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2019-11-16
L’interrogatorio di Bonifazi che inguaia il Pd
Getty
Nel giugno del 2018, in un'intervista al Foglio, l'ex tesoriere del Pd (ora di Italia viva) Francesco Bonifazi spiegò che se l'imprenditore Luca Parnasi «avesse voluto finanziare il Pd lo avrebbe fatto per il canale diretto. Del resto, ai cultori del sospetto, vorrei domandare: che beneficio ci sarebbe a commissionare una prestazione di servizio a una fondazione, peraltro assolutamente evidente e verificabile, invece che emettere direttamente una liberalità al Pd, fiscalmente detraibile?». Ci è voluto un anno, ma il 18 luglio scorso, in una stanza del quartier generale della Guardia di Finanza di Roma, Bonifazi (nell'inchiesta sullo stadio della Roma è accusato di emissione di fatture false e finanziamento illecito di partiti) ha in parte risposto a questa domanda. Perché fu proprio lui, stando alle sue parole, a consigliare Parnasi su come effettuare quel finanziamento.
L'avvocato del Giglio magico lo ha spiegato durante un interrogatorio, rimasto per tutti questi mesi segreto ma che ora La Verità è in grado di raccontare, di fronte al sostituto procuratore Barbara Zuin. E lo ha detto chiaro e tondo di fronte alle domande incalzanti del magistrato, spiegando di aver solo messo in contatto Parnasi e Domenico Petrolo, il responsabile relazioni esterne di Eyu. Non sarebbe mai stato però a conoscenza dell'accordo per l'acquisto della nota ricerca sulla «Casa» commissionata poi nel 2018 da Parnasi alla Fondazione Eyu («Di ciò che è accaduto dopo quella stretta di mano non so niente», dice l'ex tesoriere). Bonifazi ha sottolineato di essere venuto a conoscenza dell'operazione e della vendita del prodotto successivamente, soltanto quando di fatto venne fuori la notizia dell'arresto di Parnasi e «si aprì, anche sulla stampa» il filone sui finanziamenti ai partiti, Lega e Pd.
«[…] con Luca Parnasi», ha spiegato Bonifazi, «mi ero fermato esclusivamente a quelli che erano gli intenti del Parnasi medesimo e quindi tutto cioè che c'è stato successivamente io l'ho ricostruito per evidenti motivi anche di salvaguardia personale». Ovvero? Qui Bonifazi spiega nel dettaglio il suo rapporto con il costruttore romano e l'incontro alla fine del 2017, pochi mesi prima della campagna elettorale del 2018. «In un'occasione c'è stata una chiacchierata più di carattere politico. Parnasi mi fece una valutazione che mi sembrò intelligente, di merito sulla politica, cioè mi spiegò che aveva dentro di sé una sorta di doppia anima: da un lato la tradizione di vicinanza alla sinistra italiana. È una cosa che mi è rimasta impressa, perché mi diceva che suo padre veniva chiamato l'unico palazzinaro comunista di Roma. […] Da lì iniziai a capire se era intenzionato a dare un aiuto al partito e sostanzialmente lui mi fece capire che era disponibile».
Di fronte alle richieste dei magistrati, Bonifazi spiega i dettagli dell'incontro. «Ricordo distintamente il contenuto di questa chiacchierata, che fu anche piacevole, sinceramente. Venne fuori addirittura la cifra che lui poteva sostenere, che era intorno a 250.000 euro. A quel punto io feci una precisazione, che è una precisazione in realtà obbligatoria per un tesoriere, perché è di legge, e cioè che un soggetto non può finanziare un partito per più di 100.000 euro, questa è la legge del 2013, che tra l'altro facemmo». Quindi Bonifazi ammette di aver parlato di finanziamento al Pd con Parnasi. Ma aggiunge che proprio allora, per la cifra troppo alta, decise di presentargli Eyu: «Guarda, c'è anche la Fondazione». Nel corso dell'interrogatorio Bonifazi spiegherà la funzione di Eyu, autonoma rispetto al partito, nata per la tutela del quotidiano Europa, la tv Youdem e L'Unità. Fu l'ex tesoriere del Pd a indicare la fondazione invece del partito, proprio in funzione della sua autonomia. Ma a un certo punto dell'interrogatorio, Bonifazi ammette una certa vicinanza tra le due realtà distinte. «La fondazione Eyu non riceve alcuna sovvenzione o finanziamento dal partito. L'unico spostamento di denaro tra Pd e Eyu può essere avvenuto in occasione della festa dell'Unità per il pagamento dell'affitto di alcuni stand da parte di Eyu».
