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2019-10-23
La Consulta dice no ai bimbi con due madri
Ansa
La strategia di aggirare il Parlamento passando per le aule di giustizia non sempre paga. Le associazioni Lgbt hanno teorizzato e sostenuto a lungo questo metodo d'azione, ma negli ultimi tempi hanno subito una sconfitta dietro l'altra. L'ultima, piuttosto pesante, è giunta ieri. La Corte di cassazione si è riunita in camera di consiglio e ha esaminato una questione sollevata dal Tribunale di Pisa «sulla formazione di un atto di nascita in cui siano riconosciute due madri come genitrici di un bambino nato in Italia ma di nazionalità statunitense, acquisita dalla madre gestazionale».
La vicenda ha avuto parecchia pubblicità nelle settimane passate. Al centro c'è il piccolo Paolo, 4 anni, il quale dovrebbe appunto avere due madri. La prima è Giulia Garofalo Geymonat, 41 anni, ricercatrice di sociologia a Ca' Foscari e un cognome importante: è nipote del grande filosofo Ludovico Geymonat (alta aristocrazia accademica). L'altra madre si chiama Denise Rinehart, è americana, e gestisce una compagnia teatrale.
Paolo è stato concepito in una clinica danese grazie a un donatore di seme, è nato in Italia, a Pontedera, e vive a Venezia. Le due donne sono sposate negli Stati Uniti, nel Wisconsin, dove il piccolo è riconosciuto come figlio di entrambe. Ma quando si sono presentate al Comune di Pisa chiedendo di essere registrate tutte e due come madri, i funzionari si sono opposti. Così il Tribunale di Pisa ha deciso di rivolgersi alla Corte costituzionale. La sentenza della Consulta deve ancora essere depositata, ma ieri l'ufficio stampa ha fatto sapere che «al termine della discussione la questione è stata giudicata inammissibile per difetti della motivazione dell'ordinanza di rimessione». La Corte, in sostanza, «non ha individuato con chiarezza la disposizione contestata, né ha dato adeguato conto della sua affermata natura di “norma di applicazione necessaria"».
Certo, prima di cantare vittoria bisognerà leggere con attenzione il contenuto della sentenza. E ovviamente le associazioni arcobaleno non si daranno per vinte. Lo dimostrano le dichiarazioni dell'avvocato Alessandra Schuster, da sempre impegnata sul fronte dei diritti Lgbt. «È una sentenza che speriamo di poter accogliere favorevolmente», ha commentato a caldo. «Infatti, è noto che nessuna disposizione in Italia vieta di formare un atto di nascita con due madri nel caso di figlio nato da fecondazione assistita». Come a dire che la battaglia non è finita qui.
Il punto, però, è che ormai le sentenze cominciano a essere parecchie. Pochi giorni fa, il Tribunale di Piacenza ha giudicato legittimo il rifiuto dell'ufficiale di Stato civile del Comune emiliano che, nell'agosto del 2018, non aveva voluto registrare l'atto di riconoscimento di un bambino, nato tramite fecondazione assistita, da parte della compagna della madre biologica.
Ancora prima, in maggio, la Corte di cassazione a sezioni unite si è invece espressa sul caso di due padri, stabilendo che «non può essere trascritto nei registri dello Stato civile italiano il provvedimento di un giudice straniero con cui è stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero mediante il ricorso alla maternità surrogata ed un soggetto che non abbia con lo stesso alcun rapporto biologico, il cosiddetto genitore d'intenzione» (e il tribunale piacentino ha fatto riferimento anche a questa sentenza prima di pronunciarsi). In quel caso, però, c'era di mezzo l'utero in affitto, una pratica che - come ha sentenziato sempre la Corte costituzionale - «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane». Nelle vicende riguardanti due madri, in passato, c'è spesso stata minore durezza, come se fare ricorso a un donatore di seme più o meno anonimo non fosse comunque grave. In ogni caso, la decisione di ieri della Consulta infligge un bel colpo a chi vorrebbe trasformare la maternità e la paternità in una mera faccenda di «desiderio».
