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2021-05-23
La Chiesa verso il «sinodo dei sinodi». Bergoglio tiene sulla corda i vescovi
Papa Francesco (Ansa)
Sinodo, sinodo, e ancora sinodo. È questa la parola chiave che papa Francesco ha scelto come cammino per la Chiesa universale e per le Chiese particolari in giro per il mondo, come attesterà anche domani aprendo i lavori della 74ª Assemblea generale dei vescovi italiani convocata a Roma, presso l'Ergife Palace Hotel, dal 24 al 27 maggio. Sarà, infatti, sinodo anche per la Chiesa che è in Italia. Dopo varie resistenze (l'assemblea non è mai stata in cima all'agenda del cardinale Gualtiero Bassetti) il desiderio espresso da Francesco nel 2015 al Convegno ecclesiale di Firenze diventa realtà: questo sinodo s'ha da fare.
Anche perché è tutta la Chiesa cattolica nel mondo a essere catapultata in un sinodo generale che durerà tre anni, come annunciato venerdì in una nota del Sinodo dei vescovi diramata dal Vaticano. Peraltro, questo sinodo generale avrà come tema il sinodo stesso, la sinodalità del sinodo si potrebbe dire, seguendo il titolo «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione». Per uscire da questa ubriacatura lessicale e assembleare potremmo dire che si tratta appunto di una assemblea permanente attiva di tutta la Chiesa, un approccio che il Papa ha più volte indicato per potenziare questo frutto del Concilio Vaticano II che appunto istituiva lo strumento.
Quella voluta dal Papa nei prossimi tre anni è un'assemblea generale della Chiesa che per la prima volta sarà «decentrata», dove la «periferia», per dirla secondo una nota indicazione di papa Bergoglio, verrà prima del «centro»; ciascuna parrocchia e diocesi dovrà lavorare dal basso (questionari, tavoli, discussioni). I tre anni verranno inaugurati dal Papa in Vaticano il 9 e 10 ottobre 2021, poi seguiranno tre fasi - diocesana, continentale, universale - che vogliono rendere possibile l'ascolto del popolo di Dio. L'obiettivo un po' trionfalistico è quello che «il processo sinodale si realizzi nell'ascolto della totalità dei battezzati». Per quanto papa Francesco abbia più volte detto che non si tratta di fare «un bel parlamento cattolico», gli esempi recenti del sinodo sulla famiglia del 2015, quello sull'Amazzonia del 2019 e quello in corso della Chiesa tedesca, dimostrano che se non si fa della politica, senz'altro si creano polarizzazioni, come va di moda dire. E c'è da esser certi che anche il sinodo in Italia andrà su questi sentieri.
Secondo papa Francesco il protagonista del sinodo, di quello generale, come di quello italiano o tedesco, è lo Spirito santo, in ascolto del quale si fa il «discernimento» e si traccia la via. In attesa dell'azione dello Spirito, al Papa piace però una Chiesa «inquieta», oppure, come disse ai giovani alla Gmg di Rio nel 2013, «fate casino e smuovete la Chiesa». E di casino ce ne sarà sicuramente, come attesta proprio il sinodo tedesco tra benedizioni di coppie omosessuali, donne sacerdotesse e strappi da Roma. E se ne prospettano anche in quello che si aprirà domani per la Chiesa in Italia, visto che dal basso arriveranno agende come quella già fatta recapitare ai vescovi da alcuni associazioni progressiste tra cui Adista; Costituzione Concilio e Cittadinanza. Per una rete tra cattolici e democratici (c3dem); Comunità cristiane di base (Cdb); Coordinamento teologhe italiane (Cti); Noi siamo Chiesa; Pax Christi; Pretioperai; Progetto giovani cristiani lgbt+. Omosessualità, formazione del clero, questione degli abusi, gestione delle finanze, morale sessuale in generale, contraccezione, in fondo i temi sono sempre gli stessi dal Vaticano II in poi, e c'è da essere sicuri che non cambieranno neanche nei prossimi tre anni.
