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2019-10-01
Non solo Br: reddito di cittadinanza anche a ladri, stupratori e assassini
Ansa
Un galeotto ergastolano condannato fino in Cassazione più di 10 anni prima - quindi una persona che per la giustizia è colpevole - può chiedere il reddito di cittadinanza. Anche se è ai domiciliari e se ha commesso reati odiosi. Basta che non sia a carico dello Stato. Un detenuto in misura cautelare, quindi un presunto innocente, invece, non può. E se lo ha fatto, il pagamento dell'assegno gli verrà sospeso. La legge sul reddito di cittadinanza sembra dedicare a questi dettagli pochi princìpi, enunciati in fila in un unico passaggio, peraltro introdotto solo in sede di conversione: «Il richiedente non deve essere sottoposto a misura cautelare personale, o aver riportato condanne definitive intervenute nei 10 anni precedenti la richiesta, per determinati delitti». Eccoli: associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico (270 bis del codice penale); attentati per finalità terroristiche o di eversione (280 codice penale); sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione (289 bis); associazioni di tipo mafioso anche straniere (416 bis); scambio elettorale politico-mafioso (416 ter); strage (422). I condannati a pena detentiva, con sentenza passata in giudicato per questi reati, quindi, possono ottenere il reddito di cittadinanza solo se sono passati 10 anni di tempo al momento della presentazione della richiesta. Paradosso: un ergastolano ritenuto colpevole dalla Cassazione oltre 10 anni fa, potrà fare la fila per presentare domanda. Un indagato per voto di scambio che non è stato ancora processato, invece, dovrà desistere. Ma non sono gli unici buchi legislativi emersi durante l'inchiesta della Verità. La legge, della quale si sono materialmente occupati Nunzia Catalfo, fedelissima di Luigi Di Maio, già presidente della Commissione lavoro del Senato e ora ministro del Lavoro (considerata la madrina del reddito di cittadinanza) e Claudio Cominardi, già sottosegretario di Stato nel primo governo Conte, sembra permettere altre storture per nulla secondarie. Come quella di dare l'opportunità a chi cercava di colpire lo Stato e i suoi rappresentanti di ricevere da quello stesso Stato l'obolo, purché lo faccia 10 anni dopo la condanna. E così, come ricostruito dalla Verità, a Federica Saraceni (brigatista condannata per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona); Massimiliano Gaeta, (esponente del cosiddetto Partito comunista politico militare, considerato organizzazione terroristica dalla pm Ilda Boccassini, ossia l'ala movimentista delle nuove Br, condannato nel 2012 per banda armata) e Raimondo Etro (condannato per concorso nel sequestro di Aldo Moro e per l'omicidio del giudice Riccardo Palma), stando al papocchio legislativo che queste richieste probabilmente non le aveva previste, spetterebbe l'aiuto di Stato. Ma in giro potrebbero esserci anche casi di boss mafiosi condannati in via definitiva per vecchie faide nella mala o per omicidi di esponenti dello Stato: poliziotti, carabinieri, magistrati. Basta non ricadere nei princìpi legislativi che prevedono la decadenza o il respingimento della domanda. Non si tratterebbe però di una svista. Perché quando il documento è arrivato al Senato, all'articolo 7 - come La Verità è in grado di ricostruire - i grillini si sono beccati un appunto proprio a proposito dei 10 anni: «Si valuti l'opportunità di specificare se quest'ultimo termine decorra dalla condanna in via definitiva oppure dal momento in cui la condanna emessa sia divenuta definitiva. Il suddetto termine dilatorio sembrerebbe riguardare tutti i componenti del nucleo familiare; si valuti l'opportunità di chiarire esplicitamente tale profilo». Alla fine, è stata una circolare dell'Inps del 5 luglio scorso - firmata dal direttore generale Gabriella Di Michele - a chiarire l'interpretazione del decreto su quel punto. E tra le principali modifiche segnala la seguente: «La preclusione a richiedere il beneficio se il richiedente è sottoposto a misura cautelare personale, anche adottata a seguito di convalida dell'arresto o del fermo, ovvero sia stato condannato, in via definitiva, nei 10 anni precedenti la richiesta, per taluno dei delitti di cui agli articoli 270-bis, 280, 289-bis, 416-bis, 416-ter, 422 e 640-bis del codice penale, nonché la neutralizzazione, ai fini della individuazione della scala di equivalenza, di membri del nucleo familiare che si trovino nelle predette condizioni di sottoposti a una misura cautelare ovvero condannati». In sostanza il richiedente e i membri del suo nucleo familiare non devono trovarsi detenuti a carico dello Stato. Se lo Stato paga già la detenzione, allora non può pagare anche il reddito di cittadinanza. Il principio, insomma, sembra questo. E per fortuna non si sono dimenticati i latitanti: «La sospensione del pagamento si applica ai soggetti che si siano volontariamente sottratti all'esecuzione della pena». E subito dopo: «La disposizione si applica, inoltre, in via generale, agli evasi e ai latitanti». A questi ultimi l'aiuto di Stato fortunatamente non spetta.
