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2019-11-16
L’interrogatorio di Bonifazi che inguaia il Pd
Getty
Nel giugno del 2018, in un'intervista al Foglio, l'ex tesoriere del Pd (ora di Italia viva) Francesco Bonifazi spiegò che se l'imprenditore Luca Parnasi «avesse voluto finanziare il Pd lo avrebbe fatto per il canale diretto. Del resto, ai cultori del sospetto, vorrei domandare: che beneficio ci sarebbe a commissionare una prestazione di servizio a una fondazione, peraltro assolutamente evidente e verificabile, invece che emettere direttamente una liberalità al Pd, fiscalmente detraibile?». Ci è voluto un anno, ma il 18 luglio scorso, in una stanza del quartier generale della Guardia di Finanza di Roma, Bonifazi (nell'inchiesta sullo stadio della Roma è accusato di emissione di fatture false e finanziamento illecito di partiti) ha in parte risposto a questa domanda. Perché fu proprio lui, stando alle sue parole, a consigliare Parnasi su come effettuare quel finanziamento.
L'avvocato del Giglio magico lo ha spiegato durante un interrogatorio, rimasto per tutti questi mesi segreto ma che ora La Verità è in grado di raccontare, di fronte al sostituto procuratore Barbara Zuin. E lo ha detto chiaro e tondo di fronte alle domande incalzanti del magistrato, spiegando di aver solo messo in contatto Parnasi e Domenico Petrolo, il responsabile relazioni esterne di Eyu. Non sarebbe mai stato però a conoscenza dell'accordo per l'acquisto della nota ricerca sulla «Casa» commissionata poi nel 2018 da Parnasi alla Fondazione Eyu («Di ciò che è accaduto dopo quella stretta di mano non so niente», dice l'ex tesoriere). Bonifazi ha sottolineato di essere venuto a conoscenza dell'operazione e della vendita del prodotto successivamente, soltanto quando di fatto venne fuori la notizia dell'arresto di Parnasi e «si aprì, anche sulla stampa» il filone sui finanziamenti ai partiti, Lega e Pd.
«[…] con Luca Parnasi», ha spiegato Bonifazi, «mi ero fermato esclusivamente a quelli che erano gli intenti del Parnasi medesimo e quindi tutto cioè che c'è stato successivamente io l'ho ricostruito per evidenti motivi anche di salvaguardia personale». Ovvero? Qui Bonifazi spiega nel dettaglio il suo rapporto con il costruttore romano e l'incontro alla fine del 2017, pochi mesi prima della campagna elettorale del 2018. «In un'occasione c'è stata una chiacchierata più di carattere politico. Parnasi mi fece una valutazione che mi sembrò intelligente, di merito sulla politica, cioè mi spiegò che aveva dentro di sé una sorta di doppia anima: da un lato la tradizione di vicinanza alla sinistra italiana. È una cosa che mi è rimasta impressa, perché mi diceva che suo padre veniva chiamato l'unico palazzinaro comunista di Roma. […] Da lì iniziai a capire se era intenzionato a dare un aiuto al partito e sostanzialmente lui mi fece capire che era disponibile».
Di fronte alle richieste dei magistrati, Bonifazi spiega i dettagli dell'incontro. «Ricordo distintamente il contenuto di questa chiacchierata, che fu anche piacevole, sinceramente. Venne fuori addirittura la cifra che lui poteva sostenere, che era intorno a 250.000 euro. A quel punto io feci una precisazione, che è una precisazione in realtà obbligatoria per un tesoriere, perché è di legge, e cioè che un soggetto non può finanziare un partito per più di 100.000 euro, questa è la legge del 2013, che tra l'altro facemmo». Quindi Bonifazi ammette di aver parlato di finanziamento al Pd con Parnasi. Ma aggiunge che proprio allora, per la cifra troppo alta, decise di presentargli Eyu: «Guarda, c'è anche la Fondazione». Nel corso dell'interrogatorio Bonifazi spiegherà la funzione di Eyu, autonoma rispetto al partito, nata per la tutela del quotidiano Europa, la tv Youdem e L'Unità. Fu l'ex tesoriere del Pd a indicare la fondazione invece del partito, proprio in funzione della sua autonomia. Ma a un certo punto dell'interrogatorio, Bonifazi ammette una certa vicinanza tra le due realtà distinte. «La fondazione Eyu non riceve alcuna sovvenzione o finanziamento dal partito. L'unico spostamento di denaro tra Pd e Eyu può essere avvenuto in occasione della festa dell'Unità per il pagamento dell'affitto di alcuni stand da parte di Eyu».