La soluzione di Francesco forse però è già scritta prima che trascorrano i tre anni, almeno stando a quando messo nero su bianco nel caso del sinodo sulla famiglia dove di fatto si è aperto un nuovo paradigma della teologia morale che si inabissa nelle situazioni «caso per caso», nella storia del singolo, nella storia della società, nelle scienze moderne, mettendo di lato i cosiddetti intrinsece mala, i mali morali assoluti. Una geometria variabile che qualcuno ha definito del «sì, ma anche no» o del «no, ma anche sì», dipende.
Come nel caso delle unioni civili che non possono essere paragonate in nessun modo al matrimonio (lo si legge chiaramente nell'esortazione apostolica Amoris laetitia), ma su cui il Papa, in un'intervista diffusa in un docufilm, è sembrato essere non contrario per una qualche forma di tutela giuridica per coppie di fatto. Oppure anche nel caso della discussione sul ddl Zan, dove i vescovi italiani per bocca del cardinale Bassetti (non senza il placet della segreteria di Stato e quindi di Santa Marta) hanno fatto sapere che «ci vuole dialogo» e questa proposta di legge non deve essere affossata, ma emendata.
Il Papa cioè ha dato più volte prova di voler «aprire processi», ma non di «occupare spazi». Francesco non approva e non condanna, peraltro lui stesso ha detto che «essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto». È questa la costante del suo pontificato, anche se il rischio è quello di non avere «unità nella pluralità», come si vorrebbe, ma solo «pluralità», o in altri termini un rischio permanete di scisma.
Intanto il «popolo di Dio» in Occidente, Italia compresa, frequenta sempre meno la messa, i seminari sono desertificati e i sacramenti a bambini e ragazzi in crollo progressivo e continuo. Se i sinodi fossero occasione per metter mano all'aratro e uscire da questa situazione sarebbe davvero un segno divino, visto che troppo spesso assomigliano a assemblee simil sindacali in cui si rivendicano aperture per fare «nuova» la Chiesa, soprattutto da quegli ambienti che pieni di spirito (del concilio) fanno della storia un luogo teologico al pari della Scrittura e della Tradizione. Questo divenire storico si vorrebbe fosse il criterio per sciogliere quelli che si ritengono i nodi teologici irrisolti, ministero, donne, morale sessuale, abusando spesso dello sviluppo della dottrina come fosse senza criteri di verifica.
Se prevarranno queste spinte lo stile dell'assemblea, definito da «esercizio spirituale», potrebbe solo rivelarsi l'ennesima situazione in cui semplicemente permettere che ognuno faccia come gli pare. Ma in questo caso il sinodo dei sinodi finirebbe a ridurre la chiesa a una Ong o, peggio, a una fotocopia del protestantesimo. Perché il sinodo dei sinodi abbia successo potremmo dire oportet ut eveniant scandala, è bene che gli scandali vengano a galla. E che si abbia la forza di affermare in faccia al mondo che cosa è cattolico e cosa non lo è.
In migliaia alla Marcia per la vita
In una cornice difficilmente superabile, a pochi passi dal Colosseo da un lato e dall'Altare della patria dall'altro, si è tenuta ieri la decima edizione della Marcia per la vita. Contro i timori di alcuni e gli auspici di altri, la manifestazione, pur senza raggiungere i numeri delle precedenti edizioni pre-epidemiche, ha raccolto migliaia di cittadini.
Tutti i presenti, malgrado le sfumature che sempre esistono in manifestazioni del genere, erano uniti dal desiderio di combattere la violenza che si fa alla vita umana innocente. Erano presenti politici come Giorgia Meloni, Maurizio Gasparri, Simone Pillon, Simona Baldassarre, Mario Adinolfi, Isabella Rauti, e vari altri. La Marcia resta una realtà apolitica, ma che vuole incidere nella politica e nella società.
Dopo la presentazione della dottoressa Virginia Coda Nunziante, ormai protagonista nella scena pro life italiana, hanno parlato 2 illustri ambasciatori presso la Santa Sede. Il polacco Janusz Kotanski ed Eduard Habsburg in rappresentanza dell'Ungheria. Tutti gli astanti sono rimasti colpiti dalle parole forti pronunciate dai due diplomatici sul palco. Si tratta, secondo loro, di unire le forze a livello internazionale per mettere fine alla tragedia dell'aborto. Né più né meno.
