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2020-10-27
«La Cina vuole occupare i nostri porti col consenso di Berlino»
Giulio Sapelli (Ansa)
La pandemia sta producendo delle forti conseguenze sul sistema portuale internazionale. Non soltanto dal punto di vista tecnico ed economico, ma anche geopolitico. Un fattore che vede in primo piano soprattutto l'iperattivismo della Cina. Per cercare di fare maggiore chiarezza sulla situazione, La Verità ha deciso di intervistare il professor Giulio Sapelli, presidente del comitato scientifico del Centro studi BlueMonitorLab.
Professor Sapelli, qual è l'impatto della pandemia sul sistema portuale?
«Il sistema portuale è un gateway. È una tipica via, come già ci aveva insegnato Venezia, che aveva costruito tutto un insieme di paratie sociosanitarie per impedire che le merci portassero delle pandemie. Adesso non sono solo le merci che portano le pandemie, ma in una via di globalizzazione e di traffico marittimo più rapido di un tempo, i virus hanno ancor più possibilità di mantenere la carica virale. Il grande cambiamento strutturale che ha avuto il commercio marittimo dal punto di vista tecnologico ha ridotto la percentuale degli esseri umani, ma gli esseri umani ci sono sempre. Nei porti c'è una relazione che naturalmente è molto più tecnologizzata e si possono tenere le distanze, però l'elemento pandemico è sempre presente. Soprattutto quando si tratta di un virus come questo, che deriva - ora ne siamo certi - da difetti di macellazione delle carni, in Stati come quello cinese, che è l'unico Paese al mondo che continua a non avere un criterio di purezza, legato alla macellazione degli animali vivi. Il porto è quindi il punto terminale di una catena pandemica, che la tecnologia paradossalmente non sa ancora come respingere. I porti devono per questo trasformarsi rapidamente in un presidio sanitario».
Secondo il rapporto «Italian maritime economy 2020», la pandemia può offrire occasione per un rinnovamento delle catene di approvvigionamento. Che cosa ne pensa?
«In primo luogo, bisogna usare il cosiddetto “Internet delle merci". Quindi avere la possibilità di uno screening attento sull'origine delle merci. Poi è molto importante la tracciabilità. Questa deve essere una prerogativa degli Stati, soprattutto quando si ha a che fare con Stati che hanno bassi criteri di sanificazione. Ci sono tecnologie che consentono di fare degli screening e soprattutto di usare i gas igienizzanti, come l'ozono. Non a caso, il prezzo di questi gas è cresciuto enormemente. La cosa che mi ha colpito - a differenza di quello che hanno fatto negli Stati Uniti - è che in Europa non è previsto nessun sussidio, nessun aiuto, per incentivare l'uso dei gas igienizzanti. Bisogna poi aumentare il grado di automazione del carico e scarico delle merci. Bisogna concentrarsi sul criterio del risparmio di manodopera, che vuol dire dedicare questa manodopera ad altri lavori, riqualificandola. Su questo si dovrebbe cominciare ad agire in modo coordinato: cosa che non mi pare si stia facendo. L'Organizzazione mondiale della sanità è stata totalmente assente, come se il mondo non dipendesse dal commercio internazionale via mare».
Come giudica l'interesse nutrito dalla Cina nei confronti dei porti italiani?
«La Cina vede nei porti italiani l'altra pedina nel suo gioco di dama, dopo Gibuti e dopo Atene. Abbiamo innanzitutto Gioia Tauro, mentre il prossimo colpo che i cinesi vorranno fare è sicuramente il porto di Taranto. La strategia della Cina è quella di comprare naturalmente le élite dei Paesi in cui investono oppure di eliminare per via giudiziaria coloro che si oppongono. L'Italia è la via d'accesso all'hinterland di Trieste e quindi ai Paesi dell'Est. C'è un accordo sino-tedesco per penetrare e in questo modo minacciare l'appartenenza atlantica dell'Europa».
La Cina sta manifestando sempre più interesse per la Rotta del Mare del Nord. A che cosa punta esattamente Pechino?
«Pechino punta alle stesse cose a cui puntano i russi. Già vent'anni fa, quando abbiamo visto i primi momenti di erosione della calotta polare, bisognava essere consapevoli che poteva diventare un modo per non passare più per Capo Horn o per Suez. Bisogna inoltre ricordare che noi abbiamo piantato la bandiera italiana nel Polo Nord, quindi anche noi potremmo avere un certo interesse, ma dovrebbe essere un interesse che l'Italia rende manifesto, non soltanto dal punto di vista scientifico. Tornando a Pechino, i cinesi vedono lì un asse di rafforzamento della potenza geopolitica. In questo è molto importante che gli americani mutino il loro atteggiamento con la Russia. E l'Italia dovrebbe lavorare in questo senso».
