True
2019-03-13
La lezione della femminista contro l’invasione e il «totalitarismo Lgbt»
Ansa
Durante il carnevalesco sciopero dell'8 marzo, le militanti della congrega femminista Non una di meno hanno imbrattato con vernice rosa (fortunatamente lavabile) la statua di Indro Montanelli posizionata nei giardini di Porta Venezia a Milano. Secondo le attiviste si trattava di una «doverosa azione di riscatto», una punizione postuma inflitta al giornalista per aver acquistato una sposa eritrea di 12 anni nel 1935 o 1936. L'episodio è piuttosto noto, e fece molto discutere nel 1982, quando Montanelli rilasciò un'intervista a Enzo Biagi in cui spiegava che la giovinetta «era un animalino docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari».
A dirla tutta, non si sa se la ragazza avesse 12 o 14 anni. In proposito, la Fondazione Montanelli Bassi, nel 2015, pubblicò una nota in cui spiegava che «Montanelli sposò sì la giovane Destà com'era usanza della popolazione locale, ma, per quanto oggi possa apparirci riprovevole, quel tipo di matrimonio era addirittura un contratto pubblico, sollecitato dal responsabile del battaglione eritreo guidato da Indro. Si tratta di un episodio della sua vita, non imposto né attuato con violenza, che mai nascose». Diciamo che l'attacco postumo di Non una di meno era fuori tempo massimo, ma lasciamo correre. Qui ci interessa concentrarci su una vicenda collaterale ma rilevante. Come ha notato la rivista Wired, l'imbrattamento della statua ha prodotto un curioso effetto: è tornato a circolare sulla Rete «un breve video Rai risalente al 1969, in cui la giornalista e scrittrice Elvira Banotti incalza Montanelli» sulla sua relazione con la minorenne. Il filmato, in effetti, è impietoso. La Banotti colpisce e affonda Indro senza pietà.
E qui sta il punto. Sarebbe molto interessante se le femministe italiane riprendessero anche altre battaglie della signora Banotti, senza limitarsi a quella (per altro un po' datata) contro Montanelli. Come nota sempre Wired, infatti, il profilo della combattiva Elvira è decisamente più sfaccettato di quanto pensino alcune odierne vestali. La Banotti, infatti, si fece notare per alcuni articoli scoppiettanti pubblicati dal Foglio in cui, tra le altre cose: prendeva le difese di Silvio Berlusconi nel caso Ruby; sbertucciava i sostenitori dello ius soli; se la prendeva con l'ideologia Lgbt e il «totalitarismo gay».
Elvira Banotti (nata ad Asmara nel 1933 e mancata a Roma nel 2014) divenne figura di spicco del femminismo italiano in quanto autrice del Manifesto di Rivolta femminile del 1970. Collaborò con attiviste di primo piano come Carla Lonzi e Carla Accardi, pubblicò saggi molto discussi e molto influenti. Rimase femminista sempre, non rinnegò mai le proprie idee. Fu sempre coerente, insomma, e anche per questo non ebbe paura di esprimere posizioni parecchio scorrette.
Non risparmiava bordate alla Chiesa, combatteva la pornografia e non era affatto a favore della riapertura delle case chiuse. Ma, proprio per difendere le donne, prendeva a schiaffi i fanatici arcobaleno. Nel 2013 definì Nichi Vendola «un essere oscurantista impietrito da una pericolosa “repulsione" per la donna».
Nello stesso articolo demoliva «il clima sbrindellato delle ideologie che consente a gay e lesbiche di investirci tutti con l'accusa di “omofobia" mentre sono attentissimi a oscurare le proprie pregiudizievoli cicatrici emotive con le quali aggiornano il sedimentato, morboso allontanamento tra uomini e donne: cioè l'erotismo e la preziosità dell'accoppiamento». Ne aveva anche per i trans: «Dove credete che trovi la propria ispirazione il “donnicidio" - quel “diritto" punitivo di antica memoria che oggi terrorizza mogli e fidanzate - se non dalla prostituzione del Femminile teatralizzata persino dai trans che scempiano l'identità di tutte le donne?», scriveva. Anche queste, ovviamente, sono affermazioni che si possono discutere o non condividere. Ma la Banotti, da femminista, aveva capito che molte battaglie Lgbt mirano alla cancellazione della donna, al suo svilimento. Le attiviste di Non una di meno, oggi, la pensano molto diversamente. E infatti non rendono un gran servizio all'universo femminile. Di più. La Banotti comprese perfettamente tutti i problemi causati dall'immigrazione di massa. Fece a fette, sul Foglio, il ministro Cécile Kyenge. Non ebbe paura di attaccare frontalmente i difensori dell'islam sul suolo italiano. Spiegò che «una clandestinità diffusa è il detonatore dell'insicurezza, crea sfilacciature che logorano le civiltà».
