Ha deposto, nascosta dietro a un paravento, la quarantanovenne residente in un Comune del Trevigiano che, nel gennaio dell’anno scorso, sarebbe stata vittima di un autentico orrore perpetrato dall’allora convivente, un cittadino marocchino di 41 anni, tossicodipendente e con problemi di alcolismo, che era già stato in carcere per maltrattamenti nei confronti della compagna e del figlio piccolo, finito a processo per maltrattamenti, lesioni personali aggravate e violenza sessuale. Un anno fa, al termine di una notte di violenze, la donna aveva chiamato il 118. All’operatore la presunta vittima aveva detto parole inequivocabili, che avevano dato il via anche all’intervento dei carabinieri: «Venite, mi ha massacrato».
All’arrivo dell’ambulanza i soccorritori si trovano davanti una scena raccapricciante: la donna è completamente tumefatta e il suo sangue è dovunque, dal pavimento ai mobili di casa e persino nel terrazzino dell’appartamento. Uno scenario che racconta chiaramente un massacro. Poco dopo arrivano anche alcune pattuglie dell’Arma, che però trovano la porta d’ingresso della casa sbarrata. I militari riescono a entrare solo grazie all’intervento dei vigli del fuoco e trovano il marocchino sul letto, intriso del sangue della compagna. Sul tavolo, in bella vista, diverse bottiglie di alcolici, della carta stagnola e una pipetta che viene utilizzata per fumare crack.
Il racconto della nottata fatto dalla donna è a dir poco agghiacciante. Ubriaco e probabilmente sotto l’effetto di droga, il quarantunenne tunisino avrebbe inizialmente aggredito la compagna con dei pugni al volto e calci diretti al torace e all’addome. Poi un’escalation priva di limiti: la donna sarebbe stata trascinata in bagno dove il compagno le avrebbe sbattuto ripetutamente la testa sul bidet fino a farle perdere conoscenza. Non contento, avrebbe afferrato un temperino e avrebbe cominciato a seviziarla, utilizzando anche una bottiglia rotta. La donna, priva dei sensi, riporterà contusioni multiple alla testa e al viso, un ematoma alle orbite oculari, la frattura del naso e contusioni agli arti e alla schiena. Ma l’orrore non si sarebbe limitato alla violenza fisica. L’uomo avrebbe infatti stuprato la compagna, utilizzando anche una bottiglia. In aula la presunta vittima ha confermato la sua versione: «Sono stata picchiata, seviziata con un taglierino e poi mi ha anche stuprato con una bottiglia».
Stando al racconto della donna la notte degli orrori di un anno fa non sarebbe stato un episodio isolato, ma affonderebbe le sue radici in una storia iniziata diversi anni fa. Protagonisti la donna, invalida e il quarantunenne di origine nordafricana, con il quale aveva avviato una relazione sentimentale dalla quale era nato anche un figlio.
Fin dai primi tempi, però, il rapporto era stato contraddistinto dai gravi problemi dell’uomo con l’alcol e soprattutto con la droga. Problemi e tensioni che erano progressivamente e costantemente aumentate, fino a degenerare in episodi di violenza che avevano già portato a una condanna per maltrattamenti, aggravata dal fatto che l’uomo aveva picchiato anche il figlio piccolo.
Dopo aver scontato la pena, i due si erano riavvicinati. La donna aveva infatti deciso di dargli di nuovo fiducia e accoglierlo nuovamente in casa, forse nel tentativo di ricostruire un nucleo familiare. «Se non altro adesso ho qualcuno che si occupa di me e mi aiuta nelle cose di tutti i giorni», avrebbe confidato. Il nordafricano, invece, le avrebbe assicurato di essere cambiato: «Vedrai che fra di noi adesso le cose funzioneranno».
Una promessa vana. Dopo pochi mesi l’uomo sarebbe infatti ricaduto nelle vecchie abitudini, sprofondando nuovamente nel tunnel delle dipendenze. Per la donna è iniziato un periodo sempre più difficile, segnato da continui litigi e da un clima di crescente tensione.
La situazione sarebbe definitivamente esplosa intorno al settembre del 2024, quando ormai del tutto privo di freni inibitori, il quarantunenne avrebbe assunto atteggiamenti sempre più aggressivi: insulti, prevaricazioni e, soprattutto, violenze fisiche. In un episodio particolarmente grave, l’uomo avrebbe colpito la donna con pugni alla testa e l’avrebbe minacciata con un coltello da cucina. «Qui stasera moriamo tutti e due», avrebbe minacciato in preda ai fumi dell’alcol.
Poi la notte horror del gennaio di un anno fa, che ha aperto per l’uomo le porte del carcere di Santa Bona, a Treviso.
