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2020-10-27
«La Cina vuole occupare i nostri porti col consenso di Berlino»
Giulio Sapelli (Ansa)
La pandemia sta producendo delle forti conseguenze sul sistema portuale internazionale. Non soltanto dal punto di vista tecnico ed economico, ma anche geopolitico. Un fattore che vede in primo piano soprattutto l'iperattivismo della Cina. Per cercare di fare maggiore chiarezza sulla situazione, La Verità ha deciso di intervistare il professor Giulio Sapelli, presidente del comitato scientifico del Centro studi BlueMonitorLab.
Professor Sapelli, qual è l'impatto della pandemia sul sistema portuale?
«Il sistema portuale è un gateway. È una tipica via, come già ci aveva insegnato Venezia, che aveva costruito tutto un insieme di paratie sociosanitarie per impedire che le merci portassero delle pandemie. Adesso non sono solo le merci che portano le pandemie, ma in una via di globalizzazione e di traffico marittimo più rapido di un tempo, i virus hanno ancor più possibilità di mantenere la carica virale. Il grande cambiamento strutturale che ha avuto il commercio marittimo dal punto di vista tecnologico ha ridotto la percentuale degli esseri umani, ma gli esseri umani ci sono sempre. Nei porti c'è una relazione che naturalmente è molto più tecnologizzata e si possono tenere le distanze, però l'elemento pandemico è sempre presente. Soprattutto quando si tratta di un virus come questo, che deriva - ora ne siamo certi - da difetti di macellazione delle carni, in Stati come quello cinese, che è l'unico Paese al mondo che continua a non avere un criterio di purezza, legato alla macellazione degli animali vivi. Il porto è quindi il punto terminale di una catena pandemica, che la tecnologia paradossalmente non sa ancora come respingere. I porti devono per questo trasformarsi rapidamente in un presidio sanitario».
Secondo il rapporto «Italian maritime economy 2020», la pandemia può offrire occasione per un rinnovamento delle catene di approvvigionamento. Che cosa ne pensa?
«In primo luogo, bisogna usare il cosiddetto “Internet delle merci". Quindi avere la possibilità di uno screening attento sull'origine delle merci. Poi è molto importante la tracciabilità. Questa deve essere una prerogativa degli Stati, soprattutto quando si ha a che fare con Stati che hanno bassi criteri di sanificazione. Ci sono tecnologie che consentono di fare degli screening e soprattutto di usare i gas igienizzanti, come l'ozono. Non a caso, il prezzo di questi gas è cresciuto enormemente. La cosa che mi ha colpito - a differenza di quello che hanno fatto negli Stati Uniti - è che in Europa non è previsto nessun sussidio, nessun aiuto, per incentivare l'uso dei gas igienizzanti. Bisogna poi aumentare il grado di automazione del carico e scarico delle merci. Bisogna concentrarsi sul criterio del risparmio di manodopera, che vuol dire dedicare questa manodopera ad altri lavori, riqualificandola. Su questo si dovrebbe cominciare ad agire in modo coordinato: cosa che non mi pare si stia facendo. L'Organizzazione mondiale della sanità è stata totalmente assente, come se il mondo non dipendesse dal commercio internazionale via mare».
Come giudica l'interesse nutrito dalla Cina nei confronti dei porti italiani?
«La Cina vede nei porti italiani l'altra pedina nel suo gioco di dama, dopo Gibuti e dopo Atene. Abbiamo innanzitutto Gioia Tauro, mentre il prossimo colpo che i cinesi vorranno fare è sicuramente il porto di Taranto. La strategia della Cina è quella di comprare naturalmente le élite dei Paesi in cui investono oppure di eliminare per via giudiziaria coloro che si oppongono. L'Italia è la via d'accesso all'hinterland di Trieste e quindi ai Paesi dell'Est. C'è un accordo sino-tedesco per penetrare e in questo modo minacciare l'appartenenza atlantica dell'Europa».