Tutte queste idee, per le femministe dei nostri giorni, sono semplicemente irricevibili. Le attiviste che hanno scioperato l'8 marzo si battono per i diritti Lgbt, per la tutela delle minoranze (in primis i migranti presentati sempre come vittime). Nei fatti, hanno trasformato le donne in una minoranza qualunque. Ma sono convinte di difenderle imbrattando le statue.
Triptorelina, è partito l’attacco a chi osa criticare il farmaco trans
La triptorelina va bene e chi lo nega è un No Vax. È la strategia argomentativa che Maurizio Mori, del Comitato nazionale di bioetica, persegue in un intervento pubblicato su Quotidiano Sanità.
Il docente di bioetica dell'università di Torino si è scagliato contro le testate giornalistiche, in particolare La Verità, che nei giorni scorsi avevano criticato la scelta dell'Aifa di autorizzare la somministrazione, a carico del Servizio sanitario nazionale, della triptorelina ai minori con disturbi dell'identità di genere. Da un lato, per Mori le obiezioni alla triptorelina s'affiderebbero esclusivamente a «un documento del 2017 dell'American college of pediatrics», organismo che «non arriva a 500 associati» e «ha riserve sui vaccini». Quindi, è un coacervo di cialtroni. Dall'altro lato, ci sarebbe un «assunto metafisico» a monte delle contestazioni al medicinale gender: l'idea che la triptorelina tradisca l'antropologia cattolica. Siamo sicuri che tutto si riduca a farneticazioni antiscientifiche e a fondamentalismo religioso? Il nostro quotidiano, in realtà, è andato a scavare nel principale caso di studio esistente, quello britannico. Del Paese, cioè, in cui è ambientata la miniserie Butterfly, che celebra la transessualità infantile. La Verità ha citato le accuse di un professore di sociologia di Oxford, Michael Biggs, secondo il quale il Gender identity development service di Londra, centro che si occupa dei minori che vogliono cambiare sesso, ha occultato i risultati negativi della «cura». Biggs ha rivelato che, a un anno dal trattamento, i pazienti hanno mostrato tendenze autolesioniste, «un significativo aumento dei problemi comportamentali ed emotivi» e «una significativa diminuzione del benessere fisico». Per Biggs, in conclusione, «i farmaci bloccanti della pubertà hanno esacerbato e non risolto la disforia di genere». Si dirà: va beh, Biggs non è il mago Do Nascimento, ma non è nemmeno un medico. È un sociologo.
Ebbene, La Verità aveva menzionato un articolo pubblicato sul British medical journal da Carl Heneghan, docente di medicina basata su prove di efficacia a Oxford. Pure per il professor Heneghan, i trattamenti indirizzati agli adolescenti affetti da disforia di genere sono tutt'altro che sicuri. Al contrario, rimane «un gran numero di domande senza risposta che includono l'età, la reversibilità, eventi avversi, effetti a lungo termine sulla salute mentale, la qualità della vita, la densità minerale ossea, l'osteoporosi in età avanzata».
A ciò si aggiungono le ombre che circondano il Gids. David Bell, già presidente della Società psicanalitica britannica ed ex capo del personale della clinica londinese, ne aveva lamentato «l'incapacità di resistere alle pressioni» dei gruppi Lgbt. E aveva sollevato «preoccupazioni etiche molto serie» in merito agli «inadeguati» meccanismi di esame ed espressione del consenso, da parte dei minori, a sottoporsi alle terapie.
È assurdo dubitare che quello che in Gran Bretagna si sta rivelando un disastro, da noi si possa trasformare in un successo? Quanto al contagio sociale, di cui Mori ci invita a non preoccuparci, l'esperienza inglese è allarmante: in poco tempo, le richieste di trattamenti per la transessualità minorile sono aumentate del 400%. Non c'entra niente la propaganda gender? Lisa Littman, ricercatrice alla School of public health della Brown university, aveva pubblicato uno studio in cui sosteneva che «il contagio sociale e tra pari» influisce sulla disforia di genere, inducendo i ragazzini a identificarsi come transgender. Risultato? La rivista Plos One, che aveva pubblicato la ricerca, è stata costretta a riesaminare l'articolo dalle proteste delle associazioni Lgbt. E la Brown University si è dissociata dalla ricerca.
Ieri, il senatore di Fratelli d'Italia, Francesco Zaffini, ha annunciato che la commissione Sanità del Senato avvierà un'indagine sulla pericolosità della triptorelina. Le incognite, infatti, sono tante. Il professor Mori menziona il comunicato stampa in cui il Comitato nazionale di bioetica evocava il «vigile monitoraggio di una equipe multidisciplinare e specialistica». Ci dobbiamo fidare del buonsenso degli specialisti in questo clima di caccia alle streghe, su questioni così esposte a pressioni politiche, quando gli specialisti stessi, come prova proprio il caso di Mori, sono già favorevoli alle terapie per il cambio di sesso dei minori?