Rispetto alle presunte fatture false (una ricerca già venduta a 39.000 euro alla Cassa del Notariato, costata 7.000 nel 2015, poi piazzata a 150.000 nel 2018), Bonifazi ha spiegato di aver solo messo in contatto Petrolo e Parnasi. «Il Nazareno è davvero un corridoio lunghissimo. Per arrivare incontri prima Petrolo che me, io ero nella parte finale del corridoio, diciamo la parte nobile del Nazareno […]. Li presento, loro prendono e vengono via, e da quel momento io non mi occupo più della vicenda». Zuin domanda perché aveva scelto, invece di un finanziamento di 100.000 euro al Pd, facendo l'interesse del partito, di finanziare la Fondazione Eyu con 250.000 euro. «Il suo dubbio è legittimo» risponde Bonifazi, «di più, perché è lo stesso che ho avuto io».
Alla Finanza non tornano i conti su 405.000 euro per le feste dem
Fondi per la Festa dell'Unità che neppure la Guardia di finanza alla fine è riuscita a tracciare sono usciti in parte dalla Fondazione Eyu, guidata da Francesco Bonifazi, che era anche il tesoriere del Partito democratico finché a marzo 2019 Nicola Zingaretti non l'ha sostituito con Luigi Zanda perché il partito si trova dal punto di vista finanziario con entrate più che dimezzate, e sono finiti sui conti di Democratica srl, società in liquidazione che gestiva le testate l'Unità, Europa e Donna Europa. Bonifazi con le casse della fondazione invece sembra non avere problemi di partita doppia. Le entrate pareggiano quasi le uscite: nel 2017, infatti, Eyu ha incassato 1.444.527 euro e ne ha sborsati 1.401.856.
Nonostante ciò non è possibile affermare che nei bilanci sia tutto comprensibile. Hanno avuto problemi a raccapezzarcisi anche gli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria di Roma. Gli stessi che hanno scoperto che Luca Parnasi, arrestato per la vicenda dello stadio della Roma, aveva versato 150.000 euro alla fondazione, soldi probabilmente destinati al Pd e, secondo l'accusa, non iscritti nei bilanci. I finanzieri, in un'informativa che La Verità ha potuto consultare, definiscono in alcuni punti l'operatività della fondazione «sospetta». Bilanci alla mano si è scoperto che le entrate di gestione ammontano a 846.769 euro. Si tratta di quasi la metà di quanto transitato sul conto corrente di Eyu preso in esame. Poi i finanzieri si fermano ad analizzare le spese: «Considerato che da statuto la fondazione persegue le proprie finalità operando prevalentemente attraverso l'assegnazione di contributi a progetti e iniziative, dalle disposizioni effettuate non è possibile risalire ai singoli progetti finanziati e dal bilancio consuntivo del 2017 gli oneri da attività istituzionali ammontano a 244.803 euro, cifra decisamente inferiore agli addebiti effettuati». Che, nel periodo tra il 9 ottobre 2017 e il 5 novembre 2018 ammontano a 1.274.885 euro, giunti sul conto di Eyu con 46 bonifici, tra i quali alcuni di provenienza estera. E tra le uscite ci sono quelle per la Festa dell'Unità del 2017 (che si è tenuta a Imola dal 9 al 24 settembre): 61.000 euro (ma in totale i fondi transitati, con quattro bonifici, da Eyu a Democratica ammontano a 122.000 euro). C'è anche un bonifico da 20.000 euro, datato 5 giugno 2018, per la Fondazione Open, che organizzava la Leopolda prima della sua liquidazione e chiusura. Insomma, Eyu, che veniva definita la cassaforte del Partito democratico, in realtà, sostiene anche le entità che orbitano attorno al Pd.