La Cina sta manifestando sempre più interesse per la Rotta del Mare del Nord. A che cosa punta esattamente Pechino?
«Pechino punta alle stesse cose a cui puntano i russi. Già vent'anni fa, quando abbiamo visto i primi momenti di erosione della calotta polare, bisognava essere consapevoli che poteva diventare un modo per non passare più per Capo Horn o per Suez. Bisogna inoltre ricordare che noi abbiamo piantato la bandiera italiana nel Polo Nord, quindi anche noi potremmo avere un certo interesse, ma dovrebbe essere un interesse che l'Italia rende manifesto, non soltanto dal punto di vista scientifico. Tornando a Pechino, i cinesi vedono lì un asse di rafforzamento della potenza geopolitica. In questo è molto importante che gli americani mutino il loro atteggiamento con la Russia. E l'Italia dovrebbe lavorare in questo senso».
Quindi lei mi sta dicendo che, se vogliono contenere l'influenza cinese sulla Rotta del Mare del Nord, gli Stati Uniti dovrebbero ricorrere a una distensione con la Russia?
«Non c'è nessun dubbio. Ma basta guardare la carta geografica. I cinesi devono fare un lungo tratto di costa siberiana. Quindi c'è poco da fare, a meno che non trasportino su treno. Ma allora non ha più senso arrivare poi - che so - a Danzica o a un porto russo. Infatti i cinesi hanno fatto l'accordo del Gruppo di Shanghai».
Negli Stati Uniti Joe Biden sta conducendo una campagna antirussa e ambientalista. Crede che una vittoria di Biden potrebbe favorire Pechino nella Rotta del Mare del Nord?
«Se volesse favorire la Cina, disvelerebbe l'inganno cinese. Perché tutto quello che la Cina dice sul rispetto dei protocolli di Parigi è falso. Perché, se si va a vedere, la maggioranza della produzione di energia elettrica in Cina viene ancora fatta col carbone. Se Biden volesse allearsi con la Cina e nello stesso tempo mantenere le promesse ambientaliste, sicuramente non gli sarebbe possibile».
Pechino vince perché l’Occidente si suicida
È sempre più evidente che, grazie al Covid 19, la Cina ha vinto sia la guerra economica che quella sanitaria, mentre noi in Occidente stiamo perdendo entrambe. Così il XXI secolo dovrebbe essere il secolo cinese. Ciò anche grazie al nichilismo che ha profanato e corrotto la nostra cultura nell'ultimo mezzo secolo. Abbiamo smesso di avere e cercare valori forti, abbiamo smesso di credere a qualcosa di trascendente, abbiamo smesso di fare figli e abbiamo conosciuto solo il ritmo frenetico del consumismo a debito necessario a compensare il crollo del Pil dovuto al crollo delle nascite. La Cina ne ha beneficiato perché la sua manodopera lavorava in condizioni di schiavitù, oppressa da una dittatura comunista e pragmatica.
Eppure il prefetto della Accademia pontificia delle scienze riconosce che in Cina si vive la Dottrina sociale della Chiesa. Noi occidentali, illusi che meno figli equivalesse a sembrare più intelligenti e colti, nonché a diventare più ricchi, abbiamo compensato la decrescita con il consumismo. Per far crescere il nostro potere di acquisto e i consumi, per circa quarant'anni, abbiamo delocalizzato produzioni dai nostri Paesi in Cina, trasferendovi tutto: tecnologie, know how, capacità ed esperienze, e all'inizio anche capitali. Così noi abbiamo creato la nuova potenza economica del XXI secolo. In Cina, secondo i neomalthusiani di Stanford negli anni '70, sarebbero dovuti morire di fame centinaia di milioni di persone prima dell'anno 2000, a causa della crescita demografica. Invece ora la Cina si appresta a dominare il mondo con più di un miliardo e quattrocento milioni di abitanti. In più, con questa pandemia, la Cina si rafforza in modo straordinario. Probabilmente non sapremo mai se il virus è stato inventato per qualche scopo o è stato solo un errore, possiamo solo immaginarne le conseguenze dirette ed indotte.