«Dare l’assegno alla Saraceni è ripugnante»
Pasquale Tridico, quarantaquattrenne di Scala Coeli (Cosenza), professore di economia del lavoro e dal marzo 2019 presidente dell'Inps, ieri ha sperimentato gli effetti collaterali del reddito di cittadinanza, misura di cui è stato uno degli ispiratori e che ha sempre sostenuto con entusiasmo. Infatti ha dovuto affrontare le polemiche collegate allo scoop della Verità sul sussidio assegnato alla brigatista Federica Saraceni, dal 2005 ai domiciliari e condannata per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona, freddato dalle nuove Br il 20 maggio 1999.
Presidente, la vedova di Massimo D'Antona, Olga, ha detto, dopo aver saputo del reddito di cittadinanza a Federica Saraceni: «L'ingiustizia non la subisco io, ma la subiscono tutti i cittadini. La norma va rivista». Secondo lei è una cosa normale che la brigatista riceva il reddito di cittadinanza dai domiciliari?
«No, non ritengo che sia una cosa normale. Non ho mai detto che sono d'accordo con questo specifico sussidio, ma non sta a me decidere, è la legge a farlo. Il presidente dell'Inps non può decidere caso per caso, ci mancherebbe, altrimenti darebbe il reddito a chi vuole lui… Certo mi pongo anche io degli interrogativi».
Il caso Saraceni colpisce l'opinione pubblica perché la signora ha combattuto contro quello Stato che ora le eroga il sussidio.
«Sono assolutamente d'accordo con lei, io, come dire, metterei una norma assoluta per cui chi ha commesso atti di questo tipo non dovrebbe avere diritto a nessun tipo di sostegno. Questo dovrebbe prevedere la legge. Io sono d'accordo con lei che questo è un caso effettivamente ripugnante: una persona che ha attaccato lo Stato, ottiene dallo Stato. Non è un caso di reato comune, io capisco il punto, ma paradossalmente oggi se l'istituto non desse il reddito a chi ha i requisiti per riceverlo potrebbe essere chiamato a rispondere in una controversia per danni. Per un caso molto simile a quello della Saraceni (la donna era ai domiciliari per motivi di salute e percepiva una pensione di invalidità) abbiamo ricevuto una sentenza contraria (il tribunale di Roma ha stabilito che è illegittima la sospensione delle prestazioni assistenziali-indennità di disoccupazione, assegno sociale, pensione sociale, invalidità civile dei soggetti condannati per gravi reati, considerati di particolare allarme sociale, previsti dall'articolo 6 della legge Fornero, ndr).
Quindi non si opporrebbe a una modifica della legge su questo punto?
«Una riflessione va fatta, ma finché non c'è…»
Lei, dopo aver visto questo caso, suggerirà al legislatore una modifica?
«Penso che una riflessione sia già in corso. Il reddito alla signora Saraceni può dar fastidio anche a me e capisco che possa essere ripugnante una persona che ha commesso quel tipo di reati, ma secondo me lei dovrebbe scrivere anche degli altri eventuali strumenti di sostegno al reddito che questa signora può ricevere. Perché non va a vedere se abbia incassato il bonus bebè oppure se riceva il sostegno alla mensa per i figli, oppure se abbia avuto l'assegno di maternità o il sostegno all'asilo nido».
Questi aiuti si possono ottenere anche quando si è ai domiciliari?
«La legge non fa differenze su queste misure introdotte dai precedenti governi. Tali strumenti di assistenza al welfare vengono erogati alle persone se hanno i requisiti patrimoniali ed economici che la legge richiede».