Toccante il fatto che l'ambasciatore ungherese, di famiglia tanto illustre quanto devota, abbia intonato a mezzogiorno il rituale Regina coeli, nella gioia mista a stupore dei presenti. Una bella testimonianza pubblica di fede che ripara l'anti-testimonianza dei politici che espongono cartelli con scritto «Dio, patria, famiglia: che vita de m...». Belle parole anche quelle dell'inglese John Smeaton, presidente della Society for the protection of the Unborn children, e storico militante pro life in terra britannica. Su tutte, la testimonianza più toccante è stata quella di Anna Bonetti, una bellissima ragazza, nata sorda che però è riuscita ad esprimersi correttamente sul palco, manifestando in modo plateale che «ogni vita - senza eccezioni di sorta - merita di essere vissuta». Molti gli ecclesiastici presenti tra cui sua eminenza il cardinal Raymond Leo Burke. Monsignor Antonio Suetta, il cui intervento era stato anticipato ieri dalla Verità, ha parlato in videoconferenza. Ribadendo che nessuna legge può esistere contro la legge di natura che ordina, nelle coscienze di ognuno, di «non uccidere».
Secondo gli organizzatori della Marcia esiste un legame diretto, benché invisibile, tra l'aumento della violenza sociale (stupri, rapine, gesti di inciviltà) e la legalizzazione dei crimini contro la vita, a partire proprio dall'aborto. Che è e resta il «delitto perfetto»: la madre, generante, che sopprime il proprio figlio, da lei generato, servendosi delle possibilità offerte dalla legge (che dovrebbe proteggere i cittadini) e dei pubblici ospedali (sorti per curare e guarire).
Sono mesi che si fa un gran parlare del Grande reset che sarebbe in corso a causa del Covid e di coloro che vogliono che «nulla sia più come prima». Ecco, proponiamo anche noi un Grande reset sull'aborto. Nulla sia più come prima. Si ripensi, alla luce della biologia, dell'etica e della demografia, all'abbaglio immane preso dalle democrazie fanatiche degli anni '70, sul tema della liberalizzazione dell'aborto, con le varie leggi promulgate nell'intero Occidente.
E si inizi un sano reset, almeno tendenziale, a base di cultura della vita, «non uccidere l'innocente» e «il pancione non i tocca». Immaginando la promulgazione ufficiale e statale di una Giornata nazionale per la difesa della vita umana. Le conseguenze morali e giuridiche, oltre all'auspicato recupero demografico e vitale, si imporranno da sé. E saranno benefiche per tutti.
La Coda Nunziante in conclusione ha ribadito l'urgenza di «combattere l'iniqua legge 194» e l'auspicio che «la nostra società torni a essere profondamente cristiana» perché solo così ritroveremo «pace, armonia, crescita e prosperità».
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Domani parte l'assemblea episcopale italiana e, da ottobre, una fase di discussione globale di tre anni. Francesco ama i momenti assembleari, ma il rischio è quello di smarrire i punti fermi e creare confusione.Ieri a Roma la manifestazione pro life. Tra i politici presenti anche Giorgia Meloni e Maurizio Gasparri. Dalla piazza un forte messaggio contro l'aborto e alcuni «dogmi» del post pandemia.Lo speciale contiene due articoli.Sinodo, sinodo, e ancora sinodo. È questa la parola chiave che papa Francesco ha scelto come cammino per la Chiesa universale e per le Chiese particolari in giro per il mondo, come attesterà anche domani aprendo i lavori della 74ª Assemblea generale dei vescovi italiani convocata a Roma, presso l'Ergife Palace Hotel, dal 24 al 27 maggio. Sarà, infatti, sinodo anche per la Chiesa che è in Italia. Dopo varie resistenze (l'assemblea non è mai stata in cima all'agenda del cardinale Gualtiero Bassetti) il desiderio espresso da Francesco nel 2015 al Convegno ecclesiale di Firenze diventa realtà: questo sinodo s'ha da fare.Anche perché è tutta la Chiesa cattolica nel mondo a essere catapultata in un sinodo generale che durerà tre anni, come annunciato venerdì in una nota del Sinodo dei vescovi diramata dal Vaticano. Peraltro, questo sinodo generale avrà