Ovviamente, per capire il giro di soldi legato alla Festa dell'Unità, la Guardia di finanza ha analizzato anche i conti di Democratica. E, oltre ad annotare che i bonifici provenienti dal Pd ammontano a 895.750 euro, ha scoperto anche che 565.210 euro «non sono connessi alle attività editoriali» e che, scrivono i finanzieri, «si riferiscono prevalentemente ai corrispettivi pattuiti per l'organizzazione della Festa dell'Unità». Di quei ricavi alla fine, una parte è stata usata per la Festa dell'Unità e una parte (160.924 euro) per «il riaddebito di costi relativi a personale distaccato presso l'Unità e a sopravvenienze attive per storno di debiti verso il quotidiano a fronte dell'accordo di risoluzione dei contratti attivi e passivi fra le parti». Questa è la motivazione ufficiale. L'importo, però, «risulta incompatibile», annotano gli investigatori, con gli accrediti transitati sul conto intestato alla società. E, così, tra Eyu e Democratica non tornano i conti su 405.000 euro (244.803 per Eyu e 160.924 per Democratica).
Ma perché gli investigatori si sono insospettiti? Tutto ruota attorno «agli accrediti pervenuti sul conto corrente» di Eyu, che «non trovano corrispondenza nei dati di bilancio 2017, sia negli importi sia nella destinazione». Non solo: ci sono dei giroconti «pervenuti da altro intermediario», sottolineano gli investigatori, «di cui non è possibile verificare l'origine della provvista». Quelle tracciabili, invece, sono varie. Tutte riportate nel lungo elenco raccolto dalla finanza. Si va dai 100.000 euro di Msc crociere, ai 200.000 di Gunther reform holding, società che acquisì il 20 per cento dell'Unità. Passando per i 25.000 euro versati dalla Gamenet Spa, tra le società concessionarie di slot machine, per i 24.400 di Lottomatica (alla quale il governo Gentiloni rinnovò senza gara la concessione dei gratta e vinci proprio nel 2017), per i 10.000 euro sborsati dallo stilista Brunello Cucinelli (che partecipò anche a una Leopolda) e per i 54.900 pagati nel 2017 e gli 80.000 nel 2018 dalla Algebris Uk limited di Davide Serra, finanziere di centrosinistra e finanziatore di alcune campagne elettorali del Bullo (nel 2013 era anche lui alla Leopolda). Spunta anche un bonifico di 36.600 euro di Manutencoop Facility (tra le società finite nell'inchiesta Consip e multata dall'Antitrust insieme alle altre imprese che nel 2014 fecero cartello nella maxi gara denominata Fm4). Ci sono infine 40.000 euro bonificati da Emanuele Boschi, fratello di Maria Elena. Lo stesso che ha poi ottenuto insieme a Federico Lovadina (entrambi sono dello studio tributario Bonifazi) una consulenza proprio da Parnasi da 30.000 euro, come stabilito dal liquidatore della società Parsitalia.