Ora, però, resta da affrontare l'aspetto politico di tutta la questione. Da parecchio tempo a questa parte, infatti, politici e amministratori locali di fede progressista stanno cercando in ogni modo di forzare le leggi e di far passare le registrazioni di figli di «due madri» o «due padri». In qualche caso, è vero, i tribunali si sono espressi favorevolmente, ma ora l'orientamento prevalente sembra essere di segno contrario. Che cosa faranno, dunque, le Famiglie arcobaleno e i loro sponsor politici? Continueranno a violare la legge? Così su due piedi viene da pensare che cercheranno di portare la lotta in Parlamento. Le posizioni del Pd le conosciamo: sono quelle più volte espresse da Monica Cirinnà. Ma pure pentastellati come Chiara Appendino e Vincenzo Spadafora sono sulla stessa linea. Ed è emblematico che, nel caso delle due donne pisane il governo non abbia attivato l'avvocatura dello Stato per tutelare le leggi vigenti.
La verità è che ora, se volessero essere onesti, gli esponenti arcobaleno dovrebbero scusarsi per le violazioni commesse. Sappiamo che non lo faranno: la loro guerra alla famiglia non è finita.
Uno studio smonta le false credenze. Le unioni gay non creano benessere
I matrimoni gay saranno pure un progresso civile, ma non migliorano le condizioni dei giovani omosessuali, anzi. Semmai la peggiorano. A sbriciolare l'equazione tanto cara al mondo progressista - più diritti uguale più benessere diffuso - un nuovo studio destinato a far rumore. Già, perché i benefici delle conquiste arcobaleno erano fino ad oggi ritenuti chiari. Di più: indiscutibili. Al punto da divenir oggetto di appositi studi scientifici. Come quello uscito nel 2017 su Jama Pediatrics a firma della studiosa Julia Raifman, secondo cui le politiche pro unioni gay avrebbero decretato una riduzione del 7% dei tentativi di suicidi tra studenti delle scuole superiori, riduzione che sarebbe stata addirittura del 14%, manifestandosi come un «immediato declino», fra i giovani Lgbt. Ebbene, ora una nuova ricerca sconfessa tutto questo. Si tratta di un lavoro di oltre 50 pagine intitolato «Marriage equality laws and youth suicidal behaviors» e realizzato da D. Mark Anderson dell'università del Montana, Kyutaro Matsuzawa e Joseph J. Sabia dell'ateneo di San Diego; non quindi una pubblicazione cattolica o né riconducibile ad atenei cristiani. In buona sostanza i tre accademici son partiti proprio dal lavoro della Raifman, la quale aveva esaminato 32 dei 35 Stati Usa che tra il 2004 e il 2015 - per via legislativa o giudiziaria - hanno introdotto forme di tutela alle unioni gay scoprendo, tramite i dati di oltre 760.000 giovani dello Youth risk behavior surveillance system (Yrbss), un accresciuto benessere tra gli stessi.
La notizia di quella ricerca fece il giro del mondo - «Usa, meno suicidi tra gli adolescenti dopo la legge sulle nozze gay», recitava, trionfale, un pezzo del Corriere della Sera - e la stessa Raifman ci mise del suo con dichiarazioni da madrina arcobaleno: «Vorrei che la politica considerasse le potenziali implicazioni che le leggi e le politiche sui diritti Lgbt hanno sulla salute». Peccato fosse tutta una bufala.
Anderson e colleghi se ne sono resi conto quando hanno preso in mano i dati dello Yrbss, un sistema facente capo al Dipartimento della Salute Usa che monitora sei categorie di comportamenti legati alla salute giovanile americana, e da un lato hanno rivisitato quelli della Raifman e, dall'altro, hanno considerato anche quelli relativi all'anno 2017. Ultimati la rivisitazione e l'aggiornamento del database, si sono accorti che i conti non tornavano.
«Abbiamo trovato ben poche prove», hanno scritto Anderson, Matsuzawa e Sabia, «del fatto che la legalizzazione delle unioni gay abbia ridotto il bullismo tra i giovani che si identificano come Lgbt». «Se le legislazioni arcobaleno fossero utili alle minoranze sessuali e ne migliorassero la salute mentale», hanno inoltre spiegato i tre studiosi, «ci si potrebbe aspettare una riduzione dei comportamenti a rischio. Che però non si riscontra». E non finisce qui. Infatti non solo i ricercatori non hanno trovato evidenze dei benefici sociali, tra i giovani, delle politiche arcobaleno: hanno trovato indizi di senso opposto.
