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2021-12-25
L'Unione europea va verso il modello federale franco-tedesco
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Emmanuel Macron e Olaf Scholz (Ansa)
L’anno prossimo si festeggeranno i cento anni della prima pubblicazione con cui il conte austriaco, di origini veneziane, Richard Coudenhove Kalergi lanciò l’idea di un’unione tra le nazioni europee. La sua visione, di un’Europa fatta di Paesi collegati da un mercato unico, conviventi in pace grazie allo Stato di diritto e al principio di sussidiarietà, fu poi trasferita nel 1923 nel libro Paneuropa e pochi anni dopo presentata alla Società delle Nazioni dal primo ministro francese, Aristide Briand. L’idea paneuropea basata sulla sussidiarietà, cioè su larghe autonomie e pochissimo centralismo di vertice, anticipa di ben venti anni quella spinelliana, assai più centralista e federativa.
Da molti anni oramai l’Unione europea si è allontanata dalle sue origini, si è dimenticata di Kalergi, e sta perseguendo un progetto più unionale, convinta della necessità di istituzioni centrali con sempre maggiori competenze. Dal punto di vista geopolitico si tratta di un suicidio. Le potenze dominanti non vogliono vedere il Vecchio Continente controllato da una sola persona o da un’istituzione. Il più ricco ed importante mercato al mondo, quello europeo, deve essere funzionante, dinamico, cooperativo ma mai politicamente unito. La paura in passato del Regno Unito e degli Usa oggi è che qualcuno possa ripetere il blocco continentale di napoleonica memoria. Washington ha favorito le Comunità europee in quanto funzionali alla stabilità nordatlantica ma ha sempre contrastato le proposte franco-tedesche di maggiore unione politica del continente forzando la presenza della fedele Londra oppure provocando alla bisogna scollature tra gli Stati membri. Ora, uscita la Gran Bretagna dall’Ue, Francia e Germania vedono all’orizzonte la possibilità di perseguire la costruzione della loro idea di Europa. Un’idea che comunque coincide solo nella parte iniziale del cammino e non certamente nei risultati finali.
Se Emmanuel Macron ha bisogno ad aprile d’essere confermato all’Eliseo per poter sostenere con maggiore determinazione la propria visione di futuro comune, il nuovo governo tedesco di Olaf Scholz parte in vantaggio di qualche mese. Per la prima volta nella storia la Germania è guidata da un governo formato da socialisti, verdi e liberali. L’eterogeneità degli attori ha imposto obiettivi che potessero accontentare tutti. In merito alle politiche europee il governo tedesco accontenta i liberali chiarendo nell’accordo di coalizione come il recovery found vada ritenuto una misura temporanea, accontenta i verdi garantendo loro la possibilità d’esprimere il futuro commissario tedesco ed accontenta i socialisti nel momento in cui ribadisce l’importanza dello Stato di diritto, la condanna delle posizioni polacche ed ungheresi e la necessità di utilizzare i finanziamenti come strumento di pressione politica. Ma è sulla necessità di rivedere tutti i trattati fondativi che i tre partiti trovano la più assoluta sintonia. Secondo il nuovo governo tedesco si dovrebbe partire dalle proposte che verranno avanzate dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa, in fase di svolgimento in questi mesi tra i cittadini e le organizzazioni del continente, per arrivare ad una nuova Convenzione costituzionale che fondi un’Europa veramente federale.
Si tratta di una proposta tanto ambiziosa, quanto difficilmente realizzabile vista la cacofonia di visioni politiche oggi dilagante tra i Paesi membri. Tuttavia, se tale proiezione spinelliana dovesse combinarsi con la volontà francese di maggiore autonomia militare, che per Parigi significa autonomia strategica dal mondo Nato, è realisticamente possibile attendersi una nuova fase di destabilizzazione dell’Europa. Soprattutto ora che gli Usa non possono più contare sulla rassicurante garanzia della presenza britannica nelle istituzioni di Bruxelles.
L’Europa è stata e potrebbe tornare un giorno ad essere un serio attore geopolitico. Ma l’intelligenza dei leader deve basarsi sulla lungimiranza, il corretto calcolo delle convenienze e il rispetto della realtà politica. Oggi, per il bene di tutti i cittadini del Vecchio Continente, sarebbe maggiormente auspicabile una riforma dell’Unione in senso paneuropeo ovvero lavorare per rilanciare la stabilità della casa comune sgravando di responsabilità le istituzioni di Bruxelles. Puntare su una politica più centralista, pianificata, significa aumentare la disaffezione dei cittadini nei confronti di un’Unione che diverrebbe il capo espiatorio dell’inefficienza degli Stati e posizionarla agli occhi di Washington come un potenziale minaccia da contrastare.
