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2019-03-13
La lezione della femminista contro l’invasione e il «totalitarismo Lgbt»
Ansa
Durante il carnevalesco sciopero dell'8 marzo, le militanti della congrega femminista Non una di meno hanno imbrattato con vernice rosa (fortunatamente lavabile) la statua di Indro Montanelli posizionata nei giardini di Porta Venezia a Milano. Secondo le attiviste si trattava di una «doverosa azione di riscatto», una punizione postuma inflitta al giornalista per aver acquistato una sposa eritrea di 12 anni nel 1935 o 1936. L'episodio è piuttosto noto, e fece molto discutere nel 1982, quando Montanelli rilasciò un'intervista a Enzo Biagi in cui spiegava che la giovinetta «era un animalino docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari».
A dirla tutta, non si sa se la ragazza avesse 12 o 14 anni. In proposito, la Fondazione Montanelli Bassi, nel 2015, pubblicò una nota in cui spiegava che «Montanelli sposò sì la giovane Destà com'era usanza della popolazione locale, ma, per quanto oggi possa apparirci riprovevole, quel tipo di matrimonio era addirittura un contratto pubblico, sollecitato dal responsabile del battaglione eritreo guidato da Indro. Si tratta di un episodio della sua vita, non imposto né attuato con violenza, che mai nascose». Diciamo che l'attacco postumo di Non una di meno era fuori tempo massimo, ma lasciamo correre. Qui ci interessa concentrarci su una vicenda collaterale ma rilevante. Come ha notato la rivista Wired, l'imbrattamento della statua ha prodotto un curioso effetto: è tornato a circolare sulla Rete «un breve video Rai risalente al 1969, in cui la giornalista e scrittrice Elvira Banotti incalza Montanelli» sulla sua relazione con la minorenne. Il filmato, in effetti, è impietoso. La Banotti colpisce e affonda Indro senza pietà.
E qui sta il punto. Sarebbe molto interessante se le femministe italiane riprendessero anche altre battaglie della signora Banotti, senza limitarsi a quella (per altro un po' datata) contro Montanelli. Come nota sempre Wired, infatti, il profilo della combattiva Elvira è decisamente più sfaccettato di quanto pensino alcune odierne vestali. La Banotti, infatti, si fece notare per alcuni articoli scoppiettanti pubblicati dal Foglio in cui, tra le altre cose: prendeva le difese di Silvio Berlusconi nel caso Ruby; sbertucciava i sostenitori dello ius soli; se la prendeva con l'ideologia Lgbt e il «totalitarismo gay».
Elvira Banotti (nata ad Asmara nel 1933 e mancata a Roma nel 2014) divenne figura di spicco del femminismo italiano in quanto autrice del Manifesto di Rivolta femminile del 1970. Collaborò con attiviste di primo piano come Carla Lonzi e Carla Accardi, pubblicò saggi molto discussi e molto influenti. Rimase femminista sempre, non rinnegò mai le proprie idee. Fu sempre coerente, insomma, e anche per questo non ebbe paura di esprimere posizioni parecchio scorrette.
Non risparmiava bordate alla Chiesa, combatteva la pornografia e non era affatto a favore della riapertura delle case chiuse. Ma, proprio per difendere le donne, prendeva a schiaffi i fanatici arcobaleno. Nel 2013 definì Nichi Vendola «un essere oscurantista impietrito da una pericolosa “repulsione" per la donna».
Nello stesso articolo demoliva «il clima sbrindellato delle ideologie che consente a gay e lesbiche di investirci tutti con l'accusa di “omofobia" mentre sono attentissimi a oscurare le proprie pregiudizievoli cicatrici emotive con le quali aggiornano il sedimentato, morboso allontanamento tra uomini e donne: cioè l'erotismo e la preziosità dell'accoppiamento». Ne aveva anche per i trans: «Dove credete che trovi la propria ispirazione il “donnicidio" - quel “diritto" punitivo di antica memoria che oggi terrorizza mogli e fidanzate - se non dalla prostituzione del Femminile teatralizzata persino dai trans che scempiano l'identità di tutte le donne?», scriveva. Anche queste, ovviamente, sono affermazioni che si possono discutere o non condividere. Ma la Banotti, da femminista, aveva capito che molte battaglie Lgbt mirano alla cancellazione della donna, al suo svilimento. Le attiviste di Non una di meno, oggi, la pensano molto diversamente. E infatti non rendono un gran servizio all'universo femminile. Di più. La Banotti comprese perfettamente tutti i problemi causati dall'immigrazione di massa. Fece a fette, sul Foglio, il ministro Cécile Kyenge. Non ebbe paura di attaccare frontalmente i difensori dell'islam sul suolo italiano. Spiegò che «una clandestinità diffusa è il detonatore dell'insicurezza, crea sfilacciature che logorano le civiltà».
