True
2019-10-01
Non solo Br: reddito di cittadinanza anche a ladri, stupratori e assassini
Ansa
Un galeotto ergastolano condannato fino in Cassazione più di 10 anni prima - quindi una persona che per la giustizia è colpevole - può chiedere il reddito di cittadinanza. Anche se è ai domiciliari e se ha commesso reati odiosi. Basta che non sia a carico dello Stato. Un detenuto in misura cautelare, quindi un presunto innocente, invece, non può. E se lo ha fatto, il pagamento dell'assegno gli verrà sospeso. La legge sul reddito di cittadinanza sembra dedicare a questi dettagli pochi princìpi, enunciati in fila in un unico passaggio, peraltro introdotto solo in sede di conversione: «Il richiedente non deve essere sottoposto a misura cautelare personale, o aver riportato condanne definitive intervenute nei 10 anni precedenti la richiesta, per determinati delitti». Eccoli: associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico (270 bis del codice penale); attentati per finalità terroristiche o di eversione (280 codice penale); sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione (289 bis); associazioni di tipo mafioso anche straniere (416 bis); scambio elettorale politico-mafioso (416 ter); strage (422). I condannati a pena detentiva, con sentenza passata in giudicato per questi reati, quindi, possono ottenere il reddito di cittadinanza solo se sono passati 10 anni di tempo al momento della presentazione della richiesta. Paradosso: un ergastolano ritenuto colpevole dalla Cassazione oltre 10 anni fa, potrà fare la fila per presentare domanda. Un indagato per voto di scambio che non è stato ancora processato, invece, dovrà desistere. Ma non sono gli unici buchi legislativi emersi durante l'inchiesta della Verità. La legge, della quale si sono materialmente occupati Nunzia Catalfo, fedelissima di Luigi Di Maio, già presidente della Commissione lavoro del Senato e ora ministro del Lavoro (considerata la madrina del reddito di cittadinanza) e Claudio Cominardi, già sottosegretario di Stato nel primo governo Conte, sembra permettere altre storture per nulla secondarie. Come quella di dare l'opportunità a chi cercava di colpire lo Stato e i suoi rappresentanti di ricevere da quello stesso Stato l'obolo, purché lo faccia 10 anni dopo la condanna. E così, come ricostruito dalla Verità, a Federica Saraceni (brigatista condannata per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona); Massimiliano Gaeta, (esponente del cosiddetto Partito comunista politico militare, considerato organizzazione terroristica dalla pm Ilda Boccassini, ossia l'ala movimentista delle nuove Br, condannato nel 2012 per banda armata) e Raimondo Etro (condannato per concorso nel sequestro di Aldo Moro e per l'omicidio del giudice Riccardo Palma), stando al papocchio legislativo che queste richieste probabilmente non le aveva previste, spetterebbe l'aiuto di Stato. Ma in giro potrebbero esserci anche casi di boss mafiosi condannati in via definitiva per vecchie faide nella mala o per omicidi di esponenti dello Stato: poliziotti, carabinieri, magistrati. Basta non ricadere nei princìpi legislativi che prevedono la decadenza o il respingimento della domanda. Non si tratterebbe però di una svista. Perché quando il documento è arrivato al Senato, all'articolo 7 - come La Verità è in grado di ricostruire - i grillini si sono beccati un appunto proprio a proposito dei 10 anni: «Si valuti l'opportunità di specificare se quest'ultimo termine decorra dalla condanna in via definitiva oppure dal momento in cui la condanna emessa sia divenuta definitiva. Il suddetto termine dilatorio sembrerebbe riguardare tutti i componenti del nucleo familiare; si valuti l'opportunità di chiarire esplicitamente tale profilo». Alla fine, è stata una circolare dell'Inps del 5 luglio scorso - firmata dal direttore generale Gabriella Di Michele - a chiarire l'interpretazione del decreto su quel punto. E tra le principali modifiche segnala la seguente: «La preclusione a richiedere il beneficio se il richiedente è sottoposto a misura cautelare personale, anche adottata a seguito di convalida dell'arresto o del fermo, ovvero sia stato condannato, in via definitiva, nei 10 anni precedenti la richiesta, per taluno dei delitti di cui agli articoli 270-bis, 280, 289-bis, 416-bis, 416-ter, 422 e 640-bis del codice penale, nonché la neutralizzazione, ai fini della individuazione della scala di equivalenza, di membri del nucleo familiare che si trovino nelle predette condizioni di sottoposti a una misura cautelare ovvero condannati». In sostanza il richiedente e i membri del suo nucleo familiare non devono trovarsi detenuti a carico dello Stato. Se lo Stato paga già la detenzione, allora non può pagare anche il reddito di cittadinanza. Il principio, insomma, sembra questo. E per fortuna non si sono dimenticati i latitanti: «La sospensione del pagamento si applica ai soggetti che si siano volontariamente sottratti all'esecuzione della pena». E subito dopo: «La disposizione si applica, inoltre, in via generale, agli evasi e ai latitanti». A questi ultimi l'aiuto di Stato fortunatamente non spetta.
«Dare l’assegno alla Saraceni è ripugnante»
Pasquale Tridico, quarantaquattrenne di Scala Coeli (Cosenza), professore di economia del lavoro e dal marzo 2019 presidente dell'Inps, ieri ha sperimentato gli effetti collaterali del reddito di cittadinanza, misura di cui è stato uno degli ispiratori e che ha sempre sostenuto con entusiasmo. Infatti ha dovuto affrontare le polemiche collegate allo scoop della Verità sul sussidio assegnato alla brigatista Federica Saraceni, dal 2005 ai domiciliari e condannata per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona, freddato dalle nuove Br il 20 maggio 1999.