Entrambi i risultati sarebbero un pericolo per la pace e lo sviluppo del continente. Una vera sussidiarietà che renda i politici locali e nazionali nuovamente responsabili delle loro azioni e preservi l’Unione dalle critiche ingiustificate sarebbe la soluzione più efficiente per ritrovarci tra qualche decennio ancora uniti e maggiormente pronti a cavalcare i cambiamenti politici internazionali.
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Da molti anni l’Unione si è allontanata dalle sue origini, si è dimenticata di Richard Coudenhove Kalergi, convinta della necessità di istituzioni centrali con sempre maggiori competenze. Dal punto di vista geopolitico si tratta di un suicidio. Le potenze dominanti non vogliono vedere il Vecchio Continente controllato da una sola persona o da un’istituzione.L’anno prossimo si festeggeranno i cento anni della prima pubblicazione con cui il conte austriaco, di origini veneziane, Richard Coudenhove Kalergi lanciò l’idea di un’unione tra le nazioni europee. La sua visione, di un’Europa fatta di Paesi collegati da un mercato unico, conviventi in pace grazie allo Stato di diritto e al principio di sussidiarietà, fu poi trasferita nel 1923 nel libro Paneuropa e pochi anni dopo presentata alla Società delle Nazioni dal primo ministro francese, Aristide Briand. L’idea paneuropea basata sulla sussidiarietà, cioè su larghe autonomie e pochissimo centralismo di vertice, anticipa di ben venti anni quella spinelliana, assai più centralista e federativa. Da molti anni oramai l’Unione europea si è allontanata dalle sue origini, si è dimenticata di Kalergi, e sta perseguendo un progetto più unionale, convinta della necessità di istituzioni centrali con sempre maggiori competenze. Dal punto di vista geopolitico si tratta di un suicidio. Le potenze dominanti non vogliono vedere il Vecchio Continente controllato da una sola persona o da un’istituzione. Il più ricco ed importante mercato al mondo, quello europeo, deve essere funzionante, dinamico, cooperativo ma mai politicamente unito. La paura in passato del Regno Unito e degli Usa oggi è che qualcuno possa ripetere il blocco continentale di napoleonica memoria. Washington ha favorito le Comunità europee in quanto funzionali alla stabilità nordatlantica ma ha sempre contrastato le proposte franco-tedesche di maggiore unione politica del continente forzando la presenza della fedele Londra oppure provocando alla bisogna scollature tra gli Stati membri. Ora, uscita la Gran Bretagna dall’Ue, Francia e Germania vedono all’orizzonte la possibilità di perseguire la costruzione della loro idea di Europa. Un’idea che comunque coincide solo nella parte iniziale del cammino e non certamente nei risultati finali.Se Emmanuel Macron ha bisogno ad aprile d’essere confermato all’Eliseo per poter sostenere con maggiore determinazione la propria visione di futuro comune, il nuovo governo tedesco di Olaf Scholz parte in vantaggio di qualche mese. Per la prima volta nella storia la Germania è guidata da un governo formato da socialisti, verdi e liberali. L’eterogeneità degli attori ha imposto obiettivi che potessero accontentare tutti. In merito alle politiche europee il governo tedesco accontenta i liberali chiarendo nell’accordo di coalizione come il recovery found vada ritenuto una misura temporanea, accontenta i verdi garantendo loro la possibilità d’esprimere il futuro commissario tedesco ed accontenta i socialisti nel momento in cui ribadisce l’importanza dello Stato di diritto, la condanna delle posizioni polacche ed ungheresi e la necessità di utilizzare i finanziamenti come strumento di pressione politica. Ma è sulla necessità di rivedere tutti i trattati fondativi che i tre partiti trovano la più assoluta sintonia. Secondo il nuovo governo tedesco si dovrebbe partire dalle proposte che verranno avanzate dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa, in fase di svolgimento in questi mesi tra i cittadini e le organizzazioni del continente, per arrivare ad una nuova Convenzione costituzionale che fondi un’Europa veramente federale. Si tratta di una proposta tanto ambiziosa, quanto difficilmente realizzabile vista la cacofonia di visioni politiche oggi dilagante tra i Paesi membri. Tuttavia, se tale proiezione spinelliana dovesse combinarsi con la volontà francese di maggiore autonomia militare, che per Parigi significa autonomia strategica dal mondo Nato, è realisticamente possibile attendersi una nuova fase di destabilizzazione dell’Europa. Soprattutto ora che gli Usa non possono più contare sulla rassicurante garanzia della presenza britannica nelle istituzioni di Bruxelles. L’Europa è stata e potrebbe tornare un giorno ad essere un serio attore geopolitico. Ma l’intelligenza dei leader deve basarsi sulla lungimiranza, il corretto calcolo delle convenienze e il rispetto della realtà politica. Oggi, per il bene di tutti i cittadini del Vecchio Continente, sarebbe maggiormente auspicabile una riforma dell’Unione in senso paneuropeo ovvero lavorare per rilanciare la stabilità della casa comune sgravando di responsabilità le istituzioni di Bruxelles. Puntare su una politica più centralista, pianificata, significa aumentare la disaffezione dei cittadini nei confronti di un’Unione che diverrebbe il capo espiatorio dell’inefficienza degli Stati e posizionarla agli occhi di Washington come un potenziale minaccia da contrastare.Entrambi i risultati sarebbero un pericolo per la pace e lo sviluppo del continente. Una vera sussidiarietà che renda i politici locali e nazionali nuovamente responsabili delle loro azioni e preservi l’Unione dalle critiche ingiustificate sarebbe la soluzione più efficiente per ritrovarci tra qualche decennio ancora uniti e maggiormente pronti a cavalcare i cambiamenti politici internazionali.
A Cornate d’Adda scatta l’Alps Open, apertura italiana del tour 2026 con oltre 130 professionisti. In Lombardia il golf vale fino a 185 milioni di euro tra circoli, turismo ed eventi, e si rafforza come leva strategica per attrarre investimenti e valorizzare il territorio.
Nel cuore della Lombardia, tra il verde del Parco dell’Adda e un sistema economico sempre più attento alla leva sportiva, il golf torna protagonista. Da domani all’11 aprile il Villa Paradiso Alps Open inaugura la stagione italiana dell’Alps Tour, portando sul campo del Golf Club Villa Paradiso oltre 130 professionisti provenienti da diversi Paesi.
L’appuntamento, aperto al pubblico, si inserisce in una strategia più ampia che vede Assolombarda puntare sul golf non solo come disciplina sportiva, ma come strumento di promozione territoriale e occasione di sviluppo economico. Il torneo rientra infatti nel progetto Open Horizons: Lombardia, Capitale del Golf, pensato per rafforzare il posizionamento della regione come punto di riferimento nazionale e internazionale del settore. I numeri raccontano un comparto tutt’altro che marginale. Secondo lo studio L’indotto del golf in Lombardia, il valore complessivo generato oscilla tra i 165 e i 185 milioni di euro. Una cifra che tiene insieme più livelli: dai ricavi diretti dei circoli, stimati tra 59 e 62 milioni, fino all’impatto turistico, che rappresenta la quota più consistente con un range tra 103 e 118 milioni. Più contenuto, ma comunque significativo, il contributo legato alla vendita di attrezzature e abbigliamento, mentre i grandi eventi continuano a incidere, con l’Open d’Italia che in regione vale tra 8 e 9 milioni a edizione.
La Lombardia, del resto, è già oggi il principale polo golfistico italiano. Con 65 circoli affiliati alla Federazione Italiana Golf — pari al 18% del totale nazionale — e oltre 26 mila tesserati, quasi un terzo dei golfisti italiani, la regione si colloca davanti a realtà consolidate come Piemonte, Veneto e Lazio.
In questo contesto, il progetto Open Horizons mira a costruire una rete stabile tra istituzioni, club e imprese. L’obiettivo è quello di trasformare il golf in un sistema integrato capace di generare valore lungo tutta la filiera: dallo sport al turismo, fino alle relazioni economiche. Un’impostazione che punta a superare la dimensione puramente sportiva, per diventare leva strategica di attrattività. Accanto al circuito professionistico, si muove anche il calendario dedicato al mondo imprenditoriale. Nei giorni scorsi è partita infatti l’edizione 2026 del Assolombarda Golf Tour, un percorso in cinque tappe che toccherà alcuni dei principali circoli lombardi e farà nuovamente tappa proprio al Villa Paradiso l’8 maggio. Un’iniziativa che ha recentemente ottenuto un riconoscimento agli Italian Golf Awards, premiata per il suo rilievo nazionale tra i circuiti a brand golfistico.
Il filo conduttore resta lo stesso: utilizzare il golf come piattaforma di connessione, capace di mettere in relazione sport, territorio e impresa. Un modello che, almeno in Lombardia, sta provando a trasformare una disciplina di nicchia in un asset economico sempre più strutturato.
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