Tutte queste idee, per le femministe dei nostri giorni, sono semplicemente irricevibili. Le attiviste che hanno scioperato l'8 marzo si battono per i diritti Lgbt, per la tutela delle minoranze (in primis i migranti presentati sempre come vittime). Nei fatti, hanno trasformato le donne in una minoranza qualunque. Ma sono convinte di difenderle imbrattando le statue.
Triptorelina, è partito l’attacco a chi osa criticare il farmaco trans
La triptorelina va bene e chi lo nega è un No Vax. È la strategia argomentativa che Maurizio Mori, del Comitato nazionale di bioetica, persegue in un intervento pubblicato su Quotidiano Sanità.
Il docente di bioetica dell'università di Torino si è scagliato contro le testate giornalistiche, in particolare La Verità, che nei giorni scorsi avevano criticato la scelta dell'Aifa di autorizzare la somministrazione, a carico del Servizio sanitario nazionale, della triptorelina ai minori con disturbi dell'identità di genere. Da un lato, per Mori le obiezioni alla triptorelina s'affiderebbero esclusivamente a «un documento del 2017 dell'American college of pediatrics», organismo che «non arriva a 500 associati» e «ha riserve sui vaccini». Quindi, è un coacervo di cialtroni. Dall'altro lato, ci sarebbe un «assunto metafisico» a monte delle contestazioni al medicinale gender: l'idea che la triptorelina tradisca l'antropologia cattolica. Siamo sicuri che tutto si riduca a farneticazioni antiscientifiche e a fondamentalismo religioso? Il nostro quotidiano, in realtà, è andato a scavare nel principale caso di studio esistente, quello britannico. Del Paese, cioè, in cui è ambientata la miniserie Butterfly, che celebra la transessualità infantile. La Verità ha citato le accuse di un professore di sociologia di Oxford, Michael Biggs, secondo il quale il Gender identity development service di Londra, centro che si occupa dei minori che vogliono cambiare sesso, ha occultato i risultati negativi della «cura». Biggs ha rivelato che, a un anno dal trattamento, i pazienti hanno mostrato tendenze autolesioniste, «un significativo aumento dei problemi comportamentali ed emotivi» e «una significativa diminuzione del benessere fisico». Per Biggs, in conclusione, «i farmaci bloccanti della pubertà hanno esacerbato e non risolto la disforia di genere». Si dirà: va beh, Biggs non è il mago Do Nascimento, ma non è nemmeno un medico. È un sociologo.
Ebbene, La Verità aveva menzionato un articolo pubblicato sul British medical journal da Carl Heneghan, docente di medicina basata su prove di efficacia a Oxford. Pure per il professor Heneghan, i trattamenti indirizzati agli adolescenti affetti da disforia di genere sono tutt'altro che sicuri. Al contrario, rimane «un gran numero di domande senza risposta che includono l'età, la reversibilità, eventi avversi, effetti a lungo termine sulla salute mentale, la qualità della vita, la densità minerale ossea, l'osteoporosi in età avanzata».
A ciò si aggiungono le ombre che circondano il Gids. David Bell, già presidente della Società psicanalitica britannica ed ex capo del personale della clinica londinese, ne aveva lamentato «l'incapacità di resistere alle pressioni» dei gruppi Lgbt. E aveva sollevato «preoccupazioni etiche molto serie» in merito agli «inadeguati» meccanismi di esame ed espressione del consenso, da parte dei minori, a sottoporsi alle terapie.