Quindi lei mi sta dicendo che, se vogliono contenere l'influenza cinese sulla Rotta del Mare del Nord, gli Stati Uniti dovrebbero ricorrere a una distensione con la Russia?
«Non c'è nessun dubbio. Ma basta guardare la carta geografica. I cinesi devono fare un lungo tratto di costa siberiana. Quindi c'è poco da fare, a meno che non trasportino su treno. Ma allora non ha più senso arrivare poi - che so - a Danzica o a un porto russo. Infatti i cinesi hanno fatto l'accordo del Gruppo di Shanghai».
Negli Stati Uniti Joe Biden sta conducendo una campagna antirussa e ambientalista. Crede che una vittoria di Biden potrebbe favorire Pechino nella Rotta del Mare del Nord?
«Se volesse favorire la Cina, disvelerebbe l'inganno cinese. Perché tutto quello che la Cina dice sul rispetto dei protocolli di Parigi è falso. Perché, se si va a vedere, la maggioranza della produzione di energia elettrica in Cina viene ancora fatta col carbone. Se Biden volesse allearsi con la Cina e nello stesso tempo mantenere le promesse ambientaliste, sicuramente non gli sarebbe possibile».
Pechino vince perché l’Occidente si suicida
È sempre più evidente che, grazie al Covid 19, la Cina ha vinto sia la guerra economica che quella sanitaria, mentre noi in Occidente stiamo perdendo entrambe. Così il XXI secolo dovrebbe essere il secolo cinese. Ciò anche grazie al nichilismo che ha profanato e corrotto la nostra cultura nell'ultimo mezzo secolo. Abbiamo smesso di avere e cercare valori forti, abbiamo smesso di credere a qualcosa di trascendente, abbiamo smesso di fare figli e abbiamo conosciuto solo il ritmo frenetico del consumismo a debito necessario a compensare il crollo del Pil dovuto al crollo delle nascite. La Cina ne ha beneficiato perché la sua manodopera lavorava in condizioni di schiavitù, oppressa da una dittatura comunista e pragmatica.
Eppure il prefetto della Accademia pontificia delle scienze riconosce che in Cina si vive la Dottrina sociale della Chiesa. Noi occidentali, illusi che meno figli equivalesse a sembrare più intelligenti e colti, nonché a diventare più ricchi, abbiamo compensato la decrescita con il consumismo. Per far crescere il nostro potere di acquisto e i consumi, per circa quarant'anni, abbiamo delocalizzato produzioni dai nostri Paesi in Cina, trasferendovi tutto: tecnologie, know how, capacità ed esperienze, e all'inizio anche capitali. Così noi abbiamo creato la nuova potenza economica del XXI secolo. In Cina, secondo i neomalthusiani di Stanford negli anni '70, sarebbero dovuti morire di fame centinaia di milioni di persone prima dell'anno 2000, a causa della crescita demografica. Invece ora la Cina si appresta a dominare il mondo con più di un miliardo e quattrocento milioni di abitanti. In più, con questa pandemia, la Cina si rafforza in modo straordinario. Probabilmente non sapremo mai se il virus è stato inventato per qualche scopo o è stato solo un errore, possiamo solo immaginarne le conseguenze dirette ed indotte.
La prima e più evidente conseguenza è un maggior indebolimento economico dell'Occidente e un ulteriore rafforzamento economico della Cina, che sembra essere uscita dalla crisi pandemica con una crescita economica che supera il 2%, a fronte di una decrescita del resto del mondo (Usa -5%, Europa -8%, America latina -8%). La seconda conseguenza, ancora poco evidente, è il rischio di potenziale «semi-sterminio» di vecchi e malati in Occidente grazie alla sconfitta sanitaria. La Cina invece ha vinto la guerra quasi senza vittime (se raccontano il vero), avendo avuto solo il 2% del totale dei deceduti americani e il 10% di quelli italiani. I neomalthusiani hanno ancora una volta sbagliato tutte le previsioni: non è in Cina che si muore per la crescita demografica, è in Occidente, ma per la ragione opposta.