Presidente, la vedova di Massimo D'Antona, Olga, ha detto, dopo aver saputo del reddito di cittadinanza a Federica Saraceni: «L'ingiustizia non la subisco io, ma la subiscono tutti i cittadini. La norma va rivista». Secondo lei è una cosa normale che la brigatista riceva il reddito di cittadinanza dai domiciliari?
«No, non ritengo che sia una cosa normale. Non ho mai detto che sono d'accordo con questo specifico sussidio, ma non sta a me decidere, è la legge a farlo. Il presidente dell'Inps non può decidere caso per caso, ci mancherebbe, altrimenti darebbe il reddito a chi vuole lui… Certo mi pongo anche io degli interrogativi».
Il caso Saraceni colpisce l'opinione pubblica perché la signora ha combattuto contro quello Stato che ora le eroga il sussidio.
«Sono assolutamente d'accordo con lei, io, come dire, metterei una norma assoluta per cui chi ha commesso atti di questo tipo non dovrebbe avere diritto a nessun tipo di sostegno. Questo dovrebbe prevedere la legge. Io sono d'accordo con lei che questo è un caso effettivamente ripugnante: una persona che ha attaccato lo Stato, ottiene dallo Stato. Non è un caso di reato comune, io capisco il punto, ma paradossalmente oggi se l'istituto non desse il reddito a chi ha i requisiti per riceverlo potrebbe essere chiamato a rispondere in una controversia per danni. Per un caso molto simile a quello della Saraceni (la donna era ai domiciliari per motivi di salute e percepiva una pensione di invalidità) abbiamo ricevuto una sentenza contraria (il tribunale di Roma ha stabilito che è illegittima la sospensione delle prestazioni assistenziali-indennità di disoccupazione, assegno sociale, pensione sociale, invalidità civile dei soggetti condannati per gravi reati, considerati di particolare allarme sociale, previsti dall'articolo 6 della legge Fornero, ndr).
Quindi non si opporrebbe a una modifica della legge su questo punto?
«Una riflessione va fatta, ma finché non c'è…»
Lei, dopo aver visto questo caso, suggerirà al legislatore una modifica?
«Penso che una riflessione sia già in corso. Il reddito alla signora Saraceni può dar fastidio anche a me e capisco che possa essere ripugnante una persona che ha commesso quel tipo di reati, ma secondo me lei dovrebbe scrivere anche degli altri eventuali strumenti di sostegno al reddito che questa signora può ricevere. Perché non va a vedere se abbia incassato il bonus bebè oppure se riceva il sostegno alla mensa per i figli, oppure se abbia avuto l'assegno di maternità o il sostegno all'asilo nido».
Questi aiuti si possono ottenere anche quando si è ai domiciliari?
«La legge non fa differenze su queste misure introdotte dai precedenti governi. Tali strumenti di assistenza al welfare vengono erogati alle persone se hanno i requisiti patrimoniali ed economici che la legge richiede».
Chi è sottoposto a misure cautelari non può ricevere il reddito di cittadinanza, ma chi ha subìto una condanna definitiva sì. Insomma un presunto innocente non può prenderlo, un colpevole conclamato sì. Non è un po' singolare?
«Le fattispecie sono completamente diverse: per chi ha una condanna passata in giudicato il legislatore ha previsto che debbano passare 10 anni dalla sentenza definitiva prima di poter chiedere il sussidio; chi invece è appena stato arrestato ha una sospensione del beneficio, in attesa del giudizio. È ovvio che se sarà riconosciuto innocente potrà ricevere il sussidio».
Resta il fatto che il caso Saraceni dimostra che la legge sul reddito ha le maglie larghe rispetto a chi ha commesso reati odiosi come quelli legati al terrorismo...
«Questa misura ha tre filtri. Il primo è che il beneficiario deve aver subìto una condanna vecchia di almeno 10 anni, il secondo è che non deve essere già a carico dello Stato, come chi è in carcere (dove usufruisce di vitto e alloggio), il terzo è che deve avere un reddito inferiore a una certa cifra o nullo. La Saraceni si trova ai domiciliari, quindi vive a proprie spese e non è mantenuta dal Dipartimento degli affari penitenziari, è sotto un certo reddito e mi risulta abbia anche figli a carico. Occorre immaginare questa misura come un sostegno, un reddito minimo, che evita che le persone finiscano sotto la soglia di povertà».
C'è da dire che la Saraceni viene da una famiglia benestante…
«Lo ripeto, il problema esiste. Si può decidere che un individuo non debba mai ricevere aiuti perché ha avuto una condanna anche 20 anni prima o anche se sta a casa. Oppure si può stabilire che 10 anni di purgatorio dalla condanna siano sufficienti e distinguere tra carcere e domiciliari».
La questione forse è un'altra: è opinione comune che l'obiettivo di questa legge debba essere quello di introdurre i disoccupati al mercato del lavoro. Ma se uno è ai domiciliari in quel mercato non ci può entrare.
«La ratio del provvedimento è duplice: contrasto alla povertà e reinserimento nel mercato del lavoro. Non ci devono essere necessariamente per tutti tutte e due gli obiettivi. Immagini una persona disabile, oppure un malato psichiatrico oppure con problemi di tossicodipendenza, non gli dà il reddito perché non può essere inserita subito nel mercato del lavoro?»