In quel comunicato stampa, peraltro, il Comitato di bioetica si era visto costretto ad ammettere qual è l'unica posizione antiscientifica in campo: la «questione gender», sulla quale il Cnb, appunto, ha dichiarato di non volersi pronunciare. Per cui, sono due le possibilità. O nel Comitato ci sono sostenitori dell'ideologia arcobaleno, il che proverebbe che l'ipoteca politica è così pesante da rendere azzardato il via libera alla triptorelina. Oppure il Cnb respinge quella teoria. E dunque, parlare di transessualità infantile non è altro che una pericolosa follia.
Continua a leggereRiduci
In questi giorni si parla di Elvira Banotti per i suoi rimproveri a Indro Montanelli nel 1969. Ma le attiviste che si ispirano a lei dimenticano la parte più scorretta del suo pensiero.Secondo Maurizio Mori, del Comitato nazionale di bioetica, le obiezioni alla terapia blocca pubertà sono il frutto del fanatismo. Il Senato però annuncia: al via un'indagine sui rischi del medicinale.Lo speciale contiene due articoliDurante il carnevalesco sciopero dell'8 marzo, le militanti della congrega femminista Non una di meno hanno imbrattato con vernice rosa (fortunatamente lavabile) la statua di Indro Montanelli posizionata nei giardini di Porta Venezia a Milano. Secondo le attiviste si trattava di una «doverosa azione di riscatto», una punizione postuma inflitta al giornalista per aver acquistato una sposa eritrea di 12 anni nel 1935 o 1936. L'episodio è piuttosto noto, e fece molto discutere nel 1982, quando Montanelli rilasciò un'intervista a Enzo Biagi in cui spiegava che la giovinetta «era un animalino docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari». A dirla tutta, non si sa se la ragazza avesse 12 o 14 anni. In proposito, la Fondazione Montanelli Bassi, nel 2015, pubblicò una nota in cui spiegava che «Montanelli sposò sì la giovane Destà com'era usanza della popolazione locale, ma, per quanto oggi possa apparirci riprovevole, quel tipo di matrimonio era addirittura un contratto pubblico, sollecitato dal responsabile del battaglione eritreo guidato da Indro. Si tratta di un episodio della sua vita, non imposto né attuato con violenza, che mai nascose». Diciamo che l'attacco postumo di Non una di meno era fuori tempo massimo, ma lasciamo correre. Qui ci interessa concentrarci su una vicenda collaterale ma rilevante. Come ha notato la rivista Wired, l'imbrattamento della statua ha prodotto un curioso effetto: è tornato a circolare sulla Rete «un breve video Rai risalente al 1969, in cui la giornalista e scrittrice Elvira Banotti incalza Montanelli» sulla sua relazione con la minorenne. Il filmato, in effetti, è impietoso. La Banotti colpisce e affonda Indro senza pietà. E qui sta il punto. Sarebbe molto interessante se le femministe italiane riprendessero anche altre battaglie della signora Banotti, senza limitarsi a quella (per altro un po' datata) contro Montanelli. Come nota sempre Wired, infatti, il profilo della combattiva Elvira è decisamente più sfaccettato di quanto pensino alcune odierne vestali. La Banotti, infatti, si fece notare per alcuni articoli scoppiettanti pubblicati dal Foglio in cui, tra le altre cose: prendeva le difese di Silvio Berlusconi nel caso Ruby; sbertucciava i sostenitori dello ius soli; se la prendeva con l'ideologia Lgbt e il «totalitarismo gay». Elvira Banotti (nata ad Asmara nel 1933 e mancata a Roma nel 2014) divenne figura di spicco del femminismo italiano in quanto autrice del Manifesto di Rivolta femminile del 1970. Collaborò con attiviste di primo piano come Carla Lonzi e Carla Accardi, pubblicò saggi molto discussi e molto influenti. Rimase femminista sempre, non rinnegò mai le proprie idee. Fu sempre coerente, insomma, e anche per questo non ebbe paura di esprimere posizioni parecchio scorrette. Non risparmiava bordate alla Chiesa, combatteva la pornografia e non era affatto a favore della riapertura delle case chiuse. Ma, proprio per difendere le donne, prendeva a schiaffi i fanatici arcobaleno. Nel 2013 definì Nichi Vendola «un essere oscurantista impietrito da una pericolosa “repulsione" per la donna». Nello stesso articolo demoliva «il clima sbrindellato delle ideologie che consente a gay e lesbiche di investirci tutti con l'accusa di “omofobia" mentre sono attentissimi a oscurare le proprie pregiudizievoli cicatrici emotive con le quali aggiornano il sedimentato, morboso allontanamento tra uomini e donne: cioè l'erotismo e la