Gli scenari per il futuro lasciano immaginare un ulteriore rafforzamento cinese. Una possibile guerra fredda tra Usa e Cina non avvantaggerà certo l'Occidente, ma provocherà un indebolimento di dollaro ed euro, crescita dell'inflazione e dei tassi di interesse, più Stato, più debito, meno crescita, meno globalizzazione, più autarchia e soprattutto una ulteriore decrescita della popolazione in Occidente, e perciò la sua fine. Ciò implicherà per molti Stati occidentali, che temono un declino del ruolo degli Usa dopo le elezioni, se perdesse Donald Trump, la tentazione di cinesizzarsi con alleanze strategiche con Pechino. Mi riferisco alla Nuova via della seta, agli accordi sul 5G, alla produzione di auto elettriche (la Cina ha il semi-monopolio del Litio, indispensabile per le batterie delle auto elettriche). Si direbbe che l'Europa (Italia inclusa) tema di non poter fare a meno di alleanze con la Cina. Il che rafforzerà Pechino ancora di più, è inevitabile.
Oggi la sola cosa che appare esser certa per l'Occidente è la decrescita economica e demografica. Una decrescita, persino auspicata dalla autorità morale della Chiesa cattolica, che sarà seguita dalla drastica riduzione di vecchi inutili e malati costosi da curare. Il cosidetto pragmatismo cinese fa già parte della nuova cultura occidentale inquinata dal nichilismo. È perciò probabile che la civiltà occidentale possa venire sostituita dalla civiltà cinese, grazie anche ad un misterioso supporto ricevuto dalla stessa nostra lungimirante Chiesa. Benedetto XVI era preoccupato per la crescita del potere economico della Cina in Europa, così contagiata dal nichilismo, immaginando che dalla Cina avremmo importato i suoi beni, ma anche i suoi valori. E Benedetto XVI era ben consapevole che con valori relativizzati, una morale cattiva scaccia la morale buona. Ed una civiltà scompare, sostituita da un'altra. Spesso però peggiore. Come nella storia del tiranno di Siracusa, Dionisio.
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Lo storico ed economista Giulio Sapelli: «Dopo Gibuti e Atene, il Dragone punta agli scali italiani. Dobbiamo creare un asse con Stati Uniti e Russia»Folgorati dal miraggio del consumismo e malati di nichilismo, abbiamo smesso di fare figli e delocalizzato la produzione. Dopo aver superato la crisi legata alla pandemia, l'Impero di mezzo rimpiazzerà la nostra civiltà con il plauso della ChiesaLo speciale contiene due articoliLa pandemia sta producendo delle forti conseguenze sul sistema portuale internazionale. Non soltanto dal punto di vista tecnico ed economico, ma anche geopolitico. Un fattore che vede in primo piano soprattutto l'iperattivismo della Cina. Per cercare di fare maggiore chiarezza sulla situazione, La Verità ha deciso di intervistare il professor Giulio Sapelli, presidente del comitato scientifico del Centro studi BlueMonitorLab. Professor Sapelli, qual è l'impatto della pandemia sul sistema portuale? «Il sistema portuale è un gateway. È una tipica via, come già ci aveva insegnato Venezia, che aveva costruito tutto un insieme di paratie sociosanitarie per impedire che le merci portassero delle pandemie. Adesso non sono solo le merci che portano le pandemie, ma in una via di globalizzazione e di traffico marittimo più rapido di un tempo, i virus hanno ancor più possibilità di mantenere la carica virale. Il grande cambiamento strutturale che ha avuto il commercio marittimo dal punto di vista tecnologico ha ridotto la percentuale degli esseri umani, ma gli esseri umani ci sono sempre. Nei porti c'è una relazione che naturalmente è molto più tecnologizzata e si possono tenere le distanze, però l'elemento pandemico è sempre presente. Soprattutto quando si tratta di un virus come questo, che deriva - ora ne siamo certi - da difetti di macellazione delle carni, in Stati come quello cinese, che è l'unico Paese al mondo che continua a non avere un criterio di purezza, legato alla macellazione degli animali vivi. Il porto è quindi il punto terminale di una catena pandemica, che la tecnologia paradossalmente non sa ancora come respingere. I porti devono per questo trasformarsi rapidamente in un presidio sanitario».Secondo il rapporto «Italian maritime economy 2020», la pandemia può offrire occasione per un rinnovamento delle catene di approvvigionamento. Che cosa ne pensa?