La prima e più evidente conseguenza è un maggior indebolimento economico dell'Occidente e un ulteriore rafforzamento economico della Cina, che sembra essere uscita dalla crisi pandemica con una crescita economica che supera il 2%, a fronte di una decrescita del resto del mondo (Usa -5%, Europa -8%, America latina -8%). La seconda conseguenza, ancora poco evidente, è il rischio di potenziale «semi-sterminio» di vecchi e malati in Occidente grazie alla sconfitta sanitaria. La Cina invece ha vinto la guerra quasi senza vittime (se raccontano il vero), avendo avuto solo il 2% del totale dei deceduti americani e il 10% di quelli italiani. I neomalthusiani hanno ancora una volta sbagliato tutte le previsioni: non è in Cina che si muore per la crescita demografica, è in Occidente, ma per la ragione opposta.
Gli scenari per il futuro lasciano immaginare un ulteriore rafforzamento cinese. Una possibile guerra fredda tra Usa e Cina non avvantaggerà certo l'Occidente, ma provocherà un indebolimento di dollaro ed euro, crescita dell'inflazione e dei tassi di interesse, più Stato, più debito, meno crescita, meno globalizzazione, più autarchia e soprattutto una ulteriore decrescita della popolazione in Occidente, e perciò la sua fine. Ciò implicherà per molti Stati occidentali, che temono un declino del ruolo degli Usa dopo le elezioni, se perdesse Donald Trump, la tentazione di cinesizzarsi con alleanze strategiche con Pechino. Mi riferisco alla Nuova via della seta, agli accordi sul 5G, alla produzione di auto elettriche (la Cina ha il semi-monopolio del Litio, indispensabile per le batterie delle auto elettriche). Si direbbe che l'Europa (Italia inclusa) tema di non poter fare a meno di alleanze con la Cina. Il che rafforzerà Pechino ancora di più, è inevitabile.
Oggi la sola cosa che appare esser certa per l'Occidente è la decrescita economica e demografica. Una decrescita, persino auspicata dalla autorità morale della Chiesa cattolica, che sarà seguita dalla drastica riduzione di vecchi inutili e malati costosi da curare. Il cosidetto pragmatismo cinese fa già parte della nuova cultura occidentale inquinata dal nichilismo. È perciò probabile che la civiltà occidentale possa venire sostituita dalla civiltà cinese, grazie anche ad un misterioso supporto ricevuto dalla stessa nostra lungimirante Chiesa. Benedetto XVI era preoccupato per la crescita del potere economico della Cina in Europa, così contagiata dal nichilismo, immaginando che dalla Cina avremmo importato i suoi beni, ma anche i suoi valori. E Benedetto XVI era ben consapevole che con valori relativizzati, una morale cattiva scaccia la morale buona. Ed una civiltà scompare, sostituita da un'altra. Spesso però peggiore. Come nella storia del tiranno di Siracusa, Dionisio.