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Disse a Luca Parnasi che non poteva dare 250.000 euro al partito, ma a Eyu sì. Dalla fondazione, poi, i soldi venivano girati ai dem per attività o per il giornale. E alla Finanza non tornano i conti su ben 405.000 euro.Le Fiamme gialle, in una informativa, definiscono «sospetta» l'operatività della ex cassaforte democratica. Al centro flussi di denaro senza giustificativi. E tra le donazioni spuntano 40.000 euro dal fratello di Maria Elena Boschi.Lo speciale contiene due articoli.Nel giugno del 2018, in un'intervista al Foglio, l'ex tesoriere del Pd (ora di Italia viva) Francesco Bonifazi spiegò che se l'imprenditore Luca Parnasi «avesse voluto finanziare il Pd lo avrebbe fatto per il canale diretto. Del resto, ai cultori del sospetto, vorrei domandare: che beneficio ci sarebbe a commissionare una prestazione di servizio a una fondazione, peraltro assolutamente evidente e verificabile, invece che emettere direttamente una liberalità al Pd, fiscalmente detraibile?». Ci è voluto un anno, ma il 18 luglio scorso, in una stanza del quartier generale della Guardia di Finanza di Roma, Bonifazi (nell'inchiesta sullo stadio della Roma è accusato di emissione di fatture false e finanziamento illecito di partiti) ha in parte risposto a questa domanda. Perché fu proprio lui, stando alle sue parole, a consigliare Parnasi su come effettuare quel finanziamento. L'avvocato del Giglio magico lo ha spiegato durante un interrogatorio, rimasto per tutti questi mesi segreto ma che ora La Verità è in grado di raccontare, di fronte al sostituto procuratore Barbara Zuin. E lo ha detto chiaro e tondo di fronte alle domande incalzanti del magistrato, spiegando di aver solo messo in contatto Parnasi e Domenico Petrolo, il responsabile relazioni esterne di Eyu. Non sarebbe mai stato però a conoscenza dell'accordo per l'acquisto della nota ricerca sulla «Casa» commissionata poi nel 2018 da Parnasi alla Fondazione Eyu («Di ciò che è accaduto dopo quella stretta di mano non so niente», dice l'ex tesoriere). Bonifazi ha sottolineato di essere venuto a conoscenza dell'operazione e della vendita del prodotto successivamente, soltanto quando di fatto venne fuori la notizia dell'arresto di Parnasi e «si aprì, anche sulla stampa» il filone sui finanziamenti ai partiti, Lega e Pd. «[…] con Luca Parnasi», ha spiegato Bonifazi, «mi ero fermato esclusivamente a quelli che erano gli intenti del Parnasi medesimo e quindi tutto cioè che c'è stato successivamente io l'ho ricostruito per evidenti motivi anche di salvaguardia personale». Ovvero? Qui Bonifazi spiega nel dettaglio il suo rapporto con il costruttore romano e l'incontro alla fine del 2017, pochi mesi prima della campagna elettorale del 2018. «In un'occasione c'è stata una chiacchierata più di carattere politico. Parnasi mi fece una valutazione che mi sembrò intelligente, di merito sulla politica, cioè mi spiegò che aveva dentro di sé una sorta di doppia anima: da un lato la tradizione di vicinanza alla sinistra italiana. È una cosa che mi è rimasta impressa, perché mi diceva che suo padre veniva chiamato l'unico palazzinaro comunista di Roma. […] Da lì iniziai a capire se era intenzionato a dare un aiuto al partito e sostanzialmente lui mi fece capire che era disponibile». Di fronte alle richieste dei magistrati, Bonifazi spiega i dettagli dell'incontro. «Ricordo distintamente il contenuto di questa chiacchierata, che fu anche piacevole, sinceramente. Venne fuori addirittura la cifra che lui poteva sostenere, che era intorno a 250.000 euro. A quel punto io feci una precisazione, che è una precisazione in realtà obbligatoria per un tesoriere, perché è di legge, e cioè che un soggetto non può finanziare un partito