come tema il sinodo stesso, la sinodalità del sinodo si potrebbe dire, seguendo il titolo «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione». Per uscire da questa ubriacatura lessicale e assembleare potremmo dire che si tratta appunto di una assemblea permanente attiva di tutta la Chiesa, un approccio che il Papa ha più volte indicato per potenziare questo frutto del Concilio Vaticano II che appunto istituiva lo strumento. Quella voluta dal Papa nei prossimi tre anni è un'assemblea generale della Chiesa che per la prima volta sarà «decentrata», dove la «periferia», per dirla secondo una nota indicazione di papa Bergoglio, verrà prima del «centro»; ciascuna parrocchia e diocesi dovrà lavorare dal basso (questionari, tavoli, discussioni). I tre anni verranno inaugurati dal Papa in Vaticano il 9 e 10 ottobre 2021, poi seguiranno tre fasi - diocesana, continentale, universale - che vogliono rendere possibile l'ascolto del popolo di Dio. L'obiettivo un po' trionfalistico è quello che «il processo sinodale si realizzi nell'ascolto della totalità dei battezzati». Per quanto papa Francesco abbia più volte detto che non si tratta di fare «un bel parlamento cattolico», gli esempi recenti del sinodo sulla famiglia del 2015, quello sull'Amazzonia del 2019 e quello in corso della Chiesa tedesca, dimostrano che se non si fa della politica, senz'altro si creano polarizzazioni, come va di moda dire. E c'è da esser certi che anche il sinodo in Italia andrà su questi sentieri.Secondo papa Francesco il protagonista del sinodo, di quello generale, come di quello italiano o tedesco, è lo Spirito santo, in ascolto del quale si fa il «discernimento» e si traccia la via. In attesa dell'azione dello Spirito, al Papa piace però una Chiesa «inquieta», oppure, come disse ai giovani alla Gmg di Rio nel 2013, «fate casino e smuovete la Chiesa». E di casino ce ne sarà sicuramente, come attesta proprio il sinodo tedesco tra benedizioni di coppie omosessuali, donne sacerdotesse e strappi da Roma. E se ne prospettano anche in quello che si aprirà domani per la Chiesa in Italia, visto che dal basso arriveranno agende come quella già fatta recapitare ai vescovi da alcuni associazioni progressiste tra cui Adista; Costituzione Concilio e Cittadinanza. Per una rete tra cattolici e democratici (c3dem); Comunità cristiane di base (Cdb); Coordinamento teologhe italiane (Cti); Noi siamo Chiesa; Pax Christi; Pretioperai; Progetto giovani cristiani lgbt+. Omosessualità, formazione del clero, questione degli abusi, gestione delle finanze, morale sessuale in generale, contraccezione, in fondo i temi sono sempre gli stessi dal Vaticano II in poi, e c'è da essere sicuri che non cambieranno neanche nei prossimi tre anni.La soluzione di Francesco forse però è già scritta prima che trascorrano i tre anni, almeno stando a quando messo nero su bianco nel caso del sinodo sulla famiglia dove di fatto si è aperto un nuovo paradigma della teologia morale che si inabissa nelle situazioni «caso per caso», nella storia del singolo, nella storia della società, nelle scienze moderne, mettendo di lato i cosiddetti intrinsece mala, i mali morali assoluti. Una geometria variabile che qualcuno ha definito del «sì, ma anche no» o del «no, ma anche sì», dipende. Come nel caso delle unioni civili che non possono essere paragonate in nessun modo al matrimonio (lo si legge chiaramente nell'esortazione apostolica Amoris laetitia), ma su cui il Papa, in un'intervista diffusa in un docufilm, è sembrato essere non contrario per una qualche forma di tutela giuridica per coppie di fatto. Oppure anche nel caso della discussione sul ddl Zan, dove i vescovi italiani per bocca del cardinale Bassetti (non senza il placet della segreteria di Stato e quindi di Santa Marta) hanno fatto sapere che «ci vuole dialogo» e questa proposta di legge non deve essere affossata, ma emendata.Il Papa cioè ha dato più volte prova di voler «aprire processi», ma non di «occupare spazi». Francesco non approva e non condanna, peraltro lui