terza volta che io vengo in Giappone in tre anni che sono al governo e non è stato un caso, è stata una scelta». Lo ha detto il premier Giorgia Meloni in apertura del bilaterale con la prima ministra giapponese Sanae Takaichi a Tokyo, sottolineando che dalla sua terza visita «Il messaggio è che crediamo molto in questa alleanza». «La prima volta che sono venuta qui – ricorda Meloni – abbiamo elevato i nostri rapporti a livello di partenariato strategico. La seconda volta che sono stata qui nell’ambito del G7 di Hiroshima abbiamo approfittato per discutere di un Piano di azione triennale 2024-2027 per darci degli obiettivi che fossero chiari, definiti e con delle scadenze temporali, che abbiamo rispettato». La sua terza visita in Giappone, aggiunge il premier, si tiene in occasione del «160esimo anniversario delle nostre relazioni bilaterali che racconta anche quanto siano profonde, durature e continuative le nostre relazioni».
I residenti di via Montello stanno monitorando la zona perché temono che «i rom» si possano vendicare. Ma il giorno dopo la rapina finita in tragedia, sul piano investigativo gli inquirenti stanno cercando prima di tutto di individuare l’altro rapinatore che assieme alla vittima ha fatto irruzione nella villa dove abitano Jonathan e i suoi genitori e si cerca anche l’altro componente della banda che faceva da «palo» in auto e che poi ha accompagnato e lasciato il trentasettenne in ospedale, scappando.
I carabinieri della compagnia locale e i colleghi del nucleo investigativo di Varese stanno passando al setaccio ogni zona della città, ma stanno cercando anche altrove dal momento che, da quanto è stato ricostruito, la vittima risiedeva in un campo rom di Torino. Le indagini proseguono e la Procura di Busto Arsizio è al lavoro per cercare di ricostruire l’esatta dinamica della rapina e stabilire le responsabilità del giovane proprietario di casa. Il pm Nadia Calcaterra ha disposto l’autopsia sul corpo della vittima. Mentre i carabinieri stanno provando a ricostruire il percorso fatto dall’Audi, auto sulla quale si trovava la vittima con i due complici, grazie al supporto delle immagini delle telecamere di videosorveglianza. Al momento, la Procura ha aperto un fascicolo solo per «tentata rapina» perché per gli inquirenti, la versione dei fatti di Jonathan Maria Rivolta risulta «molto credibile» e il giovane avrebbe agito esclusivamente per «legittima difesa». Il padre del ragazzo e gli altri familiari lo ripetono in continuazione agli investigatori e ai giornalisti ribadendo che il trentatreenne ha agito «solo per difendersi».
In zona tutti conoscono questo giovane «brillante» con due lauree, una in Scienze della comunicazione e una in Economia, che mai pensava di poter vivere un incubo. Era al piano di sopra della sua villa, quando all’improvviso ha sentito dei rumori ed è sceso in cucina: lì ha sorpreso la vittima e l’altro complice a rubare, ma i due immediatamente - ha raccontato il proprietario - si sono fiondati su di lui aggredendolo e prendendolo a pugni. L’uomo ha avuto «paura di morire» e si è difeso prendendo un pugnale conservato nel kit di sopravvivenza da trekking che aveva lì nelle vicinanze e si è difeso. Il suo colpo ha ferito uno dei due ladri, che subito sono scappati. Poi, Massa è stato «scaricato» dai suoi complici in ospedale e lì i medici hanno provato a salvarlo, ma è deceduto. Intanto, Jonathan Maria Rivolta è rimasto pietrificato dalla paura nella sua casa, con l’angoscia che i rapinatori potessero tornare e uccidere i suoi genitori.
Mentre proseguono le indagini, i riflettori della politica sono nuovamente accesi sulla spinosa questione della legittima difesa. Il vicepremier Matteo Salvini , su Instagram, ha espresso «solidarietà a chi è stato aggredito in casa sua e si è difeso». Anche Romano La Russa, assessore regionale alla Sicurezza, ha voluto far sentire la sua vicinanza al «trentatreenne che si è semplicemente difeso dall’assalto dei rapinatori rom che si sono introdotti nella sua abitazione e lo hanno malmenato. Come Regione Lombardia siamo disponibili, come già accaduto in passato, a pagare le spese legali dello sfortunato Rivolta se, come appare evidente e mi auguro, verrà riconosciuta la legittima difesa». L’assessore regionale spera che quanto accaduto possa non avere conseguenze ulteriori: «La difesa in casa propria è un atto legittimo e chi delinque deve sapere a cosa va incontro e quali possono essere le gravi conseguenze dei propri gesti violenti. Mi auguro che l’aggredito di Lonate Pozzolo non debba subire, come è già accaduto in passato ad altri nella sua stessa posizione, lunghi procedimenti penali tramutandosi da vittima a carnefice». La Russa ha auspicato «che la famiglia del criminale deceduto non adduca scuse sostenendo tesi innocentiste che giustifichino odiose ritorsioni. L’assalto al pronto soccorso dell’ospedale di Magenta, come loro abitudine, è già un segnale del loro sentirsi al di sopra della legge e padroni del mondo». L’assessore regionale ha rivolto un pensiero all’uomo deceduto: «Dispiace per la giovane vittima, figlio di un ambiente e di un clima sbagliato dove non esiste la legge e che non ha messo in preventivo le tragiche conseguenze che avrebbe potuto avere il suo gesto illegale e violento. Confido, e spero, che la magistratura faccia il proprio dovere secondo coscienza».
C’è molta preoccupazione per eventuali «ritorsioni o vendette dei rom». «Abbiamo paura anche di stare nella nostra casa», è stato il commento di alcuni abitanti di via Montello. E il dibattito politico torna ad accendersi pure sulla pericolosità dei campi rom, trasformati in ritrovi di «violenza e illegalità».
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