per più di 100.000 euro, questa è la legge del 2013, che tra l'altro facemmo». Quindi Bonifazi ammette di aver parlato di finanziamento al Pd con Parnasi. Ma aggiunge che proprio allora, per la cifra troppo alta, decise di presentargli Eyu: «Guarda, c'è anche la Fondazione». Nel corso dell'interrogatorio Bonifazi spiegherà la funzione di Eyu, autonoma rispetto al partito, nata per la tutela del quotidiano Europa, la tv Youdem e L'Unità. Fu l'ex tesoriere del Pd a indicare la fondazione invece del partito, proprio in funzione della sua autonomia. Ma a un certo punto dell'interrogatorio, Bonifazi ammette una certa vicinanza tra le due realtà distinte. «La fondazione Eyu non riceve alcuna sovvenzione o finanziamento dal partito. L'unico spostamento di denaro tra Pd e Eyu può essere avvenuto in occasione della festa dell'Unità per il pagamento dell'affitto di alcuni stand da parte di Eyu».Rispetto alle presunte fatture false (una ricerca già venduta a 39.000 euro alla Cassa del Notariato, costata 7.000 nel 2015, poi piazzata a 150.000 nel 2018), Bonifazi ha spiegato di aver solo messo in contatto Petrolo e Parnasi. «Il Nazareno è davvero un corridoio lunghissimo. Per arrivare incontri prima Petrolo che me, io ero nella parte finale del corridoio, diciamo la parte nobile del Nazareno […]. Li presento, loro prendono e vengono via, e da quel momento io non mi occupo più della vicenda». Zuin domanda perché aveva scelto, invece di un finanziamento di 100.000 euro al Pd, facendo l'interesse del partito, di finanziare la Fondazione Eyu con 250.000 euro. «Il suo dubbio è legittimo» risponde Bonifazi, «di più, perché è lo stesso che ho avuto io». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-dritta-di-bonifazi-a-parnasi-che-voleva-finanziare-il-pd-guarda-che-ce-anche-eyu-2641357949.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alla-finanza-non-tornano-i-conti-su-405-000-euro-per-le-feste-dem" data-post-id="2641357949" data-published-at="1773254899" data-use-pagination="False"> Alla Finanza non tornano i conti su 405.000 euro per le feste dem Fondi per la Festa dell'Unità che neppure la Guardia di finanza alla fine è riuscita a tracciare sono usciti in parte dalla Fondazione Eyu, guidata da Francesco Bonifazi, che era anche il tesoriere del Partito democratico finché a marzo 2019 Nicola Zingaretti non l'ha sostituito con Luigi Zanda perché il partito si trova dal punto di vista finanziario con entrate più che dimezzate, e sono finiti sui conti di Democratica srl, società in liquidazione che gestiva le testate l'Unità, Europa e Donna Europa. Bonifazi con le casse della fondazione invece sembra non avere problemi di partita doppia. Le entrate pareggiano quasi le uscite: nel 2017, infatti, Eyu ha incassato 1.444.527 euro e ne ha sborsati 1.401.856. Nonostante ciò non è possibile affermare che nei bilanci sia tutto comprensibile. Hanno avuto problemi a raccapezzarcisi anche gli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria di Roma. Gli stessi che hanno scoperto che Luca Parnasi, arrestato per la vicenda dello stadio della Roma, aveva versato 150.000 euro alla fondazione, soldi probabilmente destinati al Pd e, secondo l'accusa, non iscritti nei bilanci. I finanzieri, in un'informativa che La Verità ha potuto consultare, definiscono in alcuni punti l'operatività della fondazione «sospetta». Bilanci alla mano si è scoperto che le entrate di gestione ammontano a 846.769 euro. Si tratta di quasi la metà di quanto transitato sul conto corrente di Eyu preso in esame. Poi i finanzieri si fermano ad analizzare le spese: «Considerato che da statuto la fondazione persegue le proprie finalità operando prevalentemente attraverso l'assegnazione di contributi a progetti e iniziative, dalle