Si è cioè un riscontrato peggioramento delle condizioni dei giovani omosessuali, specie quando le unioni gay sono introdotte per via giudiziaria e non legislativa. Ciò sarebbe spiegabile, secondo Anderson, Matsuzawa e Sabia, con il fatto che, quando sono i giudici a benedire il matrimonio gay, tale istituto sarebbe «meno popolare». Motivo per cui tale svolta potrebbe ingenerare nei giovani omosessuali «aspettative di accettazione sociale in contrasto con la realtà sociale».
Nello specifico, gli studiosi hanno osservato come la legalizzazione delle unioni arcobaleno sia associata «ad un aumento di 3,4 punti percentuali dell'abuso di sostanze alcoliche» tra gli studenti gay. I risultati della Raifman, subito magnificati dai giornaloni sono insomma non solo discutibili, ma completamente sbugiardati da questo nuovo studio che, tra l'altro, difficilmente può essere tacciato di omofobia né di imperizia. È infatti scaricabile sul sito dell'autorevole National bureau of economic research - think tank statunitense tra i più autorevoli dato che vanta 18 premi Nobel per l'economia tra le sue firme - e soprattutto i suoi autori, forse allarmati per quanto scoperto, più volte si premurano di ricordare che comunque i «benefici» sulla salute delle persone che contraggono il matrimonio gay sono chiari. Affermazione, quest'ultima, da prender con le pinze dal momento che una pubblicazione sull'European Journal of Epidemiology del 2016, esaminata la situazione della ultralibertaria Svezia - che introdusse unioni civili già nel lontano 1995, arrivando poi a nozze e adozioni gay - concludeva come tra le persone omosessuali «sposate» si registri un tasso di suicidi del 270% superiore rispetto alla controparte etero e coniugata. A
nche i «benefici» delle nozze arcobaleno tra gli stessi «sposi» gay non andrebbero insomma sopravvalutati. Tuttavia quanto Anderson e colleghi hanno rilevato è già di per sé quanto meno esplosivo, perché fa a pezzi la retorica progressista. E proprio per questo c'è da scommettere che accrescerà il già corposo elenco delle verità politicamente scorrette. Quelle da dirsi, se proprio, sottovoce.
Prof licenziata a Roma: «Nessuna transfobia»
La transfobia non c'entra. Ci son voluti giorni, ma alla fine della vicenda di Giovanna Cristina Vivinetto - l'insegnante trans licenziata dal liceo paritario Kennedy di Roma in cui aveva iniziato a lavorare a inizio anno - si è chiarito un nodo fondamentale. Per la verità, se ne son chiariti diversi. Per capire quali, occorre però anzitutto ripercorrere la vicenda. Che è quella di una laureata di 25 anni, nata maschio e «diventata» donna, assunta dall'istituto romano con un contratto a progetto che iniziava il 23 settembre e scadeva l'8 giugno, «con possibilità di risoluzione anticipata dando un preavviso di quindici giorni».
Ebbene, più che «anticipata», la risoluzione contrattuale è stata immediata. Infatti dopo neppure due settimane la Vivinetto è stata messa alla porta. Come mai? I grandi media, da bravi, hanno subito imboccato la pista della transfobia.
Emblematica, al riguardo, l'intervista apparsa sul Corriere della Sera a firma di Elena Tebano, il cui titolo diceva già tutto: «Giovanna Cristina Vivinetto: “Io licenziata perché transessuale". La denuncia della prof poetessa». Ora, che cosa si è scoperto? Tanto per cominciare che la «prof poetessa» sarà un'ottima compositrice di versi - ha vinto il Premio Viareggio opera prima per la poesia - ma non è propriamente «prof». L'ha messo in luce Mario Adinolfi da Massimo Giletti a Non è l'arena, su La7, ricordando che la giovane, diversamente da «milioni di persone che fanno anni di precariato», non è abilitata in seguito a regolare concorso. Non significa che l'assunzione fosse irregolare, certo. Ma forse prima di affibbiare alla Vivinetto il titolo di docente i media avrebbero dovuto andarci un poco più cauti. Non solo.