È assurdo dubitare che quello che in Gran Bretagna si sta rivelando un disastro, da noi si possa trasformare in un successo? Quanto al contagio sociale, di cui Mori ci invita a non preoccuparci, l'esperienza inglese è allarmante: in poco tempo, le richieste di trattamenti per la transessualità minorile sono aumentate del 400%. Non c'entra niente la propaganda gender? Lisa Littman, ricercatrice alla School of public health della Brown university, aveva pubblicato uno studio in cui sosteneva che «il contagio sociale e tra pari» influisce sulla disforia di genere, inducendo i ragazzini a identificarsi come transgender. Risultato? La rivista Plos One, che aveva pubblicato la ricerca, è stata costretta a riesaminare l'articolo dalle proteste delle associazioni Lgbt. E la Brown University si è dissociata dalla ricerca.
Ieri, il senatore di Fratelli d'Italia, Francesco Zaffini, ha annunciato che la commissione Sanità del Senato avvierà un'indagine sulla pericolosità della triptorelina. Le incognite, infatti, sono tante. Il professor Mori menziona il comunicato stampa in cui il Comitato nazionale di bioetica evocava il «vigile monitoraggio di una equipe multidisciplinare e specialistica». Ci dobbiamo fidare del buonsenso degli specialisti in questo clima di caccia alle streghe, su questioni così esposte a pressioni politiche, quando gli specialisti stessi, come prova proprio il caso di Mori, sono già favorevoli alle terapie per il cambio di sesso dei minori?
In quel comunicato stampa, peraltro, il Comitato di bioetica si era visto costretto ad ammettere qual è l'unica posizione antiscientifica in campo: la «questione gender», sulla quale il Cnb, appunto, ha dichiarato di non volersi pronunciare. Per cui, sono due le possibilità. O nel Comitato ci sono sostenitori dell'ideologia arcobaleno, il che proverebbe che l'ipoteca politica è così pesante da rendere azzardato il via libera alla triptorelina. Oppure il Cnb respinge quella teoria. E dunque, parlare di transessualità infantile non è altro che una pericolosa follia.
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In questi giorni si parla di Elvira Banotti per i suoi rimproveri a Indro Montanelli nel 1969. Ma le attiviste che si ispirano a lei dimenticano la parte più scorretta del suo pensiero.Secondo Maurizio Mori, del Comitato nazionale di bioetica, le obiezioni alla terapia blocca pubertà sono il frutto del fanatismo. Il Senato però annuncia: al via un'indagine sui rischi del medicinale.Lo speciale contiene due articoliDurante il carnevalesco sciopero dell'8 marzo, le militanti della congrega femminista Non una di meno hanno imbrattato con vernice rosa (fortunatamente lavabile) la statua di Indro Montanelli posizionata nei giardini di Porta Venezia a Milano. Secondo le attiviste si trattava di una «doverosa azione di riscatto», una punizione postuma inflitta al giornalista per aver acquistato una sposa eritrea di 12 anni nel 1935 o 1936. L'episodio è piuttosto noto, e fece molto discutere nel 1982, quando Montanelli rilasciò un'intervista a Enzo Biagi in cui spiegava che la giovinetta «era un animalino docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari». A dirla tutta, non si sa se la ragazza avesse 12 o 14 anni. In proposito, la Fondazione Montanelli Bassi, nel 2015, pubblicò una nota in cui spiegava che «Montanelli sposò sì la giovane Destà com'era usanza della popolazione locale, ma, per quanto oggi possa apparirci riprovevole, quel tipo di matrimonio era addirittura un contratto pubblico, sollecitato dal responsabile del battaglione eritreo guidato da Indro. Si tratta di un episodio della sua vita, non imposto né attuato con violenza, che mai nascose». Diciamo che l'attacco postumo di Non una di meno era fuori tempo massimo, ma lasciamo correre. Qui ci interessa concentrarci su una vicenda collaterale ma rilevante. Come ha notato la rivista Wired, l'imbrattamento della statua ha prodotto un curioso effetto: è tornato a circolare sulla Rete «un breve video Rai risalente al 1969, in cui la giornalista e scrittrice Elvira Banotti incalza Montanelli» sulla sua relazione con la minorenne. Il filmato, in effetti, è impietoso. La Banotti colpisce e affonda Indro senza pietà. E qui sta il punto. Sarebbe molto interessante se le femministe italiane riprendessero anche altre battaglie della signora Banotti, senza limitarsi a quella (per altro un po' datata) contro Montanelli. Come nota sempre Wired, infatti, il profilo della combattiva Elvira è decisamente più sfaccettato di quanto pensino alcune odierne vestali. La Banotti, infatti, si fece notare per alcuni articoli scoppiettanti pubblicati dal Foglio in cui, tra le altre cose: prendeva le difese di Silvio Berlusconi nel caso Ruby; sbertucciava i sostenitori dello ius soli; se la prendeva con l'ideologia Lgbt e il «totalitarismo gay». Elvira Banotti (nata ad Asmara nel 1933 e mancata a Roma nel 2014) divenne figura di spicco del femminismo italiano in quanto autrice del Manifesto di Rivolta femminile del 1970. Collaborò con attiviste di primo piano come Carla Lonzi e Carla Accardi, pubblicò saggi molto discussi e molto influenti. Rimase femminista sempre, non rinnegò mai le proprie idee. Fu sempre coerente, insomma, e anche per questo non ebbe paura di esprimere posizioni parecchio scorrette. Non risparmiava bordate alla Chiesa, combatteva la pornografia e non era affatto a favore della riapertura delle case chiuse. Ma, proprio per difendere le donne, prendeva a schiaffi i fanatici arcobaleno. Nel 2013 definì Nichi Vendola «un essere oscurantista impietrito da una pericolosa “repulsione" per la donna». Nello stesso articolo demoliva «il clima sbrindellato delle ideologie che consente a gay e lesbiche di investirci tutti con l'accusa di “omofobia" mentre sono attentissimi a oscurare le proprie pregiudizievoli cicatrici emotive con le quali aggiornano il sedimentato, morboso allontanamento tra uomini e donne: cioè l'erotismo e la preziosità dell'accoppiamento». Ne aveva anche per i trans: «Dove credete che trovi la propria ispirazione il “donnicidio" - quel “diritto" punitivo di antica memoria che oggi terrorizza mogli e fidanzate - se non dalla prostituzione del Femminile teatralizzata persino dai trans che scempiano l'identità di tutte le donne?», scriveva. Anche queste, ovviamente, sono affermazioni che si possono discutere o non condividere. Ma la Banotti, da femminista, aveva capito che molte battaglie Lgbt mirano alla cancellazione della donna, al suo svilimento. Le attiviste di Non una di meno, oggi, la pensano molto diversamente. E infatti non rendono un gran servizio all'universo femminile. Di più. La Banotti comprese perfettamente tutti i problemi causati dall'immigrazione di massa. Fece a fette, sul Foglio, il ministro Cécile Kyenge. Non ebbe paura di attaccare frontalmente i difensori dell'islam sul suolo italiano. Spiegò che «una clandestinità diffusa è il detonatore dell'insicurezza, crea sfilacciature che logorano le civiltà». Tutte queste idee, per le femministe dei nostri giorni, sono semplicemente irricevibili. Le attiviste che hanno scioperato l'8 marzo si battono per i diritti Lgbt, per la tutela delle minoranze (in primis i migranti presentati sempre come vittime). Nei fatti, hanno trasformato le donne in una minoranza qualunque. Ma sono convinte di difenderle imbrattando le statue. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lezione-della-femminista-contro-linvasione-e-il-totalitarismo-lgbt-2631429911.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="triptorelina-e-partito-lattacco-a-chi-osa-criticare-il-farmaco-trans" data-post-id="2631429911" data-published-at="1780762156" data-use-pagination="False"> Triptorelina, è partito l’attacco a chi osa criticare il farmaco trans La triptorelina va bene e chi lo nega è un No Vax. È la strategia argomentativa che Maurizio Mori, del Comitato nazionale di bioetica, persegue in un intervento pubblicato su Quotidiano Sanità. Il docente di bioetica dell'università di Torino si è scagliato contro le testate giornalistiche, in particolare La Verità, che nei giorni scorsi avevano criticato la scelta dell'Aifa di autorizzare la somministrazione, a carico del Servizio sanitario nazionale, della triptorelina ai minori con disturbi dell'identità di genere. Da un lato, per Mori le obiezioni alla triptorelina s'affiderebbero esclusivamente a «un documento del 2017 dell'American college of pediatrics», organismo che «non arriva a 500 associati» e «ha riserve sui vaccini». Quindi, è un coacervo di cialtroni. Dall'altro lato, ci