Rispetto alle presunte fatture false (una ricerca già venduta a 39.000 euro alla Cassa del Notariato, costata 7.000 nel 2015, poi piazzata a 150.000 nel 2018), Bonifazi ha spiegato di aver solo messo in contatto Petrolo e Parnasi. «Il Nazareno è davvero un corridoio lunghissimo. Per arrivare incontri prima Petrolo che me, io ero nella parte finale del corridoio, diciamo la parte nobile del Nazareno […]. Li presento, loro prendono e vengono via, e da quel momento io non mi occupo più della vicenda». Zuin domanda perché aveva scelto, invece di un finanziamento di 100.000 euro al Pd, facendo l'interesse del partito, di finanziare la Fondazione Eyu con 250.000 euro. «Il suo dubbio è legittimo» risponde Bonifazi, «di più, perché è lo stesso che ho avuto io».
Alla Finanza non tornano i conti su 405.000 euro per le feste dem
Fondi per la Festa dell'Unità che neppure la Guardia di finanza alla fine è riuscita a tracciare sono usciti in parte dalla Fondazione Eyu, guidata da Francesco Bonifazi, che era anche il tesoriere del Partito democratico finché a marzo 2019 Nicola Zingaretti non l'ha sostituito con Luigi Zanda perché il partito si trova dal punto di vista finanziario con entrate più che dimezzate, e sono finiti sui conti di Democratica srl, società in liquidazione che gestiva le testate l'Unità, Europa e Donna Europa. Bonifazi con le casse della fondazione invece sembra non avere problemi di partita doppia. Le entrate pareggiano quasi le uscite: nel 2017, infatti, Eyu ha incassato 1.444.527 euro e ne ha sborsati 1.401.856.
Nonostante ciò non è possibile affermare che nei bilanci sia tutto comprensibile. Hanno avuto problemi a raccapezzarcisi anche gli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria di Roma. Gli stessi che hanno scoperto che Luca Parnasi, arrestato per la vicenda dello stadio della Roma, aveva versato 150.000 euro alla fondazione, soldi probabilmente destinati al Pd e, secondo l'accusa, non iscritti nei bilanci. I finanzieri, in un'informativa che La Verità ha potuto consultare, definiscono in alcuni punti l'operatività della fondazione «sospetta». Bilanci alla mano si è scoperto che le entrate di gestione ammontano a 846.769 euro. Si tratta di quasi la metà di quanto transitato sul conto corrente di Eyu preso in esame. Poi i finanzieri si fermano ad analizzare le spese: «Considerato che da statuto la fondazione persegue le proprie finalità operando prevalentemente attraverso l'assegnazione di contributi a progetti e iniziative, dalle disposizioni effettuate non è possibile risalire ai singoli progetti finanziati e dal bilancio consuntivo del 2017 gli oneri da attività istituzionali ammontano a 244.803 euro, cifra decisamente inferiore agli addebiti effettuati». Che, nel periodo tra il 9 ottobre 2017 e il 5 novembre 2018 ammontano a 1.274.885 euro, giunti sul conto di Eyu con 46 bonifici, tra i quali alcuni di provenienza estera. E tra le uscite ci sono quelle per la Festa dell'Unità del 2017 (che si è tenuta a Imola dal 9 al 24 settembre): 61.000 euro (ma in totale i fondi transitati, con quattro bonifici, da Eyu a Democratica ammontano a 122.000 euro). C'è anche un bonifico da 20.000 euro, datato 5 giugno 2018, per la Fondazione Open, che organizzava la Leopolda prima della sua liquidazione e chiusura. Insomma, Eyu, che veniva definita la cassaforte del Partito democratico, in realtà, sostiene anche le entità che orbitano attorno al Pd.