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Lo storico ed economista Giulio Sapelli: «Dopo Gibuti e Atene, il Dragone punta agli scali italiani. Dobbiamo creare un asse con Stati Uniti e Russia»Folgorati dal miraggio del consumismo e malati di nichilismo, abbiamo smesso di fare figli e delocalizzato la produzione. Dopo aver superato la crisi legata alla pandemia, l'Impero di mezzo rimpiazzerà la nostra civiltà con il plauso della ChiesaLo speciale contiene due articoliLa pandemia sta producendo delle forti conseguenze sul sistema portuale internazionale. Non soltanto dal punto di vista tecnico ed economico, ma anche geopolitico. Un fattore che vede in primo piano soprattutto l'iperattivismo della Cina. Per cercare di fare maggiore chiarezza sulla situazione, La Verità ha deciso di intervistare il professor Giulio Sapelli, presidente del comitato scientifico del Centro studi BlueMonitorLab. Professor Sapelli, qual è l'impatto della pandemia sul sistema portuale? «Il sistema portuale è un gateway. È una tipica via, come già ci aveva insegnato Venezia, che aveva costruito tutto un insieme di paratie sociosanitarie per impedire che le merci portassero delle pandemie. Adesso non sono solo le merci che portano le pandemie, ma in una via di globalizzazione e di traffico marittimo più rapido di un tempo, i virus hanno ancor più possibilità di mantenere la carica virale. Il grande cambiamento strutturale che ha avuto il commercio marittimo dal punto di vista tecnologico ha ridotto la percentuale degli esseri umani, ma gli esseri umani ci sono sempre. Nei porti c'è una relazione che naturalmente è molto più tecnologizzata e si possono tenere le distanze, però l'elemento pandemico è sempre presente. Soprattutto quando si tratta di un virus come questo, che deriva - ora ne siamo certi - da difetti di macellazione delle carni, in Stati come quello cinese, che è l'unico Paese al mondo che continua a non avere un criterio di purezza, legato alla macellazione degli animali vivi. Il porto è quindi il punto terminale di una catena pandemica, che la tecnologia paradossalmente non sa ancora come respingere. I porti devono per questo trasformarsi rapidamente in un presidio sanitario».Secondo il rapporto «Italian maritime economy 2020», la pandemia può offrire occasione per un rinnovamento delle catene di approvvigionamento. Che cosa ne pensa?«In primo luogo, bisogna usare il cosiddetto “Internet delle merci". Quindi avere la possibilità di uno screening attento sull'origine delle merci. Poi è molto importante la tracciabilità. Questa deve essere una prerogativa degli Stati, soprattutto quando si ha a che fare con Stati che hanno bassi criteri di sanificazione. Ci sono tecnologie che consentono di fare degli screening e soprattutto di usare i gas igienizzanti, come l'ozono. Non a caso, il prezzo di questi gas è cresciuto enormemente. La cosa che mi ha colpito - a differenza di quello che hanno fatto negli Stati Uniti - è che in Europa non è previsto nessun sussidio, nessun aiuto, per incentivare l'uso dei gas igienizzanti. Bisogna poi aumentare il grado di automazione del carico e scarico delle merci. Bisogna concentrarsi sul criterio del risparmio di manodopera, che vuol dire dedicare questa manodopera ad altri lavori, riqualificandola. Su questo si dovrebbe cominciare ad agire in modo coordinato: cosa che non mi pare si stia facendo. L'Organizzazione mondiale della sanità è stata totalmente assente, come se il mondo non dipendesse dal commercio internazionale via mare».Come giudica l'interesse nutrito dalla Cina nei confronti dei porti italiani? «La Cina vede nei porti italiani l'altra pedina nel suo gioco di dama, dopo Gibuti e dopo Atene. Abbiamo innanzitutto Gioia Tauro, mentre il prossimo colpo che i cinesi vorranno fare è sicuramente il porto di Taranto. La strategia della Cina è quella di comprare naturalmente le élite dei Paesi in cui investono oppure di eliminare per via giudiziaria coloro che si