Un fantasma si aggira per il circo a tre piste del centrosinistra: quello delle primarie. Magico rito propiziatorio per trasmettere all’opinione pubblica la rassicurante immagine di un fronte democraticamente unito, pronto a governare già oggi. «Giorgia Meloni esca dal Palazzo, l’alternativa c’è già», ha tuonato Elly Schlein dopo la vittoria dei No. «Giuseppe Conte ha “aperto” alle primarie...», l’ha provocata La Stampa. E lei, andando di supercazzola: «Noi siamo testardamente unitari. Sono certa che ci metteremo d’accordo sul percorso per costruire il programma per l’alternativa. E anche sulla modalità di scelta ho sempre detto che in caso scegliessimo insieme sarò ovviamente disponibile».
Dunque, prima le primarie? Oppure ok le primarie, ma dopo aver concordato il programma, «che è quella cosa», osservò sardonicamente una volta Massimo D’Alema, «che tutti invocano quando non c’è, e nessuno legge quando c’è», anche perché quello dell’Unione nel 2006 era un «mattone» di 247 pagine mai compulsate da anima viva?
Angelo Bonelli, titolare al 50% della premiata ditta «Il gatto & il gatto», insieme a Nicola Fratoianni alla guida di Avs, ha buttato lì un’altra suggestione: «Propongo a Schlein, Conte e ai leader dell’opposizione di mettere da parte le primarie sul leader e lavorare alla consultazione popolare sul programma». Quindi il mantra corretto sarebbe: d’accordo sulle primarie, ma prima un referendum sul progetto?
Conte, ieri a Repubblica: «Al momento mi sembra che tutte le forze politiche siano giustamente alle prese con una fase di ascolto della propria base per definire i propri programmi». Sì, va bene: ma le primarie? «Come M5s saremo a breve in 100 piazze aperte a tutti, non solo alla nostra comunità, e da lì verranno fuori idee e progetti che porteremo al tavolo con le altre forze progressiste» (e chissà se queste piazze sono le stesse in cui nel 2022 ricordava che grazie a lui tutti si potevano rifare casa «graduidamente», merito del regalino lasciato sul groppone di tutti gli italiani, il famigerato Superbonus al 110%).
Sì, vabbe’: ma le primarie? «Sono mesi che tutti ne parlano, ben prima del sottoscritto. Come M5s siamo disponibili, però prima bisogna avere un programma condiviso e solo dopo si cerca l’interprete migliore per quel progetto». Chi ci capisce è bravo. Ma poi: come si dovrebbero svolgere? Online o ai gazebo? Con o senza ballottaggio? E aperte a chi? «A tutto il popolo del centrosinistra, non solo agli iscritti, e in formato ibrido, consentendo cioè la possibilità del voto online», ha scritto sempre Repubblica ricordando il diktat posto dal M5s al Pd.
Alessandro Amadori, docente di comunicazione politica alla Cattolica di Milano: «Se la partecipazione fosse ampia (cioè al di là del perimetro degli iscritti) emergerebbero i profili più riconoscibili presso il pubblico generalista, risulterebbe avvantaggiato Conte», che, secondo una felice immagine di Stefano Folli, «già bussa al portone del Nazareno con gli stivali». Del resto, perché stupirsi? Non era stato il segretario Pd dell’epoca, Nicola Zingaretti, a investirlo del pomposo titolo di «punto di riferimento di tutti i progressisti»?
Sicché al Pd è suonato il campanello d’allarme, per la prospettiva di vedere incoronato un leader non deciso dagli iscritti dei partiti (che è poi esattamente quello che è successo nel Pd nel 2023, quando è stato scelto Stefano Bonaccini, ma poi ai gazebo ha votato la qualunque, «perfino quello che passa sul marciapiede di fronte, pagando 2 euro», aveva profetizzato con sarcasmo una vecchia volpe come Ugo Sposetti, ultimo tesoriere del Pci-Pds-Ds, Espresso del 14 marzo 2021).
«Non è allora un caso se l’inquilina del Nazareno nelle ultime ore abbia frenato: “Prima il programma, le primarie non sono una priorità”». Complici forse i sondaggi «che agitano i dem: Schlein dietro Conte e Silvia Salis» (così Cosimo Rossi ieri sul Qn). Il sindaco di Genova, già. La candidata riluttante (dietro cui si muoverebbe quel campione di simulazione e dissimulazione che è Matteo Renzi), che ha detto di no alle primarie ma ha lasciato intendere che se ci fosse una designazione unanime dei leader forse, magari, chissà, ci potrebbe ripensare?
Solo che la prospettiva di un accordo diretto tra i vari maggiorenti su chi designare come duellante contro Meloni è cassata da Conte: «Metodo vecchiotto e verticistico. Il referendum ci dice che le persone, specie i giovani, vogliono dire la propria, ignorarli sarebbe un errore». Ma metti caso che alla fine si mettano in piedi ’ste benedette primarie: chi correrebbe oltre ai già citati? Alessandro Onorato, ambizioso assessore ai Grandi eventi del Comune di Roma? Il sindaco di Milano, Beppe Sala? E perché non Franco Gabrielli, ex capo della Polizia? Il governatore della Puglia, Antonio Decaro (secondo taluni, la vera «carta coperta»)? Ernesto Maria Ruffini, dato «vicino» a Romano Prodi, che alla Stampa il 19 marzo ha confidato: «Le primarie sono da ripensare, oggi sono più giochi di correnti che espressione di popolo», come furono quelle da lui stravinte nel 2005, con il 75% dei voti espressi da 4.300.000 elettori.