stesso ha detto che «essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto». È questa la costante del suo pontificato, anche se il rischio è quello di non avere «unità nella pluralità», come si vorrebbe, ma solo «pluralità», o in altri termini un rischio permanete di scisma.Intanto il «popolo di Dio» in Occidente, Italia compresa, frequenta sempre meno la messa, i seminari sono desertificati e i sacramenti a bambini e ragazzi in crollo progressivo e continuo. Se i sinodi fossero occasione per metter mano all'aratro e uscire da questa situazione sarebbe davvero un segno divino, visto che troppo spesso assomigliano a assemblee simil sindacali in cui si rivendicano aperture per fare «nuova» la Chiesa, soprattutto da quegli ambienti che pieni di spirito (del concilio) fanno della storia un luogo teologico al pari della Scrittura e della Tradizione. Questo divenire storico si vorrebbe fosse il criterio per sciogliere quelli che si ritengono i nodi teologici irrisolti, ministero, donne, morale sessuale, abusando spesso dello sviluppo della dottrina come fosse senza criteri di verifica.Se prevarranno queste spinte lo stile dell'assemblea, definito da «esercizio spirituale», potrebbe solo rivelarsi l'ennesima situazione in cui semplicemente permettere che ognuno faccia come gli pare. Ma in questo caso il sinodo dei sinodi finirebbe a ridurre la chiesa a una Ong o, peggio, a una fotocopia del protestantesimo. Perché il sinodo dei sinodi abbia successo potremmo dire oportet ut eveniant scandala, è bene che gli scandali vengano a galla. E che si abbia la forza di affermare in faccia al mondo che cosa è cattolico e cosa non lo è.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-chiesa-verso-il-sinodo-dei-sinodi-bergoglio-tiene-sulla-corda-i-vescovi-2653081899.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-migliaia-alla-marcia-per-la-vita" data-post-id="2653081899" data-published-at="1621779954" data-use-pagination="False"> In migliaia alla Marcia per la vita In una cornice difficilmente superabile, a pochi passi dal Colosseo da un lato e dall'Altare della patria dall'altro, si è tenuta ieri la decima edizione della Marcia per la vita. Contro i timori di alcuni e gli auspici di altri, la manifestazione, pur senza raggiungere i numeri delle precedenti edizioni pre-epidemiche, ha raccolto migliaia di cittadini. Tutti i presenti, malgrado le sfumature che sempre esistono in manifestazioni del genere, erano uniti dal desiderio di combattere la violenza che si fa alla vita umana innocente. Erano presenti politici come Giorgia Meloni, Maurizio Gasparri, Simone Pillon, Simona Baldassarre, Mario Adinolfi, Isabella Rauti, e vari altri. La Marcia resta una realtà apolitica, ma che vuole incidere nella politica e nella società. Dopo la presentazione della dottoressa Virginia Coda Nunziante, ormai protagonista nella scena pro life italiana, hanno parlato 2 illustri ambasciatori presso la Santa Sede. Il polacco Janusz Kotanski ed Eduard Habsburg in rappresentanza dell'Ungheria. Tutti gli astanti sono rimasti colpiti dalle parole forti pronunciate dai due diplomatici sul palco. Si tratta, secondo loro, di unire le forze a livello internazionale per mettere fine alla tragedia dell'aborto. Né più né meno. Toccante il fatto che l'ambasciatore ungherese, di famiglia tanto illustre quanto devota, abbia intonato a mezzogiorno il rituale Regina coeli, nella gioia mista a stupore dei presenti. Una bella testimonianza pubblica di fede che ripara l'anti-testimonianza dei politici che espongono cartelli con scritto «Dio, patria, famiglia: che vita de m...». Belle parole anche quelle dell'inglese John Smeaton, presidente della Society for the protection of the Unborn children, e storico militante pro life in terra britannica. Su tutte, la testimonianza più toccante è stata quella di Anna Bonetti, una bellissima ragazza, nata sorda che però è riuscita ad esprimersi correttamente sul palco, manifestando in modo plateale che «ogni vita - senza eccezioni di sorta - merita di