oppongono. L'Italia è la via d'accesso all'hinterland di Trieste e quindi ai Paesi dell'Est. C'è un accordo sino-tedesco per penetrare e in questo modo minacciare l'appartenenza atlantica dell'Europa». La Cina sta manifestando sempre più interesse per la Rotta del Mare del Nord. A che cosa punta esattamente Pechino? «Pechino punta alle stesse cose a cui puntano i russi. Già vent'anni fa, quando abbiamo visto i primi momenti di erosione della calotta polare, bisognava essere consapevoli che poteva diventare un modo per non passare più per Capo Horn o per Suez. Bisogna inoltre ricordare che noi abbiamo piantato la bandiera italiana nel Polo Nord, quindi anche noi potremmo avere un certo interesse, ma dovrebbe essere un interesse che l'Italia rende manifesto, non soltanto dal punto di vista scientifico. Tornando a Pechino, i cinesi vedono lì un asse di rafforzamento della potenza geopolitica. In questo è molto importante che gli americani mutino il loro atteggiamento con la Russia. E l'Italia dovrebbe lavorare in questo senso».Quindi lei mi sta dicendo che, se vogliono contenere l'influenza cinese sulla Rotta del Mare del Nord, gli Stati Uniti dovrebbero ricorrere a una distensione con la Russia?«Non c'è nessun dubbio. Ma basta guardare la carta geografica. I cinesi devono fare un lungo tratto di costa siberiana. Quindi c'è poco da fare, a meno che non trasportino su treno. Ma allora non ha più senso arrivare poi - che so - a Danzica o a un porto russo. Infatti i cinesi hanno fatto l'accordo del Gruppo di Shanghai».Negli Stati Uniti Joe Biden sta conducendo una campagna antirussa e ambientalista. Crede che una vittoria di Biden potrebbe favorire Pechino nella Rotta del Mare del Nord?«Se volesse favorire la Cina, disvelerebbe l'inganno cinese. Perché tutto quello che la Cina dice sul rispetto dei protocolli di Parigi è falso. Perché, se si va a vedere, la maggioranza della produzione di energia elettrica in Cina viene ancora fatta col carbone. Se Biden volesse allearsi con la Cina e nello stesso tempo mantenere le promesse ambientaliste, sicuramente non gli sarebbe possibile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-cina-vuole-occupare-i-nostri-porti-col-consenso-di-berlino-2648502934.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pechino-vince-perche-loccidente-si-suicida" data-post-id="2648502934" data-published-at="1603747961" data-use-pagination="False"> Pechino vince perché l’Occidente si suicida È sempre più evidente che, grazie al Covid 19, la Cina ha vinto sia la guerra economica che quella sanitaria, mentre noi in Occidente stiamo perdendo entrambe. Così il XXI secolo dovrebbe essere il secolo cinese. Ciò anche grazie al nichilismo che ha profanato e corrotto la nostra cultura nell'ultimo mezzo secolo. Abbiamo smesso di avere e cercare valori forti, abbiamo smesso di credere a qualcosa di trascendente, abbiamo smesso di fare figli e abbiamo conosciuto solo il ritmo frenetico del consumismo a debito necessario a compensare il crollo del Pil dovuto al crollo delle nascite. La Cina ne ha beneficiato perché la sua manodopera lavorava in condizioni di schiavitù, oppressa da una dittatura comunista e pragmatica. Eppure il prefetto della Accademia pontificia delle scienze riconosce che in Cina si vive la Dottrina sociale della Chiesa. Noi occidentali, illusi che meno figli equivalesse a sembrare più intelligenti e colti, nonché a diventare più ricchi, abbiamo compensato la decrescita con il consumismo. Per far crescere il nostro potere di acquisto e i consumi, per circa quarant'anni, abbiamo delocalizzato produzioni dai nostri Paesi in Cina, trasferendovi tutto: tecnologie, know how, capacità ed esperienze, e all'inizio anche capitali. Così noi abbiamo creato la nuova potenza economica del XXI secolo. In Cina, secondo i neomalthusiani di Stanford negli anni '70, sarebbero dovuti morire di fame centinaia di milioni di persone prima dell'anno 2000, a causa della crescita demografica. Invece ora la