Questo lo deve dire lei…
«La domanda è retorica. Bisogna darglielo, perché quelle persone hanno bisogno di un'inclusione sociale. Se poi questa inclusione ha successo, la si avvia verso anche un patto per l'impiego, e quindi la formazione e l'inserimento nel mercato del lavoro. Ma se la seconda fase non scatta subito perché la persona ha una malattia psichiatrica, non vuol dire che la devi lasciar morire di fame. Il concetto è questo: il reddito di cittadinanza è una misura di contrasto alla povertà».
I parenti dei poliziotti uccisi in servizio prendono la metà dei killer
Che Stato è quello che regala soldi ai terroristi latitanti (la pensione a Giorgio Pietrostefani) e a quelli condannati (il reddito di cittadinanza a Federica Saraceni) mentre affama le vedove e gli orfani dei suoi servitori? Uomini delle forze dell'ordine uccisi in servizio per difendere i sacri principi della legge e della giustizia, e che erano al contempo - soprattutto - mariti e padri e figli. Sostegni di famiglie che oggi ricevono come «indennizzo» poche centinaia di euro al mese.
Prendete il caso di Pietrostefani, latitante in Francia dopo la condanna a 14 anni e due mesi per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Come scoperto nei mesi scorsi da Panorama, l'ex fondatore di Lotta continua percepisce dall'Inps - a partire dal 2017 - un assegno previdenziale di 1.500 euro al mese. E questo perché, dal 2000 al 2015, Pietrostefani ha versato in Francia 12.000 euro all'anno. Contributi che, in base a una convenzione esistente tra il nostro Paese e i cugini d'Oltralpe, sono stati riconosciuti dall'Istituto nazionale di previdenza italiana. La vedova del commissario Calabresi, la signora Gemma Capra, che ha dovuto vivere un'esistenza senza il coniuge, può contare invece su una pensione di reversibilità che è la metà della metà della somma che, ogni quattro settimane, si vede accreditare sul conto corrente l'assassino di suo marito: appena 400 euro. Soldi che, se non fossero integrati da una personale pensione di vecchiaia, la farebbero precipitare in una condizione di povertà estrema. Tecnicamente, si chiama «pensione privilegiata di reversibilità» ma di «privilegiato» c'è nulla. Sono i trattamenti assicurati a coniugi, figli e genitori dei poliziotti caduti in servizio. Per i primi tre anni, gli eredi ottengono un «importo pari a quello della pensione di prima categoria», ovvero il 100%. Dopo il triennio, scattano le riduzioni che segano le entrate alle famiglie vittime del dovere. Al coniuge vedovo, ad esempio, va il 60% della cifra, che diventa dell'80% in presenza di un orfano. A un genitore che sopravviva al figlio ammazzato in servizio, va il 50% della pensione. Mentre all'orfano che non ha nemmeno l'altro genitore, viene riconosciuto un trattamento pari al 70% della pensione di reversibilità. Tutti assegni che, è bene specificare, vengono ulteriormente abbattuti in presenza di altri redditi.
E si tratta di cifre che sono quasi sempre inferiori (come nel caso della vedova Calabresi) a quella percepita dalla brigatista Federica Saraceni, condannata a 21 anni e sei mesi per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona. La donna, figlia del giudice Luigi, tra i fondatori di Magistratura democratica e parlamentare con Pds e Verdi, ha ottenuto l'accesso al reddito di cittadinanza con relativo accredito mensile da 623 euro. «Il reddito di cittadinanza, che è una legge di contrasto alla povertà, in questo caso ha mostrato una falla», ha commentato con la Verità la vedova del professore ammazzato dalle nuove Br, Olga D'Antona, «perché se si consente a una brigatista, tra l'altro agli arresti domiciliari, una che voleva disarticolare lo Stato e poi lo riconosce quando le fa comodo, di prendere il sussidio, siamo di fronte a un evento che turba le coscienze di molti». E aggiunge: «Di situazioni di bisogno ne vediamo tante, e qualcuno che forse aveva più diritto e più bisogno di lei c'era sicuramente». Solo che non sempre funziona così nel nostro Paese.
Continua a leggereRiduci
La pecca principale del provvedimento sta nei termini per poter richiedere i fondi: basta che siano passati almeno 10 anni dalla condanna. Il paradosso è che l'ha firmato l'attuale ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo.Il presidente dell'Inps Pasquale Tridico: «Mi pongo anch'io il problema, tuttavia la legge prevede che quella donna venga pagata anche se ha commesso crimini tanto gravi: se l'ente non provvedesse, verrebbe sanzionato. La soluzione è modificare le normative».La vedova di Luigi Calabresi riceve 400 euro al mese, chi l'ha ucciso invece 1.500. La signora D'Antona: «C'è una falla nella norma».Lo speciale contiene tre articoli. Un galeotto ergastolano condannato fino in Cassazione più di 10 anni prima - quindi una persona che per la giustizia è colpevole - può chiedere il reddito di cittadinanza. Anche se è ai domiciliari e se ha commesso reati odiosi. Basta che non sia a carico dello Stato. Un detenuto in misura cautelare, quindi un presunto innocente, invece, non può. E se lo ha fatto, il pagamento dell'assegno gli verrà sospeso. La legge sul reddito di cittadinanza sembra dedicare a questi dettagli pochi princìpi, enunciati in fila in un unico passaggio, peraltro introdotto solo in sede di conversione: «Il richiedente non deve essere sottoposto a misura cautelare personale, o aver riportato condanne definitive intervenute nei 10 anni precedenti la richiesta, per determinati delitti». Eccoli: associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico (270 bis del codice penale); attentati per finalità terroristiche o di eversione (280 codice penale); sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione (289 bis); associazioni di tipo mafioso anche straniere (416 bis); scambio elettorale politico-mafioso (416 ter); strage (422). I condannati a pena detentiva, con sentenza passata in giudicato per questi reati, quindi, possono ottenere il reddito di cittadinanza solo se sono passati 10 anni di tempo al momento della presentazione della richiesta. Paradosso: un ergastolano ritenuto colpevole dalla Cassazione oltre 10 anni fa, potrà fare la fila per presentare domanda. Un indagato per voto di scambio che non è stato ancora processato, invece, dovrà desistere. Ma non sono gli unici buchi legislativi emersi durante l'inchiesta della Verità. La legge, della quale si sono materialmente occupati Nunzia Catalfo, fedelissima di Luigi Di Maio, già presidente della Commissione lavoro del Senato e ora ministro del Lavoro (considerata la madrina del reddito di cittadinanza) e Claudio Cominardi, già sottosegretario di Stato nel primo governo Conte, sembra permettere altre storture per nulla secondarie. Come quella di dare l'opportunità a chi cercava di colpire lo Stato e i suoi rappresentanti di ricevere da quello stesso Stato l'obolo, purché lo faccia 10 anni dopo la condanna. E così, come ricostruito dalla Verità, a Federica Saraceni (brigatista condannata per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona); Massimiliano Gaeta, (esponente del cosiddetto Partito comunista politico militare, considerato organizzazione terroristica dalla pm Ilda Boccassini, ossia l'ala movimentista delle nuove Br, condannato nel 2012 per banda armata) e Raimondo Etro (condannato per concorso nel sequestro di Aldo Moro e per l'omicidio del giudice Riccardo Palma), stando al papocchio legislativo che queste richieste probabilmente non le aveva previste, spetterebbe l'aiuto di Stato. Ma in giro potrebbero esserci anche casi di boss mafiosi condannati in via definitiva per vecchie faide nella mala o per omicidi di esponenti dello Stato: poliziotti, carabinieri, magistrati. Basta non ricadere nei princìpi legislativi che prevedono la decadenza o il respingimento della domanda. Non si tratterebbe però di una svista. Perché quando il documento è arrivato al Senato, all'articolo 7 - come La Verità è in grado di ricostruire - i grillini si sono beccati un appunto proprio a proposito dei 10 anni: «Si valuti l'opportunità di specificare se quest'ultimo termine decorra dalla condanna in via definitiva oppure dal momento in cui la condanna emessa sia divenuta definitiva. Il suddetto termine dilatorio sembrerebbe riguardare tutti i componenti del nucleo familiare; si valuti l'opportunità di chiarire esplicitamente tale profilo». Alla fine, è stata una circolare dell'Inps del 5 luglio scorso - firmata dal direttore generale Gabriella Di Michele - a chiarire l'interpretazione del decreto su quel punto. E tra le principali modifiche segnala la seguente: «La preclusione a richiedere il beneficio se il richiedente è sottoposto a misura cautelare personale, anche adottata a seguito di convalida dell'arresto o del fermo, ovvero sia stato condannato, in via definitiva, nei 10 anni precedenti la richiesta, per taluno dei delitti di cui agli articoli 270-bis, 280, 289-bis, 416-bis, 416-ter, 422 e 640-bis del codice penale, nonché la neutralizzazione, ai fini della individuazione della scala di equivalenza, di membri del nucleo familiare che si trovino nelle predette condizioni di sottoposti a una misura cautelare ovvero condannati». In sostanza il richiedente e i membri del suo nucleo familiare non devono trovarsi detenuti a carico dello Stato. Se lo Stato paga già la detenzione, allora non può pagare anche il reddito di cittadinanza. Il principio, insomma, sembra questo. E per fortuna non si sono dimenticati i latitanti: «La sospensione del pagamento si applica ai soggetti che si siano volontariamente sottratti all'esecuzione della pena». E subito dopo: «La disposizione si applica, inoltre, in via generale, agli evasi e ai latitanti». A questi ultimi l'aiuto di Stato fortunatamente non spetta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-legge-sul-reddito-di-cittadinanza-regala-soldi-a-stupratori-e-assassini-2640796005.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dare-lassegno-alla-saraceni-e-ripugnante" data-post-id="2640796005" data-published-at="1775956333" data-use-pagination="False"> «Dare l’assegno alla Saraceni è ripugnante» Pasquale Tridico, quarantaquattrenne di Scala Coeli (Cosenza), professore di economia del lavoro e dal marzo 2019 presidente dell'Inps, ieri ha sperimentato gli effetti collaterali del reddito di cittadinanza, misura di cui è stato uno degli ispiratori e che ha sempre sostenuto con entusiasmo. Infatti ha dovuto affrontare le polemiche collegate allo scoop della Verità sul sussidio assegnato alla brigatista Federica Saraceni, dal 2005 ai domiciliari e condannata per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona, freddato dalle nuove Br il 20 maggio 1999. Presidente, la vedova di Massimo D'Antona, Olga, ha detto, dopo aver saputo del reddito di cittadinanza a Federica Saraceni: «L'ingiustizia non la subisco io, ma la subiscono tutti i cittadini. La norma va rivista». Secondo lei è una cosa normale che la brigatista riceva il reddito di cittadinanza dai domiciliari? «No, non ritengo che sia una cosa normale. Non ho mai detto