Ovviamente, per capire il giro di soldi legato alla Festa dell'Unità, la Guardia di finanza ha analizzato anche i conti di Democratica. E, oltre ad annotare che i bonifici provenienti dal Pd ammontano a 895.750 euro, ha scoperto anche che 565.210 euro «non sono connessi alle attività editoriali» e che, scrivono i finanzieri, «si riferiscono prevalentemente ai corrispettivi pattuiti per l'organizzazione della Festa dell'Unità». Di quei ricavi alla fine, una parte è stata usata per la Festa dell'Unità e una parte (160.924 euro) per «il riaddebito di costi relativi a personale distaccato presso l'Unità e a sopravvenienze attive per storno di debiti verso il quotidiano a fronte dell'accordo di risoluzione dei contratti attivi e passivi fra le parti». Questa è la motivazione ufficiale. L'importo, però, «risulta incompatibile», annotano gli investigatori, con gli accrediti transitati sul conto intestato alla società. E, così, tra Eyu e Democratica non tornano i conti su 405.000 euro (244.803 per Eyu e 160.924 per Democratica).
Ma perché gli investigatori si sono insospettiti? Tutto ruota attorno «agli accrediti pervenuti sul conto corrente» di Eyu, che «non trovano corrispondenza nei dati di bilancio 2017, sia negli importi sia nella destinazione». Non solo: ci sono dei giroconti «pervenuti da altro intermediario», sottolineano gli investigatori, «di cui non è possibile verificare l'origine della provvista». Quelle tracciabili, invece, sono varie. Tutte riportate nel lungo elenco raccolto dalla finanza. Si va dai 100.000 euro di Msc crociere, ai 200.000 di Gunther reform holding, società che acquisì il 20 per cento dell'Unità. Passando per i 25.000 euro versati dalla Gamenet Spa, tra le società concessionarie di slot machine, per i 24.400 di Lottomatica (alla quale il governo Gentiloni rinnovò senza gara la concessione dei gratta e vinci proprio nel 2017), per i 10.000 euro sborsati dallo stilista Brunello Cucinelli (che partecipò anche a una Leopolda) e per i 54.900 pagati nel 2017 e gli 80.000 nel 2018 dalla Algebris Uk limited di Davide Serra, finanziere di centrosinistra e finanziatore di alcune campagne elettorali del Bullo (nel 2013 era anche lui alla Leopolda). Spunta anche un bonifico di 36.600 euro di Manutencoop Facility (tra le società finite nell'inchiesta Consip e multata dall'Antitrust insieme alle altre imprese che nel 2014 fecero cartello nella maxi gara denominata Fm4). Ci sono infine 40.000 euro bonificati da Emanuele Boschi, fratello di Maria Elena. Lo stesso che ha poi ottenuto insieme a Federico Lovadina (entrambi sono dello studio tributario Bonifazi) una consulenza proprio da Parnasi da 30.000 euro, come stabilito dal liquidatore della società Parsitalia.
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Disse a Luca Parnasi che non poteva dare 250.000 euro al partito, ma a Eyu sì. Dalla fondazione, poi, i soldi venivano girati ai dem per attività o per il giornale. E alla Finanza non tornano i conti su ben 405.000 euro.Le Fiamme gialle, in una informativa, definiscono «sospetta» l'operatività della ex cassaforte democratica. Al centro flussi di denaro senza giustificativi. E tra le donazioni spuntano 40.000 euro dal fratello di Maria Elena Boschi.Lo speciale contiene due articoli.Nel giugno del 2018, in un'intervista al Foglio, l'ex tesoriere del Pd (ora di Italia viva) Francesco Bonifazi spiegò che se l'imprenditore Luca Parnasi «avesse voluto finanziare il Pd lo avrebbe fatto per il canale diretto. Del resto, ai cultori del sospetto, vorrei domandare: che beneficio ci sarebbe a commissionare una prestazione di servizio a una fondazione, peraltro assolutamente evidente e verificabile, invece che emettere direttamente una liberalità al Pd, fiscalmente detraibile?». Ci è voluto un anno, ma il 18 luglio scorso, in una stanza del quartier generale della Guardia di Finanza di Roma, Bonifazi (nell'inchiesta sullo stadio della Roma è accusato di emissione di fatture false e finanziamento illecito di partiti) ha in parte risposto a questa domanda. Perché fu proprio lui, stando alle sue parole, a consigliare Parnasi su come effettuare quel finanziamento. L'avvocato del Giglio magico lo ha spiegato durante un interrogatorio, rimasto per tutti questi mesi segreto ma che ora La Verità è in grado di raccontare, di fronte al sostituto procuratore Barbara Zuin. E lo ha detto chiaro e tondo di fronte alle domande incalzanti del magistrato, spiegando di aver solo messo in contatto Parnasi e Domenico Petrolo, il responsabile relazioni esterne di Eyu. Non sarebbe mai stato però a conoscenza dell'accordo per l'acquisto della nota ricerca sulla «Casa» commissionata poi nel 2018 da Parnasi alla Fondazione Eyu («Di ciò che è accaduto dopo quella stretta di mano non so niente», dice l'ex tesoriere). Bonifazi ha sottolineato di essere venuto a conoscenza dell'operazione e della vendita del prodotto successivamente, soltanto quando di fatto venne fuori la notizia dell'arresto di Parnasi e «si aprì, anche sulla stampa» il filone sui finanziamenti ai partiti, Lega e Pd. «[…] con Luca Parnasi», ha spiegato Bonifazi, «mi ero fermato esclusivamente a quelli che erano gli intenti del Parnasi medesimo e quindi tutto cioè che c'è stato successivamente io l'ho ricostruito per evidenti motivi anche di salvaguardia personale». Ovvero? Qui Bonifazi spiega nel dettaglio il suo rapporto con il costruttore romano e l'incontro alla fine del 2017, pochi mesi prima della campagna elettorale del 2018. «In un'occasione c'è stata una chiacchierata più di carattere politico. Parnasi mi fece una valutazione che mi sembrò intelligente, di merito sulla politica, cioè mi spiegò che aveva dentro di sé una sorta di doppia anima: da un lato la tradizione di vicinanza alla sinistra italiana. È una cosa che mi è rimasta impressa, perché mi diceva che suo padre veniva chiamato l'unico palazzinaro comunista di Roma. […] Da lì iniziai a capire se era intenzionato a dare un aiuto al partito e sostanzialmente lui mi fece capire che era disponibile». Di fronte alle richieste dei magistrati, Bonifazi spiega i dettagli dell'incontro. «Ricordo distintamente il contenuto di questa chiacchierata, che fu anche piacevole, sinceramente. Venne fuori addirittura la cifra che lui poteva sostenere, che era intorno a 250.000 euro. A quel punto io feci una precisazione, che è una precisazione in realtà obbligatoria per un tesoriere, perché è di legge, e cioè che un soggetto non può finanziare un partito per più di 100.000 euro, questa è la legge del 2013, che tra l'altro facemmo». Quindi Bonifazi ammette di aver parlato di finanziamento al Pd con Parnasi. Ma aggiunge che proprio allora, per la cifra troppo alta, decise di presentargli Eyu: «Guarda, c'è anche la Fondazione». Nel corso dell'interrogatorio Bonifazi spiegherà la funzione di Eyu, autonoma rispetto al partito, nata per la tutela del quotidiano Europa, la tv Youdem e L'Unità. Fu l'ex tesoriere del Pd a indicare la fondazione invece del partito, proprio in funzione della sua autonomia. Ma a un certo punto dell'interrogatorio, Bonifazi ammette una certa vicinanza tra le due realtà distinte. «La fondazione Eyu non riceve alcuna sovvenzione o finanziamento dal partito. L'unico spostamento di denaro tra Pd e Eyu può essere avvenuto in occasione della festa dell'Unità per il pagamento dell'affitto di alcuni stand da parte di Eyu».Rispetto alle presunte fatture false (una ricerca già venduta a 39.000 euro alla Cassa del Notariato, costata 7.000 nel 2015, poi piazzata a 150.000 nel 2018), Bonifazi ha spiegato di aver solo messo in contatto Petrolo e Parnasi. «Il Nazareno è davvero un corridoio lunghissimo. Per arrivare incontri prima Petrolo che me, io ero nella parte finale del corridoio, diciamo la parte nobile del Nazareno […]. Li presento, loro prendono e vengono via, e da quel momento io non mi occupo più della vicenda». Zuin domanda perché aveva scelto, invece di un finanziamento di 100.000 euro al Pd, facendo l'interesse del partito, di finanziare la Fondazione Eyu con 250.000 euro. «Il suo dubbio è legittimo» risponde Bonifazi, «di più, perché è lo stesso che ho avuto io». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-dritta-di-bonifazi-a-parnasi-che-voleva-finanziare-il-pd-guarda-che-ce-anche-eyu-2641357949.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alla-finanza-non-tornano-i-conti-su-405-000-euro-per-le-feste-dem" data-post-id="2641357949" data-published-at="1767529424" data-use-pagination="False"> Alla Finanza non tornano i conti su 405.000 euro per le feste dem Fondi per la Festa dell'Unità che neppure la Guardia di finanza alla fine è riuscita a tracciare sono usciti in parte dalla Fondazione Eyu, guidata da Francesco Bonifazi, che era anche il tesoriere del Partito democratico finché a marzo 2019 Nicola Zingaretti non l'ha sostituito con Luigi Zanda perché il partito si trova dal punto di vista finanziario con entrate più che dimezzate, e sono finiti sui conti di Democratica srl, società in liquidazione che gestiva le testate l'Unità, Europa e Donna Europa. Bonifazi con le casse della fondazione invece sembra non avere problemi di partita doppia. Le entrate pareggiano quasi le uscite: nel 2017, infatti, Eyu ha incassato 1.444.527 euro e ne ha sborsati 1.401.856. Nonostante ciò non è possibile affermare che nei bilanci sia tutto comprensibile. Hanno avuto problemi a raccapezzarcisi anche gli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria di Roma. Gli stessi che hanno scoperto che Luca Parnasi, arrestato per la vicenda dello stadio della Roma, aveva versato 150.000 euro alla fondazione, soldi probabilmente destinati al Pd e, secondo l'accusa, non iscritti nei bilanci. I finanzieri, in un'informativa che La Verità ha potuto consultare, definiscono in alcuni punti l'operatività della fondazione «sospetta». Bilanci alla mano si è scoperto che le entrate di gestione ammontano a 846.769 euro. Si tratta di quasi la metà di quanto transitato sul conto corrente di Eyu preso in esame. Poi i finanzieri si fermano ad analizzare le spese: «Considerato che da statuto la fondazione persegue le proprie finalità operando prevalentemente attraverso l'assegnazione di contributi a progetti e iniziative, dalle disposizioni effettuate non è possibile risalire ai singoli progetti finanziati e dal bilancio consuntivo del 2017 gli oneri da attività istituzionali ammontano a 244.803 euro, cifra decisamente inferiore agli addebiti effettuati». Che, nel periodo tra il 9 ottobre 2017 e il 5 novembre 2018 ammontano a 1.274.885 euro, giunti sul conto di Eyu con 46 bonifici, tra i quali alcuni di provenienza estera. E tra le uscite ci sono quelle per la Festa dell'Unità del 2017 (che si è tenuta a Imola dal 9 al 24 settembre): 61.000 euro (ma in totale i fondi transitati, con quattro bonifici, da Eyu a Democratica ammontano a 122.000 euro). C'è anche un bonifico da 20.000 euro, datato 5 giugno 2018, per la Fondazione Open, che organizzava la Leopolda prima della sua liquidazione e chiusura. Insomma, Eyu, che veniva definita la cassaforte del Partito democratico, in realtà, sostiene anche le entità che orbitano attorno al Pd. Ovviamente, per capire il giro di soldi legato alla Festa dell'Unità, la Guardia di finanza ha analizzato anche i conti di Democratica. E, oltre ad annotare che i bonifici provenienti dal Pd ammontano a 895.750 euro, ha scoperto anche che 565.210 euro «non sono connessi alle attività editoriali» e che, scrivono i finanzieri, «si riferiscono prevalentemente ai corrispettivi pattuiti per l'organizzazione della Festa dell'Unità». Di quei ricavi alla fine, una parte è stata usata per la Festa dell'Unità e una parte (160.924 euro) per «il riaddebito di costi relativi a personale distaccato presso l'Unità e a sopravvenienze attive per storno di debiti verso il quotidiano a fronte dell'accordo di risoluzione dei contratti attivi e passivi fra le parti». Questa è la motivazione ufficiale. L'importo, però, «risulta incompatibile», annotano gli investigatori, con gli accrediti transitati sul conto intestato alla società. E, così, tra Eyu e Democratica non tornano i conti su 405.000 euro (244.803 per Eyu e 160.924 per Democratica). Ma perché gli investigatori si sono insospettiti? Tutto ruota attorno «agli accrediti pervenuti sul conto corrente» di Eyu, che «non trovano corrispondenza nei dati di bilancio 2017, sia negli importi sia nella destinazione». Non solo: ci sono dei giroconti «pervenuti da altro intermediario», sottolineano gli investigatori, «di cui non è possibile verificare l'origine della provvista». Quelle tracciabili, invece, sono varie. Tutte riportate nel lungo elenco raccolto dalla finanza. Si va dai 100.000 euro di Msc crociere, ai 200.000 di Gunther reform holding, società che acquisì il 20 per cento dell'Unità. Passando per i 25.000 euro versati dalla Gamenet Spa, tra le società concessionarie di slot machine, per i 24.400 di Lottomatica (alla quale il governo Gentiloni rinnovò senza gara la concessione dei gratta e vinci proprio nel 2017), per i 10.000 euro sborsati dallo stilista Brunello Cucinelli (che partecipò anche a una Leopolda) e per i 54.900 pagati nel 2017 e gli 80.000 nel 2018 dalla Algebris Uk limited di Davide Serra, finanziere di centrosinistra e finanziatore di alcune campagne elettorali del Bullo (nel 2013 era anche lui alla Leopolda). Spunta anche un bonifico di 36.600 euro di Manutencoop Facility (tra le società finite nell'inchiesta Consip e multata dall'Antitrust insieme alle altre imprese che nel 2014 fecero cartello nella maxi gara denominata Fm4). Ci sono infine 40.000 euro bonificati da Emanuele Boschi, fratello di Maria Elena. Lo stesso che ha poi ottenuto insieme a Federico Lovadina (entrambi sono dello studio tributario Bonifazi) una consulenza proprio da Parnasi da 30.000 euro, come stabilito dal liquidatore della società Parsitalia.
Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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Getty Images
Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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Xi Jinping (Ansa)
La cattura del leader bolivariano ha innescato una raffica di reazioni internazionali, mettendo in luce una frattura geopolitica profonda. La Cina ha condannato «fermamente» l’operazione militare statunitense, definendola una palese violazione del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri di Pechino ha parlato di «uso egemonico della forza contro uno Stato sovrano», sostenendo che l’azione «lede gravemente la sovranità del Venezuela e minaccia la pace e la sicurezza in America Latina e nei Caraibi». Sulla stessa linea si è collocata la Russia. Il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha espresso «ferma solidarietà al popolo venezuelano di fronte all’aggressione armata» durante un colloquio con la vicepresidente Delcy Rodríguez, ribadendo il sostegno di Mosca al governo bolivariano. Nelle ore successive, il ministero degli Esteri russo ha chiesto agli Stati Uniti di liberare il presidente venezuelano, definito «legittimamente eletto», e sua moglie, invocando una soluzione «attraverso il dialogo e non con l’uso della forza». Il ministero degli Esteri iraniano ha invece dichiarato che l’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela «viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale». Preoccupazione è stata espressa anche dalle Nazioni Unite. Il segretario generale, Antonio Guterres, tramite il suo portavoce, ha parlato di «mancato rispetto del diritto internazionale» e di un «pericoloso precedente», invitando tutte le parti a impegnarsi in un dialogo inclusivo nel rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.
In America Latina le reazioni sono state in larga parte critiche verso Washington. Il Messico ha denunciato l’intervento militare come una minaccia alla stabilità regionale, mentre il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha definito la cattura di Maduro «inaccettabile» e un «precedente pericoloso», evocando «i peggiori momenti di interferenza nella storia dell’America Latina». Particolare attenzione arriva dalla Colombia, direttamente esposta agli effetti della crisi. Il presidente Gustavo Petro ha annunciato il dispiegamento dell’esercito lungo la frontiera, spiegando che «se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati». Petro ha aggiunto che «l’ambasciata della Colombia in Venezuela è attiva per le chiamate di assistenza dei colombiani presenti nel Paese».
A schierarsi apertamente a fianco di Caracas è stata anche Cuba, storico alleato regionale del chavismo che senza il supporto di Caracas rischia di crollare in pochi mesi. Il ministro degli Esteri dell’Avana, Bruno Rodríguez, ha condannato l’azione militare statunitense definendola un «attacco criminale» e sollecitando una risposta «urgente» della comunità internazionale. In un messaggio pubblicato su X, Rodríguez ha affermato che Cuba «denuncia e chiede un’immediata risposta internazionale contro l’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela», sostenendo che la «Zona di pace» dell’America Latina e dei Caraibi sia stata «brutalmente assaltata». Il capo della diplomazia cubana ha parlato di «terrorismo di Stato» contro il «coraggioso popolo venezuelano» e contro la «Nostra America», concludendo il messaggio con lo slogan «Patria o Morte, vinceremo!». Di segno opposto la posizione dell’Argentina. Il presidente Javier Milei ha salutato la cattura di Maduro scrivendo sui social: «La libertà avanza» e rilanciando il suo slogan: «Viva la libertad, carajo!».
Più prudente il Regno Unito. Il primo ministro, Keir Starmer, ha assicurato che Londra «non ha avuto alcun ruolo» nell’operazione e ha ribadito l’importanza di «rispettare il diritto internazionale». Israele ha salutato con soddisfazione, parlando di Donald Trump come «leader mondo libero».
Sul fronte europeo, la Spagna ha lanciato «un appello alla de-escalation e alla moderazione», offrendo i «buoni uffici» di Madrid per una soluzione pacifica, mentre la Germania segue la situazione «con grande preoccupazione». Emmanuel Macron si è detto «soddisfatto» della cacciata del caudillo e ha invitato a una «transizione pacifica» e «democratica».
Al termine di una giornata convulsa il leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel, María Corina Machado, ha annunciato che «è giunto il tempo della libertà» e si è detta pronta ad assumere la guida del Paese. «Riporterò ordine e democrazia, libererò tutti i prigionieri politici», ha dichiarato. Machado ha quindi rivolto un appello diretto ai cittadini, sottolineando che «questo è il momento di chi ha rischiato tutto per la democrazia il 28 luglio», e ribadendo la legittimità del risultato elettorale. «Abbiamo eletto Edmundo González Urrutia come legittimo presidente del Venezuela», ha affermato, «ed egli deve assumere immediatamente il suo mandato costituzionale ed essere riconosciuto da tutti gli ufficiali e i soldati come comandante in capo delle Forze armate nazionali».
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