sarebbe un «assunto metafisico» a monte delle contestazioni al medicinale gender: l'idea che la triptorelina tradisca l'antropologia cattolica. Siamo sicuri che tutto si riduca a farneticazioni antiscientifiche e a fondamentalismo religioso? Il nostro quotidiano, in realtà, è andato a scavare nel principale caso di studio esistente, quello britannico. Del Paese, cioè, in cui è ambientata la miniserie Butterfly, che celebra la transessualità infantile. La Verità ha citato le accuse di un professore di sociologia di Oxford, Michael Biggs, secondo il quale il Gender identity development service di Londra, centro che si occupa dei minori che vogliono cambiare sesso, ha occultato i risultati negativi della «cura». Biggs ha rivelato che, a un anno dal trattamento, i pazienti hanno mostrato tendenze autolesioniste, «un significativo aumento dei problemi comportamentali ed emotivi» e «una significativa diminuzione del benessere fisico». Per Biggs, in conclusione, «i farmaci bloccanti della pubertà hanno esacerbato e non risolto la disforia di genere». Si dirà: va beh, Biggs non è il mago Do Nascimento, ma non è nemmeno un medico. È un sociologo. Ebbene, La Verità aveva menzionato un articolo pubblicato sul British medical journal da Carl Heneghan, docente di medicina basata su prove di efficacia a Oxford. Pure per il professor Heneghan, i trattamenti indirizzati agli adolescenti affetti da disforia di genere sono tutt'altro che sicuri. Al contrario, rimane «un gran numero di domande senza risposta che includono l'età, la reversibilità, eventi avversi, effetti a lungo termine sulla salute mentale, la qualità della vita, la densità minerale ossea, l'osteoporosi in età avanzata». A ciò si aggiungono le ombre che circondano il Gids. David Bell, già presidente della Società psicanalitica britannica ed ex capo del personale della clinica londinese, ne aveva lamentato «l'incapacità di resistere alle pressioni» dei gruppi Lgbt. E aveva sollevato «preoccupazioni etiche molto serie» in merito agli «inadeguati» meccanismi di esame ed espressione del consenso, da parte dei minori, a sottoporsi alle terapie. È assurdo dubitare che quello che in Gran Bretagna si sta rivelando un disastro, da noi si possa trasformare in un successo? Quanto al contagio sociale, di cui Mori ci invita a non preoccuparci, l'esperienza inglese è allarmante: in poco tempo, le richieste di trattamenti per la transessualità minorile sono aumentate del 400%. Non c'entra niente la propaganda gender? Lisa Littman, ricercatrice alla School of public health della Brown university, aveva pubblicato uno studio in cui sosteneva che «il contagio sociale e tra pari» influisce sulla disforia di genere, inducendo i ragazzini a identificarsi come transgender. Risultato? La rivista Plos One, che aveva pubblicato la ricerca, è stata costretta a riesaminare l'articolo dalle proteste delle associazioni Lgbt. E la Brown University si è dissociata dalla ricerca. Ieri, il senatore di Fratelli d'Italia, Francesco Zaffini, ha annunciato che la commissione Sanità del Senato avvierà un'indagine sulla pericolosità della triptorelina. Le incognite, infatti, sono tante. Il professor Mori menziona il comunicato stampa in cui il Comitato nazionale di bioetica evocava il «vigile monitoraggio di una equipe multidisciplinare e specialistica». Ci dobbiamo fidare del buonsenso degli specialisti in questo clima di caccia alle streghe, su questioni così esposte a pressioni politiche, quando gli specialisti stessi, come prova proprio il caso di Mori, sono già favorevoli alle terapie per il cambio di sesso dei minori? In quel comunicato stampa, peraltro, il Comitato di bioetica si era visto costretto ad ammettere qual è l'unica posizione antiscientifica in campo: la «questione gender», sulla quale il Cnb, appunto, ha dichiarato di non volersi pronunciare. Per cui, sono due le possibilità. O nel Comitato ci sono sostenitori dell'ideologia arcobaleno, il che proverebbe che l'ipoteca politica è così pesante da rendere azzardato il via libera alla triptorelina. Oppure il Cnb respinge quella teoria. E dunque, parlare di transessualità infantile non è altro che una pericolosa follia.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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