essere vissuta». Molti gli ecclesiastici presenti tra cui sua eminenza il cardinal Raymond Leo Burke. Monsignor Antonio Suetta, il cui intervento era stato anticipato ieri dalla Verità, ha parlato in videoconferenza. Ribadendo che nessuna legge può esistere contro la legge di natura che ordina, nelle coscienze di ognuno, di «non uccidere». Secondo gli organizzatori della Marcia esiste un legame diretto, benché invisibile, tra l'aumento della violenza sociale (stupri, rapine, gesti di inciviltà) e la legalizzazione dei crimini contro la vita, a partire proprio dall'aborto. Che è e resta il «delitto perfetto»: la madre, generante, che sopprime il proprio figlio, da lei generato, servendosi delle possibilità offerte dalla legge (che dovrebbe proteggere i cittadini) e dei pubblici ospedali (sorti per curare e guarire). Sono mesi che si fa un gran parlare del Grande reset che sarebbe in corso a causa del Covid e di coloro che vogliono che «nulla sia più come prima». Ecco, proponiamo anche noi un Grande reset sull'aborto. Nulla sia più come prima. Si ripensi, alla luce della biologia, dell'etica e della demografia, all'abbaglio immane preso dalle democrazie fanatiche degli anni '70, sul tema della liberalizzazione dell'aborto, con le varie leggi promulgate nell'intero Occidente. E si inizi un sano reset, almeno tendenziale, a base di cultura della vita, «non uccidere l'innocente» e «il pancione non i tocca». Immaginando la promulgazione ufficiale e statale di una Giornata nazionale per la difesa della vita umana. Le conseguenze morali e giuridiche, oltre all'auspicato recupero demografico e vitale, si imporranno da sé. E saranno benefiche per tutti. La Coda Nunziante in conclusione ha ribadito l'urgenza di «combattere l'iniqua legge 194» e l'auspicio che «la nostra società torni a essere profondamente cristiana» perché solo così ritroveremo «pace, armonia, crescita e prosperità».
Il pianista Andrea Vizzini presenta il progetto Pianolink, dedicato ai musicisti amatori. Dal Festival Miamor (dal 4 al 13 giugno a Milano) al concorso con una giuria di livello mondiale: un palco che mette insieme pianisti che suonano per amore e affermati professori d'orchestra.
Il viceministro dell’Energia Vannia Gava (Imagoeconomica)
Il viceministro Vannia Gava è solitamente schivo e poco propenso alle interviste. Vista la delicatezza dei dossier sul tavolo ha scelto La Verità per chiarire la sua posizione e quella del governo.
Viceministro, iniziamo dall’attualità: crisi energetica e trattativa con l’Europa affinché liberi un’aggiunta di spesa per tamponare gli effetti della chiusura di Hormuz sulle bollette e sui prezzi dei carburanti. Nonostante il pressing della Meloni, Bruxelles non cede.
«Guardi, la chiusura di Hormuz ha provocato una crisi geopolitica con effetti dirompenti e non può essere trattata come una crisi qualsiasi. Il tema centrale è mettere in sicurezza il comparto industriale, le piccole e medie aziende e le nostre famiglie dai rincari diretti e indiretti che questo choc sta portando. Se l’Europa non reagisce nell’immediato e prende coscienza che deve allentare vincoli troppo stringenti, qui rischiamo di perdere tutto il sistema economico. La sicurezza energetica è sicurezza economica. La richiesta di flessibilità deve essere letta come un investimento sulla nostra forza attuale, non un regalo al deficit».
L’obiettivo resta avere il via libera a uno scostamento di bilancio che liberi almeno 5-6 miliardi di risorse aggiuntive per l’energia?
«Mi sembra una cosa di buon senso».
Se continua il no allo scostamento tirerete dritto?
«Sarà una decisione che il ministero dell’Economia assumerà insieme a governo e Parlamento. In ogni caso, non si tratta di andare dritti o contro qualcuno ma di andare incontro a 26 milioni di famiglie e a 5 milioni di imprese che non possono più aspettare. Abbiamo introdotto diversi provvedimenti di emergenza e, parallelamente, stiamo lavorando a soluzioni di più lungo respiro ma il momento attuale richiede interventi straordinari».
