La giustizia tributaria è strabica. L’erario ha ragione pure se sbaglia

Scena uno. Un contribuente ricorre in Commissione contro una contestazione da parte dell'Agenzia delle Entrate relativa a un maggior imponibile di circa 7.000 euro. Il suo ricorso viene «accolto parzialmente», ma - non è uno scherzo - l'imponibile contestato, alla fine della fiera, sale oltre la soglia degli 82.000 euro. Così il cittadino “impara" a ricorrere e a difendere le proprie ragioni.
Scena due. Un accertamento fiscale viene notificato non all'interessato, non a sua moglie, non a casa sua, ma semplicemente a una dipendente di un ufficio situato nello stesso stabile dove risiede il contribuente. Quest'ultimo fa ricorso, eccepisce di non avere alcun rapporto con la persona che ha materialmente ricevuto la notifica, ma la Cassazione ritiene comunque che il documento è valido.
Sono solo due esempi, ma ogni giorno ce n'è una: non mancano neppure casi in cui errori o imperfezioni formali - magari compiuti sia dall'amministrazione finanziaria sia dal cittadino - si risolvano regolarmente contro il contribuente, o diano vita a una sorta di doppiopesismo: si chiude un occhio rispetto all'amministrazione, e invece si prende la frusta contro il povero taxpayer. Non si tratta - qui - di contestare i casi singoli, di esaminare ogni albero, ma di guardare la foresta nel suo insieme.
E allora viene alla mente la parola «mitridatizzazione». Un noto vocabolario, dopo un ampio spiegone sulle vicende di Mitridate re del Ponto e sulle sue abitudini, dà questa definizione: «assuefarsi gradualmente a sostanze tossiche, abituarsi a ingerire sostanze nocive per immunizzare l'organismo». Il dizionario non lo precisa, né qualcuno potrà più informare il buon Mitridate, essendo trascorsi da allora più o meno 21 secoli: ma questa è anche la condizione del contribuente italiano, costretto a ingurgitare una goccia di veleno al giorno.
INFOGRAFICA
Negli ultimi anni si è assistito a un crescendo di prepotenze piccole, medie, grandi: avallo di atti compiuti da funzionari sprovvisti di titoli (o di tutti i titoli), applicazione retroattiva di norme sfavorevoli al contribuente, e via bastonando. La cosa tragicomica è che vi sarebbero anche norme (ne cito due: lo statuto del contribuente e la più recente delega fiscale) che solennemente impedirebbero misure peggiorative applicate all'indietro. E invece…
Nella scorsa legislatura – almeno – fu possibile ottenere qualche risultato pro-contribuenti: impignorabilità della prima casa, della seconda casa (entro una certo valore) e anche dei beni dell'azienda. Prima c'era perfino il paradosso di artigiani o commercianti che si vedevano pignorati i beni attraverso i quali avrebbero dovuto pagare i loro debiti tributari.
Non dimentichiamo tra l'altro che – pochi mesi fa – una battaglia è stata vinta anche grazie alla mobilitazione tempestiva della Verità. Una manina sembrava aver infilato in un provvedimento governativo la possibilità di cedere ai riscossori privati alcuni crediti (per i cittadini, debiti) fiscali. In teoria, non una misura scandalosa: ma in pratica, il piccolo dettaglio era che, in questo modo, cedendo il credito ai privati, sarebbero saltate proprio le minime salvaguardie esistenti a favore dei contribuenti-debitori, esattamente a partire dall'impignorabilità della casa.
Tuttavia, non è sano, non è normale che ogni giorno si debba stare in trincea per sventare nuove trappole. Occorrerebbe ricompitare due princìpi elementari troppo spesso dimenticati in Italia. Primo: che le tasse non sono un diritto divino vantato dallo Stato, ma semplicemente il prezzo, la controprestazione che i cittadini pagano in cambio di buoni servizi e buona amministrazione. Ogni giorno dovremmo chiederci - chiunque sia temporaneamente al governo - dove siano questi buoni servizi e questa buona amministrazione. Secondo: che il contribuente non è un suddito, uno schiavo, ma - al contrario - che lo stato (scritto minuscolo: come raccomandava il grande Luigi Einaudi) dovrebbe lavorare per il cittadino. Non viceversa.