«Non si possono mettere in discussione le primarie, perché questi sono anni di populismo spinto. Quindi si è deciso che la democrazia non basta, bisogna che si trasformi in una “democrazia meticolosa”... Così, lo strumento delle primarie diventa per il Pd uno stillicidio. E poiché è uno strumento popolare, il Pd lo subisce e non può contrastarlo, ma anzi se ne fa paladino. Insomma, il Pd ha inventato e coltivato lo strumento della sua distruzione, così un rassegnato Francesco Piccolo, scrittore, sceneggiatore, commentatore schiettamente di sinistra, sull’Unità del 7 marzo 2012.
Ha filosofeggiato l’irsuto e sempre malmostoso Massimo Cacciari: «Aver cominciato a parlare di primarie un secondo dopo il risultato del referendum è da pazzi... Se la riforma della giustizia interessava nel merito all’1% degli italiani, le primarie del centrosinistra interessano allo 0,01% degli italiani». Meglio forse non si poteva dire.
Incubo Schlein: insidiata da Gabrielli e affondata da sponsor imbarazzanti
Ieri mattina sul Corriere della Sera è apparso, a sorpresa, l’endorsement di Paolo Mieli a favore di Giuseppe Conte: «Schlein e il suo partito», ha scritto Mieli, «farebbero bene a lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. Schlein, cedendogli lo scettro, eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti». Un vero e proprio spartiacque, secondo diversi osservatori del campo progressista: l’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, un quotidiano che parla soprattutto al Nord e al mondo delle imprese.
Lui, Conte, continua a ritenere le primarie lo strumento più utile per scegliere il candidato del centrosinistra alla presidenza del Consiglio: «Sono mesi», dice Giuseppi a Repubblica, «che tutti parlano di primarie ben prima del sottoscritto. Ho detto che sono e siamo disponibili come M5s, però prima bisogna avere un programma condiviso e solo dopo si cerca l’interprete migliore per quel progetto». Un accordo tra i leader? «Metodo vecchiotto», risponde Conte, «verticistico. Il referendum ci dice che le persone, specie i giovani, vogliono dire la propria, ignorarli sarebbe un errore».
Conte sente di poter battere Elly Schlein ai gazebo al di là della consistenza dei due partiti. A proposito di Elly: l’articolo di Mieli, riflette con La Verità un autorevolissimo conoscitore degli ambienti del centrosinistra, sarebbe anche un modo per suggerire alla segretaria del Pd di evitare di affrontare le primarie senza alcuna certezza di vincerle, e in subordine di schiantarsi, elettoralmente parlando, contro Meloni, rischiando in entrambi i casi di perdere pure la guida del partito. Rischio percepito anche dalle parti del Nazareno: non a caso Marco Sarracino, deputato dem vicinissimo alla segretaria, frena: «Non mettiamo il carro davanti ai buoi. Avremo due possibilità», dice Sarracino a Repubblica, «con la legge elettorale vigente possiamo utilizzare il metodo il partito, chi prende un voto in più sceglie il premier. Se invece cambia la legge elettorale, abbiamo lo strumento delle primarie aperte».
Come se i guai non bastassero, alla Schlein arriva anche l’endorsement di Ilaria Salis, che a Un Giorno da Pecora su Rai Radio 1 definisce «non necessarie» le primarie e sottolinea di preferire Elly a Conte (altro punto a favore di Giuseppi). Agli stessi microfoni una vecchia volpe della politica, Clemente Mastella, dichiara che le primarie «assolutamente» non le farebbe: «Bisogna mettersi tutti d’accordo. Se Conte e Schlein si accordassero», sottolinea Mastella, «basterebbe seguire quello prescelto». Contrario anche il leader di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni: «Quello delle primarie», dice Fratoianni a Propaganda live, su La7, «non mi sembra il punto, non mi sembra l’argomento più urgente». Il centrosinistra, che crede di aver fatto 13 al referendum, rischia insomma seriamente di perdere la schedina: appena si è passati dal dire No a qualcosa a dover proporre qualcuno, come era ampiamente prevedibile, diventa di nuovo una coalizione nella quale tutti diffidano di tutti e non si riesce non solo a scegliere il candidato alla presidenza del Consiglio, ma neanche il modo per sceglierlo, questo benedetto candidato.
Circola da giorni con insistenza il nome di Franco Gabrielli, che è stato presente anche alla «reunion» di democristiani organizzata a Roma da Dario Franceschini. Ex direttore dell’Aisi, ex prefetto di Roma, ex capo della polizia e pure ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Draghi, con delega alla sicurezza della Repubblica, Gabrielli ha recentemente criticato aspramente i pacchetti Sicurezza del governo e ha dichiarato di votare «convintamente No» al referendum. Un ex capo della polizia che raccoglie anche i voti della sinistra radicale? Sembra una follia: «No», ci spiega un esponente di peso del centrosinistra, «tutto il contrario. Gabrielli era uno che con chi scendeva in piazza preferiva il dialogo agli scontri». Per far convergere su di lui anche il Pd, basterebbe chiamarlo Gabrielly.