È pure emerso che, in due settimane lavorative, dunque in pochissimi giorni, la giovane aveva ne aveva già effettuati ben tre di malattia. «Laringotonsillite batterica con febbre a 39», ha poi precisato l'interessata. Cosa di cui nessuno dubita, anche se c'è da scommettere che scoprire di aver assunto una giovane non abilitata e subito in malattia in aggiunta - ipotizziamo - a qualche lamentela magari dei genitori (benché l'interessata neghi: «Nessuno si era lamentato») possa non aver entusiasmato la dirigenza scolastica. Quel che è certo, comunque, è che la transfobia qui non c'entra nulla.
Lo ha sottolineato Umberto La Morgia, consigliere leghista di Casalecchio di Reno (Bologna) dichiaratamente omosessuale: «La dirigenza della scuola aveva addirittura invitato Giovanna a condividere liberamente anche la sua storia personale e il suo cambio di identità con gli alunni, che l'avevano presa benissimo». La stessa Vivinetto, ieri su Facebook, ha a sorpresa negato, degradando tutto a mera ipotesi («una possibile verità»), d'esser stata licenziata perché trans: «Non ho mai puntato il dito accusando di discriminazione e transfobia». Troppo tardi: un licenziamento in ambito privato, a naso simile a milioni di altri, è ormai diventato la cacciata transfobica della «prof poetessa». E così, nonostante tutte le precisazioni, verrà ricordato.
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La Corte costituzionale ha respinto il ricorso della coppia di donne, sposata negli Stati Uniti, sul piccolo avuto tramite fecondazione eterologa. È l'ennesima decisione contraria alla retorica Lgbt. Ma gli attivisti arcobaleno non si fermeranno.Tre ricercatori americani (non di area cattolica) smentiscono una celebre ricerca sulle unioni arcobaleno «Non è vero che migliorino le condizioni di salute degli omosessuali. Anzi possono generare più problemi».Giovanna Vivinetto prima grida alla discriminazione sui media, poi fa retromarcia.Lo speciale contiene tre articoliLa strategia di aggirare il Parlamento passando per le aule di giustizia non sempre paga. Le associazioni Lgbt hanno teorizzato e sostenuto a lungo questo metodo d'azione, ma negli ultimi tempi hanno subito una sconfitta dietro l'altra. L'ultima, piuttosto pesante, è giunta ieri. La Corte di cassazione si è riunita in camera di consiglio e ha esaminato una questione sollevata dal Tribunale di Pisa «sulla formazione di un atto di nascita in cui siano riconosciute due madri come genitrici di un bambino nato in Italia ma di nazionalità statunitense, acquisita dalla madre gestazionale».La vicenda ha avuto parecchia pubblicità nelle settimane passate. Al centro c'è il piccolo Paolo, 4 anni, il quale dovrebbe appunto avere due madri. La prima è Giulia Garofalo Geymonat, 41 anni, ricercatrice di sociologia a Ca' Foscari e un cognome importante: è nipote del grande filosofo Ludovico Geymonat (alta aristocrazia accademica). L'altra madre si chiama Denise Rinehart, è americana, e gestisce una compagnia teatrale. Paolo è stato concepito in una clinica danese grazie a un donatore di seme, è nato in Italia, a Pontedera, e vive a Venezia. Le due donne sono sposate negli Stati Uniti, nel Wisconsin, dove il piccolo è riconosciuto come figlio di entrambe. Ma quando si sono presentate al Comune di Pisa chiedendo di essere registrate tutte e due come madri, i funzionari si sono opposti. Così il Tribunale di Pisa ha deciso di rivolgersi alla Corte costituzionale. La sentenza della Consulta deve ancora essere depositata, ma ieri l'ufficio stampa ha fatto sapere che «al termine della discussione la questione è stata giudicata inammissibile per difetti della motivazione dell'ordinanza di rimessione». La Corte, in sostanza, «non ha individuato con chiarezza la disposizione contestata, né ha dato adeguato conto della sua affermata natura di “norma di applicazione necessaria"».Certo, prima di cantare vittoria bisognerà leggere con attenzione il contenuto della sentenza. E ovviamente le associazioni