preziosità dell'accoppiamento». Ne aveva anche per i trans: «Dove credete che trovi la propria ispirazione il “donnicidio" - quel “diritto" punitivo di antica memoria che oggi terrorizza mogli e fidanzate - se non dalla prostituzione del Femminile teatralizzata persino dai trans che scempiano l'identità di tutte le donne?», scriveva. Anche queste, ovviamente, sono affermazioni che si possono discutere o non condividere. Ma la Banotti, da femminista, aveva capito che molte battaglie Lgbt mirano alla cancellazione della donna, al suo svilimento. Le attiviste di Non una di meno, oggi, la pensano molto diversamente. E infatti non rendono un gran servizio all'universo femminile. Di più. La Banotti comprese perfettamente tutti i problemi causati dall'immigrazione di massa. Fece a fette, sul Foglio, il ministro Cécile Kyenge. Non ebbe paura di attaccare frontalmente i difensori dell'islam sul suolo italiano. Spiegò che «una clandestinità diffusa è il detonatore dell'insicurezza, crea sfilacciature che logorano le civiltà». Tutte queste idee, per le femministe dei nostri giorni, sono semplicemente irricevibili. Le attiviste che hanno scioperato l'8 marzo si battono per i diritti Lgbt, per la tutela delle minoranze (in primis i migranti presentati sempre come vittime). Nei fatti, hanno trasformato le donne in una minoranza qualunque. Ma sono convinte di difenderle imbrattando le statue. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lezione-della-femminista-contro-linvasione-e-il-totalitarismo-lgbt-2631429911.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="triptorelina-e-partito-lattacco-a-chi-osa-criticare-il-farmaco-trans" data-post-id="2631429911" data-published-at="1769773438" data-use-pagination="False"> Triptorelina, è partito l’attacco a chi osa criticare il farmaco trans La triptorelina va bene e chi lo nega è un No Vax. È la strategia argomentativa che Maurizio Mori, del Comitato nazionale di bioetica, persegue in un intervento pubblicato su Quotidiano Sanità. Il docente di bioetica dell'università di Torino si è scagliato contro le testate giornalistiche, in particolare La Verità, che nei giorni scorsi avevano criticato la scelta dell'Aifa di autorizzare la somministrazione, a carico del Servizio sanitario nazionale, della triptorelina ai minori con disturbi dell'identità di genere. Da un lato, per Mori le obiezioni alla triptorelina s'affiderebbero esclusivamente a «un documento del 2017 dell'American college of pediatrics», organismo che «non arriva a 500 associati» e «ha riserve sui vaccini». Quindi, è un coacervo di cialtroni. Dall'altro lato, ci sarebbe un «assunto metafisico» a monte delle contestazioni al medicinale gender: l'idea che la triptorelina tradisca l'antropologia cattolica. Siamo sicuri che tutto si riduca a farneticazioni antiscientifiche e a fondamentalismo religioso? Il nostro quotidiano, in realtà, è andato a scavare nel principale caso di studio esistente, quello britannico. Del Paese, cioè, in cui è ambientata la miniserie Butterfly, che celebra la transessualità infantile. La Verità ha citato le accuse di un professore di sociologia di Oxford, Michael Biggs, secondo il quale il Gender identity development service di Londra, centro che si occupa dei minori che vogliono cambiare sesso, ha occultato i risultati negativi della «cura». Biggs ha rivelato che, a un anno dal trattamento, i pazienti hanno mostrato tendenze autolesioniste, «un significativo aumento dei problemi comportamentali ed emotivi» e «una significativa diminuzione del benessere fisico». Per Biggs, in conclusione, «i farmaci bloccanti della pubertà hanno esacerbato e non risolto la disforia di genere». Si dirà: va beh, Biggs non è il mago Do Nascimento, ma non è nemmeno un medico. È un sociologo. Ebbene, La Verità aveva menzionato un articolo pubblicato sul British medical journal da Carl Heneghan, docente di medicina basata su prove di efficacia a Oxford. Pure per il professor Heneghan, i trattamenti indirizzati agli adolescenti affetti da disforia di genere sono tutt'altro che sicuri. Al contrario, rimane «un gran numero di domande senza risposta che includono l'età, la reversibilità, eventi avversi, effetti a lungo termine sulla salute mentale, la qualità della vita, la densità minerale ossea, l'osteoporosi in età avanzata». A ciò si aggiungono le ombre che circondano il Gids. David Bell, già presidente della Società psicanalitica britannica ed ex capo del