È d’accordo con la Meloni: le bollette vengono prima dei droni?
«È una posizione di buon senso che la Lega porta avanti dall’inizio della crisi. Che non significa venir meno agli impegni che abbiamo assunto in ambito internazionale, bensì prendere atto che oggi famiglie e imprese stanno affrontando una crisi energetica che richiede risposte immediate e concrete. Investire in difesa ha senso solo se regge il sistema produttivo e sociale che quella difesa deve proteggere. Un’Europa energeticamente vulnerabile è anche economicamente vulnerabile».
Sarebbe corretto usare i fondi di coesione per risolvere l’allarme energetico?
«I fondi di coesione sono fondamentali per il medio-lungo periodo indubbiamente, ma una maggiore flessibilità ci permetterebbe spesa corrente per rispondere alle esigenze immediate. L’Europa deve fare un passo ulteriore, servono risorse ulteriori rispetto a quelle già stanziate. Famiglie e imprese non possono aspettare. Ogni euro che arriva nelle loro tasche non è mai una spesa, è sempre un investimento».
Passiamo al nucleare. La linea del governo è chiara: per colmare il gap energetico le centrali sono indispensabili. Può scandirci i tempi? Il 3 giugno inizia la discussione alla Camera sul ddl, quando terminerà l’iter. Quando ripartirà la produzione?
«Il nostro obiettivo è chiaro: l’approvazione della legge delega entro l’estate, subito dopo inizieranno i lavori per i decreti attuativi. Il governo è in prima linea per fare la propria parte in modo serio e puntuale, dando agli investitori un quadro regolatorio chiaro e stabile. Poi è naturale che serviranno alcuni anni affinché siano completati tutti gli investimenti necessari. Un ruolo fondamentale spetta al mondo dell’industria e agli investimenti in ricerca e sviluppo. Alcuni Paesi hanno già autorizzato i primi Small modular reactor, che sono in fase di realizzazione».
Qualcuno ha parlato di referendum. Anche secondo lei sarà inevitabile andare in quella direzione?
«Penso che, referendum o no, il Paese abbia già compreso che si tratta di una scelta di buonsenso assolutamente necessaria. Stiamo parlando di una tecnologia avanzata e sicura, che consentirà all’Italia di accedere ad una fonte di energia pulita e programmabile, rafforzando al tempo stesso l’indipendenza nazionale e riducendo l’esposizione a choc geopolitici come quello che stiamo vivendo».
Oggi la maggioranza degli italiani è favorevole al nucleare?
«La consapevolezza degli italiani è cambiata anche grazie a una comunicazione più seria e concreta sulla fragilità del nostro Paese sul fronte energetico, emersa con forza dopo il conflitto russo-ucraino e con primi timori legati agli approvvigionamenti. Abbiamo spiegato in modo chiaro che si tratta di una tecnologia completamente diversa da quella di quarant’anni fa: parliamo di impianti sicuri e a emissioni zero. Il nostro Paese, seconda manifattura d’Europa, ha bisogno di energia: gli italiani lo sanno meglio di chiunque altro».
Infine il green. Pechino sta conquistando il mercato dell’automotive europeo. Persino Landini vede l’arrivo dei cinesi come unica soluzione per non chiudere gli stabilimenti Stellantis. È d’accordo?
«Certo che no. Aprire ai cinesi sarebbe la resa incondizionata. Abbiamo già fatto abbastanza con il passaggio forzato all’elettrico, mentre le tecnologie e le materie prime erano già sotto il controllo di Pechino. Quello dell’automobile è stato per decenni uno dei terreni di competizione più serrata tra i paesi europei, una corsa che ha portato a storie imprenditoriali memorabili e a modelli iconici che hanno fatto la storia del made in Italy. Non possiamo accettare l’idea che le grandi case automobilistiche italiane ed europee diventino centri di assemblaggio di componenti cinesi».
Cosa si può fare adesso per aiutare il comparto? La misura dei dazi ha ancora un senso?