«In primo luogo, bisogna usare il cosiddetto “Internet delle merci". Quindi avere la possibilità di uno screening attento sull'origine delle merci. Poi è molto importante la tracciabilità. Questa deve essere una prerogativa degli Stati, soprattutto quando si ha a che fare con Stati che hanno bassi criteri di sanificazione. Ci sono tecnologie che consentono di fare degli screening e soprattutto di usare i gas igienizzanti, come l'ozono. Non a caso, il prezzo di questi gas è cresciuto enormemente. La cosa che mi ha colpito - a differenza di quello che hanno fatto negli Stati Uniti - è che in Europa non è previsto nessun sussidio, nessun aiuto, per incentivare l'uso dei gas igienizzanti. Bisogna poi aumentare il grado di automazione del carico e scarico delle merci. Bisogna concentrarsi sul criterio del risparmio di manodopera, che vuol dire dedicare questa manodopera ad altri lavori, riqualificandola. Su questo si dovrebbe cominciare ad agire in modo coordinato: cosa che non mi pare si stia facendo. L'Organizzazione mondiale della sanità è stata totalmente assente, come se il mondo non dipendesse dal commercio internazionale via mare».Come giudica l'interesse nutrito dalla Cina nei confronti dei porti italiani? «La Cina vede nei porti italiani l'altra pedina nel suo gioco di dama, dopo Gibuti e dopo Atene. Abbiamo innanzitutto Gioia Tauro, mentre il prossimo colpo che i cinesi vorranno fare è sicuramente il porto di Taranto. La strategia della Cina è quella di comprare naturalmente le élite dei Paesi in cui investono oppure di eliminare per via giudiziaria coloro che si oppongono. L'Italia è la via d'accesso all'hinterland di Trieste e quindi ai Paesi dell'Est. C'è un accordo sino-tedesco per penetrare e in questo modo minacciare l'appartenenza atlantica dell'Europa». La Cina sta manifestando sempre più interesse per la Rotta del Mare del Nord. A che cosa punta esattamente Pechino? «Pechino punta alle stesse cose a cui puntano i russi. Già vent'anni fa, quando abbiamo visto i primi momenti di erosione della calotta polare, bisognava essere consapevoli che poteva diventare un modo per non passare più per Capo Horn o per Suez. Bisogna inoltre ricordare che noi abbiamo piantato la bandiera italiana nel Polo Nord, quindi anche noi potremmo avere un certo interesse, ma dovrebbe essere un interesse che l'Italia rende manifesto, non soltanto dal punto di vista scientifico. Tornando a Pechino, i cinesi vedono lì un asse di rafforzamento della potenza geopolitica. In questo è molto importante che gli americani mutino il loro atteggiamento con la Russia. E l'Italia dovrebbe lavorare in questo senso».Quindi lei mi sta dicendo che, se vogliono contenere l'influenza cinese sulla Rotta del Mare del Nord, gli Stati Uniti dovrebbero ricorrere a una distensione con la Russia?«Non c'è nessun dubbio. Ma basta guardare la carta geografica. I cinesi devono fare un lungo tratto di costa siberiana. Quindi c'è poco da fare, a meno che non trasportino su treno. Ma allora non ha più senso arrivare poi - che so - a Danzica o a un porto russo. Infatti i cinesi hanno fatto l'accordo del Gruppo di Shanghai».Negli Stati Uniti Joe Biden sta conducendo una campagna antirussa e ambientalista. Crede che una vittoria di Biden potrebbe favorire Pechino nella Rotta del Mare del Nord?«Se volesse favorire la Cina, disvelerebbe l'inganno cinese. Perché tutto quello che la Cina dice sul rispetto dei protocolli di Parigi è falso. Perché, se si va a vedere, la maggioranza della produzione di energia elettrica in Cina viene ancora fatta col carbone. Se Biden volesse allearsi con la Cina e nello stesso tempo mantenere le promesse ambientaliste, sicuramente non gli sarebbe possibile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-cina-vuole-occupare-i-nostri-porti-col-consenso-di-berlino-2648502934.