personale della clinica londinese, ne aveva lamentato «l'incapacità di resistere alle pressioni» dei gruppi Lgbt. E aveva sollevato «preoccupazioni etiche molto serie» in merito agli «inadeguati» meccanismi di esame ed espressione del consenso, da parte dei minori, a sottoporsi alle terapie. È assurdo dubitare che quello che in Gran Bretagna si sta rivelando un disastro, da noi si possa trasformare in un successo? Quanto al contagio sociale, di cui Mori ci invita a non preoccuparci, l'esperienza inglese è allarmante: in poco tempo, le richieste di trattamenti per la transessualità minorile sono aumentate del 400%. Non c'entra niente la propaganda gender? Lisa Littman, ricercatrice alla School of public health della Brown university, aveva pubblicato uno studio in cui sosteneva che «il contagio sociale e tra pari» influisce sulla disforia di genere, inducendo i ragazzini a identificarsi come transgender. Risultato? La rivista Plos One, che aveva pubblicato la ricerca, è stata costretta a riesaminare l'articolo dalle proteste delle associazioni Lgbt. E la Brown University si è dissociata dalla ricerca. Ieri, il senatore di Fratelli d'Italia, Francesco Zaffini, ha annunciato che la commissione Sanità del Senato avvierà un'indagine sulla pericolosità della triptorelina. Le incognite, infatti, sono tante. Il professor Mori menziona il comunicato stampa in cui il Comitato nazionale di bioetica evocava il «vigile monitoraggio di una equipe multidisciplinare e specialistica». Ci dobbiamo fidare del buonsenso degli specialisti in questo clima di caccia alle streghe, su questioni così esposte a pressioni politiche, quando gli specialisti stessi, come prova proprio il caso di Mori, sono già favorevoli alle terapie per il cambio di sesso dei minori? In quel comunicato stampa, peraltro, il Comitato di bioetica si era visto costretto ad ammettere qual è l'unica posizione antiscientifica in campo: la «questione gender», sulla quale il Cnb, appunto, ha dichiarato di non volersi pronunciare. Per cui, sono due le possibilità. O nel Comitato ci sono sostenitori dell'ideologia arcobaleno, il che proverebbe che l'ipoteca politica è così pesante da rendere azzardato il via libera alla triptorelina. Oppure il Cnb respinge quella teoria. E dunque, parlare di transessualità infantile non è altro che una pericolosa follia.
La Polizia scientifica in via Nerino a Milano, luogo della morte di Oleksandr Adarich, nel riquadro (Ansa)
In alcuni articoli di denuncia, Adarich viene definito senza mezzi termini «un banchiere truffatore, un imbroglione della famiglia Yanukovych», accusato di aver usato banche e società collegate per spremere l’azienda ucraina Tomak attraverso pignoramenti e passaggi societari pilotati, con l’appoggio di apparati statali deviati. Vicino all’area politica di Sylna Ukrayina, confluita nel sistema di Yanukovych, Adarich incarnava il profilo di un banchiere inserito nelle reti economico-politiche pre-Maidan, oggi invise al governo di Volodymyr Zelensky. Con questo fardello, il 54enne nato a Kiev, sposato, padre di due figli e con doppia cittadinanza ucraina e romena, è morto la sera del 23 gennaio a Milano, precipitando dal quarto piano di un B&b in via Nerino, a pochi passi dal Duomo.
L’indagine, coordinata dal pm Rosario Ferracane e dalla Squadra Mobile, ipotizza un suicidio inscenato. Il B&b era stato affittato con un alias; nella stanza sono stati trovati documenti d’identità multipli; testimoni e telecamere indicano presenze subito dopo la caduta e sul corpo ci sono segni di costrizione. L’autopsia, attesa nei prossimi giorni, dovrà chiarire se fosse già morto prima del volo di 15 metri. Adarich era arrivato dalla Spagna, dove viveva, per affari mai chiariti.
Secondo i registri aziendali ucraini, il banchiere non era stato solo il proprietario di Fidobank, ma controllava una rete di società con sede a Kiev, tra cui Eurobank, Deviza e Fido investments, ed era stato dirigente di Ukrsibbank: una presenza economica strutturata nel cuore della finanza ucraina.
Circa 260-270 milioni di euro bruciati: 62-64 milioni rimborsati dallo Stato ai correntisti, 16-17 milioni rimasti congelati sui conti, un presunto schema da 50-52 milioni legato all’acquisto di Erste Bank e oltre 140 milioni di euro fatti uscire all’estero. Una ricostruzione delle autorità che ha travolto decine di migliaia di famiglie e imprese, lasciando migliaia di risparmiatori senza recuperare i propri soldi.