«I dazi non possono sostituirsi a una politica di rilancio industriale ma possono rappresentare uno strumento temporaneo di difesa contro il dumping. A livello europeo è stato introdotto uno strumento fiscale ambientale con finalità analoghe, il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam), pensato per contrastare la delocalizzazione e restituire competitività alle imprese europee. Il paradosso è che ad oggi, anche a causa della complessità di applicazione, il meccanismo è finito col gravare ulteriormente su molte nostre imprese, che ci stanno chiedendo di eliminarlo».
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Giorgia Meloni (Ansa)
La sveglia all’Unione europea l’ha data ieri Giorgia Meloni. Il premier ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al presidente di turno del Consiglio Ue, Nikos Christodoulides, e al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, riguardo la situazione epidemiologica in Africa collegata al recente focolaio di Ebola in Congo e in Uganda per sollecitare, «nel rispetto delle prerogative nazionali in materia di tutela della salute», un «coordinamento rafforzato della vigilanza alle frontiere attraverso regole comuni per la gestione degli arrivi diretti e indiretti dalle zone colpite». La situazione, ha scritto Meloni, richiede la «massima attenzione».
L’intervento del premier italiano mette a nudo i cortocircuiti dell’Ue nella gestione di flussi migratori e sicurezza sanitaria. Il quadro epidemiologico globale appare infatti frammentato: dopo la determinazione dell’epidemia come emergenza sanitaria pubblica, lo scorso 17 maggio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha innalzato il livello di allerta in Congo a «molto alto», pur considerandolo «alto» su scala regionale e «basso» nel mondo. In Europa, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha valutato come «molto bassa» la probabilità di trasmissione secondaria del virus nell’Ue. Ma Bruxelles ha mandato messaggi contraddittori: da una parte, nell’invitare gli operatori sanitari a una «maggiore consapevolezza», ha chiesto, di fatto, di controllare i potenziali sintomi per le persone che «tornano» dalle aree colpite; dall’altra ha sollecitato screening ma soltanto in uscita, stabilendo che quello dei passeggeri in ingresso negli aeroporti europei non è attualmente necessario. «Non ci sono prove», ha scritto la Commissione, «che dimostrino che lo screening delle persone che tornano dalle regioni colpite in Ue sia efficace nel prevenire l’ingresso della malattia in Europa. Pertanto, il Comitato per la sicurezza sanitaria Ue conclude che non sono necessarie misure aggiuntive al momento dell’ingresso in Europa». Secondo la Commissione Ue, insomma, non esistendo dati scientifici che dimostrino l’utilità dello screening all’arrivo per bloccare il virus, è inutile introdurre barriere sanitarie ai confini continentali. Guai, dunque, a cercare di controllare l’immigrazione selvaggia.
Meloni ha proposto l’inserimento del tema della gestione delle frontiere all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026. In vista di questo appuntamento, il governo ha chiesto di convocare una videoconferenza dei ministri della Salute europei già la prossima settimana, per definire le priorità operative nel Consiglio Epsco del 16 giugno, che riunirà i ministri del Lavoro, delle Politiche sociali, della Salute e della Tutela dei consumatori di tutti gli Stati membri. Inoltre, già questo fine settimana l’Italia invierà a Kinshasa, in Congo, una squadra di esperti dell’Istituto Spallanzani di Roma per fornire assistenza tecnica, consegnare materiale sanitario e medicinali, e rafforzare la sorveglianza epidemiologica. A livello nazionale, a ogni modo, i controlli alle frontiere sono attivi: «Il ministero della Salute, in raccordo con la Protezione civile, ha emanato circolari per attivare», recita la nota di Palazzo Chigi, «una sorveglianza sanitaria mirata e protocolli di vigilanza per i viaggiatori in rientro dalle regioni colpite», negli scali di Roma Fiumicino e Milano Malpensa.
Da Bruxelles, invece, la risposta dell’esecutivo europeo si muove nel segno dell’ambiguità e del paradosso. La Commissione «risponderà a tempo debito», ha dichiarato una delle portavoci, raccomandando, al tempo stesso, «misure di screening delle persone che provengono dalle zone colpite» (dunque dei passeggeri in entrata nell’Ue) ma sottolineando anche che «la misura più importante da adottare è lo screening in uscita dalle regioni colpite». Un doppio binario che fotografa la consueta incertezza comunicativa europea.
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