disposizioni effettuate non è possibile risalire ai singoli progetti finanziati e dal bilancio consuntivo del 2017 gli oneri da attività istituzionali ammontano a 244.803 euro, cifra decisamente inferiore agli addebiti effettuati». Che, nel periodo tra il 9 ottobre 2017 e il 5 novembre 2018 ammontano a 1.274.885 euro, giunti sul conto di Eyu con 46 bonifici, tra i quali alcuni di provenienza estera. E tra le uscite ci sono quelle per la Festa dell'Unità del 2017 (che si è tenuta a Imola dal 9 al 24 settembre): 61.000 euro (ma in totale i fondi transitati, con quattro bonifici, da Eyu a Democratica ammontano a 122.000 euro). C'è anche un bonifico da 20.000 euro, datato 5 giugno 2018, per la Fondazione Open, che organizzava la Leopolda prima della sua liquidazione e chiusura. Insomma, Eyu, che veniva definita la cassaforte del Partito democratico, in realtà, sostiene anche le entità che orbitano attorno al Pd. Ovviamente, per capire il giro di soldi legato alla Festa dell'Unità, la Guardia di finanza ha analizzato anche i conti di Democratica. E, oltre ad annotare che i bonifici provenienti dal Pd ammontano a 895.750 euro, ha scoperto anche che 565.210 euro «non sono connessi alle attività editoriali» e che, scrivono i finanzieri, «si riferiscono prevalentemente ai corrispettivi pattuiti per l'organizzazione della Festa dell'Unità». Di quei ricavi alla fine, una parte è stata usata per la Festa dell'Unità e una parte (160.924 euro) per «il riaddebito di costi relativi a personale distaccato presso l'Unità e a sopravvenienze attive per storno di debiti verso il quotidiano a fronte dell'accordo di risoluzione dei contratti attivi e passivi fra le parti». Questa è la motivazione ufficiale. L'importo, però, «risulta incompatibile», annotano gli investigatori, con gli accrediti transitati sul conto intestato alla società. E, così, tra Eyu e Democratica non tornano i conti su 405.000 euro (244.803 per Eyu e 160.924 per Democratica). Ma perché gli investigatori si sono insospettiti? Tutto ruota attorno «agli accrediti pervenuti sul conto corrente» di Eyu, che «non trovano corrispondenza nei dati di bilancio 2017, sia negli importi sia nella destinazione». Non solo: ci sono dei giroconti «pervenuti da altro intermediario», sottolineano gli investigatori, «di cui non è possibile verificare l'origine della provvista». Quelle tracciabili, invece, sono varie. Tutte riportate nel lungo elenco raccolto dalla finanza. Si va dai 100.000 euro di Msc crociere, ai 200.000 di Gunther reform holding, società che acquisì il 20 per cento dell'Unità. Passando per i 25.000 euro versati dalla Gamenet Spa, tra le società concessionarie di slot machine, per i 24.400 di Lottomatica (alla quale il governo Gentiloni rinnovò senza gara la concessione dei gratta e vinci proprio nel 2017), per i 10.000 euro sborsati dallo stilista Brunello Cucinelli (che partecipò anche a una Leopolda) e per i 54.900 pagati nel 2017 e gli 80.000 nel 2018 dalla Algebris Uk limited di Davide Serra, finanziere di centrosinistra e finanziatore di alcune campagne elettorali del Bullo (nel 2013 era anche lui alla Leopolda). Spunta anche un bonifico di 36.600 euro di Manutencoop Facility (tra le società finite nell'inchiesta Consip e multata dall'Antitrust insieme alle altre imprese che nel 2014 fecero cartello nella maxi gara denominata Fm4). Ci sono infine 40.000 euro bonificati da Emanuele Boschi, fratello di Maria Elena. Lo stesso che ha poi ottenuto insieme a Federico Lovadina (entrambi sono dello studio tributario Bonifazi) una consulenza proprio da Parnasi da 30.000 euro, come stabilito dal liquidatore della società Parsitalia.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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