Cina si appresta a dominare il mondo con più di un miliardo e quattrocento milioni di abitanti. In più, con questa pandemia, la Cina si rafforza in modo straordinario. Probabilmente non sapremo mai se il virus è stato inventato per qualche scopo o è stato solo un errore, possiamo solo immaginarne le conseguenze dirette ed indotte. La prima e più evidente conseguenza è un maggior indebolimento economico dell'Occidente e un ulteriore rafforzamento economico della Cina, che sembra essere uscita dalla crisi pandemica con una crescita economica che supera il 2%, a fronte di una decrescita del resto del mondo (Usa -5%, Europa -8%, America latina -8%). La seconda conseguenza, ancora poco evidente, è il rischio di potenziale «semi-sterminio» di vecchi e malati in Occidente grazie alla sconfitta sanitaria. La Cina invece ha vinto la guerra quasi senza vittime (se raccontano il vero), avendo avuto solo il 2% del totale dei deceduti americani e il 10% di quelli italiani. I neomalthusiani hanno ancora una volta sbagliato tutte le previsioni: non è in Cina che si muore per la crescita demografica, è in Occidente, ma per la ragione opposta. Gli scenari per il futuro lasciano immaginare un ulteriore rafforzamento cinese. Una possibile guerra fredda tra Usa e Cina non avvantaggerà certo l'Occidente, ma provocherà un indebolimento di dollaro ed euro, crescita dell'inflazione e dei tassi di interesse, più Stato, più debito, meno crescita, meno globalizzazione, più autarchia e soprattutto una ulteriore decrescita della popolazione in Occidente, e perciò la sua fine. Ciò implicherà per molti Stati occidentali, che temono un declino del ruolo degli Usa dopo le elezioni, se perdesse Donald Trump, la tentazione di cinesizzarsi con alleanze strategiche con Pechino. Mi riferisco alla Nuova via della seta, agli accordi sul 5G, alla produzione di auto elettriche (la Cina ha il semi-monopolio del Litio, indispensabile per le batterie delle auto elettriche). Si direbbe che l'Europa (Italia inclusa) tema di non poter fare a meno di alleanze con la Cina. Il che rafforzerà Pechino ancora di più, è inevitabile. Oggi la sola cosa che appare esser certa per l'Occidente è la decrescita economica e demografica. Una decrescita, persino auspicata dalla autorità morale della Chiesa cattolica, che sarà seguita dalla drastica riduzione di vecchi inutili e malati costosi da curare. Il cosidetto pragmatismo cinese fa già parte della nuova cultura occidentale inquinata dal nichilismo. È perciò probabile che la civiltà occidentale possa venire sostituita dalla civiltà cinese, grazie anche ad un misterioso supporto ricevuto dalla stessa nostra lungimirante Chiesa. Benedetto XVI era preoccupato per la crescita del potere economico della Cina in Europa, così contagiata dal nichilismo, immaginando che dalla Cina avremmo importato i suoi beni, ma anche i suoi valori. E Benedetto XVI era ben consapevole che con valori relativizzati, una morale cattiva scaccia la morale buona. Ed una civiltà scompare, sostituita da un'altra. Spesso però peggiore. Come nella storia del tiranno di Siracusa, Dionisio.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.
Papa Leone XIV (Getty Images)
Se poi compiamo il drammatico e rattristante atto di paragonare questo discorso ad altri cui siamo abituati in Italia, e non solo, tenuti o scritti da vescovi italiani, soprattutto ad alto livello, per non parlare del livello della predicazione, l’omiletica, che spesso raggiunge livelli indegni per l’importanza che essa ha nella Chiesa, ebbene, fatto questo paragone impietoso, la figura di Leone XIV ci appare veramente come un dono del Cielo.
Non solo per noi italiani, e non solo riguardo ai ministri della Chiesa, ma anche rispetto a molti dei sedicenti intellettuali del nostro tempo. Il Pontefice, in questo panorama intellettuale e culturale inconsistente e desolante, risulta essere, ai miei occhi, l’autorità morale e il riferimento intellettuale e spirituale più alto del mondo.