che sono d'accordo con questo specifico sussidio, ma non sta a me decidere, è la legge a farlo. Il presidente dell'Inps non può decidere caso per caso, ci mancherebbe, altrimenti darebbe il reddito a chi vuole lui… Certo mi pongo anche io degli interrogativi». Il caso Saraceni colpisce l'opinione pubblica perché la signora ha combattuto contro quello Stato che ora le eroga il sussidio. «Sono assolutamente d'accordo con lei, io, come dire, metterei una norma assoluta per cui chi ha commesso atti di questo tipo non dovrebbe avere diritto a nessun tipo di sostegno. Questo dovrebbe prevedere la legge. Io sono d'accordo con lei che questo è un caso effettivamente ripugnante: una persona che ha attaccato lo Stato, ottiene dallo Stato. Non è un caso di reato comune, io capisco il punto, ma paradossalmente oggi se l'istituto non desse il reddito a chi ha i requisiti per riceverlo potrebbe essere chiamato a rispondere in una controversia per danni. Per un caso molto simile a quello della Saraceni (la donna era ai domiciliari per motivi di salute e percepiva una pensione di invalidità) abbiamo ricevuto una sentenza contraria (il tribunale di Roma ha stabilito che è illegittima la sospensione delle prestazioni assistenziali-indennità di disoccupazione, assegno sociale, pensione sociale, invalidità civile dei soggetti condannati per gravi reati, considerati di particolare allarme sociale, previsti dall'articolo 6 della legge Fornero, ndr). Quindi non si opporrebbe a una modifica della legge su questo punto? «Una riflessione va fatta, ma finché non c'è…» Lei, dopo aver visto questo caso, suggerirà al legislatore una modifica? «Penso che una riflessione sia già in corso. Il reddito alla signora Saraceni può dar fastidio anche a me e capisco che possa essere ripugnante una persona che ha commesso quel tipo di reati, ma secondo me lei dovrebbe scrivere anche degli altri eventuali strumenti di sostegno al reddito che questa signora può ricevere. Perché non va a vedere se abbia incassato il bonus bebè oppure se riceva il sostegno alla mensa per i figli, oppure se abbia avuto l'assegno di maternità o il sostegno all'asilo nido». Questi aiuti si possono ottenere anche quando si è ai domiciliari? «La legge non fa differenze su queste misure introdotte dai precedenti governi. Tali strumenti di assistenza al welfare vengono erogati alle persone se hanno i requisiti patrimoniali ed economici che la legge richiede». Chi è sottoposto a misure cautelari non può ricevere il reddito di cittadinanza, ma chi ha subìto una condanna definitiva sì. Insomma un presunto innocente non può prenderlo, un colpevole conclamato sì. Non è un po' singolare? «Le fattispecie sono completamente diverse: per chi ha una condanna passata in giudicato il legislatore ha previsto che debbano passare 10 anni dalla sentenza definitiva prima di poter chiedere il sussidio; chi invece è appena stato arrestato ha una sospensione del beneficio, in attesa del giudizio. È ovvio che se sarà riconosciuto innocente potrà ricevere il sussidio». Resta il fatto che il caso Saraceni dimostra che la legge sul reddito ha le maglie larghe rispetto a chi ha commesso reati odiosi come quelli legati al terrorismo... «Questa misura ha tre filtri. Il primo è che il beneficiario deve aver subìto una condanna vecchia di almeno 10 anni, il secondo è che non deve essere già a carico dello Stato, come chi è in carcere (dove usufruisce di vitto e alloggio), il terzo è che deve avere un reddito inferiore a una certa cifra o nullo. La Saraceni si trova ai domiciliari, quindi vive a proprie spese e non è mantenuta dal Dipartimento degli affari penitenziari, è sotto un certo reddito e mi risulta abbia anche figli a carico. Occorre immaginare questa misura come un sostegno, un reddito minimo, che evita che le persone finiscano sotto la soglia di povertà». C'è da dire che la Saraceni viene da una famiglia benestante… «Lo ripeto, il problema esiste. Si può decidere che un individuo non debba mai ricevere aiuti perché ha avuto una condanna anche 20 anni prima o anche se sta a casa. Oppure si può stabilire che 10 anni di purgatorio dalla condanna siano sufficienti e distinguere tra carcere e domiciliari». La questione forse è un'altra: è opinione comune che l'obiettivo di questa legge debba essere quello di introdurre i disoccupati al mercato del lavoro. Ma se uno è ai domiciliari in quel mercato non ci può entrare. «La ratio del provvedimento è duplice: contrasto alla povertà e reinserimento nel mercato del lavoro. Non ci devono essere necessariamente per tutti tutte e due gli obiettivi. Immagini una persona disabile, oppure un malato psichiatrico oppure con problemi di tossicodipendenza, non gli dà il reddito perché non può essere inserita subito nel mercato del lavoro?» Questo lo deve dire lei… «La domanda è retorica. Bisogna darglielo, perché quelle persone hanno bisogno di un'inclusione sociale. Se poi questa inclusione ha successo, la si avvia verso anche un patto per l'impiego, e quindi la formazione e l'inserimento nel mercato del lavoro. Ma se la seconda fase non scatta subito perché la persona ha una malattia psichiatrica, non vuol dire che la devi lasciar morire di fame. Il concetto è questo: il reddito di cittadinanza è una misura di contrasto alla povertà». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-legge-sul-reddito-di-cittadinanza-regala-soldi-a-stupratori-e-assassini-2640796005.