Chi è sottoposto a misure cautelari non può ricevere il reddito di cittadinanza, ma chi ha subìto una condanna definitiva sì. Insomma un presunto innocente non può prenderlo, un colpevole conclamato sì. Non è un po' singolare?
«Le fattispecie sono completamente diverse: per chi ha una condanna passata in giudicato il legislatore ha previsto che debbano passare 10 anni dalla sentenza definitiva prima di poter chiedere il sussidio; chi invece è appena stato arrestato ha una sospensione del beneficio, in attesa del giudizio. È ovvio che se sarà riconosciuto innocente potrà ricevere il sussidio».
Resta il fatto che il caso Saraceni dimostra che la legge sul reddito ha le maglie larghe rispetto a chi ha commesso reati odiosi come quelli legati al terrorismo...
«Questa misura ha tre filtri. Il primo è che il beneficiario deve aver subìto una condanna vecchia di almeno 10 anni, il secondo è che non deve essere già a carico dello Stato, come chi è in carcere (dove usufruisce di vitto e alloggio), il terzo è che deve avere un reddito inferiore a una certa cifra o nullo. La Saraceni si trova ai domiciliari, quindi vive a proprie spese e non è mantenuta dal Dipartimento degli affari penitenziari, è sotto un certo reddito e mi risulta abbia anche figli a carico. Occorre immaginare questa misura come un sostegno, un reddito minimo, che evita che le persone finiscano sotto la soglia di povertà».
C'è da dire che la Saraceni viene da una famiglia benestante…
«Lo ripeto, il problema esiste. Si può decidere che un individuo non debba mai ricevere aiuti perché ha avuto una condanna anche 20 anni prima o anche se sta a casa. Oppure si può stabilire che 10 anni di purgatorio dalla condanna siano sufficienti e distinguere tra carcere e domiciliari».
La questione forse è un'altra: è opinione comune che l'obiettivo di questa legge debba essere quello di introdurre i disoccupati al mercato del lavoro. Ma se uno è ai domiciliari in quel mercato non ci può entrare.
«La ratio del provvedimento è duplice: contrasto alla povertà e reinserimento nel mercato del lavoro. Non ci devono essere necessariamente per tutti tutte e due gli obiettivi. Immagini una persona disabile, oppure un malato psichiatrico oppure con problemi di tossicodipendenza, non gli dà il reddito perché non può essere inserita subito nel mercato del lavoro?»
Questo lo deve dire lei…
«La domanda è retorica. Bisogna darglielo, perché quelle persone hanno bisogno di un'inclusione sociale. Se poi questa inclusione ha successo, la si avvia verso anche un patto per l'impiego, e quindi la formazione e l'inserimento nel mercato del lavoro. Ma se la seconda fase non scatta subito perché la persona ha una malattia psichiatrica, non vuol dire che la devi lasciar morire di fame. Il concetto è questo: il reddito di cittadinanza è una misura di contrasto alla povertà».
I parenti dei poliziotti uccisi in servizio prendono la metà dei killer
Che Stato è quello che regala soldi ai terroristi latitanti (la pensione a Giorgio Pietrostefani) e a quelli condannati (il reddito di cittadinanza a Federica Saraceni) mentre affama le vedove e gli orfani dei suoi servitori? Uomini delle forze dell'ordine uccisi in servizio per difendere i sacri principi della legge e della giustizia, e che erano al contempo - soprattutto - mariti e padri e figli. Sostegni di famiglie che oggi ricevono come «indennizzo» poche centinaia di euro al mese.
Prendete il caso di Pietrostefani, latitante in Francia dopo la condanna a 14 anni e due mesi per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Come scoperto nei mesi scorsi da Panorama, l'ex fondatore di Lotta continua percepisce dall'Inps - a partire dal 2017 - un assegno previdenziale di 1.500 euro al mese. E questo perché, dal 2000 al 2015, Pietrostefani ha versato in Francia 12.000 euro all'anno. Contributi che, in base a una convenzione esistente tra il nostro Paese e i cugini d'Oltralpe, sono stati riconosciuti dall'Istituto nazionale di previdenza italiana. La vedova del commissario Calabresi, la signora Gemma Capra, che ha dovuto vivere un'esistenza senza il coniuge, può contare invece su una pensione di reversibilità che è la metà della metà della somma che, ogni quattro settimane, si vede accreditare sul conto corrente l'assassino di suo marito: appena 400 euro. Soldi che, se non fossero integrati da una personale pensione di vecchiaia, la farebbero precipitare in una condizione di povertà estrema. Tecnicamente, si chiama «pensione privilegiata di reversibilità» ma di «privilegiato» c'è nulla. Sono i trattamenti assicurati a coniugi, figli e genitori dei poliziotti caduti in servizio. Per i primi tre anni, gli eredi ottengono un «importo pari a quello della pensione di prima categoria», ovvero il 100%. Dopo il triennio, scattano le riduzioni che segano le entrate alle famiglie vittime del dovere. Al coniuge vedovo, ad esempio, va il 60% della cifra, che diventa dell'80% in presenza di un orfano. A un genitore che sopravviva al figlio ammazzato in servizio, va il 50% della pensione. Mentre all'orfano che non ha nemmeno l'altro genitore, viene riconosciuto un trattamento pari al 70% della pensione di reversibilità. Tutti assegni che, è bene specificare, vengono ulteriormente abbattuti in presenza di altri redditi.
E si tratta di cifre che sono quasi sempre inferiori (come nel caso della vedova Calabresi) a quella percepita dalla brigatista Federica Saraceni, condannata a 21 anni e sei mesi per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona. La donna, figlia del giudice Luigi, tra i fondatori di Magistratura democratica e parlamentare con Pds e Verdi, ha ottenuto l'accesso al reddito di cittadinanza con relativo accredito mensile da 623 euro. «Il reddito di cittadinanza, che è una legge di contrasto alla povertà, in questo caso ha mostrato una falla», ha commentato con la Verità la vedova del professore ammazzato dalle nuove Br, Olga D'Antona, «perché se si consente a una brigatista, tra l'altro agli arresti domiciliari, una che voleva disarticolare lo Stato e poi lo riconosce quando le fa comodo, di prendere il sussidio, siamo di fronte a un evento che turba le coscienze di molti». E aggiunge: «Di situazioni di bisogno ne vediamo tante, e qualcuno che forse aveva più diritto e più bisogno di lei c'era sicuramente». Solo che non sempre funziona così nel nostro Paese.
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La pecca principale del provvedimento sta nei termini per poter richiedere i fondi: basta che siano passati almeno 10 anni dalla condanna. Il paradosso è che l'ha firmato l'attuale ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo.Il presidente dell'Inps Pasquale Tridico: «Mi pongo anch'io il problema, tuttavia la legge prevede che quella donna venga pagata anche se ha commesso crimini tanto gravi: se l'ente non provvedesse, verrebbe sanzionato. La soluzione è modificare le normative».La vedova di Luigi Calabresi riceve 400 euro al mese, chi l'ha ucciso invece 1.500. La signora D'Antona: «C'è una falla nella norma».Lo speciale contiene tre articoli. Un galeotto ergastolano condannato fino in Cassazione più di 10 anni prima - quindi una persona che per la giustizia è colpevole - può chiedere il reddito di cittadinanza. Anche se è ai domiciliari e se ha commesso reati odiosi. Basta che non sia a carico dello Stato. Un detenuto in misura cautelare, quindi un presunto innocente, invece, non può. E se lo ha fatto, il pagamento dell'assegno gli verrà sospeso. La legge sul reddito di cittadinanza sembra dedicare a questi dettagli pochi princìpi, enunciati in fila in un unico passaggio, peraltro introdotto solo in sede di conversione: «Il richiedente non deve essere sottoposto a misura cautelare personale, o aver riportato condanne definitive intervenute nei 10 anni precedenti la richiesta, per determinati delitti». Eccoli: associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico (270 bis del codice penale); attentati per finalità terroristiche o di eversione (280 codice penale); sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione (289 bis); associazioni di tipo mafioso anche straniere (416 bis); scambio elettorale politico-mafioso (416 ter); strage (422). I condannati a pena detentiva, con sentenza passata in giudicato per questi reati, quindi, possono ottenere il reddito di cittadinanza solo se sono passati 10 anni di tempo al momento della presentazione della richiesta. Paradosso: un ergastolano ritenuto colpevole dalla Cassazione oltre 10 anni fa, potrà fare la fila per presentare domanda. Un indagato per voto di scambio che non è stato ancora processato, invece, dovrà desistere. Ma non sono gli unici buchi legislativi emersi durante l'inchiesta della Verità. La legge, della quale si sono materialmente occupati Nunzia Catalfo, fedelissima di Luigi Di Maio, già presidente della Commissione lavoro del Senato e ora ministro del Lavoro (considerata la madrina del reddito di cittadinanza) e Claudio Cominardi, già sottosegretario di Stato nel primo governo Conte, sembra permettere altre storture per nulla secondarie. Come quella di dare l'opportunità a chi cercava di colpire lo Stato e i suoi rappresentanti di ricevere da quello stesso Stato l'obolo, purché lo faccia 10 anni dopo la condanna. E così, come ricostruito dalla Verità, a Federica Saraceni (brigatista condannata per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona); Massimiliano Gaeta, (esponente del cosiddetto Partito comunista politico militare, considerato organizzazione terroristica dalla pm Ilda Boccassini, ossia l'ala movimentista delle nuove Br, condannato nel 2012 per banda armata) e Raimondo Etro (condannato per concorso nel sequestro di Aldo Moro e per l'omicidio del giudice Riccardo Palma), stando al papocchio legislativo che queste richieste probabilmente non le aveva previste, spetterebbe l'aiuto di Stato. Ma in giro potrebbero esserci anche casi di boss mafiosi condannati in via definitiva per vecchie faide nella mala o per omicidi di esponenti dello Stato: poliziotti, carabinieri, magistrati. Basta non ricadere nei princìpi legislativi che prevedono la decadenza o il respingimento della domanda. Non si tratterebbe però di una svista. Perché quando il documento è arrivato al Senato, all'articolo 7 - come La Verità è in grado di ricostruire - i grillini si sono beccati un appunto proprio a proposito dei 10 anni: «Si valuti l'opportunità di specificare se quest'ultimo termine decorra dalla condanna in via definitiva oppure dal momento in cui la condanna emessa sia divenuta definitiva. Il suddetto termine dilatorio sembrerebbe riguardare tutti i componenti del nucleo familiare; si valuti l'opportunità di chiarire esplicitamente tale profilo». Alla fine, è stata una circolare dell'Inps del 5 luglio scorso - firmata dal direttore generale Gabriella Di Michele - a chiarire l'interpretazione del decreto su quel punto. E tra le principali modifiche segnala la seguente: «La preclusione a richiedere il beneficio se il richiedente è sottoposto a misura cautelare personale, anche adottata a seguito di convalida dell'arresto o del fermo, ovvero sia stato condannato, in via definitiva, nei 10 anni precedenti la richiesta, per taluno dei delitti di cui agli articoli 270-bis, 280, 289-bis, 416-bis, 416-ter, 422 e 640-bis del codice penale, nonché la neutralizzazione, ai fini della individuazione della scala di equivalenza, di membri del nucleo familiare che si trovino nelle predette condizioni di sottoposti a una misura cautelare ovvero condannati». In sostanza il richiedente e i membri del suo nucleo familiare non devono trovarsi detenuti a carico dello Stato. Se lo Stato paga già la detenzione, allora non può pagare anche il reddito di cittadinanza. Il principio, insomma, sembra questo. E per fortuna non si sono dimenticati i latitanti: «La sospensione del pagamento si applica ai soggetti che si siano volontariamente sottratti all'esecuzione della pena». E subito dopo: «La disposizione si applica, inoltre, in via generale, agli evasi e ai latitanti». 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Infatti ha dovuto affrontare le polemiche collegate allo scoop della Verità sul sussidio assegnato alla brigatista Federica Saraceni, dal 2005 ai domiciliari e condannata per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona, freddato dalle nuove Br il 20 maggio 1999. Presidente, la vedova di Massimo D'Antona, Olga, ha detto, dopo aver saputo del reddito di cittadinanza a Federica Saraceni: «L'ingiustizia non la subisco io, ma la subiscono tutti i cittadini. La norma va rivista». Secondo lei è una cosa normale che la brigatista riceva il reddito di cittadinanza dai domiciliari? «No, non ritengo che sia una cosa normale. Non ho mai detto che sono d'accordo con questo specifico sussidio, ma non sta a me decidere, è la legge a farlo. Il presidente dell'Inps non può decidere caso per caso, ci mancherebbe, altrimenti darebbe il reddito a chi vuole lui… Certo mi pongo anche io degli interrogativi». Il caso Saraceni colpisce l'opinione pubblica perché la signora ha combattuto contro quello Stato che ora le eroga il sussidio. «Sono assolutamente d'accordo con lei, io, come dire, metterei una norma assoluta per cui chi ha commesso atti di questo tipo non dovrebbe avere diritto a nessun tipo di sostegno. Questo dovrebbe prevedere la legge. Io sono d'accordo con lei che questo è un caso effettivamente ripugnante: una persona che ha attaccato lo Stato, ottiene dallo Stato. Non è un caso di reato comune, io capisco il punto, ma paradossalmente oggi se l'istituto non desse il reddito a chi ha i requisiti per riceverlo potrebbe essere chiamato a rispondere in una controversia per danni. Per un caso molto simile a quello della Saraceni (la donna era ai domiciliari per motivi di salute e percepiva una pensione di invalidità) abbiamo ricevuto una sentenza contraria (il tribunale di Roma ha stabilito che è illegittima la sospensione delle prestazioni assistenziali-indennità di disoccupazione, assegno sociale, pensione sociale, invalidità civile dei soggetti condannati per gravi reati, considerati di particolare allarme sociale, previsti dall'articolo 6 della legge Fornero, ndr). Quindi non si opporrebbe a una modifica della legge su questo punto? «Una riflessione va fatta, ma finché non c'è…» Lei, dopo aver visto questo caso, suggerirà al legislatore una modifica? «Penso che una riflessione sia già in corso. Il reddito alla signora Saraceni può dar fastidio anche a me e capisco che possa essere ripugnante una persona che ha commesso quel tipo di reati, ma secondo me lei dovrebbe scrivere anche degli altri eventuali strumenti di sostegno al reddito che questa signora può ricevere. Perché non va a vedere se abbia incassato il bonus bebè oppure se riceva il sostegno alla mensa per i figli, oppure se abbia avuto l'assegno di maternità o il sostegno all'asilo nido». Questi aiuti si possono ottenere anche quando si è ai domiciliari? «La legge non fa differenze su queste misure introdotte dai precedenti governi. Tali strumenti di assistenza al welfare vengono erogati alle persone se hanno i requisiti patrimoniali ed economici che la legge richiede». Chi è sottoposto a misure cautelari non può ricevere il reddito di cittadinanza, ma chi ha subìto una condanna definitiva sì. Insomma un presunto innocente non può prenderlo, un colpevole conclamato sì. Non è un po' singolare? «Le fattispecie sono completamente diverse: per chi ha una condanna passata in giudicato il legislatore ha previsto che debbano passare 10 anni dalla sentenza definitiva prima di poter chiedere il sussidio; chi invece è appena stato arrestato ha una sospensione del beneficio, in attesa del giudizio. È ovvio che se sarà riconosciuto innocente potrà ricevere il sussidio». Resta il fatto che il caso Saraceni dimostra che la legge sul reddito ha le maglie larghe rispetto a chi ha commesso reati odiosi come quelli legati al terrorismo... «Questa misura ha tre filtri. Il primo è che il beneficiario deve aver subìto una condanna vecchia di almeno 10 anni, il secondo è che non deve essere già a carico dello Stato, come chi è in carcere (dove usufruisce di vitto e alloggio), il terzo è che deve avere un reddito inferiore a una certa cifra o nullo. La Saraceni si trova ai domiciliari, quindi vive a proprie spese e non è mantenuta dal Dipartimento degli affari penitenziari, è sotto un certo reddito e mi risulta abbia anche figli a carico. Occorre immaginare questa misura come un sostegno, un reddito minimo, che evita che le persone finiscano sotto la soglia di povertà». C'è da dire che la Saraceni viene da una famiglia benestante… «Lo ripeto, il problema esiste. Si può decidere che un individuo non debba mai ricevere aiuti perché ha avuto una condanna anche 20 anni prima o anche se sta a casa. Oppure si può stabilire che 10 anni di purgatorio dalla condanna siano sufficienti e distinguere tra carcere e domiciliari». La questione forse è un'altra: è opinione comune che l'obiettivo di questa legge debba essere quello di introdurre i disoccupati al mercato del lavoro. Ma se uno è ai domiciliari in quel mercato non ci può entrare. «La ratio del provvedimento è duplice: contrasto alla povertà e reinserimento nel mercato del lavoro. Non ci devono essere necessariamente per tutti tutte e due gli obiettivi. Immagini una persona disabile, oppure un malato psichiatrico oppure con problemi di tossicodipendenza, non gli dà il reddito perché non può essere inserita subito nel mercato del lavoro?» Questo lo deve dire lei… «La domanda è retorica. Bisogna darglielo, perché quelle persone hanno bisogno di un'inclusione sociale. Se poi questa inclusione ha successo, la si avvia verso anche un patto per l'impiego, e quindi la formazione e l'inserimento nel mercato del lavoro. Ma se la seconda fase non scatta subito perché la persona ha una malattia psichiatrica, non vuol dire che la devi lasciar morire di fame. Il concetto è questo: il reddito di cittadinanza è una misura di contrasto alla povertà». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-legge-sul-reddito-di-cittadinanza-regala-soldi-a-stupratori-e-assassini-2640796005.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-parenti-dei-poliziotti-uccisi-in-servizio-prendono-la-meta-dei-killer" data-post-id="2640796005" data-published-at="1782325671" data-use-pagination="False"> I parenti dei poliziotti uccisi in servizio prendono la metà dei killer Che Stato è quello che regala soldi ai terroristi latitanti (la pensione a Giorgio Pietrostefani) e a quelli condannati (il reddito di cittadinanza a Federica Saraceni) mentre affama le vedove e gli orfani dei suoi servitori? Uomini delle forze dell'ordine uccisi in servizio per difendere i sacri principi della legge e della giustizia, e che erano al contempo - soprattutto - mariti e padri e figli. Sostegni di famiglie che oggi ricevono come «indennizzo» poche centinaia di euro al mese. Prendete il caso di Pietrostefani, latitante in Francia dopo la condanna a 14 anni e due mesi per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Come scoperto nei mesi scorsi da Panorama, l'ex fondatore di Lotta continua percepisce dall'Inps - a partire dal 2017 - un assegno previdenziale di 1.500 euro al mese. E questo perché, dal 2000 al 2015, Pietrostefani ha versato in Francia 12.000 euro all'anno. Contributi che, in base a una convenzione esistente tra il nostro Paese e i cugini d'Oltralpe, sono stati riconosciuti dall'Istituto nazionale di previdenza italiana. La vedova del commissario Calabresi, la signora Gemma Capra, che ha dovuto vivere un'esistenza senza il coniuge, può contare invece su una pensione di reversibilità che è la metà della metà della somma che, ogni quattro settimane, si vede accreditare sul conto corrente l'assassino di suo marito: appena 400 euro. Soldi che, se non fossero integrati da una personale pensione di vecchiaia, la farebbero precipitare in una condizione di povertà estrema. Tecnicamente, si chiama «pensione privilegiata di reversibilità» ma di «privilegiato» c'è nulla. Sono i trattamenti assicurati a coniugi, figli e genitori dei poliziotti caduti in servizio. Per i primi tre anni, gli eredi ottengono un «importo pari a quello della pensione di prima categoria», ovvero il 100%. Dopo il triennio, scattano le riduzioni che segano le entrate alle famiglie vittime del dovere. Al coniuge vedovo, ad esempio, va il 60% della cifra, che diventa dell'80% in presenza di un orfano. A un genitore che sopravviva al figlio ammazzato in servizio, va il 50% della pensione. Mentre all'orfano che non ha nemmeno l'altro genitore, viene riconosciuto un trattamento pari al 70% della pensione di reversibilità. Tutti assegni che, è bene specificare, vengono ulteriormente abbattuti in presenza di altri redditi. E si tratta di cifre che sono quasi sempre inferiori (come nel caso della vedova Calabresi) a quella percepita dalla brigatista Federica Saraceni, condannata a 21 anni e sei mesi per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona. La donna, figlia del giudice Luigi, tra i fondatori di Magistratura democratica e parlamentare con Pds e Verdi, ha ottenuto l'accesso al reddito di cittadinanza con relativo accredito mensile da 623 euro. «Il reddito di cittadinanza, che è una legge di contrasto alla povertà, in questo caso ha mostrato una falla», ha commentato con la Verità la vedova del professore ammazzato dalle nuove Br, Olga D'Antona, «perché se si consente a una brigatista, tra l'altro agli arresti domiciliari, una che voleva disarticolare lo Stato e poi lo riconosce quando le fa comodo, di prendere il sussidio, siamo di fronte a un evento che turba le coscienze di molti». E aggiunge: «Di situazioni di bisogno ne vediamo tante, e qualcuno che forse aveva più diritto e più bisogno di lei c'era sicuramente». Solo che non sempre funziona così nel nostro Paese.
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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