Del discorso ha già scritto egregiamente ieri sulla Verità Martino Cervo. Io mi limiterò ad alcuni concetti espressi in questo mirabile scritto del Vescovo di Roma. Parto dal più importante, già citato da Cervo, e cioè il riferimento alla Scuola di Salamanca, una scuola del Cinquecento spagnolo, El Siglo de oro, dove la Spagna raggiunse un livello di espansione economica e geopolitica ragguardevole. Allora come ora si prospettava, però, l’esigenza di coniugare questi fenomeni economici e geopolitici «trovandosi», come scrive il pontefice, «di fronte a responsabilità storiche di portata universale». Queste responsabilità erano legate sostanzialmente alla colonizzazione del Nuovo Mondo e alla legittimità della colonizzazione stessa e delle condizioni cui erano sottoposte quelle popolazioni. La Scuola di Salamanca fu la più influente scuola, sorta nel XVI secolo, di filosofi, teologi e giuristi appartenenti a vari ordini: francescani, gesuiti, domenicani. In sostanza si deve a loro, e in particolare al frate Francisco de Vitoria, la messa al centro dei diritti umani ponendo le basi - questo fatto è riconosciuto universalmente - per il moderno diritto internazionale, quello che, riprendendo un’espressione di San Tommaso D’Aquino, veniva chiamato lo ius gentium.
Perché il Papa si è riferito esplicitamente a questa scuola, cosa che non avevano fatto altri Papi e che in Italia, a parte alcuni lodevoli studiosi, non è praticamente mai stata studiata soprattutto in ambito cattolico (cosa grave)? Scrive lui stesso: «La ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere [...]. Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli [...] quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale che internazionale».
Quale profondità e quale attualità in questa Scuola a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento spagnolo. Quale contemporaneità di questo pensiero. E tristemente, ammettiamolo, quale ignoranza ingiustificata, da parte della comunità cattolica, di questa Scuola.
Un altro punto fondamentale sempre legato a questi studiosi è la rivendicazione del primato della persona umana nei confronti dello Stato e di ogni forma di pubblico potere. Dice il Papa: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato […] Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto di esistere e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo». Ma attenzione al seguente passaggio che richiama tutti alla primazia del diritto sulla legge, del diritto sul potere, del diritto sullo Stato: «La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo. Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari». In altre parole, ben prima della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, i maestri di Salamanca avevano individuato nei diritti dell’uomo il limite invalicabile di qualsiasi potere, di qualsiasi azione politica, di qualsiasi legge. L’ordinamento giuridico positivo, cioè il sistema delle leggi nazionali e internazionali, non può andare contro questi diritti inscritti nella natura umana: essi non sono concessi e sottoposti a e da nessun potere politico. Quanta sapienza e quanta necessità di riscoprire oggi questi fondamenti: basti pensare a quanta violazione dei diritti avviene negli Stati (ad esempio la Cina) e quali violazioni del diritto internazionale: vedi le guerre in corso.
Capite la differenza rispetto a una predicazione su questi temi che spesso alza la vela a seconda di dove il vento spira e che quindi risulta misera e non incide nelle coscienze? Queste ultime sentono la superficialità e riconoscono, quando c’è, la profondità di un pensiero come quello espresso presso il Palacio de las Cortes, dove il Papa ha incontrato il Parlamento spagnolo. Purtroppo, nella Chiesa si è fatta avanti un’idea di predicazione che, per evitare di sembrare anacronistica, è diventata più sociologica che teologica, che usa le parole più scontate del nostro tempo e non ha il coraggio di andare, come fa invece questo Papa con gentilezza e tatto rari, oltre il linguaggio scontato. Ci ricorda molto Ratzinger e Wojtyla, ma anche Paolo VI. È vero che la Chiesa deve aggiornare il proprio linguaggio. Del resto, in 21 secoli di storia lo ha sempre fatto. Ma non si può né si deve aggiornare il linguaggio in modo tale che un linguaggio sciatto, sociologico, politicamente ammiccante, tendente a lisciare il pelo all’inconsistenza della cultura contemporanea tradisca, alla fine, i contenuti della tradizione. Altrimenti l’aggiornamento fa rima con tradimento.
In questa fase, lo ripeto, Papa Leone XIV appare modellato appositamente sull’esigenza profonda di consistenza che caratterizza la nostra epoca contemporanea.
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