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-parenti-dei-poliziotti-uccisi-in-servizio-prendono-la-meta-dei-killer" data-post-id="2640796005" data-published-at="1775956333" data-use-pagination="False"> I parenti dei poliziotti uccisi in servizio prendono la metà dei killer Che Stato è quello che regala soldi ai terroristi latitanti (la pensione a Giorgio Pietrostefani) e a quelli condannati (il reddito di cittadinanza a Federica Saraceni) mentre affama le vedove e gli orfani dei suoi servitori? Uomini delle forze dell'ordine uccisi in servizio per difendere i sacri principi della legge e della giustizia, e che erano al contempo - soprattutto - mariti e padri e figli. Sostegni di famiglie che oggi ricevono come «indennizzo» poche centinaia di euro al mese. Prendete il caso di Pietrostefani, latitante in Francia dopo la condanna a 14 anni e due mesi per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Come scoperto nei mesi scorsi da Panorama, l'ex fondatore di Lotta continua percepisce dall'Inps - a partire dal 2017 - un assegno previdenziale di 1.500 euro al mese. E questo perché, dal 2000 al 2015, Pietrostefani ha versato in Francia 12.000 euro all'anno. Contributi che, in base a una convenzione esistente tra il nostro Paese e i cugini d'Oltralpe, sono stati riconosciuti dall'Istituto nazionale di previdenza italiana. La vedova del commissario Calabresi, la signora Gemma Capra, che ha dovuto vivere un'esistenza senza il coniuge, può contare invece su una pensione di reversibilità che è la metà della metà della somma che, ogni quattro settimane, si vede accreditare sul conto corrente l'assassino di suo marito: appena 400 euro. Soldi che, se non fossero integrati da una personale pensione di vecchiaia, la farebbero precipitare in una condizione di povertà estrema. Tecnicamente, si chiama «pensione privilegiata di reversibilità» ma di «privilegiato» c'è nulla. Sono i trattamenti assicurati a coniugi, figli e genitori dei poliziotti caduti in servizio. Per i primi tre anni, gli eredi ottengono un «importo pari a quello della pensione di prima categoria», ovvero il 100%. Dopo il triennio, scattano le riduzioni che segano le entrate alle famiglie vittime del dovere. Al coniuge vedovo, ad esempio, va il 60% della cifra, che diventa dell'80% in presenza di un orfano. A un genitore che sopravviva al figlio ammazzato in servizio, va il 50% della pensione. Mentre all'orfano che non ha nemmeno l'altro genitore, viene riconosciuto un trattamento pari al 70% della pensione di reversibilità. Tutti assegni che, è bene specificare, vengono ulteriormente abbattuti in presenza di altri redditi. E si tratta di cifre che sono quasi sempre inferiori (come nel caso della vedova Calabresi) a quella percepita dalla brigatista Federica Saraceni, condannata a 21 anni e sei mesi per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona. La donna, figlia del giudice Luigi, tra i fondatori di Magistratura democratica e parlamentare con Pds e Verdi, ha ottenuto l'accesso al reddito di cittadinanza con relativo accredito mensile da 623 euro. «Il reddito di cittadinanza, che è una legge di contrasto alla povertà, in questo caso ha mostrato una falla», ha commentato con la Verità la vedova del professore ammazzato dalle nuove Br, Olga D'Antona, «perché se si consente a una brigatista, tra l'altro agli arresti domiciliari, una che voleva disarticolare lo Stato e poi lo riconosce quando le fa comodo, di prendere il sussidio, siamo di fronte a un evento che turba le coscienze di molti». E aggiunge: «Di situazioni di bisogno ne vediamo tante, e qualcuno che forse aveva più diritto e più bisogno di lei c'era sicuramente». Solo che non sempre funziona così nel nostro Paese.
Nel riquadro: Gaio Sergio Orata, pioniere dell'acquacoltura (Getty Images)
Le ostriche hanno sempre goduto di solida fama, quale simbolo di prestigio sociale per chi partecipava ai conviti che le vedevano protagoniste in bella mostra, ma anche per i vari piaceri multisensoriali che sapevano poi trasmettere a chi le faceva proprie, magari in buona compagnia. Pur se la Francia, ora, è il maggior produttore e consumatore, all’Italia va la primogenitura della sua coltivazione. Ostrica eclettica, non solo per l’estetica del suo guscio, che può andare dal rosa sul delta del Po al verde delle coste liguri, ma anche per il gusto che dipende dall’ambiente in cui cresce, già descritto a suo tempo da Plinio il Vecchio con una sorta di mappa mediterranea delle varie specie, tanto che alcuni autori, registrandone i sapori variabili in base al territorio, dal dolce cremoso al salmastro minerale, ne hanno indicato un riferimento al terroir per il gusto delle varie specie di ostriche come si è fatto, a suo tempo, per i vini.
Il primo a intravederne le potenzialità, anche economiche, del suo allevamento è stato Caio Sergio Orata, nel I° secolo a.C. Nelle lagune dei Campi Flegrei aveva fatto una piccola fortuna con l’allevamento delle orate (da lì parte del suo nome trascritto negli archivi). Decise di fare un passo oltre e andò sulle rive brindisine, cioè in Puglia, a raccoglierne un po’, considerata l’alta qualità dovuta al mischiarsi delle sorgenti d’acqua dolce con l’acqua salmastra del mare, posto che le ostriche vivono sui fondali marini vicino alle foci dei fiumi. Quello che, poi, venne chiamato lago Lucrino (da lucro, ossia guadagno per il visionario Caio Sergio) era una laguna separata da una sottilissima lingua di dune dal mare, quindi soggetta al ritmo delle maree conseguenti, con un ideale mix di acque salmastre ricche di plancton nutriente che arricchiva le acque lacustri.