E il processo, dove il nordafricano cerca di derubricare l’accaduto a un incidente domestico. Nell’udienza precedente a quella della testimonianza della presunta vittima (che ha chiesto il paravento per non dover incrociare lo sguardo dell’imputato) era stata decisa la non acquisibilità nel fascicolo processuale degli esami effettuati dal Ris dei carabinieri di Parma sulle tracce ematiche rivenute nell’appartamento e sul Dna risultante da una tampone vaginale fatto alla donna. Ma le prove biologiche che sono ancora a disposizione, come ad esempio il sangue presente sul temperino con cui la donna sarebbe stata colpita alla testa sono state ammesse. Il quarantunenne aveva provato a giustificare il taglio presente sulla nuca della donna con un incidente che, a suo dire, la ex compagna aveva avuto mentre stava andando in bagno. Ma sul manico del taglierino è stato ritrovato anche il sangue del presunto aggressore, particolare che smentisce la ricostruzione dell’imputato. Il processo riprenderà il 19 febbraio, giornata in cui dovrebbe essere pronunciata la sentenza.
Armi bianche, roncole e machete. È l’immigrazione dei lunghi coltelli
Un mezzanino della metropolitana di Cadorna a Milano, il centro di San Benedetto del Tronto, un bar di Cascina, un autobus davanti alla stazione di Padova, il porto di Taranto. Coltelli, roncola, fendenti, risse. Cambiano i volti e le età, ma non la scena: l’arma bianca che esce all’improvviso. È una sequenza che tiene insieme storie simili e che sembrano rientrare in pieno nel quadro dei nuovi strumenti legislativi messi a punto dal Viminale e dal ministro Matteo Piantedosi.
Milano, linea verde. La miccia si accende venerdì sera a Cadorna. Da una parte due ragazzi siciliani, entrambi diciannovenni. Dall’altra un quattordicenne milanese, residente in zona Forze armate e senza precedenti. Vola qualche insulto. Alla fermata di Lambrate il minorenne si avvicina, tira fuori una roncola di 34 centimetri con lama da 21 e colpisce entrambi alle gambe. Poi si allontana. Butta giubbotto, cappello e scaldacollo e cerca di mimetizzarsi tra i passeggeri che risalgono dal mezzanino. I due feriti vengono soccorsi. Subiscono un’operazione. Le prime prognosi superano i 45 giorni. Un passante che vede i ragazzi a terra e nota il minorenne che tenta di nascondersi fuori dalla metropolitana. Lo segue fino a un bus della linea 924 in via Viotti. Sale a bordo e gli chiede spiegazioni. Il ragazzino estrae ancora una volta la roncola e lo minaccia. Semina il panico tra i passeggeri. I carabinieri lo rintracciano poco dopo. Viene fermato e arrestato per lesioni personali aggravate. La Procura del tribunale per i minorenni ha disposto, in attesa della convalida, l’affidamento alla madre in regime di detenzione domiciliare.
San Benedetto del Tronto, centro città. Un tunisino di 27 anni venerdì viene preso alla sprovvista mentre è con alcuni amici e accoltellato più volte a un fianco da un connazionale di 25 anni. Nella notte la vittima viene sottoposta a un delicato intervento chirurgico. È in pericolo di vita. L’indagine porta a un arresto poche ore dopo. Polizia e carabinieri individuano il presunto aggressore nella zona di Ponterotto, dopo una notte di ricerche tra stabilimenti balneari e casolari abbandonati lungo il litorale. L’accusa è di tentato omicidio. Stando alle prime ricostruzioni investigative si tratterebbe di un regolamento di conti.
Cascina, provincia di Pisa. Sempre venerdì. Tarda serata. Nelle vicinanze di un bar un uomo comincia a litigare con alcune persone: un italiano e alcuni albanesi. Scende dall’auto, si dirige verso di loro. Dopo qualche insulto tira fuori un coltello e ferisce all’addome un ragazzo di 25 anni residente a Pontedera. I carabinieri recuperano l’arma e individuano l’aggressore, un uomo di 44 anni, denunciato per lesioni e porto d’armi illegale.
Padova, zona stazione. L’allarme parte da un autobus. L’autista segnala un gruppo di quattro nordafricani molesti e ubriachi a bordo, uno dei quali armato di coltello. La polizia li rintraccia e li blocca. Sono un cittadino marocchino di 38 anni, irregolare, e tre cittadini egiziani con permesso di soggiorno. Tutti, però, hanno precedenti per reati in materia di sostanze stupefacenti e contro il patrimonio. Sotto i portici, nelle immediate vicinanze, viene rinvenuto il coltello da cucina con lama da dieci centimetri. Il questore ha disposto per il marocchino il trattenimento in un Cpr in attesa dell’espulsione. Mentre la Divisione della polizia anticrimine si è attivata per l’adozione della misura di prevenzione del Daspo per tre anni.
Ultimo caso: una violenta rissa scoppiata nella zona del porto mercantile di Taranto, dove la polizia è intervenuta dopo la segnalazione di una rissa tra stranieri. Quando gli agenti arrivano sul posto trovano un africano che pesta un bengalese già con evidenti ferite al volto. L’aggressore, un trentunenne del Ciad, non si è fermato neppure alla presenza dei poliziotti: ha continuato a opporre resistenza e ha minacciato gli agenti. È risultato titolare di un permesso di soggiorno ma senza fissa dimora. Solo poche ore prima era stato denunciato dalla polizia locale per una tentata estorsione.