La storia parte a Kiev nei primi anni Duemila: Adarich cresce come manager, diventa banchiere-padrone tra il 2012 e il 2013 ed entra nella politica regionale. Dopo Maidan incarna un sistema che il Paese vuole smantellare. Nel 2016 la Banca nazionale dichiara insolventi Fidobank ed Eurobank e avvia la liquidazione. A Kiev partono indagini amministrative e penali, con sequestri e verifiche sui flussi di capitale. Le accuse più dure arrivano dal Fondo di garanzia dei depositi: Kateryna Mysnyk, direttrice del dipartimento investigativo, aveva parlato di «uno dei primi e più grandi schemi fraudolenti» del settore, descrivendo una catena di operazioni da circa 55-56 milioni di dollari, fondi fatti uscire come importazioni fittizie per oltre 150 milioni di dollari e rientrati come presunti investimenti, seguiti dall’acquisto di Erste per 82 milioni di dollari e dall’acquisizione di oltre 180 immobili, poi rivenduti - secondo il Fondo - a prezzi sottostimati. Anche dopo il crac, gli asset di Fidobank hanno continuato a circolare: nel 2020 i suoi crediti sono finiti a società poi emerse in inchieste di Radio liberty per legami opachi e connessioni con Mosca.
Nell’Ucraina oggi in guerra con la Russia, figure come Adarich sono invise a Kiev perché incarnano l’intreccio tra banche, politica e vecchie élite, lo stesso contesto da dove arriva l’ex ministro Yuriy Kolobov, arrestato in Spagna, da dove Adarich era partito per Milano.
Continua a leggereRiduci
Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz (Ansa)
E che il diktat di Zelensky non si traduca in una mossa vincente ne è convinto anche il Lussemburgo. Il ministro degli Esteri lussemburghese, Xavier Bettel, prima di varcare le porte del Consiglio esteri dell’Ue, ha dichiarato: «Ho sentito che il presidente Zelensky ha detto che devono diventare membri l’anno prossimo. Mi dispiace, gliel’ho detto più volte: non dare ultimatum, non è nel tuo interesse». Il rischio di imboccare la strada di due pesi e due misure è infatti dietro l’angolo: «Il fatto è che esistono delle regole, i criteri di Copenaghen, e devono essere rispettati. Non possiamo dire che ci sono criteri per alcuni e non per altri».
Sulla questione, il premier ungherese Viktor Orbán è tornato a criticare Bruxelles. «Tre quarti degli europei respingono l’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione europea. Eppure, Bruxelles continua a procedere. Non le importa cosa pensa la gente» ha scritto su X. Tra l’altro Orbán aveva rivelato l’esistenza di un documento segreto, discusso nell’Ue, che dovrebbe prevedere proprio la procedura accelerata per l’adesione di Kiev il prossimo anno. L’Alta rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio esteri, non ha risposto a chi le ha chiesto chiarimenti sulle rivelazioni del premier ungherese. Si è limitata a sostenere vagamente che «ciò che è chiaro è che il futuro dell’Ucraina è nell’Unione europea. Stiamo quindi lavorando su questo, sul processo di adesione all’Ue».
Ma oltre al percorso accelerato, tra le varie richieste del presidente ucraino rientra anche la creazione di un esercito europeo: aveva lanciato l’appello la scorsa settimana dal palco di Davos. A esprimersi in merito è stato ieri l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: «Non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa» ha dichiarato, precisando che «i militari americani rimangono fondamentali». Ha poi aggiunto: «Adesso avremo più fondi grazie agli apporti europei e questo permetterà una più stretta collaborazione con le industrie militari». A commentare le parole di Dragone, è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante la prima edizione del «Forum Difesa», promosso da Bruno Vespa e Comin & Partners in collaborazione con l’Iai. Il ministro ha chiarito che «nessuno pensa di avere domani mattina un esercito europeo», anche perché «la difesa resta nazionale per Costituzione». Sull’Europa si tratta piuttosto «della possibilità di interoperare tra eserciti, aeronautiche e marine dei diversi Paesi» ma sempre «secondo gli schemi della Nato».
E mentre Bruxelles ha sbandierato alcune misure discusse contro Mosca, dall’inclusione della Russia nella lista nera antiriciclaggio all’intenzione di presentare il 20° pacchetto di sanzioni, il presidente americano Donald Trump ha annunciato la tregua di una settimana.
La proposta della Casa Bianca sarebbe stata infatti accettata dallo zar russo, Vladimir Putin. «A causa del freddo estremo, ho chiesto personalmente al presidente Putin di non aprire il fuoco su Kiev e le altre città per una settimana durante questo periodo e lui ha accettato di farlo. E devo dire che è stato molto bello», ha detto il tycoon durante la riunione di gabinetto. Prima dell’annuncio, dai blogger militari russi e dai media ucraini era trapelata la notizia, non confermata dal Cremlino, di un possibile cessate il fuoco inerente alle infrastrutture energetiche. Stando a quanto riferito da Axios, la tregua per il freddo era stata proposta dagli Stati Uniti durante il trilaterale della scorsa settimana, ma Mosca aveva preso tempo. L’inviato americano, Steve Witkoff, ha poi fatto il punto su quanto raggiunto ad Abu Dhabi: si sono registrati «sviluppi positivi» sulla questione territoriale che stanno proseguendo e sono «in gran parte completati» gli accordi «sul protocollo di sicurezza» e «sulla prosperità».