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pechino-vince-perche-loccidente-si-suicida" data-post-id="2648502934" data-published-at="1603747961" data-use-pagination="False"> Pechino vince perché l’Occidente si suicida È sempre più evidente che, grazie al Covid 19, la Cina ha vinto sia la guerra economica che quella sanitaria, mentre noi in Occidente stiamo perdendo entrambe. Così il XXI secolo dovrebbe essere il secolo cinese. Ciò anche grazie al nichilismo che ha profanato e corrotto la nostra cultura nell'ultimo mezzo secolo. Abbiamo smesso di avere e cercare valori forti, abbiamo smesso di credere a qualcosa di trascendente, abbiamo smesso di fare figli e abbiamo conosciuto solo il ritmo frenetico del consumismo a debito necessario a compensare il crollo del Pil dovuto al crollo delle nascite. La Cina ne ha beneficiato perché la sua manodopera lavorava in condizioni di schiavitù, oppressa da una dittatura comunista e pragmatica. Eppure il prefetto della Accademia pontificia delle scienze riconosce che in Cina si vive la Dottrina sociale della Chiesa. Noi occidentali, illusi che meno figli equivalesse a sembrare più intelligenti e colti, nonché a diventare più ricchi, abbiamo compensato la decrescita con il consumismo. Per far crescere il nostro potere di acquisto e i consumi, per circa quarant'anni, abbiamo delocalizzato produzioni dai nostri Paesi in Cina, trasferendovi tutto: tecnologie, know how, capacità ed esperienze, e all'inizio anche capitali. Così noi abbiamo creato la nuova potenza economica del XXI secolo. In Cina, secondo i neomalthusiani di Stanford negli anni '70, sarebbero dovuti morire di fame centinaia di milioni di persone prima dell'anno 2000, a causa della crescita demografica. Invece ora la Cina si appresta a dominare il mondo con più di un miliardo e quattrocento milioni di abitanti. In più, con questa pandemia, la Cina si rafforza in modo straordinario. Probabilmente non sapremo mai se il virus è stato inventato per qualche scopo o è stato solo un errore, possiamo solo immaginarne le conseguenze dirette ed indotte. La prima e più evidente conseguenza è un maggior indebolimento economico dell'Occidente e un ulteriore rafforzamento economico della Cina, che sembra essere uscita dalla crisi pandemica con una crescita economica che supera il 2%, a fronte di una decrescita del resto del mondo (Usa -5%, Europa -8%, America latina -8%). La seconda conseguenza, ancora poco evidente, è il rischio di potenziale «semi-sterminio» di vecchi e malati in Occidente grazie alla sconfitta sanitaria. La Cina invece ha vinto la guerra quasi senza vittime (se raccontano il vero), avendo avuto solo il 2% del totale dei deceduti americani e il 10% di quelli italiani. I neomalthusiani hanno ancora una volta sbagliato tutte le previsioni: non è in Cina che si muore per la crescita demografica, è in Occidente, ma per la ragione opposta. Gli scenari per il futuro lasciano immaginare un ulteriore rafforzamento cinese. Una possibile guerra fredda tra Usa e Cina non avvantaggerà certo l'Occidente, ma provocherà un indebolimento di dollaro ed euro, crescita dell'inflazione e dei tassi di interesse, più Stato, più debito, meno crescita, meno globalizzazione, più autarchia e soprattutto una ulteriore decrescita della popolazione in Occidente, e perciò la sua fine. Ciò implicherà per molti Stati occidentali, che temono un declino del ruolo degli Usa dopo le elezioni, se perdesse Donald Trump, la tentazione di cinesizzarsi con alleanze strategiche con Pechino. Mi riferisco alla Nuova via della seta, agli accordi sul 5G, alla produzione di auto elettriche (la Cina ha il semi-monopolio del Litio, indispensabile per le batterie delle auto elettriche). Si direbbe che l'Europa (Italia inclusa) tema di non poter fare a meno di alleanze con la Cina. Il che rafforzerà Pechino ancora di più, è inevitabile. Oggi la sola cosa che appare esser certa per l'Occidente è la decrescita economica e demografica. Una decrescita, persino auspicata dalla autorità morale della Chiesa cattolica, che sarà seguita dalla drastica riduzione di vecchi inutili e malati costosi da curare. Il cosidetto pragmatismo cinese fa già parte della nuova cultura occidentale inquinata dal nichilismo. È perciò probabile che la civiltà occidentale possa venire sostituita dalla civiltà cinese, grazie anche ad un misterioso supporto ricevuto dalla stessa nostra lungimirante Chiesa. Benedetto XVI era preoccupato per la crescita del potere economico della Cina in Europa, così contagiata dal nichilismo, immaginando che dalla Cina avremmo importato i suoi beni, ma anche i suoi valori. E Benedetto XVI era ben consapevole che con valori relativizzati, una morale cattiva scaccia la morale buona. Ed una civiltà scompare, sostituita da un'altra. Spesso però peggiore. Come nella storia del tiranno di Siracusa, Dionisio.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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