Ben presto la fama delle ostriche di Lucrino divenne forte richiamo per la buona società del tempo che vi si recava apposta senza badare a spese, posto che spesso venivano all’ombra del Vesuvio per rendere omaggio all’imperatore nelle sue pause di vacanza. In scavi archeologi a Baia, il borgo locale, vennero trovate delle fiaschette di vetro chiamate «ostraria» in cui vi erano incise delle vedute della stessa Baia e della vicina Pozzuoli dove erano tratteggiati dei filari di ostriche appese ai pali che uscivano dall’acqua. Erano uno dei souvenir per il ricco turismo che passava per i Campi Flegrei a fare incetta di ostriche golose. Una testimonianza giunta a noi per confermare il tipo di allevamento di questi molluschi che, ancora adesso, con le dovute modifiche, ottimizza il rapporto tra le ostriche e il loro ambiente.
Tecnica a pergolato che si trova ben descritta da Ausonio, «con le ostriche appese ai pali che oscillano tra le onde». Ostriche di solida fama come ben narrato da Archestrato da Gela, considerato il primo gastronauta della storia, nel suo I piaceri del buongustaio, e poi Teodosio che, nei Saturnalia, racconta dei sontuosi banchetti dove le ostriche vengono non solo consumate a crudo, ma pure messe a farcire golosi pasticci. Un’ostricoltura descritta da vari autori, da Varrone a Cicerone o Columella, tanto che vi erano patrizi che, con apposite «navi vivaio», andavano nei bacini dell’Egeo per trasportarle poi lungo la costiera napoletana, divenuta una sorta di California ostricara del tempo. Marco Gavio Apicio, considerato la penna gastronomica della Roma imperiale, consigliava di riporle in vasi pieni di aceto per poterle conservare al meglio per i banchetti. Coltura e allevamento dell’ostrica che, con l’occupazione delle Gallie, i Romani esportarono presso i cugini d’Oltralpe i quali ne fecero tesoro tanto da divenirne, ora, leader indiscussi per produzione e consumo. Con una lunga pausa legata alla caduta dell’Impero romano e ai tempi medioevali, anche se non tutto andò perduto perché recenti scavi nei Campi Flegrei hanno dimostrato che le ostricaie erano rimaste attive anche in quei tempi «oscuri».
L’interesse verso questi nobili e golosi frutti del mare si riaccese nel Cinquecento, ma non esattamente per le loro voluttà culinarie, ma per quanto andavano a stimolare… oltre lo spirito dei suoi golosi consumatori. Chiavi di lettura diverse, ma la conclusione sempre conseguente. Esordisce Michele Savonarola, medico e umanista del Quattrocento, che ammoniva al loro consumo, in quanto «incitavano alla lussuria». Più comprensivo Bartolomeo Sacchi, detto «il platina»: «Le ostriche sono fortemente afrodisiache e, come tali, molto apprezzate dai ricchi e lussuriosi». Di approccio più meramente scientifico, dal tocco ironico, il medico Baldassarre Pisanelli: «Il loro succo salato muove il corpo e risveglia lo spirito», lasciando poi al consumatore finale l’analisi conseguente in quanto, descrivendone «la sua forma voluttuosa», rimanda ad altri trattati di anatomia su Venere e dintorni.
In questa diatriba etico-filosofica-fisiologica, troviamo una quadra culinaria con Maestro Martino che sottolinea come ne vadano valorizzate freschezza e delicatezza, godendosele crude, condite con un tocco di limone e spezie.
Sulla fama erotizzante delle ostriche, varie le ipotesi. Scientifiche. Ricche di zinco, il minerale che, meglio di ogni altro, irrobustisce le virtù carnali: bastano sei ostriche per fare il pieno di zinco e capriole conseguenti. Nell’antichità, quando la scienza contava meno e la spontaneità faceva la differenza, venivano cotte sulla brace, condite con pepe e spezie assortite e se ne succhiava il frutto direttamente dal guscio. Meglio ancora se con degna partner a fare coppia golosa e complice. Il tempo scorre veloce. La Francia diventa leader riconosciuta, ma la costiera napoletana rimane solido punto di riferimento, tanto è vero che, quando a metà dell’Ottocento vi fu una crisi nei vari bacini di produzione, venne mandato dal governo transalpino un esperto a Napoli dove la coltivazione ostricante aveva sempre resistito alle mareggiate del tempo e, grazie alla volontà dei Borbone, si era dato ulteriore impulso alla sua produzione. Era il tempo in cui lo street food nella città di Pulcinella vedeva lungo le vie della riviera di Chiaia i banchetti con l’insegna di «Ostricaro fisico», ovvero gli ambulanti dedicati che, con coinvolgente arte partenopea, invogliavano i passanti ad assaggiare i loro prodotti: ostriche, così come datteri, vongole o lupini.
«Ostricaro fisico» termine nato goliardicamente per opera di Ferdinando II di Borbone che, un giorno, avendo particolarmente apprezzato quanto gli era stato offerto dall’ambulante di turno, lo aveva così omaggiato «voi siete un ostricaro fisico», parafrasando il titolo di dottore fisico di cui, al tempo, si fregiavano alcuni laureati in medicina per dare peso e importanza alla loro arte. Ostriche omaggiate nella letteratura, ad esempio con Mario Stefanile nel suo Partenope in cucina, del 1954, «quando un baldo marinaio ve le porge tra succosi spicchi di limone, abbandonatevi con ghiotta fiducia allo squisito sapore di mare, di vento, di raffinato zolfo, di lievemente amara salsedine…». Ma il tocco finale ce lo regala Hernest Hemingway, mentre passeggia pensieroso lungo via Toledo. Aveva da poco scritto Il vecchio e il mare, ispirato dalle atmosfere dell’amato Cilento. «Mangiando le ostriche, con quel forte sapore di mare, accompagnandole con un gustoso vino frizzante, quella sensazione di vuoto sparì e cominciai ad essere felice», immaginandolo con la Venere conseguente a fargli toccare il cielo. Qualche mese dopo venne premiato con il Nobel per la letteratura.