Ma i prossimi colloqui, che si terranno domenica sempre nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, si svolgeranno senza la mediazione americana. A confermarlo è stato il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov: «Questo è ciò su cui americani e ucraini hanno concordato: instaurare contatti bilaterali a un livello inferiore». Lo stesso Witkoff ha comunicato che il secondo round del trilaterale, che prevede quindi anche la partecipazione americana, si terrà «tra circa una settimana».
Continua a leggereRiduci
Ali Khamenei (Ansa)
L’amministrazione Trump sta aumentando la pressione sull’Iran. Ieri, Washington ha portato a un totale di dieci unità le navi da guerra schierate in Medio Oriente. Dall’altra parte, le forze armate della Repubblica islamica hanno ricevuto un lotto di mille droni. «In linea con le minacce future, l’esercito mantiene e potenzia i suoi vantaggi strategici per un combattimento rapido e per imporre una risposta schiacciante contro qualsiasi aggressore», ha dichiarato il comandante in capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami. Non solo. Teheran ha altresì annunciato che, la settimana prossima, effettuerà delle esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz. «Oggi dobbiamo essere preparati a uno stato di guerra. La nostra strategia è che non inizieremo mai una guerra, ma se verrà imposta, ci difenderemo», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, che ha poi invocato delle «garanzie» per eventuali negoziati con Washington. Reuters ha intanto riferito che il regime di Ali Khamenei starebbe attuando una campagna di arresti di massa per dissuadere il sorgere di nuove proteste.
Che la tensione complessiva stia aumentando è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, il direttore generale di Rosatom, Alexey Likhachev, ha reso noto che Mosca sarebbe pronta a ritirare il personale russo dalla centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, mentre la stessa Ankara si sta preparando all’ipotesi di un attacco statunitense contro la Repubblica islamica. «Se gli Stati Uniti attaccassero l’Iran e il regime cadesse, la Turchia sta pianificando ulteriori misure per rafforzare la sicurezza del confine», ha affermato un funzionario turco.
È nel mezzo di queste fibrillazioni che si sono registrate varie manovre diplomatiche. Axios ha riferito che, entro la fine di questa settimana, alti funzionari israeliani e sauditi saranno a Washington per discutere della crisi iraniana. Mosca, dal canto suo, sta cercando di calmare le acque. «Continuiamo a invitare tutte le parti alla moderazione e ad astenersi dal ricorrere alla forza per risolvere questa controversia. Qualsiasi azione coercitiva non farebbe altro che seminare il caos nella regione», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Di Iran ha parlato, ieri, anche Vladimir Putin nell’incontro che ha avuto con il presidente degli Emirati arabi, Mohamed bin Zayed al-Nahyan. Non è del resto un mistero che, dopo aver perso un alleato chiave come Bashar al Assad in Siria, la Russia tema adesso di veder crollare anche il regime khomeinista.
Tutto questo, mentre, mercoledì, il vice consigliere per la sicurezza nazionale dell’India, Pavan Kapoor, si è recato a Teheran per incontrare il suo omologo iraniano, Ali Bagheri Kani. Dall’altra parte, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si è sentito al telefono ieri con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Nel frattempo, oggi il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, si recherà ad Ankara: il suo obiettivo è quello di far leva sulla Turchia per scongiurare un eventuale attacco statunitense. Del resto, l’altro ieri, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha avuto un colloquio con l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack.
Insomma, l’incremento della tensione e tutta questa fibrillazione diplomatica evidenziano che potrebbe succedere presto qualcosa. Per quanto non ci sia ancora nulla di certo, sembra che, negli ultimi giorni, la frustrazione di Trump nei confronti di Teheran sia aumentata. Il presidente americano, in particolare, sarebbe irritato dalla mancanza di progressi nelle trattative inerenti a due delicate questioni: quella del programma nucleare e quella del programma balistico. Ragion per cui, sarebbe al momento orientato all’opzione militare contro la Repubblica islamica: il che significherebbe probabilmente un attacco o ad alcuni siti atomici o agli impianti per la fabbricazione missilistica. In quest’ottica, il presidente americano potrebbe decidere di ordinare un’azione militare proprio per mettere gli ayatollah con le spalle al muro, costringendoli a cedere alle sue richieste negoziali. «Hanno tutte le possibilità di raggiungere un accordo. Non dovrebbero perseguire capacità nucleari. Saremo pronti a fare tutto ciò che questo presidente si aspetta dal dipartimento della Guerra, proprio come abbiamo fatto questo mese in Venezuela», ha detto, ieri sera, il capo del Pentagono, Pete Hegseth.
Ma non è tutto. Sul tavolo, secondo la Cnn, ci sarebbero anche azioni militari mirate contro i leader del regime khomeinista. E qui veniamo a un punto cruciale. Più che a un regime change classico, Trump sarebbe interessato ad adottare con l’Iran una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime, per poi scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima però di averlo adeguatamente addomesticato. L’obiettivo sarebbe quello di esercitare la pressione per riorientare la politica estera di Teheran: esattamente quello che la Casa Bianca sta facendo a Caracas, in nome della cosiddetta «coercizione senza proprietà».
Una strategia, questa, che consentirebbe a Washington di tutelare gli interessi nazionali, evitando al contempo che gli Usa si ritrovino direttamente impelagati in qualche pantano militare. Trump ha d’altronde sempre nutrito significativo scetticismo verso i processi di nation building. Chiaramente, al netto di alcuni parallelismi, la situazione venezuelana non è completamente sovrapponibile a quella iraniana.
Via libera per inserire i pasdaran tra le organizzazioni terroristiche
«La repressione non può rimanere impunita». Con queste parole Kaja Kallas ha commentato la svolta impressa dai ministri degli Esteri dell’Unione europea, che hanno compiuto un passo ritenuto ormai irreversibile: l’avvio del processo per inserire i Guardiani della Rivoluzione iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche. «Un regime che elimina migliaia di cittadini al proprio interno - ha scritto Kallas - sta preparando la propria fine».
Allo stesso tempo, il consiglio Affari esteri ha dato il via libera a un nuovo pacchetto di misure restrittive contro Teheran. Secondo fonti diplomatiche europee, le sanzioni prevedono il divieto di ingresso nell’Ue e il congelamento dei beni per 21 soggetti: 15 persone fisiche e sei entità coinvolte nella repressione delle proteste interne, oltre a dieci individui legati alla fornitura di armamenti iraniani alla Russia, impiegati nella guerra in Ucraina. Le sanzioni individuali sono state approvate formalmente all’apertura dei lavori dei Ventisette, riuniti a Bruxelles.
Diverso, ma strettamente collegato, il percorso che riguarda la designazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione come organizzazione terroristica. La decisione finale è attesa in una fase successiva, anche se - secondo fonti europee - diversi Stati membri avrebbero già espresso il proprio assenso. Un orientamento confermato dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani: «È emerso il consenso sulla definizione dei pasdaran come organizzazione terroristica, ma questo non significa che non si debba dialogare con Teheran». Il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha definito «storica», in un’intervista televisiva, la possibilità di inserire i Guardiani della Rivoluzione nella lista nera dell’Ue. «È una richiesta avanzata dall’Eurocamera fin dal 2023 - ha ricordato - e oggi ciò che sembrava irrealizzabile diventa finalmente possibile». Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato l’Europa di contribuire all’escalation delle tensioni regionali e ha definito la decisione un grave errore strategico: «Diversi Paesi stanno attualmente cercando di evitare lo scoppio di una guerra totale nella nostra regione. Nessuno di loro è europeo. L’Europa è invece impegnata ad alimentare il fuoco», ha scritto su X il capo della diplomazia di Teheran. Per l’ambasciatore in Italia dello Stato di Israele, Jonathan Peled, «è una decisione storica dell’Unione europea che chiama le cose con il loro nome. I Guardiani della Rivoluzione iraniana sono il principale motore del terrorismo e dell’instabilità. Esprimiamo il nostro apprezzamento per il contributo apportato dall’Italia a una decisione dell’Ue che costituisce un passo decisivo sulla via della responsabilità e della sicurezza».
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica nasce nel 1979, all’indomani della rivoluzione khomeinista, su impulso diretto della nuova leadership religiosa. La sua missione ufficiale è «difendere e diffondere i principi della rivoluzione islamica». Oltre al controllo interno, il Corpo rappresenta lo strumento principale della proiezione regionale iraniana. Attraverso la Forza Quds, unità specializzata nelle operazioni esterne, Teheran sostiene e coordina alleati come Hezbollah in Libano e le milizie sciite Hashd al-Shaabi in Iraq. La stessa Forza Quds è sospettata di aver preso parte a numerose attività clandestine sul suolo europeo, tra cui un attentato contro una sinagoga a Bochum, in Germania, nel 2021: un episodio che costituisce la base giuridica utilizzata per avviare la procedura di designazione terroristica a livello Ue.
Una decisione attesa da anni dall’opposizione iraniana. Azar Karimi, portavoce dell’associazione Giovani iraniani in Italia, parla di «un passaggio storico»: «L’Ue riconosce ciò che il popolo iraniano denuncia da 47 anni: repressione, violenza, terrorismo e violazioni sistematiche dei diritti umani. È una vittoria morale e politica per milioni di iraniani. Non cancella il dolore, ma manda un segnale chiaro: questo regime è agli sgoccioli. È un momento di speranza, responsabilità e memoria».
Continua a leggereRiduci