arcobaleno non si daranno per vinte. Lo dimostrano le dichiarazioni dell'avvocato Alessandra Schuster, da sempre impegnata sul fronte dei diritti Lgbt. «È una sentenza che speriamo di poter accogliere favorevolmente», ha commentato a caldo. «Infatti, è noto che nessuna disposizione in Italia vieta di formare un atto di nascita con due madri nel caso di figlio nato da fecondazione assistita». Come a dire che la battaglia non è finita qui. Il punto, però, è che ormai le sentenze cominciano a essere parecchie. Pochi giorni fa, il Tribunale di Piacenza ha giudicato legittimo il rifiuto dell'ufficiale di Stato civile del Comune emiliano che, nell'agosto del 2018, non aveva voluto registrare l'atto di riconoscimento di un bambino, nato tramite fecondazione assistita, da parte della compagna della madre biologica. Ancora prima, in maggio, la Corte di cassazione a sezioni unite si è invece espressa sul caso di due padri, stabilendo che «non può essere trascritto nei registri dello Stato civile italiano il provvedimento di un giudice straniero con cui è stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero mediante il ricorso alla maternità surrogata ed un soggetto che non abbia con lo stesso alcun rapporto biologico, il cosiddetto genitore d'intenzione» (e il tribunale piacentino ha fatto riferimento anche a questa sentenza prima di pronunciarsi). In quel caso, però, c'era di mezzo l'utero in affitto, una pratica che - come ha sentenziato sempre la Corte costituzionale - «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane». Nelle vicende riguardanti due madri, in passato, c'è spesso stata minore durezza, come se fare ricorso a un donatore di seme più o meno anonimo non fosse comunque grave. In ogni caso, la decisione di ieri della Consulta infligge un bel colpo a chi vorrebbe trasformare la maternità e la paternità in una mera faccenda di «desiderio». Ora, però, resta da affrontare l'aspetto politico di tutta la questione. Da parecchio tempo a questa parte, infatti, politici e amministratori locali di fede progressista stanno cercando in ogni modo di forzare le leggi e di far passare le registrazioni di figli di «due madri» o «due padri». In qualche caso, è vero, i tribunali si sono espressi favorevolmente, ma ora l'orientamento prevalente sembra essere di segno contrario. Che cosa faranno, dunque, le Famiglie arcobaleno e i loro sponsor politici? Continueranno a violare la legge? Così su due piedi viene da pensare che cercheranno di portare la lotta in Parlamento. Le posizioni del Pd le conosciamo: sono quelle più volte espresse da Monica Cirinnà. Ma pure pentastellati come Chiara Appendino e Vincenzo Spadafora sono sulla stessa linea. Ed è emblematico che, nel caso delle due donne pisane il governo non abbia attivato l'avvocatura dello Stato per tutelare le leggi vigenti. La verità è che ora, se volessero essere onesti, gli esponenti arcobaleno dovrebbero scusarsi per le violazioni commesse. Sappiamo che non lo faranno: la loro guerra alla famiglia non è finita. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-consulta-dice-no-ai-bimbi-con-due-madri-2641066744.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="uno-studio-smonta-le-false-credenze-le-unioni-gay-non-creano-benessere" data-post-id="2641066744" data-published-at="1781784176" data-use-pagination="False"> Uno studio smonta le false credenze. Le unioni gay non creano benessere I matrimoni gay saranno pure un progresso civile, ma non migliorano le condizioni dei giovani omosessuali, anzi. Semmai la peggiorano. A sbriciolare l'equazione tanto cara al mondo progressista - più diritti uguale più benessere diffuso - un nuovo studio destinato a far rumore. Già, perché i benefici delle conquiste arcobaleno erano fino ad oggi ritenuti chiari. Di più: indiscutibili. Al punto da divenir oggetto di appositi studi scientifici. Come quello uscito nel 2017 su Jama Pediatrics a firma della studiosa Julia Raifman, secondo cui le politiche pro unioni gay avrebbero decretato una riduzione del 7% dei tentativi di suicidi tra studenti delle scuole superiori, riduzione che sarebbe stata addirittura del 14%, manifestandosi come un «immediato declino», fra i giovani Lgbt. Ebbene, ora una nuova ricerca sconfessa tutto questo. Si tratta di un lavoro di oltre 50 pagine intitolato «Marriage equality laws and youth suicidal behaviors» e realizzato da D. Mark Anderson dell'università del Montana, Kyutaro Matsuzawa e Joseph J. Sabia dell'ateneo di San Diego; non quindi una pubblicazione cattolica o né riconducibile ad atenei cristiani. In buona sostanza i tre accademici son partiti proprio dal lavoro della Raifman, la quale aveva esaminato 32 dei 35 Stati Usa che tra il 2004 e il 2015 - per via legislativa o giudiziaria - hanno introdotto forme di tutela alle unioni gay scoprendo, tramite i dati di oltre 760.000 giovani dello Youth risk behavior surveillance system (Yrbss), un accresciuto benessere tra gli stessi. La notizia di quella ricerca fece il giro del mondo - «Usa, meno suicidi tra gli adolescenti dopo la legge sulle nozze gay», recitava, trionfale, un pezzo del Corriere della Sera - e la stessa Raifman ci mise del suo con dichiarazioni da madrina arcobaleno: «Vorrei che la politica considerasse le potenziali implicazioni che le leggi e le politiche sui diritti Lgbt hanno sulla salute». Peccato fosse tutta una bufala. Anderson e colleghi se ne sono resi conto quando hanno preso in mano i dati dello Yrbss, un sistema facente capo al Dipartimento della Salute Usa che monitora sei categorie di comportamenti legati alla salute giovanile americana, e da un lato hanno rivisitato quelli della Raifman e, dall'altro, hanno considerato anche quelli relativi all'anno 2017. Ultimati la rivisitazione e l'aggiornamento del database, si sono accorti che i conti non tornavano. «Abbiamo trovato ben poche prove», hanno scritto Anderson, Matsuzawa e Sabia, «del fatto che la legalizzazione delle unioni gay abbia ridotto il bullismo tra i giovani che si identificano come Lgbt». «Se le legislazioni arcobaleno fossero utili alle minoranze sessuali e ne migliorassero la salute mentale», hanno inoltre spiegato i tre studiosi, «ci si potrebbe aspettare una riduzione dei comportamenti a rischio. Che però non si riscontra». E non finisce qui. Infatti non solo i ricercatori non hanno trovato evidenze dei benefici sociali, tra i giovani, delle politiche arcobaleno: hanno trovato indizi di senso opposto. Si è cioè un riscontrato peggioramento delle condizioni dei giovani omosessuali, specie quando le unioni gay sono introdotte per via giudiziaria e non legislativa. Ciò sarebbe spiegabile, secondo Anderson, Matsuzawa e Sabia, con il fatto che, quando sono i giudici a benedire il matrimonio gay, tale istituto sarebbe «meno popolare». Motivo per cui tale svolta potrebbe ingenerare nei giovani omosessuali «aspettative di accettazione sociale in contrasto con la realtà sociale». Nello specifico, gli studiosi hanno osservato come la legalizzazione delle unioni arcobaleno sia associata «ad un aumento di 3,4 punti percentuali dell'abuso di sostanze alcoliche» tra gli studenti gay. I risultati della Raifman, subito magnificati dai giornaloni sono insomma non solo discutibili, ma completamente sbugiardati da questo nuovo studio che, tra l'altro, difficilmente può essere tacciato di omofobia né di imperizia. È infatti scaricabile sul sito dell'autorevole National bureau of economic research - think tank statunitense tra i più autorevoli dato che vanta 18 premi Nobel per l'economia tra le sue firme - e soprattutto i suoi autori, forse allarmati per quanto scoperto, più volte si premurano di ricordare che comunque i «benefici» sulla salute delle persone che contraggono il matrimonio gay sono chiari. Affermazione, quest'ultima, da prender con le pinze dal momento che una pubblicazione sull'European Journal of Epidemiology del 2016, esaminata la situazione della ultralibertaria Svezia - che introdusse unioni civili già nel lontano 1995, arrivando poi a nozze e adozioni gay - concludeva come tra le persone omosessuali «sposate» si registri un tasso di suicidi del 270% superiore rispetto alla controparte etero e coniugata. A nche i «benefici» delle nozze arcobaleno tra gli stessi «sposi» gay non andrebbero insomma sopravvalutati. Tuttavia quanto Anderson e colleghi hanno rilevato è già di per sé quanto meno esplosivo, perché fa a pezzi la retorica progressista. E proprio per questo c'è da scommettere che accrescerà il già corposo elenco delle verità politicamente scorrette. Quelle da dirsi, se proprio, sottovoce. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-consulta-dice-no-ai-bimbi-con-due-madri-2641066744.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="prof-licenziata-a-roma-nessuna-transfobia" data-post-id="2641066744" data-published-at="1781784176" data-use-pagination="False"> Prof licenziata a Roma: «Nessuna transfobia» La transfobia non c'entra. Ci son voluti giorni, ma alla fine della vicenda di Giovanna Cristina Vivinetto - l'insegnante trans licenziata dal liceo paritario Kennedy di Roma in cui aveva iniziato a lavorare a inizio anno - si è chiarito un nodo fondamentale. Per la verità, se ne son chiariti diversi. Per capire quali, occorre però anzitutto ripercorrere la vicenda. Che è quella di una laureata di 25 anni, nata maschio e «diventata» donna, assunta dall'istituto romano con un contratto a progetto che iniziava il 23 settembre e scadeva l'8 giugno, «con possibilità di risoluzione anticipata dando un preavviso di quindici giorni». Ebbene, più che «anticipata», la risoluzione contrattuale è stata immediata. Infatti dopo neppure due settimane la Vivinetto è stata messa alla porta. Come mai? I grandi media, da bravi, hanno subito imboccato la pista della transfobia. Emblematica, al riguardo, l'intervista apparsa sul Corriere della Sera a firma di Elena Tebano, il cui titolo diceva già tutto: «Giovanna Cristina Vivinetto: “Io licenziata perché transessuale". La denuncia della prof poetessa». Ora, che cosa si è scoperto? Tanto per cominciare che la «prof poetessa» sarà un'ottima compositrice di versi - ha vinto il Premio Viareggio opera prima per la poesia - ma non è propriamente «prof». L'ha messo in luce Mario Adinolfi da Massimo Giletti a Non è l'arena, su La7, ricordando che la giovane, diversamente da «milioni di persone che fanno anni di precariato», non è abilitata in seguito a regolare concorso. Non significa che l'assunzione fosse irregolare, certo. Ma forse prima di affibbiare alla Vivinetto il titolo di docente i media avrebbero dovuto andarci un poco più cauti. Non solo. È pure emerso che, in due settimane lavorative, dunque in pochissimi giorni, la giovane aveva ne aveva già effettuati ben tre di malattia. «Laringotonsillite batterica con febbre a 39», ha poi precisato l'interessata. Cosa di cui nessuno dubita, anche se c'è da scommettere che scoprire di aver assunto una giovane non abilitata e subito in malattia in aggiunta - ipotizziamo - a qualche lamentela magari dei genitori (benché l'interessata neghi: «Nessuno si era lamentato») possa non aver entusiasmato la dirigenza scolastica. Quel che è certo, comunque, è che la transfobia qui non c'entra nulla. Lo ha sottolineato Umberto La Morgia, consigliere leghista di Casalecchio di Reno (Bologna) dichiaratamente omosessuale: «La dirigenza della scuola aveva addirittura invitato Giovanna a condividere liberamente anche la sua storia personale e il suo cambio di identità con gli alunni, che l'avevano presa benissimo». La stessa Vivinetto, ieri su Facebook, ha a sorpresa negato, degradando tutto a mera ipotesi («una possibile verità»), d'esser stata licenziata perché trans: «Non ho mai puntato il dito accusando di discriminazione e transfobia». Troppo tardi: un licenziamento in ambito privato, a naso simile a milioni di altri, è ormai diventato la cacciata transfobica della «prof poetessa». E così, nonostante tutte le precisazioni, verrà ricordato.
Ansa
Così intesa, essa non è un corpo estraneo alla Costituzione, bensì una conseguenza della legalità costituzionale, perché nessun ordinamento serio può riconoscere diritti, doveri, confini, cittadinanza e sicurezza pubblica, per poi rinunciare ad applicare le regole che distinguono chi ha titolo a restare da chi quel titolo non possiede. La Repubblica, infatti, non è un corridoio geografico affidato alla forza dei fatti, né una struttura amministrativa incaricata di registrare passivamente qualunque ingresso. È una comunità politica ordinata, chiamata a custodire il bene comune, la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela del lavoro e l’effettività della legge. L’art. 10 della Costituzione vigente affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme internazionali e ai trattati e, proprio questa previsione, esclude l’idea di un diritto assoluto, illimitato e incondizionato alla permanenza. Chi ha diritto alla protezione va protetto. Chi soggiorna regolarmente va garantito. Chi non ha titolo, salvo impedimenti individualmente accertati, deve essere rimpatriato.
Il dovere costituzionale della remigrazione nasce, dunque, da questa distinzione elementare, che è insieme giuridica e morale: la persona va sempre rispettata, ma l’irregolarità non va premiata. La dignità umana, del resto, non autorizza lo Stato a trattare gli stranieri come massa indistinta, non consente espulsioni collettive, non permette automatismi ciechi e non legittima rinvii verso scenari di persecuzione o degradazione. Essa, tuttavia, non trasforma ogni presenza irregolare in diritto acquisito, né impone che l’inefficienza dell’amministrazione diventi una sanatoria permanente di fatto. Dopo il vaglio delle condizioni personali, delle eventuali ragioni di protezione, dei legami familiari giuridicamente rilevanti e dei limiti derivanti dal diritto internazionale, la decisione di rimpatrio non è disumanità: è applicazione della legge.
L’accusa di discriminazione, pertanto, non regge se la remigrazione resta ancorata al titolo giuridico e non all’origine della persona. La discriminazione, semmai, nasce quando il trattamento differenziato dipende da razza, etnia, religione o appartenenza culturale. Qui il criterio è altro: esiste o non esiste un titolo valido di ingresso o soggiorno. Lo Stato costituzionale non giudica ciò che una persona è, giudica la sua posizione dinanzi alla legge. Ed è proprio questa neutralità del criterio giuridico a impedire che il discorso venga deformato in chiave ideologica.
Neppure convince l’obiezione economica secondo cui l’immigrazione irregolare sarebbe necessaria ad alcuni settori produttivi. Uno Stato degno di questo nome non fonda la propria economia sulla presenza di persone fragili, ricattabili e collocate ai margini della legalità. Lavoro povero, concorrenza salariale al ribasso, sfruttamento e insicurezza sociale non sono argomenti contro la remigrazione, sono argomenti a favore di una politica seria degli ingressi, capace di programmare, selezionare, integrare e rimpatriare. La vera integrazione, infatti, nasce dall’ordine, non dal caos. Si integra chi entra secondo legge, chi accetta le regole della comunità ospitante, chi partecipa al bene comune e chi non pretende di imporre allo Stato il fatto compiuto della propria presenza. Dove tutto diventa permanenza tollerata, nulla è davvero integrato, perché la comunità perde la capacità di dire chi appartiene giuridicamente al proprio ordine e a quali condizioni.
Per questo la remigrazione, depurata da ogni abuso e ricondotta al suo significato costituzionale, è un dovere della Repubblica: accogliere chi ha diritto, proteggere chi fugge da persecuzioni reali, integrare chi soggiorna legittimamente e rimpatriare chi non può restare. Uno Stato che non distingue abdica. Uno Stato che non controlla subisce. Uno Stato che non rimpatria chi è privo di titolo insegna che la legge vale solo per chi la rispetta. E questa non è umanità giuridica: è ingiustizia verso i cittadini, verso gli stranieri regolari e verso la stessa Costituzione.
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Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
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Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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