Continua a leggereRiduci
Martino Midali
Non solo luogo di produzione, ma spazio di pensiero, cultura e responsabilità. Perché il futuro della moda italiana, sembra suggerire, non si gioca soltanto su dove si produce, ma su come e perché si sceglie di farlo. E forse è proprio in questa consapevolezza che il Made in Italy può continuare a riconoscersi — e a farsi riconoscere — nel mondo.
A ridosso della giornata del Made in Italy (15 aprile), che significato ha oggi per lei il «fatto in Italia»? Rischia di diventare più uno slogan che una realtà?
«Appartengo a una generazione, quella post anni ’60-’70, che ha creduto profondamente nel valore sociale del lavoro e nella costruzione della classe media. Il Made in Italy, per noi, non è mai stato uno slogan ma una realtà concreta, fatta di cultura, manifattura e identità. La frattura nasce quando, a partire dagli anni ’80, siamo stati considerati “le sartine d’Europa”: lì abbiamo iniziato a perdere qualcosa. Abbiamo progressivamente smantellato un sistema straordinario, come quello tessile della Valle di Biella o della seta a Como, che era frutto di oltre un secolo di sapere industriale. Oggi comunichiamo molto il Made in Italy, ma produciamo sempre meno in Italia. E senza produzione reale, la comunicazione diventa vuota».
Qual è oggi il pericolo più concreto per il Made in Italy: costi, delocalizzazione o perdita di identità?
«Sono tre aspetti legati tra loro, ma il nodo centrale è la perdita della classe media. Senza una classe media forte, viene meno il pubblico naturale del Made in Italy. I costi delle materie prime e della produzione sono diventati altissimi, e questo spinge inevitabilmente verso la delocalizzazione. Ma il vero rischio è che, nel processo, si perda l’identità culturale del prodotto. Se perdiamo il sapere, la mano, la tradizione, perdiamo tutto».
Se potesse chiedere una cosa precisa al governo, concreta e immediata, quale sarebbe per difendere davvero il sistema moda italiano?
«Chiederei un intervento strutturale sul sistema: prima di tutto una forte riduzione dell’Iva sull’abbigliamento, riportandola a livelli più bassi come in passato, per rilanciare i consumi e sostenere la classe media. Poi servono politiche industriali vere per salvaguardare il nostro know-how: valorizzare i distretti tessili, incentivare la produzione interna e creare un sistema che formi nuove competenze. Bisogna anche avere il coraggio di integrare chi arriva in Italia, insegnando un mestiere e inserendolo nella filiera produttiva. È una questione sociale ma anche economica».
I mercati internazionali chiedono ancora «italianità» o stanno cambiando paradigma? Dove funziona di più oggi il brand Martino Midali?
«Il mercato internazionale ha ancora un grande bisogno di italianità, in senso ampio: cultura, stile di vita, qualità. Il problema è che oggi molti consumatori si rifugiano nel marchio, nella “griffe”, anche quando è falso, invece di cercare qualità e autenticità. Il mio prodotto funziona ovunque ci sia una donna consapevole: in tutta Italia, ma anche all’estero. Tuttavia oggi il prezzo è diventato un limite importante, perché anche chi ama il prodotto fatica ad acquistarlo».
Chi compra oggi moda è davvero più attento a qualità e provenienza o prevale ancora il prezzo?
«Il prezzo è diventato determinante. Fare qualità costa, e non tutti possono permettersela. Il rischio è che la qualità passi in secondo piano. Io continuo a credere che un capo debba durare nel tempo, essere vissuto, accompagnare la persona. Ma oggi questa visione è messa sotto pressione dai costi».
Come si è sviluppato il marchio Martino Midali nel tempo?
«Fin dall’inizio ho avuto un’idea chiara: creare capi che la donna potesse interpretare liberamente. Una delle prime rivoluzioni è stata introdurre l’elastico in vita: all’inizio sembrava una follia, poi è diventato un successo. Ho lavorato molto sui tessuti, rendendoli pratici, lavabili, confortevoli, anticipando un’esigenza reale della donna moderna. È stato un percorso lungo, fatto di sperimentazione, tentativi e coerenza».
La moda inclusiva è diventata una parola chiave: nel suo lavoro è una scelta autentica o il sistema la sta trasformando in moda del momento?
«Per me è sempre stata una scelta autentica. Inclusività significa creare capi che si adattino alla vita reale, a tutte le età e a tutte le forme, senza costrizioni. Oggi è diventata una parola di moda, ma per me è sempre stata sostanza: libertà di movimento, comfort, identità».
Quando dice che l’abito è uno spazio da vivere, sta andando contro l’idea tradizionale di moda?
«Sì, in parte. Non ho mai creduto in una moda che impone. L’abito non deve rappresentare lo stilista, ma la persona che lo indossa. Deve essere uno spazio in cui la donna si esprime, si muove, vive. Non una costrizione».
Il suo marchio è sempre stato indipendente: è stata una scelta o una necessità? E oggi rifarebbe lo stesso percorso?
«È stata una necessità legata alla mia personalità. Non riuscirei a fare un lavoro che non mi rappresenta. Non ho mai seguito altri modelli: ho sempre cercato dentro di me la mia strada. E sì, rifarei tutto esattamente allo stesso modo».
Guardando avanti, il futuro di Martino Midali sarà più nella continuità o nella rottura?
«Nella continuità con capacità di rottura. La continuità è la mia identità, la rottura è necessaria per evolvere. Il futuro è trovare questo equilibrio: cambiare senza tradire se stessi».
Continua a leggereRiduci
Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci